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Il Conte di Virtù vol. 2/2 / Storia italiana del secolo XIV cover

Il Conte di Virtù vol. 2/2 / Storia italiana del secolo XIV

Chapter 20: C.
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About This Book

This work examines the history of Italy during the 14th century, focusing on the evolution of society and governance. It discusses the transition from primitive tribal structures to more complex forms of civilization, highlighting the role of leadership and communal living in fostering social cohesion. The text reflects on the decline of the Roman Empire and the subsequent rise of new societal norms, emphasizing the interplay between individual freedoms and collective responsibilities. Through a rhetorical approach, it explores themes of civilization, governance, and the inherent struggles between authority and the governed, ultimately portraying the dynamics that shaped the Italian landscape during this pivotal historical period.

CAPITOLO DECIMOTERZO

XCVIII.

Il palazzo di Barnabò Visconti surgeva a sinistra della chiesa di s. Giovanni in Conca, lungo la via che conduce alla Porta Romana e sull'area di tutta l'isola compresa tra quella strada e l'altra diretta alla pusterla del Bottonuto. Chi bramasse conoscere la ragione storica di questi nomi così strani, consulti il Lattuada ed il Torre, che in fatto di etimologie hanno un coraggio, che a noi manca del tutto.

Per mezzo di una galleria coperta, esso congiungevasi alla corte dell'Arengo ed alla rocca di Porta Romana: e in vista delle sue mura massicce, della fossa che lo cingeva e della porta munita di ponte e di saracinesca, poteva dirsi un castello. — Erano in esso ampii e splendidi appartamenti pei prìncipi, belle e commode stanze pei cortigiani, cui si accedeva per diversi cortili. Il pian terreno serviva in parte ai domestici ed al presidio; il resto racchiudeva immense stalle, e quei famosi canili in cui si nutrivano a spese dello Stato migliaja di bracchi e di segugi ed altretanti alani, con una turba di canattieri di proverbiale ferocia.

Nella parte più remota ed obliata del palazzo esisteva l'alloggiamento di Medicina. Per arrivarvi era necessario percorrere un riscontro di cortili, salire scale e pianerottoli, girare anditi e ballatoj. Chi avesse osato spingersi fin là, doveva far conto di schiassuolare da un labirinto, per trovare la via del ritorno.

Medicina, non dissimile da quegli animali, che vivono ed ingrassano nei mondezzaj, si dilettava di abitare una topinaja, la cui sporcizia faceva torcere gli occhi ai curiosi, e ravvolgeva la sua potenza in qualcosa di uggioso e di spaventevole. Avrebbe potuto ottenere una dimora più commoda: non la chiese e non l'avrebbe accettata, per la stessa ragione che il mendicante non vuol dimettere i cenci, che gli servono di mostra a tenere in credito la professione.

Abitava egli dunque nella parte più alta del palazzo, in una cameruccia a tetto, che aveva le anguste proporzioni di un forno. Vi penetrava scarsa la luce da piccole finestre protette da una fitta graticciata tutta polvere e ragnatele. Dalla impalcatura della volta annerita dal fumo pendevano gli scheletri bianchi di un icneumone e d'un cocodrillo. Un immenso avoltojo cogli occhi di vetro, ed una strige colle ali aperte, parevano creature vive impazienti di un varco per escire a volo. Sul fondo della parete, di colore arsiccio e bituminoso, tutta fessa e sbullettata, erano schierati a varii piani fiaschi e vaselli differenti di misura e di forma, ampolle ed ampolline di vetro, di terra, di metallo; alcune colorite dal liquido contenuto; altre lucenti di un riflesso argentino o di color cupreo. Di qua storte e lambicchi destinati a stillare acque salutari o velenose; di là fornelli e crogiuoli; e nel mezzo, sopra un cippo di serpentino, una sfera a grandi armille, poi un astrolabio, che al dì d'oggi farebbe andare in visibilio un antiquario; e in giro tavole nere, con suvvi disegnate a bianco figure angolose, o curve, o serpeggianti: strana traduzione delle cabale non per altro riverite dal vulgo che pel merito d'essere affatto incomprensibili.

Poichè è necessario tenere di vista quest'uomo, che non è l'ultimo personaggio del racconto, sarà bene che visitiamo la sua officina, e che lo cogliamo di sorpresa in uno dei momenti, in cui egli s'abbandona con tutta sicurezza all'esercizio delle sue arti malefiche.

Vestito di una zimarra bruna che traeva al rosso, tutta squarci e rappezzature, coperto il capo d'una beretta a cono simile ad uno spegnitojo, andava egli tramenando la mestola entro un pentolone, dal cui bollore, simile allo scrosciare della pioggia, surgeva un fumo nero e nauseante. Questo lavoro non gli impediva di conversare con un uomo di statura mezzana, d'aspetto ambiguo, e vestito assai poveramente, che gli stava dinanzi coll'aria umile di un accattone.

“Mal vecchio, mal cronico ed incurabile, Seregnino mio: che vuoi che io faccia?„ diceva il negromante, senza levar lo sguardo dal suo fornello, che gli vibrava sul volto una tinta infocata, opportunissima a chi volesse dipingere il demonio.

“Lo so, messere, lo so: non si viene da voi che per farsi acconciare l'osso del collo. — E voi ci riescite, quando vi mettiate all'impresa da quell'uomo che siete. — Ajutateci, messere, ajutateci per carità; e non ci troverete ingrati. — Una manata d'ambrogini per ognuno dei nostri nemici, che avrete spedito al cassone. — Non è un affare spregevole, eh? Ve lo dico e ve lo prometto in nome della comunità„.

“Figliuol mio, non si crede al santo, finchè non ha fatto il miracolo; — soggiunse Medicina crollando il capo con aria incredula. — Ma pure.... vediamo. Raccontami per ispasso e più chiaramente qual è, e come ti venne dato l'incarico da' tuoi borghigiani. Ma cerca d'essere spiccio, e sopratutto sincero„.

“Ecco la storia genuina; — prese a dire l'incognito avvicinandosi al ciurmatore, e biasciando le parole per trovare un buon esordio. — Ecco qua... Da un pezzo i nostri di Seregno soffrono ogni maniera di villanie per colpa dei vicini di Desio. Una volta costoro vengono a far vendemmia nelle nostre vigne, od a danzare sui seminati; un'altra ci tagliano i cedui, o ci spazzano i pollaj. Sempre poi (perchè questo è frutto che matura in ogni stagione) svaligiano i forastieri stilla strada che congiunge i due comuni; e se il mal capitato è uno dei nostri, ce lo rimandano spoglio e con un rifrusto di legnate. Non v'è pietà per donne o bambini; non più rispetto pei vecchi; inutile pregar Dio e i santi: è un toccarne ad ogni momento, una pioggia d'insulti e di violenze, che gridano vendetta in Cielo. Poco tempo fa ci hanno spedito in borgo il nostro Console, la miglior pasta d'uomo, derubato, pesto, seminudo e colla faccia sfregiata per ischerno da nero fumo, che faceva venire la bruttura ai bimbi. E quando i furfanti hanno un somaro morto o peggio, lo trascinano di notte sulla nostra piazza, e ve lo lasciano con un cartello, che dice: date sepoltura a un fratel vostro. — Vi par piccola cosa, cotesta? Di simili baronate avrei da contarne un pien sacco„.

“Dicendovi che il vostro male è incurabile, non intendeva parlare dei bocconi amari che dovete inghiottire; non è questo il peggior malanno. — Il cancro l'avete voi altri nel cuore, che vi fa piagnucolare, e non sa trarvi d'impaccio. — Sentiamo un po': chi sono e quanti quelli di Desio? Chi e quanti quei di Seregno? Oh per la conca di s. Giovanni! Fate anche voi, come fanno essi: pan per focaccia. — Pigliate l'armi, correte sul comune del nemico; fatevi render ragione degli insulti; e compensatevi dei danni. Se non bastano le minacce, date la picchierella al primo che vi capita alle mani. E se non basta neppur questo, battete all'orba; mettete a ruba le case dei nemici, appiccate il fuoco ai quattro canti del villaggio... Per Dio! che cuore è il vostro?„.

“Si è pensato anche a ciò... ma...„

“Il piovano v'insegna, che le busse sofferte per l'amor di Dio, spingono a gran passo sull'erta del paradiso, n'è vero? — „ soggiunse sghignazzando Medicina.

“Il piovano ha cura d'accendere ognidì una lampada a S. Martino.„

“E' non gli crocchia il ferro al vostro santo: — replicò con ghigno ancor più satanico il ciurmatore. Ebbene volgetevi a lui; ei cangerà i conigli in leoni.„

“Eh via, messere, non andate in collera per ciò. — Se fui mandato a voi, gli è che si ha confidenza nel vostro ajuto.„

“Non avete chiesto finora consiglio ad altri?„

“No, no: ve lo giuro come se fossi in punto di morte„ — riprese il Seregnino, ponendosi il palmo della mano sul petto.

“E chi snocciola in caso che io accetti?„, soggiunse il ciurmatore sospendendo il suo lavoro, e facendo colla mano l'atto di chi numera delle monete.

“Quei del comune.„

“Il mio secreto in mano al comune ed alla comunità — Fossi matto....!„

“Come volete che si faccia altrimenti?„

“Bisognava venir qui cogli spiccioli, e pagar anzi tutto.„

“Rimango io qui in mano vostra, come ostaggio.„

Medicina non potè trattenere una goffa risata. — “Grazie dell'offerta: un poltrone tuo pari da satollare. No, no; vattene con Dio, torna al tuo paese, e dì a' tuoi, che chi tosto crede, tardi si pente.„

Seregnino rimase come colui, che si sente cascar di mano il pane. Andava mendicando ragioni, e almeno parole, per rabbonire il negromante; e intanto lo guardava con un viso piagnoloso e scontento, come se volesse moverlo a pietà.

“Che fai qui, baccellone? — ripigliò Medicina con tuono adirato; — t'ho già detto il pensier mio. Vattene alla malora e dì a chi t'invia, che di buone intenzioni è pien l'inferno; e che si rivolgano ad altri, chè io non ho nulla per loro.„

L'inviato del Comune, vedendo che s'addensava sul suo capo un temporale, non volle insistere, ma nel ritirarsi, bel bello, faceva scricchiolare gli scarponi, come se escisse a gran passo; e intanto aveva l'occhio al ciurmatore, sperando ancora d'essere da lui richiamato. Nè il suo presentimento fallì; poichè giunto sulla porta vide che Medicina, deposta la mestola, si volgeva a guardarlo, e gli faceva cenno colla mano di tornare indietro.

Forse fu il liquido fumante della caldaja, che dalle sue bolle infocate spinse un vapore inebriante alla testa di Medicina, e vi risvegliò un progetto temerario ed infernale. Pensarlo, studiarne il piano, indovinarne il risultato, fu un punto solo. Per l'esecuzione aveva bisogno di un compagno, o meglio di un complice, e designava il Seregnino a quest'officio.

Il primo ed immediato suo scopo era quello di far del male; chè nel male degli altri egli, pe' suoi malvagi istinti, riponeva ogni suo bene. In via d'appendice poi, per cavar costrutto dalle sue fatiche, aveva ideato di riservare a sè la diffusione di un rimedio atto a scemarne gli effetti; e questo rimedio doveva costar salato ai borghigiani. E qui stava la morale del suo disegno. — Udiamolo il progetto dalle sue stesse parole.

“Vien qua, mártore, — disse Medicina richiamando l'altro con un tuono di voce alquanto raddolcito. — Non si dica mai che io ho cacciato chi implorava il mio soccorso.„

Il Seregnino gli si avvicinò sollecitamente.

“Senti che cosa m'è frullato per la fantasia. Quel che vorrebbero fare i tuoi amici del comune, perchè non lo facciam noi, a tutto nostro diletto e profitto, senza dar ragione alle comari del che e del come?..„

L'uditore aveva tanto d'occhi, e mostrava la sua crescente meraviglia sbarrando la bocca ad ogni parola.

“In questa pentola, ripigliava, v'è di che mandar due volte quei di Desio a dar le barbe al sole: basterebbe versare una presa della polvere, che sta sul fondo, in ogni scodella da massaro, poi — e fece un gesto, che non è possibile tradurre, — tutto il paese sarebbe in preda a una furiosa moría. Non ti spaventare, non mi far gli occhiacci; ascoltami. A noi basterà dare a quei gradassi una seria lezione per farli saggi ed amicarli coi vicini. — Gitteremo una dose conveniente di questa polvere, nelle fontane... e...„

“Quale ne sarà la conseguenza?„ — chiese il Seregnino sbigottito.

“I terrieri di Desio, m'imagino, ad eccezione del piovano, saranno accostumati a bere acqua e ad attingerla alla fontana. — Quei villani che, tornando dai campi trafelati e sitibondi, si chineranno su di essa per succhiarne una buona tirata, di lì a poco, côlti da un granchio mortale, non avran tempo di chiamare il prete. Ma ciò non accadrà che a più robusti e ai meno temperanti. In quanto al grosso della popolazione che la ingoia nei modi ordinarii, dilungata coi cibi e a corpo fresco, non accadrà tanto male; o per lo meno il male andrà sì a rilento da accordar tempo di porvi rimedio, e in ogni caso quello necessario a dimandar perdono dei peccati, e salvar l'anima. — Da principio sentiranno arsura allo stomaco, poi abbandono di forze e d'appetito, infine una malavoglia ed un fastidio, che li trarrà supini a chieder mercè a Dio ed agli uomini.„

“E poi?...„

XCIX.

La scelerata vendetta proposta dal ciurmatore non tardò ad essere compiuta per mano del suo degno satellite, il Seregnino. — Subito dopo l'inquinamento delle fonti, cominciarono a manifestarsi nel villaggio deplorabili casi di decessi e di malattie inqualificabili. Alcuni spiravano come fulminati da una sincope; altri ammalarono, accusando sintomi nuovi e stravaganti, ai quali la dottrina empirica d'allora non sapeva applicar un nome, e meno ancora un rimedio. Il resto della popolazione portava le impronte dello sgomento sul viso allibito, negli occhi invetrati, nell'andar lento e scomposto. Per giustificare i primi casi, si trovarono le solite contorte ragioni. Chi moriva di colpo era un beone, un diluvione, un uomo senza modo e senz'ordine. Ma quando i casi si fecero più spessi, il chiamarli tutti colpa delle povere vittime era un vezzo crudele, che non bastava neppure a tener tranquilli i superstiti, tocchi essi pure dai sintomi d'una stessa natura. Le menti esaltate dal veleno e dalla paura, pretesero di trovare l'origine dei loro mali in un ordine più alto di cagioni; la prima e la più ovvia di esse fu il credere d'essersi meritati un castigo di Dio. — Quelli che avevano ancora forza per reggersi, accorrevano in chiesa, e si prostravano umili e piangenti, a dimandar perdono dei loro peccati. Fu spedita una eletta d'uomini a Seregno, per confessare i torti dei compagni e chiederne scusa. — Il piovano, che in mezzo a tante miserie, per la ragione già presentita da Medicina, conservava una faccia tonda e rubizza, volendo trar frutto dalla disgrazia, fece tuonare dal pulpito la sua voce, per indurre i peccatori a mutar vita, e a meritarsi il perdono del cielo: mallevando che l'avrebbero ottenuto col riempire il bossolotto delle elemosine.

Quando Medicina, informato d'ogni andamento, potè chiamarsi sodisfatto del successo ottenuto, pensò al resto del suo disegno, dal cui compimento sperava un doppio effetto: quello, cioè, di rassodare il proprio credito col restituire la salute ai borghigiani, e quello ancora più importante di ottenere per sè un generoso compenso della sua turpe impresa.

Aspettò che s'entrasse in quaresima, e fece correre la voce pel borgo, che un santo eremita reduce di Palestina, con un carico di reliquie e d'indulgenze, informato della terribile calamità che affliggeva quella terra, sarebbe accorso ad offrire ad essa il tesoro della grazia divina e il conforto della salute del corpo. — Con quanta ansietà, con qual fede ei fosse aspettato ed accolto, lo imagini chi può farsi un'idea della disperata paura di quegli infelici, che già sognavano il finimondo.

Per eludere ogni sguardo malizioso, Medicina s'ornò il mento d'una barba posticcia, la fronte e le guance alterò con rughe profonde, si chiuse nel suo mantello, avvolse la testa nel cappuccio, prese il bordone e la sporta, ed entrò in borgo col capo chino e curvo nel dorso, come se fosse vecchio d'anni e di penitenze.

Seregnino, quantunque dopo un mese di soggiorno in Milano avesse spogliata l'aria povera e macilenta della sua condizione, dovette mascherarsi con maggior studio, temendo di essere scoperto. I suoi l'avevano conosciuto magro allampanato; ora, dopo i beati ozj dell'officina, s'era vestito di carne soda e rubiconda. — Nondimeno, per ingannare il più fino sguardo, si fe' radere il capo e le ciglia, e si appiccicò una barbetta rossa. — Medicina poi, per isviare la curiosità della gente che non avrebbe lasciato di chiedergli se il suo compagno era un santo di egual peso, improvisò una ridicola storia sul suo conto: spacciando essere egli un infedele convertito, che dianzi non aveva nè legge nè fede, e che, tocco dalla grazia divina e dalle sue parole, abbandonò una greggia di mogli e di schiavi, rinunciò alle ricchezze, ed all'abitudine di mozzare la testa a chiunque non gli andasse a versi, per farsi battezzare nelle acque del Giordano, e divenire il più mansueto, il più savio, il più virtuoso della cristianità. Peccato, però, ch'ei non sapesse spiegarsi che nella lingua del suo paese. Così Medicina diè l'imbeccata al suo allievo; il quale, arrischiando solamente qualche monosillabo tolto a imprestito da una lingua di sua invenzione e pronunciato con una voce fessa e nasale, riesci a farsi credere un miracolo ambulante, una vera pasta di paradiso.

Medicina, tornato alla vita d'altri tempi, aperse le cellule della sua memoria per trarne, coi ricordi della gioventù, gli infallibili secreti di gabbare il mondo. Dall'alto di un palco, costrutto sulla piazza, ed ornato di sacri emblemi, egli dominava la folla collo sguardo e con la parola. — Il primo volgeva spesso al cielo in atto di profonda pietà; l'altra ora improntava di un'eloquenza maschia, minacciosa, terribile, atta ad estinguere ogni avanzo di ribellione; poi tornava piano, mansueto, affettuoso a segno da svegliare negli ascoltatori un tenerume, che si squagliava in lacrime ed in picchiamenti di petto. Il vulgo gradiva tutto: le parole di chiaro senso, come i bisticci inesplicabili ed arcani; anzi forse più questi che quelle.

Certo ormai il ciurmatore d'aver fatto colpo sulla moltitudine, pensò di accreditare le parole col dare un pegno luminoso della sua benefica influenza. — A quest'uopo, di piena notte, (dopo d'aver consigliato ai terrieri di ritirarsi al cader del sole) si recò alla fontana avvelenata, e v'introdusse un reagente atto a cangiare la sostanza venefica sparsa nell'acqua in un'altra di diversa natura che, precipitata nel fondo, doveva rendersi affatto insolubile, e quindi innocua. Per maggior cautela, il dì seguente consigliò all'uditorio di correre ad una fontana fuor del paese, che per inspirazione del cielo gli era stata indicata come ricca di miracolose virtù. Propose agli infermi che s'inebriassero di quell'acqua salutare; e ne porgessero largamente a coloro, che non potevano trascinarsi alla fonte. — Tacciamo delle preci, delle offerte, degli atti di pietà, che inculcava ai devoti, onde rendere più efficace l'uso del farmaco. Fatto è, che al terzo giorno cominciarono a manifestarsi, in modo non dubio, i sintomi di un generale miglioramento. Già i borghigiani, rapiti dall'improvisa ed insperata grazia, gridavano al miracolo: e Medicina, frenando l'incomposta esultanza dei creduli, gridò dal pergamo la ragione alta e secreta del grande prodigio.

“Figliuoli miei, disse egli; sapete voi perchè da due giorni i vostri dolori sono calmi, perchè cominciate a sentire i benefici effetti della salute?... Ve lo dico io — Ho fatto per voi il voto di portare in Terra Santa tant'argento che basti ad ornare il santo sepolcro di una lampada che arderà sempre in memoria della grazia ottenuta. Il cielo accetta il dono che io fo secondo le vostre intenzioni. Ora tocca a voi a mostrarvene degni. Il bene che ora cominciate a sentire, vi può essere tolto, se voi mancherete al sacro patto che io ho giurato in vostro nome. — Guai figliuoli, guai! Pensateci bene: pensate se, per conservare quell'inutile materia, vi conviene perdere la salute del corpo in un con quella dell'anima.„

Non appena ebbe dette queste parole, vide ammucchiarsi intorno a sè tutto quel poco ben di Dio, che i borghigiani avevano in tasca. E questo era un nulla. Tutti correvano alle loro case, e mettevano la mano sui ruspi e sui tesoretti, raggruzzollati a gran fatica o nascosti. Alcuni vi fecero una importante sottrazione; i più deposero il proprio, tal quale, ai piedi del liberatore. Erano piccoli valori; ma gli offerenti erano molti; la somma fu tale, perciò, da vincere l'ingorda aspettazione di Medicina.

Il dì vegnente, caricate su di un somaro (dono esso pure di un povero contadino) l'elemosine raccolte, partì col suo compagno alla volta della città. — Egli riportava intatta un'altra dose della polvere micidiale, di che intendeva far uso in caso di renitenza o d'insolvibilità de' suoi protetti. Ma i borghigiani erano stati fin troppo docili; non mancava altro, che il portassero in trionfo fino a Milano; e l'avrebbero fatto, se Medicina non avesse imposto loro di ritornarsene. Obedì quella buona gente come alla voce di Dio, e tutti si ritirarono nelle loro case a gonfiarsi d'acqua benedetta, a magnificare il miracolo ottenuto, ed a consolarsi del vuoto della borsa, pensando con nobile orgoglio che il loro nome avrebbe suonato glorioso fino nella terra degli infedeli.

C.

Medicina in ogni sua azione soleva proporsi più di uno scopo. Il primo e il più palese, come già si è veduto in tante occasioni, era il guadagno. L'altro o gli altri, collocati, direm quasi, in seconda linea, erano le anella di una catena d'interessi diversi, con mezzi e fini loro proprii, tanto più cupidamente vagheggiati, quanto erano meno facili a raggiungersi.

Nell'affare di Desio si è veduto com'egli abbia toccato vittoriosamente il primo scopo; diciamo ora qual altro disegno nutrisse, e come volgesse a quello ogni suo procedimento.

Medicina era stato punto al vivo dal rovescio toccatogli a Campomorto. Non appena ebbe salva la vita, abbandonò l'affettata mitezza con cui cercava ricomprarla a prezzo di viltà dai vincitori, per tornar quello di prima, l'uomo della vendetta. Non sapeva dire se più gli dolesse il perduto bottino o l'onta della sconfitta. La speranza di avere la rivincita dello smacco sofferto, e di vendicarsi di chi o di che ne era stata la cagione, era l'unico refrigerio di quella doppia spina. Ottenuto il primo intento, l'altro non poteva andar fallito.

Ma quando voleva trovare il bandolo della strana avventura, egli era costretto a frugare nel bujo, e vi si smarriva. Allora riassumeva i suoi voti nel progetto di rendere male per male, aggiungendo al novero delle sventure che affliggono l'umanità una sventura di più, come se questa fosse la restituzione di un valore preso a mutuo, e gli togliesse dalla coscienza il peso d'un debito.

I suoi primi pensieri di vendetta erano rapidi, febrili, sanguinarii: ma non avevano costrutto. Avrebbe voluto radere al suolo il villaggio; ucciderne gli abitatori, far di tutti e di tutto un orribile scempio; e poi gli pareva che sarebbe stato l'uomo il più felice della terra. Ma una voce interna, dato giù il primo bollore, applaudendo all'ardita impresa, gliene chiedeva sommessamente i mezzi. Allora la terribile sentenza, sottoposta all'esame della mente esperta al malfare, veniva richiamata entro i limiti di una moderazione tanto più terribile in quanto che rendeva facile ciò che prima era impossibile. — In questa nuova fase, Medicina risolvette di trovare una vittima qualunque, che espiasse la colpa dell'ignoto destino. La mente sua non andò molto fantasticando nella ricerca: la vittima designata fu Agnese Mantegazza.

Ci verrà chiesto perchè scelse Agnese e non altri? perchè rivolse le sue ire contro costei, che non gli aveva fatto alcun male, e che appena conosceva di nome?

La passione da cui era mosso Medicina, entrata in un secondo stadio e divenuta più fredda, non voleva essere cieca. Appunto perchè l'ira sua non aveva un punto fisso, egli ne faceva questione di opportunità, libero essendo di sfogarla dove e quando meglio gli conveniva. Per una sorte fatale, Agnese fu la prima vittima che gli si presentò alla mente, e il vendicarsi su lei, gli parve cosa che gli offriva la maggior probabilità di riescita, e le migliori condizioni. Forse egli pensò di colpire nella castellana di Campomorto tutta quanta la popolazione del villaggio; forse la fuga di lei, le sue avventure, l'affetto istesso che ella nutriva pel conte, e la protezione che ne ritraeva, gli risvegliarono nell'animo la scelerata compiacenza di distruggere una nascente fortuna ed un futuro pieno di speranze.

Che se queste ragioni pajono deboli, non si ha che a studiare la malvagia natura di quell'uomo, per convincersi ch'egli doveva odiare istintivamente Agnesina. Vera incarnazione dello spirito maligno, era e doveva essere implacabile nemico di colei, ch'egli reputava la stessa virtù. Risoluto ed estremo nelle sue ire, come sagace e prudente nello scegliere i mezzi a sodisfarle, doveva preferire una guerra d'intrighi, ricca di mezzi, ad ogni slancio subitaneo e pericoloso. Ei si preparava pertanto a tirar botte all'oscuro, certo di ferire altrui, ma più ancora certo di salvare sè stesso.

Appena ebbe digrossato il suo perfido disegno, trovò la necessità d'avere un compagno, che lo ajutasse a metterlo in opera. — Lo cercò; o, meglio, il caso glielo offerse in Bergonzio detto il Seregnino, l'uomo fatto per lui. Il suo corto ingegno lo rendeva fedele ed ossequioso; una spensierata temerità, figlia della sua stessa ignoranza, dava a lui l'incrollabile fermezza dello scoglio che sopporta inerte il flagello delle onde. Medicina aveva, per mezzo suo, raddoppiate le forze del suo braccio, ed esteso il raggio della sua malefica influenza, senza ledere l'unità del comando. — Il compagno volava dovunque fosse spedito, senza chiederne il perchè, senza mai pattuire la mercede avanti il lavoro, o pretendere di indovinare le conseguenze prima dei fatti. L'affare di Desio diede occasione ad entrambi di conoscersi bene; la cieca servitù dell'uno divenne, per dir così, il complemento della versatile e poderosa volontà dell'altro. Per tal modo, Medicina aveva scelto il campo della nuova guerra, e stretta la necessaria alleanza per accertarne la vittoria.

Senz'altro occuparci delle tenebrose macchinazioni di quel ribaldo, senza seguire le oblique tracce percorse da lui e far tesoro dell'arcana scienza degli scelerati, vediamolo alle prove, e giudichiamolo secondo i fatti; condonando a lui quel tanto che restò entro i confini di un male incompiuto.

Qui si rannoda il filo che abbiamo spezzato per pigliare notizia di una serie di avvenimenti anteriori al racconto, ma che formano parte integrante di esso, perchè ne preparano e ne affrettano lo scioglimento. Ricordi il lettore d'aver lasciata Agnese impensierita, mesta, incerta del proprio avvenire, sempre però amante, malgrado il dubio crudele di non essere più ricambiata di pari amore.

CI.

In un giorno di maggio dell'anno susseguente ai fatti di Campomorto, Bergonzio da Seregno detto il Seregnino, recava uno scritto da Milano a Pavia, e più precisamente dalla Rocca di Porta Romana al casolare in cui viveva nascosta la nostra eroina. — Quel foglio, chiuso in quarto e suggellato a nero, conteneva delle linee irregolari, sgorbiate, sconnesse, che davano certo indizio della fretta e del pericolo in mezzo al quale erano state tracciate. La firma recava il nome di un prigioniero ascoso in uno scarabocchio misterioso. Solo una persona esperta avrebbe potuto leggervi queste due parole: Ognibene Manfredi. — Questo nome, tutto nuovo per noi, era famigliare ad Agnese: era l'unico degli amici della sua casa, che dopo la dolorosa catastrofe le rivolgesse la parola.

Agnese, che aveva accolta dalla stessa mano di Bergonzio quello scritto con un'aria di stupore, rese a lui un sorriso di compiacenza tosto che ebbe aperto il foglio e riconosciuto il nome di colui che lo inviava.

Ecco il senso di quella lettera: lasciam da parte il testo, perchè il suo stile non volga al ridicolo una cosa che ne pare abbastanza seria per sè e per le sue conseguenze.

“Madonna! Colui che vi scrive è l'unico amico di vostro padre, che non siasi giovato del suo generoso consiglio per scampare all'ira del tiranno. Egli non vi chiede lode o riconoscenza per ciò. Dio fu già troppo buono con lui se lo destinò a rendere un servigio alla figlia di quell'uomo che non pose misura ai sacrificii per essere utile a' suoi concittadini.

“Sono molti mesi, ch'io vivo nel carcere di Barnabò Visconti. I miei giudici mi hanno dimenticato: Dio ruppe loro i fili della memoria, ond'io sopravivessi. Sono abbandonato da tutti, fin'anco dall'ira degli uomini. — In questo mezzo non vidi creatura viva, fuor quella, che vi recherà questo scritto, e l'altra che, a caso o per volere di Dio, me ne fornì l'argomento. In questa profonda solitudine i miei pensieri non escirono mai fuori di una via. Non ebbi bisogno di chiudere gli occhi per non vedere i raggi del sole. Qui il giorno e la notte si rassomigliano. — Ma in questo eterno languore dei sensi, il mio spirito non si stancò di pensare a voi e di pregare il cielo che prima di morire mi facesse degno di rendervi un po' di quel bene ch'io ricevetti dal vostro genitore.

“Le mie preghiere furono esaudite. Il povero prigioniero, cieco dalla diuturna oscurità, ormai disperato d'escire dal carcere che per la mannaja, vi compiange, o Madonna; sì, egli osa compianger voi libera delle vostre azioni, voi ricca di gioventù e di bellezza, e consolata nei vostri dolori dalle lusinghe di uno splendido avvenire.

“Un uomo, di cui non so dirvi il nome, ma che vi ama, e che apprezza altamente le vostre rare virtù, un uomo esperto del mondo e delle sue ribalderie, arrivò a me, per parlarmi di voi ed eccitarmi ad interporre la mia parola, onde siate avvisata del pericolo che vi sovrasta.

“Egli sa, che voi vivete in Pavia all'ombra di un gran nome, e che riponeste vita e virtù nelle mani di lui, credendo che i suoi giuramenti fossero saldi ed inviolabili come la parola di vostro padre. — Povera illusa! Mentre voi sognate un futuro pieno di gioje e di grandezze, qui in Milano, alla corte di Barnabò, quell'uomo patteggia un'alleanza, che spezzerà tra breve il legame, che a voi lo congiunge.

“Se questo legame può essere ancora dinodato, deh, per l'amore di vostro padre, affrettatevi a svolgerlo, perchè l'onor vostro n'esca integro ancora! — Se no; Dio punisca il traditore; e voi non aspettate a fuggirlo il dì in cui dal balcone del castello di Pavia saranno proclamate le nozze del Conte di Virtù con Caterina figlia di Barnabò Visconti.

“Colui che vi parla per mezzo mio, giura che le pratiche intorno a quest'affare sono avviate da circa un mese, e toccano ormai ad un risultato. — Colui che scrive vi scongiura, per quanto vi ha più sacro, a prestar fede alle sue parole, onde sia salvo l'onore di un nome che suona caro a tutti gli onesti.

“Ognibene Manfredi.„

Quanto strazio per la povera Agnese a quella terribile novella! che cuore fu il suo all'impensata rivelazione! Ben è vero, che già da qualche tempo ella stessa aveva ravvisato nel suo amante qualcosa d'insolito che le cagionava inquietudine. — Ma al nascere de' suoi sospetti li aveva cacciati con isdegno, chiamandoli ingiusti ed irragionevoli. Se talora lo vide pensieroso e preoccupato, come chi volge in mente un secreto e teme che altri lo scopra; all'atto di vederlo partire dovette confessar sempre ch'egli era ancora egualmente tenero ed amoroso verso di lei. I dubii surgevano ad ogni occasione che lo vedesse taciturno; ma si dileguavano tosto ch'egli aprisse le labra per dirle una parola sola. Più di una volta lo aveva supplicato a volerle rivelare la cagione della sua mestizia; e ne lo pregava con quel fare ingenuo, che mentre accenna ad una pietà sollecita ed insistente, esclude ogni sospetto di vana curiosità. Qualche volta era giunta a tanto da metterlo sulla via di dichiararle tutto francamente, foss'anche un pensiero oltraggioso alla sua fede. Ella lo aspettava a questo varco, per combatterlo: ma non ottenne nulla, neppure la confessione ch'egli fosse alcuna volta men sereno di quello che era stato in addietro. — Agnese desiderava ingannarsi; ma l'ostinata negativa di un fatto evidente non faceva che dar corpo alle ombre, e rassodare i sospetti.

Il suo cuore, al lontano timore di un disinganno, si era fatto più sobrio nelle sue manifestazioni. L'occhio, divenuto più penetrante, osservò spesse volte che l'incontro dei due sguardi suscitava in lui un ritorno alle abituali amorevolezze, quasi fosse un trionfo della volontà che gli imponeva di riaccendere la vecchia face, per disperdere la luce sinistra di un sospetto. La lotta durava brevissima, ma non era perciò meno grave. La vittoria era sempre per lei; poichè, una volta spianata l'unica ruga, che solcava quella fronte malinconica, egli tornava l'amante appassionato dei tempi felici.

V'ha una mestizia che si accorda colle emozioni delle anime innamorate, ed è per l'amore ciò che il ritmo flebile è per l'elegia; ma questa mestizia non è mai accigliata o taciturna. Pronta forse agli sdegni, imaginosa nel creare scene lugubri, nutrita a preferenza di lacrime, essa è elemento di vita; non impietra i cuori, ma li accende. — La tristezza che si dipingeva sul volto del conte era d'altra natura. Simigliava alla piccola nube, che incontra momentaneamente i raggi del sole, ma lo attraversa e lo sgombra di colpo. Se l'oscurità ch'essa cagiona è ben lieve sciagura per l'uomo che ama il limpido ed il sereno, la sua densità e il vento che la sospinge sono di tal natura che danno a sospettare pel dimani. — Così pensava Agnese; la quale avrebbe di gran lunga preferito uno sdegno vivo all'invincibile riserbo del suo amante.

Una sola cosa le tornava a tutto conforto: la certezza, cioè, ch'ella non poteva essere cagione di quel mutamento. Perocchè ogni volta che si diseppellivano le memorie del passato e le recenti emozioni, l'amante non trovava in esse noja o sazietà; anzi, in quei discorsi che pajono inezie a chi ha il cuor vuoto, egli rinverdiva il suo animo, e tornava all'estasi ed alla poesia d'altri momenti.

Oh quante volte i sospetti nati da un amore geloso morivano tra le emozioni di un amor confidente! Come spesso Agnese prometteva a sè medesima di combattere le pungenti istigazioni del primo, e di coltivare l'altro, sì ricco di conforto e di speranze! Quante altre volte alle più o meno contorte ragioni, con cui la gelosia creava freddezze e colpe, contraponeva una franca ed illogica negativa, a cui il cuore piegavasi docilmente, come l'atleta infermo al rimedio di una feminetta. — “Oh no, non mai; ciò è impossibile; — ella diceva fra sè con quella fermezza che non ammette discussione; — ciò è impossibile. Egli mi ama troppo; offendendo me, egli offenderebbe sè medesimo; ne' miei stanno i suoi interessi.„ Ed accettava queste parole come una verità che non è lecito mettere in dubio, e beveva a larghi sorsi un palliativo che attenuava i suoi dolori, che talvolta sembrava calmarli del tutto. Ma al rinovarsi del parossismo, il cuore si palesava sempre più sensibile al male, sempre meno obediente al rimedio. — Ognuno di quegli accessi era una nuova spina, cui voleva e sapeva strappare dalle sue carni lacerandole; e, pel momento, lo strazio della operazione faceva tacere l'assidua puntura; ma un avanzo del corpo estraneo, rimaso nella ferita, riproduceva tosto il male più gagliardo e più profondo di prima.

Mentre Agnese cercava invano delle ragioni valevoli per combattere i suoi sospetti; il conte non s'accorgeva che la fanciulla fosse, per colpa sua, meno felice. — Non a capriccio nè per calcolo egli aveva determinato di tener coperta una piaga, di cui forse sentiva del pari il dolore e la vergogna. Tacendo, ei credeva nasconderla; negandola, ei pensava di correggere l'altrui prevenzione; e se alcuna volta gli correva dalla mente al cuore un rimorso, egli sapeva costringerlo al silenzio, confessando a sè stesso che l'amor suo per Agnese era ancora quello dei primi giorni, e giurando che non isperava trovar mai in altra donna quel bene, che Agnese gli aveva fatto gustare.

Così passarono le settimane racchiuse tra la visita del conte, di cui si è fatto parola addietro, e l'arrivo della lettera accennata or ora. — Ma dopo questa, come poteva essere calma e preparata a correre incontro al suo amante?

Appena ebbe percorso il foglio fatale, pronunciandone mentalmente ad una ad una le parole, lo lasciò cadere a terra, e, copertasi il volto colle due mani, rimase alcuni momenti immobile in atto di meditazione. — Poscia, scuotendosi, rese grazie con voce commossa a chi le aveva portato la parola di un amico che già dubitava d'aver perduto. Non volle sembrare sconoscente nemmanco al Manfredi, benchè il servizio che le veniva reso da lui fosse tanto doloroso. S'accostò quindi allo scrigno, e vergò su di un foglio la sua risposta, la quale non fu per certo nè la più pensata, nè la meglio corretta cosa che escisse dalla sua penna. — La passione però vi era rappresentata fin troppo fedelmente; e non mancavano le parole di cortesia per colui, che le aveva data una funesta ma veritiera prova d'affetto. Trasse infine dalla borsa, che le pendeva alla cintura, alcune monete, le porse a Bergonzio, e lo congedò.

Tanto impero sulla sua volontà durò il tempo necessario all'escita di quell'incognito. Rimasta sola, invano avrebbe tentato di prolungare una violenza che le recava strazio insopportabile. Fece alcuni passi barcollando, giunse a stento ad afferrare la spalliera di una sedia, vi si appoggiò un istante, poi si lasciò cadere di tutto peso sullo scranno. Le sue membra, colpite da languore, non l'avrebbero portata un minuto di più. Tutta la vita di lei si era raccolta negli occhi, che, guardando al cielo, sembravano implorar grazia; e forse l'ottennero nel dirotto pianto, che le aprì la via delle parole.

“O Signore Iddio, che ascolto io mai? sclamò ella, con un accento interrotto dai singhiozzi.... Possibile! mi si inganna, e.... perchè con me, e per mezzo mio, s'inganna un'innocente?... Quell'amore, che io accettai come un patto sacro e solenne, non sarà dunque altra cosa che il laccio teso ad un'incauta?... Il mondo è proprio sì tristo.... O poveretta me! O digraziata creatura, che odi tua madre ritrattare le benedizioni, che porse al cielo, quando tu ricevesti il soffio della vita. E questa vita sarà dunque per te una condanna prima d'essere un dono? Ma dov'è la giustizia? A che servono le promesse e i giuramenti? Perchè gli uomini chiamano Dio in testimonio del loro spergiuro?„

E piangeva, piangeva l'infelice a calde lacrime. — Poi ad un tratto, cacciandosi una mano nei capelli e scomponendoli in modo che si disciolsero in un'onda di trecce; — “o Signore Iddio, sclamò coll'accento della disperazione, se quanto mi vien detto è vero, fatemi morire. La morte è l'unico rimedio a' miei mali. Ma non mi condannate per pietà a vedere arrossire l'uomo che io amo; questo strazio vince ogni forza, abbatte ogni ragione. — Madre mia, che leggi nel mio cuore, che presenti da questa l'angoscia che mi è serbata, deh, prega Iddio per me.... pregalo per quell'innocente, che io porto nelle viscere, e che è sangue tuo!„

E in dire queste parole, giunte le mani in atto di preghiera, rimaneva alcun poco muta ed assorta. — Forse credette d'essere esaudita, perchè sentì destarsele in cuore un dubio confortatore.

“Tutto quanto mi vien detto, soggiunse ella alquanto più calma, è egli poi certo? Ognibene Manfredi non sa mentire; ma chi è quell'anonimo che lo ha informato? È possibile che i secreti della corte penetrino le pareti d'un carcere? V'ha dell'improbabile in ciò. — E se mai?... povero Manfredi, in tempi più felici egli volgeva a me giovinetta l'occhio appassionato. Gli perdoni il cielo, s'ei cedette alle esasperate delusioni del carcere. — Forse pensò di parlare pe' miei interessi, e senza pur saperlo, non rispose che ai suoi.... Povero Manfredi; quanto sarei lieta di perdonargli un inganno, una menzogna!„

Ma queste sue parole errarono a fior di labra, e il conforto che ne provava non durò che il tempo voluto a pronunciarle. — Rimaneva quindi l'infelice in quella situazione d'incertezza, in cui la mente, pel troppo rapido lavoro, non afferra alcuna idea netta, e le comprende tutte indistintamente. La scena, che le si svolgeva dinanzi, era cupa; e le speranze cadevano ad una ad una, come le foglie di un fiore percosso dal nembo.

Entrava Canziana in questo punto, col suo aspetto sorridente, biascicando una frase famigliare com'era solita; ma, poichè ebbe veduto la padrona in quello stato, inghiottì il sorriso e le parole e, con un espressione indefinibile di sbigottimento, le domandò:

“Vergine santa che ci è di nuovo?„

Agnese, senza risponder parola, accennò la lettera rimasta a terra, e con un gesto della mano che equivaleva ad una preghiera, la invitò a leggerla. Canziana raccolse il foglio; lo esaminò tutto quanto a corso d'occhio per indovinarne l'autore; e, riconosciutolo alla firma, l'ebbe come segno di buon augurio. Ma quando s'inoltrò nel pieno di esso, e comprese dove mirava, inarcò le ciglia, corrugò la fronte colpita da indicibile dolore; e, masticando la lettura a mezza voce, come sogliono coloro che non hanno famigliarità collo scritto, riempiva le frequenti interruzioni con sospiri ed esclamazioni, con atti di sorpresa e di angoscia.

“Che ne dici?„ dimandò la fanciulla, crollando la testa in segno di completa sfiducia.

Canziana non avrebbe certo risparmiato una buona parola, se questa le si fosse presentata alla mente. Dal canto suo, non tralasciava di metterla alla tortura per trarne un'interpretazione, che non fosse una sentenza. Ma compresa da quella rivelazione che per lei (non messa in guardia come Agnese dallo sveglierino della gelosia) riesciva ancora più strana, cedeva all'attonitaggine propria di chi è colpito all'impensata da grave sventura, e taceva.

“Tu taci mia cara: comprendo... io sono dunque irreparabilmente perduta!.., sclamò Agnese piangendo. Tu non hai una parola per consolarmi; a chi dunque io mi rivolgerò?„

“Figlia mia, non vi nego che la mi par terribile, cotesta nuova... ed è per ciò che vorrei pigliar tempo a crederla....„; soggiunse la donna che finalmente aveva trovato il bandolo alla matassa, e ne dipanava quelle parole, che tornano gradite agli afflitti anche quando non significano nulla.

“Parla: dimmi, che non credi a quello scritto; che esso è menzognero; spiegati in nome di Dio.„

“Ecco qui, — ripigliava Canziana, facendo una breve pausa su queste prime parole che sogliono essere l'esordio delle persone imbarazzate. — Io vorrei aspettare a disperarmi quando vedessi meglio le cose. A nulla udienza, nulla sentenza. Finchè non si ode che una campana, è troppo facile decidere a torto. Non per metter male sul conto di messer Manfredi, che Dio me ne guardi: poveretto, egli è già troppo infelice; ma cosa può saper lui, dico io, di quanto passa fra i signori di Milano e di Pavia? È egli naturale che i secreti della signoria vengano rifischiati qui e qua al terzo ed al quarto? Uhm! più ci penso, e manco ci credo. Povero messer Manfredi, mi fa male il dirlo, egli è sempre stato una testa calda, e di rado ne imbrocca una giusta...„

Qui Canziana, vedendo che la padrona cedeva alle sue parole e si era racconsolata un poco, spiegò con più coraggio tutte le vele della sua eloquenza ad un'aura insolita, che le pareva di buon augurio.

“E poi, se anche quello che vi è scritto fosse nè più nè meno ciò che si è detto in palazzo, e che per ciò? Non li abbiam noi, povera gente, sbugiardati le mille volte quei signori del palazzo? Quante, tra guerre e paci, tra nozze ed alleanze, rimasero nel numero delle panzane, di cui oggi si parla per fabricarne un grande avvenimento, e dimani si sparla per riderne di cuore? Anzi, mille volte (vostro padre, che Dio l'abbia con sè, lo diceva spesso) fu posta in giro una ciarla a bella posta per far volgere da un lato le viste dei curiosi, e intanto dall'altro lato azzeccare di soppiatto qualcosa di ben diverso... Insomma, quello scritto non è mica una bella cosa, ma non la è nemmanco sì brutta da perderne il senno. Quanto a me, (e si mise la mano sul petto in segno d'asseveranza) vi dico schiettamente, vo' farle un bel po' di tara a questa ciancia.„

Agnese, benchè alquanto rincorata da queste parole, si mostrava ancora poco proclive ad ammetterle come una verità, e ciò per due buone ragioni: prima, perchè non aveva dimenticato quei precedenti, di che abbiamo fatto cenno; poi, perchè è istinto di chi desidera fortemente una cosa, il combatterne le probabilità, onde provocare in altro una resistenza armata di tutte quante le ragioni che militano in sua difesa. In simil caso, ci è grato l'aver torto, e non ci stanchiam mai di sentircelo ripetere. Allora le ragioni nuove, a cui non avevamo posto mente, ci cagionano quella grata sorpresa, che proveremmo al vederci ajutati da uno sconosciuto; le vecchie, già ventilate e discusse, crescono pregio alle nostre vedute, aggiungendovi il credito di quello o di quelli, che consentono nella medesima nostra opinione.

Canziana non aveva ancora messo fuori il più valido de' suoi argomenti; ma lo teneva in serbo per chiudere la perorazione, certa di vincere per esso ogni ritrosía, e di neutralizzare completamente gli effetti del disgraziato scritto.

“In fin dei conti, — continuava ella rompendo il silenzio della sua ascoltatrice, — m'è d'avviso che la prima a saperne qualcosa, (se qualcosa vi fosse) dovreste essere voi, figlia mia; nessun altri che voi. Non mi si venga a dire che il conte tenga il piede in due staffe per farsi gioco di una fanciulla: ohibò! Hanno forse bisogno i grandi signori di queste miserie? Sentite cosa mi frulla pel capo; se ciò avvenisse, giurerei che il conte si burla del signor di Milano, per quelle vecchie partite che non sono ancora accomodate fra le due signorie. Vicino a voi, non è vero, che ei va lieto di scordare i suoi fastidii? Lo dice a voi, lo ripete a me le cento, le mille volte, che qui dimentica le cure e gli affanni, e ch'ei non farebbe più ritorno al castello, se non avesse la certezza di esser qui il giorno dopo a rifarsi di tante noje nella tranquilla pace che regna in questa casa. Qual interesse a mentire? Vi pare a voi, che il conte sia uomo da tali viltà?„

Agnese crollava il capo, in atto di chi rimove da sè un dubio oltraggioso. — Rafforzata da questa adesione, l'altra proseguiva:

“Perchè gli onesti sono radi, radi più che i corvi bianchi, non bisogna fare fascio di tutti e di tutto, e credere che non vi sia più al mondo un galantuomo. Ma vo' supporre che gli sia stata fatta qualche proposta; egli l'avrà respinta: e se non l'avesse, gli mancherebbe il coraggio di venir qui, e venendo si darebbe a conoscere. Un raggiro di simil natura non è facile a nascondersi. Voi lo vedreste esser meno calmo, meno espansivo; diventar sospettoso di sè medesimo; rispondere con esitanza o con affettazione agli affetti vostri. — Voi gli leggereste la bugia negli occhi; poichè, a noi altre donne, madre natura ci ha data una speciale penetrazione per scavare i secreti che ci si voglion nascondere; ed è ben più facile che trascendiamo negli ingiusti sospetti, non che viviamo beate e noncuranti quando si ha ragione di sospettare. — Ora, ditemi un po', è questo il caso nostro?...„

Canziana s'aspettava un trionfo, e non s'avvedeva d'aver tocco un tasto dolorosissimo. Ella aveva dichiarato il pensier suo alla buona e schiettamente: ma siccome non era dotata di quella vista penetrante di che faceva merito al suo sesso, metteva per base de' suoi ragionamenti l'esclusione di un fatto, ch'ella credeva impossibile soltanto perchè l'ignorava.

“Tu dici il vero, — ripigliò con un accoramento indescrivibile la povera Agnese, — ed è appunto perchè le tue ragioni sono assennate che esse cagionano in me quell'effetto che tu speravi di rimovere. — Sappi adunque, che i miei sospetti non hanno vita dalla lettura di quel foglio d'oggi; sappi che da oltre un mese io ravviso nel conte alcuno di quei sintomi che tu mi hai accennato.„ E qui, senz'altro riserbo, le dichiarò ciò che essa pensava di lui, e ciò che noi già conosciamo.

Invece di arrestarci a pesare ad una ad una le parole d'entrambe, solleviamo il velo misterioso, che copre altri avvenimenti, per riconoscere quale, tra il giudizio di Canziana nutrito di buone ragioni, e quello d'Agnese scortato dalla logica zoppa dei presentimenti, ebbe il merito fatale d'essere indovino. Per far ciò, c'è d'uopo risalire all'origine dei fatti. Scostandoci da Pavia ed obliando pel momento il carcere d'Ognibene, torniamo al tugurio di Medicina, per vedere come egli stringesse in pugno, ed agitasse a talento, le fila di un tenebroso intrigo.

CII.

Barnabò Visconti, come già s'è detto in più occasioni, non era uomo da piegarsi a consiglio od a legge; non diede retta una sola volta alle più sacre ragioni; non cedette mai a preghiere od a lacrime. Ma egli non apparteneva nemmanco a quella schiera di eroi del medio evo, assimilati al ferro da cui erano coperti, che si fecero perdonare una vita tessuta di ribalderie, per qualche lampo di generosità: di che il mondo tien gran conto ai potenti. Assoluto, ma schietto il più delle volte perchè si stimava invincibile, ricorreva alla frode, all'insidia, e alle pratiche superstiziose, appena dubitasse che il dichiarare i suoi voleri non fosse seguito all'istante dalla compiacenza di vederli compiuti. — Così, mentr'era intolerante dell'influenza d'altri, la subiva inconsapevolmente per opera di colui che sapesse, a tempo debito, agitare davanti a' suoi occhi lo zimbello incantatore d'una fatucchieria.

Il suo secolo, che raccoglieva la trista eredità del medio evo, s'incarnò (ci sia lecita la frase) in quest'uomo. All'epoca presente erano meno continue le guerre, meno iraconde e sanguinose le fazioni. Un'arte subdola ed infame aveva insegnato ai prìncipi il secreto di far la guerra senza turbare le apparenze della pace, senza cangiare i velluti nelle cotte di ferro, ed interrompere le orgie e le corti bandite. — A che giovava destar l'allarme fra i vicini snudando la spada, ed attendendo che dall'urto degli eserciti risultasse la vittoria o la sconfitta? Era cosa meno arrischiata il combattere d'astuzie e l'impiccolire la guerra, restringendola ad una gara d'insidie individuali. Perciò, meglio che ferire in mille parti il paese nemico con un armeggiar lungo ed incerto, era il colpirlo nel suo centro vitale, trascinando il capo di esso nel tranello di uno stiletto, di un veleno o di una perpetua prigionia.

Or mentre le battaglie, combattute lealmente sul campo, venivano inaugurate coll'invocare il giudizio di Dio: queste tenebrose machinazioni, potenti ausiliarie delle armi, s'inspiravano negli arcani responsi dei negromanti e degli indovini, formati alle publiche scuole, dove l'astrologia naturale o giudiziaria (cioè induttiva o chimerica) aveva cattedre e professori: oppure traevano la loro infallibile potenza dalla pretesa associazione dell'uomo collo spirito infernale, stipulata sur un patto che fruttava a quello ogni terrena prosperità, a questo il dominio delle anime e la dannazione de' suoi adepti.

Ognuno sa od imagina come dovevano vivere coloro, che esercitavano tali maleficii in mezzo a gente, che pigliava sul serio questa tremenda alleanza del mondo coll'inferno. Essi erano maledetti ed esecrati come la cagione suprema dei mali, che affliggono l'umanità. L'inclemenza delle stagioni, le fallite messi, ogni mala fortuna, l'infermità o la morte di un uomo, erano un maleficio. Pareva, che rimossa quell'unica ed arcana influenza, il mondo dovesse tornare ad imparadisarsi. — Le leggi civili ed ecclesiastiche non avevano misura nel punire i sacrileghi. Di pieno accordo, decretavano loro i più strani ed orribili castighi, e, stimando essere la morte pena troppo dolce, la porgevano diluita, direm così, in una studiata agonia di tormenti, cui poneva termine il più lungo ed il più crudele dei supplicii, il rogo. — E chi mai a quei tempi si sarebbe rifiutato di portare il suo fascetto di legna al patibolo di un indemoniato?

In Lombardia, non meno che nelle altri parti d'Italia regnavano coteste ubbie. Perocchè, se dapertutto avevano origine dall'ignoranza e dalla ferocia del secolo, qui prosperavano ancor più per le superstiti memorie delle credenze religiose disseminate dagli invasori del nord. E infatti, più d'una superstizione d'origine straniera viveva ancora ai tempi di cui favelliamo. Tale era, per esempio, la celtica usanza di rispettare come cosa sacra certi alberi detti sanctili. Qui vigeva ancora la superstiziosa venerazione delle vipere, credute atte a ridonare la salute al solo mirarle: avanzo di nordica idolatria recato in Italia dai Longobardi. — L'interpretazione dei sogni, e la previsione del futuro desunta da quelli, erano officio degli aríoli; i tempestarj sapevano scongiurare e sciogliere le procelle; certe vecchie comari apprestavano fantocci di cenci alle femine in doglia di parto, e le rendevano di colpo libere e spregnate; v'erano empirici, che componevano unguenti opportuni ad arrestare il sangue ed a sanare all'istante una ferita, untando non i margini della cicatrice, ma l'arma che l'aveva cagionata.

Queste e cent'altre follíe non esistono più ai nostri giorni; ma la memoria di alcuna vive ancora in certe consuetudini del vulgo, sopratutto nel contado. — Forse la generazione ventura ne perderà ogni traccia; giacchè la svegliata gioventù campagnuola, lasciando le vecchie pratiche alle feminette, comincia a riderne di compassione.

Intanto la mala razza, sebbene perseguitata, non si andava diradando: perchè da una parte gli stessi potenti l'accarezzavano, fin tant'almeno che sentivano lusingata l'ambizione loro da profezie di buon augurio; dall'altra, le leggi, anche in ciò pazzamente atroci, mancavano di mezzi ond'essere poste ad effetto. — Astrologi e negromanti vivevano dunque inviolati e riveriti alle corti: indovini, chiromanti e maliarde si tenevano abbastanza al sicuro in luoghi remoti, a dispetto d'ogni minaccia. E mentre chi faceva la legge non metteva misura alle pene, quelli che dovevano eseguirla non ardivano spingersi ad una lotta nella quale si vedevano schierata davanti una legione d'angeli ribelli.

V'ebbero però delle vittime, e non poche. Ma le stolte procedure e i giudici ancor più stolti, agitati da un invincibile terrore, non giungevano a conoscere tampoco la natura dei fatti su cui si fondava l'accusa. Anzi, dopo quei processi, intralciati di forme e d'interrogatorj stravaganti, e in mezzo ad un labirinto di enigmi, la ragione brancolante ed ubriaca riesciva ad addormentarsi del tutto; e non si scuoteva che ad affare compito, più cieca e assai più illusa di prima.

I miseri inquisiti dunque, posti a tormenti, perdevano la ragione, e fra il delirio e le bestemmie narravano, a modo di confessione, mille stranezze di treggende e di malíe; avvalorando sempre più la credulità dei giudici, e ribadendo le anella di una fatale catena di errori.

CIII.

Il carattere cupo e feroce di Barnabò si potrebbe paragonare ad una bicocca poggiata sur una rupe, accessibile soltanto agli uccelli di rapina. I passanti guardano con rispetto misto a terrore quel nido insanguinato; e, raccozzando nella mente mille storie raccontate ed udite con ispavento, trapassano le falde scoscese, senza tentarne la salita, senza nemmanco riconoscere la via che serpeggia per l'erta. Ma il terribile asilo dalle mura di bronzo ha il suo lato vulnerabile; ed il solitario esploratore tentando col favore della notte, a più riprese e affatto inerme, i tramiti circostanti, si spinge tant'alto da sorpassare inosservato le fosse e i rivellini, fino a scoprirvi un ingresso mal difeso. Entrato per quello, egli si confonde col minuto satellizio, e vi tiene umile posto, bastandogli di scoprir tutto e di non essere scoperto.

Medicina aveva appunto operato così. Conosciuto il lato debole del suo padrone, vi si era introdutto a poco a poco silenziosamente; e, confondendo con somma arte i proprj pregiudizj con quelli della mente di lui, lo trascinava qualche volta a pensare ed a volere ciò ch'egli voleva e pensava. — Nel percuotere con mano implacabile i deboli, nel sospettare di tutti e di tutto, nel tentare insidie all'innocenza, erano sempre d'accordo; il ciurmatore non ebbe mai bisogno di stancare la sua imaginazione per condurre il principe a' suoi intendimenti. — Ma quando si trattò di avere i mezzi per abbattere i suoi nemici, e fu d'uopo ricorrere agli spedienti sicuri e secreti, Medicina chiamò a parte de' suoi interessi una donna, salita in gran fama per la prontezza e la veridicità de' suoi oracoli; affinchè lo sue idee, tradutte nel linguaggio augurale, acquistassero l'autorità di un consiglio sovrumano.

Costei, conosciuta sotto il nome generico di maga, individuata con quello di Canidia, era un'amica di Medicina. — Non rileviamo dall'oblío la storia del suo passato e de' suoi turpi intrighi col ciurmatore. Medicina, dopo aver riconosciuto in Bergonzio un fido sgherro, cercava in costei un'alleata; e, con un arte tutta sua, mostrando da lungi al principe l'amo inescato, era giunto a destare in lui il desiderio di consultarla, e a promovere un espresso suo comando di procurargli un incontro coll'avventuriera. Barnabò non sapeva dire a sè stesso che cosa le avrebbe richiesto: gli bastava di poter, mercè sua, gettare uno sguardo alla sfuggita nel gran libro del futuro, e di leggervi una parola che lo confortasse ad intraprendere le pratiche necessarie per dominare l'inerte e timida volontà di suo nipote. — Egli vagheggiava da un pezzo la signoria del Conte di Virtù; era questione di ottenerla a miglior prezzo.

Ma come mai Canidia aveva potuto procurarsi la fama d'indovinare il futuro? — Le interrogazioni di chi accorreva a consultarla, nella maggior parte dei casi, le offrivano un bivio a due escite. Gittandosi a sorte per una di quelle strade, un certo numero di predizioni, in tutte quelle eventualità che dipendono dal capriccio della fortuna, doveva avverarsi. — Il colpir giusto le riesciva meno difficile, perchè le sue predizioni erano espresse di solito negativamente, e si limitavano ad escludere l'avveramento di un tale o tal altro fatto, senza definire in modo positivo ciò che in realtà doveva accadere. Dotata di uno spirito penetrante, scorgeva di leggieri che un equilibrio assoluto di probabilità non esiste presso che mai. Tenendo quindi calcolo dei fatti e delle circostanze che sapeva raccogliere dalla bocca di chi la consultava, e sopratutto attraversando con una intuizione sua propria le passioni e gli interessi di lui, giungeva a scoprire da qual lato la sorte facesse pendere la bilancia. Nel dubio, inseparabile da ogni sua predizione, inclinava sempre a dare risposte incoraggianti e favorevoli; perchè, oltre al guadagnarsi le simpatie de' suoi clienti, ne usufruttava in certo modo il proposito e le forze, e li spronava a far di tutto per renderla veritiera. — Quando nessuna di queste ragioni spandeva un debole raggio di luce sull'avvenire, la risposta era interamente fortuita. Allora Canidia giocava ad occhi bendati: e la cieca dea, che accarezza assai spesso il meno degno fra i giocatori, soleva esserle propizia.

Anche le cose più facili a prevedersi non erano mai annunciate con parole sì chiare, che non offrissero qualche ambiguità nello svolgerne il senso; ma, al pari degli oracoli antichi; sapeva riferirle con parole artificiose, elastiche, a doppio senso; le quali, se da principio erano interpretate a seconda delle speranze, lasciavano luogo più tardi (ove i fatti smentissero le parole) a riconoscere che la profezia era fallita per colpa di chi la frantese; non mai per errore di chi la pronunciò. — Infine; il più delle volte, per viste proprie, o guidata dai consigli altrui, sapeva porsi alla testa delle passioni di chi la consultava, e scuotendole o guidandole ad un dato scopo, indovinava il futuro colla franchezza di chi annuncia il tuono dopo aver veduto il baleno.

In quel giorno, che Barnabò aveva fissato pel suo convegno colla fattucchiera, il tugurio di Medicina eletto a luogo di ritrovo, era stato abbellito di tutte quelle fantastiche ciurmerie, che abbagliano gli occhi e l'imaginazione di un credente. — Canidia che non fondava la sua potenza sull'esosa deformità delle streghe, quale ne piace di solito imaginarle, aveva studiato di mettere in rilievo le attrattive della sua gioventù, circondando di abiti e veli bruni carni floride e bianchissime, e sciogliendo all'aria un tesoro di capelli copiosissimi e lucenti. Essa era alta, maestosa e bella nel volto: ma la sua avvenenza, prodotta da una bizzarra armonia di tratti provocanti, non arrivava più in là che allo sguardo.

All'avvicinarsi dell'ora designata, sedette sul trono de' suoi oracoli, compose le ricche pieghe del suo abito, ed atteggiò la prima ruga della sua fronte alla maestosa severità di una sibilla. E quando Medicina le annunciò che il signor di Milano s'accostava alla sua porta, diè mano ad un liuto, ed accompagnò coi più armoniosi arpeggi la seguente canzone, svolta in note soavi da una voce fresca ed argentina: