Agnesina, singhiozzando, rispose, o meglio accennò di sì.
CAPITOLO SESTO
XL.
“Un tristo annuncio, così prese a leggere, ti parrà meno tristo se esso ti vien dato da tuo padre. Una disgrazia è sempre più tolerabile, quando non siamo soli a soffrire. O mia dolcissima Agnese, confortiamoci a vicenda; gli sventurati siamo noi.
“Era bella la nostra esistenza, troppo bella perchè non destasse l'invidia della bieca fortuna. Tu avevi nel tuo genitore il più affettuoso degli amici, io in te il più bel tesoro di un padre. — Ci si vuol separati: ebbene mostriamo agli uomini che invano si tenta di dividere due cuori. Il nostro affetto è una religione; noi rassegnati e tranquilli ne subiremo il martirio. Cesseranno di ridere i nostri nemici, quando ci sapran calmi; il nostro coraggio sarà per essi la più salutare punizione.
“Sai che si voleva da tuo padre?... Ascoltami: Quando un uomo ode grida di dolore, e vien da esse condotto sul campo di una lotta diseguale, ove il debole è oppresso e la giustizia è conculcata, che fa egli? leva la voce ed arma la mano contro l'oppressore. Che se questi vince, almeno una parola libera ed alta gli assorda la coscienza; un rimorso funesta la sua turpe vittoria. — Or bene; ciò che dinanzi alla natura è istinto e dovere, in faccia agli uomini può essere una colpa.
“Udrai parlare dei cittadini di Reggio venduti al signor di Milano. Udrai che all'annuncio del turpe mercato la città loro si commosse. — Era forse un atto di condannevole rivolta la protesta dell'uomo, che, in ossequio alla propria dignità, impreca contro un patto sì obbrobrioso?„
Facciamo qui una breve pausa per notare, che tali parole suonarono gradite a chi le leggeva; sia che egli in quel punto avesse scordato d'essere principe e nipote del signor di Milano; o sia che, apprezzandone la rettitudine e l'opportunità, fosse tratto ad ammirare colui che le aveva dettate.
“I cittadini di Reggio trovarono molti amici in Milano: tra questi si giurarono i patti di una cospirazione, che doveva procedere sicura a' suoi fini, da che Barnabò era tutt'occhi e braccia per agguantare e colpire da lungi.
“Tu, mia diletta Agnese, che conosci tuo padre, che sai con quanto cuore egli ami la sua patria e ne esecri il tiranno, tu indovinerai sùbito che il centro di quelle pratiche doveva essere la tua casa. Comprendi ora la cagione delle mie lunghe assenze, e perdona se talora, preoccupato da troppo ardenti pensieri, mi mostrai meno amoroso verso te. — Se ti feci un mistero di tutto, non credere già che io diffidassi della tua saggezza: tacendo, fui padre più che cittadino; troppo mi doleva di ravvolgere la tua bella esistenza nei crucci e nei pericoli di sì grave impresa.
“Ma è bene che tu sappia anzitutto, che tuo padre congiurava contro il tiranno, e combatteva ad un tempo i proprii amici, che, ebri di vendetta, ne chiedevano la vita. Abborro dal sangue, fosse pur quello di chi avesse versato il mio ed il tuo.
“Pensai, e meco pensarono i più saggi, di ringuainare i pugnali; noi dovevamo ferire il nemico nello spirito, non nel corpo; uccidere il principe, e lasciare che l'uomo vivesse per vederne e piangerne la caduta.
“Poichè le antiche libertà della lega lombarda sono perdute per sempre, poichè è follia parlare d'eguaglianza tra uomini, che insurgono ad ogni istante per soverchiarsi a vicenda, almeno la patria nostra abbia quella gloria che si fonda sulla forza e sulla legge. — Potremo avere un principe, senza che noi discendiamo ad esserne gli schiavi. — Galeazzo II e Barnabò si liberarono con un veleno del primogenito Matteo, giustificando il fratricidio col pretesto che è grave e dannosa la triplice divisione dello stato; il popolo, giudice questa volta de' proprii interessi, ripeta egli pure le stesse ragioni: questo duplice riparto, egli dica, ci è fatale, sopprimiamo il governo di Barnabò, e tutto lo stato obedisca al figlio del signor di Pavia, poichè esso è per diritto l'erede legittimo della signoria dei Visconti.
“Giangaleazzo, affatto ignaro dei nostri progetti, ci giovava senza addarsene. — Era un alleato potente, e secreto; poichè egli stesso ignorava di esserlo. — Quando noi gli avremmo offerto lo scettro di Barnabò, non aveva che a stringere la mano e tenervelo fortemente. Quello scettro gli veniva affidato dal popolo, egli lo poteva custodire e difendere di tutto buon diritto.
“Il Conte di Virtù fonderà la sua potenza sur un falso giudizio del mondo. L'errore giova a noi, come a lui. Lasciamo adunque che si proclami la sua inettitudine, la sua timidezza. Noi ebbimo prove, che egli nutre una nobile ambizione, e che destreggia abilmente le sue e le nostre sorti. — Noi gli cercheremo leggi ed armi; egli gradirà d'essere principe e non tiranno.„
Il conte (convien dirlo) leggeva tali parole con una ingenuità disinvolta, come se si trattasse di persona estranea. Nel cuor suo rallegravasi d'avere degli amici; dolevasi forse d'essere troppo presto conosciuto. Assai più commossa era Agnesina nel comprendere che l'uomo da lei amato era degno della stima di suo padre. Ciò la confortava, come un'indulto ad ogni colpa; se pure poteva esservi colpa nel suo cuore. Il conte continuò la lettura.
“Ora preparati, o Agnese mia, a veder rovesciate tante belle speranze; preparati ad udire la deplorabile fine di così nobili progetti. — Le fiere assalgono ed uccidono per sè; non ve ne ha alcuna che usi della sua forza per offrire ad altra lo spasso di una carneficina. — L'uomo arriva anche a ciò. Egli è crudele non per sè, ma per piacere agli altri.
“Fra gli amici nostri s'introdusse destramente un traditore. Volle fortuna che io lo abbia riconosciuto sùbito, tanto che offrendogli me stesso, potessi salvare i miei compagni. Lo sciagurato fu lieto della scoperta; portò il mio nome al palazzo di Barnabò, ed ivi svelò il nostro secreto. Svolto un filo di esso, riesciva facile il conoscerne il piano, l'estensione, e il nome de' suoi custodi.
“O Agnese mia, che doveva fare l'onest'uomo in sì difficile momento? Egli è vero, che i miei compagni avvisati del tradimento erano scomparsi, e che i nomi loro, dispersi nell'aria dai vortici delle fiamme, sfuggivano alle ricerche de' nostri nemici. Ma una vittima rimaneva nelle mani del traditore, e questa poteva, suo malgrado, consumare il tradimento. — Sai tu che avrebbero fatto i giudici di Maffiolo Mantegazza? Sai che cosa è la tortura? Vi è un secreto che sopraviva al delirio ed alla pazzia?
“Quando, o mia diletta, io t'insegnava che la patria e l'onore ci possono chiedere il sacrificio di ciò che abbiamo di più caro al mondo, io non ti fui maestro di vane dottrine. Erano sacri ed eterni precetti, che l'uomo deve coltivare nascostamente nel suo cuore mentre la vita è calma e severa, perchè s'abbia da essi conforto e coraggio quand'essa diviene procellosa. — Guai a colui che consiglia colla voce, e non ammaestra coll'esempio!... — Ma chi avrebbe detto mai che que' severi insegnamenti dovessero chiederci sì presto un sacrificio?
“La sicurezza de' miei amici e quella della patria nostra dimandavano un eterno silenzio a quell'uomo che tremava di sè sotto il carico di un secreto di sangue. — Io obedirò alla chiamata: i giudici invano tenteranno di interrogare Maffiolo; egli sarà muto.... M'hai tu compreso, o figlia?
“Niuno più di me deplora quel fatale acciecamento che spinge l'uomo ad abbandonare la vita quando i suoi lacci gli diventano troppo gravi. Io lo chiamo codardo colui, come il soldato che depone le armi, e diserta alle file perchè ha il nemico di fronte e la battaglia vicina. Egli manca a Dio, sciupando il più prezioso suo dono; egli manca agli uomini, di cui doveva essere compagno nel pellegrinaggio sulla terra.
“Ma tale accusa non ricadrà mai su tuo padre, poichè egli, raccogliendo in sè l'officio del giudice ed il carattere della vittima, non è più libero. La severità di quello sarà temperata dalla mansuetudine di questa. Simile al guerriero, che, avanti a tutti, corre all'assalto e ad una morte certa, egli potrà dire spirando d'aver salvata la vita di tanti prodi. Se Dio mi chiederà conto della mia prodigalità, io accennerò a mia discolpa i nomi di tanti fratelli, sposi o figli o padri, al par di me adorati e felici, che ancora vivono, perchè io più non esisto. È egli possibile che le loro benedizioni non sieno bene accette al Signore?
“Poni, che tuo padre pensando a te e alle inenarrabili dolcezze che tu gli prepari, vacillasse nel suo proposito. Fra un'ora il carcere, dimani i tormenti, diman l'altro il patibolo spezzerebbero con pari violenza il nostro legame. Ma tu, prima di piangere in te l'orfana derelitta, piangeresti, ed a più calde lacrime, la triste novella, che l'uomo fermo vacillò, che il cittadino libero garrì dall'infame cavalletto a beneplacito de' suoi carnefici; che per lui e per poche ore di vita, cento famiglie sono immerse nel lutto, e riempiono le carceri, o si disperdono nell'esilio. — Tu, degna mia figlia, che sai essere l'onore più prezioso della vita perchè l'uomo disonorato è inerte e fracido come un cadavere, tu non vorresti riavere tuo padre a sì ignominiosa condizione.
“Addio dunque mia dolcissima figliuola: rammemora spesso e con temperato dolore il non del tutto infelice tuo padre: e scolpisci nel cuore queste ultime sue parole. — Abbandona la sventurata nostra città; compiuto il sacro debito di riunire la mia salma a quella di tua madre, ritìrati nel castello di Campomorto, ove un tesoro d'affetti e di memorie ti renderà meno grave la vita. — Ivi sarai l'erede della pietà dei nostri avi; soccorri al povero, e sii ospite generosa a chi fugge l'ira dei tiranni. Non chiedere vendetta, ma persevera nella via della carità e della giustizia; per essa si giunge in miglior modo alla medesima meta. — Se un giorno diverrai madre, possa tu essere felice ne' tuoi figli, come io lo fui in te. Allevali nel timor di Dio e nella carità verso la patria; e quando essi ti chiederanno che avvenne dell'avo, dirai loro egli vi ha abbandonato troppo presto, ma il fece per legare ai suoi figli il più ricco tesoro: il patrimonio dell'onore.
“Addio di nuovo, mio angelo. Io invoco su te la benedizione del Cielo; e m'addormento in un tenero abbraccio che t'invio dal fondo del cuore, per risvegliarmi lassù, dove un giorno ci rivedremo.„
XLI.
Povera Agnese, povera fanciulla!... Ella provava un accoramento straziante, uno spasimo senza tregua, un coltello nel cuore, ma non un dolore disperato. La donzella aveva perfettamente compreso la grande idea di suo padre. — Nella sua morte stava il trionfo della austera virtù del patriota e lo smacco de' suoi nemici. Ella lo piangeva come si piange il soldato morto sul campo. — Perchè questa nobile rassegnazione non sembri nè nuova nè romanzesca, chiedete ai parenti orbati dei figli, alle spose vedovate dalla guerra, se non è consolante il pensiero, che i loro cari perirono pugnando per una nobile causa!
Durante il corso di quella lettura due sentimenti diversi, se non opposti tra loro, si disputavano l'impero sul cuore della fanciulla, e svelavano le vicende di quell'interna lotta sui tratti del suo volto. L'uno era un sentimento egoista e tenace de' proprii interessi che reclamava agli uomini ed a Dio la vita e l'affetto di suo padre: l'altro, il nobile orgoglio di potere col sacrificio e col dolor rassegnato cooperare alla grande impresa del più nobile fra i cittadini. Quello chiedeva lacrime e sospiri; questo si velava sotto le apparenze di un contegno austero, che avrebbe potuto sembrar freddo, se non fosse stato sacro e sublime.
Asserendo che in quella lotta prevalse quest'ultimo sentimento non vorremmo per certo accusare Agnesina di poco amore verso suo padre. — Le strida ed i contorcimenti spesse volte sono come certi acquazzoni che riconducono tosto il bel tempo. Che se al dolore di donna convengono lacrime e singhiozzi, al cuore d'Agnesina non disconveniva in quel punto l'armarsi di una forza virile, per serbare contegno in faccia al conte; libera poi d'erompere nelle più vive manifestazioni del dolore, quando sarebbe sola. Oh allora l'infelice non fu avara di lacrime!
Anche nell'animo del conte quello scritto aveva operato un grande rivolgimento. — Se vi era necessità d'altri fatti per rassodare in lui lo sdegno contro Barnabò, questo sarebbe stato il più grave ed efficace. È impossibile ottenere un equa valutazione delle opere altrui da un giudice che non ha libero il cuore. Egli non sa, o non vuole, o non può, riconoscere le nude intenzioni e le cause prime, che generarono un fatto, per misurare quanto è dovuto di censura e d'indulgenza al suo autore. I risultati, ancorchè impreveduti, temperano od aggravano suo malgrado la colpa. — Il conte pertanto vedeva nella morte di Maffiolo non la salvezza di un secreto importantissimo, ma la perdita di un amico, la sconfitta di un partito, il ritardo delle sue vittorie. Quello scritto gli faceva conoscere l'importanza dell'amicizia di Maffiolo, il numero e la potenza de' suoi seguaci; ma solo per fargliene deplorare la perdita. Considerava infine, e non senza gravissimo rammarico, la desolazione e l'abbandono di Agnesina e la sua vita minacciata dal soverchio dolore: tutto ciò rimpiangeva quale cagione d'altri inevitabili mali. — E come colui, che dopo aver veduto poggi e campi devastati da una fiumana, risalendone il corso fino alla fonte, la maledice ancorchè placida; così, ed a più forte ragione, il conte, rimorchiando le sue ire su quel corso di sventure, ne riconosceva la malefica sorgente in Barnabò, ed imprecava contro di lui.
Però, come altra volta si è detto, la sventura esercita sui cuori gentili un'azione depuratrice. Per essa l'uomo diviene giudice meno parziale dei proprj sentimenti; apprende a farli tacere se meno onesti; a moderarli se intemperanti. — La catastrofe, che abbiamo narrato, produsse appunto tale effetto sull'animo del conte. Se il suo amore per Agnesina, prima di conoscerne la disgrazia, era tale che poteva, in mezzo agli ozii di una beata tranquillità, trarre con sè le funeste conseguenze di una passione; nella sventura si rassodò, si rese puro, assunse il carattere di un affetto sacro e soave, docile alla ragione, cupido solo di giovare, nel senso più saggio della parola, alla persona amata.
