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Il Comento alla Divina Commedia, e gli altri scritti intorno a Dante, vol. 1 cover

Il Comento alla Divina Commedia, e gli altri scritti intorno a Dante, vol. 1

Chapter 71: II
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About This Book

The volume combines a biographical account of the poet with a learned commentary on the epic poem, offering historical context, explanations of allegory, and close glosses on difficult passages. It recounts circumstances of the poet's life and exile, assesses civic and moral themes, and links episodes to classical, biblical, and contemporary authorities. Sections alternate narrative biography, critical reflections, and philological notes aimed at clarifying language, symbolism, and theological intent. The overall aim is explanatory: to reconstruct the poet's reputation, to situate his work within its intellectual milieu, and to guide readers through the poem's complex ethical and stylistic meanings.

[Dissono li poeti gl'iddii essere adirati, avendo uccisi coloro li quali si doveano perpetuare; ma che di questo séguita che la Terra se ne commuove, cioè l'animoso uomo (percioché tutti siamo di terra, e in terra torniamo), e sforzasi d'adoperar quello di che nasca nome e fama di lui, la quale sia vendicatrice della sua futura morte; accioché, quando quello avverrá che i corpi superiori facciano venire al suo fine il suo mortal corpo, viva di lui, per li suoi meriti (eziandio non volendo i corpi superiori), il nome suo e la fama delle sue operazioni, non altrimenti che esso vivo fosse. E in quanto dice questa nella prima téma esser piccola, non ce ne inganniamo, percioché, quantunque grandi sien l'opere delle quali ella nasce, nondimeno paiono da un temore degli uditori cominciare a spandersi. Poi, in quanto dice Virgilio essa elevarsi ne' venti, niun'altra cosa vuol dire se non essa divenire in piú ampio favellio delle genti; o vogliam, per quel, sentire essa mescolarsi ne' ragionamenti delle genti mezzane. E, in quanto poi discende nel suolo della terra, intende il poeta lei mescolarsi nel vulgo; e cosí, quando mette il capo ne' nuvoli, dobbiamo intendere lei dovere mescolarsi ne' ragionamenti de' prencipi e degli uomini sublimi. E l'avere l'alie e i piè veloci assai manifestamente dimostra il suo presto trascorso d'una parte in un'altra; e per gli occhi, li quali le discrive molti, sente agli occhi della Fama ogni cosa pervenire, e cosí agli orecchi. E lei non tacer mai, dove che ella si favelli, o in pubblico o in occulto, o in un luogo o in un altro; lei non dormir mai, e volar la notte per lo mezzo del cielo o per l'ombra della terra: non credo altro intendere si debbia se non il suo continuo andamento di questo in quello e, per li suoi rapportamenti vari e molti, metter tremore ne' popoli, e per conseguente fare guardar le terre e alle porti e sopra le torri fare stare le guardie e gli speculatori. E, percioché essa non cura di distinguere il vero dal falso, è contenta di rapportare ciò che ella ode. Ma, in quanto dicono costei dalla Terra essere generata per dovere i peccati e le disoneste cose degl'iddii raccontare, per alcun'altra cosa non credo esser stato fitto se non per dimostrare le vendette degli uomini men possenti, li quali, non potendo altro fare a' grandi uomini, s'ingegnano, parlando mal di loro, di farli venire in infamia, e per conseguente in disgrazia delle genti. Figliuola della Terra è detta, percioché dell'opere sole, che sopra la terra si fanno, si genera la fama. E che essa non abbia padre credo avvenire da questo: per lo non sapersi donde il piú delle volte nasca il principio del ragionare di quello che poi fama diventa; il che se si sapesse, direbbe l'uomo quel cotale essere il padre della fama.]

La qual cosa, quantunque ad ogni uomo, il quale ha sentimento, molto piaccia, sopra a tutti gli altri piacque a' gentili, li quali non avendo alcuna notizia della beatitudine celestiale, la quale Iddio concede a coloro li quali adoperan bene, quegli cotali, li quali virtuosamente adoperavano, a fine d'acquistar fama il facevano, e quella vedersi avere acquistata con somma letizia ascoltavano.

Dunque mostra in questo la donna di conoscere da quali cose si doveva far benivolo Virgilio. E poi soggiugne la terza, dicendo: «E durerá», questa tua fama, «mentre il mondo lontana», ponendo qui il presente tempo per lo futuro, in quanto dice «lontana» per «lontanerá», cioè si prolungherá. E questo per la consonanza della rima si concede. Ed è questa terza cosa quella che piú piace a coloro li quali fama acquistano, che essa dopo la lor morte duri lunghissimo tempo, estimando che quanto piú dura, piú certo testimonio renda della virtú di colui che guadagnata l'ha. Ed in questo la donna gli compiace, in quanto gli dice quello che gli è grato ad udire; e, oltre a ciò, dicendo quella dovere essere perpetua, mostra di credere lui essere stato per sua grandissima virtú degno d'eterna fama.

[Ma, percioché qui di questa fama si fa menzione, e ancora in piú parti nel processo se ne fará, e di sopra abbiamo scritta la sua origine, estimo sia commendabile il mostrare, anzi che piú procediamo, che differenza sia tra onore e laude e fama e gloria, accioché, dove nelle cose seguenti menzione se ne fará, s'intenda in che differenti sieno; e questo dico, percioché giá alcuni indifferentemente posero l'un nome per l'altro, de' quali forse furono di quegli che non sapevano la differenza. Dico adunque che «onore» è quello il quale ad alcuno in presenza si fa, o meritato o non meritato che l'abbia; come che il meritato sia vero onore e l'altro non cosí: sí come a Scipione Africano, il quale avendo magnificamente per la republica contro a Cartagine adoperato, tornando a Roma, gli fu preparato il carro triunfale e fattigli tutti quegli onori che al triunfo aspettavano, che eran molti. E questo era vero e debito onore, che per virtú di colui che il riceveva s'acquistava. A dimostrazione della qual cosa è da sapere che Marco Marcello, nel quinto suo consolato, secondo che dice Valerio, avendo vinto primieramente Clastidio, e poi Seragusa in Sicilia, e botato in questa guerra un tempio alla Virtú e all'Onore, fu per lo collegio dei pontefici giudicato a due deitá non potersi un tempio solo farsi; percioché, se alcuna cosa miracolosa in quello avvenisse, non si saprebbe a quale delle due deitá ordinare i sacrifici debiti e le supplicazioni. E perciò fu ordinato che a ciascuna delle due deitá si facesse un tempio; li quali furono fatti congiunti insieme in questa guisa: che nel tempio fatto in reverenza dell'Onore non si poteva entrare, se per lo tempio della Virtú non s'andasse. E questo fu fatto a dare ad intendere che onore non si poteva acquistare se non per operazion di virtú. È, oltre a questo, fatto onore ad alcuni, li quali per loro meriti nol ricevono, ma per alcuna dignitá loro conceduta, o per la memoria de' lor passati, o forse per la loro etá: questi sono, andando, messi innanzi, posti nelle prime sedie, e in simili maniere onorati. Le «laude», come l'onore si fa in presenza a colui che meritato l'ha, cosí si dicono lui essendo assente; percioché, se lui presente si dicessero, non laude ma lusinghe parrebbono. La «gloria» è quella che delle ben fatte cose da' grandi e valenti uomini, essendo lor vivi, si cantano e si dicono, e l'essere con ammirazione della moltitudine riguardati e mostrati e reveriti, come fu giá Giunio Bruto, avendo cacciato Tarquinio re e liberata Roma dalla sua superbia, e Gaio Mario, avendo vinto Giugurta e sconfitti i cimbri e i téutoni. «Fama» è quello ragionare che lontano si fa delle magnifiche opere d'alcun valente uomo, e che dopo la sua vita persevera nelle scritture di coloro li quali in nota messe l'hanno, spandendosi per lo mondo e molti secoli continuando; come ancora e udiamo e leggiamo tutto il dí di Pompeo magno, di Giulio Cesare dettatore, d'Alessandro re di Macedonia e di simiglianti.]

[Ma da tornare è alla intralasciata materia. E dico che,] avendo questa donna captata la benivolenzia di Vergilio, gli comincia a dichiarare il suo disiderio dicendo: «L'amico mio», cioè Dante, il quale lei, mentre ella visse, come detto è, assai tempo e onestamente avea amata; e però, sí come l'autore nel Purgatorio dice:

      amore
    acceso da virtú, sempre altro accese,
    sol che la fiamma sua paresse fuore,

mostra dovere egli essere stato onestamente amato da lei; dal quale onesto amore è di necessitá essere stata generata onesta e laudevole amistá, la quale esser vera non può, né è durabile, se da virtú causata non è: e cosí mostra che fosse questa, in quanto la donna, di lui parlando, il chiama «suo amico». E qui non senza cagione, lasciato stare il proprio nome, il chiama la donna «amico»: la quale è per dimostrare, per la virtú di cosí fatto nome, l'autore le sia molto all'animo e per mostrare in ciò che ella non venga a porgere i preghi suoi per uomo strano o poco conosciuto da lei. E aggiugne «e non della ventura», cioè della fortuna, percioché infortunato uomo fu l'autore; e questo aggiugne ella per mettere compassion di lui in Virgilio, il quale intende di richiedere che l'aiuti, percioché degl'infelici si vuole aver compassione. «Nella diserta piaggia», della qual di sopra è piú volte fatta menzione, «è impedito», dalle tre bestie, delle quali di sopra dicemmo, «Sí», cioè tanto, «nel cammin, che vòlto è», a ritornarsi nella oscuritá della valle, «per paura», di quelle bestie.

«E temo che non sia giá sí smarrito, Ch'io mi sia tardi al soccorso», di lui, «levata, Per quel ch'io ho di lui nel cielo udito», da Lucia. E pone la donna queste parole per avacciare l'andata di Virgilio; e appresso ancora il sollecita dicendo: «Or muovi, e con la tua parola ornata» (commendalo qui d'eloquenza, la quale ha grandissime forze nel persuadere quello che il parlatore crede opportuno), «E con ciò che è mestiere al suo campare, L'aiuta», da quelle bestie che l'impediscono, «sí», cioè in tal maniera, «ch'io ne sia consolata».

