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Il Conte di Virtù vol. 2/2 / Storia italiana del secolo XIV cover

Il Conte di Virtù vol. 2/2 / Storia italiana del secolo XIV

Chapter 49: CXXVI.
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About This Book

This work examines the history of Italy during the 14th century, focusing on the evolution of society and governance. It discusses the transition from primitive tribal structures to more complex forms of civilization, highlighting the role of leadership and communal living in fostering social cohesion. The text reflects on the decline of the Roman Empire and the subsequent rise of new societal norms, emphasizing the interplay between individual freedoms and collective responsibilities. Through a rhetorical approach, it explores themes of civilization, governance, and the inherent struggles between authority and the governed, ultimately portraying the dynamics that shaped the Italian landscape during this pivotal historical period.

CAPITOLO DECIMOSESTO

CXXI.

Il Conte di Virtù aveva assistito a tutte queste solennità senza pigliarvi alcuna parte direttamente. — Ma il popolo lo teneva d'occhio, ammirava il suo aspetto prestante, e preferiva la sua aria severa alla beffarda ilarità di Barnabò. — Forse la coscienza publica credette giustificare l'inopportuna esultanza, facendone mezzo ad attestare la sua simpatia verso un principe, il quale, checchè fosse, non poteva riputarsi peggiore e nemmanco eguale al proprio tiranno. Ma i sentimenti, quando trovano libero sfogo alle manifestazioni, di rado si arrestano entro il giusto confine. La folla vuole amare od odiare; spesso prodiga inconsideratamente i suoi affetti all'uno, solo perchè non può manifestare liberamente all'altro i suoi odii. Così avvenne questa volta. — Non si lasciò passare alcuna occasione d'applaudire il Conte di Virtù, onde apparisse più grave ed eloquente il silenzio, che tutti serbavano in faccia a Barnabò. — Costui o non s'avvide, o finse di non avvedersi, della preferenza accordata a suo nipote; pensando forse di fargliela pagar cara tra poco.

Ma Giangaleazzo dentro sè stesso se ne rallegrava come di una luminosa vittoria. Non era uomo d'insuperbirsi alla troppo facile conquista del favor popolare. — “Ma in qual altro modo, diceva egli tra sè, può un popolo schiavo levare la sua voce contro chi l'opprime? Non aspetto da esso un mansueto omaggio verso di me; mi basta un fremito d'ira contro il comune nemico. L'odio è efficace quanto l'amore...„

A rassodare tali disposizioni, il Conte di Virtù valendosi di un'antica consuetudine, si volse allo suocero per dimandargli una grazia. Era uso che l'uno dovesse chiederla, l'altro prontamente accordarla. Barnabò, infatti, persuaso che il timido nipote non avrebbe osato voler cosa che egli non potesse concedere, l'accolse senza restrizione.

Il conte sapeva che nelle carceri della Rocchetta languiva un gran numero di prigionieri, condannati a lunghe pene, o dimenticati dai giudici. — Era fra questi quell'Ognibene Manfredi, che egli reputava la causa dell'abbandono d'Agnese. — Quanta parte avesse il sentimento d'umanità nello spingerlo a chiedere mercè per tutti quegli infelici, non ci è lecito il determinarlo precisamente. Una nobile pietà ed una ambizione guardinga possono talvolta mirare allo stesso scopo. Ma non devesi porre in dubio, che nella liberazione del Manfredi egli coltivasse un men che generoso intendimento.

L'affetto che il conte nutriva per Agnese non si era spento nè affievolito in mezzo alle avversità. Era uno di quei sentimenti, che colpiti dalla sventura maledicono al destino, ma rispettano la memoria dell'idolo poco prima adorato. L'abbandono d'Agnese era ormai una necessità; ma la mente ed il cuore di chi rompeva quel nodo miravano con perfetto accordo a rimovere da questo fatto ogni senso di livore, ogni pensiero di vendetta. Anzi, per quella stessa gelosa tutela che ogni uomo deve avere di se stesso, studiavasi il conte di far salvo l'onore d'Agnese, onde per esso fosse salva la dignità di chi l'aveva tanto amata. A questo modo, rimanevagli almanco l'illusione che Agnese era vittima con lui, se non al par di lui, d'un medesimo destino.

“Poichè l'abbandono deve essere eterno, diceva egli, l'ultimo nostro addio sarà una parola di pace! — L'ira e la vendetta procurano rade volte un istante di gioja; ma l'ira è un ebrezza passaggera, da cui l'anima si rileva più debole e più abbattuta; la vendetta è lo sprecamento inconsiderato d'ogni forza del cuore. L'indimani dell'uomo, che si è vendicato, rassomiglia a quello del prodigo che ha consunta l'ultima sua moneta. — Ah perchè non saprò io dimenticare il passato? Perchè, in mezzo alle memorie di tante dolcezze, dovrà sempre rivivere quella di un oltraggio, ahi troppo grave? L'oblío non è dunque in potere dell'uomo? L'occhio può chiudersi davanti a ciò che lo atterrisce; ma il cuore non è árbitro di sè; non può sospendere i suoi battiti, non sa rendersi immemore od insensibile!... Meglio è perdonare: cosa ardua, ma non impossibile. — Quanto grave è stato l'oltraggio, altretanto sarà sublime la compiacenza d'averlo perdonato. — Nessuno si è mai pentito d'aver risparmiato una vendetta. Nessuno si vergognerà mai d'essere stato generoso!„

Tali erano i pensieri di colui, che ora a buon diritto chiameremo il nostro eroe. Con sì benevole disposizioni egli si apparecchiava a far paghi i supposti voti di Agnese, ridonandole l'amante. Proponevasi di ricorrere alla preghiera, se Barnabò non si fosse ricordato della fatta promessa. E il premio di tutto ciò era il pensiero, che un giorno Agnese riconoscerebbe chi era l'uomo, che ella aveva sì leggermente dimenticato. — “Allora (fin qui arrivava la sua vendetta) ella confesserà i suoi torti; ella si pentirà di non essere stata sincera.„

Questo stesso dì, in uno dei pochi momenti rubati alle continue feste, dopo di avere trascorsa la nota degli individui che aspettavano la grazia del principe, il conte vi soscriveva di sua mano il nome di Manfredi. In questo mentre, entrò un valletto, e gli annunciò che una donna giovine e bella implorava la grazia d'essere ascoltata. Il conte, dopo di avere esitato un momento, fe' cenno, che venisse introdutta.