Altro effetto produsse sulla buona Canziana. Non aveva ella bisogno d'apprendere ad amare la sua diletta fanciulla. Quando fu chiamata ad ascoltarne la disgrazia, ella accorse co' suoi presentimenti, e pur troppo questa volta li trovò soverchiati dalla realtà. Il racconto la colpì sulle prime come una scarica elettrica, che ottunde la ragione, e genera un'attonitaggine più strana che dolorosa. Udiva le parole del narratore con una fisonomia istolidita dalla sorpresa, e le frammezzava di interjezioni tronche e pietose, ma quasi insulse. Nell'ascoltare la storia di tante ribalderie e di sì grande virtù, ella sclamava inconsapevolmente: — “O Madonna santissima, che sento io mai!... possibile?... o che furfanti!... o che uomo eccellente! Dio abbia pietà di lui, di loro, di noi!...„
Ma quando s'incontrò con Agnesina, e conobbe il suo stato, riebbe tutto il suo senno. Non tentò già di consolarla, poichè la più eloquente parola in quella piena d'affetti sarebbe stata una nullità od un inciampo; ma l'accolse al suo seno, e, tacendo, le infuse quella dolcezza ineffabile, che noi proviamo quando ci è dato piangere tra le braccia di una madre.
XLII.
Era necessario provedere a che nuovi guai non si aggiungessero alle già troppe sventure. — Un lungo tempo speso in parole ed in lacrime poteva far perdere l'occasione di portare qualche lieve rimedio ai mali passati.
A ciò provide il conte. Stabilì che Canziana in quello stesso giorno si recasse a Milano per dare le opportune disposizioni onde fosse rispettata ed obedita l'ultima volontà di Maffiolo. La donna di tutto buon grado accettò l'incarico, senza che la sua istintiva prudenza le facesse scorgere alcun pericolo. Il conte nullameno ordinò che il più fido de' suoi servi l'accompagnasse.
Quanto a sè, pensò di non protrarre il suo soggiorno a Campomorto oltre quel breve spazio di tempo che era richiesto da un giusto rispetto verso il dolore d'Agnesina. — Le sue forze erano abbastanza rifatte: quanto gli rimaneva a desiderare per chiamarsi perfettamente guarito, l'otterrebbe poi: dopo ciò che era accaduto, un'ora d'ozio gli cagionnava un rimorso.
Due giorni dopo, entrato il dolore d'Agnese in una fase più tranquilla, il conte inviò all'appartamento di lei uno scudiero, perchè le chiedesse licenza di visitarla; al che, la donzella rispose affermativamente. Altre volte, pensando che era sola, avrebbe ella forse trovato il mezzo di evitare un ritrovo. Quel dì non le passò per la mente alcun dubio: trattavasi di persona che aveva meritata la fiducia di suo padre. — La sventura d'altro canto eguaglia ogni disparità; quando essa scende improvisa anche fra gente straniera, assai spesso la ravvicina, e la stringe in un nodo che di rado e difficilmente si scioglie.
Il conte non a capriccio o per vana pompa aveva indossato le insegne della sua dignità; un abito cioè di sciamito, ed una sopraveste di velluto soppannato d'ermellino, colla collana d'oro sul petto. Era ben giusto che in quel giorno non l'ospite ma il principe rendesse omaggio alla figlia del suo più fido alleato, e che davanti alle virtù di quella nobile famiglia s'inchinasse la dignità del Sovrano. Pensò, poscia, che quanto recava impaccio alla più libera effusione dei cuori, varrebbe a mantenere fra loro quella giusta distanza, che il conte voleva serbare; non per sè, ma per rispetto alla virtù ed alle sventure della fanciulla. Del resto ogni cautela era soverchia; poichè quegli che sente sfiducia di sè, suole quasi sempre trovarsi nei momenti difficili al di sopra dei proprii timori.
Quando il conte varcò la soglia dell'appartamento di Agnesina, vide che essa accorreva ad incontrarlo. Lo stato di abbattimento, in cui era caduta durante quelle lunghe e fatali giornate di solitudine, le aveva aggiunto nuova bellezza. L'espressione delle sue vive sofferenze, facendosi strada attraverso al languore che segue indispensabilmente una crisi, appariva sul suo volto come testimonio di un cuore forte, ma, più ancora che forte, sensibile. — Non era l'eroina di due giorni addietro; era la donna appassionata che soffre, piange, e cela, per quanto il consentono le forze, l'attrattiva delle sue lacrime. Se è vero che nelle grandi passioni l'anima ci si dipinge sul volto, diremo che, in mirar quello di Agnesina, bisognava esclamare “ecco l'angelo del dolore„.
Il conte, nell'entrare in quell'atmosfera satura di sospiri, non sentì aggravarsi il cuore; ma provò essere cosa dolce il potersi chiamare debitore verso una sì adorabile creatura. — In cima alle visioni di grandezza e di gloria, che erano state l'anima di tutta la sua vita, ei da quel punto collocava Agnese, figlia ed erede di colui che, prevenendo i suoi disegni, ne suggellava l'esordio col sacrificio della vita.
Quando furono vicini, il conte stese la mano alla fanciulla; che le porse la sua timidamente. E poichè le leggi della convenevolezza permettevano ad un cavaliere di non abbandonare la mano della sua dama, finchè non l'avesse condotta a sedere, egli se ne valse, mantenendo però tutto il riserbo della più squisita urbanità.
Postisi a sedere, gli occhi loro aprirono il dialogo, specchiandosi gli uni negli altri, e traducendo in isguardi pieni di pietà e d'affetto quelle frasi, che il cuore suggeriva, e che il labro non sapeva o non osava ripetere. — Si venne poscia alle consuete formole di pulitezza, che dicono troppo e non hanno alcun pregio fra gli indifferenti; ma che fra persone amanti, riacquistano il pretto valore della parola; anche quando servono soltanto a riempire un silenzio, di cui l'occhio abusa per farsi rivelatore dei moti del cuore. — Le prime parole furono spese nel chiedersi conto a vicenda della salute: intorno a che ognuno disse meglio che il vero. — Le tracce di una malattia non del tutto vinta si erano approfondite sul viso del conte in seguito alle emozioni di quei giorni. Agnesina se ne avvide, e se ne dolse; ma finse di accogliere come veritiere le assicurazioni di un completo ben essere che il conte le diede; ed alla sua volta, parlando di sè, non fu più schietta.
Si parlò quindi della vicina partenza del conte; e questi ne addusse i motivi. — “È tempo, disse egli, che io ritorni alle mie cure; vi accerto che ne riporto meco alcune, che mi stanno assai vivamente a cuore„.
“Credete voi, soggiunse Agnesina, d'essere in istato di affrontare il disagio del cammino?„
“Troverò la forza nella certezza di trarre buon partito dalla mia presenza in Pavia.„
“Io non insisto, o signore, nell'offrirvi una più lunga ospitalità. — Tralascio di dirvi: ricordatevi di Campomorto. È impossibile che non conserviate di esso delle rimembranze.„
“Ahi! troppo funeste; ma incancellabili. — Eppure se la sorte mi facesse àrbitro di scegliere, preferirei ancora e sempre il lutto del vostro castello allo splendor della reggia.„
Agnese chinò l'occhio a terra con una modestia sì gentile, che fe' coraggio al conte di aprir meglio il suo cuore.
