XXV.
Il prossimo Concilio di Roma sarà pressochè calcato su quello di Trento. Aggiungo dunque altri curiosi particolari, principalmente in quanto alla forma stessa, alle pratiche, ai regolamenti, alle ordinanze del Concilio.
I Concilii dei primi nove secoli della Chiesa erano stati convocati e tenuti dagl'imperatori ed altri principi. Essi li avevano presieduti in persona, o vi avevano delegato appositi commissarii. Infatti, ad Efeso, fu il conte Candidiano che presiedette per l'imperatore; a Calcedonia, presiedettero l'imperatore Marciano, Pulcheria sua moglie, e i suoi commissarii; al Concilio di Costantinopoli, detto in Trullo, Costantino il Barbuto ordinava quello che bisognava trattare, dava la parola, dirigeva la discussione, troncava le contestazioni. Costantino presiedette a Nicea; Teodosio al secondo di Costantinopoli.
I Padri di Calcedonia ammisero nondimeno due specie di presidenza del Concilio: quella del principe e quella del pontefice o patriarca.
Quando il papa o il patriarca assisteva al Concilio, sedeva alla destra dell'imperatore. I papi ebbero gran cura di far credere più tardi che l'imperatore sedeva alla loro sinistra.
A partire dal nono secolo, parecchi Concilii furono indetti e presieduti dai papi. Gregorio VII tenne il Concilio Lateranense; Innocenzo III un altro Lateranense; Innocenzo IV e Gregorio X presiedettero i Concilii di Lione; Clemente V quello di Vienna di Francia; Alessandro V quello di Pisa; Eugenio IV quello di Firenze; Giovanni XXIII e Martino V quello di Costanza.... A poco a poco si stabilì poi la pratica della preminenza del patriarca o del papa in queste riunioni ecclesiastiche.
Tale preminenza aveva tre scopi principali: la prerogativa della sessione, il diritto di raccogliere i voti, la ratificazione di tutto ciò ch'era stato fatto—ratificazione che non doveva nuocere alla libertà del suffragio, ch'era assolutamente necessaria.
Nei primi Concilii, i diaconi e i preti prendevano posto tra'Padri, ed avevano gli stessi diritti dei vescovi. Più tardi, allorchè prevalse la dottrina della supremazia del vescovo sul prete, essi furono esclusi. Nel Concilio di Nicea (314), i Padri sottoscrissero gli atti, non per ordine di dignità, ma per anzianità di sede. Più tardi i vescovi si conformarono alla data della loro ordinazione, secondo Graziano, tanto pel rango che occupavano nella sessione, quanto per quello della sottoscrizione. Nondimeno i vescovi di alcune sedi privilegiate furono eccettuati da questa regola.
XXVI.
Siccome tutto quello che si dee trattare in un Concilio non si può terminare in un giorno, così si prese la deliberazione di dividere gli affari in varii tempi, e si distinsero le diverse riunioni in sessioni—o azioni, come si chiamarono ne'primi secoli. Più tardi ciascun affare ebbe una congregazione speciale, che nominò i Padri per formulare i decreti o schemi di decreti.
Ciascuno aveva il diritto di esporre nella congregazione generale il proprio avviso intorno al decreto proposto dai legati. Questi si contentavano di opinare nelle sessioni.
Si proponevano i quesiti o i decreti nelle congregazioni ristrette—o Comitati, o Ufficii, o Commissioni, come diciamo noi oggidì—; dimodochè i Padri deliberavano prima tra loro per commissione. Si presentava poi in una congregazione generale—in Inghilterra si direbbe Comitato segreto—la relazione sul quesito preparata dalla Commissione, e tutti potevano assistere ai dibattimenti e discutere, e poscia si prendeva una decisione definitiva. Finalmente si presentava questa decisione alla sessione generale per essere votata. Tale regolamento, del tutto recente, era stato adottato per evitare al più possibile gli alterchi tra'vescovi, e dare maggior forza all'azione dei promotori dei Concilii e maggior decenza all'assemblea.
Ne'primi secoli, tutto si discuteva in comune ed in pubblico. Si registrava il voto di ciascun membro, lasciando la più compiuta libertà di suffragio. Ma questa libertà di suffragio essendo stata violata negli ultimi tempi, allorchè i papi cominciarono a servirsi dei Concilii come di strumenti della loro politica, il Concilio di Costanza risolse di adottare il voto per nazione—cioè che ogni vescovo opinasse tra'vescovi della propria nazione, e poi si portasse nella sessione il voto dei Padri della nazione, pronunciato nella riunione nazionale.
Sino all'undecimo secolo, non si pensò gran fatto al consenso del papa pei decreti del sinodo. Si dava bensì gran peso a questo consenso; ma se il papa ricusava di sottoscrivere al Concilio, s'egli non adottava la decisione della Chiesa universale, si passava oltre. Era dottrina che il Concilio generale poteva esercitare la propria autorità verso i papi e i patriarchi, come verso gli altri membri della Chiesa. Il Concilio di Costanza espresse di nuovo solennemente questa dottrina nella terza sessione, e quello di Basilea nella sua seconda sessione: Synodus, in Spiritu Sancto legittime congregata, generale concilium faciens, potestatem habet a Christo immediate.... cui, quilibet cujuscumque status.... etiamsi papalis existat, obedire tenetur.
XXVII.
Tra gli assistenti ad un Concilio, gli uni vi sono in qualità di giudici per pronunciare sulle materie che si discutono; altri soltanto per prender parte alla discussione ed esprimere un voto consultivo; altri infine per compiere diverse funzioni, come quelle di segretarii o di promotori, o per difendere il Concilio e vigilare al mantenimento dell'ordine. In alcuni Concilii, i laici ebbero anche voto, e persino voto deliberativo. Ma questo diritto appartiene omai esclusivamente ai vescovi. Gli abati, i generali di Ordini, i teologi ebbero anch'essi talvolta diritto di suffragio, ma sono principalmente membri consultivi.
Il Concilio si apriva un tempo con la lettura del regolamento, di cui ecco i punti principali, stipulati in un canone del Concilio di Toledo del 633:
«Nella prima ora del giorno si farà uscir tutti dalla chiesa, e se ne chiuderanno le porte. Tutti gli uscieri si ridurranno a quella per la quale devono entrare i vescovi, i quali saranno introdotti tutti insieme, e prenderanno posto secondo il loro rango di ordinazione. Dopo i vescovi, si chiamerà quelli tra'preti e diaconi che si crederà dover far entrare. I vescovi staranno seduti in giro, i preti seduti dietro a loro, e i diaconi in piedi dinanzi ai loro seggi. Infine si farà entrare i laici, che il Concilio crederà degni, ed i notaj per leggere e scrivere quello che sarà necessario, e si farà poi guardare le porte. Allorchè tutti avranno preso posto, il primo de'diaconi dirà: «Pregate», e tosto essi si prostreranno successivamente, e pregheranno per qualche tempo in silenzio; poi uno dei vescovi più anziani si alzerà per fare una preghiera ad alta voce, rimanendo gli altri prosternati. Finita l'orazione, e dopochè tutti avranno risposto: Amen!, l'arcidiacono dirà: «Alzatevi». Tutti allora si alzeranno, ed osserveranno un profondo silenzio. Poscia un diacono, indossata la stola, leggerà il Vangelo; dopo di che porterà in mezzo all'assemblea il libro de'canoni, e leggerà quelli che trattano della tenuta dei Concilii. Il vescovo metropolitano prenderà quindi la parola, ed esorterà quelli che hanno richiami od altre quistioni, a proporle. Non si passerà ad altro argomento, senza che il primo sia esaurito. Se qualcuno dal di fuori, chierico o laico, volesse indirizzarsi al Concilio, farà conoscere il suo affare per mezzo dell'arcidiacono della metropoli, ed allora gli sarà permesso d'entrare. Nessun vescovo uscirà dalla seduta prima che sia finita; nessuno si allontanerà dal Concilio prima che tutto sia terminato; affine di poter sottoscriverne le decisioni».
I decreti son pubblicati nelle sedute solenni, che ricevettero il nome di sessioni.
Talvolta la discussione sorge nella sessione, benchè i decreti sieno stati preparati nei Comitati e nelle Congregazioni generali, come ho detto. Allora si nomina una Commissione per deliberare sulla redazione del decreto, il quale è sottoposto all'esame ed all'approvazione della sessione successiva.
A Trento, tutti erano chiamati alle discussioni preparatorie del secondo grado.
A Trento pure i prelati e i dottori erano divisi in tre congregazioni, che si tenevano separatamente presso ciascuno dei legati. Tutte le materie v'erano discusse a lungo, e vi si preparavano i decreti. Le tre assemblee si riunivano poi in congregazione generale per deliberare in comune. Preparati così i decreti, venivano letti nella sessione solenne, e ricevevano una sanzione definitiva.
Nelle congregazioni, i vescovi non portavano che il berretto; nelle sessioni, la mitra.
XXVIII.
L'ultimo di novembre del 1545, appressandosi il tempo dell'apertura del Concilio a Trento, i legati inviarono un corriere a Roma per avere una bolla che loro ingiungesse di aprirlo, dicendo che, per conservare l'autorità della Santa Sede, era d'uopo che codesta bolla fosse letta e registrata nella prima seduta. La bolla giunse, infatti, l'11 dicembre, e all'indomani i legati ordinarono un digiuno ed una processione, e tennero una congregazione generale, in cui fu letta la bolla e determinato quello che si doveva fare nella sessione.
Il vescovo d'Astorga, Diego d'Alava, disse che si doveva leggere nella congregazione anche il breve della Legazione e presidenza, affinchè tutti potessero mostrare obbedienza alla Santa Sede. Quasi tutta l'assemblea approvò questo parere, ed anzi ciascuno v'insistette particolarmente. Ma il Santa-Croce, considerando le conseguenze di tale domanda, e che, se si faceva pubblica l'autorità della Legazione, ciò poteva invogliare a limitarla, trovò più a proposito di tenerla segreta, per consigliare secondo l'occasione. Egli rispose dunque subito: che tutti i prelati non formavano che un corpo solo nel Concilio, e che se si leggeva il breve dei poteri dei legati, bisognava leggere altresì le bolle d'ogni vescovo per far fede della sua istituzione; dimodochè si dovrebbe sempre ricominciare di volta in volta ne venissero di nuovi. Con tale pretesto egli salvò l'onore della Legazione, che consisteva nel non aver limiti[20].
I legati di questa prima parte del Concilio di Trento furono: il cardinal Monti o Del Monte, dell'ordine de'vescovi; il cardinal Santa-Croce, dell'ordine dei preti; e il cardinal Poole, della casa reale d'Inghilterra, dell'ordine de'diaconi. Però i legati portavano tutti gli stessi distintivi.
Paolo III mandò suo nipote, il cardinal Farnese, a Carlo V, affinchè consentisse all'apertura del Concilio e desse i suoi ordini ai cattolici.
Fu deliberato che la sala delle sedute fosse coperta di tappezzerie, per timore che il Concilio non paresse un'assemblea di persone abbiette.
Il cardinale Madrucio, parente dell'imperatore e vescovo di Trento, fece parte del Concilio, e die'luogo ad una contesa; poichè Mendoza, nella sua qualità di rappresentante dell'imperatore, voleva avere un seggio al di sopra di lui. Si pensò di collocare le sedie in modo che la preminenza tra loro non si potesse discernere. Madrucio ebbe anche quistione col Del Monte; ma gli fece poi delle scuse, e il Del Monte rispose con un segno del capo.
—Monsignore, disse Madrucio, prendetela come volete, mi è indifferente: io sono cavaliere di nascita.
—Ed io saprò andare, rispose il legato, là dove i nobili non potranno mai insultarmi.
Infatti, egli andò a Roma, e fu papa.
Si chiamarono corridori i Padri che si affrettarono a recarsi a Trento. E siccome vi si annoiavano, così chiesero il permesso, sotto un pretesto qualunque, di andare a Venezia o a Milano per distrarsi. I legati concedevano di rado tale permesso, ma, per raddolcire il rifiuto, davano del denaro.
Tre vescovi francesi giunsero in sul principio. Il re li richiamò; ma essi mandarono il vescovo di Rennes a pregare S. M., in nome del papa, di permetter loro di rimanere. E così due soltanto assistettero all'apertura del Concilio.
Per lo addietro, il titolo di Atti del Concilio comprendeva tutto. A Trento si diede questo titolo ai decreti, e si tacque del resto.
Per lo addietro, i notaj assistevano al Concilio per raccogliere i suffragi. Se i vescovi opinavano senza contraddizione, essi scrivevano: «Il santo Sinodo ha pronunciato». Allorchè parecchi vescovi erano dello stesso avviso, i notaj scrivevano: «I vescovi hanno proclamato o dichiarato»; e questo teneva luogo di decisione. Quando non si potevano punto accordare, i notaj registravano il voto di ciascuno, e il presidente decideva.
Nulla di tutto questo fu fatto per gli atti del Concilio di Trento.
XXIX.
Giunto il 13 di dicembre, il papa pubblicò a Roma una bolla di giubileo, in cui diceva: ch'egli aveva convocato il Concilio per sanare le piaghe aperte alla Chiesa da detestabili eretici; che ciascuno in particolare doveva pregar Dio pei Padri raccolti a Trento; e per rendere efficaci queste preghiere, digiunare tre giorni ed assistere alle pubbliche processioni; poi confessarsi e comunicarsi, in grazia di che egli accordava loro il perdono dei loro peccati.
Nello stesso giorno, a Trento, i legati e venticinque vescovi, indossati gli abiti pontificali ed accompagnati dai teologi, dal clero della città e da tutto il popolo di Trento e dei dintorni, si recarono processionalmente dalla chiesa della Trinità, ove s'erano riuniti, alla cattedrale, dove il primo legato celebrò la messa dello Spirito Santo. Il vescovo di Bitonto, il francescano Musso, pronunciò un discorso, in cui si rivolse ai boschi ed alle foreste di Trento, scongiurandole ad invitare tutti gli uomini a sottomettersi al Concilio, per timore non si dicesse che, essendo venuta al mondo la luce del papa, gli uomini avevano preferito alla luce le tenebre.... Egli invitò poscia la Grecia, la Francia, la Spagna e l'Italia, tutta la cristianità alle nozze. Infine, rivolgendosi a Gesù Cristo, lo pregò, per intercessione di san Vigilio, patrono della vallata di Trento, di voler assistere al Concilio.
Il papa, la cui luce era venuta al mondo, era quel cardinale Farnese, che Alessandro VI aveva fatto uscire dal Castel Sant'Angelo, in cui era rinchiuso come falsario di brevi pontificii, in grazia della sorella Giulia Farnese, della quale Alessandro VI aveva fatto la sua concubina, e che fece dipingere dal Pinturicchio come una Madonna—in the sacred character of the Virgin, dice Roscoe—, appendendola poi al capezzale del suo letto. La luce del mondo era quel Paolo III che aveva comperato i voti del conclave; quel papa di cui Benvenuto Cellini diceva: «che non credeva in nulla, nè in Dio nè in altra cosa, fuorchè nell'astrologia»; quel Paolo III che, come Alessandro VI, aveva sedotto sua figlia Costanza prima di maritarla allo Sforza, e che aveva in seguito avvelenata, perchè si opponeva alla continuazione dell'incesto; quel papa che aveva già avvelenato i rivali che gli dava sua sorella; quel papa che nominava cardinali i suoi nipoti, dell'età di quattordici e sedici anni, e Crispo ch'era stato cavalleggero; quel papa che aveva fatto costruire una macchina infernale per assassinare Carlo V; quel papa che sancì l'Ordine dei Gesuiti; quel papa ch'ebbe mano nell'avvelenamento del cardinale Ippolito de'Medici, che l'aveva nominato papa, in casa della sua concubina Giulia Gonzaga; quel papa ch'era padre di quel Pier Luigi Farnese, che violava i vescovi.—Paolo III diceva: «Io imparai dalla storia e dalla mia propria esperienza che la Santa Sede non fu mai potente e felice se non quando fu alleata alla Francia». E piegò verso la Francia; in modo che Carlo V diceva di lui: «Altri prendono il mal francese in gioventù, ma questo papa lo prende nella vecchiaia». Egli morì in un accesso di bile, forse avvelenato dal cardinale Farnese, suo nipote.
Dopo il discorso del vescovo di Bitonto, i legati fecero leggere una lunga esortazione così concepita: che essendo loro cómpito di ammonire i prelati durante il Concilio, essi credevano doverlo fare sin dalla prima seduta, ma in guisa da non consigliare mai nulla di cui non dessero essi medesimi l'esempio, essendo in tutto eguali agli altri; che il Concilio si teneva per tre scopi principali: l'estirpazione dell'eresia, il ristabilimento della disciplina ecclesiastica, e il ricupero della pace; che per riuscire nel pio intento, bisognava avere il profondo sentimento che codesti mali erano stati provocati dal peccato dell'eresia—non già per averla suscitata, ma bensì per aver mancato al proprio dovere di seminare la buona dottrina e di estirpare la zizzania; che, rispetto alla corruzione de'costumi, non era mestieri parlarne, poichè nessuno ignorava che i pastori ed il clero erano i corruttori e i corrotti: in punizione di che, Dio aveva loro mandato la terza piaga, cioè la guerra al di fuori coi Turchi, e al di dentro tra'cristiani; che senza questo vero riconoscimento de'loro falli, essi invocherebbero invano lo Spirito Santo e comincierebbero invano il Concilio; che le sventure della cristianità provenivano da un giusto giudizio di Dio che la puniva, quantunque con pene ben minori delle sue colpe; che per calmare la sua collera, bisognava confessare queste colpe, ad esempio di Esdra, di Nehemia e di Daniele, senza di che lo Spirito Santo non discenderebbe sopra di essi; che Dio faceva loro una grazia particolare nel porli in grado di cominciare il Concilio per riparare ai danni della Chiesa; che Dio era spettatore delle loro azioni, insieme con gli angeli e tutta la Chiesa. Infine, i legati raccomandavano ai vescovi mandati dai principi di servire i loro padroni, in modo che il servizio di Dio fosse preferito a qualunque altra cosa.
E questo sarà il testo preciso dell'allocuzione che Pio IX dirigerà al Concilio, aggiungendovi le rapine del razionalismo e gli attentati dei rivoluzionarii, che hanno spogliato la Santa Sede di ciò che aveva ricevuto da Dio; e facendo una tirata contro la pubblica educazione e l'insegnamento avvelenato dalla libertà.... Il tutto condito di pecore, di ovili, di lupi voraci, di corrucci del cuore paterno, di persecutori della Chiesa, di figli scellerati di Satana ..., che già sappiamo. Il gergo ecclesiastico è stereotipato!
XXX.
Dopo la suddetta rimostranza, i legati di Trento lessero la bolla di convocazione del Concilio, con un breve della semplice deputazione dei togati, e la bolla spedita per aprire il Concilio.
Alfonso Zorilla, segretario di Mendoza, presentò di nuovo ai legati l'ordinanza dell'imperatore, con una lettera particolare del suo signore, il quale si scusava della momentanea assenza per una indisposizione. I legati accolsero tale scusa; e quanto all'ordinanza, dissero: che, benchè essi avessero già risposto, pure volevano rispondervi un'altra volta, per mostrare maggiore rispetto verso l'imperatore.
S'inginocchiarono poi tutti, e fecero prima una preghiera a bassa voce, come s'usa in ciascuna sessione, in conformità al ceremoniale romano; poscia il presidente Monti recitò ad alta voce quella: Adsumus, Domine Sancte Spiritus, ecc. Cantate quindi le litanie, il diacono lesse il vangelo: Si peccaverit in te frater tuus. Finalmente, cantato il Veni Creator, i Padri sedettero secondo il loro rango, e il presidente lesse il decreto, domandando se loro piaceva d'ordinare che il Santo Concilio di Trento fosse aperto, e di dichiararlo aperto, per la gloria di Dio, la estirpazione delle eresie, la riforma del clero e del popolo, e l'estinzione dei nemici del nome cristiano. I Padri risposero tutti: Placet!—primi i legati, poi i vescovi e gli altri Padri. Dopo di che, lo stesso legato domandò se, a cagione delle feste di Natale che si avvicinavano, piaceva loro che la sessione si tenesse all'indomani della Epifania. Ed essi di nuovo risposero: Placet! Ercole Severoli, promotore del Concilio, fece istanza ai notaj di erigere sopra ciò un atto pubblico. In fine, si cantò il Te Deum.
Nel recarsi alla cattedrale, gli Ordini religiosi erano stati a capo della processione, preceduti dalla croce, e seguiti dai Capitoli collegiali e dal resto del clero, e poi dai vescovi, dai legati e dagli ambasciatori del re dei Romani. Nel ritorno, i legati, con la croce alla testa, uscirono pei primi, poi gli ambasciatori e poi i Padri, i quali avevano deposto gli abiti pontificali.
Ciascuna sessione si aprì con le stesse cerimonie.
Si tennero parecchie congregazioni. Del Monte propose i regolamenti per il buon ordine e la tenuta del Concilio, e fu stabilito si esaminerebbero anche le materie che dovevano esser trattate nelle congregazioni. Qualunque sorpresa d'una quistione importuna rimase così cansata.
I legati ottennero che il papa nominasse gli ufficiali pel Concilio.
Nella seconda congregazione, l'arcivescovo d'Aix e il vescovo d'Agde pregarono i legati di non trattar nulla d'essenziale, prima dell'arrivo degli ambasciatori del re di Francia. Ma non furono ascoltati.
Fu accordato voto deliberativo agli abati e generali di Ordini, per aumentare la maggioranza del papa.
Nella sessione non si discuteva, e si opinava soltanto per formalità.
Per la seconda sessione, i prelati, vestiti co'loro abiti ordinarii, si riunirono in casa del primo legato Del Monte, donde poi si recarono alla cattedrale, preceduti dalla croce e passando in mezzo a trecento soldati di fanteria. Appena i Padri entrarono in chiesa, i soldati fecero sulla piazza una scarica, e si tennero in guardia durante tutta la sessione. I teologi rimasero in piedi. Gli ambasciatori occupavano il loro banco, con alcuni gentiluomini del vicinato, scelti dal cardinale di Trento. Il vescovo di Castellamare cantò la messa; quello di S. Marco fece il discorso.
Dopo la messa, i prelati indossarono le vesti pontificali, e fecero la preghiera come nella sessione precedente. Quando furono seduti, il vescovo celebrante lesse la bolla, che proibiva di ammettere il suffragio dei procuratori e degli assenti; e lesse poscia alcuni decreti del Concilio, tra gli altri quello di parlare modestamente nelle sedute. I Padri risposero: Placet.
I Francesi insistettero di nuovo per l'aggiunta di universalem Ecclesiam repræsentans, da apporre al titolo del Concilio. I legati se ne lagnarono nella congregazione successiva, dicendo: ch'era sconveniente il mostrare diversità d'opinione nelle sedute, mentre le congregazioni segrete si tenevano espressamente per lasciare a ciascuno la libertà di dire il proprio avviso, affine di mostrare nelle sessioni pubbliche la conformità dei pareri.
I legati avevano ragione.
Lo Spirito Santo, ivi presente, non poteva inspirare bianco agli uni e rosso agli altri. E però in una sessione si discusse sulla famosa colomba da porre sul suggello del Concilio. I legati opinavano che, se il Concilio aveva con sè lo Spirito Santo, non v'era alcun bisogno di ricorrere al papa pegli schiarimenti.
E il povero Cristo, nel Paradiso di Dante, si lagna che il suo vicario abbia fatto di lui un segnacolo in vessillo e una figura di sigillo!....
XXXI.
Dopo l'ottava sessione, l'11 marzo del 1547, il Concilio fa rinviato a Bologna, ove tenne l'intermezzo della nona, decima e undecima sessione, senza nulla decidere.
Giulio III, ch'era succeduto a Paolo III, restituì il Concilio a Trento il 14 dicembre del 1550.
Giulio III era quello stesso cardinale Del Monte, che era stato il primo legato al Concilio, nominato papa malgrado la stessa candidatura di Carlo V, e quantunque avesse detto, ridendo, in un gruppo de'più giovani dei suoi elettori: «Se voi mi fate papa, vi dò per confratello il prevostino».
Il prevostino era uno de'suoi molti figli, ch'egli aveva fatto allevare insieme con uno scimiotto ed una bambina, sua figlia anch'essa, «e l'aveva tenuto dapprima nella sua camera, e poi nel suo letto», secondo la narrazione del Dandolo, ambasciatore di Venezia. Del Monte era un allegro compare, dedito agli amori. «Il cardinale di Trani, scriveva Mendoza a Carlo V, ha sempre la sua casa piena di puttane e monti di garzoni». Egli era stato l'amante della famosa cortigiana Beatrice Ferrarese, che servì di modello per tante Madonne. Egli viveva come un sibarita, e bestemmiava come un carrettiere. Un giorno, mentre bestemmiava contro un maggiordomo, a proposito d'un pavone mal cotto, ed un cardinale essendosene scandalizzato, Giulio III esclamò: «Che se Dio era montato in collera per un cattivo pomo, egli, che n'era il vicario, poteva bestemmiare per un pavone, che valeva molto di più». Enrico Estienne assicura ch'egli abusava de'suoi giovani cardinali more sodomitico, non meno che di suo figlio il prevostino, che aveva fatto cardinale, e che Paolo IV degradò pei suoi delitti. Giulio III fu sul punto di far cardinale l'Aretino, ch'egli baciò in bocca. Morì poi quasi di fame, per ordine dei medici.
Il cardinale di San Marcello, Marcello Crescenzio, fu mandato legato alla riapertura del Concilio, aggiungendogli, in qualità di nunzii, l'arcivescovo di Siponte e il vescovo di Verona.
Il 28 di aprile del 1552, alla sedicesima sessione, il Concilio fu di nuovo interrotto.
Giulio III morì nel 1555, ed ebbe per successore il suo collega al Concilio di Trento, il cardinale Santa-Croce, Marcello Cervini. Questi volle conservare il proprio nome, e si chiamò Marcello II.
Il mutamento di nome dei papi datava da Sergio II (844), il quale, chiamandosi Boccaporci, Os porci, come dice Onofrio Panvini, ob turpitudinem cognomenti, prese un altro nome.
Corse voce che Marcello II fosse stato avvelenato, a cagione della rigidità de'costumi che voleva imporre agli ecclesiastici. Adriano VI fu certo avvelenato per la stessa causa.
Il suo successore, l'inquisitore Caraffa, Paolo IV, minacciava di mostrarsi ancor più severo. Egli metteva paura alle persone della sua Corte, e diceva: Uxorem non habentes sæpe verberant—«i celibatarii percuotono volontieri». E percosse molto, anche de'cardinali, e strappò la barba all'ambasciatore di Ragusa. Le prime parole dette da Paolo IV, appena nominato, furono: «Io non devo la mia tiara a nessuno». E quando gli fu domandato come voleva esser trattato: «Da gran principe», egli rispose. Paolo mangiava molto—- venticinque piatti—, e beveva forte: rimaneva a tavola tre ore. Egli era accuratissimo, siccome d'alto lignaggio. L'Inquisizione fu la sua più grande occupazione. Odiava profondamente gli Spagnuoli e l'imperatore, «Io sono Italiano!—diceva egli con più verità che Giulio II—ed in Italia non v'ha che una tiara ed un berretto: Roma e Venezia». Ei li odiava talmente cotesti Spagnuoli, che si collegò coi protestanti di Germania, e chiamò in Italia Solimano per discacciarne i marrani.
Questo papa fece paura allo stesso duca d'Alba. Ma Paolo IV era stato terrificato da Filippo II.... Quando egli fu eletto, andò scritto il seguente feroce epigramma:
Sixtum lenones, Julium rexere cinædi,
Imperium vani scurra Leonis habet.
Clementem furiæ vexant et avara cupido;
Quæ spes est regni, Paule, futura tibi?
(I lenoni governarono Sisto, i cinedi Giulio; i buffoni guidarono il leggero Leone; le furie, l'avarizia, la cupidigia possedettero Clemente. Quale specie di regno ci riservi tu, o Paolo?)
Alla sua morte, mentre i Romani ne spezzavano la statua, un poeta componeva un epitaffio sanguinoso, che terminava con questi versi:
Hostibus infensis supplex, infidus amicus:
Scire cupis cætera? papa fui!
«Egli fa papa»—ciò dice tutto[21].
Paolo non si curò punto del Concilio.
Per lui, i Padri non erano che semplici consiglieri del pontefice, al quale appartiene ogni autorità e dinanzi al quale tutto si piega.
XXXII.
Il Concilio si riunì di nuovo il 29 novembre del 1562, sotto Pio IV, e cominciò dalla sessione decima settima, malgrado le rimostranze di alcune potenze e di alcuni Padri, i quali avrebbero voluto considerare la nuova riunione come un nuovo Concilio. Il cardinale di Mantova, Ercole Gonzaga, fu mandato come legato, aggiungendogli Giacomo de Puy, nizzardo, eccellente giureconsulto. Poco appresso, Gonzaga morì, e Pio IV mandò a Trento il cardinale Navagero e il cardinale Morone, fatto uscire allora dal castel Sant'Angelo, ove lo aveva fatto rinchiudere in compagnia del cardinale Foscarini, come eretici, per aver lasciato passare il libro degli Esercizi spirituali di Sant'Ignazio di Loiola!
I legati domandarono al papa dieci buone teste per opporle ai vescovi di Spagna.
Pio IV aveva pochissima stima del Concilio. Allorchè gli si rimproverava di non lasciare ai Padri, «a que'vescovetti, a que'fanciulli,» bastante libertà, egli rispondeva: «È vero, ma i loro re ne lasciano loro ancora meno». Ed agli ambasciatori diceva: «che i sovrani gli sarebbero molto più cari, se lo aiutassero a liberarsi dal Concilio, anzichè ad esterminare gli Ugonotti».
Quando il conte di Luna rimproverava al Morone la servitù del Concilio, e che si chiamassero nelle congregazioni molti Italiani e due soli Francesi e due Spagnuoli, e che si estorcessero i voti, il Morone non negava punto la cosa, ma rispondeva: che nessuno si lagnava di codesta servitù, e che le cose andavano proporzionatamente, essendovi al Concilio centocinquanta Italiani e soli sessanta stranieri. «Voi non tenete conto delle nazioni, soggiunse un giorno il duca di Luna; ma, in fine, le contate».
Pio IV, ch'era lo Spirito Santo del Concilio, aveva due figlie ed un figlio. Cosimo de'Medici lo aveva fatto eleggere a forza di scudi, comprando i cardinali al conclave. Pio IV diceva all'ambasciatore di Venezia, che non v'era un cardinale che sapesse resistere a 500 scudi di pensione. Ed egli condusse il Concilio col denaro: vi spese, infatti, 600,000 scudi, circa 5 milioni di franchi.
Egli pendeva pel matrimonio dei preti. Fece imprigionare uno de'nipoti di Paolo IV, il cardinale di Napoli, e strangolare l'altro, il cardinale Carlo Caraffa, che l'aveva fatto papa. Pio V, suo successore, ordinò la revisione del processo, fece appiccare il giudice d'istruzione, che aveva trovato colpevoli i due cardinali—sempre infallibilmente—, e fece distruggere gli atti del processo.
Pio IV fece dipingere dal Salviati, nella sala dei re al Vaticano, la scena di Alessandro III, che pone il piede sulla testa del Barbarossa.
Dopo tutto, bisognava finirla con l'assemblea di Trento. Alcuni vescovi spagnuoli si opposero alla chiusura; ma il Morone ingannò il Luna per farlo acconsentire.
L'ambasciatore di Francia, Ferrier, diceva che, se il Concilio nominava un papa, la Francia non ne riconoscerebbe giammai altri. Ora, il papa era malato, e il Morone aveva speranza d'essere eletto. La chiusura fu dunque decisa, affrettata. Il venerdì 3 dicembre del 1563, alla ventesimaquinta sessione, si lessero tutti i decreti del Concilio; e non essendosene terminata la lettura il primo giorno, si tenne seduta all'indomani prima dell'alba.
Il cardinale di Lorraine si fece l'acclamatore generale: il che spiacque, essendo questo l'ufficio d'un diacono, anzichè di un cardinale. Egli cominciò le sue acclamazioni con augurare lunga vita al papa, e poi facendo voti pel riposo delle anime di Paolo III e di Giulio III. E continuò benedicendo la memoria di Carlo V, ed i re in massa, ma non nominando Francesco I ed Enrico II; aggiungendo augurii di lunga esistenza all'imperatore Ferdinando ed agli altri principi, obbliando però Carlo IX, ed augurii di lunga durata alle repubbliche.
Ferrier non era presente: senza di che, egli avrebbe indubbiamente protestato.
Il di Lorraine ringraziò, da ultimo, i legati, ed applaudì ai decreti del Concilio. I Padri risposero tutti insieme, con le sole parole: Anatema agli eretici!
I legati comandarono allora ai Padri, sotto pena di scomunica, di firmare di proprio pugno tutti i decreti; e la domenica successiva vi fu tutta impiegata.
Gli ambasciatori, che dovevano firmare alla lor volta, non sottoscrissero punto. De Luna voleva sottoscrivere con restrizione, non avendo Filippo II acconsentito alla chiusura del Concilio. E però questo re diceva: «Che i Padri erano andati vescovi al Concilio, e n'erano ritornati semplici curati».
Tutti i cardinali approvarono, in un concistoro, i decreti del Concilio, fuorchè il cardinale Cicanda e il cardinale Ghislieri (che fu in appresso l'abbominevole e atroce Pio V), trovando essi che i vescovi avevano conservato troppa autorità. Si scongiurarono i principi a far eseguire ne'loro Stati i decreti del Concilio; ma Carlo IX non fu scongiurato nominatamente. Diecinove Padri, tra quelli che avevano mostrato maggior zelo, furono promossi al cardinalato.
E qui poniam fine al nostro esame retrospettivo dei Concilii, già troppo lungo, e giungiamo alle conchiusioni.
XXXIII.
In quale circostanza l'idea d'un Concilio venne al mondo, o piuttosto sgorgò dal divino cervello dell'angelico Pio IX?
L'8 dicembre del 1864, il decimo anniversario della «definizione dogmatica della immacolata concezione della Vergine madre di Dio», la Cancelleria romana partorì una lettera enciclica ed il famoso Sillabo, opera di un Gesuita tedesco, il P. Schroder, il quale in 10 capitoli e 80 paragrafi, trattò degli errori principali della sfortunata epoca nostra.
Il 6 di giugno del 1867, diecisette quesiti, specialmente risguardanti gli eretici, il matrimonio civile, ecc., furono con una lettera circolare diretti ai vescovi.
Il 26 dello stesso mese, il papa pronunciò un'allocuzione in un concistoro segreto, alla presenza di cinquecento vescovi, nella quale annunciava loro il suo desiderio di convocare un Concilio generale, mediante il quale la Chiesa cattolica compirebbe i suoi più bei trionfi, convertirebbe i suoi nemici, e proclamerebbe il regno del Cristo su tutto l'orbe abitato ed abitabile.
I vescovi risposero con un indirizzo—a Roma non si teme punto l'indirizzo—, che «il loro cuore era colmo di gioia alla prospettiva di codesto Concilio ecumenico, il quale non poteva essere che una sorgente infallibile di unità, di santità e di pace».
Il papa ricevette l'indirizzo con entusiasmo, e, secondo il voto de'suoi fedeli mandatarii, mise il Concilio sotto la protezione di Colei che aveva calpestato la testa del serpente, e promise che, allorquando il Concilio si riunisse, verrebbe inaugurato nell'anniversario dell'Immacolata Concezione.
Il 29 di giugno del 1868, la bolla della convocazione del Concilio fu canonicamente promulgata.
L'8 di settembre dello stesso anno, comparve la lettera apostolica diretta a tutti i vescovi di rito orientale separati da Roma, invitandoli a presentarsi al sinodo, «come i loro predecessori erano stati presenti al secondo Concilio di Lione ed a quello di Firenze»,—dove però non ebbero il permesso di votare, e sedettero in disparte.
L'abate Testa fu poi incaricato di portare personalmente questa lettera ai vescovi e patriarchi scismatici.
Infine, il 13 di settembre, comparve la lettera apostolica ai protestanti, con la quale il caritatevole Padre de'fedeli li esortava «ad abbracciare l'opportunità di questo Concilio»—occasionem amplectantur hujus concilii. Ma il cuore indurito degli scismatici orientali non parve commosso dalla gentilezza dell'invito. La grazia proveniente da Roma li toccò ben poco!
Il patriarca di Costantinopoli non volle nemmeno guardare quella lettera, benchè essa fosse legata in marocchino rosso con lo stemma e col suo nome in cifre d'oro. Ei ne aveva saputo abbastanza da'giornali, e prevedeva che i Padri del Concilio non potrebbero riescire che ad assalirsi con ogni violenza ed a strapparsi la barba e i capelli, come altre volte.
Ora quel prudente patriarca, essendo calvo, ci tiene molto alla sua barba; e perciò il superbo volume fu posto sopra un cuscino, e restituto al delegato, che fu salutato cortesemente, e ricondotto al confine.
Il metropolita di Calcedonia restituì la lettera con una semplice, ma energica apostrofe in greco, la quale significava soltanto: lasciatemi in pace!
Il vescovo di Varna pensò che non avrebbe potuto accettare ciò che il suo superiore aveva respinto; e rimandò l'enciclica.
Il vescovo di Salonicco non addusse meno di cinque ragioni per declinare l'invito: 1.º Che ne direbbe il patriarca? 2.º Perchè un Concilio a Roma, piuttosto che in Oriente? 3.º Perchè il papa vuole attirarci tra'suoi artigli? 4.º Il papa porta una spada, ch'è stata vietata dalle Scritture: egli la lasci, senz'altro, e sciolga il suo esercito. 5.º Egli rinunci al Filioque, e prenda moglie; ed allora non vi saranno più gravi differenze dogmatiche tra'Greci e Latini.
Il vescovo di Trebisonda, più burlone, alla vista dell'enciclica, si atteggiò come una fanciulla dinanzi ad un ricco dono di nozze. Egli ricevette la lettera, la guardò con piacere, l'ammirò, se l'appressò alla fronte, alla bocca ed al petto: la fe'toccare, insomma, un po'dappertutto, la voltò e rivoltò tra le mani, ed alzò alcune piccole grida di gioia: Oh Roma! oh S. Pietro! oh il Santo Padre! Ma finì col dichiarare che non sapeva leggere i caratteri latini, che ignorava questa lingua, e che non vedeva la necessità nè aveva punto la curiosità di recarsi al Concilio.
Così l'ecumenicità, consacrata dalle parole di sant'Agostino: Securus judicat totus orbis, se n'andò in fumo. Il Concilio di Roma non sarà ecumenico che pei Latini.
I protestanti, più capziosi, più battaglieri, si rivolsero al cardinale Patrizi, segretario del Concilio, per sapere «se in quest'assemblea essi avrebbero la libertà di parlare e di formulare le cause per le quali si sono separati dalla Chiesa romana», poichè essi desiderano, come dicono nobilmente, to give a reason for the hope that is in them—di dare ragione della speranza ch'è in loro.
L'eminente presbiteriano John Cumming, che aveva preso questa iniziativa pei protestanti del Regno Unito, ha ricevuto una risposta negativa, aspramente e sgarbatamente categorica, fatta da Pio IX medesimo e diretta a mons. Manning[22].
XXXIV.
Nessun invito è stato diretto ai Governi, che rappresentano il corpo laico de'fedeli.
Con tale contegno, Pio IX fa il suo piccolo colpo di Stato. Egli convoca un Concilio al di fuori e all'insaputa della società laica e de'suoi capi, re e imperatori, i quali finora avevano preso o imposto l'iniziativa di codeste riunioni; e si frega le mani.
Pio IX si rivolge ai vescovi, sudditi di Stati indipendenti, come a'suoi propri subordinati, violando così, di proposito deliberato, le leggi della convenienza diplomatica e della indipendenza degli Stati. Quest'atto è la dichiarazione più assolata che finora siasi fatta dal «vicario del Dio dei Faraoni», come l'intendeva Innocenzo III:—citra Deum, ultra hominem, minor Deo, maior homini—al di qua di Dio, al di là dell'uomo, inferiore a Dio, superiore all'uomo.
Questo modo di agire, per affermare l'indipendenza assoluta della Chiesa, ha offeso alcuni Stati cattolici—l'Italia, la Germania del Sud e la Spagna—; ne lasciò altri pressochè indifferenti—la Francia, la Svizzera e l'Austria. Ma gli uni e gli altri si posero innanzi la questione: quale attitudine devono prendere i Governi di fronte a codesta sfida della Chiesa?
Il signor Baroche rispose al Corpo legislativo, nel mese di giugno del 1868: che il Governo non opporrebbe alcuna difficoltà alla riunione del Concilio, ma che non vi manderebbe rappresentanti; importargli poco che l'Imperatore non fosse stato invitato; che la Chiesa e lo Stato non sarebbero separati; ch'egli ripudiava le dottrine del Sillabo; che non ammetteva l'infallibilità del papa; che si teneva fermo al Concordato ed agli articoli organici—l'arsenale delle armi antipapali, che vieta la pubblicazione di tutto ciò che emana dal papa, senza l'autorizzazione governativa.
L'Austria ha stracciato il Concordato, e, com'è noto, giudica e condanna i vescovi.
La Spagna medesima ha proclamato come principio la libertà di coscienza.
Il Governo bavarese ha interpellato le Facoltà teologiche delle Università, per sapere se il Sillabo intaccava le prerogative dello Stato. I professori hanno risposto: che il Sillabo, accettato nude et pure, materialiter, negativo o positivo, secondo la redazione del P. Schroder (il quale sta già lavorando per trasformare il Sillabo negativo in una specie di Magna Carta dogmatica), od altrimenti, implicava colle sue dottrine de'mutamenti considerevoli nelle relazioni tra la Chiesa e lo Stato. E la Baviera ha preso le sue misure.
Gli altri Stati, sino al cattolicissimo Belgio, hanno dichiarato, l'uno dopo l'altro, ch'essi non interverrebbero al Concilio e non s'immischierebbero nell'opera sua.
E il papa rallegrossi di siffatta emancipazione del potere spirituale, e si felicitò della propria indipendenza. L'isolamento in cui lo lascia il mondo laico, non ispaventa Pio IX. Questo sprezzo, questa indifferenza, questa noncuranza per le cose ecclesiastiche, «egli la chiama un trionfo sull'ingerenza secolare»! È la pace di Tacito: solitudinem faciunt et pacem appellant.
Constatiamo però con piacere che nessuno Stato ha vietato ai propri vescovi di accettare l'ingiunzione romana, come nessuno di essi vietò a'propri medici di recarsi al Congresso medico che si è tenuto testè a Firenze.
Nondimeno, siccome il papa non è soltanto un capo religioso, ma anche un sovrano temporale; siccome la Chiesa non è un'associazione nazionale, ma una corporazione internazionale, soggetta ad una gerarchia compatta e violenta, gli amministratori della quale non sono scelti dai soci, nè sottoposti al loro controllo, ma imposti da una volontà dispotica, infallibile, che non risponde nemmeno a Dio della condotta dei propri agenti, così è necessario provvedere.
Come provvedere? Su che provvedere?
XXXV.
La costruzione dell'anfiteatro pel Concilio in S. Pietro è già terminata, dietro il progetto del Vespignani, dopochè fu scartato quello del Sarti, troppo grandioso. Il trono del papa è ad una estremità. L'altare del Concilio è nel centro. All'ingiro vi sono sette ordini di stalli per circa 650 Padri.
Se ne attendevano molti di più.
Nel numero dei presenti, gli Italiani saranno come cinque a sette; il che assicura la maggioranza papale.
Una grande tenda nasconde codesto teatro. Essa verrà alzata al momento delle apoteosi, per offrire al pubblico una santa occasione d'applaudire e di buscarsi un cantuccio di paradiso. Il paradiso è la ricompensa ufficiale della Chiesa romana.
Furono scelti degli stenografi di tutte le nazioni, affinchè possano accomodare un po' il latino de'Padri. Lo Spirito Santo non è responsabile degli errori di lingua: egli guarda soltanto alla sostanza della dottrina.
Sette Commissioni, presiedute da sette cardinali, spinsero innanzi le faccende preparatorie, malgrado il caldo, le vacanze e la malaria. Il papa riceve giornalmente un rapporto sul lavoro che si va preparando.
Una Commissione speciale, composta di otto dignitarii, esercita le funzioni di quartier-mastro, e prepara gli alloggi pei vescovi, e i divertimenti—spirituali, s'intende—pei profani.
La Polizia garantisce la modestia immacolata del corpo di ballo del teatro Argentina. Si pregarono poi i Transteverini di astenersi dal coltello, e le Transteverine di farsi più belle, per la maggior gloria di Dio.
Il discorso d'inaugurazione brulica nel cervello del P. Luigi da Trento, arcivescovo d'Icona e predicatore apostolico al Vaticano.
Il più profondo mistero copre la lista del Concilio. Ma siccome Roma è sempre la città Là dove Cristo tuttodì si merca, così il Times ha potuto sapere come sarà composta la festa.
«Tre cose, esso dice, saranno trattate nel Concilio, il quale durerà tre settimane al più. Queste tre cose sono: la dichiarazione dell'infallibilità del papa, la quale sarà proposta, al principio della sessione, da un prelato inglese; il Sillabo dogmatizzato sarà convertito in legge; e finalmente sarà proclamato il dogma dell'Assunzione e dell'Immacolata Concezione, desunto da due scritti apocrifi del quinto secolo. Noi speriamo che tutto ciò riescirà a seconda dei desiderii».
Questo Concilio non rassomiglierà agli altri. Dal Concilio di Nicea sino a quello di Trento, codeste riunioni ebbero sempre uno scopo determinato da raggiungere, un nemico speciale da combattere, cominciando da Ario e terminando con Lutero,—ora Enrico IV di Germania ed ora Federico II, ora i Saraceni, i Templari, o gli Ebrei. Ma il Concilio attuale a qual fine è convocato?
L'enciclica dice: «È già noto da quale orribile tempesta è agitata la Chiesa.... La Chiesa cattolica e le sue salutari dottrine, il suo venerabile potere e la suprema autorità della Sede apostolica sono assaliti e calpestati dai più abbominevoli nemici di Dio e degli uomini; tutte le cose sacre disprezzate, i beni ecclesiastici saccheggiati, i vescovi e i più alti dignitarii della Chiesa vessati in tutte le forme, gli Ordini religiosi espulsi, ed ogni sorta di libri empii e di giornali pestiferi ... largamente diffusi.... In questo Concilio ecumenico, tutte queste cose saranno accuratamente esaminate, e sarà determinato ciò che, in questi tempi sommamente difficili, può riuscire alla maggior gloria di Dio alla integrità della fede, alla degna celebrazione del culto divino, alla salute eterna degli uomini, alla disciplina ed all'istruzione solida e salutare del clero, all'osservanza delle leggi ecclesiastiche, al perfezionamento della morale, all'educazione cristiana della gioventù, alla pace ed alla concordia universali. E noi dovremo sforzarci con la maggior energia ed allontanare il male dalla Chiesa, non meno che dalla società civile» ...
Con un programma così vasto e così vago, il Concilio può dunque entrare in tutte le quistioni, e portare il suo giudizio sul dominio del pensiero, non meno che su quello della fede e del sentimento, sui governi e sulla società. Quale sarà la condotta del mondo laico di fronte ad un giudice che non è stato chiamato a giudicare, ed al quale non si riconosce alcuna autorità, alcuna missione, alcuna competenza?
Si può considerare la domanda da tre punti di vista:
1.º Dal punto di vista della soggezione della Chiesa allo Stato;
2.º Dal punto di vista del concetto del conte di Cavour: libera Chiesa in libero Stato;
3.º Dal punto di vista della costituzione dell'avvenire: il prete libero nello Stato libero.
La Chiesa soggetta allo Stato è una teoria che perde giornalmente terreno. Questa teoria non è più scusabile se non nel paese in cui il clero è stipendiato sul bilancio, e perciò pubblico funzionario, come in Francia. Essa non ha più ragion d'essere che in un solo paese, l'Italia, ove il papa non fa soltanto dei Concilii, ma dei Mentana; non solo convoca dei vescovi, ma anche degli eserciti stranieri; non solo proclama dei dogmi, ma pronuncia inoltre delle sentenze di morte per causa politica; non solo s'appoggia ai Santi Apostoli, ma altresì ai sovrani stranieri. In fine, codesta teoria cesserà di avere da per tutto il menomo valore, appena La Chiesa cesserà d'essere una monarchia tory, e diventerà una democrazia nazionale.
Il conte di Cavour era una mente troppo elevata per crederlo capace di aver formulato seriamente la teoria di uno Stato libero entro uno Stato libero; perocchè la Chiesa, col suo attuale organismo, non è meno di uno Stato—anzi uno Stato cento volte più autorevole che l'Impero degli czar. Quando codesta teoria fu proclamata dinanzi al Parlamento italiano, io la combattei naturalmente—mi sia permesso questo ricordo personale—, e perorai per l'indipendenza del vescovo di fronte al papa, per l'indipendenza del prete di fronte al vescovo: il prete libero nello Stato libero! Trovatomi, dopo la seduta, col conte di Cavour nei corridoj della Camera, io presi a scherzare sul suo bon-mot. Ed ei mi rispose, col suo sorriso così finamente malizioso: «Domandando ai cattolici quella ch'essi chiamano la lor capitale, Roma, bisognava bene prometter loro un compenso!»
E però l'apoftegma, che fa applaudito come un principio politico, non era in realtà, nella mente del suo autore, che un diplomatico: «passatemi la sena, ch'io vi passerò il rabarbaro».
Del resto, la Chiesa libera è già stata sperimentata in Ispagna da Filippo II, «il gran mangiatore di lardo, di cui faceva il suo pasto principale», a quanto raccontano le Ambassades de M. de Nouilles.
Ora, sappiamo benissimo quello che fece in Ispagna il regime della Chiesa libera. Pochi giorni sono, un Inglese venne quasi ucciso a Lorca come uccisore di fanciulli, de'quali prendeva il grasso per spalmarne i fili del telegrafo! I due terzi dei partigiani di Carlo VII, dice il Semplice, sono preti.
Semplice davvero!
Finalmente la teoria del prete libero nello Stato libero è la dottrina democratica e nazionale dell'avvenire; quella che lascierà ai fedeli scegliere, pagare e controllare il loro curato, ed ai curati scegliere il loro vescovo, secondo l'interesse e la fede del loro paese, all'altezza de'bisogni morali ed intellettuali del popolo, ed in armonia con ciò che la scienza e la civiltà impongono alle credenze.
Scartando, per conseguenza, il principio della Chiesa soggetta, la soluzione pacifica e degna, che i Governi cercano, è tosto trovata.
XXXVI.
L'infallibilità dei papi, l'infallibilità dei Concilii non provocano più, ai giorni nostri, l'epigramma che si scagliava volentieri contro di esse a'tempi di Voltaire. Dalla storia de'Concilii abbiamo veduto un papa condannare quello che un altro papa aveva sancito; il Concilio decretare contro il papa, e il papa pagare il Concilio colla stessa moneta; un papa contraddire ad un altro papa, ed un Concilio scomunicare un altro Concilio; la discordia essere lo stato normale della Chiesa cattolica—concordia discors, la più disunita della cristianità. John Cumming premetteva che, se avesse assistito al Concilio, avrebbe opposto a tutto quanto decretavano i Padri, un decreto contrario d'un altro Concilio, o d'una bolla o d'una enciclica. Abbiamo veduto come la Chiesa possa accettare una parte de'canoni d'un Concilio e respingerne un'altra; come una nazione può ricusare in massa tutte le dottrine d'un Concilio, senza essere per ciò scismatica; come uno Stato possa vietare a'suoi sudditi l'adozione de'canoni d'un Concilio, anche ecumenico, e rimanere cattolico.
Ora, il Concilio si pronuncierà sopra due principali categorie di fatti: il dogma e la disciplina. Noi abbiamo, per conseguenza, due criterii assicurati: la libertà della coscienza, l'eguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge.
Si tratterà di proclamazione di dogmi? Siccome ciò risguarda il sentimento intimo della coscienza, e rimane sotto il nome di fede, così nessun Governo ha il diritto di violarla, penetrandovi. Il credente accetta o respinge il nuovo dogma, a suo beneplacito, secondo la propria intelligenza, salvo al Governo il combattere l'errore logico, come può, mediante l'istruzione gratuita ed obbligatoria.
Si tratterà di disciplina? Siccome ciò risguarda il clero—ed il prete è anch'egli uomo e cittadino—così lo Stato ha il diritto e il dovere di provvedere, affinchè codesta disciplina non rechi alcun torto, alcuna offesa ai diritti ed alle libertà di questa classe sociale, a cui esso deve protezione non meno che alle altre.
Ecco dunque lo Stato armato del diritto di difesa, senza ricorrere alla misura preventiva del divieto ai vescovi di recarsi al Concilio, senza imporsi la necessità d'immischiarvisi per inspirarlo, dirigerlo, controllarlo.
Il Concilio deve aver luogo al di fuori d'ogni ingerenza laica. Quando poi l'opera sua sarà terminata, se le dottrine proclamate feriscono la società nella sua dignità, nel suo sviluppo materiale o morale, nel suo lavoro, nel suo benessere, ne'suoi diritti, nelle sue libertà, lo Stato ha il diritto di respingere l'opera del Concilio, come la Francia e l'Inghilterra respinsero l'opera del Concilio di Trento, come Roma rinnegò l'opera dei Concilii di Costanza e di Basilea, come gli Stati misti lascieranno concordemente in disparte l'opera del Concilio di Roma, non riconoscendo pei loro sudditi altra direzione legittima fuori di quella che emana dai rappresentanti del paese e dalle leggi della nazione.
E questa è la condotta che osserveranno l'Inghilterra, la Germania del Nord, la Svizzera, l'Italia, e crediamo anche l'Austria.
Formulino pure i cattolici la loro fede, com'essi la intendono; si accomodino nel loro foro interiore intorno al Credo ch'essi più desiderano. Ma qualora tutto ciò prendesse una forma e si manifestasse all'esterno con un atto—la parola, lo scritto, l'insegnamento, il culto—, codesta manifestazione esterna dovrebbe subire, come gli altri atti della vita pubblica de'cittadini, il controllo delle leggi del paese e dei regolamenti di polizia.
E perciò, nessuna inquietudine preventiva; nessuna agitazione politica o diplomatica per porsi d'accordo, circa la resistenza; nessun intervento, o per mezzo d'ambasciatori speciali al Concilio, o per mezzo d'istruzioni speciali ai vescovi, come ai cardinali protettori nei conclavi; nessun consiglio dato, o timore espresso, o minaccia lanciata, o diritti eventuali evocati; ma dopo il fatto, se esso è biasimevole o pericoloso, la maggior fermezza nel proibirlo, come si proibiscono le derrate malsane per motivo d'igiene.
Il Concilio è come l'Accademia d'un sovrano straniero, che tiene le sue sedute: i membri corrispondenti delle nazioni europee vi si rechino pure, e ciancino in pace. La logica e il senso comune hanno sostenuto ben altro!