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Il Concilio

Chapter 15: XIII.
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About This Book

The text examines reactions to the convocation of a major ecumenical council, outlining secular anxieties, diplomatic questions, and unresolved procedural issues such as agenda, scope of debate, representation, and voting rights of the episcopate. It situates these concerns within a historical survey of past councils, tracing how assemblies have conserved doctrine while adapting practice, and distinguishes types of synods and their functions. The author analyzes tensions between doctrinal definition and disciplinary reform, the balance between papal authority and episcopal participation, and offers reasoned anticipations about how the forthcoming assembly might reconcile tradition with modern pressures.

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XII.

Il Concilio di Magonza (848), poi quello di Cressì sulla Sara, alla presenza di Carlo il Calvo, ed altri posteriori proscrissero la dottrina di Gottescalco, il quale, basandosi su S. Agostino, professava il fatalismo sotto il nome di predestinazione, e insegnava il dogma d'una triplice divinità nella trinità.

La dottrina della grazia e del libero arbitrio fu fondata.

Quattro Concilii si tennero a Costantinopoli (859-869): i Greci e i Latini vi si scomunicarono a più potere. Fozio vi fu, alla sua volta, eletto e deposto; Martino II vi fu deposto da Fozio; e Fozio fu riconosciuto da Giovanni VIII, il quale dichiarò Giuda tutti coloro che dicevano che lo Spirito Santo procedeva dal Padre e dal Figlio—sempre infallibilmente!

Ottone convocò un gran Concilio nella basilica di San Pietro a Roma (963) per porre un termine ai disordini del papa Giovanni XII, cui il Concilio accusò d'omicidio, d'incesto e di sacrilegio. Il papa rispose, scagliando la scomunica al Concilio; ma il Concilio gli fe' notare ch'egli aveva commesso un errore di grammatica nel suo interdetto, e lo condannò. Giovanni scomunicò l'imperatore Ottone; ma questi lo destituì, ed elesse in sua vece un laico, Leone VIII[8]. Un marito geloso che, trovando Giovanni presso sua moglie, lo uccise a colpi di martello, non semplificò la situazione: un altro successore fu dato a codesto bel vicario di Cristo!

Leone VIII, nel Concilio di Roma (964), depose Benedetto V, e confermò che il solo imperatore ha il diritto di eleggere i papi. Dichiarazione inutile! Tutti elessero, specialmente le cortigiane, che fecero nominare i loro figli e i loro amanti[9].

Nel Concilio di Pavia (996), Gregorio V scomunicò il papa Giovanni XVI ed il tribuno Crescenzio[10]. Altri Concilii scomunicarono i preti maritati. Enrico III, e Clemente II da lui eletto[11], fecero condannare i simoniaci nel Concilio di Sutri (1047). Poichè tutto si vendeva a quell'epoca[12]; e i costumi ecclesiastici erano così infami, che non oso citare nemmeno in latino le indignate parole di S. Pier Damiano.

Il Concilio di Tours (1055) condannò Béranger e Giovanni Scott; e il dogma della presenza reale nelle due specie fu sancito. Stefano IX[13] e Niccolò II rinnovarono i Concilii (1057-1059) contro il matrimonio dei preti e i simoniaci; ma i fabbricatori de' Concilii erano essi medesimi così incancreniti, che il papa Alessandro II fu costretto a giurare dinanzi al Concilio di Mantova (1067), che non era un simoniaco, come il suo competitore Cadulo[14].

Nel Concilio Lateranense (1076), Gregorio VII scomunicò l'imperatore Enrico IV, lo dichiarò decaduto dall'Impero, e sciolse i suoi sudditi dal giuramento di fedeltà. Quattro anni dopo (1080), nel settimo Concilio di Roma, egli riconobbe Rodolfo come capo legittimo degli Stati germanici, e fondò il potere dei pontefici romani sulle corone delle cristianità.

Enrico IV rispose al Concilio di Bressanone, e depose il papa.

Così i Concilii di Roma, sotto Gregorio VII, annullarono quello che il Concilio di Roma, sotto Leone VIII, e quello di Sutri, sotto Clemente II, avevano stabilito circa l'elezione de' papi e la supremazia del poter temporale sullo spirituale.

Il Concilio di Magonza scomunicò poi il Concilio di Quedlimburgo.

Nel Concilio di Clermont (1095), Urbano II benedisse la prima Crociata, predicata nel Concilio di Piacenza da Pietro l'Eremita; ed assolse l'imperatrice Prassede, la quale pubblicamente si confessò, senza arrossire (dice il papa), delle immonde pratiche, a cui suo marito, come essa affermava, l'aveva assoggettata—tantas spurcitias non tam commisisse quam invitam pertulisse. E nessuno de' Padri arrossì.

Ma, dopo tutto, Prassede era brutta, ed aveva tutte le smanie d'una donna di quarant'anni.

E non fu canonizzata.


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XIII.

Passo oltre il Concilio di Roma (1099), in cui Urbano scomunicò il suo rivale; quello Lateranense contro i Greci separati dalla comunione latina, a proposito della procedenza dello Spirito Santo, sempre in quistione; quello di Reims, in cui Calisto II scomunicò «Carlo-Enrico, imperatore nemico di Dio, e Burdin, falso papa[15]»; quello Lateranense, il primo ecumenico indetto dai papi dopo la loro separazione dai Greci (1122), nel quale Calisto III accettò la rinuncia delle investiture, consentita da Enrico V alla Dieta di Worms: il che però non troncò la controversia tra il sacerdozio e l'Impero.

Nel Concilio Lateranense, X ecumenico (1139), il papa Innocenzo II dichiarò di diritto divino le decime ecclesiastiche, e condannò Valdo e i Valdesi, Pietro de Bruys, che negava la validità del battesimo ai bambini—i quali non possono credere per procura,—e Arnaldo da Brescia, che combatteva il poter temporale ed annunciava parecchie dottrine, insegnate più tardi da Abelardo e Lutero.

Il Concilio di Sens, infatti (1140), condannò Abelardo, del quale il violento san Bernardo diceva: «che parlava della Trinità come Ario, della grazia come Pelagio, e della persona di Cristo come Nestorio».