“Permettetemi, o Agnesina, che io deponga una volta il linguaggio del mondo, per dirvi che qui appresi quello che in un'intera vita consumata tra le spensierataggini della corte, non avrei nemmeno osato sognare. Questo non è il momento delle adulazioni, credetelo. — Un'omaggio alla virtù, tanto più bella quando sventurata, è debito d'ogni uomo; — Avete voi fiducia in me?„
“L'ottimo mio padre mi impose d'aver fede in voi, mio principe.„
“Grave carico ho assunto, da che conobbi la mente del vostro genitore. — Egli insegnò a tutti, come si serve alla patria.„
“Sì, o signore; io sola sono in grado di misurare quanto sia stato grande il suo sacrificio...„
“E il vostro, o Agnese?„
“Non parlate di me; io piansi e piango troppo.„
“Ma quelle lacrime sono per voi l'ultimo atto di carità verso la patria. Voi chiudete la serie delle vostre nobili azioni, quand'io mi dispongo ad incominciarle. — Vostro padre mi designa a grandi cose: egli mi dimanda un miracolo.„
“E voi l'opererete. Mio padre indovinò il vostro pensiero, e lo prevenne. Il nobile coraggio che lo trasse a tanta prova gli venne infuso da voi. In voi sta la speranza dei buoni cittadini, che amano la libertà della nostra patria, e che ne attendono il ritorno„.
“Tutti ripetono questa parola, libertà; tutti l'hanno nel cuore, ed a ragione. Bisogna esser stati servi per conoscerne l'immenso pregio: ma lo sperare vicino il suo ritorno è follía. Il male ha troppe radici perchè possa essere guarito sì presto. Ricordate ciò che disse lo stesso Maffiolo: gli uomini insurgono ad ogni istante per soverchiarsi a vicenda. — Ponete mente a questo nostro paese. Morto il signore di 18 città, i tre nipoti ne fecero a brani il patrimonio, come le fiere affamate lacerano l'unica preda. — Accadrà lo stesso alla morte di Barnabò. I suoi trentadue figli aspettano che egli chiuda gli occhi, per fare a pezzi lo stato, e dividersi tra loro le pecore dell'armento paterno. — Questa suddivisione ripetuta all'infinito ci dovrebbe ricondurre a quei tempi, in cui ogni uomo era sovrano e suddito di sè stesso; ma se ciò avvenisse questo popolo di padroni sarebbe ad un tempo una turba schiava; perchè l'autorità sua, grande o piccola che essa sia, è sempre parte di un potere assoluto e tirannico — Se un oggetto derubato viene diviso fra mille o fra cento mila ladri, il possesso di quel piccolissimo valore non è per questo meno illecito. — Camminando di questo passo noi dunque ci discostiamo sempre più da quell'unica via, che ci può ricondurre a sperare, se non ad ottenere prontamente, la vera libertà. — Bisogna tornare indietro; forse i posteri renderanno grazia a colui, che riassumendo in sè solo le pretensioni di cento tirannelli, farà delle loro usurpazioni un unico patrimonio, de' loro soggetti un unico popolo. — Tale, o Agnesina, è il mio pensiero.„
“Quanti pericoli incontrerete voi nella vostra impresa! Quanti nemici!„
“Qual è quel ladro che non chiami tristo case l'essere derubato? Forse un giorno si dirà lo stesso di me; tutti crederanno che l'anima de' miei disegni sia una sfrenata ambizione, non un ardito concetto, che ha in sè della gloria perchè ha dei pericoli. Ma guai a me se mi arrestassi pel timore d'essere franteso. — Da tempo io sono avvezzo alle ingiuste sentenze di quell'árbitra del mondo, che si chiama voce di popolo. Come tolerai e tolero d'essere creduto ignavo e timoroso, così, quando le mie gesta dissiperanno quest'accusa, saprò tolerare quella di cúpido ed assoluto. — Ma tutto ciò non può essere l'opera di poco tempo. Vostro padre ci additò la via, che dobbiamo seguire; non ci disse d'entrare in essa a corsa precipitosa. Il suo coraggio, avrà destato l'allarme fra i nemici. È necessario che la vecchia dissimulazione allontani da noi ogni sguardo geloso.„
“Sì, ripigliò Agnesina con un tuono pietoso, che non era pura cortesia, non vi esponete ad inutili cimenti. La vostra vita è cara a tutti; a me più che ad ogni altro, da che fui degna di conoscere il secreto delle vostre intenzioni.„
“Io tornerò ad amare la vita se essa può esser buona ad alcuno. — Senza ciò, è egli possibile che io scordi le infinite amarezze di cui finora fu compagna? Invano io tentai nutrirla colle illusioni di uno splendore, che mi è annunciato da mille presentimenti. Essa rimane sempre sterile e vuota. Io non posso dire al mondo — sono infelice. — Ognuno mi deriderebbe, sclamando: e perchè non discendi al livello di chi al disotto di te ride e gode come tu non sei avvezzo a fare?„
“Ma voi potete gustare un po' di quella gioja secreta che è il compenso di chi s'affatica ad un nobile intento. Il popolo dev'essere la vostra famiglia; lo troverete modico nel chiedere, perchè avvezzo a non ottenere; facile all'amore, perchè lungamente forzato ad odiare. Il suo affetto vi compenserà largamente di quelle gravezze che sono compagne inseparabili di una privilegiata esistenza„.
Le parole d'Agnesina erano sagge. Ma il conte, non sapremmo dire se ad arte o per caso, taceva del principe per parlare dell'uomo privato. — Chiamandosi infelice, e provando d'esserlo, egli rendeva in certo modo ossequio alla sventura, che gli era dinanzi; nulla essendo più ingrato agli infelici che la presenza della fatua contentezza degli insensibili.
“Credete voi, o Agnesina, proseguì egli, che si possa essere sempre così forte e padrone di sè da perdurare nei buoni propositi, quando il premio che se ne attende è ancora tanto lontano ed incerto? Credete voi che la costanza sia la virtù d'ogni momento? che basti l'illusione di meritare un giorno il favore del popolo e di arrivare a possederlo, quand'esso non ci sarà più necessario? E intanto chi mi soccorre nel superare i più gravi ostacoli? chi mi fa coraggio a battere una via ingombra di difficoltà, e di pericoli? Interrogate quel popolo, che un giorno mi amerà, come voi dite; gran mercè, se oggi consacra al suo principe un po' di compassione. — I buoni, che come vostro padre amano di cuore colui che può giovare alla patria, fuggono da questo mondo menzognero. — I suoi e i miei amici scompajono. Oh se l'anima generosa di Maffiolo m'inspirasse sempre quel coraggio che provo al vedervi, o Agnesina, io sarei felice; perchè potrei giurare per la vita di lui che i suoi voti saranno esauditi.„
Nel pronunciare queste parole, il conte aveva pigliato un aspetto insolito. Il suo volto si accese; i suoi occhi divennero scintillanti: Agnesina non potè reggere al fuoco de' suoi sguardi. Confusa dall'improviso infervorarsi del conte, chinò il capo ed ammutolì.... Ben se ne avvide costui, e si dolse d'essersi lasciato commovere, mancando alla sua abituale dissimulazione. Volle quindi temperarne l'effetto, ripigliando più freddamente il discorso.
“Perdonate, o Agnesina, egli disse, se ho abusato di questi momenti. Parlare de' miei crucci a voi, straziata da dolore incomparabilmente più grave, fu dal canto mio una improntitudine scortese. Ma vogliate perdonarmi, ve lo ripeto, perchè la mia troppo fervida parola fu consigliata dalla fiducia nuova ed inattesa che provai, entrando in questa casa e vivendo presso di voi. Sì: non vi deve offendere il sentirvi dire, che io ripongo nella figlia di Maffiolo ogni fiducia. Se il mio spirito d'ora inanzi cadrà sfinito, avrò un nobile pensiero da cui ritrarre vita e coraggio. Ma non temete per questo, o fanciulla: io dovrò tutto a voi; voi nulla a me. — Quando sarò lontano e travolto di bel nuovo in quel lezzo, dove tutto è menzogna, io penserò a voi, alle virtù che vi adornano, ai dolori che avete sofferti; e in questi pensieri ritemprerò il coraggio per proseguire il mio cammino, fin dove è la meta segnata da vostro padre.„
“Che Dio assecondi i vostri nobili propositi„ sclamò Agnesina interrompendo quell'ultima frase.
“Dio salvi anzitutto in voi il palladio secreto delle nostre future glorie. Gli amici nostri non avranno inutilmente riposto in me le loro speranze, se alla mia volta anch'io non avrò invano invocato la stella delle vostre inspirazioni. — V'ha de' cavalieri che fanno prodigi ne' tornei, e ne cercano in premio il sorriso della loro dama. Io, per ottenerlo, farò assai più...„
Non bisogna trarre scandalo da tali parole; al dì d'oggi esse suonerebbero come una dichiarazione ardita ed inopportuna. Ma a quei tempi, la cavalleria, piena di generose proteste e di nobili atti di valore fatalmente sprecati in frivole imprese, non era ancora venuta meno nel credito della gente d'alto affare. Il suo linguaggio ossequioso ed audace, cortese e belligero, era proprio di chiunque volesse stare sul fior delle eleganze. Anche una donzella poteva ascoltarlo senza arrossire; molto più, dacchè quei giuramenti di servitù e di devozione cominciavano a prendere il tuono convenzionale d'un complimento.
Agnesina aveva l'animo troppo pieno di emozioni vere ed urgenti per arrestarsi a misurare il peso di queste parole, per solito vuote ed abusate. — Nondimeno le riescivano più del solito gradite, e pel merito di chi le pronunciava, e perchè le porgevano una autorevole conferma di ciò che il cuore aveva già indovinato.
XLIII.
Si parlò quindi di cose indifferenti. — Il conte cercava, fin dove il potesse, di far cadere il discorso su ciò che più gli stava a cuore; la donzella contenevasi alle formole di cortesia. — Operavano come due naviganti che dirigono senza accordo uno schifo su di un placido stagno. L'uno vogava a tutte braccia tentando di volgere la prora ad un punto; l'altro, governando a poppa, con inavvertita manovra lo forzava a tenersi al largo. Ma ciò senza studio e proposito: la nostra fanciulla non era di quelle creature che si adombrano di tutto, e che mettono arte o vanità nel custodire la propria innocenza. Diciam ciò a suo onore: perocchè la vera innocenza non è conscia a sè stessa; e dove sa di esistere, probabilmente non esiste più.
“Io parto — ripigliò il conte dopo un momento di silenzio — ma nel lasciarvi, oltre il dolore della lontananza, di cui vi taccio la misura, sento quello di abbandonarvi qui sola, indifesa, esposta alle prepotenze dei nemici di vostro padre. Non temete voi la vostra solitudine?„
“Credo che nessun soggiorno convenga al mio lutto, meglio di questo, che voi chiamate una solitudine. Qui ho meco le più care memorie. Le memorie sono la prole postuma delle sensazioni spente: esse conservano qualche dolcezza della loro origine. Tra poco una nuova memoria aggiungerò al tesoro delle mie antiche; avrò meco un altr'ospite....
“Un ospite?„ — interruppe il conte con meraviglia.
“Sì, o signore; prima che partiate io volgerò a voi una preghier.„
“Quale?„ — chiese il conte con sollecitudine.
“Quella di voler onorare di una vostra visita le più riposte parti di questo castello. Vi condurrò io stessa nel sacrario delle mie affezioni, là dove dormono da quasi due secoli i miei avi; vedrete l'avello di mia madre, che dimani accoglierà la salma dell'ottimo genitore.„
Il conte non potè, benchè il volesse, frenare un largo respiro, all'udire quelle parole. Che temesse prima, di che poi si rallegrasse, l'indovini il lettore.
“Io sarò con voi — diss'egli — nel porgere un tributo di pietà alle ceneri de' vostri maggiori. — Gli assidui interessi, le passioni compagne di una vita tempestosa, la continua guerra che ferve in me, non mi hanno ancora immiserito del tutto. Io sento vivamente la religione degli affetti; e l'ho più cara appunto perchè un culto libero di essa mi è interdetto. Che io trovi, come voi, dove dirigere il mio cuore, dove aprirlo alla libera effusione dei sentimenti, ed avrò più conforto, che non è d'uopo, per combattere le battaglie della vita. Ma quand'io esca da uno smodato lusso di cose futili, che ormai mi cagiona fastidio, tutto è miseria intorno a me. Cerco inutilmente un volto amico, una mano che stringa con lealtà la mia, un labro meno prodigo di frasi sonanti e più concorde col cuore. Io imploro indarno un palpito, fosse anche di dolore, ma schietto almanco e simile a quello che ora provate voi, rifrugando nelle memorie della vostra vita. Anch'io visito alcuna volta la tomba del mio genitore. Dinanzi alle forme severe di lui superbamente adagiato sul coperchio del suo sarcofago, m'arresto più spaventato che commosso, poichè vedo le sembianze del principe rigido ed inflessibile; non mai quelle del padre amoroso. Vinco la mia ritrosia, e prego, ma non so piangere; vorrei provare pietà, e provo terrore. Quella vista mi ricorda la mia infanzia sfiorata senza gioje, come un piccolo esule sotto lo stesso tetto de' miei parenti. Rammento che le persone mercenarie, a cui venni affidato, s'affrettarono ad indolcire le mie labra infantili col veleno dell'adulazione, ond'io fossi, per opera loro, una primizia di perversità. Rammento che sotto la scorta dei primi maestri appresi i pregiudizii, non le verità della vita; i diritti, non i doveri del principe. — Giovinetto, tutti erano a gara intorno a me per strapparmi una libera confessione di appettiti; e di comandi; bramosi tutti d'essere i primi ad appagarli. — Dolevansi i perfidi di non trovarmi abbastanza imperioso e volubile. Io, infatti, il più delle volte mi mostrai freddo ed inaccessibile alle loro tentazioni; ed è perciò, che fui tacciato d'insipienza. Il mio cuore, che respingeva quell'immondo pascolo, aspirando a gioje più calme, non venne mai interrogato. Seppi d'essere sposo ad Isabella di Francia, quando il rompere o il ritardare quel nodo era cosa impossibile. Da quella principessa ebbi una ricca dote, un illustre parentado; ma affetti e gioje domestiche, non mai. Sontuosissime furono le nozze, come le esequie, quando il cielo a sè la chiamò; ma l'una e l'altra solennità, portò seco ogni traccia di vero e profondo affetto. Povera Isabella! io piansi, vi giuro, la sua sorte, perchè era buona e virtuosa: ma quel pianto è vuoto di memorie; io non vidi nel tristo caso, che la provida fine di una esistenza ancor più infelice della mia. — Ah se il mio dolore avesse potuto, come il vostro, essere accompagnato da qualche cara rimembranza, io sarei felice! — come voi la sarete anche in mezzo alle vostre sventure.... Ma basta o Agnesina; basta: io visiterò la tombe della vostra famiglia, ed invidierò le vostre lacrime....„
Queste parole non cadevano in fallo sull'animo della fanciulla, ancorchè il terreno non fosse preparato ad accoglierle. In faccia a quell'uomo, e dopo quella confessione, ella provò quel tanto di pietà, che è proprio ad ogni animo ben fatto, quando scopre il dolore, là dove credeva trovare una felicità privilegiata. — Più tardi, nella quiete dei giorni successivi, quando nuove disgrazie vennero a scompaginare i suoi progetti, quelle parole ritornarono non ultime nè ingrate alla sua memoria; e a poco a poco pigliarono lo sviluppo proprio al grano di semente, che appunto sotto le brume dell'avversa stagione cestisce, e centuplica i frutti.
XLIV.
Come mai, ci verrà detto, quella fanciulla, riputata un modello di figliale tenerezza, poteva in quel momento associare a tanto e sì recente dolore una pietà d'indole affatto diversa? Come mai il suo cuore, lacerato da una sciagura sacra e solenne, poteva essere pronto ad accogliere una passione nuova e del tutto profana?
Avendo noi dinanzi agli occhi, non un fatto solo, ma tutta intera una vita, ciò che può sembrarci una velleità colpevole, diviene il principio di una passione dominatrice e prepotente, di cui ci è necessario determinare l'origine fin d'ora. Sarebbe stata colpevole Agnesina se, in mezzo al suo lutto, avesse coltivato le trepide speranze di un amore felice; se mentre perdeva il padre, si fosse procurato l'amante. — Ma tale non era il suo pensiero. Ella aggiungeva dolori a dolori. Del suo affetto pel conte, accettava solo quel tanto, che le rammentava essere impossibile ogni legame colla persona diletta. Amava il conte, perchè egli aveva meritato la stima di suo padre. Ma amandolo, si dipartiva da lui per sempre. Non coglieva speranze, ma disinganni; non gioie, ma nuovi dolori.
Noi non accompagneremo il conte ed Agnesina in quell'atto di pietà, che compirono insieme, nel mattino vegnente, come erasi convenuto. — Volendo tener conto di tutti i gradi per cui passarono i sentimenti d'ambedue, ricadremmo in troppe ripetizioni di ciò che si è detto, o non faremmo che dir ciò, che il lettore ha già indovinato.
Agnesina, tutta assorta nel suo mesto officio, pregava genuflessa sui gradini di una tomba. Il conte la sogguardava commosso, e pregava per sè; perocchè credeva, che in quel momento fosse egli il meschino, che avesse maggior bisogno dell'ajuto del cielo.
Era una bellissima giornata, uno di quei dì in cui il creato, mostrandosi in tutta la sua bellezza, infunde una contentezza insolita. Il sole splendeva puro come nel mezzo della state; ma i suoi raggi erano temprati dallo spirare di una brezza autunnale, che ad intervalli scoteva gli alberi, ed inclinava dolcemente le pagliuzze dei prati e i culmi degli arbusti, traendone un armonico mormorio. Il turchino dell'aria non troppo carico, ma diafano e lucente, era screziato a quando a quando da nuvolette, coi bordi dorati, che, ora sciogliendosi, ora cangiando forma, erravano sulla volta celeste quasi a diporto. — Alcuna fiata intercettavano essi i raggi solari, ed immergevano i campi in una vasta penombra, per render loro più magnifico, pochi istanti dopo, il ritorno della luce. — La campagna non aveva esaurito la sua forza produttrice; il verde degli alberi non deciso e smagliante come all'erompere della novella vegetazione, non arido e scolorito come durante l'estate, brillava vivace e vario: dove additando il completo vigore di una madre ancora feconda, dove la languida maturità di quella, che ha dato frutti recenti, e sta ristorando le forze. — In pieno una natura viva ed operosa, quella che meno obedisce all'arte imitativa, e che è più grata al nostro cuore: sopratutto se, dopo aver vissuto lungamente tra le mura di una città, esciamo dall'abitato per contemplare nel cielo, nell'aria, nei campi, l'opera ancora vergine del creatore.
Quella giornata era assai propizia al viaggio del conte; troppo propizia, direm noi; poichè egli avrebbe accolto di buon animo qualche pretesto che gli concedesse l'indugio d'un altro giorno. — Ma con quel sole, con quell'aria tiepida e mite, non v'era scampo; bisognava accogliere l'insolita pompa della stagione come i convenevoli di un amico, che vi saluta per congedarvi.
Verso il mezzodì, la corte del castello era tutta gremita di gente. All'intorno i terrazzani, accorsi a vedere il ricco convoglio del signor di Pavia, si distribuivano in gruppi, favellando sommessamente tra loro, ed additando or questa or quella meraviglia, con quell'aria attonita propria de' contadini, cupidi di assistere al fasto altrui come ad una scena di cui si brama essere spettatori e non attori. — Chi guardava con meraviglia un branco di cavalli impazienti e quasi feroci, tenuti a mano da garzoncelli che, colla voce e con qualche strappata di morso, li rendevano docili e mansueti. Chi ammirava il bagliore delle catenelle, dei fibbiagli, delle lastrine ond'erano cosparsi i fornimenti delle cavalcature, e, pigliando per oro ogni lucicchio, studiava indovinarne il valore raffrontandolo a quanto v'era di più prezioso nella stalla, o sul granajo. Le donne poi stupivano alla bella tenuta dei paggi, che sembravano la viva riproduzione dei cherubini dipinti nella chiesa: e, al vederli così lindi e gentili, pensavano forse che in simili creature tutto fosse perfetto, anche il cuore; e sbagliavano, le poverette; sbagliavano assai più dei loro compagni, che credevano oro ogni cosa che ne avesse il colore. Pei fanciulli poi era una cuccagna, una felicità tutta nuova. Meravigliavano essi, non tanto per l'apparato di quel corteggio, quanto per le mille inezie mai più vedute, di cui ignoravano l'uso e perfino il nome. Coll'occhio fisso e coll'indice teso, le accennavano ai compagni; e mettevano grida di gioja guizzando qua e là fra la gente e fra i cavalli; sordi alle chiamate delle donne, e docili solo alla minaccia di qualche tiratina d'orecchie del tardo, ma inesorabile massajo.
Era bello quel riscontro tra il lusso arrogante di un corteggio da principe, e la miseria succinta di quei poveri contadini; era bello artisticamente, e moralmente fecondo di una salutare lezione; giacchè ogni uomo, senza essere filosofo, avrebbe detto che quelle meravigliose assise pesavano indosso a chi le portava, come le cappe di piombo degli ipocriti nel divino poema; onde quei visi imbronciati, e quell'aria di noja e di stanchezza. Mentre la vispa allegria dei contadini sembrava tenere in credito la povertà; quasi che in loro fosse scarsezza di tutto: di beni, quindi, come di mali.
Nel mezzo della corte, i valletti avevano condotto le cavalcature, schierandole nell'ordine prescritto dal cerimoniale di partenza. — Ad un drappello di soldati venuti da Pavia, seguiva una doppia fila di paggi e di scudieri; e dietro esso la lettiga del principe. — Consisteva questa in una portantina coperta da un cielo di stoffa azzurra, con all'ingiro bandinelle ornate di frange e pendagli. Due stanghe la serravano ai lati, sporgendo davanti e nella parte posteriore quant'era necessario per caricarle sulle groppa di due mule; e s'affibiavano col mezzo di corregge al sellino del fornimento. — Le bestie difilate procedevano l'una sui passi dell'altra; ma la studiata misura dei cignoni e l'elasticità delle stanghe dovevano cangiare l'incommodo ambio in un ondulazione piacevole. La lettiga, addobbata nell'interno di seta turchina, con gli appoggiatoj imbottiti e i cuscini di piuma, era quasi una piccola cameretta, entro cui, tirate le cortine, poteva un uomo star seduto o coricato a suo piacere.
Quando il conte accompagnato da Agnesina si mostrò sulla porta del vestibolo, che metteva agli appartamenti terreni, cessò quel gridío: un bisbiglio generale, un volgere di teste, un trarre di berrette salutò la coppia. — I più avevano gli occhi sul principe, e miravano con curiosità rispettosa quel volto nobile e severo, la cui pallidezza attestava le non vinte sofferenze; e nel cuore dei riguardanti, quell'aria mesta era la più calda raccomandazione alla generale simpatia; perchè la credevano effetto dei pericoli corsi nel salvare la vita ad una povera creaturina. Altri, i più accorti e quindi i meno numerosi, non potevano stancarsi di guardare Agnesina, e dicevano dentro sè: che non era mai sembrata loro così bella come in quel dì. Vi fu taluno che pensò, poi disse: che Agnese colla sua statura svelta, col suo portamento da regina, quando apparve sull'alto della scala, cedendo in modo assai aggraziato la destra mano alla manca del conte, non sembrava la castellana, ma la principessa.
Chi fosse stato vicino alla coppia illustre e avesse voluto tener conto soltanto di ciò che entrambi dicevano, non avrebbe penetrato il misterioso legame. Più facile era l'indovinarlo dall'imbarazzo, dal silenzio, dall'interruzione delle parole, sintomi certi delle forti passioni. — Le frasi che il conte volgeva alla sua ospite, non diverse delle tante che, altre volte, ne' discorsi familiari le aveva dirette, erano improntate sempre di quella cortesia affabile e squisita, che negli ordinarii convegni, soverchia il cuore; ma in questo punto il labro mentiva per difetto; ogni parola era l'eco troppo debole, e quindi men vero, degli intimi sentimenti. Se non che la parola, rattenuta per proposito entro i limiti di una riservatezza quasi austera, era proditoriamente amplificata dal tono con cui veniva emessa; perchè ben di rado, o mai, la più rigida virtù riesce a farci padrona della voce. È possibile il dissimulare, il volgere il discorso a cose frivole e straniere ai nostri interessi; è possibile il tacere o il mentire, ma non lo è il dare alla voce quella tempra di ingenua franchezza, che simula indipendenza o vacuità di cuore. Per la qual cosa, mentre il conte ed Agnese giungevano a nascondere il loro secreto alle investigazioni dei cortigiani, l'uno lo confidava all'altro, in modo più solenne, tacendo: le reticenze, e le studiate parole fecero l'effetto di una sincera confessione, alla quale gli sguardi e qualche sospiro aggiunsero piena testimonianza.
“Mia gentile ospite — aveva detto il conte, nel metter piede fuor degli appartamenti, ed avviandosi al luogo di partenza — eccomi ad un momento doloroso. Un congedo cagiona sempre gran pena al cuore.„
“È vero; ci duole assai alcuna volta il rompere le care abitudini, il tornare allo squallore dei tempi andati.„
“Ciò non accadrà di voi; lo squallore del vostro castello vi deve tornar caro; voi qui avete l'assoluta padronanza di voi stessa.„
“Sì, o Signore, amo la solitudine, ve lo confesso; e forza d'uomo non mi staccherà da questo luogo dove ho tanto amato.... almen qui potrò....„ — le parole furono interrotte da un sospiro.
“Non mi è dunque lecito sperare di vedervi una volta a Pavia?„
“No, mio principe; perchè ciò vorrebbe dire che una nuova sventura mi scaccia dalla mia casa. Voi non lo vorreste.„
“Ma se alcuna volta desiderassi vedervi?„ — soggiunse quasi timidamente il conte.
Agnesina non rispose.
“Io non oserò certo accostarmi più al vostro castello, se dubitassi che la mia presenza fosse discara alla sua nobile abitatrice.„
“Può essermi discaro, o principe, l'onore d'accordarvi ospitalità?„
“O Agnesina!„, sclamò involontariamente il conte con uno di quei vocativi accusatori.
La fanciulla non levò il capo su lui, e pur s'accorse d'essere investita da uno sguardo, che aveva il valore della più libera dichiarazione. Ma il conte ripigliò súbito la parola, quasi volesse rompere l'incanto di un involontario moto dell'anima.
“Quando il principe esce dalla casa di un suo vassallo, da cui ottenne le migliori prove di fedeltà, egli suol dargli licenza di chiedere una grazia. — Tale è il costume della mia corte. — Ora nel momento di abbandonare questo soggiorno, il Conte di Virtù interroga la nobile castellana: avete voi qualcosa a dimandargli?... Qualunque essa sia, si reputerà felice d'assecondare la vostra preghiera.„
“Mio principe — rispose la donzella, alzando questa volta su lui gli occhi senza temere di mostrarli umidi di lacrime — ricordatevi di mio padre e delle sue parole....„
“Vi giuro che non le dimenticherò per tutta la vita„ — soggiunse il conte con franchezza; e intanto stese la mano a cercar quella d'Agnesina, che strinse cortesemente. Fu in questo punto che la coppia si presentò allo sguardo dei curiosi, nella corte d'onore: e fu sotto l'impressione immediata di tali parole, che brillò sul volto d'entrambi quell'espressione di melanconica dolcezza, che non sfuggì nemmanco agli occhi di quei vulgari osservatori.
XLV.
Sull'orlo della gradinata, da cui si dominava quella moltitudine d'uomini e di cavalli, divisa, nel modo che il lettore già conosce, il conte ravvisò la lettiga, che, dietro ordine del medico, era stata spedita da Pavia pel suo trasporto. Accorreva egli stesso l'Esculapio, poichè dove tutto già fosse in ordine, ei pur voleva aggiungere del suo; e, per non starsene colle mani a cintola, s'affannava a disfare ciò gli altri avevano fatto. Perciò in attesa del principe, rimproverava i lettighieri pel modo con cui avevano caricata la portantina; e qua faceva stringere le cigne, là allentar le tirelle, accompagnando ogni atto manuale di coloro con un crollar del capo in aria di compassione; cui i lettighieri rispondevano sotto voce con qualche bestemmia. — Assestato il tutto a modo suo, raccomandò loro la prudenza, e cent'altri riguardi da mettersi in pratica in quella spedizione. — “E guai a voi, disse egli alzando il dito in tono di minaccia, se oserete far levare il trotto alle bestie; chè ne andrebbe in pericolo la salute del principe.„ — Il quale avvertimento era dettato da zelo pel suo padrone, e più ancora da carità verso sè stesso; poichè l'onore di cavalcare al fianco della lettiga principesca voleva questa volta goderselo a tutto agio.
Quando apparve il principe, gli andò incontro; e fu accolto per verità come un mal capitato. Alla vista di colui, che per zelo della sua carica gli offriva il braccio a discendere, il conte balzò con tutta agilità dalla gradinata, e si perdette fra la calca de' suoi scudieri. — Quivi, senza molto riflettere, tolse dalle mani di un paggio le redini di uno de' più focosi giumenti; in un salto lo cavalcò, e stringendolo ai fianchi coi ginocchi, lo spinse corvettando fuori di quella pressa, lasciando dietro a sè una doppia fila di visi attoniti. Dall'alto dell'arcione potò girare l'occhio indietro, vedere Agnesina, fissarla, avere da lei in ricambio uno sguardo, più del solito, fermo e penetrante; indovinarne la sorpresa, l'affetto, la commozione. Lesse sul volto di lei la storia de' suoi secreti; misurò la profondità de' suoi dolori; comprese che in quel mistero di gioje e di lutti egli aveva la sua parte, e non l'ultima. Quello sguardo dava compimento alle frasi interrotte, a tante reticenze inesplicabili, ai molti sospiri.
Anche Agnesina, dal canto suo, pensò e concluse allo stesso modo. — Se il dolore era troppo vivamente scolpito sul suo volto, ella non studiò in quel punto di mascherarlo; la gente, che s'aveva attorno, fosse anche la più maligna, non era autorizzata a crederlo effetto d'altro male, fuorchè di quello recente e gravissimo che ognuno conosceva. — Se poi il conte indovinava, che con esso era confuso qualch'altro sentimento, poteva dolersene Agnesina? Poteva ella accusare sè stessa se la verità si faceva strada da sè in quel momento, a dispetto d'ogni volere e d'ogni proposito?