L'esperto servitore aveva detto il vero. Appena la supplicante fu al cospetto del principe, rialzò il velo, e mise allo scoperto un volto di squisita perfezione. Le gote erano pallide, la fronte solcata da una ruga che, raggrinzando lievemente le curve sopraciglia, imprimeva fra di esse un marchio di dolore: la prima e la più seducente attrattiva d'ogni bellezza.

Quando il conte levò lo sguardo su lei, fece un atto involontario di ammirazione. Fu un segno di riverenza prestato al nobile aspetto della sventura.

“Accostatevi„ — diss'egli con voce mite, accompagnando la parola con un cenno cortese della mano.

La donna fece alquanti passi senza levare la testa e proferire parola.

“Che volete da me? proseguì il conte; narratemi la cagione dei vostri dolori, se pure credete che io valga a trovarvi un rimedio.„

“Principe, — prese a dire la giovine, sciogliendo una voce che si accordava mirabilmente colla pallidezza del suo volto e col languore de' suoi sguardi — Tutta Milano ha fede nel conte di Virtù. Da molti mesi io stanco la bontà del cielo colle mie preghiere; oggi soltanto, sento d'essere esaudita. Iddio, che mi ha inspirata di rivolgermi a voi, mi fa certa che otterrò per voi la libertà di una cara persona, che langue nelle carceri della Signoria.„

Il conte sorrise dolcemente, e sollevando dal tavolo la nota dei prigionieri: “Rade volte in mia vita, soggiunse, provai la compiacenza di poter confermare con una pronta risposta la fiducia che s'ebbe in me. Fate animo. Oggi s'aprono le prigioni; e, per volere del principe, devono essere posti in libertà i carcerati.„

“Tutti?„ — chiese la donna ansiosamente.

“Le eccezioni devono essere assai poche: io spero che tra queste non sarà colui, che vi sta a cuore.„

La donna rispose con un sospiro, che in tal momento aveva un funesto significato.

“Io potrò dissipare all'istante i vostri dubii, continuò il conte, se voi mi direte il nome del prigioniero e il titolo della sua condanna„.

“Ognibene Manfredi è accusato di fellonía„, soggiunse la donna con voce risoluta.

“Ognibene Manfredi!„

“Ahi pur troppo, il suo nome è fatale! Egli col Mantegazza conspirò contro la signoria dei Visconti; per amor mio non volle sottrarsi, come i suoi compagni, alle ricerche della giustizia. — Solo superstite di quella sciagurata cospirazione, egli consuma da molti mesi nelle secrete della Bocchetta.„

“Per amor vostro, diceste? e chi è desso per voi? un fratello forse?„

“Più che un fratello; egli mi ha giurato fede di sposo: e senza la disgrazia che lo ha colpito, saremmo a quest'ora....„

“Poveretta! — disse il conte con una pietosa reticenza, che mirava a scopo ben diverso da quello che la supplicante s'era imaginato — Voi implorate il perdono dell'offeso signore, ripigliò dopo breve pausa: ma dite, e siate sincera, avreste la forza di accordarlo al vostro amante, quando sapeste ch'egli ha mancato alla sua fede?„

“Per essere sincera, come voi dite, dovrei prima perdonare a colui, che lo calunnia:„ — interruppe la donna con straordinaria franchezza, dimenticando a chi parlava.

“Perchè?„

“Perchè il Manfredi mi amò, e mi ama sempre teneramente.„

“Le prove!„, ripigliò il conte con un'ansietà improvisa che tradiva la sua abituale prudenza.

La supplicante sospettò d'essere caduta in un tranello; non per questo si pentì d'essere stata sincera. Con nobile portamento s'avvicinò al conte, e porse a lui una carta, dicendogli:

“Ecco le prove che voi chiedete. — Pensate, o signore, che la mia vita è in vostra mano. Siate generoso; io sarò discreta nella mia preghiera. — Se non vi è possibile salvarmi lo sposo, fate almeno che la mia sorte non sia divisa dalla sua. — Se la colpa del Manfredi non è degna di perdono, io, sua complice, dimando d'essere punita come lui.„

Il conte svolse con trepidazione la lettera presentatagli. — Mano mano che l'occhio scorreva le righe di quello scritto, il suo volto s'andava rasserenando; l'austera serietà cangia vasi visibilmente in compiacenza. Quel foglio era vergato dallo stesso Manfredi. Un aguzzino di buon cuore, che credeva cosa impossibile il fabricar combriccole con carta ed inchiostro, s'era incaricato di portarlo alla fidanzata del Manfredi. Le frasi di quello scritto erano di tal natura da sconvolgere ogni giudizio precedente sul conto del suo autore. L'affetto per la nostra incognita era rappresentato al vivo, con tanta ingenuità, con sì rara copia e schiettezza di frasi, da non lasciare alcun dubio di sè. — Ma esisteva pure una lettera del Manfredi diretta alla figlia di Maffiolo Mantegazza! — Come si poteva conciliar l'una coll'altra?

Finita la lettura, il conte non sapeva staccar l'occhio dallo scritto, come se aspettasse da quello la spiegazione d'altri misteri. Gli tornavano alla mente, ad una ad una, le parole di quel foglio sciagurato che aveva distrutta la sua felicità. Meravigliavasi però di trovare meno evidenti quelle frasi che, discusse altravolta durante il delirio della passione, l'avevano trascinato a pronunciare una sentenza irrevocabile. Gli avvenimenti sopraggiunti offuscavano il passato; e, in mezzo a quella oscurità, cominciava a splendere una debole speranza di esser stato in addietro vittima di un inganno.

Come il rapido e sinistro bagliore del lampo ci fa trovare alcuna volta la strada smarrita, così una parola, una sola parola, detta a caso, dissipò nell'animo del conte quel bujo doloroso, e lo ricondusse a più confortevole giudizio. — Questa parola fu il nome di Medicina. — Appena l'accusa d'Agnese veniva sottoposta a nuovo esame, poteva dirsi, che la profonda convinzione della sua giustezza era svanita. E troppo lusinghiero era il dubio, perchè il conte non s'arrestasse a vagheggiarlo.