E, dette queste parole, manifesta il nome suo, dicendo: «Io son Beatrice che ti faccio andare». E, detto il suo nome, gli dice onde ella viene, per mandarlo in questo servigio, accioché Virgilio conosca molto calernele; percioché senza gran cagione non è il partirsi alcuno de' luoghi graziosi e dilettevoli, e andare in quelli ne' quali non è altra cosa che dolore e miseria. E dice: «Vegno del luogo», cioè di paradiso, «ove tornar disío». E quinci gli apre la cagione che di paradiso l'ha fatta discendere in inferno, dicendo: «Amor» [grandi sono le forze dell'amore: «Aquae multae non potuerunt extinguere charitatem»] «mi mosse», lá onde io era, ed egli è quegli «che mi fa parlare» e pregarti.

Appresso a questo, accioché Virgilio non sia tardo all'andare, come persona che guiderdone non aspetta della fatica, si dimostra verso lui dovere essere grata, dicendo: «Quando sarò dinanzi al Signor mio», cioè a Dio, «Di te mi loderò sovente a Lui»:—e cosí non una volta, ma molte, nella multiplicazion delle quali si mostrerá esserle stato gratissimo il servigio da lui ricevuto. E quantunque questo guiderdone, il quale ella promette, alcuna cosa non monti alla salute di Virgilio, pur si dee credere piacergli; e questo è, percioché s'egli gli è a grado che la fama di lui tra gli uomini favelli, quanto maggiormente si dee credere essergli caro che una cosí fatta donna nel cospetto di Dio il commendi e lodisi di lui?

«Tacquesi allora», detto questo, «e poi comincia' io», a dire, e (supple) dissi:—«O donna di virtú, sola per cui», cioè per cui sola, «L'umana spezie»: è l'umana generazione spezie di questo genere che noi diciamo «animali»; «eccede», cioè trapassa di virtú, ed, oltre a ciò, in tanto, che essi divengono atti a cognoscere e cognoscono Iddio, il quale alcun altro animale non cognosce; «ogni contento», cioè ogni cosa contenuta, «Dal cielo, c'ha minor li cerchi sui», il quale è quel della luna, che, percioché piú che alcun altro è vicino alla terra, è di necessitá minore che alcuno degli altri, e perciò ha i suoi cerchi, cioè le sue circonvoluzioni, minori, infra' quali gli elementi ed ogni cosa elementata si contiene, e ancora i demòni e l'anime de' dannati. Le quali cose tutte, per l'anima razionale e libera, trapassa l'uomo d'eccellenza.

«Tanto m'aggrada 'l tuo comandamento». Qui si dimostra Virgilio assai graziosamente disposto al comandamento della donna, mostrando che egli non solamente disidera d'ubbidirla prestamente, ma dice: «Che l'ubbidir», al comandamento, «se giá fosse», in atto, «m'è tardi». E però segue; «Piú non t'è uopo aprirmi il tuo talento»; quasi dica: assai hai detto, ed io son presto.

Ma nondimeno le muove un dubbio, dicendo: «Ma dimmi la cagion, che non ti guardi Dallo scender quaggiú in questo centro», pieno di scuritá e di pene eterne. E chiamasi «centro» quel punto il quale fa quella parte del sesto, il quale noi fermiamo quando alcun cerchio facciamo: e però chiama «centro» il corpo della terra, percioché, avendo riguardo alla grandissima larghezza della circunferenza del cielo e alla piccola quantitá del corpo della terra posta nel mezzo de' cieli, qui si può dire centro del cielo. «Dall'ampio loco», cioè dal cielo, «ove tornar tu ardi», cioè ardentemente disideri.

Al quale Beatrice dice cosí:—«Da poi che vuoi saper cotanto addentro», cioè sí profonda ed occulta cosa, «Dirotti brevemente—mi rispose—Perch'i' non temo di venir qua entro», in questo carcere cieco. «Temer si dee sol di quelle cose, C'hanno potenza di fare altrui male». Sí come Aristotile nel terzo dell'Etica vuole, il non temer le cose che posson nuocere, come sono i tuoni, gl'incendi e' diluvi dell'acque, le ruvine degli edifici e simili a queste, è atto di bestiale e di temerario uomo; e cosí temere quelle che nuocere non possono, come sarebbe che l'uomo temesse una lepre o il volato d'una quaglia o le corna d'una lumaca, è atto di vilissimo uomo, timido e rimesso. Le quali due estremitá questa donna tocca discretamente, dicendo esser da temere le cose che possono nuocere. «Dell'altre no», cioè quelle «che non son poderose» a nuocere, e che non debbon metter paura nell'uomo, il qual debitamente si può dir forte.

E quinci dimostra sé essere di quei cotali forti, dicendo: «Io son da Dio; sua mercé»: quasi dica: non per mio merito; fatta «tale», cioè beata, alla quale cosa alcuna noiosa, quantunque sia grande, non puote offendere; «Che la vostra miseria», cioè di voi dannati, «non mi tange», cioè non mi tocca, quantunque io venga qua entro; «Né fiamma d'esto incendio», il quale è qui. E per questa parola nota quegli del limbo essere in foco, quantunque nel quarto canto l'autore dica quelli, che nel limbo sono, non avere altra pena che di sospiri. «Non m'assale», cioè non mi si appressa.

«Donna è nel cielo». Vuole qui mostrare Beatrice non di suo proprio movimento mandare Virgilio al soccorso dell'autore, ma con divina disposizione, percioché in cielo alcuna cosa non si fa che dall'ordine della divina mente non muova; e perciò vuol mostrare che «Donna è lassú nel Ciel, che si compiange», cioè si rammarica. Né è questo da credere che in cielo sia, o possa essere alcuno rammarichío, ma conviene a noi da' nostri atti prendere il modo del parlare dimostrativo, a fare intendere gli effetti spirituali; e percioché l'effetto il quale seguí del venire Beatrice a Virgilio, venne da una clemenzia divina quasi mossa, come le nostre si muovono, per alcuno rammarichío; e però dice Beatrice, quella donna compiangersi, cioè mostrare una affezione dell'impedimento dell'autore, come qui tra noi mostra chi ha compassion d'alcuno. «Di questo impedimento, ov'io ti mando», cioè alla salute dell'autore; «Sí che duro», cioè stabile e fermo, «giudicio», cioè disposizione di Dio, «lassú», cioè in cielo, «frange», cioè s'apre; e dimostra come le marine onde, cacciate talvolta dall'impeto d'alcun vento, che vengono insino alla terra chiuse, e quivi frangendo s'aprono: e cosí sta chiusa ed occulta la divina disposizione, infino a tanto che di manifestarla bisogni.

«Lucia chiese costei», cioè questa donna chiese Lucia, «in suo dimando», cioè nel suo priego. Il senso di questa lettera, quantunque alquanto di sopra aperto n'abbia, non si può qui mostrare essere litterale, e però è da riserbare quando si tratterá l'allegorico. «E disse», questa donna:—«Ora ha bisogno il tuo fedele, Di te»; percioché è in grandissima tribulazione, per la paura la quale ha delle tre bestie, che il suo cammino impediscono; «ed io a te lo raccomando»;—volendo dire, poiché suo fedele era, che ella nel suo scampo s'adoperasse. «Lucia, nemica di ciascun crudele, Si mosse», udito questo, «e venne al loco dov'io era, Ch'i' mi sedea con l'antica Rachele». Rachele fu figliuola di Laban, fratello di Rebecca moglie d'Isach, e fu moglie di Giacob: la quale storia alquanto piú distesamente si racconterá appresso nel quarto canto di questo libro. «Disse:—Beatrice, loda», cioè laudatrice, «di Dio vera»; quasi voglia per questo intendere essere vere, e non lusinghevoli né fittizie, le parole con le quali Beatrice loda Iddio. «Che non soccorri quei che t'amò tanto», avanti che impedito fosse in quella valle tenebrosa, «Ch'uscí per te della volgare schiera?», cioè, che per piacerti, lasciati i riti del vulgo, si diede a costumi e a operazioni laudevoli. «Non odi tu la pièta», cioè l'afflizione, «del suo pianto», il quale egli fa nella diserta piaggia? «Non vedi tu la morte, che 'l combatte», cioè la crudeltá di quelle bestie, le quali con la paura di sé il combattono e conduconlo alla morte, «Su la fiumana»: qui chiama «fiumana» quello orribile luogo nel quale l'autore era da quelle bestie combattuto, quasi quegli medesimi pericoli e quelle paure induca la fiumana, cioè l'impeto del fiume crescente, il quale è di tanta forza, che dir si può «ove», sopra la quale, «'l mar non ha vanto?»—cioè non si può il mare vantare d'essere piú impetuoso o piú pericoloso di quella.

«Al mondo non fûr mai persone ratte», cioè fûr sollecite, «A far lor pro», loro utilitá, «ed a fuggir lor danno, Com'io», sollecitamente, «dopo cotai parole fatte, Venni quaggiú», in inferno, «del mio beato scanno», cioè del luogo mio, lá dove io in paradiso sedea, «Fidandomi del tuo parlare onesto»; qui ancora Beatrice onora Virgilio, dicendo il suo parlare essere onesto, il che di certi altri poeti non si può dire; «Che onora te», Virgilio; e non solamente te, ma ancora «e quei che udito l'hanno»,—e servato nella mente; percioché l'avere udito senza averlo servato, e poi ad esecuzione in alcuno laudevole atto non messo, non può avere onorato l'uditore. E mostra ancora in queste poche parole precedenti l'ardente sua affezione verso l'autore, acciò per quello faccia ancora piú pronto Virgilio al soccorso dell'autore.

«Poscia che m'ebbe», cioè Beatrice, «ragionato questo», che detto t'ho, «Gli occhi lucenti lagrimosi volse», per avventura verso il cielo, dove è qui da intendere che, detta la sua intenzione a Virgilio, si ritornò. E in questo lagrimare ancora piú d'affezion si dimostra, dimostrandosi ancora un atto d'amante, e massimamente di donna, le quali, come hanno pregato d'alcuna cosa la quale disiderino, incontanente lagrimano, mostrando in quello il disiderio suo essere ardentissimo. Per la qual cosa dice Virgilio: «Per che mi fece del venir piú presto: E venni a te», nella piaggia diserta, dove tu rovinavi lá dove il sol tace, «cosí come ella vòlse»; quasi voglia dire che altrimenti non sarei venuto. «Dinanzi a quella fiera», cioè a quella lupa ferocissima, «ti levai, Che del bel monte», sovra 'l qual tu vedesti i raggi del sole, «il corto andar ti tolse»; percioché, se davanti parata non ti si fosse, in brieve spazio saresti potuto sopra il monte essere andato; dove per lo suo impedimento, a volervi sú pervenire, ti convien fare molto piú lungo cammino.