Quello sguardo fu pertanto il passo più ardito di quanto osassero i due amanti nel tempo della loro vicinanza. Le parole non erano mai uscite dal labro di chi le pronunciava, senza subire la censura della ragione; gli sguardi, da persona a persona e troppo da vicino, solevano essere brevi, interrotti; quindi timidi e di ambiguo valore. Questo solo accolto e ricambiato da lungi, lanciato e sostenuto senza esitanze, era una schietta confessione degli interni sentimenti; era la proposta di un patto che ambedue offrivano ed accettavano con gioja.
Quando il corteggio s'avviò, la folla non potè contenersi più a lungo nel rispettoso silenzio serbato fino allora: e varie grida proruppero dalle diverse parti della corte. Vi facea coro la folla sclamando: “Viva il Conte di Virtù; Dio lo benedica.„
In mezzo alla calca trovavasi pure quella povera contadina, cui il principe aveva salvato il figlio. Lo portava sulle braccia; ravvolto ne' suoi meno laceri panni; poichè in quel giorno, ella diceva, dovendosi mostrare al suo liberatore, bisognava vestirsi a festa. — E nell'adornarlo alla meglio gli insegnava il nome di lui, e gli diceva mille tenerezze; chè, dopo il passato pericolo, ella sentiva d'amare la sua creatura ancor più, se ciò era possibile. — Le comari che, fino a quel momento, non avevano mai voluto concedere che quel bambino fosse tanto bello (perchè la madre ne sarebbe stata troppo superba, e perchè ciascuna aveva la roba propria da tenere in credito) non potevano trattenersi dal prodigar carezze a quel putto, chiamandolo un angioletto, un botton di rosa, un bambinello da presepio; solo perchè ciò valeva ad accrescere merito a chi lo aveva salvato. — E anche per ciò la madre, gongolando di contentezza, non poteva stancarsi di mandare al cielo mille benedizioni.
Ma la sua gioja e le azioni di grazia, che prodigava in secreto al suo liberatore, le parvero cosa meschina. Volle far di più; si mise, quanto era possibile, sui passi del corteggio, per mostrare al conte la sua creatura, ed offrirgli, come tributo di esultanza e di gratitudine, un suo sorriso. — Che una donna vulgare giungesse a tanto, non parrà troppo strano: l'amore materno può elevare l'anima la più umile all'altezza dei concetti poetici. Cornelia romana avrebbe additato nei figli il suo tesoro, anche senza essere la nobile madre de' Gracchi.
Quando infatti il conte arrivò alla uscita principale del castello, gli fu forza arrestare il cavallo, onde non mettere in pericolo le persone che gli si stringevano intorno. Egli fece buon viso a tutti e a tutte; rese il saluto colla mano e col capo a quella buona gente nella più affabile maniera. E quando ravvisò la madre, che, sollevando in alto il suo bambino, gli disse: — “eccovi il sangue mio che voi avete risparmiato„ — un avviso secreto del cuore, inspiratogli dagli affetti di Agnesina, i cui sguardi esercitavano ancora un dolcissimo impero su lui, gli comandò d'arrestarsi, di volgersi a quella donna e di chiederle che gli si avvicinasse: dopo di che, piegandosi quanto era necessario per cingere d'ambe le mani il piccolo busto del bambino, lo sollevò alcun poco, ed impresse un bacio sulla sua gota color di rosa.
Presso la generalità degli uomini, un tale atto non sarebbe che la naturale manifestazione di un sentimento, in cui quanto v'ha di affabile e di gentile viene ad usura compensato dalla stessa sodisfazione di rendere omaggio alla natura in ciò che essa produce di più bello e gradevole. Gli è come se, passando in un giardino, ci inchiniamo ad inspirare il profumo di un fiore. Ma in un uomo potente, un atto così semplice e spontaneo, ebbe il carattere di una straordinaria degnazione, e provocò l'applauso meglio che se fosse un'impresa eroica. E che? non gli sarà concesso d'aver cuore, come ogni altro individuo, e di serbare sentimenti teneri e semplici anche in mezzo alle sue gelide cure? Qui non v'erano adulatori; i testimonii di quel fatto potevano dirsi giudici di tutta buona fede; questi non dissimularono il prodigioso effetto di quell'atto di famigliarità. — “Un gran signore, sclamavano essi, si degnò d'occuparsi di un nostro fantino, e di pigliarlo fra le sue mani, e di baciarlo in viso! oh che degnazione! oh quant'è buono colui! oh come egli è alla mano!„ — E dietro ciò, altri applausi: perchè ognuno di quei poveri villani gradì la cosa come fatta a se. — Le donne invero non menavano gran rumore in quel momento; ma non perchè fossero indifferenti: chè anzi, provarono una stretta al cuore così tenera e dolce, che dava loro la voglia di piangere. E delle lacrime ve ne furono: — tanto è facile il farsi ben volere dalla gente alla buona.
Agnesina, non meno commossa, accolse assai di buon grado quell'atto come un correttivo alla gagliarda virtù del guerriero. — La donna, dinanzi ad un prode, divien più debole, e quasi senza saperlo, si fa schiava di una ammirazione, che la guida all'entusiasmo ed all'amore: ma quando trova un coraggio temperato da miti sentimenti, ella stessa muove, meno timida e più conscia di sè, incontro all'uomo, il cui cuore rassomiglia alla miglior parte del suo. Quella consonanza di sentimenti è il legame che meglio li ravvicina. — Delle prove ne aveva già avute, e più d'una, per dire che il Conte di Virtù non fosse impastato di quella ferrea natura propria ai cavalieri d'allora: ma quando mai sentiam noja di ciò, che ci conferma quello che il nostro cuore ha interesse di credere? — Alla presenza del conte Agnesina era stata fin troppo cauta, ricordando che le più belle azioni alcuna volta non sono che vane apparenze per ingannare i creduli; ma ora che egli partiva, sconfortato forse dal dubio di essere stato mal compreso, avrebbe voluto corrergli dietro; e poichè era impossibile il farlo colla persona, almeno volle seguirlo collo sguardo e col pensiero. — Perciò, mentre poco prima si faceva merito di non essere stata nè corriva nè debole, ora si accusava di avere operato da scortese ed ingiusta. Da questo momento la passione regnò più imperiosa: le parole stesse di suo padre sembravano incoraggiarla ad aver maggior confidenza nell'uomo che aveva meritata quella del più virtuoso cittadino.
Un tal ritorno sul passato, non era però una completa resipiscenza; accusava sè stessa, solo perchè una separazione eterna le faceva credere impossibile il ripigliare la posizione de' giorni addietro. — Passato il pericolo, è cosa istintiva il crederlo meno grave; ci duole allora di non avere fatto assegnamento su tutto il coraggio che sentiamo di possedere. — Eppure siamo d'avviso, che rimessa Agnese nel caso di prima, non avrebbe agito diversamente; la sua virtù era simile a quei farmaci, che recano salutari effetti solo quando il male esiste, o la minaccia del male ci sovrasta.
Uscito il corteggio, la donzella accompagnò coll'occhio il polverío che si svolgeva dietro i suoi passi; e, quando una voltata della strada ne le intercettò la vista, salì alla più alta parte del castello per iscoprirne le tracce, e tentò sorprendere coll'orecchio il frastuono lontano e morente della cavalcata. — Vide ed udì, quando altri non avrebbe più nè veduto nè inteso. — Ma pur troppo ogni incanto si dileguò: la campagna che si stendeva vasta e piana davanti a' suoi occhi, era deserta. L'aria non le recava all'orecchio che il sibilo della foresta. Allora ricadde l'infelice in un vuoto desolante; si staccò quasi indispettita da quel balcone, che le ricordava soltanto una lontananza insormontabile, e, chiusasi nella sua cella, dimandò alle facili lacrime un po' di conforto. — Pianse infatti, e lungamente, quella solitudine, poco prima sì vagheggiata, in cui, con troppa sicurezza di sè, aveva riposto il secreto delle sue consolazioni.