La donna, nel difendere il suo sposo e nel dire quanto ella sapeva di lui, rivendicava involontariamente l'innocenza d'Agnese. — Il suo linguaggio semplice e schietto portava quell'impronta di veridicità, che non si finge, nè s'imita. L'attenzione stessa, con cui il Conte raccoglieva le sue parole, le dava coraggio a non farne risparmio. Ella si sentiva inspirata dal cielo a far trionfare la verità. Per tal modo, colei che era venuta a cercar conforto, e ad implorar grazia, rendeva inconsapevolmente giustizia, e distribuiva a larga mano le consolazioni a chi nulla chiedeva, perchè ormai non sperava più nulla.

Al momento di pigliar congedo dal principe, ella era quasi fuori di sè dalla gioja; il suo cuore, gonfio di una dolcezza inesprimibile, confondeva i sorrisi e le lacrime. — Ma all'atto di escire, alzando lo sguardo sul conte, per udirsi ripetere la cara promessa, fu sorpresa nel vedere che il suo volto non era più sereno come poco prima. — Avrebbe voluto chiederne la cagione, ma non ne ebbe coraggio. Meno lieta quindi essa pure, si ritirò.

CXXII.

L'improvisa angoscia del conte era simile a quella d'un malato, che, destandosi bruscamente dal letargo, si rende ad un tratto sensibile a' suoi dolori e consapevole della sua insanabile infermità. — Mentre Agnese tornava degna dell'amor suo, egli fuggiva lontano da lei e si addormentava per sempre a' suoi affetti. E tutto ciò per voler suo. Il ricordo, di un nuovo legame gli annunciava una sentenza irrevocabile: quella sentenza inconsideratamente invocata e troppo presto ottenuta. Ad uno strazio, così subitaneo ed acuto, non poteva opporre che un conforto: il pensiero che Agnese era innocente. Ma questo conforto, oltre al crescere il valore dell'oggetto perduto, gli ravvivava sempre più il rimorso della propria inconsideratezza. — Come consolarsi d'averla ritrovata, mentre il nuovo vincolo lo costringeva a ripudiare le antiche promesse? Ma perchè dolersene fino alla disperazione, nel momento che la innocenza e le tante disgrazie di colei, la attestavano pura e più degna d'amore e di rispetto? — Così mentre, una legge gli imponeva di dimenticarla; un'altra più autorevole gli comandava di riavvicinarsi a lei, almeno quanto fosse necessario a disperdere i fatali effetti di un giudizio precipitato ed iniquo.

Rimasto solo, s'abbandonò colla persona sur una seggiola, traducendo nell'atto spontaneo delle membra affievolite l'improviso e completo scoraggiamento dello spirito. Per brevi istanti imperversò dentro di lui una procella di pensieri alterni ed opposti da cui non era possibile ricavare un costrutto. Pareva che in lui fossero due persone distinte; duplici quindi il pensiero, il desiderio, la parola. V'era l'uomo che redarguisce, quello che vuole e tenta difendersi; v'era il giudice e l'accusato; il consolatore e l'afflitto; l'uom coraggioso e il pusillanime. La lotta, siccome gravissima, non durò a lungo. I due esseri, che rappresentavano nature opposte, parvero infine confondersi insieme in una sola individualità; ma la virtù, sdegnosa di piegarsi ad ogni men che onesta alleanza, trionfò della passione; essa fu quindi la prima e l'unica a dettar legge.

Ecco ora i patti di questa nobile vittoria.

Chi era stato generoso a segno d'accordare il perdono ad un'offesa, nelle sue apparenze, gravissima; chi aveva provato tutta la parte dolorosa del subire e tolerare un oltraggio, doveva aver animo a compiere il debito più sacro ed urgente di riconoscere il proprio errore, di ritrattare l'accusa, e di porvi rimedio. Rifare il passato era cosa impossibile. Una stolta credulità, spezzando il più caro legame, faceva ricadere le sue fatali conseguenze su chi l'aveva incautamente nutrita. Bisognava sopportarle; era a sperarsi che un po' di calma surgerebbe più tardi a temperare i mali, ed a promovere qualche conforto. V'ha intanto nel riconoscere un errore, nel confessarlo, nel portarvi pronto rimedio, tale generosità e tanta virtù, che quasi il buon effetto sembra abbellire la turpe cagione.

Un altro e più nobile compenso a tanti mali era il veder splendere di nuovo in Agnese il più prezioso ornamento della sua bellezza, la virtù. — Davanti a quella donna ricca di squisiti sentimenti, e sublimata dalla sventura, l'uomo ed il principe, senza tema d'offendere la propria dignità, potevano piegare il ginocchio, e chiedere perdono. A questo pensiero, il più grave dolore del conte era il dover porre un ritardo fra il pentimento e l'espiazione. Come la gelosia l'aveva fatto ingiusto, e poteva di leggieri renderlo vendicativo e crudele, così il pronto ravvedimento lo guidava ad ogni miglior proposito, onde riguadagnare la stima della donna offesa, e quella ben più guardinga e difficile della propria coscienza. Mentre poi si maturavano le circostanze che dovevano avvicinarlo alla sventurata, ei tentava di rendersi più degno del suo perdono, adoperandosi a sollievo degli infelici che il caso gli aveva posto dinanzi.

Cercò, quindi, anzitutto d'affrettare la libertà del Manfredi. Trovò il coraggio di parlare francamente allo zio, e lo costrinse a dimenticare l'ultima vittima della congiura. — Nel decreto di grazia, strappato non senza stento alla durezza di Barnabò, ei s'ebbe, colla libertà del Manfredi, una secreta caparra del perdono d'Agnese.

CXXIII.

Nella terza sera, e per tutto la notte, Milano fu ancora in festa. L'allegria sembrava farsi più vivace mano mano che piegava al suo necessario termine. Alla corte, fu data una grandiosa rappresentazione dramatica, in cui le divinità dell'Olimpo sceneggiarono con stiracchiate allusioni l'età dell'oro; poscia s'imbandirono suntuose cene. Infine la festa fu chiusa dalle danze, protratte fin quasi all'alba del giorno vegnente. Per la città continuavano le grida e gli schiamazzi; le case erano illuminate; sulle piazze ardevano falò; ma l'orgia generale non fu scarsa di violenze. V'ebbe più di un colpo di pugnale; e l'ubriachezza servì di pretesto allo sfogo di vecchi livori.

La mattina, tutto rientrò nell'ordine. Il conte era deciso di ritornarsene a Pavia quella stessa giornata. Avanti di partire, però, voleva cogliere il primo frutto de' suoi propositi: desiderava vedere il Manfredi, e congratularsi con lui.

Ma con grande meraviglia, questa prima parte de' suoi disegni subiva un ritardo inesplicabile. — Costretto a chiederne conto a qualcuno della corte, venne finalmente in chiaro di un terribile mistero. Il povero Manfredi, quando veniva informato della grazia ottenuta, lottava coll'agonìa. — Forse Barnabò, che non aveva saputo negare grazia all'intercessore, eludeva la promessa, facendo uccidere in carcere l'odiato avanzo de' suoi nemici. Tale fu la spiegazione, che il conte e moltissimi cittadini diedero all'inaspettata notizia. E Barnabò, lieto probabilmente d'essere stato prevenuto ne' suoi desiderii, non si pigliò cura di smentirla.

Non ci sarebbe il tornaconto di raccogliere ragioni per provare che il signore di Milano non era l'autore di quel misfatto. Tacendo, egli mostrò d'approvarlo, ed approvandolo, volle richiamare sopra di sè la sua parte di complicità. Ma il legame dei fatti, che si vanno svolgendo, dimanda che si sparga luce sul vero autore di esso. — L'assassino era Medicina.

All'udire un delitto, la mente umana freme d'indegnazione, ma non si arresta a quel moto: essa vuol farsi un'idea netta del grado di colpa che pesa sul reo, e non suol dar passata alla dolorosa impressione, finchè non indovina quale sia la causa e quale lo scopo del delitto. Un misfatto senza una prima e grave cagione impellente, senza un ultimo e definito scopo, diviene un'azione isolata, vera ed importante quanto a' suoi effetti, ma dubia ed indeterminata nell'indole sua.

Ora quale motivo potè spingere Medicina a togliere di vita il Manfredi? Tutta Milano non seppe trovare alcun rapporto fra l'assassino e la vittima; la publica opinione lasciò quindi fuggire ingiudicato il vero colpevole. Ma i cronisti, quelli sopratutto più diligenti ed oscuri, che scrivendo pei posteri sfidavano le dispettose passioni dei contemporanei, non temettero di asserire che Medicina, ormai atterrito dalla rapidità degli avvenimenti, cui egli stesso aveva dato il primo impulso, credette arrestarli, spegnendo nel Manfredi un depositario di molti secreti spettanti alla congiura del Mantegazza. Non curava egli gran fatto l'incolumità del governo di Barnabò; ma temeva l'ingrandimento del conte di Virtù, suo rivale. Il conservare un perfetto equilibrio di forza e di potere fra l'uno e l'altro, era necessità per lui: perocchè non credevasi arrivato a segno di poterli tradire entrambi. — S'aggiunga a ciò una circostanza di più immediato interesse. La vendetta contro Agnese, mossa, come si è narrato, dall'infelice spedizione di Campomorto, poteva ormai ritenersi condotta trionfalmente al suo termine. Checchè avvenisse, il Conte di Virtù era marito di Caterina Visconti. — Ma il turpe intrigo che aveva ferito nell'onore la virtuosa Agnese, poteva essere scoperto da una sola parola del Manfredi. Costui, durante la sua prigionia, ebbe, come si è detto, parecchie visite di Medicina. I secreti, di cui fu fatto depositario, erano di tal natura, che, innocui per sè giudicati isolatamente, divenivano prove irrefragabili della sceleraggine di Medicina, collocati nella serie d'altri secreti, di cui erano parte o riscontro. — In tutto ciò, v'era per fatto del ciurmatore una circospezione eccessiva; il pericolo sembrava forse troppo piccolo o troppo lontano per creare la necessità di uno scongiuro di sangue. Ma Medicina non badava pel sottile ai mezzi, quando vagheggiava uno scopo. Temeva che il Manfredi parlasse, ed egli lo fece tacere.

Informato della prossima liberazione dei carcerati, si recò, nel cuor della notte, alla Rocchetta; e per la solita via, sempre schiusa a un suo pari, penetrò nel carcere del Manfredi. Col favore delle tenebre, avvelenò l'acqua del prigioniero; poi, annunciandogli la vicina grazia, gli promise con ipocrita asseveranza, che fra poche ore egli avrebbe abbandonato il suo duro soggiorno. Questa volta ei poneva ogni scrupolo nel promettere sol quanto era in grado di mantenere. Infatti, il veleno era di tal natura, ed in tale dose, da poterne garantire il pieno effetto entro il limite di tempo stabilito.

Quando, sul mattino, entrò il carceriero per annunciare al Manfredi la sua libertà, l'infelice, steso boccone sull'umido pavimento, era in fin di vita. Interrogato sull'esser suo, non rispose altrimenti che con un gemito semispento. Volò l'aguzzino a cercare soccorso; ma appena ebbe raccolto nel carcere il capitano della Rocchetta, un medico ed un attuaro, il povero prigioniero non esisteva più.

Per persona di sì poco conto, qual era il Manfredi nel concetto dei servi di Barnabò, non faceva mestieri ricorrere a diligenti ricerche, o raddoppiare le investigazioni onde scoprire la vera causa del suo decesso. Il medico asserì che Ognibene Manfredi era morto di morte improvisa: e fin qui non faceva bisogno d'essere medico per dirlo. Il capitano, il carceriere, il giudice e lo stesso Medicina furono sodisfatti di questa dichiarazione; e dal canto loro posero ogni studio nel farla tener buona. — In Milano corse la novella già commentata; e la più filosofica conseguenza che seppero trarne gli uomini di buon conto si fu: che il Manfredi era morto di gioja, e che una sùbita gioja è ben più fatale che un lungo dolore. — Del resto, troppi erano i crucci dei milanesi, perchè tale sventura meritasse da loro più che la sincera pietà d'un giorno.

Come sèguito a questo fatto s'aggiunga, che la infelice sposa del Manfredi non trascinò a lungo l'angoscia della sua improvisa vedovanza. — Dopo aver tanto patito per la prigionia dell'amante, la sorte volle riaccendere in lei vive speranze, perchè la sua inattesa caduta fosse più aspra e decisiva. Morì la poveretta poco tempo dopo; senza però mettere la voce publica sulla via di scoprire, che un sùbito dolore ammazza non meno che una gioja improvisa.