«Dunque, che è?» cioè quale cagion'è, «perché, perché ristai?» di seguirmi; e reitera la interrogativa, per pungere piú l'animo dell'uditore; «Perché», cioè per qual cagione, «tanta viltá», quanta tu medesimo nelle tue parole dimostri, «nel cuor t'allette?», cioè chiami colla falsa estimazione, la qual fai delle cose esteriori; «Perché ardire e franchezza non hai?». E massimamente: «Poi che tali tre donne benedette», quali di sopra detto t'ho, cioè quella donna gentile, e Lucia e Beatrice, «Curan di te», cioè hanno sollecitudine di te e procuran la tua salute, «nella corte del cielo», nella quale sussidio non è mai negato ad alcuno che umilemente l'addomandi; e, oltre a ciò, «E 'l mio parlar», al quale tu dovresti dare piena fede, se tanto amore hai portato e porti alle mie opere (come davanti dicesti: «Vagliami 'l lungo studio e 'l grande amore», ecc.), «tanto ben ti promette?»—cioè di conducerti salvamente in parte, della qual tu potrai, se tu vorrai, salire alla gloria eterna.

«Quale i fioretti». Qui dissi cominciava la quinta parte di questo canto, nella quale l'autore, per una comparazione, dimostra il perduto ardire essergli ritornato e il primo proponimento. Dice adunque cosí: «Quale i fioretti», li quali nascono per li prati, «dal notturno gelo. Chinati, e chiusi»; percioché, partendosi il sole, ogni pianta naturalmente ristrigne il vigor suo; ma parsi questo piú in una che in un'altra, e massimamente nei fiori, li quali per téma del freddo, tutti, come il sole comincia a declinare, si richiudono: «poi che 'l sol gl'imbianca», con la luce sua, venendo sopra la terra. E dice «imbianca», per questo vocabolo volendo essi diventar parventi, come paiono le cose bianche e chiare, dove l'oscuritá della notte gli teneva, quasi neri fossero, occulti. «Si drizzan tutti»; percioché, avendo il gambo loro sottile e debole, gli fa il freddo notturno chinare, ma, come il sole punto gli riscalda, tutti si drizzano, «aperti in loro stelo», cioè sopra il gambo loro, «Tal mi fec'io», quale i fioretti, «di mia virtute stanca», per la viltá che m'era nel cuor venuta; «E tanto buono ardire al cuor mi corse», per li conforti di Virgilio, «Ch'io cominciai», a dire, «come persona franca», forte e disposta ad ogni affanno:—«O pietosa colei», cioè Beatrice, «che mi soccorse», col sollecitarti, e mandarti a me; «E tu», fosti, «cortese, che ubbidisti tosto Alle vere parole, che ti porse!»; percioché, dove venuto non fossi, io era veramente per perire. «Tu m'hai con disiderio il cuor diposto Sí al venir con le parole tue», cioè con i tuoi ùtili conforti e vere dimostrazioni, «Ch'io son tornato nel primo proposto», cioè di seguirti. «Or va', ch'un sol volere è d'amendue». Non si potrebbe in altra guisa bene andare, se non fosser la guida e 'l guidato in un volere. «Tu duca», quanto è nell'andare, «tu signore», quanto è alla preeminenza e al comandare, «e tu maestro»,—quanto è al dimostrare; percioché uficio del maestro è il dimostrare la dottrina e il solvere de' dubbi.

«Cosí gli dissi: e, poi che mosso fue». Qui comincia la sesta ed ultima parte di questo canto, nella quale l'autore mostra come da capo riprese il cammino con Virgilio. «Entrai», con Virgilio, «per lo cammino alto», cioè profondo, «e silvestro», percioché in quello luogo né albergo né abitazione alcuna si trovava.

II

SENSO ALLEGORICO

«Lo giorno se n'andava e l'aer bruno», ecc. È stato dimostrato dalla ragione, nella fine del precedente canto, qual via al peccatore tener gli convegna, per dover salire alla beata vita e partirsi della miseria della tenebrosa valle. Per la qual dimostrazione, essendosi esso messo dietro alla ragione in cammino, per continuarsi alle predette cose, discrive l'autore, nel principio di questo secondo canto, l'ora nella quale in questo cammino entrarono, la qual dice essere stata nel principio della notte. Sono adunque, intorno alla allegoria del presente canto, principalmente da considerare tre cose: delle quali è la primiera qual ragione possa essere per la quale esso di notte cominci il suo cammino; appresso è da vedere donde potesse nascere la viltá, la qual dimostra nel dubbio il quale muove a Virgilio; ultimamente è da vedere qual cagione movesse Virgilio, e perché del limbo, a venire nel suo aiuto. Percioché, veduto questo, assai chiaramente si vedrá per qual cagione da lui si rimovesse la viltá sua.

È adunque intenzione dell'autore di dimostrare nella prima parte, che dissi essere da considerare, che, quantunque l'uomo peccatore, tócco dalla grazia operante di Dio, abbia tanto di conoscimento ricevuto, ch'egli s'avvegga essere stato nelle tenebre della ignoranza, e per quello in pericolo di pervenire in morte eterna, e disideri di ritornare alla via della veritá e d'acquistare salute, e per questo messo si sia dietro alla guida della ragione, in lui da lungo sonno stata desta; non esser perciò incontanente tornato nello stato della grazia, [se altro non s'adopera. E perciò, accioché in quella tornar si possa, si vuole insiememente pregare Iddio col salmista, dicendo: «Domine, deduc me in iustitia tua: propter inimicos meos dirige in cospectu tuo viam meam»; e, oltre a questo, fare alcune altre cose, secondo la dimostrazione della ragione. E queste sono, come altra volta ho detto, il conoscere pienamente i difetti della vita passata, e di quegli pèntersi e dolersi, e appresso nelle braccia rimettersene della Chiesa, e al vicario di Dio confessarsene, disposto a satisfare. E, questo fatto, potrá veramente credere sé essere nello stato della grazia di Dio tornato, e le sue buone opere essere accettevoli e piacevoli nel cospetto suo e valevoli alla sua salute. Ma, infino a tanto che in questa grazia non è il peccatore ritornato, non può andare per la via della luce, ma va per le tenebre notturno. E perciò, per dovere tosto a quella grazia pervenire, dee il peccatore ingegnarsi di fare ogni atto meritorio: far limosine, l'opere della misericordia, usare alla chiesa, digiunare, orare, e simili cose adoperare; percioché, quantunque senza lo stato della grazia a salute non vagliano, sono nondimeno preparatorie a doversi piú prontamente e piú prestamente menare a meritare e ad avere la divina grazia.] E perciò, quantunque ad averla l'autore si disponga, percioché ancora non l'ha, ne dimostra il principio del suo cammino cominciarsi di notte.

Séguita di vedere, essendo l'autore giá entrato dietro alla ragione in cammino, donde potesse nascere in esso la viltá d'animo, la qual dimostra nel dubbio, il quale seco medesimo muove alla ragione: nel quale assai manifestamente mostra lui ancora nello stato della grazia non esser tornato, e per questo aver avuto in lui forza il sospettare de' consigli della ragione. Per la qual cosa in molti avviene che, in se medesimi raccolti, contro alle dimostrazioni della ragione disputano; e di questo, considerata la nostra fragilitá, non ci dobbiamo noi per avventura molto maravigliare. E la ragione può esser questa. Assai manifesta cosa è, eziandio in ciascun costante uomo, nel mutamento d'uno stato ad un altro alquanto gli uomini vacillare e stare in pendente, s'è il migliore o non è, dello stato nel quale si trova, trapassare ad un altro, o pure in quel dimorarsi. E non è alcun dubbio che, stando l'uomo in pendente, che ogni piccola sospinta il può muovere e farlo piú nell'una parte che nell'altra pendere. Avviene adunque che quegli, i quali, come detto è, seco talvolta raccolti sono, quantunque vere conoscano le dimostrazioni della ragione e santi i suoi consigli, nondimeno d'altra parte, ascoltando le lusinghe della blanda carne, i conforti del mondo, le persuasioni del diavolo, a poco a poco cacciando della mente loro il fervor preso del bene adoperare, non fermato ancora da alcun forte proponimento, intiepidiscono e divengon vili e timidi; avvisando, per li conforti de' suoi nemici, sé non dovere poter bastare a quello che il bene adoperare e lo stato della penitenza richiede. Per la qual viltá, se da solenne aiuto cacciata non è, assai leggiermente miseri volgiamo i passi e nella nostra morte ci ritorniamo. La qual cosa all'autore avvenia, se le pronte e vere dimostrazioni della ragione non l'avesser ritenuto e confortato a seguitar l'impresa.

Ultimamente dissi che era da vedere qual cagione movesse Virgilio, e perché del limbo, a venire in aiuto dell'autore: alla qual dimostrazione tiene questo ordine l'autore. E' pare essere assai manifesto che ciascheduno, il quale, dalla grazia operante di Dio tócco, si desta e vede la miseria nella quale le sue colpe l'hanno condotto, e, cacciate le tenebre della ignoranza, conosce in quanto mortal pericolo posto sia; che egli, dopo alcuna paura, disideri fuggire il pericolo e ricorrere alla sua salute: il che, non che l'uomo, ma eziandio ogni altro animale naturalmente procura. E questo assai bene apparisce l'autore aver cominciato a fare nel principio della presente opera, in quanto, desto e conosciuto il suo malvagio stato, ha cominciato a fuggire il pericolo, e mostra di disiderare di pervenire alla salute: e ora in questa parte ne mostra quale dee essere quello che ciascuno, il quale questo disidera, dee, sí come piú presto e piú al suo bisogno opportuno, fare. E ciò mostra dovere essere l'orazione; percioché non si può cosí prestamente ricorrere all'altre cose necessarie alla salute come a quella; e, come che ancora questo si potesse, non pare ben si proceda, se questa non va avanti. Alla quale eziandio la natura c'induce, sí come noi per esperienza veggiamo, percioché, incontanente che alcuna cosa sinistra veggiamo contro a noi muoversi, subitamente preghiamo per lo divino aiuto. La qual cosa per avventura vuol mostrar d'aver fatta l'autore in quelle parole del primo canto, dove dice: «Guardai in alto e vidi le sue spalle»; percioché atto è di coloro, li quali adorano, levare il viso al cielo, accioché in quell'atto parte della loro affezione dimostrino. E a questo, che noi oriamo e preghiamo ne' nostri bisogni, ne sollecita Gesú Cristo nell'Evangelio, dove dice: «Pulsate et aperietur vobis, petite et dabitur vobis». È il vero che l'orazione almeno queste due cose vuole avere annesse, fede e umiltá; percioché chi non ha fede in colui il quale egli priega, cioè ch'egli possa fare quello che gli è domandato, non pare orare, anzi tentare e schernire. La qual fede quanto fervente e ferma fosse, apparve nella femmina cananea, la quale, ancora che non fosse del popolo di Dio, nondimeno tanta fede ebbe in Gesú Cristo, che istantissimamente il pregò che liberasse la figliuola dal dimonio che la 'nfestava; e, non essendole da Cristo alcuna cosa risposto, la intera fede la fece ferma e costante di perseverare nel priego incominciato. Alla quale avendo Cristo risposto che non si volea prendere il pane dei figliuoli e darlo a' cani, non lasciando per questa repulsa, e sospignendola la sua fede, continuò nel pregare. E, avendo affermato quello, che Cristo avea detto, esser vero, disse:—Signor mio, e i cani, che si allevano nella casa, mangiano delle miche che caggiono della mensa del signor loro.—Volendo per questo dire:—Io cognosco che io non sono del popol tuo, il quale tu tieni per figliuolo, e perciò non debbo il pane de' tuoi figliuoli avere; ma io sono uno de' cani allevato in casa tua; non mi negare quello che a' cani si concede, cioè delle miche che caggiono dalla mensa tua.—La cui ferma fede conoscendo Cristo, non le volle, quantunque de' suoi figliuoli non fosse, negare la grazia addomandata; ma, rivolto a lei, disse:—Femmina, grande è la fede tua: va', e cosí sia fatto come tu hai creduto.—E quella ora fu dal dimonio liberata la figliuola di lei.

Vuole adunque l'orazione farsi con fede, e ancora, sí come voi vedete, con istanzia; percioché Cristo vuole alcuna volta essere sforzato, non perché la liberalitá sua sia minore, o men volentieri faccia l'addomandate grazie, ma per fare la nostra perseveranza maggiore e accioché piú caramente riceviamo quello che con istanzia impetriamo. Vuole ancora l'orazione esser umile, percioché alcuna nobiltá di sangue, né abbondanza di sustanze temporali, né magnificenza d'imperiale o di reale eccellenza la potrebbe di terra levare un attimo. L'umiltá sola è quella che l'impenna, e falla infine sopra le stelle volare e quella condurre agli orecchi del Signor del cielo e della terra. Gran forze son quelle dell'umiltá nel cospetto di Dio: e come che assai in ciascuna cosa che l'uom vorrá riguardare appaia, nondimeno mirabilmente il dimostrò nella sua incarnazione; percioché non real sangue, non etá, non bellezza, non simplicitá, ma sola umiltá riguardò in quella Vergine, nella quale Egli, di cielo in terra discendendo, incarnò e prese la nostra umanitá; sí come essa medesima Vergine testimonia nel suo cantico, quando dice: «Respexit humilitatem ancillae suae»; per che da questa parola degnamente essa medesima segue: «Deposuit potentes de sede et exaltavit humiles».

Fece adunque il nostro autore fedele ed umile orazione a Dio per la salute sua: la quale, sí come esso medesimo scrive, salí in cielo nel cospetto di Dio guidata dall'umiltá; percioché, come vedere abbiam potuto nel precedente canto, l'autore non solamente avea cacciata da sé la superbia, ma avea paura di lei e fuggivala. E come dobbiamo noi credere la pietosa e divota orazione guidata dall'umiltá essere ricevuta in cielo? Certo, non altrimenti che ricevuto fosse il figliuol prodigo dal pietoso padre, del quale il santo Evangelio ne dimostra. Fece il pietoso padre uccidere il vitello sagginato, fece parare il convito, fece chiamare gli amici, e con loro si rallegrò e fece festa di avere racquistato il suo figliuolo, il quale gli pareva aver perduto. Cosí si dee credere l'onnipotente Padre aver fatto in cielo, sentendo per la divota orazione colui alla via della veritá ritornare, il quale del tutto partito se n'era e ogni sua grazia avea dispersa e gittata via. Che festa ancora dobbiam credere averne fatta gli angeli di vita eterna? la letizia de' quali è maggiore sopra un peccatore che torni a penitenzia, che sopra novantanove giusti. Posta dunque l'orazione nel cospetto di Dio, quivi, dolendosi del malvagio stato di colui che la manda, priega; appresso e quello di che ella priega scrive l'autore, dicendo che ella chiede in sua dimanda Lucia e, come suo fedele e che ha di lei bisogno, a lei il raccomanda. E cosí dovemo intendere quella donna gentile essere la santa orazione fatta dal peccatore, e in questa parte dovemo intendere per Lucia la divina clemenza, la divina misericordia, la divina benignitá, la qual veramente è nimica di ciascun crudele, percioché in alcun crudele né pietá né misericordia si trova giammai.

Appare adunque per questo che l'orazione dell'autore addomandasse misericordia, per la qual sola noi possiamo, avendo peccato, nella grazia di Dio ritornare; percioché egli è tanta la indegnitá e la iniquitá del peccatore in adoperare contro a' comandamenti di Dio, che, se la sua misericordia non fosse, alcun nostro merito mai ci potrebbe nel suo amore ritornare.

Quinci, per le cose che seguitano, appare il Nostro Signore aver prestati benignamente gli orecchi della sua divinitá a' prieghi fatti dall'umile orazione, in quanto dice l'autore che Lucia, cioè la divina misericordia, chiamò Beatrice, cioè se medesima dispose a mettere in atto il priego ricevuto: il che appare, in quanto Beatrice, che quivi la grazia salvificante o vogliam dire beatificante s'intende, alla salute del pregante si dispose: il che dallo intrinseco della divina mente procedette. Grande è per certo, come dice san Gregorio, la virtú della orazione, la quale, fatta in terra, adopera in cielo: il che qui manifestamente appare, sí come al peccatore è dimostrato; percioché la forza della sua orazione ha rotto e annullato il duro giudicio di Dio, nel quale esso Iddio vuole che il peccatore sia punito; e l'umile orazione ha tanto potuto che, rotto questo giudicio, al peccatore, in luogo della pena, è conceduta misericordia; e non solamente misericordia, ma ancora preparatagli e mostratagli la via da pervenire a salvazione. Che adunque avviene? Che, per lo desiderio della salute sua, la divina bontá fa che, per la grazia salvificante, si muove Virgilio del limbo: il quale qui si prende per la ragione, per la quale noi siamo detti «animali razionali», o vogliam dire, per la grazia cooperante, o vogliam dire l'una e l'altra insieme; conciosiacosaché alcuno piú atto luogo in noi io non cognosca, dove la grazia cooperante mandatane da Dio si debba piú tosto ricevere che nella sedia della ragione; conciosiacosaché essa, dopo la grazia operante ben ricevuta, ogni bene in noi disponga e ordini, e con noi insieme adoperi.

E, a dichiarare come Virgilio del limbo sia mosso, è da sapere, come giá dicemmo, esser due mondi: l'uno si chiama il maggiore e l'altro il minore, sí come ne mostra Bernardo Silvestre in due suoi libri, de' quali il primo è intitolato Megacosmo da due nomi greci, cioè da «mega», che in latino viene a dire «maggiore», e da «cosmos», che in latino viene a dire «mondo»: e il secondo è chiamato Microcosmo, da «micros», greco, che in latino viene a dire «minore», e «cosmos», che vuol dire «mondo». E, ne' detti libri, ne dimostra il detto Bernardo il maggior mondo esser questo il quale noi abitiamo, e che noi generalmente chiamiamo «mondo», e il minor mondo esser l'uomo, nel quale vogliono gli antichi, sottilmente investigando, trovarsi tutti o quasi tutti gli accidenti che nel maggior mondo sono. Ed è del maggior mondo quella parte chiamata «limbo», la quale non ha sopra di sé altra cosa, che il cerchio della circunferenza della terra, o la estrema superficie della terra che noi vogliam dire. E, quantunque l'autore, secondo la sentenza litterale, mostri Virgilio essere nel limbo, [cioè nell'uno] del maggior mondo, non è da intendere che quindi fosse mossa la ragione da Beatrice, ma fu mossa dal limbo del mondo minore, cioè dalla piú eminente parte dell'uomo, la quale è il cerebro, sopra il quale nulla altra cosa è del nostro corpo, se non il cranio e la cotenna; percioché in quello fu da Dio locata la ragione. E questo, percioché ad essa è stata commessa la guardia di tutto il corpo nostro, e, oltre a ciò, il dominio a dovere regolare i movimenti della nostra sensualitá, sí come ad ottima distinguitrice delle cose nocive dall'utili. E convenevole cosa è che colui al quale è commessa la guardia d'alcuna cosa, che egli stea nella piú sublime parte di quella, accioché esso possa vedere e discernere di lontano ogni cosa emergente, e a quelle cose, che fossero avverse alla cosa la qual guarda, opporsi e trovar rimedio, per lo quale da sé le dilunghi: la qual cosa ne' sensati uomini ottimamente fa la ragione posta nella superiore parte di noi. Oltre a questo, come il savio re pone il suo real solio in quella parte del suo regno, nella qual conosce esser di maggior bisogno la sua presenza, accioché per questa si tolgan via le sedizioni e i movimenti inimichevoli, fu di bisogno la ragione esser posta nel cerebro, percioché qui vi è piú di pericolo che in tutto il rimanente del nostro corpo. E la ragione è, percioché nella nostra testa son gli occhi, gli orecchi, la bocca e tutti gli altri sensi del corpo, li quali con ogni istanzia nutricano il regno della ragione. E perciò, se loro vicina non fosse, potrebbon muovere cose assai dannose, dove dalla ragione sono oppresse e diminuite le forze loro. E questa sedia della ragione essere nel nostro cerebro, e perché quivi, ottimamente sotto maravigliosa fizione dimostra Virgilio nel primo dell'Eneida, dove dice:

Aeoliam venit: hic vasto rex Aeolus antro, ecc.,

e, appresso a questo, in piú altri versi.

È adunque nel limbo, cioè nella superior parte di questo minor mondo, la ragione, e quindi la muove la grazia salvificante in soccorso del peccatore. Il quale movimento non si dee altro intendere se non un rilevarla dallo infimo e depresso stato nel quale lungamente tenuta l'aveano l'appetito concupiscibile e irascibile, e, lei sotto i piedi delle loro scellerate operazioni tenendo, aveano occupata la sedia sua; e questo per tanto tempo, che essa, non potendo il suo oficio esercitare, era tacendo divenuta fioca, cioè nell'esser fioca dimostrava la lunghezza della sua servitudine: e, cosí rilevatala, in essa pone la grazia cooperante, e parala dinanzi allo smarrito intelletto del peccatore. E di questo non è alcun dubbio che noi, quante volte ci ravveggiamo delle nostre disoneste operazioni, tante per divina grazia ricominciamo ad essere uomini, i quali non siamo quanto nella ignoranza de' peccati dimoriamo: anzi, avendo la ragion perduta, siamo divenuti quegli animali bruti, a' quali, come altra volta è detto, sono i nostri difetti conformi. Il che se altra dottrina non ci mostrasse, spesse volte ne 'l mostrano le poetiche fizioni, quando ne dicono alcuno uomo essersi trasformato in lupo, alcuno in leone, alcuno in asino o in alcun'altra forma bestiale. E come la ragione dalla grazia salvificante è nella sua real sedia rimessa, fatta donna e consultrice e aiutatrice del peccatore, il toglie co' suoi ammaestramenti dinanzi a' vizi, li quali gli hanno tolta la corta salita al monte, cioè al luogo della sua salute. E «corta» dice, percioché agli uomini, li quali in istato d'innocenzia vivono, è il salire a questo monte leggerissimo, sí come il salmista ne mostra, lá dove dice: «Quis ascendet in montem Domini, aut quis stabit in loco sancto eius?». E rispondendo alla domanda, quello n'afferma che io dico, dicendo: «Innocens manibus et mundo corde, qui non accepit in vano animam suam, nec iuravit in dolo proximo suo»; ma a coloro diventa molto lunga, i quali ne' peccati miseramente vivono. E, oltre a questo, riprende e morde la viltá dell'animo di quegli, i quali, tirati dalle mollizie del mondo, del divino aiuto mostran di disperarsi; mostrando loro come, per loro [l']umile orazione, la misericordia di Dio e la grazia salvificante procurin per loro nel cospetto di Dio; mostrando ancora come sicuramente ad ogni affanno metter si possano, avendo sé, cioè, la grazia cooperante, con loro e in loro aiuto e consiglio.

Maraviglierannosi per avventura alcuni, e diranno:—A che era di bisogno che la grazia salvificante movesse o rilevasse la ragione nell'autore?—Alla qual domanda è la risposta prontissima. Vuole cosí la ragion delle cose che, negli atti morali, sí come questo è, noi non possiamo alcuna cosa bene adoperare né con ordine debito, se noi primieramente non cognosciamo il fine al qual noi dobbiamo adoperare; percioché la notizia di quello ha a causare i nostri primi atti, e di quindi ad ordinare quegli che appresso a' primi e susseguentemente deono seguire. Come comporrá il cirugico il suo unguento, o il fisico la sua medicina, se prima il cirugico non vede il malore, il fisico l'umore da purgare? Come dará il nocchiere la vela del suo legno a' venti, se esso primieramente non avrá conosciuto e disposto in qual contrada esso voglia pervenire? Come fará l'architetto fondare un edificio, o preparar la materia da edificarlo, se egli primieramente non sa che spezie d'edificio debba esser quello che far si dee? Conciosiacosaché altra forma e altro maestro voglia un tempio che un palagio reale, e altra forma il palagio che una casa cittadinesca. È adunque di necessitá primieramente cognoscere il fine, che noi pognamo alcuno nostro atto in opera. E perciò, se ben guarderemo, se il disiderio del peccatore è di salvarsi, esser la grazia salvificante causativa di quelle nostre operazioni, le quali a salute ci possan perducere; e di queste nostre operazioni conviene che sia dimostratrice e ordinatrice la ragione: e però la ragione è la prima cosa causata dalla grazia salvificante, la quale l'autor mostra in persona di Beatrice venire a muover Virgilio. E questo scendere non si dee intendere essere stato attuale; ma semplicemente la volontá di Dio, provocata dall'umile orazione del peccatore a misericordia, è causativa di questo rilevamento della ragione, in quanto in essa sta il concedere la grazia salvificante. Adunque, avvicinandosi alla conclusione, dico l'autore, per le riprensioni della ragione in lui ritornata, e per gli ammonimenti di lei, avere la viltá, presa da' malvagi conforti de' nostri nemici, posta giú e cacciata da sé; riprende, per lo sano consiglio della ragione, il vigore e la forza smarrita, e nel primo suo buono proponimento si ritorna, e, ad ogni fatica per acquistar salute disposto, con la ragione insieme riprende il cammino. E questa si può dire essere interamente l'esposizione allegorica del presente canto. Né sia alcuno sí poco savio, che creda queste cose, quantunque mostrino nel descriversi aver certe interposizioni di tempo, non doversi poter fare senza la dimostrata interposizione; percioché egli è possibile di muovere la divinitá, e d'aver veduto ciò che l'autore dee nello 'nferno vedere, e di pervenire alla porta di purgatorio, e ancora di salire in cielo, quasi in un momento, pure che la contrizione sia grande e il fervore della caritá ferventissimo e intero, come di molti abbiam giá letto essere stato.

CANTO TERZO

I
SENSO LETTERALE

[Lez. IX]

«Per me si va nella cittá dolente», ecc. In questo canto ne racconta l'autore come alla porta dello 'nferno pervenissero, e come dentro ad essa fosse da Virgilio menato, e quivi vedesse i cattivi miseramente afflitti, e ultimamente pervenissero al fiume d'Acheronte. E dividesi questo canto in due parti: nella prima mostra come alla prima porta dello 'nferno pervenisse, e dentro a quella fosse da Virgilio menato; nella seconda parte discrive quello che dentro della porta udisse e vedesse. E comincia quivi: «Quivi sospiri, pianti ed alti guai».

Adunque nella prima parte, continuandosi a quello che nella fine del precedente canto ha detto, cioè come con Virgilio entrasse in cammino, dice dove pervenne, cioè alla prima porta dell'entrata d'inferno; sopra la qual, dice, vide scritto: «Per me», cioè per entro me, «si va nella cittá dolente», cioè nella cittá di Dite, dolente in perpetuo per li dannati spiriti li quali dentro vi sono; della qual cittá, percioché pienamente se ne scriverá in questo libro appresso nel canto ottavo, qui non curo di dirne alcuna cosa; «Per me si va nell'eterno dolore», al quale dannati sono coloro li quali muoiono nell'ira di Dio; «Per me si va tra la perduta gente». Dice «perduta», percioché alcuna potenza di bene adoperare non è in loro; e questi cotali meritamente si posson dir perduti. «Giustizia mosse», a farmi: e la giustizia che 'l mosse fu la superbia del Lucifero, la quale meritò eterno supplicio; il quale Iddio volle tanto da sé dilungare, quanto piú si potea, e perciò, nel centro della terra gittatolo, quivi la sua prigione fece, e volle quella similmente esser prigione di tutti quegli li quali contro alla sua deitá operassero; «il mio alto Fattore», cioè Iddio; «Fecemi la divina Potestate», cioè Iddio Padre, al quale è attribuita ogni potenza; «La somma Sapienzia», cioè il Figliuolo, il quale è sapienza del Padre, «e 'l primo Amore», cioè lo Spirito santo, il quale è perfettissima caritá, igualmente moventesi dal Padre e dal Figliuolo. E cosí appare questa porta essere stata fatta dalla Trinitá è a dimostrare che chi offende in alcuna cosa Iddio offenda queste tre persone, e perciò da tutte e tre essere quello luogo composto, dove gli offenditori in perpetuo fuoco sono dannati.

«Dinanzi a me», porta, «non fûr cose create Se non eterne». Cosí mostra questo luogo essere stato prima creato da Dio che fosse creato l'uomo, il quale, quanto è al corpo, non è eterno; e che fosse creato poi che fu creato il cielo e la terra e gli angioli, i quali sono eterni. [E percioché come parte degli angioli peccarono, che peccarono prima che l'uomo fosse fatto, fu, come detto è, di presente creato questo luogo in lor prigione e supplicio; quantunque i santi tengano questo aere tenebroso essere pieno di quegli, come appresso piú distesamente alquanto si dirá.] E in quanto l'autore dice qui «eterne», favella di licenza poetica impropriamente, come assai spesso si fa: percioché l'essere eterno a cosa alcuna non s'appartiene, se non a quella la quale non ebbe principio né dee aver fine, e questa è solo Iddio; gli angioli e le nostre anime, e certe altre creature da Dio immediatamente create, e quantunque mai fine aver non debbano, percioché ebber principio, non si deono propriamente parlando dire «eterne», ma «perpetue». «Ed io eterna duro», sí come opera creata da Dio senza alcun mezzo; percioché per li dottori si tiene ciò, che immediatamente fu o sará creato da Dio, è eterno. «Lasciate ogni speranza, o voi ch'entrate», dentro di me, «quia in inferno nulla est redemptio», se ciò di potenza assoluta Iddio non facesse, come fece de' santi padri, li quali ne trasse quando giá risuscitato da morte spogliò il limbo.

«Queste parole», sopra dette, «di colore oscuro», conforme alla qualitá del luogo nel quale per quella porta s'andava, «Vid'io scritte al sommo d'una porta», cioè a quella per la quale in inferno s'entrava; «Perch'io» (supple) dissi:—«Maestro», Virgilio; e ben fa qui a chiamarlo «maestro», percioché a' maestri si vogliono muovere i dubbi e da loro aspettar le chiarigioni; «Il senso lor», cioè quello che dir vogliono, «m'è duro»,—cioè malagevole ad intendere.

«E quegli», cioè Virgilio, «a me» (supple) rispose, «come persona accorta», cioè intendente:—«Qui», cioè in questa entrata, «si convien lasciare ogni sospetto», accioché sicuro si vada; «Qui si convien ch'ogni viltá», d'animo, «sia morta», cioè cacciata da colui il quale vuole entrare qua dentro. E son queste parole prese dal sesto dell'Eneida, dove la Sibilla dice ad Enea:

Nunc animis opus, Aenea, nunc pectore firmo.

«Noi siam venuti al luogo ov'io t'ho detto», cioè all'inferno, del quale vicino al fine del primo canto gli disse; «Che vederai le genti dolorose, C'hanno perduto», per li lor peccati, «il ben dell'intelletto»,—cioè Iddio, il quale è via, veritá e vita: [e il ben dell'intelletto è la veritá, per la quale tutti per diverse vie ci fatichiamo, e pochi alla notizia di quella pervengono].

«E poi che la sua mano alla mia pose Con lieto viso, ond'io mi confortai». Qui assai manifestamente n'ammaestra l'autore con che viso noi dobbiamo mettere, chi ne segue, nelle dubbiose cose; e dice che dee esser con lieto, percioché dal viso lieto del duca prende conforto e sicurtá chi segue, dove, non avendolo lieto, coloro che a lui riguardano assai leggiermente impauriscono e diventano vili: come noi leggiamo le legioni romane, da' contrari auspizi e dal viso di Flaminio consolo turbato, invilite, da Annibale allato al lago Trasimeno essere state sconfitte. Dice adunque di sé l'autore che, vedendo nell'entrata di cosí dubbioso luogo lieto Virgilio, egli si confortò tutto.

«Mi mise dentro alle segrete cose». Segrete sono in quanto agli occhi mortali manifestar non si possono, percioché cosí i tormenti, come i tormentati e i tormentatori ancora tutti, son cose spirituali e invisibili a noi, e quinci segrete; quantunque gli effetti di quelle, secondo che mostrar si possono per iscritture e per ammaestramenti di santi uomini, tutto il dí ci sieno aperti e palesati.

«Quivi sospiri, pianti ed alti guai». Qui incomincia la seconda parte del presente canto, nella qual dissi che si discrivea quello che l'autore nella entrata dello 'nferno avea veduto e udito. E dividesi questa parte in sette: percioché nella prima l'autor pone molti dolorosamente dolersi; nella seconda gli dichiara Virgilio chi questi sieno che cosí si dolgono; nella terza discrive l'autore la pena dalla quale questi son tormentati; nella quarta dice l'autore sé aver vedute molte anime correre ad un fiume; nella quinta dice sé essere a questo fiume pervenuto, e non averlo voluto passare dall'altra parte un nocchiere, che tutti gli altri in una sua barca passava; nella sesta gli apre Virgilio perché Carón non l'ha voluto passare; nella settima ed ultima mostra l'autore sé, per un tremor della terra e poi da un baleno, essere stato vinto e caduto. La seconda comincia quivi: «Ed egli a me:—Questo misero modo»; la terza quivi: «Ed io che riguardai»; la quarta quivi: «E poi ch'a riguardare»; la quinta quivi: «Ed ecco verso noi»; la sesta quivi: «Figliuol mio,—disse»; la settima ed ultima quivi: «Finito questo».

Dice adunque cosí: «Quivi», cioè nella prima entrata dello 'nferno, «sospiri, e pianti». «Pianto» è quello che con rammarichevoli voci si fa, quantunque il piú i volgari lo 'ntendano ed usino per quel pianto che si fa con lacrime. «E alti guai»: questi appartengono ad ogni spezie di dolore e massimamente a quello che con altissime voci e dolorose si dimostra; «Risonavan per l'aere senza stelle», cioè oscuro, ed al cospetto del cielo chiuso, «Perch'io, al cominciar, ne lagrimai». Ecco una delle fatiche dell'animo, la quale predisse nel cominciamento del secondo canto gli s'apparecchiava. «Diverse lingue», cioè diversi idiomi, per la diversitá delle nazioni dell'universo, le quali tutte quivi concorrono; «orribili favelle», cioè spaventevoli, come son qui tra noi quelle de' tedeschi, li quali sempre pare che garrino e gridino, quando piú amichevolmente favellano; «parole di dolore», cioè significanti dolore, «accenti d'ira»; accento è il profferere, il quale facciamo alto o piano, [acuto o grave o circunflesso;] ma qui dice che erano d'ira, per la quale si sogliono molto piú impetuosi fare che, senza ira parlando, non si farieno; «Voci alte», per le punture della doglia, «e fioche»; suole l'uomo per lo molto gridare affiocare; «e suon di man», come soglion far le femmine battendosi a palme, «con elle», cioè con quelle voci: le quali cose intra sé diverse, non melodia, come soglion fare le voci misurate, ma «Facevano un tumulto», cioè una confusione; «il qual s'aggira»; percioché il luogo è ritondo, ed essendo da quel tumulto l'aere percosso, e non avendo alcuna uscita, è di necessitá che per lo luogo s'aggiri e prenda moto circulare; «Sempre in quell'aria, senza tempo tinta», cioè mutata per contrarietá di venti o d'altro accidente, «Come la rena quando turbo spira». Dimostra qui l'autore, per una breve comparazione, il moto di quel tumulto, come sopra dissi, esser circulare, e di quella forma che noi veggiamo talvolta muovere in cerchio la polvere sopra la superficie della terra; e questo massimamente avvenire, quando un vento, il quale si chiama da' suoi effetti «turbo», spira. Il quale non pare avere alcuno ordinato movimento, come gli altri hanno, percioché non viene da diterminata parte, ma essendo la esalazion calda e secca, ché dalla terra surge in alto, pervenuta alla freddezza d'alcun nuvolo, e da quella a parte a parte cacciata, diviene vento; il quale, lá dove s'ingenera, prende moto circulare, e per questo non è universale, anzi è solamente in quella parte dove generato è, intanto che in una medesima piazza noi il vedremo in una parte di quella e non in un'altra; e, percioché la esalazione è a parte a parte repulsa dal nuvolo, il veggiam noi per certi intervalli far queste circulazioni sopra la terra. E questo vento, come noi il chiamiamo «turbo», Aristotile il chiama «tifone» nella sua Meteora, dove chi vuole può pienamente vedere di questa materia.

«Ed io, ch'avea d'orror», cioè di stupore, «la testa cinta», cioè intorniata; e questo dice per lo moto circulare di quel tumulto; «Dissi:—Maestro, che è quel ch'io odo?», che fa questo tumulto, «E che gent'è», questa, «che par nel duol sí vinta?»,—secondo che le loro voci manifestano.

«Ed egli a me». In questa seconda parte della sua divisione dichiara Virgilio all'autore chi sien costoro de' quali esso dimanda. «Ed egli», cioè Virgilio, «a me» (supple) rispose:—«Questo misero modo», il quale tu odi e del quale tu se' stupefatto, «Tengon l'anime triste di coloro, Che visser senza infamia», d'alcuna loro malvagia operazione, percioché, quantunque buone non fossero, erano intorno a sí bassa e misera materia, che di sé non davano alcuna cagion di parlare, e perciò si può dire che senza infamia vivessero; «e senza lodo», cioè senza fama, percioché, come del loro male adoperare è detto, il simigliante dir si può se alcun bene adoperavano.

Ma da vedere è che gente questa può essere. E, se io estimo bene, questa mi pare quella maniera d'uomini, li quali noi chiamiamo «mentacatti» o vero «dementi», li quali, ancora che abbiano alcun senso umano, per molta umiditá di cerebro hanno sí il vigore del cuore spento, che cosa alcuna non ardiscono d'adoperare degna di laude, anzi si stanno freddi e rimessi, ed il piú del tempo oziosi, quantunque talvolta sospinti sieno dal disiderio di dovere alcuna cosa adoperare; di che quello segue che l'autore ne dice, cioè «Che visser senza infamia e senza lodo».

«Mischiate sono», queste misere anime, «a quel cattivo coro». «Coro» [si dice propriamente un'adunazion d'uomini, li quali in figura di cerchio sieno congiunti insieme; o «coro» è detto quello luogo nel quale stanno nelle chiese coloro che cantano, il quale ha figura di mezzo cerchio: e qui si potrebbe prendere per ciascuno di questi due significati, percioché, considerato il movimento di questi spiriti, il quale è circulare, come appresso si dimostrerá, si può il loro dir «coro»; e se per altro significato il vorrem prendere, quello di costoro potrem dire «coro», cioè loro essere ordinati a modo di coro, ma non a cantare, anzi a piangere miseramente e in eterno.] «Cattivo» il chiama per la similitudine, la quale hanno quegli spiriti con queste anime de' cattivi, le quali con loro son mischiate; e in tanto sono lor simili, in quanto non seppero diliberare che farsi nel tempo della rebellione del Lucifero, ma si stettero freddi e timidi, senza diliberare di tenersi con Dio come doveano, o di seguire il Lucifero come non doveano.

«Degli angeli». Questo nome angelo è derivato da un nome greco, cioè «aggelos», il quale in latino viene a dire «nunzio» o «ambasciadore» o «messo»: e percioché essi quello oficio appo il diavolo fanno, cioè d'esser mandati, che appo Iddio fanno i buoni angeli, quel nome antico d'angeli ritenuto s'hanno e ritengono, quantunque sieno divenuti dimòni [e, secondo che alcun santo vuole, questo nome non è loro attribuito giammai, se non quanto sono in alcuna commissione loro fatta da Dio; la qual finita, non si chiama piú angelo, ma spirito beato].

«Che non furon ribelli», (supple) a Dio, «Né fûr fedeli a Dio, ma per sé fôro»: non tenner costoro né con Dio né col diavolo.

[Ed accioché qui alcuno per men che bene intendere non errasse, è da sapere non essere state che due maniere di angeli, sí come il Maestro ne dimostra nel secondo delle Sentenzie, e di queste due l'una non peccò, e però appresso a Dio si rimase in paradiso; l'altra che peccò, tutta fu gittata fuori di paradiso, e cadde, e questo aere tenebroso propinquo alla terra riempié; e questo affermano i santi esserne pieno. E da questi talvolta muovono le tempeste e le impetuose turbazioni che nell'aere sono e in terra discendono; e da questi dicono noi essere tentati e stimolati, e venire quelle illusioni dalle quali i non molto savi son talvolta beffati e scherniti. Concedono nondimeno talvolta di questi dimòni discenderne in inferno ad infestare e tormentare l'anime dei dannati; affermando questi cotali spiriti immondi al dí del giudicio tutti dovere dalla divina potenza essere racchiusi in inferno. Ora] pare qui che all'autor piaccia questi malvagi angeli essere di due spezie divisi: delle quali vuole l'una aver men peccato che l'altra, in quanto mostra questa spezie, che men peccò, vicina alla superficie della terra essere rilegata; [e percioché la giustizia di Dio secondo piú e meno punisce, non intende costoro al dí del giudicio dover essere da Dio nel profondo inferno rilegati, come saranno gli altri che molto piú peccarono.]

E però vuolsi questa lettera che segue leggere in questo modo: «Cacciangli i cieli», da sé: e segue incontanente la ragione perché, cioè «per non esser men belli»; percioché i cieli sono bellissimi, ed intra l'altre loro singulari bellezze hanno che in essi alcuna macula di colpa non si truova, percioché in essi alcuna cosa non si riceve se non purissima, ed essi furono purissimi creati da Dio; per che segue, se essi ricevessero questa spezie d'angeli, la quale è viziosa, essi maculerebbono la lor bellezza: e perciò, accioché questo non avvenga, essi gli scacciano e dilunganli da loro. «Né il profondo inferno gli riceve» [cioè riceverá; e ponsi qui il presente per lo futuro, percioché, altrimenti leggendosi o intendendosi, parrebbero le spezie degli angeli esser tre, la qual cosa sarebbe contro alla cattolica veritá]; e dice «il profondo», a differenza del luogo dov'e' sono in inferno, che veggiamo gli pone nella piú alta parte di quello. E appresso mostra la cagione perché dal profondo inferno ricevuti non sieno, dicendo: «Ch'alcuna gloria», cioè piacere, «i rei», angeli, li quali manifestissimamente furon ribelli, «avrebber d'elli»,—veggendoli in quel medesimo supplicio ch'essi [saranno]. E cosí appare non essere opera de' ministri infernali che questi angeli non sieno nel profondo inferno, ma della giustizia di Dio, la quale non patisce che di cosa alcuna quegli spiriti maledetti possano avere alleggiamento della pena loro.

«Ed io:—Maestro», (supple) dissi, «che è tanto greve», cioè qual tormento, «A lor, che lamentar gli fa sí forte?»—cioè sí amaramente. «Rispose», cioè Virgilio:—«Dicerolti molto breve».

E dice cosí: «Questi», cattivi, che tu odi cosí dolersi, «non hanno speranza di morte», percioché manifesto è loro l'anime essere eterne; «E la lor cieca vita», senza alcuna luce di merito, «è tanto bassa», cioè tanto depressa, avendo riguardo che in inferno sieno dannati in eterno, e su nel mondo di loro alcuna memoria non sia, e quasi sieno come se stati non fossero; «Che invidiosi son d'ogni altra sorte», di peccatori, quantunque di gravissimi supplici tormentati sieno. Per che chiaro comprender si può costoro essere miserissimi, poiché di ciascuno, quantunque misero, invidiosi sono, conciosiacosaché invidia non si soglia portare se non a migliore o a piú felice di sé. «Fama di loro» [che cosa sia fama, è mostrato di sopra nella esposizione della lettera del precedente canto] «il mondo», cioè il costume de' mondani, il quale è solamente i segnalati uomini far famosi, «esser non lassa», percioché furono torpenti e miseri e freddi; «Misericordia e giustizia gli sdegna»; e questo percioché le loro opere non furon tali, che impetrar misericordia per quelle sapessero o potessero, per la quale sarebbero stati elevati alla gloria eterna; e furon sí vili e sí dolorose, che giustizia gli sdegna, cioè non cura di doverli tra le piú gravi colpe dannare, quantunque in quelle per mentacattaggine forse peccassero; ma, sí come morti senza la grazia di Dio, gli lascia quivi, come gittati da sé, miseramente dolersi, come miseramente vissero. [E questa seconda cagione è troppo piú ponderosa che la primiera, e piú gli prieme; e per questa si manifesta loro sentire quanto la lor vita sia vile.] E questa è la cagione perché, come l'altre anime de' peccatori, non vanno a passare il fiume d'Acheronte, quantunque nondimeno in inferno sieno, lá dove sono. «Non ragioniam di lor»; quasi voglia dire che il ragionar di cosí fatta spezie di genti è un perder tempo; «ma guarda», se t'aggrada di vedere la lor pena, e, guardando, «passa»—e lasciagli stare. E questo riguardare gli concede Virgilio, non in contentamento dell'autore, ma in dispetto de' riguardati, li quali noia sentono, vedendo la lor miseria essere da alcuno veduta o conosciuta.

«Ed io che riguardai», secondo m'avea conceduto Virgilio: e qui discrive la qualitá della loro afflizione, per la quale sí amaramente si dolgono: «vidi una insegna, Che girando», cioè in giro andando, «correva», cioè correndo era portata, «tanto ratta», cioè sí velocemente, «Che d'ogni posa mi pareva indegna. E dietro le venia», a questa insegna, «sí lunga tratta», cioè sí gran quantitá, «Di gente», d'anime state di gente, «ch'io non avrei creduto», avanti che io avessi veduto questo, «Che morte tanta n'avesse disfatta», cioè uccisa. E dice «disfatta», percioché la morte non è altro che la separazione dell'anima dal corpo, la quale per la morte separandosi, resta questa composizione dell'anima e del corpo, le quali insieme fanno l'uomo, essere disfatta; percioché, dopo cotale dipartimento, colui, che prima era uomo, non è poi piú uomo.

«Poscia ch'io v'ebbi», guardando, «alcun riconosciuto», il quale non nomina, percioché, se egli il nominasse, qualche fama o infamia gli darebbe (il che sarebbe contro a quello che di sopra ha detto, cioè: «Fama di loro il mondo esser non lassa» ecc.), «Vidi, e conobbi l'ombra di colui, Che fece per viltate il gran rifiuto». Chi costui si fosse, non si sa assai certo; ma, per l'operazione la quale dice da lui fatta, estiman molti lui aver voluto dire di colui il quale noi oggi abbiamo per santo, e chiamiamlo san Piero del Morrone, il quale senza alcun dubbio fece un grandissimo rifiuto, rifiutando il papato. E dicesi lui a questo rifiuto essere in questa maniera pervenuto, che, essendo egli semplice uomo e di buona vita nelle montagne del Morrone in Abruzzo sopra Selmona in atto eremitico, egli fu eletto papa in Perugia, appresso la morte di papa Niccola d'Ascoli; ed, essendo il suo nome Piero, fu chiamato Celestino. La cui semplicitá considerando messer Benedetto Gatano cardinale, uomo avvedutissimo e di grande animo e disideroso del papato, astutamente operando, gl'incominciò a mostrare che esso in pregiudicio dell'anima sua tenea tanto oficio, poiché a ciò sofficiente non si sentía. Alcuni voglion dire ch'esso usò con alcuni suoi segreti servidori, che la notte voci s'udivano nella camera del predetto papa, le quali, quasi d'angeli mandati da Dio fossero, dicevano:—Renunzia, Celestino! renunzia, Celestino!—Dalle quali mosso, ed essendo uomo idiota, ebbe consiglio col predetto messer Benedetto del modo del poter renunziare. Il quale gli disse:—Il modo sará questo, che voi farete una decretale, nella quale si contenga che il papa possa nelle mani de' suoi cardinali renunziare il papato.—Il quale come a doverla fare il vide disposto, essendo essi in Napoli, segretamente fu col re Carlo secondo, re di Cicilia, a cui stanza il detto papa poco davanti avea fatti dodici cardinali, e apertogli l'animo suo, gli promise d'aiutarlo con ogni forza della Chiesa nella guerra sua di Cicilia, dove facesse che, rifiutando Celestino il papato, esso facesse che i dodici cardinali, fatti a sua stanza, gli dessero le boci loro nella elezione: la qual cosa il re gli promise. Laonde esso, con alcuni altri cardinali italiani, sotto certe promessioni, ordinato questo medesimo, adoperò che il papa pronunziò la legge del dover potere rinunziare il papato: e il dí di santa Lucia, essendo stato cinque mesi e alcun dí papa, venuto co' papali ornamenti in concistoro, in presenza de' suoi cardinali pose giú la corona e il papale ammanto, e rifiutò al papato. Di che poi seguí che la vilia di Natale messer Benedetto predetto fu eletto papa e chiamato Bonifazio ottavo. Il quale ivi a poco tempo, percioché vedeva gli animi di molti inchinarsi ad avere nel detto frate Piero, quantunque rinunziato avesse, divozione come in vero papa, fece il predetto frate Piero chiamare dal monte Sant'Agnolo in Puglia, dove per divozione andato n'era, e quindi, secondo che alcuni affermano, era disposto di passarsene in Ischiavonia, e quivi in montagne altissime e salvatiche finire in penitenzia i dí suoi; il fece chiamare, e fecenelo andare alla ròcca di Fumone, e quivi tennelo mentre visse; ed, essendo morto, il fece in una piccola chiesicciuola fuori della ròcca, senza alcuno onore funebre, seppellire in una fossa profondissima, accioché alcuno non curasse di trarne giammai il corpo suo.

Pare adunque l'autore qui volere lui, per questa viltá d'animo, in questa parte superiore dello 'nferno tra' cattivi esser dannato. Sono per questo alcuni che riprendono l'autore, dicendo lui qui avere errato e detto contro a quello articolo che si canta nel Simbolo, cioè: «Et in unam sanctam catholicam et apostolicam Ecclesiam»; in quanto dice contro a quello che la Chiesa di Dio ha diliberato, cioè questo frate Piero essere santo, ed egli, mostrando di non crederlo, il mette tra' dannati. Alla quale obiezione è cosí da rispondere: che, quando l'autore entrò in questo cammino, il quale egli discrive, e nel qual dice aver veduta e conosciuta l'ombra di colui che fece per viltá il gran rifiuto, questo san Piero non era ancora canonizzato; percioché, sí come apparirá nel vigesimoprimo canto di questo libro, l'autore entrò in questo cammino nel MCCCI, e questo santo uomo fu canonizzato molti anni dopo, cioè al tempo di papa Giovanni vigesimosecondo: e però, infino a quel dí che canonizzato fu, fu lecito a ciascuno di crederne quello che piú gli piacesse, sí come è di ciascuna cosa che dalla Chiesa diterminata non sia; e per conseguente l'autore non fece contro al predetto articolo, ma farebbe oggi chi credesse quello esser vero.

Altri voglion dire questo cotale, di cui l'autore senza nominarlo dice che fece il gran rifiuto, essere stato Esaú, figliuolo d'Isac. Il quale, essendo primogenito di Isac, come nel Genesi si legge, percioché innanzi a Iacob, con lui ad un parto nascendo, uscí dal ventre della madre; ed aspettando a lui, per questa ragione, la benedizione del padre quando a morte venisse, secondo che a quegli tempi s'usava; tornando un dí da cacciare, ed avendo grandissimo desiderio di mangiare, trovò Iacob suo fratello avere innanzi una minestra di lenti, le quali la madre gli aveva cotte, e domandogliele: Iacob rispose che non gliele darebbe, se egli non rifiutasse alle ragioni della sua primogenitura e concedessele a lui; per la qual cosa Esaú, tirato dall'appetito del mangiare, rifiutò ogni sua ragione e concedettela a Iacob. E per questo voglion dire l'autore intender d'Esaú, e lui vuol dire aver fatto il gran rifiuto. La qual cosa né la nego né l'affermo. So io bene, secondo che nel Genesi si legge, Esaú fu reo e malizioso e fattivo uomo, e non fu semplice né mentacatto, e fu grande e potente uomo e padre di molte nazioni.

«Incontanente», come veduto ebbi e riconosciuto costui, «intesi», dalla sua viltá, «e certo fui, Che questa», che cosí correva dietro a quella insegna, «era la setta dei cattivi, A Dio spiacenti ed a' nemici sui», cioè a' demòni; quasi voglia dire: come a Domenedio piace l'uomo il quale s'esercita sempre in bene adoperare, «quia non sufficit abstinere a malo, nisi faciat quis quod bonum est»; cosí dispiacciono a' demòni coloro che son pigri, oziosi e tardi, e non si esercitano in male adoperare.

«Questi sciaurati». Questo vocabolo è disceso dall'antico costume de' gentili, li quali nelle piú lor cose seguivano gli augúri, cioè quelle significazioni che dal volato e dal garrito degli uccelli, qual buona e qual malvagia, secondo le dimostrazioni di quella facultá, scioccamente prendevano; laonde quelli che malo augurio avevano, erano chiamati «sciagurati»; il qual vocabolo oggi appo noi suona «sventurati». «Che mai», cioè in alcun tempo, «non fur vivi», quanto è ad operazioni spettanti ad uomini, li quali si dican vivere. «Erano ignudi»: questo medesimo si può dire di tutti i dannati, i quali non solamente son privati di vestimenti, ma di consolazione e di riposo; «e stimolati molto», trafitti, «da mosconi e da vespe, ch'eran ivi», cioè in quel luogo. «Elle», cioè i mosconi e le vespe, «rigavan lor di sangue», il quale delle trafitture usciva, «il volto». Chiamasi la faccia dell'uomo «volto», in quanto per quella il piú delle volte si discerne quello che l'uom vuole: e cosí si diriverá da «volo vis», che sta per «volere». «Che mischiato di lagrime, a' lor piedi, Da fastidiosi vermi era ricolto», questo sangue mescolato con le lagrime de' miseri cattivi.

«E poi che a riguardare». Qui comincia la quarta parte della suddivisione della seconda parte di questo canto, nella quale, poi che discritta ha la pena dei cattivi, dice aver vedute molte anime tutte correre ad un fiume. «E poi», che veduta la miseria de' cattivi, «che a riguardare oltre mi diedi», cioè piú avanti: il general costume degli uomini pone, li quali, conciosiacosaché tutti siam vaghi di veder cose nuove, sempre oltre alle vedute sospigniamo gli occhi; «Vidi gente alla riva d'un gran fiume, Perch'io dissi:—Maestro», a Virgilio,«or mi concedi, Ch'io sappia quali e' sono», quegli ch'io veggio, «e qual costume Le fa di trapassar», il fiume, «parer sí pronte», cioè volenterose, «Com'io discerno per lo fioco lume»,—cioè per lo non chiaro lume; percioché, sí come l'esser fioco impedisce la chiaritá della voce, cosí le tenebre impediscono la chiaritá della luce. «Ed egli», cioè Virgilio, «a me» (supple) rispose:—«Le cose», delle quali tu domandi, «ti fien cónte», cioè manifeste, «Quando fermerem li nostri passi», lá pervenuti, «Su la trista riviera d'Acheronte».—

Secondo che scrive Pronapide nel suo Protocosmo, Acheronte è un fiume infernale, il quale dice che in una spelunca, la quale è nell'isola di Creti, nacque della prima Cerere figliuola di Celio; e, vergognandosi di venire in publico, per certe fessure della terra se ne discese in inferno. Sotto questa fizione è da intendere questo: come altra volta dissi, Titano e i figliuoli combatterono con Saturno, e presero lui e la moglie; per la qual cosa Cerere, figliuola di Celio, percioché confortato avea Saturno che non rendesse il regno a Titano, temendo di lui, si fuggí in Creti, tanto dolente, quanto piú esser poteva, di ciò che avvenuto era a Saturno, e quivi si nascose. E poi, sentendo che Giove aveva vinto Titano, e liberato Saturno e la moglie di prigione, non altrimenti che la femmina depone il peso del ventre suo partorendo, cosí Cerere, posto in questo luogo, dove occulta dimorava, ogni dolore giú ed ogni amaritudine, uscí in publico lieta. E da questo dolor posto giú fu data la materia alla fizione: quasi voglia dire il dolore essersi tornato al suo principio, cioè al luogo del dolore in inferno. E questo discrive in forma di fiume, a dimostrare la quantitá essere stata grande del dolore. Ma il nostro autore gli dá, fingendo, altra origine: percioché, sí come apparirá nel quattordicesimo canto del presente libro, egli mostra questo fiume e gli altri infernali nascere di gocciole d'acqua che caggiono di fessure, le quali dice essere in una statua di piú metalli, dritta nell'isola di Creti: e quivi piú a pieno se ne tratterá, e di questo e degli altri.

«Allor con gli occhi vergognosi e bassi, Temendo no 'l mio dir gli fosse grave», cioè noioso, «Infino al fiume», d'Acheronte, «di parlar mi trassi», cioè senza parlare mi condussi.

«Ed ecco verso noi». Questa è la quinta parte della suddivisione del presente canto, nella quale l'autore mostra un dimonio venire verso loro in una nave e passar gli altri, e lui non aver voluto passare. Ed è questa parte presa da Virgilio, dove nel sesto dell'Eneida scrive:

Portitor has horrendus aquas et flumina servat terribili squalore Charon, ecc.

per ben ventun verso. Dice adunque: «Ed ecco verso noi venir per nave Un vecchio bianco per antico pelo», [il quale per altro sarebbe paruto nero, se gli anni non l'avessero fatto divenir canuto, percioché la gente volgare stimano che il diavolo sia nero, percioché i dipintori dipingono Domeneddio bianco; ma questa è sciocchezza a credere, percioché lo spirito essendo cosa incorporea, non può d'alcun colore esser colorato;] «Gridando:—Guai a voi, anime prave!», cioè malvage. «Non isperate mai veder lo cielo»: il che vuole che elle intendano, in perpetuo quindi non dovere uscire. «Io vegno per menarvi all'altra riva», di questo fiume, «Nelle tenebre eterne, in caldo e 'n gielo. E tu, che se' costí, anima viva», volgendo il suo parlare all'autore, «Pártiti da cotesti, che son morti»;—quasi voglia dire: percioché con loro tu non déi né puoi passare. «Ma, poi ch'e' vide ch'io non mi partiva», per suo comandamento, «Disse:—per altra via», che per questa, «per altri porti, Verrai a piaggia, non qui», donde io levo l'altre, «per passare», dall'altra parte. «Piú lieve legno», cioè nave; è «legno» tra' marinai general nome di qualunque spezie di navilio, e massimamente de' grossi, come che qui per la sua barca, o per un'altra, lo 'ntenda Carone; «convien che ti porti»,—cioè ti valichi.

«E 'l duca», cioè Virgilio, «a lui:—Carón». Questo Carón, secondo che Crisippo scrisse, fu figliuolo d'Erebo e della Notte (di questa favola sará il significato nella esposizione allegorica) ed è posto a questo uficio di passare l'anime dannate dall'una riva all'altra d'Acheronte, come qui appare. «Non ti crucciare», e incontanente soggiunge la cagione per la quale gli mostra non doversi crucciare, dicendo: «Vuolsi cosí», cioè che costui vivo vada per questo regno de' morti, e dov'e' si vuole, «colá, dove si puote Ciò che si vuole», cioè nella divina mente, percioché Iddio può ciò che vuole; «e piú non dimandare»;—quasi voglia per questo dirgli: non è convenevole che a te si dimostri la cagione della volontá di Dio. «Quinci», cioè dalle parole da Virgilio dette, «fûr quete», cioè quetate, senza alcuna cosa piú dire, «le lanute gote», cioè barbute, «Del nocchier della livida palude», cioè di Carone. E chiama ora «palude» quello che di sopra chiama «fiume», e questo fa di licenza poetica, per la quale spessissimamente si pone un nome per un altro, sí veramente che quel cotal nome abbia alcuna convenienza con la cosa nominata, come è qui, che il fiume è acqua e la palude è acqua, e talvolta in alcuna parte corre il fiume sí piano, che egli par non men tosto palude che fiume. «Livida» la chiama, a dimostrazione che l'acqua sia torbida, e quella torbidezza sia nera ed oscura. «Che 'ntorno agli occhi avea di fiamma rote», a dimostrare la sua ferocitá e il suo furore.