“Io non comprendo, come ciò che mi chiedete possa entrare in tali disegni.„
“Dal momento che la figlia di Maffiolo Mantegazza avrà posto il piede nel castello di Pavia, dirò che ho gettato il guanto al Visconti di Milano.„
“Ma con qual titolo la figliuola del proscritto varcherà la soglia della reggia dei Visconti?„
“Potrà entrarvi come un'infelice profuga e perseguitata che chiede ed ottiene protezione, ospitalità. Potrà rimanervi come dama d'onore di Caterina nel novero delle matrone e delle donzelle, tolte alle famiglie più affezionate al Conte di Virtù. — Vi è grave, lo so, questo nome; ma, per la memoria di vostro padre, non lo rifiutate. Il sacrificio lo rende nobile; se questa proposta vi fosse sembrata bella e fortunata, allora vi direi: diffidate, o Agnese. In far ciò che vi è grave, avrete salva almeno la vostra coscienza.„
Fra le tante ragioni, colle quali il conte tentò smovere l'animo d'Agnese, questa fu la più valida. Cedendo in altro tempo alle parole di lui, aveva provato un'ebrezza lusinghiera; quell'ebrezza era stata un inganno. Ora ad una preghiera, fattale dalla stessa persona e con non meno vivo affetto, ella provava una commozione grave, solenne, quasi dolorosa. Ma l'idea di un sacrificio ripigliò su lei quell'impero, che altra volta fu usurpato da una vana lusinga di felicità. Tacque Agnese, ma il silenzio ebbe il significato di un'affermativa rassegnata. Il suo aspetto calmo e sereno crebbe il valore della tacita risposta. — Il conte e Canziana l'interpretarono come un si; e l'accolsero con immensa gioja.
CXLI.
Il meno sodisfatto di un simile scioglimento, diciamolo un'altra volta, è chi scrive. Egli avrebbe voluto far d'Agnese un'eroina, e forse poteva sperare di riescirvi anche dopo quello che si è narrato. Ma ora, al punto cui sono avviate le cose, chi potrà persuadersi che altra ragione, fuorchè un amor recidivo, fosse il secreto consigliero della sua docilità? — Le promesse del conte sono sospette; l'assenso di Canziana non ha sufficiente peso. — Nondimeno, questi momenti d'incertezza, questi inciampi involontarii della virtù, ci attestano veritieri. Nulla è più atto ad autenticare l'originalità di un ritratto e la sua felice rassomiglianza, quanto il non avervi omesse le rughe e le chiazze.
I nostri personaggi, ciascuno secondo le proprie viste, chiamarono fortunata la fatta risoluzione. Agnese fece tacere i suoi dubii per rallegrarsi al vedere rivivere i disegni di suo padre. Il conte v'aggiunse il conforto di potere finalmente venire in grado di rendere ad Agnese un po' di quel bene che la sua improvida condotta le aveva rapito. Pensava di circondarla d'ogni sua cura, di darle le migliori e le più sode prove d'affetto; ma queste cure e queste prove d'affetto dovevano essere tali che non la facessero pentita mai della sua fiducia. Egli si trovava forte a ciò; si rallegrava con se stesso; e, affrettiamoci a dirlo, non si rallegrava a torto. — Canziana era fatta lieta dalla convinzione di veder adottato un partito, che poneva al sicuro i suoi diletti padroni. Non era cieca però; vedeva anzi da lontano più pericoli che in realtà non esistessero. Ma altri più gravi e più urgenti pericoli la sospingevano ad accogliere la proposta del conte come un favore, che la Providenza non volgerebbe a male.
Dopo una settimana, che passò nè lieta nè mesta, Agnese, perfettamente risanata, abbandonò, in un con Gabriello e Canziana, il suo ritiro. — In quel punto, gravi pensieri si levarono nella mente loro e resero più doloroso il congedo. Nella mesta calma di chi partiva non v'era soltanto il rammarico delle abitudini troncate. — La buona gente, che aveva esercitata l'ospitalità con nobile disinteresse, pigliò per sè quella manifestazione. Con segni di affetto riverente accompagnò chi partiva fino sulla strada maestra. Ivi la separazione fu affettuosa. La memoria del ricevuto beneficio e la sodisfazione d'aver fatto del bene, durarono ben oltre quel giorno. Agnese ricordò per tutta la vita la carità de' suoi vicini, e potè a suo tempo attestar loro, coi fatti, che chi fa del bene impresta a Dio.
L'ingresso di Agnese nel castello di Pavia fu, come era a prevedersi, segnalato dal solito cicalio dei crocchii cortigianeschi. L'arrivo di una dama era per quegli sfacendati un fatto significante; la bellezza di Agnese, ancorchè modesta e riservata, divenne in breve il punto di mira degli sguardi i più appassionati. Il suo nome e le sue disgrazie prestavano argomento a varie e strane dicerie. — Taluno osò sulle prime tessere sul suo conto novelle poco onorevoli; qualche altro, coll'aria languida e i frequenti sospiri, tentò farsele vicino, e render vere le ingiuriose supposizioni dei calunniatori. Ma la costumatezza di Agnese, i modi onesti e parcamente socievoli, coi quali ella trattava indistintamente tutti i cortigiani, disarmarono in breve le male lingue, e tolsero ogni speranza ai malcreati paladini.
Anche la condotta del Conte contribuì a tale intento, perocchè egli seppe proteggerla più col riserbo, che non coi fatti. In capo a poche settimane, la turba linguacciuta non trovò più il solito diletto nel malmenare la riputazione d'Agnese. Non convinta della sua innocenza ma distolta dal triste officio di scovarne i misteri, finì per rispettare in lei una protetta del padrone, la creduta àrbitra della sua volontà. In corte non mancavano argomenti nuovi e bizzarri per sbramare la cupida oziosaggine degli infingardi. — Agnese pertanto fu salva dalla stessa malevola leggerezza de' suoi nemici.
Ma era essa felice? Se le fosse bastato il sentirsi sicura dalle minaccie, che l'avevano funestata nel suo ritiro, o il vedere dissipati i pericoli che accompagnavano il suo ingresso in corte, dobbiamo dire di sì. Se a far felice una madre basta il veder crescere bello e gagliardo il proprio figlio, dobbiamo ripetere di sì. — Ma la vita di Agnese non si rinchiudeva tutta entro questi limiti. Il conte non le aveva promesso soltanto di difenderla dalle insidie de' suoi detrattori: egli parlò e promise in nome di suo padre. — Da quel giorno la memoria paterna non fu soltanto una storia di affetti; fu l'idea fissa di un sacro dovere, di un voto che dimandava pronto e coraggioso adempimento.
CXLII.
In quel mezzo, un'altr'anima si scosse, tocca dai sintomi di una passione nuova e prepotente. La languida e svogliata Caterina, al primo vedere Agnese, sentì per essa un'antipatìa foriera di malevolenza e d'odio. La prima volta che la vide fra le dame d'onore, la privilegiò coi tratti della più marcata incuria: appena levò su lei lo sguardo, lorchè il maestro delle cerimonie, presentandola come un nuovo fiore della sua corte, ne pronunciò il nome, e l'accennò colla mano. La sua avvenenza l'irritava; e, siccome non era possibile metterla in dubio, Caterina osò chiamarla una bellezza ipocrita ed usuraja. — Le traccie de' suoi patimenti, invece di meritare pietà, furono giudicate sforzi ingannevoli dell'arte muliebre, di cui ella temeva ed invidiava gli incanti. Credette che quella donna fosse comparsa in corte per gettarle una sfida, e farla vittima de' suoi trionfi. Della sua vita non conobbe che quella parte che riguardava la persecuzione patita per volere di suo padre: ma bastava un tal fatto (e questo era il lato meno debole de' suoi ragionamenti) per credersela nemica, congiurata a suo danno.
Il conte trattava la nuova dama colla riverenza garbata e dignitosa, ch'egli usava con ogni altra della corte. Ma Caterina, delirante di gelosia, credette sorprendere sguardi d'intesa, parole misteriose, perfino mal repressi sospiri. Arrovellava se un fortuito incontro li avvicinasse; e se il caso li teneva disgiunti più dell'ordinario, ella interpretava questa tranquillante apparenza come un riserbo studiato, onde eludere la sua vigilanza, e preparare più tranquilli convegni. Da quel momento, la principessa finì d'essere la donna schifiltosa, noiata di tutto, indifferente a tutto. Raccolse quel po' di vita, che ella consacrava alla scelta dei giojelli e delle vesti, o alle lunghe arti dell'apparecchiatojo, per nutrire la nuova passione, che le faceva battere il cuore, fin allora inerte.
Corse voce nei crocchii dei cortigiani, che la principessa erasi fatta più avvenente. L'ira aveva per verità riacceso quel volto, che, nella sua irreprensibile regolarità, portava dianzi l'impronta di un'anima sonnolenta ed agghiacciata. Le sue gote si colorirono di un leggiero incarnato; gli occhi, di solito socchiusi e paurosi della luce, s'aprirono più liberamente, stanchi dell'oscurità, avidi di vedere, di scoprire, di fulminare i colpevoli.
Ma i propositi, sanciti nelle irrequiete sue veglie, rompevano contro difficoltà insuperabili. Fissava ella cento volte l'ora il momento di dichiarar guerra alla sua rivale; giurava a sè stessa di non voler più oltre soffrire le supposte tresche; ma il dì e l'istante giurato non arrivavano mai. Ella era sola; nessuno aveva penetrato i suoi misteri; a nessuno, nemmanco alla più fida delle sue ancelle, aveva aperto il suo cuore e chiesto soccorso.
Taluno, indovinando in quale tempesta si logorasse l'infelice donna, mosso da una pietà non innocente, osò andarle incontro ed offrirle quella servitù, che essa non sapeva chiedere. Uno scudiero, che aveva sogguardato tante volte con indifferenza la sua padrona finchè ella era assopita nella consueta sua noja, la trovò bellissima e seducente, dopo che la nuova passione aveva rianimata la dea di marmo.
Colpito dall'improviso mutamento, non osando dimandare nè a lei nè ad altri la cagione di quei sospiri, cercò di sorprenderli e di appajarli co' suoi. Ai colleghi nojati dal servizio dell'anticamera si offrì, quante volte potè, come supplente; e studiò ogni mezzo, ogni pretesto, per aprirsi la via al gabinetto della principessa, e sorprenderne il solitario corruccio. I costumi cortigianeschi di quei tempi imponevano a scudieri e paggi di piegare il ginocchio dinanzi alla loro padrona, ogni qual volta dovessero presentarle alcuna cosa. — L'audace scudiero trasse profitto dalla positura supplichevole, a cui lo costringeva il mestiere, per volgere a Caterina tale parola, che frantesa o male accolta avrebbe potuto costargli la vita. — Ma Caterina, stanca d'essere sola, non la sgradì. Ella non pensò ad altro in quel momento che a procurarsi un fido servitore, che spiasse per suo conto dove a lei non era permesso il penetrare. E per certo non imaginò che la devozione di quell'uomo potesse meritare altra mercede, fuorchè l'onore della privilegiata servitù e il compenso di qualche sguardo meno altero.
L'abile intrigante non aveva bisogno di veder ristabilita la calma in quel cuore; poichè allora Caterina sarebbe tornata la donna di prima, ed egli verrebbe confinato di nuovo nell'abbietta anticamera. Bisognava dunque non lasciar riposo a quell'acqua torbida, anzi sommoverla e intorbidarla sempre più; egli poi saprebbe trovare il momento opportuno per pescarvi dentro a suo modo.
Fu allora, e per mezzo di quello scudiero, che Caterina seppe il restante della storia di Agnese. Se nelle sue accuse, fondate sulle apparenze, ella era stata ingiusta, i fatti pur troppo gravi e certi, che ella arrivò a conoscere, rendevano perdonabile il sospetto.
A tale notizia crebbe in lei, se pur era possibile, l'odio per Agnese. L'animo suo, come il volto, fiammeggiò di una passione nuova, impetuosa, indomabile. Ma prima di esaminare i fatti e di riconoscere i colpevoli, prima di richiamare il marito a' suoi doveri, o di rompere coll'autorità del suo nome la supposta tresca, ella sentenziò e giurò vendetta. — Anzi, giova il dirlo, affinchè l'infelice condizione di questa donna non si usurpi una pietà, non meritata, ella avrebbe respinta la sua calma primiera, quando dovesse riaverla a condizione di rinunciare all'ineffabile ebrezza di vendicarsi.
CXLIII.
Caterina stancò la mente nel cercare ed elaborare progetti. Alle pronte e violente determinazioni non inclinava l'animo suo, perchè la passione non aveva fatto che mutare in lei la timidezza in viltà. Preferì quelli che, associandola ai livori ed alle ambizioni altrui, le assicuravano il buon esito dell'impresa senza esporla a pericoli, od impegnarla nell'azione, facendola complice dell'opera d'altri.
Le venne in mente la lettera di Rodolfo suo fratello, che, come si disse, non aveva produtto su lei alcun effetto. La proposta, che in addietro le parve stravagante e criminosa, le si affacciò di nuovo al pensiero rivestita di seducenti colori. Tornò figlia rispettosa di Barnabò, sorella amorevole di Rodolfo, per coltivare con essi disegni di violenza e di usurpazione a danno del signore di Pavia. — Non durò fatica a scordare d'essergli sposa; o rammentò questo titolo soltanto per far più grande l'offesa ricevuta, e per credersi meglio autorizzata a punirla. Scrisse in proposito una lunga lettera a Rodolfo; nella quale, dopo di avere esposte le pene e le umiliazioni patite, invocava in suo soccorso la mente e il braccio del fratello; promettendogli di volere alla sua volta prestar mano a lui ed alla corte di Milano, qualora gli antichi disegni del padre fossero ivi ancora vagheggiati.
Questa volta il foglio traditore arrivò inviolato al suo indirizzo; perocchè il fido scudiero s'incaricò di portarlo egli stesso a Milano, e di rimetterlo nelle mani di Rodolfo. Costui aveva in quei dì abbandonato temporariamente la sua residenza di Bergamo, ove era signore e tiranno; perchè ivi spirava mal aria per lui, fra i suoi pari il più feroce ed abborrito. Ricevette con grande gioja le nuove della sorella, si propose di parlarne a tempo debito a suo padre, e per lo stesso mezzo le rese una risposta piena di rallegramenti e di speranze. In quello scritto le raccomandava di stare all'erta, di continuare con zelo nel suo spionaggio, di riferire con assiduità e con prudenza ogni andamento del conte, e chiudeva con un mondo di tenerezze fraterne. Altri scritti tennero dietro a questo; il sugo della lunga corrispondenza era il seguente. — Il signore di Milano avrebbe colto il momento per sorprendere colle armi il Conte di Virtù e privarlo della signoria. Contro lui, oltre la ragione della forza, si sarebbero scagliate accuse di fellonia, di cui si andavano raccogliendo le prove. Una di queste era la sua toleranza od amicizia per la famiglia Mantegazza. Quanto ad Agnese, non avevasi che a richiamare il decreto di Barnabò contro i complici di Maffiolo, e i figli o i parenti dei ribelli. A Caterina Visconti finalmente venivano conservati, vita sua durante, la contea di Virtù e i dominii della città e territorio di Pavia. — I patti erano generosi: Caterina vi si adattava di buon animo, e proponevasi di fare tutto il possibile per vederli realizzati.
Ma la volontà di Barnabò, concorde nello scopo con quella de' suoi figli, non lo era nei mezzi. Fermo nella sua antica convinzione che il Conte di Virtù fosse un dappoco, credeva onorarlo più che egli non meritasse, impiegando armi e congiure per abbattere un trono vacillante. Pensava invece che, al primo giorno di sciopero, ei non avesse che a fare una passeggiata verso Pavia, per cacciarne il nipote e fissarvisi come assoluto padrone. Il perchè, Rodolfo e Caterina dovettero aspettare, che il padre si togliesse dalle altre sue gravi occupazioni, prima di metter mano a quest'inezia.
Tali lungaggini non irritavano Caterina, la quale nelle sue secrete macchinazioni prelibava già tutte le delizie della vendetta consumata. La certezza della riescita abbelliva dei più lusinghieri colori i suoi disegni; la fantasia agitata da un delirio nuovo celebrava già il suo trionfo. Ma nel prudente uso dei mezzi, ella era sempre la donna gelida e dissimulatrice. — Simile all'avaro, a cui pro si accumula l'usura del mutuo, non sollecitava il compimento de' suoi desiderii, nella certezza di vederli a suo tempo trionfare in un modo più splendido. — Studiò, quindi, d'essere o di parer calma, onde non destare sospetti; dal canto suo, non tentò d'interrompere troppo presto le fatali apparenze, che giustificavano il suo livore; volle sorprendere imprevedutamente i colpevoli, onde sacrificarli con più completo trionfo alla sua truce passione.