Giangaleazzo, alla notizia della morte di Ognibene, si dolse più assai che non lo dimostrasse. La sorte di quell'uomo si connetteva strettamente a quella di altra più cara creatura. Intese il fatto, senza accettarne la spiegazione, ma dentro sè l'ebbe come cosa d'assai sinistro augurio.

Non ci arresteremo ad esaminare le cerimonie del congedo in corte; fu un ricambio di gelide frasi e di modi usuali. Nè tampoco terremo conto delle dimostrazioni di omaggio che Giangaleazzo raccolse sulla via, tornando al suo castello. L'unica cosa degna di nota si è che la vantata felicità degli sposi era soltanto sulle labra degli adulatori. La mestizia della sposa, manifestata dal suo pallore, lo scontento del conte, tradito da un involontario aspetto di corruccio, insegnavano anche ai meno esperti che la coppia principesca, in mezzo a tante grandezze, non godeva quella gioja serena, che tante volte è il retaggio del povero. E ciò è fior di giustizia; il poveretto dimanda sì poco, che non pare possibile che il destino voglia o possa sempre essergli avverso.

CXXIV.

Che fa un uomo, agitato dalla paura, quando sospetta che in un mucchio di materie incendiabili si nasconda una favilla? Egli tramesta, disperde, manda a male quegli oggetti, senza arrestarsi a scrupoli e preferenze. E intanto, per opporsi all'imaginario sviluppo di un male, comincia dal far male egli stesso.

Così operò Medicina. — L'infelice Manfredi veniva sacrificato alla paura di una rivelazione. Altra persona, come lui, e dietro lui, dava adito ad eguali sospetti. Bisognava provedervi. — Convinto che la passione di Giangaleazzo per Agnese non era nè spenta, nè assopita; che il recente legame, destituito d'ogni affetto e d'ogni lusinga, era più che altro un mezzo a tener viva l'antica fiamma; egli non rimpianse il male che aveva fatto, si doleva di non averne fatto abbastanza. Perocchè le arti sue non lo guarentivano ancora dalla probabilità che i due amanti si rivedessero, e che colle parole loro mettessero in chiaro l'intrigo e l'autore di esso.

Agnese era dunque pericolosa per lui, quanto e più che il Manfredi. Ben sapeva che l'infelice donna erasi allontanata da Pavia; conosceva le ragioni per cui ella era fuggita alla vista degli uomini. Ma ignorava il suo nascondiglio; e dubitava che, cessata la ragione di quel ritiro, ella non ritornasse in Pavia; o in altro modo fosse scoperta e riveduta dal suo amante.

Una volta entrato in un progetto, Medicina non era l'uomo delle lungaggini e dei pentimenti. La sorte del Manfredi, al dir suo, non peccava di troppa precipitazione; poche ore di vita, e colui avrebbe potuto diventare il suo accusatore.

Or dunque, intanto ch'egli avvisava al modo d'impedire che il conte rivedesse Agnese, bisognava raccogliere alcune notizie intorno a costei, che eragli sfuggita di vista. A quest'uopo chiamò a sè il fido compagno delle sue ribalderie, e gli ingiunse, senza dirne i motivi, che si recasse tosto a Pavia, e coll'usata sua accortezza cercasse di scoprire la nuova dimora d'Agnese. Lasciò a lui tutto il merito di scegliere la via più acconcia ad escir bene dal suo incarico; ma non gli tacque la gravezza della cosa, la necessità di non destare sospetti, il pericolo d'entrambi, ove fosse caduto in qualche imprudenza. — Il sermone del maestro finiva colle solite frasi; prometteva mari e monti in caso di buon successo, ma guai a lui se non riesciva, due volte guai se riesciva a male!

Medicina accordò al suo compagno due interi giorni per tali pratiche. Al posdimani egli stesso doveva raggiungerlo a Pavia. Convenuta l'ora e la posta, l'uno si mise in viaggio, l'altro chiamò a capitolo le sue vecchie astuzie, per elaborare un piano semplice, e di facile riescita, che in ogni caso, ed alla peggio, gli offrisse uno scampo. Ma la mente del ciurmatore, ormai logora da tante scelerate fatiche, non sapeva togliersi dal campo delle vecchie arti, nè inventare un progetto d'esito certo, senza fare assegnamento sulle antiche improntitudini. Non era egli divenuto timido e pietoso; sprezzava il pugnale ed il veleno perchè erano mezzi proprii d'ogni spirito vulgare; e li posponeva a quegli intrighi, che giungono alla meta prefissa senza lasciar traccia di sè; confondendo i secreti maneggi dell'uomo cogli infiniti e varii spedienti del destino.

Havvi una forte ragione per dubitare che questa volta la sua mente non fosse, come al solito, feconda; poichè, all'atto di mettersi in cammino, intascò più di una fiala avvelenata, e sperimentò la punta di parecchi pugnali.

Bergonzio, che obediva ad occhi chiusi, ebbe campo in due giorni di far le pratiche necessarie, per trarsi d'impaccio. Si recò anzitutto a Pavia, nel luogo dove dimorava Agnese; ivi, se non potè conoscere dove si fosse nascosta la misteriosa donna, seppe almanco da qual parte ell'erasi avviata. Tentò quella strada, e vi si spinse, occhieggiando a destra ed a manca, interrogando i passaggieri e i contadini, mettendo a partito la furberia dei monelli e la loquacità delle comari. Lo zelo e l'accortezza lo posero sulla buona via; e la sorte, che pur troppo è facile amica dei ribaldi, gli fece toccare la meta. — Al cadere del secondo giorno, quando stanco e scorato s'accostava ad un casolare per dimandarvi ospitalità, vide da lontano, all'incerto lume del crepuscolo, una figura feminile che gli parve di conoscere; affrettò il passo, la raggiunse: era Canziana. Girò di fianco, e la seguì da lungi per vedere dov'ella andasse; e per tal modo scoperse l'asilo d'Agnese.

Il giorno dopo, Medicina e Bergonzio si rividero in una osteriaccia fuori delle mura di Pavia; ma l'uno e l'altro non diedero pretesto ai curiosi (ove per caso ve ne fossero) d'indovinare esservi tra loro un concerto od un'intelligenza qualunque. — Esciti entrambi da parte opposta, s'incontrarono in un luogo solitario; dove Bergonzio narrò per filo e per segno il risultato della sua spedizione. Cominciò dal dire il nome del luogo ove Agnese erasi ritirata, la distanza e la strada per arrivarvi; espose colle parole, ed illustrò con una serie di linee tracciate nella polvere, la pianta della casetta, insistendo nel dichiarare che gli accessi erano parecchi ed affatto indifesi. Solo rammentava con dispiacere la circostanza del vicino plenilunio; ond'era necessario affrettare l'impresa e compierla nell'ultimo periodo della notte, se volevasi avere il favore di una completa oscurità. Non omise di riferire che quella dimora, quantunque perfettamente solitaria, non era abitata da Agnese sola. Una famiglia di buona gente, originaria di Pavia, che per vecchi disgusti aveva abbandonato la città, erasi ristretta in una piccola parte dell'abitazione, per cederne la migliore all'ospite benvenuta. Il nome di quella famigliola non eragli stato detto: ma sapeva, che era gente quieta, alla buona, aliena dalle armi e dai sospetti; che per tutta difesa solevasi di notte sguinzagliare un cane lioncino, il quale, abbajando lunghe ore alla luna, aveva abituato i padroni a non tener conto de' suoi avvisi. — Alla peggio poi, quando pure tutta la famiglia fosse in guardia, la lotta non sarebbe stata lunga ed incerta; v'erano tre donne, ed una covata di bimbi; gli uomini erano due; il padrone di casa, giovine e robusto ancora ma affatto privo d'armi, ed un famiglio, il più dormiglioso, il più codardo villano del contorno.

Il Seregnino, finito il racconto, dolevasi dentro di sè del poco accoglimento fatto alle sue parole. Credeva che, dietro tali rivelazioni, il ciurmatore, rotto ogni indugio, sarebbe volato all'impresa; od aspettava almanco d'essere accolto con una parola di approvazione e di lode. — Medicina invece era muto. Contento senza dubio nel sentire che, ove fossevi necessità di usar violenza, il trionfo sarebbe certo, dimandava a sè stesso il modo di evitarla; studiava l'arte di vincere senza combattere.

“Io non chiedo altro, pensava egli, che di porre una barriera insurmontabile fra Agnese ed il conte. Voglio soltanto consacrare i fatti già compiuti mercè il silenzio dei due amanti: silenzio ristretto a tempo e ad un solo argomento. Che il miglior mezzo per far tacere una persona sia lo spacciarla, è cosa che so anch'io da un pezzo; ma questo è l'ultimo spediente, e vi si può sempre ricorrere, quando ogni altro partito riesca a male. Una vendetta compiuta è una di quelle gioje, che non rade volte lasciano dietro sè delle tracce pericolose. No, no; sono queste le glorie degli incauti o dei novizii. — Meglio è far in modo, che Agnese abbandoni per qualche tempo la sua dimora attuale; e, per volontà propria o spinta da una necessità creata ad artificio, se ne vada.... dove, non importa; purchè sia ben lontano.... Ma come.... come rimoverla dalla sua solitudine?„

La luna spandeva raggi obliqui e melanconici su quel misterioso convegno. — Medicina era assorto. Fuor del cappuccio alquanto rovesciato all'indietro, escivano a cerfuglioni i suoi capelli bruni, solcati da screzii color di rame; il volto, perduto in una penombra livida, brillava soltanto della luce tetra ed irrequieta degli sguardi. Posava come chi si arresta di colpo dopo una marcia affrettata: aveva una mano sul giustacuore, coll'altra stringeva l'elsa della spada. Il compagno invece portava la testa alta, e cercava gli occhi del suo padrone, come se ponesse in dubio il suo coraggio, e volesse infondergli il proprio. Nella breve esperienza della sua servitù, quest'era la prima volta in cui reputavasi levato a paro di lui. — Ma s'ingannava a partito; i suoi sguardi di fuoco, le parole tronche e concitate, l'aria guerriera ch'egli affettava, non giungevano a scuotere Medicina dalla sua calma.

Dopo qualche minuto, costui sollevò la testa, raccolse le braccia, e si dispose a parlare ed a procedere avanti. La luce erasi fatta nel suo cervello, ed il partito era preso.

CXXV.

Medicina non disse al compagno più di quanto era strettamente necessario per dar principio al suo disegno. Dimandò d'essere condutto quella stessa notte al luogo ove dimorava Agnese, dichiarando di volere arrivarvi un'ora prima dell'alba.

Bergonzio per girar largo, e dar tempo a torre di mezzo ogni eventuale imbarazzo, propose di partir subito, dicendo tanto e tanto esser meglio aspettar là, che non altrove. — Alle quali parole il ciurmatore aggiunse un cenno affermativo del capo, mentre colla mano destra comandava al compagno di precederlo per insegnargli la strada.

Le tre ore di cammino passarono senza accidente. L'uno procedeva dietro l'altro sur un sentiero serpeggiante fra i campi, che a tratto a tratto si smarriva entro le stoppie e gli scopeti, per isvolgersi di nuovo lungo le siepi od attraverso i boschi. — La luce era scarsa ed infida; sotto l'obliquo raggio della luna, le ombre si prolungavano all'infinito, rendendo sul loro corso l'aria più fosca e pregna di vapori. A tratto a tratto una mezza luce bianca ed incerta, squarciava quelle ampie pezze brune, che sembravano lo strascico di un drappo funebre steso capricciosamente sul suolo. I viandanti non potevano tenere l'egual passo; l'acceleravano o il rallentavano a seconda del più o men comodo andare; talvolta era necessario arrestarsi per varcar siepi o rigagnoli; tal altra retrocedere sulla via già percorsa, e cercare l'entrata di qualche macchia folta o spinosa.

Medicina era sempre taciturno. Il suo disegno, nettamente delineato quanto allo scopo, ma ancora troppo vago nei mezzi, lo trascinava, non senza grave pena, in un labirinto di congetture, fra cui non giungeva a discernere la più probabile. Studiavasi di contraporre ad ognuna di esse un'escita; e s'affaticava a premunirsi contro ogni eventualità sfortunata: ma il doppio assunto gli consumava le forze.

