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Il Conte di Virtù vol. 2/2 / Storia italiana del secolo XIV cover

Il Conte di Virtù vol. 2/2 / Storia italiana del secolo XIV

Chapter 50: CXXVII.
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About This Book

This work examines the history of Italy during the 14th century, focusing on the evolution of society and governance. It discusses the transition from primitive tribal structures to more complex forms of civilization, highlighting the role of leadership and communal living in fostering social cohesion. The text reflects on the decline of the Roman Empire and the subsequent rise of new societal norms, emphasizing the interplay between individual freedoms and collective responsibilities. Through a rhetorical approach, it explores themes of civilization, governance, and the inherent struggles between authority and the governed, ultimately portraying the dynamics that shaped the Italian landscape during this pivotal historical period.

Gentil fiore in strania zolla

Sbucciò ai rai d'immite ciel;

Sulla vergine corolla,

Sul pieghevole suo stel

Scatenò l'aprile insano

La gragnuola e l'uragano.

Ma da canto all'infelice,

Un arbusto meno esil

Fe' coll'ombra protettrice

Grato scudo al fior gentil;

E il difese dagli oltraggi

Del rio gel, degli arsi raggi.

Brillò alfin sul suol romito

Calmo il sole; e l'egro fior

Schiuse il calice avvizzito,

Furò all'iride i color,

E fe' pregne l'aure erranti

Di profumi inebrianti.

Or che crebbe il debil fusto,

Che il caduco fior d'un dì

Fatto è un albero robusto,

Quella zolla, che il nutrì,

(Pur se i giorni tornan grami)

È protetta da' suoi rami.

Anche il cespite vicino,

Che un dì largo di pietà

Fu al modesto fiorellino,

Nutrimento ed ombre avrà:

Poichè gli offre il ciel cortese

Doppio il ben ch'agli altri ei rese.

Nella gioja e nell'affanno,

Se a virtù s'accoppia amor,

Cresce il ben, s'attenua il danno:

Ben più grato è a nobil cor

L'aver parte d'altrui duolo,

Che fra gioje viver solo.

CXXVII.

Queste dolci parole, rese più soavi da una voce flebile ed armoniosa, attestavano la sventura, sorretta da un animo forte e confidente; erano l'antitesi precisa del corruccio bieco, astioso, codardo, che lacerava l'animo di Medicina.

È inutile dire chi fosse quella donna; il lettore l'avrà già riconosciuta. Forse sembrerà strano che, in mezzo a' suoi patimenti e dopo tante vicende, Agnese impiegasse a questo modo le sue veglie. — Si è già detto che le gioje della maternità erano per lei sì grandi da farla dimentica d'ogni pena. Ma, passata la prima ebrezza, quell'istesso sentimento precorreva l'avvenire; e, preso in esame la somma dei doveri che incumbono ad una madre, la travagliava col dubio di non saperli compiere. Senza ciò, Agnese sarebbe stata ancor troppo felice.

Il piccolo Gabriello cresceva come il fiore della canzone all'ombra di men debole arbusto. Ognidì gli occhi innamorati della madre riscontravano sul suo volto un nuovo vezzo. — Dopo pochi mesi, egli volgeva gli sguardi intelligenti alla sua nutrice, e rispondeva con un linguaggio, compreso solo da lei, alle vive e continue dimostrazioni di tenerezza che gli venivano prodigate.

Ma alcun tempo prima di quest'epoca, la tenera creatura fu ad un punto di essere vittima di una violenta malattia. — Nessuna parola può dipingere l'angoscia della madre: angoscia suprema che però non si stemprava soltanto in lacrime ed in preghiere, ma combatteva colle più solerti cure la violenza del male. — Per più giorni, la povera madre non ebbe un minuto di requie. Gradì le cure di Canziana, e della donna che abitava con lei, ma non divise con alcuno i materni officii: l'altrui pietà era un'aggiunta, non un sollievo alle sue sollecitudini. La lotta fu lunga ed incerta. Agnese tremò più volte di una vicina disgrazia: più volte rinacque alla speranza.

Venne finalmente il dì, in cui un migliorare nuovo e subitaneo indusse nel suo animo una speranza meno fuggevole. La sana costituzione del bambino, e le assidue cure a lui prodigate, vinsero la gagliardia del male. La tenera creatura, che il canto della madre adombrava nel debole stelo di un fiore, ricuperò le sue forze, i suoi colori, la sua vivacità. Con lui fu salva Agnese; essa, che avrebbe ricevuto dalla mano di Dio la sventura, come il castigo della sua colpa, accettò la grazia del cielo, come la consacrazione de' suoi diritti materni. Nella notte, in cui Medicina s'accostava a quel santuario di affetti, meditando di profanarlo colla sua presenza, il piccolo Gabriello fu più del solito irrequieto. Vegliava la madre con lui: e, per tenerlo calmo nella sua insonnia, lo cullava leggermente tra le braccia, e gli ricantava alcune strofe, che altre volte avevano bastato ad arrestare i suoi vagiti e ad addormentarlo. — Aveva aperta la finestra, affinchè l'aria esterna, portando via con sè il suono di quella nenia, sollevasse i vicini da ogni molestia, e non li rendesse avvertiti della sua veglia.

Faccia il lettore i commenti a quella canzone: egli comprenderà fin dove erano giunti i dolori della sventurata madre, e fin dove si spingevano le sue speranze. Nella storia del fiore, che cresciuto diventa il protettore della zolla e del cespo che lo nutrirono, veda quale sia il primo e più fervido voto del cuore materno. — Pronto sempre al sacrificio di sè pel bene de' suoi figli, esso però non rinuncia all'ineffabile gioja d'essere nella tarda età confortato e ringiovinito dall'amore di essi. Il cuore che ama soffrire cogli altri, anzichè esultare tutto solo, è il più nobile tipo della carità; è il punto culminante della possibile perfezione umana, cui mettono capo gli eletti istinti della natura, da cui procedono i nobili sforzi della virtù.

CXXVIII.

La voce e l'apparizione d'Agnese richiamarono le forze di Medicina. Quel canto, come sincera espressione di un animo sereno, gli parve un atto di ribellione ai decreti dell'empio destino, di cui egli voleva essere il ministro. — La calma nel momento della tempesta esacerbava i suoi sdegni, quasi fosse una sfida. Egli, il più malvagio degli uomini, invidiava la pace dei buoni; egli odiava la virtù, appunto perchè tranquilla anche in mezzo alla sventura. Alla scarsa luce che rischiarava la cameretta, credè scorgere Agnese assai pallida ed abbattuta. Se ne rallegrò lo scelerato; e, vedendo che ella non si stancava di vezzeggiare il suo bambino, riconfermò nel cuor suo un orribile disegno.

L'ora opportuna per effettuarlo era venuta. — Il Seregnino, che sedeva presso al suo padrone, attendendone gli ordini, non potè a meno di mostrargli che cominciava ad albeggiare. Da mezz'ora la luna era scomparsa. Agnese aveva cessato dal canto; ma, non istaccandosi mai dal petto il suo Gabriello, passeggiava lungo la camera, e s'arrestava qualche momento alla finestra, levando lo sguardo al cielo, quasi invocasse e salutasse la vicina luce del giorno.

“All'erta, Bergonzio! — disse con un rantolo soffocato il ciurmatore, levandosi da sedere. — Rammenti quanto ti ho detto...?„

“Metterò un debole grido, come fossi al punto di sputar l'anima.... Non è vero...?„

“Sì.... distenditi a terra, e poni una mano sulla bocca affinchè le tue grida sieno soffocate.„

“Poi?„

“Quando batterò due volte la mano, alzati e seguimi. Dopo aver girato le mie spalle, nasconditi dietro quell'olmo„ — e accennava colla mano la pianta che faceva ombra alla finestra illuminata.

“Poi?„

“Entrare in quella casipola e salire nella camera di madonna deve essere affar tuo„.

“Ponete che io vi sia: e che devo fare colà?„ — Medicina si chinò all'orecchio dello sgherro, e gli pronunciò alcune parole, alle quali aggiunse: “guai a te se cedi alla tentazione di mettere la mano ad altro; scendi tosto, e fa di porre al sicuro il tuo fardello. — Hai la scala di corda per ciò? Molto mi cale della tua vita, sai? perciò voglio salva quella di un altro. — Il suo riscatto deve pagare ad usura le mie e, se avrai senno, anche le tue fatiche„.

“Dio me la mandi buona„ — interruppe il Seregnino con un'aria di malcontento.

“Di che hai paura?„

“Ho paura di voi; se la cosa mal riesce, chi mi scampa dal vostro furore?„

“Tu pigli un passo inanzi, volpone. Pensa piuttosto che se ti mostri accorto, ed assecondi a dovere il mio comando, per te...„ e il suono affettato in cui morì questa reticenza doveva equivalere alla più generosa delle promesse.

Ma il Seregnino ne ricordava altre andate in fumo, anche malgrado i buoni auspicii; per cui risolvette di obedire, solo perchè il non farlo sarebbe stato un partito assai più temerario.

Dopo ciò, Medicina esci dalla macchia, e Bergonzio si pose a terra intonando una litania di sospiri e di gemiti, com'erasi convenuto.

Agnese in più d'un'occasione aveva incontrato Medicina; spesse volte poi aveva udito parlare di lui, e s'era fatta una giusta idea dell'esser suo. — Ma in quella oscurità e in quell'arnese, nessuno, nemmeno chi lo conoscesse perfettamente, avrebbe saputo riconoscerlo. Egli s'era ravvolto in un ampio mantello, fuor del quale esciva il cappuccio della sottoveste, che gli pioveva sul volto. Una barba posticcia gli copriva il mento; una simulata compunzione gli spianava le solite rughe della fronte; e del ribaldo non restava altra apparenza fuorchè l'inestinguibile fuoco de' suoi occhiacci sinistri.

Quando fu vicino alla casetta, si tolse dal sentiero del bosco, e camminò dritto, a passo celere, verso la finestra illuminata. E giunto a tale distanza da potersi far sentire, chiamò a sè l'attenzione d'Agnese, pronunciando e ripetendo con voce piagnolosa “Deo gratias„. Il Seregnino intanto, fido agli ordini ricevuti, mandava gemiti, ed implorava la mercè di Dio e degli uomini, che era uno stringimento di cuore a sentirlo.

“Ah! benedetta — proruppe il ciurmatore con voce alterata quando vide Agnese; — qui vi sarà qualche anima buona che non si rifiuta di prestar soccorso ad un mio compagno...?„

“Che è accaduto?„ dimandò Agnese affacciandosi alla finestra.

“Non udite i suoi lagni?... poveretto... egli è là„

“Chi? dove?„

“Là abbasso... sdraiato a terra... un moribondo„ Un momento di silenzio permise ad Agnese di ascoltare i gemiti del Seregnino, che, giunti al suo orecchio, avevano tutto il prestigio di un'invocazione pietosa ed urgente.

“Egli era poc'anzi sano al par di me e di voi, ripigliò il ciurmatore. Un male improviso lo colse, e lo ridusse in fin di vita. Svegliate qualcuno, per carità; questa casa non deve essere abitata da voi sola. Per l'amor di Dio e del prossimo, per l'anima di quel cristiano, che implora di morire in grazia di Dio, accorriamo ad aiutarlo. — È lontana da qui la parocchia?„

“O Vergine santa, che mi dite mai! Attendete che io discenda; risveglierò una famiglia da bene, che abita qui vicino. È buona gente che ci ajuterà.„

“Il ciel vi rimeriti, o madonna. Ma, per giovare al prossimo, badate a non far danno a voi stessa. Avete in collo un bambino; non lo esponete al freddo; ditemi a qual porta devo bussare; andrò io stesso...„

Ma Agnese, che non dava più retta a queste parole, visto che il suo bambolo dormiva, senza porre tempo di mezzo, senza discutere tra sè e sè l'opportunità di ciò che era per fare, collocò la creatura sul letticciuolo, e il lume a terra; poi, ravvicinate le imposte della finestra, si dispose a discendere.

Medicina approfittò di quest'istante per chiamare a sè il compagno col segnale convenuto. E Bergonzio, seguendo di tutta corsa il sentiero del bosco, passò vicino al ciurmatore, e vi si arrestò il tempo necessario a raccogliere l'ultimo suo comando riepilogato in queste parole: — “il tempo di recitare un credo.... poi.... sarai all'altra parte del bosco; salva la testa, ma salva anche il tuo bottino; destrezza e coraggio.„ — A tali parole, ravvivate da uno di quegli sguardi, che si vedono anche di notte, e che vogliono significare ampie promesse e ancor più ampie minaccie, corse appiè dell'olmo, vi si arrampicò, pose un ginocchio, poi l'altro, sul davanzale della finestra, aperse le imposte, scavalcò il parapetto, e si lasciò sdrucciolare sul pavimento della camera. — Ormai sicuro della sua impresa, prima di volgersi alla culla del bambino, girò lo sguardo intorno per trovare qualcosa che lo compensasse tosto della scelerata fatica. Intascò di fatto il più che potè fra gli oggetti di valore che gli caddero sott'occhio. Coll'ansia inesprimibile del ladro sacrilego, corse indi alla cuna, stese la mano sulla creatura, e la strappò dalle coltri con una stretta sì brutale, che la destò e la fece prorumpere in uno strido acutissimo.

Agnese, appena escita dalla sua camera, era rimasa un istante sul pianerottolo, incerta se dovesse chiamare Canziana ed affidare a lei la custodia del bambino; ma un sentimento di pietà verso la buona donna, che in un mese d'angosce era invecchiata di dieci anni, la consigliò a non interrompere il suo riposo. — Fidò quindi a Dio il suo tesoro; e, coll'animo calmo proprio di chi s'avvia ad una buona azione, discese la scala, aperse la porta, e andò incontro a Medicina. — Attendevala costui con un aspetto umile e supplichevole; e, coi gesti e colle parole tronche, cercava di condurre la sua vittima il più lontano che fosse possibile dal luogo del delitto. — Fu allora che il vagito, cagionato dall'improvido maneggio di Bergonzio, risvegliò Canziana, ed arrestò i passi d'Agnese; la quale, spaventata da quel grido, si rivolse indietro, e levò gli occhi alla finestra.

Quale orrore! Vide l'ombra di un uomo disegnata a contorni colossali sul fondo lucente della sua stanza. Scorreva dessa tutto il lungo della parete, svolgendosi in una serie di movimenti rapidi e contorti. Talvolta si faceva piccola, per ricomparire un attimo dopo più gigantesca e terribile. — Agnese non poteva comprendere che fosse quello spettro, e che cosa facesse in quel luogo; non pensò tampoco alla possibile presenza di Canziana. Ogni altra ipotesi, fuor questa, era orribile. Lo spirito scosso, così istantaneamente, travide in quella apparizione la realtà spaventevole di quelle treggende notturne, che tante volte aveva udito e sprezzato. — Ben lontana dal saper definire la vera natura del pericolo che sovrastava al suo bambino, si precipitò inconsapevolmente nel vortice delle ubbíe per sognare una ridda infernale di larve e di fantasmi. Ella, che si sarebbe lanciata coraggiosamente nelle fiamme o nell'acqua per salvare la sua creatura, non potè reggere al dubio di un pericolo, ingombro di tenebre e di mistero. — A tale idea le si offuscò la vista; un sudor freddo le invase la fronte; provò una stretta, un affanno, come se i movimenti del cuore le fossero impediti dalla pressione di una mano di ferro. Fuor di sè, e in preda ai delirio, raccolse tutte le sue forze per metter fuori un grido di disperazione.

Il ciurmatore, che tutto comprese, e che alla debole luce dell'alba aveva scorto i sintomi di una crisi, da cui poteva tornargli grave pericolo, non lasciò tempo all'infelice di raccogliere il respiro e di articolare una parola. Colla mano destra visitò l'elsa del pugnale; poi con un rapido movimento si tolse dalle spalle il mantello, e, spiegatolo dinanzi a sè, lo rovesciò sul capo d'Agnese, mirando a soffocarne il più leggiero anelito. — La sventurata, già moralmente affranta dal terrore, perdette completamente i sensi, e cadde a terra come morta. — Una natura più vigorosa, che opponesse resistenza a tale abuso di forze, avrebbe provocato un'estrema violenza; non a caso Medicina aveva pronto lo stiletto. Ma poichè la vittima subiva il suo destino, senza ribellarvisi — “meglio è, disse lo snaturato, che ella viva affinchè, tornando alla culla del suo bambino, provi la sorpresa di trovarla vuota.„

Intanto il grido di Gabriello, che aveva destato l'allarme, costringeva il Seregnino ad affrettare la sua fuga. Costui, inteso il rumore di persona, che si moveva nella stanza attigua, stringendo ancora più fortemente la sua vittima, corse alla finestra (l'opposta a quella per cui era entrato) la spalancò, e, colla furia del ladro inseguito, s'ingegnò d'attaccare la scala di corda allo staggio maestro dell'impannata. — Ma l'imbarazzo produtto dagli oggetti derubati, la fretta di giungere a salvamento, l'ansia stessa e la paura d'essere sorpreso, rendevano lenta ed improvida l'azione delle sue mani. Costretto ad abbandonare alcune delle molte cose, ch'egli teneva, cedette involontariamente il capo della scala, prima d'averlo bene assicurato alla finestra. La fune scivolò sul davanzale; la via di salvamento era perduta.

“Per la croce di Dio! — sclamò egli, sillabando la bestemmia e accompagnandola con un digrignar dei denti, ed uno sbuffo da disperato; — dovrò io morir qui sotto la stanga di questi villani?.„ E si dimenava come un ossesso, gestendo e sbracciandosi fuori della finestra per tentare di riprendere il capo della scala, oppure per trovare un ramo od altro, che gli offrisse uno scampo.

Tornato inutile ogni sforzo, deliberò di escire dalla parte per cui era entrato; e, benchè il suo carico fosse troppo greve per avventurarlo ad una simile discesa, benchè gli ordini del padrone lo impegnassero a non ritentare la stessa via, pensò che quando non v'ha di meglio, anche il mezzano partito diventa ottimo; e si risolse di tornare sui proprj passi.

Volgevasi ad eseguire la ritirata, quando uno strepito di pedate più distinte gli annunciò l'avvicinarsi d'alcuno. Il passo di Canziana parve al vile l'accorrere rapido e concitato di un drappello nemico. — Rimase per un momento immobile nel mezzo della camera; poi, quando sentì aprirsi la porta, non obedendo che alla sua paura, corse alla finestra opposta, salì sul davanzale; e, strettasi al petto la sua preda, si precipitò alla cieca.

Chi pochi giorni prima aveva salvato Gabriello da una malattia mortale, non volle che egli perisse ora tra le braccia di un sicario. La vittima e il suo assassino giunsero incolumi a terra.

L'altezza della finestra dal piano sottoposto era tale da rendere pericolosa la discesa, massime per chi, ignorando la profondità e la natura del suolo, vi si lasciasse cadere, invece di spiccare un salto verso un punto fisso. — Infatti la scossa fu gravissima pel Seregnino. Appena cadde sul terreno, credette di dovervi rimanere; aveva la testa intronata, tutte le membra dolenti e le gambe inette a moversi. Ma il tramestío che si faceva sopra di lui, e la paura di essere colto e trattato a seconda de' suoi meriti, lo richiamarono dallo sbalordimento. Con qualche stento, e coll'ajuto delle braccia, si rialzò. E benchè si sentisse tronche le gambe, si diede a correre, come meglio glielo concedevano, finchè penetrò nel macchione d'alberi dicontro alla casetta, che era la posta fissata dallo stesso Medicina.

Costui non tardò a comparire. — Il regolare agitarsi dei rami e delle foglie segnava, entro la folta boscaglia, il passo di due uomini che camminavano verso una sola meta. Le indicazioni dell'esploratore erano state così precise, che ambedue allo stesso momento convennero nel luogo stabilito.

“Malannaggia, non sa far altro che pigolare questo pulcino!„ — diceva sottovoce Bergonzio, imitando sconciamente il vezzo di una donna, che tenta d'addormentare sulle braccia un bambino piangente.

“Sarà necessario, che tu parta subito. Questi belati potrebbero essere intesi; e....„

“Che debbo fare di questo malcreato, che stride come una gazza?„

“Gli hai forse fatto male?„

“Tutt'altro; il male fu solo per me; egli è disceso come a cader sulle piume.„ E raccontò la storia della sua caduta. “Forse egli comincia ad ustolare la nutrice... Che gioja, padron mio!„

“Bisognerà che tu vi pensi„

“Io?... alla prima corona di mortella, che vedrò pendere da un uscio, entrerò; e se quest'amico si accontenta di dividere con me una fetta di lardo e un fiaschetto....

“Manco ciarle: appena è giorno fatto, e quando sarai lontano da qui almeno un pajo di miglia, busserai ad una porta, ed entrerai in qualche cascina. — Inventa una storiella da intenerire la prima massaja in cui t'incontri; ella troverà di che rimpinzare il tuo bambolo....„

“Due miglia!... le mie povere gambe, in quel volo, ne hanno fatto più di venti.„

“Una buona corsa scioglierà le membra. Vattene, e presto. Sai che io non sono uso a ripetere i miei comandi. — A mezzodì sarò a V...*, non cercar di più. Là udirai i miei ordini per dimani. Ricordati, che abbiamo fatto la più difficile parte della nostra bisogna. — Per Dio; guai a te, se la tua poltroneria ci facesse perdere il frutto di tante fatiche.„

Intanto che s'avviavano fuori del bosco, dal lato opposto alla casa d'Agnese, Bergonzio tornava sull'argomento, e con voce sommessa “scusate, diceva, una mia ultima parola; e poi me ne andrò dove meglio vi piace. Voi parlaste del frutto delle nostre fatiche: dove è questo frutto? Sta forse in questo cittolo piagnolone? È qui tutta la riconoscenza di aver corso tanti pericoli, e d'essere stato a un filo di rompermi due volte l'osso del collo? Bel bottino da vero! Se fosse il figlio d'un re, pazienza; il riscatto sarebbe degno di lui. Ma costui è ben poca roba; e la madre sua non potrebbe ricomprarlo che a prezzo di lacrime e di svenimenti.... Moneta fuor di corso fra i pari nostri....„

“Tu cominci a ragionar troppo. Credo d'averti detto in altre occasioni, ed ora te lo ripeto per l'ultima volta, che io voglio da te mani pronte e lingua muta. — Fa a mio modo: non cercare il pelo nell'uovo; quando sarà il momento di spartire i provecci dei nostri affari, sarai contento. Se no....„ e troncò la frase con una sospensione di voce, che lasciava indovinare una minaccia.

Il Seregnino tacque, non già convinto o corretto dalle parole del suo padrone; ma perchè pensò d'aver saggiamente prevenuto ogni rovescio di fortuna e la stessa ingratitudine del suo padrone, raccogliendo furtivamente quanto aveva trovato di meglio nella camera d'Agnese. E già bruciava dalla voglia di schierare davanti a sè, a miglior luce e con animo riposato, i varj oggetti che componevano il suo bottino. Dietro a questo pensiero, egli si mostrò pronto ad obedire al suo padrone. Venuto il dì, e lontano dagli occhi di lui, avrebbe poi fatto a modo suo.

Medicina, sodisfatto dell'obedienza dello sgherro, lo congedò, accompagnandolo coll'occhio sulla via che conduceva a V..* Poi, dopo di aver ricapitolato le condizioni del vicino ritrovo, ritornò verso la casetta, pensando ch'era bene sorvegliarla; e studiando modo e mezzo di far pervenire ad Agnese la notizia che il ladro del suo bambino erasi diretto verso Milano. Sperava con tal arte di togliere la madre dal suo nascondiglio, e di rimetterla nelle mani de' suoi nemici. — D'aggiunta poi, avrebbe cercato di diffundere il sospetto, che il rapimento fosse ideato ed eseguito per ordine del Conte di Virtù, in ossequio a quei pregiudizj, che la sua posizione e il suo nuovo stato sembravano in certo modo giustificare. — Questo era il secreto più profondo della sua infame azione.