Il Concilio di Pavia, riunito da Federico Barbarossa, scomunicò Alessandro III, e riconobbe Vittore, malgrado il parere della Chiesa, che lo designa come antipapa.

Alessandro non si rassegnò. Riunì un Concilio ad Anagni, si fe'dichiarare eletto canonicamente, e scomunicò il suo rivale, l'imperatore e i Padri di Pavia. Fu questo papa che, secondo la leggenda, mettendo il piede sulla testa di Barbarossa, vinto dagli Italiani alla battaglia di Legnano, esclamò: Super aspidem et basiliscum ambulabis!

—Non tibi, sed Petro! rispose il Barbarossa umiliato.

—Et mihi et Petro! replicò Alessandro.

Il terzo Concilio Lateranense, XI ecumenico (1179), fulminò gli eretici con pene atroci. Essi erano già stati terribilmente trattati al Concilio di Reims (1148), in cui S. Bernardo, divinamente feroce, aveva fatto condannare Gilberto de la Porée, eterodosso circa la dottrina della Trinità, ed Eone, il quale, basandosi sul testo per eum (per Eon) qui venturus est, spacciavasi un po' come un Messia.

Gli eretici erano già stati posti al bando dell'umanità dal Concilio di Verona (1184) contro i Paterini—specie di Manichei;—da quello di Parigi (1210), che condannò Amaury, e fece bruciare i libri d'Aristotile—poichè Amaury aveva fatto ogni sforzo per maritare la filosofia aristotelica col cristianesimo, come nel terzo secolo erasi amalgamata la dottrina di Gesù con quella di Platone; e nel Concilio di Laterano (1215), XII ecumenico, in cui Innocenzo III, circondato da ambasciadori di imperatori e di re, indisse una Crociata contro i Vodesi, e specialmente contro gli Albigesi, e scomunica l'imperatore Ottone, per aver chiamato re dei preti il suo rivale, quello stesso Federico II che vedremo scomunicato alla sua volta.

La parola transustanziazione non fu conosciuta che dopo questo Concilio. Fu vietato di fondare nuovi Ordini religiosi; il che non tolse che se ne fondassero poscia altri novanta, i quali si accasarono meglio che poterono nel mondo, ove i loro predecessori avevano già preso i migliori posti:

Bernardus montes, colles Benedictus amabat,
Nemora Franciscus, dives Ignatius urbes.

(Bernardo amava le montagne, Benedetto le colline, Francesco i boschi, ed Ignazio le ricche città.)

Il dodicesimo e tredicesimo secolo furono fecondi di eresie, non meno del terzo, quarto e quinto; e furono, per giunta, insanguinati. Il braccio secolare si tuffò senza posa nel sangue, ed accese i roghi, sempre per ordine del potere ecclesiastico.


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XIV.

Federico II era stato scomunicato per la prima volta nel Concilio di Roma (1227). Egli aveva risposto con un manifesto ai popoli ed ai sovrani cristiani; e, passand'oltre, erasi recato a combattere gl'infedeli—mentre Gregorio IX gli faceva la guerra in Italia, ed eccitava il figlio Enzio e i suoi sudditi alla ribellione. Federico ottenne Gerusalemme dai Maomettani, e consenti ad una tregua. Gregorio—cui i Romani avevano cacciato dalla loro città, poichè allora erano ancora Romani quelli che adesso non sono che sudditi del papa—Gregorio, dico, considerò l'atto di Federico come un delitto, lo scomunicò con maggior solennità, e predicò una crociata contro il vittorioso crociato.

Innocenzo IV fu eletto. Questo terribile Genovese cercò di far avvelenare Federico dai Francescani; ma, andato fallito il colpo, se ne fuggì in Francia, e convocò un Concilio a Lione nel 1248.

Cento quarantaquattro Padri si raccolsero nella cattedrale. Innocenzo presiedette, avendo alla destra l'imperatore di Costantinopoli ed alla sinistra gli ambasciatori di Francia e d'Inghilterra. Taddeo da Sessa e Pier Delle Vigne, inviati di Federico II, si tennero in disparte: il primo, altiero, superbo, come un uomo che dice a sè stesso: «Io lotterò!»; il secondo, abbattuto e scoraggiato. L'aspetto del Concilio era cupo: tutti capivano che vi si trattava qualche cosa di grave, di terribile e d'illegittimo.

La prima seduta, del resto, designò assai chiaramente il cómpito del Concilio. Innocenzo IV aveva invitato i Padri, non già per consultarli, ma per renderli complici dell'atto che aveva risolto e preparato. Il silenzio fu così profondo, che, se lo Spirito Santo fosse disceso, tutti lo avrebbero udito. Innocenzo prese la parola, ed accusò l'imperatore: d'essersi fatto crociato, e di non esser partito che assai tardi per la Terra Santa, «senza provvedersi del consenso del papa, e dopo essere stato scomunicato»; d'essersi posto in lotta col legato apostolico, che comandava in capo la spedizione; di aver trattato cogl'infedeli; d'esser entrato a Gerusalemme e d'esservisi incoronato da solo; d'essere ritornato in Europa senza l'ordine del papa; d'aver nominato re di Sardegna suo figlio Enzio; d'aver espulso da' suoi Stati i monaci ecc., ecc. Il vescovo di Catania si levò poscia, ed aggiunse, tra l'altre cose: che Federico voleva ridurre il clero alla povertà degli apostoli; che non aveva assistito mai alla messa; che teneva delle concubine saracene; che aveva detto con Averroè, il mondo essere stato ingannato da tre impostori: Mosè, Maometto e Gesù, l'ultimo de' quali era il meno glorioso.

Queste accuse, che oggidì ci paiono ridicole e sconvenienti, erano a quell'epoca capitali e formidabili. Esse fecero, infatti, fremere l'assemblea e impallidire tutti i volti—meno due, quello d'Innocenzo IV e quello di Taddeo da Sessa.

Pier Delle Vigne, cancelliere di Federico, uomo di grande dottrina ed eloquenza, che doveva prendere la parola, non fiatò. Taddeo capì che il papa l'aveva guadagnato, lo chiamò traditore, e si alzò per parlare.

Ed egli fu meravigliosamente splendido, dice Matteo Paris. Nondimeno non fece che narrare la vita e gli atti del suo signore, il principe più grande del medio-evo.

L'assemblea pareva scossa.

Taddeo domandò la pace in nome di Federico, facendo magnifiche promesse per il bene della cristianità, ed offrendo come garanti di tali promesse i re di Francia e d'Inghilterra, i principi di Germania e le città ghibelline d'Italia.

Alle parole di Taddeo, l'assemblea fu côlta da profonda costernazione.

Ma Innocenzo ricusò.

Taddeo allora esclamò: «Io m'avveggo, finalmente, che la condanna del mio nobile signore è decisa. Il mondo intero lo saprà. Lo spirito di Dio non è in questo Concilio, ove non si trovano che de' servi, e da cui è assente la maggior parte de' vescovi della cristianità. Noi ce ne appelliamo ad un altro Concilio, più completo e più giusto, ad un altro pontefice meno appassionato; e in nome del mio signore, della giustizia eterna, del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, io protesto. Voi condannerete, ma la vostra sentenza non sarà registrata in cielo».

Innocenzo non lasciò all'emozione il tempo di manifestarsi. Si alzò, e soffocando colla voce tutti i suoi rimorsi, pronunciò la sentenza, «alla presenza del Concilio», e non «con l'approvazione del Concilio», secondo la formula. Egli scomunicò l'imperatore, e lo dichiarò decaduto e spogliato di tutti i suoi Stati. Dopo di che, i Padri spensero i ceri, che avevano tenuto accesi finchè il papa leggeva l'anatema, e li gettarono in mezzo alla sala.

Allora, mentre Innocenzo intonava il Dies irae, Taddeo da Sessa, con voce terribile (dice Matteo Paris), esclamò: Sventura! Sventura! Questo è il giorno della collera, delle calamità e delle miserie!

Allorchè la notizia del decreto del Concilio giunse a Federico, egli sorrise, e ponendosi in capo la corona, disse: «Essa non è perduta!»

Innocenzo cercò di farlo avvelenare da Pier Delle Vigne; ma ciò essendo stato scoperto, Piero si suicidò per isfuggire al castigo,

Credendo col morir fuggir disdegno.

Dante la collocò nell'Inferno.


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XV.

Finora il Concilio è stato lo strumento del papa contro l'imperatore; ora entriamo nella fase della reazione del Concilio contro il papa. Ma prima ricordiamo, di passaggio, che il Concilio di Lione ebbe un'eco caratteristica in Danimarca.

Nel 1256, il vescovo Jacob radunò un Concilio a Vedel, nel Jutland, il quale dichiarò «che i vescovi erano inviolabili, quand'anche fossero convinti del delitto d'alto tradimento, sotto pena, in caso che il re ordinasse di punirli, di porre il regno sotto l'interdetto». L'infallibile Alessandro IV approvò i decreti di questo Concilio; ma l'infallibile Urbano IV depose il vescovo Jacob. Egli è vero che Jacob, oltre la sua ribellione al re, s'era permesso di correggere l'orazione domenicale; ma è evidente che questa orazione contiene buon numero di eresie, in modo che, se Gesù avesse vissuto al tempo di S. Domenico, questo santo e i suoi successori lo avrebbero fatto bruciar vivo. Il Concilio ecumenico di Lione (1274), per lo contrario, non meno infallibile dei due papi, condannò il re di Danimarca, e decretò una retribuzione al vescovo Jacob.

Gregorio X presiedette questo Concilio di Lione, in cui fu decretata l'istituzione del Conclave per la elezione del papa.

Il cardinale di Theya disse che i papi sono come i pasticci: per esserne contenti, bisogna non vederli fare.

E fu di questo processo di cucina che il Concilio si preoccupò, e stabili: che i cardinali rimarrebbero sotto chiave, sequestrati dalle influenze mondane, e discuterebbero tra loro la scelta del papa. Se nel terzo giorno non si fossero accordati, si limiterebbe il loro pranzo ad un solo piatto; e, passato il quinto giorno, sarebbero posti a pane, acqua e vino, sino al momento dell'elezione.

Adriano V sospese l'esecuzione di questo canone. Giovanni XXI lo abrogò, trovandolo troppo rigoroso è pernicioso. Infatti, dei cardinali ridotti a pane e vino! Eresia! enormità!

Il canone nondimeno rimase, e Benedetto XII lo raddolcì.


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XVI.

La controversia tra Bonifazio VIII e Filippo il Bello fu anch'essa feconda di Concilii. Quello di Roma (1302) stabilì, con la bolla Unam sanctam, i diritti della Santa Sede sul potere laico, e scomunicò il re. Filippo il Bello ribattè l'oltracotanza del Concilio di Roma con un'assemblea riunita al Louvre, in cui Guglielmo di Plasian provò che Bonifazio era uno strano pontefice; che aveva una concubina, chiamata donna Cola, poi la figlia di donna Cola, poi le cameriere della madre e della figlia, delle quali usava non tamquam muliere sed tamquam puero inter crura; che tra le altre cose diceva: «Che i peccati carnali non sono peccati; che desiderava che Dio gli facesse del bene in questa vita, poichè egli non si curava punto dell'altra; che l'anima degli uomini è simile a quella degli animali; che è ridicolo il credere che Dio possa essere uno e trino nel medesimo tempo; che il santo sacramento è una ciurmeria; che aver commercio con una fanciulla e con mulieribus et viris è un atto indifferente, come lo stropicciarsi una mano con l'altra; ch'egli non credeva in Maria più che in un'asina, e nel figlio più che in un asinello.... Virgo Maria non fuit plus virgo quam mater mea; non credo in Mariola, Mariola, Mariola....[16]»

Nel Concilio di Vienna, Clemente V purgò la memoria di Bonifazio da queste assurde abbominazioni, abrogò la bolla Clericis laicos, scomunicante i sovrani che tassavano il clero; assolse Filippo il Bello, soppresse l'Ordine dei Templari, fece ardere 56 cavalieri, e ordinò di bruciare altresì le beghine e i beghini, a' quali s'imputavano tutti i delitti di cui erano un tempo accusati i primi cristiani.

Il Concilio di Marciac (1326) dichiarò nullo il giuramento prestato contro la Chiesa, sola competente in materia di giuramenti. In quello d'Avignone (1327), Giovanni XXII condannò il suo rivale, Pietro di Corbière, eletto canonicamente, ma che sosteneva che nè Gesù nè i suoi discepoli avevano nulla posseduto, nè in particolare, nè in comune. Quello di Londra (1381) condannò le dottrine protestanti di Viclef. Ma più notevole fu il Concilio di Pisa (1409).

V'erano due papi nello stesso tempo: Gregorio XII e Benedetto XIII. Ventiquattro cardinali si riunirono a Pisa, e poscia un migliaio di Padri e parecchi ambasciatori, poichè alcuni de' sovrani europei riconoscevano Gregorio, altri Benedetto. Alla prima seduta, il Concilio si dichiarò ecumenico; alla quattordicesima, condannò, depose, scomunicò i due papi, e ne elesse un terzo, Alessandro V, dinanzi al quale si bruciarono delle stoppe, cantando: Sic transit gloria mundi! Diluvio di scomuniche da ogni parte! Tutti ne furono colpiti, e specialmente il povero Alessandro V—il quale non ebbe altro difetto che la gola, e segnalò il suo passaggio nella Chiesa con la preziosa invenzione dei manicaretti di perniciotti e delle salse alla marinaresca.

Baldassare Cossa lo avvelenò, si fece nominar papa in sua vece, e fu quel gaio Giovanni XXIII, che vedremo al Concilio di Costanza.


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XVII.

Questo Concilio fu indetto dall'imperatore Sigismondo; il Santissimo Signore Giovanni, come questi lo chiamava, lo subì. Ne seguì l'apertura nel 1414. Più di centomila forestieri accorsero a Costanza; ed inoltre parecchi principi, un migliaio di Padri, quattrocento cortigiane pel servizio del Concilio, e, secondo il P. Nider, domenicano, una piccola schiera di demoni o fantasmi notturni si mescolò tra loro.

Gregorio XII e Benedetto XIII si guardarono bene dal mostrarvisi. E furono destituiti.

Giovanni XXII ebbe a pentirsi di aver acettato l'invito. I Padri italiani presentarono una lista di settanta capi d'accusa contro di lui, de' quali i Padri ultramontani, più pudichi, ne cassarono cinquanta. Teodorico di Niem ci dà la lista quasi intera. Come saggio di tali infamie, io mi limito a citar questa: «Multos juvenes destruxit in posterioribus, quorum unus in fluxu sanguinis decessit; violavit très virgines sorores et cognovit matrem et filium, et pater vix evasit». Giovanni confessò una parte di questi delitti, ma si vantava con orgoglio che nessuno d'essi era eresia! Egli tentò allora di comperare i Padri italiani. E il Concilio s'aprì.

Eransi innalzati nella chiesa tre troni. Sigismondo, dopo aver cantato il vangelo alla messa, vestito da diacono, si assise sul trono di mezzo, avendo a destra il papa ed a sinistra l'imperatrice. Il Concilio decise che si voterebbe per nazione e non per individuo, e fu accordato il voto deliberativo ai dottori laici. L'assemblea si dichiarò costituente, costituita, Concilio ecumenico, indipendente, superiore al papa, e con autorità ricevuta da Gesù Cristo.

Giovanni tremò.

Litigò quindi con Sigismondo, che dominava il Concilio; e, vedendosi perduto, promise d'abdicare; poi si allontanò, travestito da palafreniere. Il Concilio gli mandò l'intimazione di ritornare. Ma Giovanni ricevette i legati de' Padri, stando a letto e grattandosi inferius inverecunde, dice Teodorico di Niem; e pose condizioni stravaganti, tra l'altre l'impunità de' falli che potesse commettere per l'avvenire.

Il duca d'Austria lo consegnò; il Concilio lo depose; e tutto fu finito.

Un laico sarebbe stato appiccato cento volte.... Ma un uomo che lega e scioglie nel cielo quello che lega e scioglie sulla terra.... Bah! Ei fu rinchiuso a Gotleben, presso Costanza—nella stessa prigione in cui, oppresso e torturato, marciva Giovanni Huss.

Ma due anni appresso, l'ex-papa se ne fuggì, e si recò a Firenze, presso quel Martino V, sotto le cui finestre i monelli fiorentini dovevano poi cantare:

Papa Martino
Non vale un quattrino!

Martino V nominò di nuovo Giovanni cardinale e decano del Collegio.

Allora Giovanni domandò i suoi tesori, deposti presso il suo banchiere Cosimo de' Medici, il quale rispose: che ei non poteva restituire al cardinale Cossa quello che aveva ricevuto dal papa Giovanni XXIII! E fu questo il primo fondamento della ricchezza dei Medici.

Il Concilio di Costanza formulò un piano radicale di riforme della Chiesa e del papato, che rimase però ineseguito. Elesse Martino V, e condannò ad essere arsi vivi Giovanni Huss e Girolamo da Praga, quantunque provveduti d'un salvo-condotto.

È noto con quale coraggio morirono questi martiri.

«È cosa strana, osserva Voltaire, che in questo Concilio un uomo accusato di tutti i delitti, Giovanni XXIII, non perdesse che alcuni onori, e che due uomini, accusati di aver fatto delle false argomentazioni, venissero dannati alle fiamme».

Roma disapprovò i canoni del Concilio di Costanza; ma l'assemblea raccoltasi a Parigi nel 1682 li adottò.

Il Concilio di Vienna (1423) condannò gli Hussiti.


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XVIII.

La lotta tra i papi e i Concilii non doveva limitarsi a questo, anche dopo aver distrutto lo scisma. Il Concilio di Basilea sancì i decreti di quello di Costanza.

Il Concilio di Basilea si raccolse nel 1431, sotto la presidenza del carnefice della Boemia e degli Hussiti, il cardinale Cesarini, legato di Eugenio IV.

Eugenio fu spaventato dello spirito democratico dei Padri—i quali combattevano le rendite, i beneficii, le tasse e tutte le simonie di Roma, riformavano i costumi, ristabilivano l'eguaglianza dei prelati e del basso clero nei sinodi, dichiaravano che i suffragi riuniti esprimono la volontà dello Spirito Santo, e domandavano un Concilio per ogni sette anni, secondo il canone del Concilio di Pisa, al quale Concilio si doveva tutto riferire, sottomettendo la Chiesa alla volontà di queste assemblee.... Eugenio, cui non andavano a grado siffatte teorie repubblicane, sostenuto da Sigismondo, ordinò di trasferire la sede del Concilio a Bologna. Ma non fu obbedito. E nell'anno appresso, nella seconda riunione, appoggiandosi ai decreti della quarta e quinta sessione del Concilio di Costanza, i Padri di Basilea decretarono che il Concilio è superiore al papa, e minacciarono Eugenio IV delle pene canoniche, s'egli pensava a sciogliere, o soltanto a trasferire altrove l'assemblea. Poi si obbligarono a presentarsi al Concilio, e fecero dei decreti, che restringevano essenzialmente l'autorità pontificia.

Eugenio barcheggiò. Indisse un altro Concilio in Basilea stessa. I Padri si dichiararono costituenti e in permanenza.

Sigismondo, ch'erasi fatto incoronare a Roma, s'interpose come conciliatore. Il papa finse di sottomettersi, e pubblicò anzi una bolla dettata dai Padri del Concilio; poichè lo Sforza gli aveva tolto una parte degli Stati della Chiesa, e il popolo romano lo costringeva a fuggire da Roma in una barca, travestito da monaco, ed inseguito a colpi di freccie.

Quel popolo aveva già ucciso a colpi di pietre Lucio II e parecchi altri papi. Del resto, sopra 262, furono 64 quelli che perirono di morte violenta[17].

Il Concilio continuò la sua opera di riforma. Eugenio non si contenne più. I Padri lo citarono a comparire in persona dinanzi a loro per render conto della sua condotta e sottomettersi alle riforme della Chiesa. I legati del papa si ritirarono; ed Eugenio IV, sciolto il Concilio, lo riconvocò a Ferrara, invitandovi i Greci scismatici. Alcuni Padri obbedirono agli ordini del papa, quelli tra'prelati italiani che opinavano la Chiesa non dover essere una democrazia governata dal voto universale, ma una clerocrazia rappresentativa, dipendente da un capo assoluto ed infallibile. I Padri di Basilea condannarono questo conciliabolo di scismatici, e spogliarono il papa d'ogni autorità.

Eugenio si recò a Ferrara, preceduto dal santo sacramento, secondo l'uso de' papi in viaggio. Poi, con nuova audacia, scomunicò il Concilio di Basilea, e trasferì quello di Ferrara a Firenze (1439).

Il Concilio di Basilea raccolse la sfida; depose Eugenio, ed elesse un laico, Amedeo VIII, duca di Savoia, ritirato nell'eremitaggio di Ripaglia, e che prese il nome di Felice V. Amedeo riunì la Savoia al Piemonte. «Fu questo il ventesimo settimo ed ultimo scisma considerevole, eccitato dalla cattedra di S. Pietro», dice Voltaire. Ed aggiunge: «che il trono di nessun regno è stato così sovente disputato».

Eugenio scomunicò naturalmente Felice, i cardinali nominati da questo papa, e i Padri del Concilio. La Francia e la Germania ricevettero nondimeno come canonici i decreti di Basilea—specialmente nel celebre Concilio di Bourges (1438), che formulò la Prammatica Sanzione, e nella Dieta di Magonza (1437). Eugenio, «l'ultimo papa espulso dalla ribellione del popolo romano», osserva Gibbon, morì respingendo l'arcivescovo di Firenze, che si recava ad amministrargli l'estrema unzione.

Alfonso d'Aragona, ricevuta tale notizia, esclamò: «È forse da meravigliarsi che quest'uomo abbia voluto combattere contro Francesco Sforza, contro i Colonna, contro la Germania, contro di me, contro l'Italia, contro la cristianità intera, se ha osato combattere la morte stessa, e se appena potè esser vinto da lei!» Il cardinale Vitelleschi, il quale per ordine di Eugenio prometteva cento giorni d'indulgenza a' suoi soldati per ogni pianta d'olivo che strappassero dal territorio del re d'Aragona, fu poi assassinato per ordine dello stesso Eugenio, divenuto suo nemico. Luca Pitti gl'infisse una sonda nel cervello, mentre il medico scandagliava la ferita che il cardinale aveva ricevuto combattendo.

Nicolò V gli succedette. Protetto dall'imperatore Federico III—l'ultimo imperatore incoronato a Roma re d'Italia—, Nicolò riescì a domare lo spirito democratico dei Padri di Basilea. La rimanente parte di questo Concilio, riunita a quello di Losanna (1449), riconobbe e rielesse Nicolò, e abbandonò Felice V—che fece la pace col più forte.

Nicolò V firmò, nell'ebbrezza, il decreto di morte dei rivoluzionarii, a cui aveva venduto un salvo-condotto, e li ridomandò all'indomani al guardiano del castel Sant-Angelo.

Il tentativo di riunione della Chiesa greca colla latina non riescì punto, malgrado il decreto emanato nella decima sessione. I Padri greci abbandonarono il Concilio, senz'accettare il famoso Filioque, nè il celibato, malcontenti d'essere stati ingannati, e più che mai sicuri della superiorità del loro Credo.

Il Concilio di Firenze continuò a sedere; ma, secondo i Padri francesi, cessò d'essere ecumenico.

Non bisogna dimenticarlo: i vescovi stranieri di quest'epoca erano quasi tutti cadetti di grandi famiglie, e perciò superbi e indipendenti; non già figli di contadini, come la maggior parte de' vescovi dei giorni nostri, avvezzi sin dalla prima età all'obbedienza.

I delegati degli Hussiti furono ascoltati nel Concilio di Basilea. Essi domandarono, tra le altre cose, che la proprietà e il potere civile fossero per diritto divino interdetti al clero, e che la predicazione della parola di Dio fosse libera per tutti. Essi ottennero alcune concessioni; ma l'accordo non durò molto, e nuovi eccidii insanguinarono la Boemia. Il grande cieco Giovanni Ziska, della cui pelle i Boemi avevano fatto un tamburo, continuò a battere la raccolta per la libertà di coscienza.


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XIX.

Citiamo ora di passaggio il Concilio di Tours (1510); quello di Pisa, convocato da Luigi XII contro Giulio II; il Concilio di Laterano (1817), XIX ecumenico, convocato da Giulio II e continuato da Leone X. Giulio II scomunicò solennemente il re, scagliò l'interdetto alla Francia, citò il Parlamento a comparire dinanzi a lui, anatemizzò i filosofi che avevano preso il partito di Luigi XII. Non aveva egli detto a Michelangiolo, che modellava la sua statua, di mettergli una spada e non un libro tra le mani, poichè egli non era letterato—non sapeva leggere? Non aveva anche detto: Fuori i barbari, e col trattato di Cambrai aveva convocato tutta l'Europa in Italia?—«Nondimeno, osserva Voltaire, questo Concilio non ha il titolo di brigantaggio, come quello di Efeso e quello di Embrun».

La Prammatica Sanzione fu condannata.

Poichè v'ha un fatto strano da segnalare nella storia della Chiesa: cioè che nessuna nazione ha fatto tanto male all'Italia, nessuna nazione ha reso tanti servigi ai papi, quanto la Francia; e nessuna nazione è stata tanto odiata e maltrattata dai papi, quanto la figlia primogenita della Chiesa.

Se ne fosse, almeno, fatta l'emenda!

Il clero francese non riconobbe il Concilio lateranense.

Ed eccoci finalmente al Concilio di Trento, l'ultimo ecumenico, il ventesimo, secondo la Chiesa di Roma, e l'ultimo che noi abbozziamo.

I Concilii di Basilea e di Costanza non erano stati che assemblee, quello di Trento fu un Corpo legislativo. Esso non inaugurò, ma legalizzò e organizzò il poter temporale, che è il poter personale del Napoleone III dei cattolici.

Quando Luigi XIV disse: «L'État c'est moi», il papa aveva già detto e decretato a Trento: «L'Eglise c'est moi!»


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XX.

«Egli è in mezzo a tante guerre di religione e tanti disastri, che si convocava il Concilio di Trento, dice Voltaire. Esso fu il più lungo che siasi mai tenuto, e nondimeno il men burrascoso. Esso non produsse alcuno scisma, come il Concilio di Basilea; non accese punto i roghi, come quello di Costanza; non pretese di deporre degl'imperatori, come quello di Lione; si guardò dall'imitare il Lateranense, che spogliò il conte di Tolosa del retaggio de'padri suoi, e meno ancora quello di Roma, in cui Gregorio VII destò l'incendio dell'Europa, osando spodestare l'imperatore Enrico IV. Il terzo e quarto Concilio di Costantinopoli, il primo e il secondo di Nicea erano stati campi di discordia; il Concilio di Trento fu pacifico, od almeno le sue quistioni non levarono rumore nè ebbero conseguenze».

La grande breccia aperta nella Chiesa dalla Riforma aveva reso necessario il Concilio; Carlo V lo desiderava per meglio padroneggiare il partito cattolico in Germania, padroneggiando il papa in Italia. Ma Clemente VII, che aveva avuto dei bastardi da una negra, e non era stato eletto canonicamente, ne aveva sempre eluso la proposta, temendo d'esser deposto dai Padri. Paolo III, quantunque non avesse meno a temere per cagione de'suoi bastardi, aveva dovuto cedere; e nel 1538 aveva indetto il Concilio a Vicenza. Ma i Veneziani vi si opposero, dicendo che il Sultano poteva prender ombra di codesta assemblea di cristiani sul territorio della repubblica. Paolo designò allora Mantova; ma il duca declinò quell'onore, non volendo nel tempo stesso ricevere una guarnigione straniera, la quale avrebbe potuto, alla fine del Concilio, trovarsi troppo bene in casa di lui. Paolo scelse, in fine, Trento per far piacere all'imperatore, il quale gli faceva intravedere il ducato di Milano pel suo bastardo Pier-Luigi Farnese.

I protestanti, riuniti a Spira, respinsero ad un tempo il Concilio e la scelta di Trento per la riunione.

Carlo V si raffreddò; tanto più che il papa non voleva che il Concilio trattasse della riforma della Chiesa, ed ordinò si tirasse in lungo la discussione dei dogmi.

I legati recavano una bolla, che dava loro autorità assoluta sul Concilio, in luogo di procedere in ogni cosa col suo consenso. Paolo regolava da Roma i più minuti particolari delle conferenze, per mezzo di lettere a'suoi tre legati insieme ed a ciascuno d'essi personalmente, lettere pubbliche, private e in cifra col cardinal Monti—forma di dispacci che molto si usavano in tale circostanza.

Paolo III aveva invitato al Concilio l'imperatore, il re di Francia e gli altri principi. Carlo V si adontò, vedendosi così ridotto al livello di Francesco I, alleato de'Musulmani[18]. Ma Paolo aveva bisogno di Francesco, il quale prometteva l'investitura del ducato di Parma e Piacenza a Pier-Luigi Farnese.

L'apertura del Concilio fu dunque solennemente fissata al 13 dicembre 1545.

I protestanti, riuniti alla Dieta di Worms, ricusarono di recarvisi. E la guerra contro di loro fu risolta tra il papa e l'imperatore.


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XXI.

Il Concilio di Trento ebbe 25 sessioni: una nel 1545, quattro nel 1546, tre nel 1547; e fu nell'ottava sessione che il Concilio venne rimandato a Bologna. Alla undecima sessione, Giulio III restituì il Concilio a Trento, il 14 dicembre 1550. Nel 1551 v'ebbero quattro sessioni, compresa la continuazione dell'undecima. Il 23 gennaio e il 28 aprile ebbero luogo la quindicesima e sedicesima sessione; dopo di che, il Concilio fu aggiornato, e non si riaprì che il 18 gennaio 1562. Sei sessioni si tennero in quell'anno: la ventesima terza, ventesima quarta e ventesima quinta nell'anno successivo.

Il Concilio cominciò con quattro arcivescovi, venti vescovi, un cardinale, oltre i tre cardinali legati, e cinque generali capi d'Ordini religiosi, assistiti da alcuni teologi francescani e domenicani, più scaltri che dotti. La materia dei dibattimenti giungeva, come s'è detto, tutta preparata da Roma e per istaffetta; il che die'luogo al motto: «che lo Spirito Santo viaggiava nella valigia del corriere».

Leggiamo, infatti, questo motto in una lettera dell'abate di Lansac a Caterina de'Medici e in un discorso di Andrea Dudycz, vescovo ungherese. Questi paragona i vescovi del Concilio ai pifferi, che cessano di suonare quando si cessa di soffiarvi dentro. Egli dice inoltre che in questo Concilio: omnia erant humana consilia; che si spedivano giorno e notte dei corrieri, e si attendeva la risposta da Roma, come quella degli oracoli di Delfo e di Dodona; che lo Spirito Santo viaggiava tabellarii manticis inclusus, e ch'egli doveva fermare il volo, se per caso un fiume era gonfio—d'onde avveniva che Spiritus non super aquas, come nella Genesi, ma secus aquas ferretur[19].

Il vescovo di Bitonto recitò il discorso di apertura, e provò che il Concilio era necessario, poichè parecchi Concilii hanno deposto re e imperatori, e poichè, nell'Eneide, Giove raccolse il Concilio degli dei; che i prelati doveano recarsi a Trento come nel cavallo di Troja; e che la porta del Concilio e quella del paradiso sono eguali....

Si pregò per Carlo V. Duprat, vescovo di Clermont, domandò si pregasse anche pel re di Francia; ma gli fu risposto che bisognerebbe allora pregare egualmente pegli altri re, e che quello che fosse nominato l'ultimo si terrebbe offeso.


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XXII.

Nella seconda sessione si decretò che i voti si raccoglierebbero per individuo e non per nazione—il che assicurava al papa la direzione dell'assemblea, ove gli Italiani erano tre contro uno;—che il Concilio s'intitolerebbe ecumenico, senza la clausola «rappresentante la Chiesa universale», la quale avrebbe potuto inorgoglire i Padri e far dubitare della supremazia del papa;—e che, in fine, le quistioni sarebbero discusse in congregazioni particolari, si risolverebbero in congregazioni generali segrete, e sarebbero poi pubblicate nelle sessioni, delle quali si farebbero conoscere soltanto gli atti per mezzo della stampa.

Paolo aveva ordinato a'suoi legati di mostrarsi assai corrivi nella discussione dei dogmi, purchè nella formula si adoperassero espressioni vaghe ed ambigue; ma di non ceder punto allorchè si trattava dell'autorità e delle prerogative del papa. Nondimeno il primate di Portogallo aveva detto: «Gl'illustrissimi cardinali devono essere illustrissimamente riformati». Poichè la riforma era la cosa la più desiderata dai Padri stranieri, e la più temuta dai legati.

Pietro Danès, ambasciatore di Francia, giunse, ed arringò il Concilio.

—Questo gallo canta bene! esclamò un de'legati—giuocando di parole sul Gallus (gallo e Francese).

—Piacesse a Dio, rispose l'ambasciatore, che Pietro si pentisse di nuovo al canto del gallo!

I Padri parlavano in latino, come parleranno nel prossimo Concilio di Roma. Figuratevi quale Babele, con un latino imperfettamente conosciuto, pronunciato alla francese, all'inglese, alla tedesca, da Italiani, Spagnuoli e Polacchi! come dovevano intendersi bene!

Le sessioni si succedevano. Le decisioni erano prese sempre secondo il voto de'legati inspirati da Roma. Malgrado ciò, le discussioni furono tempestose, poichè i teologi dei diversi Ordini non s'intendevano punto, specialmente intorno la Grazia e il peccato originale. Nella discussione sulla giustificazione, il vescovo di Cava, il quale pensava, come S. Paolo, S. Agostino e i protestanti, che basta la fede per salvarsi, strappò a piene mani la barba al vescovo di Cheronea, il quale coi cattolici obbiettava che la fede non valeva nulla senza le opere.

I protestanti, alla Dieta di Ratisbona, respinsero i primi decreti del Concilio. Carlo V ne proscrisse i capi, ed armò l'esercito.

Nel tempo stesso, Lutero moriva tranquillamente (18 febbraio 1546), vedendo la sua opera perseguitata, ma per nulla in pericolo.

I principi protestanti risposero alla sfida di Carlo V con la lega di Smulkalda. Il papa mandò il suo esercito all'imperatore; ma questi, curandosi mediocremente de'settarii, voleva schiacciare i principi ribelli per consolidare il proprio Impero in Germania. Al contrario, il papa voleva creargli degl'imbarazzi politici in Germania per indebolirlo in Italia.

I protestanti furono vinti a Mühlbourg.

Il papa, spaventato da questa vittoria, ordì intrighi in Italia.

Carlo V pesò alla sua volta sul Concilio, e minacciò il cardinale Santa-Croce, che parlava della traslazione dell'assemblea, di farlo gettare nell'Adige.

Ma Paolo III, approfittando delle febbri che regnavano a Trento, fece decretare la traslazione de'Padri a Bologna. Però i vescovi ultramontani, i quali dicevano «che il papa era un vecchio ostinato, che lavorava a mandar a male la Chiesa», non si mossero.

Carlo V protestò per mezzo de'suoi ambasciatori; e poi rispose col suo decreto dogmatico, conosciuto sotto il nome d'Interim—una specie di compromesso conciliativo tra la dottrina protestante e quella dei cattolici, il quale fece tutti malcontenti.

Paolo III si limitò a riprovare il matrimonio de'preti e la comunione sotto le due specie, e reclamò la restituzione dei beni confiscati al clero in Germania.

Il Concilio di Bologna, ridotto a sei arcivescovi e trentasei vescovi, senza la presenza degli ambasciatori de'principi, non poteva più procedere. Paolo si apparecchiava a chiamarlo a Roma, quando fu côlto dalla morte.


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XXIII.

Giulio II, già legato a Trento, convocò di nuovo il Concilio in questa città nel 1550.

Enrico II, che abbruciava gli Ugonotti in Francia, si dichiarò contrario ad un Concilio tenuto contro i protestanti, ed inviò il famoso Amyot, il traduttore di Plutarco, per protestare. Egli richiamò poscia i Padri francesi, ed intimò un Concilio nazionale, affine di far nominare un patriarca di Francia.

La Dieta d'Augusta propose un Concilio libero, al di fuori di qualunque vincolo col papa, giudice nello stesso tempo degli uomini e delle dottrine; e fece redigere due professioni di fede: l'una da Melantone, l'altra da Brenzio.

Le dottrine riformate guadagnavano ogni giorno terreno. Giulio III non si scoraggiò punto. Il Concilio riprese i suoi lavori; e vi si attendevano persino i teologi protestanti. Infatti, Melantone si avanzò sino a Norimberga. Ma poi si arrestarono, spaventati dalla sorte di Giovanni Huss e di Girolamo da Praga, bruciati, come abbiam detto, malgrado il salvo-condotto di cui erano muniti. I teologi protestanti inviarono invece la loro professione di fede.

La redazione di quest'atto scatenò la tempesta, la quale non si sarebbe forse limitata a sole grida, se l'Assemblea non fosse stata sciolta in tutta fretta.

In mezzo ad una festa da ballo, che i Padri diedero a colui che fu poi Filippo II ed all'erede del duca di Savoja, «—nella qual festa i Padri ballarono, dicesi, con molta gravità e decenza»,—giunse la notizia che Ferdinando I aveva fatto assassinare il cardinale Martinusio in Ungheria, che i Turchi minacciavano questo paese, che Enrico II mandava truppe in Germania ed in Italia; e che Carlo V e suo fratello Ferdinando, sorpresi in una gola del Tirolo presso Innspruck, erano stati battuti e costretti a fuggire.

Il Concilio rimase sospeso per dieci anni. Pio IV lo riconvocò a Trento nel 1562.


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XXIV.

Cinque legati pontificii, in qualità di presidenti, due altri cardinali, tre patriarchi, venticinque arcivescovi, centosessanta vescovi, sette abati, sette generali di Ordini e più di cento teologi, bene scelti, sfilarono in mezzo a due ale di moschettieri, e si recarono alla chiesa.

Tra gli ambasciatori sorsero gravi dispute di preminenza: quelli di Baviera volevano precedere quelli di Venezia, e quelli della Svizzera volevano andare innanzi a quelli di Firenze; il conte di Luna, ambasciatore di Spagna, voleva essere incensato alla messa, e voleva baciare la patèna prima di Ferrier, ambasciatore di Francia. Poco mancò si ponesse mano alle spade in chiesa: il servizio divino ne fu turbato.

Il vescovo di Reggio arringò i Padri, e provò che la Chiesa di Roma è superiore a Dio stesso, «poichè la Chiesa ha distrutto la circoncisione e il sabbato, che Dio aveva istituiti e ordinati».

Il papa diede sessanta scudi d'oro ai prelati italiani, che votavano come.... gli arcadi del Corpo legislativo. Il nuncio Simonetta manteneva una schiera di prelati interruttori, i quali, come scrive l'abate di Lansac a Caterina de'Medici, turbavano le sedute con grida e motteggi.

I Gesuiti esercitavano sui Padri la più alta influenza, e la facevano da giannizzeri del papato. Il P. Lainez, loro generale, aveva avuto il coraggio di esclamare in piena seduta: «Che le altre Chiese non potevano riformare la Corte di Roma, poichè lo schiavo non istà al disopra del suo signore». I vescovi italiani applaudirono; i vescovi spagnuoli si unirono ai francesi, condotti dal cardinale di Lorraine, per controbilanciare il partito romano. Un prelato italiano esclamò: «Il Concilio è caduto dalla rogna spagnuola nel mal francese».

Nella decimasettima seduta si trattarono i libri col massimo rigore; di modo che, dice fra Paolo Sarpi, non rimaneva più nulla che si potesse leggere: lo Spirito Santo aveva decretato l'idiotismo universale.

I Governi d'Europa si scossero alle idee che predominavano nel Concilio, assolutamente contrarie allo spirito de'popoli. L'Austria, per mezzo de'suoi ambasciatori, propose venti punti di riforma, tra'quali l'abolizione delle indulgenze, che si vendevano a lotti a Roma, e si rivendevano a quattro soldi al pezzo nelle osterie della Svizzera e della Germania. Ferdinando I domandò il calice pei laici e il matrimonio pei preti. Ferrier, con le lettere della stessa Caterina de'Medici, esigeva il matrimonio de'preti, la messa in lingua volgare, un Concilio ecumenico libero, come lo intendevano i protestanti. La Baviera domandò tutto questo e più ancora.

I legati si spaventarono.

Pio IV inviò un supplemento di Padri italiani per rinforzare la maggioranza; fece comprare il dottor Hugonis, che gli riferiva i segreti del Comitato francese; e scrisse allo stesso cardinale di Lorraine (il quale fu così crudele verso gli Ugonotti per politica, non già per fede): «non esser bene che il popolo abbia la piena intelligenza dei misteri della religione, ma esser piuttosto necessario che esso creda ed obbedisca per fede».

Ma siccome insistevasi sulla riforma della Corte di Roma, così i legati proposero si cominciasse dal riformare i Governi secolari e l'episcopato medesimo.

Questo colpo inatteso troncò le rimostranze.

Il papa si ammalò in seguito di eccessi d'ogni genere. E poco appresso ne morì; e Pasquino disse: «In odio visse, e si morì d'amore!»

I cardinali volevano accostarsi a Roma: essi temevano che il Concilio, imitando quello di Costanza, nominasse il successore di Pio IV. Fu dunque affrettata la chiusura del Concilio. Si decretò in gran fretta una infornata di dogmi, venuti bell'e pronti da Roma; si scomunicò gli eretici, come al solito; e nella ventesima quinta seduta fu proclamata la chiusura. Vi si adoperò la formula: «Alla presenza dello Spirito Santo, ci parve bene....», anzichè la formula consacrata: «Parve bene allo Spirito Santo ed a noi».

Questo Concilio aveva durato ventun'anno. I teologi non v'ebbero voto deliberativo: essi spiegarono i dogmi. I prelati pronunciarono. I legati del papa diressero, e furono sempre i padroni.

Il papa approvò in un concistoro i decreti del Concilio, dietro la proposta del cardinale Buoncompagni, che il papa solo poteva interpretare i decreti e le decisioni sinodali, sui quali era severamente vietato di fare alcuna glossa o commento.

La Francia e la Germania non riconobbero il Concilio di Trento. Ed allorchè più tardi, all'epoca della reazione cattolica, esse vi aderirono, non si sottomisero che alla parte dogmatica, respingendo sempre la parte disciplinare, contraria agli usi ed ai privilegi di ciascuna nazione.