A quando a quando però non mancava di volgere qualche parola al compagno per completare le nozioni necessarie a' suoi progetti. Ora lo interrogava più precisamente sul luogo cui erano avviati, ora dimandava conto di questo o di quell'arnese, che gli poteva tornar buono improvisamente. Una volta gli chiedeva, a cagion d'esempio, se erasi munito di battifuoco e di selce, un'altra se aveva proveduto una scala di corda; poi faceva l'esame delle armi, o s'arrestava a studiare di nuovo la pianta della casipola già tracciata dal suo esploratore. — Pareva infine che non avesse troppa fretta di giungere alla sua meta.

Un galantuomo, che va pei fatti suoi, supponiamolo anche avviato a far del bene, se è sorpreso dalla notte, in mezzo ad una campagna deserta, dove non abbia altra scorta che il lume melanconico delle stelle, e non oda che lo scroscio delle foglie agitate dal vento, o il mormorio delle acque lontane, non sarà più, per regola generale, il rodomonte che è di pien giorno. — Quei brividi, che gli increspano la pelle al soffio della brezza notturna e dietro una veglia prolungata, gli attraversano i muscoli e le ossa; e penetrati nelle viscere vi destano una commozione solenne, che potrebbe dirsi il primo sintomo del terrore. Chi a debellare queste apprensioni invoca il coraggio, nell'allestire le armi, e nel precorrere il pericolo colla difesa, ha già tacitamente riconosciuto l'esistenza di un nemico; e i mezzi apprestati sono nulli, o scarsi, perchè ciò che si crede una larva fuggevole è l'espressione di un sentimento sacro e sublime ridestato dalla vista della natura nella sua più severa maestà. — Impallidiscono a fronte di essa le tiepide rimembranze della vicina giornata; le memorie delle scorse gioje si cancellano; la stessa coscienza del bene che si è fatto, o che si ha il proposito di fare, rimanda i suoi conforti ad altro momento.

Quelle ubbíe, di cui avremo riso le cento volte alla luce del sole o dei doppieri, ci si presentano con un aspetto di esistenza dubia, sul cui conto è intempestivo lo scherno, difficile una calma ed assennata discussione. Le tenebre danno all'occhio vigile la facoltà di vedere ciò che non esiste; all'orecchio sospettoso aggiungono una strana squisitezza, che traduce in armonie sinistre i suoni più innocenti.

La fantasia irrequieta rimesta il vecchio corredo delle memorie, per sollevarvi di preferenza ciò che v'ha di più triste o di men lieto. Per quanto taluno possa vantarsi favorito dalla fortuna, troverà sempre in sè qualche cicatrice più o men bene rimarginata, che gli attesta un dolore patito. — Ivi la sua mente fa sosta, per riprodurre quella parte del passato che meglio s'accorda colla solenne sua mestizia. Penserà di preferenza ai disinganni provati, ai subíti rovesci, alle infide amicizie, agli affetti traditi. E quando egli fosse così fortunato di non trovar pascolo a simili rimpianti, avrà pur sempre qualche cara persona perduta, la cui rimembranza è per sè stessa un dolore. In tal momento, in mezzo alla solitudine, il pellegrino non solo piange con maggior tenerezza le virtù e gli affetti di essa; ma rivede il parente e l'amico come se fosse vivo, o, peggio, come se la tomba si spalancasse per mostrarglielo cadavere.

Una volta aperta il varco a questi delirii, una sola cosa varrà a dissiparli: la luce amica dell'aurora. Allora i fantasmi spariscono, le tombe si rinchiudono, i morti tacciono: le larve nere che passeggiavano sul fondo della scena, appajono quello che sono; null'altro che l'ombra placida e tremula degli oggetti circostanti. Al sinistro strido degli uccelli notturni, si sostituisce un rumore lontano e ravvivato, che è il parlare consueto di chi ne viene incontro, misto alle canzoni dei contadini, allo stridìo dei carri, al mugolare degli animali domestici. — Ecco cambiata la scena.

Tutto ciò avviene all'uomo onesto, il quale in mezzo a' suoi timori, ha potuto consultare la coscienza, e trovarsela amica. Ma quale dovrà essere lo stato d'animo di chi si specchia per la prima volta in sè stesso, e inorridisce inaspettatamente della propria deformità? Sul fondo bujo della notte egli legge a contorni di fuoco, anche se chiude gli occhi, la storia di una vita piena di sceleraggini e gravida di rimorsi. Appunto perchè nella scioperatezza de' suoi giorni, e sotto l'influsso di una luce che sembra mite anche agli occhi del malvagio, non ebbe mai occasione di chiamare ad esame il passato, in quell'ora di oscurità la coscienza avrà lume che basti per vincere le tenebre, e rendersi visibile. — Finchè dura quel parosismo, il vizio avrà perduto le sue attrattive, e senza queste, senza la speranza della riabilitazione, l'animo dello sciagurato proverà quel vuoto che è il primo e certo sintomo della disperazione. Se egli non è ribaldo a segno di dominare l'improviso rivolgimento che si opera in lui, varcherà quest'ultimo confine, vittima di quella stessa febre che era dianzi il sintomo essenziale della sua vita.

Il silenzio di Medicina, non estraneo a tali impressioni, era un primo attacco di questa terribile infermità. Già un principio di noja gli faceva sembrare troppo lunga e disagiata la strada; in capo ad essa egli vedeva la sua impresa assai più ardua che non avesse creduto sulle prime. La fatica gli riesciva troppo grave; il compenso scarso ed incerto. — Rimandava anche questo disegno nel novero dei molti, che aveva compiuto felicemente, ma che non lo sottraevano ancora alla schiavitù verso gli altri e verso sè stesso. — Infastidito da questi pensieri, egli rivolgeva contro sè qualche rimprovero; non perchè fosse nauseato delle tante sceleraggini commesse, o dubioso della opportunità di commetterne altre; ma perchè deplorava la meschinità dei mezzi, che lo trascinavano, per vie lunghe ed indirette, a riconoscere la vera meta de' suoi desiderj, senza che gli fosse possibile di toccarla mai. — Da venti anni egli operava instancabilmente per divenire ricco, e libero di sè; ed era invece costretto ad una vita di privazioni; a mangiar sempre il pane di un padrone.

Contro voglia, ma per una necessità insuperabile, egli si arrestava in tali considerazioni ogni volta che lo studio de' suoi progetti permetteva alla sua mente una sosta momentanea. Crescevano intanto la stanchezza, il fastidio, le difficoltà, e scemavano collo stesso grado le forze. Se gli fosse stato possibile sciogliersi dal suo compagno, e trovare vicino a sè un ricovero dove godere qualche ora di calma, egli avrebbe messo da parte il suo progetto, risparmiato o ritardato un delitto. Ma tale è la condizione dell'uomo perverso: egli perde le tracce percorse, e non sa tornare su di esse. Però in mezzo ai sofismi, con cui il malvagio tenta di puntellare l'edificio delle sue turpitudini, spesso la verità si fa strada da sè. — Udiamone una dalla bocca stessa di Medicina. Colpito dal ribrezzo di tanti delitti, e in un momento di sfiducia, sclamò tra sè; “A che mi giova avere testa e mano pronte ad ogni ardua impresa, se, dopo aver sudato tanti anni per godermi la vita in pace, mi trovo ridutto a questo punto? Perchè non fui anch'io un galantuomo, come molti altri, che a quest'ora dormono in pace, e non provano il rodimento dell'animo che io provo?„

Questa terribile confessione, colta a volo sulle labra di un malvagio, è feconda di un grande insegnamento. Se la natura non ci fece ottimi, quello stesso istinto che ne fa desiderare la nostra felicità ci consiglia a procurare di diventar buoni. Il bene è bene anche quando viene da fonte meno pura: l'oro non cessa d'essere prezioso, pur se è misto a molta ed ignobile lega. E quando una benigna natura non ci ha dato un animo eletto che ci innamori della virtù, l'interesse, quello principalissimo di vivere in pace cogli altri e con noi stessi, c'invita alle buoni azioni, o per lo meno ci trattiene dalle malvagie.

Ma Medicina combatteva la paura e la coscienza col fatale consiglio degli ostinati nel male: essere troppo tardi per dietreggiare nella vita. L'arrestarsi gli sembrava egualmente impossibile, poichè un'impresa incominciata ed incompiuta era, o sembrava essere, pericolosa. — Bisognava ch'egli s'abbandonasse al destino; e in questo punto il destino era rappresentato da Bergonzio, che lo guidava, suo malgrado, allo scopo designato. — Sopportò la fatica di tre ore di cammino che gli parvero tre secoli: in nessun'altra circostanza una simile corsa gli era costata tanta pena. — Scongiurava le visioni, che gli si offrivano allo sguardo, imprecando e bestemmiando sottovoce. Alle aggressioni occulte della paura, opponeva le occulte voluttà della vendetta; e quando non bastavano a farlo pago nè l'avidità dell'oro, nè la sete di vendetta, egli rinvigoriva i propositi nella imperiosa necessità di proteggere la sua fortuna pericolante. Dopo una battaglia, che gli costò tante fatiche, ebbe anche questa volta l'inonorato trionfo sulla propria coscienza. Giunto alla meta, s'arrestò, e trasse un largo sospiro, che il simile non gli era mai escito dal petto, durante quell'infelice giornata.

CXXVI.

Il luogo della sosta era un piccolo campo alberato all'ingiro da pini ombrelliferi dall'arsa corteccia e dalla pallida verdura. Appiè di alcuni di essi erano disposte pietre rozzamente riquadrate, che potevano servire di sedile; nel mezzo si apriva un vasto spazio di terreno smosso, partito in ajuole da cordoni di mortella, entro cui brillavano gli ultimi fiori dell'autunno.

Il casolare si presentava di fronte sotto la forma più semplice, che possa avere abitazione umana. Un muro piano, protetto da una gronda di paglia, ne costituiva la facciata. Una piccola porta, alla quale si ascendeva per due scaglioni di varia misura, ne era l'entrata principale. Non parliamo delle finestre sparse qua e là senza ordine e senza misura.

Medicina, affranto nello spirito e di conseguenza scemo di forze, sentì il bisogno di far alto e di riposare prima di riprendere i suoi pensieri, e di ridurli ad atto. Si accostò quindi alla più vicina di quelle pietre, e, serratosi ben bene il mantello intorno al corpo, sedette. — Ma poco dopo, quando cercò di liberare dalle pieghe del mantello il braccio destro, per appoggiare il gomito sul ginocchio e il mento nel cavo della mano, sentì che questa era gelata ed inerte come fosse di piombo. Le gambe prive d'ogni elasticità si fissavano aggranchiate nel terriccio, e vi stampavano un'orma profonda.

A crescere l'affanno, da cui era oppresso, contribuirono alcune circostanze del tutto fortuite. Il cielo, già limpido e purissimo, si coperse improvisamente. L'uomo, che non aveva avuto occhi per iscorgere la bellezza di quella vôlta stellata, si destò dal suo letargo per riconoscere quel subitaneo offuscamento. Alzò lo sguardo e vide che una nube sanguigna, frangiata da un lembo argenteo, aveva coperto la luna al suo tramonto. Quell'istantanea privazione di luce sembrava rendere più intenso il freddo, che gli cercava ogni fibra, e gli faceva battere i denti. Ciò gli parve di cattivo augurio.

Quasi al medesimo istante uno strido lontano, raddoppiato dall'eco, partì dal fondo della foresta. Stette egli in ascolto. Quel sibilo acuto, lamentevole, andava crescendo, e s'avvicinava. Contemporaneamente, un corpo pennuto ed ondeggiante solcò lo spazio ed aleggiò così vicino a lui, che l'aria scossa gli flagellò disgustosamente il volto. — Era un gufo che volava al suo nido. Ciò aggiunse al primo augurio un senso di ribrezzo ancora più sinistro.

Si levò Medicina con un movimento rapido, e senza accorgersi mise mano alla spada, per avere da essa quel coraggio, che l'animo non gli porgeva. — Occupavasi nello svolger l'elsa dalle pieghe e dai pendagli, quando udì un rumore, che nella quiete della notte non sarebbe sfuggito a chi fosse anco più lontano di lui. Levò lo sguardo: una luce pallida rischiarò l'interno di una cameretta, di cui s'erano spalancate le imposte: ed una voce sommessa e dolcissima gli portò all'orecchio i numeri armonici di una canzone. Rimise allora la spada, e stette ad ascoltare le seguenti strofe: