ATTO SECONDO.
SCENA I. Solness, Kaja e la Signora Solness.
Una piccola sala, bene addobbata, in casa del costruttore Solness. In fondo una porta a vetri, che dà sulla veranda e sul giardino. A destra in un angolo ottuso, una grande finestra e davanti a questa una giardiniera piena di fiori. A sinistra, in un altro angolo ottuso, una piccola porta.
Sul davanti a destra, una mensola con uno specchio grande e gran copia di fiori e di piante bellamente disposti sul davanti; a sinistra, un sofà con tavolo e sedie; più indietro una scansia di libri.
Avanti alla loggetta, un tavolino e alcune sedie. È mattina, di buon’ora. Il costruttore Solness è seduto al tavolino coi disegni di Ragnar sfogliandone alcuni e guardandoli più attentamente. La signora Solness va intorno pian piano, con un piccolo inaffiatojo, occupandosi dei fiori. È vestita di nero. Il suo cappello, il mantello e l’ombrello stanno sopra una sedia.
Solness la segue di tanto in tanto collo sguardo di sott’occhio, nessuno dei due parla. Kaja Fosli appare piano dalla porta a sinistra.
Solness. (volge la testa e dice con aria indifferente) Ah, è qui?
Kaja. Volevo dirle soltanto ch’ero venuta.
Solness. Sì, sì, va bene. E Ragnar è di là?
Kaja. No, non ancora, ha dovuto fermarsi in casa per aspettare il medico. Ma verrà subito per domandare se...
Solness. Come va oggi il vecchio?
Kaja. Male. Anzi la prega di volerlo scusare, se sarà obbligato di rimanere in letto tutto il giorno.
Solness. Va bene, stia pure tranquillamente. Ma lei vada ora al suo lavoro.
Kaja. Sì. (si ferma alla porta) Desidera forse di parlare con Ragnar, quando viene?
Solness. No, non ho nulla di particolare da dirgli. (Kaja esce dalla sinistra, Solness continua a sfogliare i disegni, la signora Solness sta sempre vicino alle piante)
SCENA II. Solness e Signora Solness.
Sig. Solness. Chi sa che non morrà pure quello lì...
Solness. (guardandola) Pure quello? E chi altri?
Sig. Solness. (senza rispondere) Ah! sì. Il vecchio Brovik... Morrà presto anche lui. Halvard, vedrai...
Solness. Cara Alina, non vorresti uscire un poco a passeggio?
Sig. Solness. Sì, devo infatti andar fuori (continua a darsi da fare coi fiori)
Solness. (chino sopra i disegni) Dorme ancora?
Sig. Solness. (guardandolo) Parli della signorina Wangel?
Solness. (con indifferenza) Sì, appunto pensavo a lei in questo momento.
Sig. Solness. La signorina Wangel è alzata da un pezzo.
Solness. Ah, sì?
Sig. Solness. Quando sono entrata da lei, s’accomodava le sue vesti. (va avanti allo specchio e comincia a mettersi adagio il cappello)
Solness. (dopo una breve pausa) E così abbiamo potuto adoperare una delle stanze dei bimbi, Alina?
Sig. Solness. Sì, è vero.
Solness. Il che val meglio, che veder tutto vuoto.
Sig. Solness. Quel vuoto è ben tremendo, hai ragione davvero!
Solness. (chiude la cartella, si alza e le si avvicina) Vedrai Alina che d’ora in poi andrà tutto meglio per noi. La vita scorrerà molto più piacevole, più facile... specialmente per te.
Sig. Solness. (guardandolo) D’ora in poi?
Solness. Sì, credimi, Alina...
Sig. Solness. Dici questo... perchè è venuta lei?
Solness. (contenendosi) No. Penso, ben inteso... alla nostra istallazione nella casa nuova.
Sig. Solness. (prendendo il mantello) Sì? credi Halvard, che andrà meglio nella casa nuova?
Solness. Non ne dubito. E credo che tu, in fondo penserai come me!
Sig. Solness. Non ho fiducia affatto nella casa nuova.
Solness. (irritato) Davvero che non è piacevole per me, di sentire una cosa simile. Perchè infine l’ho costrutta principalmente per te. (vuole aiutarla a mettere il mantello)
Sig. Solness. (rifiutando l’aiuto) Oh! tu fai anche troppo per me.
Solness. (con una certa violenza) No, non parlarmi così, Alina, non posso soffrirlo!
Sig. Solness. Bene; allora non ti dirò più nulla, Halvard.
Solness. Io resto sempre nella mia opinione: ti troverai bene nella nuova casa.
Sig. Solness. Oh Dio? Trovarmi bene, io?
Solness. (vivamente) Certo, certo, sta pur sicura perchè là vedi — là c’è tanto, che ti ricorderà la tua casa paterna.
Sig. Solness. Quella di mio padre e di mia madre — e che bruciò — in una volta!
Solness. (con voce velata) Sì, sì, povera Alina, quello è stato un tremendo colpo per te.
Sig. Solness. (scoppiando in lamenti) Costruisci quante altre case tu vuoi, Halvard. Non ne farai mai una che vada bene per me.
Solness. (andando su e giù) Ebbene, allora, in nome di Dio, non parliamone più.
Sig. Solness. Veramente non abbiamo l’abitudine di parlarne mai. Perchè tu sempre cerchi di evitare....
Solness. (fermandosi ad un tratto a guardarla) Io? E perchè dovrei evitare?
Sig. Solness. Oh! io ti comprendo bene, Halvard. È per mio riguardo. Tu fai il possibile per scusarmi.
Solness. (con occhio stupito) Scusar te, Alina? È proprio di te, che parli?
Sig. Solness. Sì, certo!
Solness. (involontariamente tra sè) Anche questo!
Sig. Solness. Perchè la vecchia casa... ma mio Dio, ciò che è stato, è stato... Poichè questa disgrazia doveva succedere...
Solness. Sì, hai ragione; contro la fatalità non si può nulla — come si dice.
Sig. Solness. Ma il terribile è, che l’incendio ebbe un seguito! È questo, è questo il più terribile.
Solness. (violentemente) Ma non ci pensare, Alina.
Sig. Solness. Non posso; debbo almeno una volta sfogarmi. Perchè mi pare, che non potrei sopportare più a lungo. E poi non potrò mai perdonare a me stessa!...
Solness. (con impeto) Che dici?
Sig. Solness. Sì, poichè avevo un doppio dovere da compiere, verso di te e verso i bambini. Avrei dovuto essere più forte, non lasciarmi tanto vincere dallo spavento, nè dal dolore per la casa bruciata. (giungendo le mani) Oh! se avessi potuto, Halvard, se avessi potuto!...
Solness. (piano, commosso si avvicina) Alina, devi promettermi di non abbandonarti mai più a tali pensieri... via, te ne prego.
Sig. Solness. Oh Dio, promettere. Si può promettere quel che è possibile!...
Solness. (torcendosi le mani va su e giù per la stanza) Oh! c’è da disperarsi. Mai un raggio di sole! Mai, neppure un poco di luce in questa casa.
Sig. Solness. Ma questa non è una casa, Halvard.
Solness. Ah sì! È vero pur troppo! (mestamente) E Iddio solo lo sa, se tu non abbia pure ragione, pensando che nella nuova casa non ci sarà d’aspettarsi nulla di meglio.
Sig. Solness. Nulla di meglio! Lo stesso vuoto, lo stesso silenzio come qui.
Solness. (violento) Ma, pel cielo, perchè l’abbiamo noi fabbricata? Puoi dirmelo?
Sig. Solness. No; a ciò devi tu stesso rispondere.
Solness. (la guarda sfiduciato) Che vuoi direi Alina?
Sig. Solness. Io?
Solness. Sì, pel cielo, tu dici cose tanto strane, come se avessi un pensiero nascosto.
Sig. Solness. No, credimi, t’assicuro...
Solness. (le si avvicina) Andiamo... so quello che mi dico. E vedo, e sento anch’io, Alina. Sta pur sicura!
Sig. Solness. Di che, di che?
Solness. (si mette davanti a lei) Non ti sei mai accorta di un senso maligno e nascosto anche nelle più innocenti parole che ti dico?
Sig. Solness. Io, dici davvero?
Solness. (ride) Ah, ah! Non c’è da meravigliarsi, Alina. Da un ammalato... un...
Sig. Solness. (spaventata) Malato, tu ammalato Halvard!
Solness. (scoppiando) Un uomo mezzo stolto o un pazzo addirittura, come meglio ti pare.
Sig. Solness. (si appoggia alla sedia e si siede) Halvard! Per l’amor del cielo!
Solness. Ma voi vi sbagliate tutti e due, tu ed il dottore. No, non sono pazzo. (va in su e in giù, la signora lo segue premurosa cogli occhi. Poi va da lui)
Solness. (calmo) In fondo, non ho proprio nulla.
Sig. Solness. Ma che cos’hai dunque?
Solness. Non so che cosa sia, ma di tanto in tanto mi sento come sotto uno spaventevole peso di una grande colpa...
Sig. Solness. Tu colpevole verso qualcuno, Halvard?
Solness. (adagio commosso) Sì, Alina, verso di te.
Sig. Solness. (si alza lentamente) Spiegati; non capisco.
Solness. Non è nulla. Io non sono mai stato ingiusto verso di te, e se pure, è stato incoscientemente, senza volerlo. E malgrado ciò, come sento l’impressione di una immensa colpa, che pesa su me!
Sig. Solness. Una colpa verso di me?
Solness. Principalmente verso di te.
Sig. Solness. Ma allora tu sei veramente ammalato, Halvard.
Solness. (melanconico) Sarà forse questo. (guarda alla porta a destra che si apre) Ecco la luce! (Hilda Wangel entra. Essa ha cambiato qualcosa, il suo abito è allungato).
SCENA III. Hilda e detti.
Hilda. Buon giorno, costruttore.
Solness. (inchina la testa) Ha dormito bene?
Hilda. Magnificamente, come in una culla. Mi sono sdraiata e sono rimasta là come... come una principessa.
Solness. (ride un poco) Dunque allegramente?
Hilda. Debbo crederlo.
Solness. Ed ha anche sognato?
Hilda. Certo, ma cose spaventevoli.
Solness. Davvero?
Hilda. Ho sognato, nientemeno, d’esser caduta in un terribile e profondo burrone. Non ha lei sognato mai qualche cosa di simile?
Solness. Oh sì, qualche volta.
Hilda. Qual sensazione spaventevole, attraente; cadere, cadere sempre....
Solness. Ci si sente venir freddo, non è vero?
Hilda. Ritira le gambe fin sopra le orecchie, quando le capita di fare simili sogni?
Solness. Quanto più posso!
Sig. Solness. (prende il suo parasole) Io vado fuori, Halvard. (a Hilda) Porterò a casa alcune cose che le abbisognano.
Hilda. (vuole abbracciarla) Oh, cara e gentile signora Solness, ella è proprio obbligante con me. Grazie mille.
Sig. Solness. (distaccandosi) Non c’è di che; faccio semplicemente il mio dovere e volentieri.
Hilda. (fa il broncio) Ma io credo che potrei benissimo mostrarmi in strada così. Non l’ho forse aggiustato bene il mio abito? Non le pare?
Sig. Solness. Francamente devo dirle di no; la gente la guarderebbe meravigliata.
Hilda. (indifferente) Poh! nient’altro?
Solness. (reprimendo un movimento di cattivo umore) Ma potrebbe far nascere l’idea che lei fosse un po’ pazza.
Hilda. Pazza? Ve ne sono molti in città?
Solness. (battendosi sulla fronte) Eccone uno!
Hilda. Lei, costruttore?
Sig. Solness. Ma caro Halvard!
Solness. Non se ne è mai accorta?
Hilda. Finora no. (riflette e ride un poco) Ma aspetti un momento... forse...
Solness. La senti, Alina?
Sig. Solness. Che ha osservato, signorina?
Hilda. Non voglio dir nulla adesso.
Solness. Ah dica pure.
Hilda. Che!... non sono così pazza!
Sig. Solness. Quando sarai solo colla signorina, te lo dirà.
Solness. Davvero, credi?
Sig. Solness. Ah, certo! tu la conosci già da tanto tempo, fin da quando era ancor bambina, me l’hai detto tu... (esce dalla sinistra)
SCENA IV. Solness e Hilda.
Hilda. (dopo una breve pausa) Sua moglie non mi può dunque soffrire?
Solness. Avrebbe lei rimarcato qualcosa forse?
Hilda. Lei stesso non se ne è accorto?
Solness. Alina è diventata così misantropa da qualche tempo...
Hilda. Davvero?
Solness. Ma quando la conoscerà meglio... è così buona e brava... in fondo...
Hilda. (impaziente) Ma se ha tutte queste qualità, perchè parla essa sempre di dovere?
Solness. Di dovere?
Hilda. Sì. Quand’ella ha detto che andava a comprarmi qualcosa, perchè ha aggiunto che era suo dovere? Oh, non posso soffrire questa sciocca ed odiosa parola!
Solness. Perchè poi?
Hilda. È così fredda, vuota, pungente. Dovere, dovere, dovere! Non trova che alla fine punge?
Solness. Hum... Non ci ho mai pensato.
Hilda. Essa, che è così buona, come lei mi dice... perchè parla così?
Solness. Buon Dio. In che modo doveva esprimersi?
Hilda. Avrebbe potuto dire che lo faceva perchè mi amava moltissimo... così, qualcosa insomma di gentile, di affettuoso, di cordiale, capisce?
Solness. (la guarda) Desidera che la si tratti così?
Hilda. Sì, proprio così. (Gira per la stanza, si ferma davanti alla libreria e guarda i libri) Ci son molti libri.
Solness. Sì, di tanto in tanto ne compero.
Hilda. Li legge tutti?
Solness. Una volta mi son provato. Legge lei?
Hilda. Oh no, non ne capisco mai il senso, non leggo più.
Solness. Lei è come me.
Hilda. (Va al tavolo, apre le mappe e le sfoglia) Tutto questo l’ha disegnato lei?
Solness. No, ma un giovinotto impiegato presso di me.
Hilda. Un suo allievo?
Solness. Appunto. Da me ha imparato qualche cosa.
Hilda. (si siede) Oh, deve essere molto bravo. (Guarda un po’ un disegno)
Solness. Non tanto quanto crede, ma abbastanza per quello, per cui mi serve...
Hilda. Oh, sì, deve essere molto bravo.
Solness. Crede di poterlo arguire da questi disegni?
Hilda. Che! Io non mi occupo di questa robaccia, ma se è stato lei il suo maestro, necessariamente...
Solness. Ah! che importa ciò. Sono molti quelli che hanno imparato con me, ma non tutti potranno riuscire lo stesso.
Hilda. (Scuote la testa guardandolo) E lei è stato così sciocco? Ciò sorpassa la mia intelligenza.
Solness. Sciocco? Le sembro così sciocco?
Hilda. Sì, veramente. A perdere il suo tempo per formare degli allievi...
Solness. (Colpito) E perchè no?
Hilda. (Si alza metà seria e metà ridendo) A che pro? Ah, mio costruttore, nessun altro fuori che lei, deve fabbricare. Lei solo, deve far tutto, e da solo, capisce?
Solness. (inconsapevole) Hilda...
Hilda. Ebbene?
Solness. Come le è potuta venire questa idea?
Hilda. La crede tanto strampalata?
Solness. Questo no. Ma ora è d’uopo ch’io le dica qualche cosa, Hilda. Nel silenzio e nella solitudine ho incessantemente lottato collo stesso pensiero, da lei espresso.
Hilda. È naturalissimo, mi pare!
Solness. (la guarda meravigliato) E lei ha d’un tratto compresa la mia preoccupazione?
Hilda. Oh, niente affatto!
Solness. Ma come ha fatto poco fa, quando mi ha giudicato pazzo?
Hilda. Ah! Io allora pensavo a tutt’altro.
Solness. E che cos’era quest’altro?
Hilda. Che cosa può importarle?
Solness. (allontanandosi) Bene, come vuole. (si ferma davanti alla finestra di fianco) Venga qui, le mostrerò qualche cosa.
Hilda. (si avvicina) Che?
Solness. Là in fondo al giardino...
Hilda. Ebbene?
Solness. (mostra colla mano) Appunto là, dove ci sono quelle grandi cave di pietre....
Hilda. La nuova casa, vuole dire?
Solness. Alla quale si lavora ancora; ma è quasi terminata.
Hilda. Ha una torre molto alta, mi sembra.
Solness. L’impalcato non è ancora levato.
Hilda. Ebbene? È la sua nuova casa?
Solness. Sì.
Hilda. La casa in cui lei conta di andare presto?
Solness. Appunto!
Hilda. (guarda) Vi sono pure le camere pei bambini?
Solness. Tre, come qui.
Hilda. E nessun bambino?
Solness. Non ve ne sarà giammai!
Hilda. (con una smorfia) Non avevo ragione io di dirlo?
Solness. Che cosa?
Hilda. Che è un po’ pazzo.
Solness. Pensava a questo allora?
Hilda. Sì, alle camere dei bambini dove ho dormito io.
Solness. (calmo) Abbiamo avuti bambini... Alina ed io.
Hilda. (lo guarda attentamente) Sì?
Solness. Due, della medesima età.
Hilda. Allora gemelli?
Solness. Sì, gemelli, undici... dodici anni fa.
Hilda. (cauta) E tutti e due sono... non li ha più questi gemelli?
Solness. (contenendo l’emozione) Non li abbiamo avuti che per tre sole settimane. (con uno scoppio) Come ha fatto bene a venire Hilda. Finalmente ho qualcheduno con cui discorrere.
Hilda. Non può parlare... con lei?
Solness. No... com’io vorrei, com’io ho bisogno.... (melanconicamente) E neppure di ciò, come di tante altre cose!
Hilda. (con voce contenuta) È tutto lì quello che pensava, dicendo d’aver bisogno di me?
Solness. Sulle prime sì — almeno ieri. Poichè oggi non son più sicuro... (interrompendosi) Venga qui Hilda, sediamo. Si metta sul sofà, in modo d’avere il giardino davanti. (Hilda siede in un canto del sofà)
Solness. (avvicinando una sedia) È disposta ad ascoltarmi?
Hilda. Oh, assai, assai volentieri!
Solness. (siede) In questo caso le dirò tutto.
Hilda. Sig. Solness, adesso ho davanti agli occhi tanto lei, che il giardino. Su, su, dica, l’ascolto.
Solness. (indicando col dito il giardino dalla finestra di lato) Lassù, sulla collina... là dove vede la nuova casa...
Hilda. Ebbene?
Solness. È là che Alina ed io abbiamo passati i primi anni del nostro matrimonio. Una volta, in quel sito, sorgeva una vecchia casa, che aveva appartenuto alla madre di Alina. Noi l’avevamo ereditata, così pure tutto il grande giardino.
Hilda. Questa casa, aveva anche essa una torre?
Solness. No. — Esteriormente sembrava niente altro che un grande, sporco e nero fabbricato; ma all’interno era tutto pulito e proprio.
Hilda. Ed ha abbattuta la vecchia baracca?
Solness. No — si è abbruciata.
Hilda. Interamente?
Solness. Sì.
Hilda. È stata per lei una grande sventura?
Solness. Secondo. Come costruttore ho cominciato appunto da quell’epoca a fare il mio cammino, ad essere conosciuto.
Hilda. Ma allora...?
Solness. Appunto allora erano nati da pochi giorni i nostri due angioletti...
Hilda. Ah sì, i gemelli...
Solness. Essi erano sì sani, sì forti, nascendo! Ed ingrandivano a vista d’occhio; era un vero piacere.
Hilda. È così di tutti i bambini nei primi tempi.
Solness. Era il più bel spettacolo del mondo il vedere Alina, coricata in mezzo ai due bambini. Ma ecco che una notte capita l’incendio.
Hilda (ansiosa). Come è successo? — Si è abbruciato qualcuno?
Solness. Fortunatamente no, ci siamo tutti salvati.
Hilda. Ed allora?
Solness. La paura aveva scosso Alina terribilmente. L’allarme... la fuga precipitata... e per giunta una notte ghiacciata... poichè li dovemmo, Alina ed i due bambini, trasportare come si trovavano.
Hilda. Ed essi non hanno potuto sopportare...
Solness. Sì, ma Alina fu presa da una febbre di latte. Essa ha assolutamente voluto nutrire i suoi bambini, come prima. Era il suo dovere, diceva. Allora i due poveri angioletti... (torcendosi le mani) oh!
Hilda. Non hanno resistito?
Solness. No — non hanno resistito. È stato il latte che li ha uccisi.
Hilda. Questo l’avrà fatto soffrire orribilmente.
Solness. Oh sì, ho molto sofferto; ma Alina molto di più, oh mille volte! (serrando i pugni con sorda rabbia) oh!... E dire che nel mondo debbano succedere dei casi simili a questo! (Con voce ferma e breve) Dal giorno, che ho perduto i miei bambini, non ho fabbricato chiese che a malincuore.
Hilda. In tal caso le avrà senza dubbio ripugnato di costruire la torre della nostra chiesa.
Solness. Infatti. Ed io mi sovvengo della mia gioia, il giorno in cui l’ho terminata.
Hilda. Me ne ricordo io pure.
Solness. E adesso non costruirò più... nè chiese, nè torri di chiese.
Hilda. (scuotendo la testa) Altro che case, da servire di dimora agli uomini?
Solness. Semplici case d’abitazione per gli uomini, Hilda.
Hilda. Sì, ma case, sormontate da alte torri e da guglie.
Solness. Sì, di preferenza. (d’un tono più leggero) Ecco... è appunto così, come le ho detto... Quest’incendio m’ha molto giovato, come costruttore, s’intende.
Hilda. Perchè non si fa chiamare architetto, come gli altri?
Solness. Non ho studiato abbastanza. Quasi tutto quello che so, l’ho appreso da me solo.
Hilda. Questo non le ha impedito d’arrivare in alto.
Solness. Sì, grazie all’incendio. Io ho convertito quasi tutto il giardino in terreno atto a costruzioni, l’ho diviso in piccoli pezzi, e vi ho fabbricato molte ville di mia fantasia. D’allora in poi tutto è andato a meraviglia.
Hilda. (scrutandolo collo sguardo) Dev’essere un uomo fortunato lei, se tutto le va così bene.
Solness. (rannuvolandosi) Ah, lei pure dice quello che gli altri dicono!
Hilda. Sì, e mi sembra che sarebbe ben così, se cessasse soltanto di pensare meno ai poveri due bambini...
Solness. (lentamente) Quei cari angioletti... Non è facile dimenticarli.
Hilda. (con esitazione) Occupano sì tanto la sua mente anche oggi.... dopo tanti e tanti anni trascorsi?
Solness. (senza rispondere, guardandola fissamente) Un uomo fortunato, ha detto...
Hilda. Come? Se togliamo questo... non lo è forse?
Solness. (continuando a fissarla) Mentre le parlavo di quest’incendio... hem...
Hilda. Ebbene?
Solness. Non le è venuta un’idea, un’idea, che l’avrà colpita in modo speciale?
Hilda. (riflettendo invano) No. Quale per esempio?
Solness. (con voce sorda, ma marcando le parole) Io devo a quell’incendio, se ho potuto costruire delle case per gli uomini, delle case ariose, chiare, piene di luce, dove si vive bene, dove genitori e bambini passano la loro esistenza nella gioiosa certezza, che sia davvero una fortuna il vivere in questo mondo e sopratutto d’appartenersi l’un l’altro..., nelle piccole case, come nelle grandi.
Hilda. (vivamente) Ma per lei non è una vera e grande fortuna l’aver costruito tali splendide dimore?
Solness. Il prezzo, Hilda! pensi al prezzo, al terribile prezzo che ho pagato, per arrivare a tanta fortuna!
Hilda. Non vi è alcun mezzo per vincere questo ricordo?
Solness. È impossibile. Per arrivare a poter dare queste dimore agli altri, ho dovuto rinunziare per sempre di possederne una io stesso. Io intendo di una casa, dove ci siano dei bambini... dove il padre e la madre possano vivere felici.
Hilda. (circospetta) Ci ha davvero rinunziato? Per sempre, dice?
Solness. (alzando la testa lentamente) Sì, questo è stato il prezzo di quello che lei chiama la mia felicità, la mia fortuna... (respira con sforzo) Fortuna, felicità... Hilda, che non ho potuto ottenere a minor prezzo.
Hilda. Ma, in avvenire?...
Solness. Giammai, no, giammai. Sempre a causa dell’incendio, e della malattia, che n’è seguita, di Alina.
Hilda. Ma allora, perchè tutte queste stanze di bambini?
Solness. (gravemente) Non ha mai osservato Hilda, che nell’impossibile c’è qualcosa, che attira, che attrae?
Hilda. (riflettendo) Nell’impossibile (con animazione) Certamente! Sa anche questo?
Solness. Sì, lo so.
Hilda. Vi è dunque della malìa in lei?
Solness. Malìa? Che intende lei per malìa?
Hilda. Non so esprimermi con altra parola.
Solness. (alzandosi) No, no, forse è giusto quel che dice. (con violenza) Ma non si diventa anche maghi..., quando si ha come me, questa fortuna costante in tutto, in tutto?
Hilda. Che vuol dire con ciò?
Solness. Stia bene attenta, Hilda: tutto ciò ch’io son riuscito a fare, a fabbricare, a creare, a render bello, solido ed anche... nobile... sublime... (serrando le pugna) Oh non è terribile a pensarlo?
Hilda. Che, dunque?
Solness. Tutto ciò io l’ho dovuto acquistare, comprare non col danaro, ma con la felicità umana. Non soltanto con la mia propria felicità, ma anche con quella degli altri. Sì, Hilda, è così! Ecco il prezzo, che mi è costata la mia fama d’artista...., e non è tutto. Giorno per giorno, io vedo come si paghi per me, ancora, sempre!
Hilda. (alzandosi e guardandolo fisso) In questo momento è a lei, che pensa.
Solness. Sì. Io penso sopratutto ad Alina, poichè essa aveva la sua vocazione, come l’avevo io. (con un tremito nella voce) Ma è stato d’uopo che questa vocazione crollasse, si rompesse, andasse distrutta, perchè io arrivassi.... a questa specie di trionfo. Poichè è bene che sappia, che Alina fabbricava essa pure alla sua maniera.
Hilda. Essa? davvero?
Solness. (scuotendo la testa) Non si trattava ben inteso, di edificare, come me, delle case e delle torri.
Hilda. E di che, dunque?
Solness. (con emozione) Di formare delle piccole anime di bambini, Hilda, delle anime di bimbi forti, nobili e belli, che potessero diventare più tardi anime d’uomini retti ed elevati. Questa era la vocazione di Alina... E tutto ciò adesso giace sotto terra... inservibile... inutile per sempre.... come le macerie d’una casa bruciata.
Hilda. Sì, ma se anche fosse così....
Solness. Ah! è così. Lo so! lo so!
Hilda. Va bene; ma il colpevole non è lei.
Solness. (guardandola fissamente e scuotendo lentamente la testa) Appunto là sta la terribile questione, il dubbio che mi tormenta giorno e notte.
Hilda. Cioè?
Solness. Supponga per un momento ch’io sia colpevole... per un modo e per l’altro.
Hilda. Lei?... lei colpevole dell’incendio?...
Solness. Di tutto ciò che è accaduto.... E forse.... innocente anche...
Hilda. (lo guarda preoccupata) Oh, signor Solness! Per parlare così.... è d’uopo pur troppo che ella sia malato!
Solness. Hem!... credo, che sotto questo rapporto, non mi rimetterò giammai. (Ragnar Brovik apre con precauzione la porticina dell’angolo a sinistra... Hilda va su e giù per la stanza)
SCENA V. Ragnar Brovik e detti.
Ragnar. (scorgendo Hilda) Oh... domando scusa, signor Solness... (fa l’atto di ritirarsi)
Solness. No, no, aspettate un po’. È meglio finirla.
Ragnar. Oh.. lo vorrei bene!
Solness. Vostro Padre non va dunque meglio, a quanto sembra?
Ragnar. Il povero vecchio va indebolendosi sempre più. E ciò m’obbliga a supplicarla con ogni insistenza, perchè scriva su uno di quei disegni qualche buona parola!... qualcosa ch’io possa mostrare a mio padre, prima ch’egli....
Solness. Non voglio che mi si parli più di quei disegni.
Ragnar. Non li ha guardati lei?
Solness. Sì, li ho guardati.
Ragnar. E non valgono proprio nulla? Pure io non valgo più nulla?
Solness. (evitando di rispondere) Ascoltatemi, Ragnar, restate presso di me. Sposerete Kaja. Non avrete pensieri e sarete forse anche felice. Rinunziate all’idea di voler lavorare per vostro conto.
Ragnar. Va bene: vado a portare la sua risposta a mio padre. Gliel’ho promesso... Debbo veramente dir questo a mio padre, prima ch’egli muoia?...
Solness. (agitato) Eh, ditegli... dite quel che volete. Fareste però meglio di non dirgli niente. (con scatto) Non posso fare altrimenti, Ragnar!
Ragnar. In tal caso, posso prendere i disegni con me?
Solness. Prendeteli pure! Son là, sulla tavola.
Ragnar. (dirigendosi alla tavola) Grazie.
Hilda. (posando la mano sulla cartella) No, no, li lasci.
Solness. Perchè?
Hilda. Voglio vederli.
Solness. Ma se li ha visti di già. (a Ragnar) Bene, lasciateli.
Ragnar. Volentieri.
Solness. E ritornate subito da vostro padre.
Ragnar. Poichè mi permette...
Solness. (con disperazione) Non bisogna domandarmi l’impossibile. Mi capite, Ragnar, non bisogna..
Ragnar. Va bene — scusi; (saluta e si ritira dalla porta di lato, Hilda siede su una sedia, vicino allo specchio).
Hilda. (guardando Solness con aria malcontenta) È molto male quello che ha fatto.
Solness. Ah, lo crede?
Hilda. È stato cattivo, molto cattivo, crudele e duro.
Solness. Ah, lei non può vedere quel che si passa dentro di me!
Hilda. Fa l’istesso... oh, non doveva agire in quel modo!
Solness. Ma se lei stessa diceva poco fa, ch’io solo avevo il diritto di fabbricare.
Hilda. Io lo posso dire, lei no.
Solness. Al contrario, io più di tutti. Pensi al prezzo che m’ha costata la mia posizione.
Hilda. Lo so bene! le è costato la gioia della casa, come dice lei, ed anche dippiù.
Solness. Senza contare la pace dell’animo mio.
Hilda. (alzandosi) La pace dell’animo suo. (d’un tono penetrante) Ha ragione, povero signor Solness; è vero. Lei immagina che...
Solness. (ridendo dolcemente) Ritorni a sedere, dunque, Hilda. Le racconterò qualcosa di ridicolo anche.
Hilda. (siede meravigliata ed attenta) Che dunque?
Solness. Di primo acchito sembra infatti una cosa ridicola. Perchè non si tratta che di un crepaccio nel tubo del camino.
Hilda. Nient’altro?
Solness. Per incominciare, sì. (avvicina una sedia a quella di Hilda e siede)
Hilda. (con impazienza e suonando il tamburo colle dita sulle sue ginocchia) Ha detto un crepaccio nel tubo del camino?
Solness. Me ne ero accorto da tanto tempo, molto prima dell’incendio. Ogni volta che salivo sul granaio, andavo sempre ad osservare se non fosse scomparso.
Hilda. E lo ritrovava sempre?
Solness. Sì, perchè lo conoscevo solo io.
Hilda. Non aveva dunque prevenuto alcuno?
Solness. No.
Hilda. E non ci pensò mai di far riparare il camino?
Solness. Sì, ci avevo pensato, ma poi l’ho lasciata lì. Ogni volta che volevo occuparmene, pare, ci fosse qual cosa, che me lo impedisse a viva forza — per oggi no, dicevo, domani. E così non fu mai accomodato.
Hilda. Ma perchè quell’indolenza?
Solness. Per una mia idea, (lentamente, frenando la voce) Per quel crepaccio poteva entrare la fortuna.
Hilda. (guarda davanti fissamente) Oh, ciò doveva essere emozionante.
Solness. Mi era impossibile... oh sì impossibile di agire altrimenti! Lo trovavo sì semplice e naturale. Io avrei voluto che l’incendio fosse avvenuto di inverno... un po’ prima di mezzogiorno. In quel momento io sarei stato fuori di casa ed Alina a passeggiare in slitta. La servitù in casa avrebbe riscaldato troppo le stanze.
Hilda. Sì, a causa della giornata molto fredda....
Solness. Freddissima. La servitù avrebbe dunque preparato un buon fuoco, pel ritorno di Alina...
Hilda. Che naturalmente è freddolosa.
Solness. Appunto così. E così rientrando avremmo visto un fumo...
Hilda. Del fumo soltanto?
Solness. Sulle prime. Ma appena alla porta del giardino tutta la casa in fiamme. Ecco come avrei voluto che avvenisse.
Hilda. Mio Dio! perchè non è successo così?
Solness. Sì, Hilda, perchè?
Hilda. Ma è ben sicuro lei che è stato il crepaccio del camino la causa dell’incendio?
Solness. Al contrario. Quello non ci ha niente a che vedere; ne sono sicurissimo.
Hilda. Come?
Solness. È assodato indubbiamente che il fuoco è scoppiato in una guardaroba, posta all’estremità opposta della casa.
Hilda. Ma allora che mi va contando lei, col suo crepaccio nel camino.
Solness. Mi permette d’arrivare sino in fondo, Hilda?
Hilda. Avanti, purchè dica delle cose ragionevoli.
Solness. Mi proverò. (avvicina di più la sua sedia a quella di Hilda)
Hilda. Dunque, parli!
Solness. (confidenziale) Non crede lei, come me, Hilda, che vi siano uomini eletti, speciali, che hanno ricevuto la grazia, la potenza, la facoltà di desiderare, ambire, volere una cosa, con tanta forza e così spietatamente — che finiscono per ottenerla? Ci crede a questo?
Hilda. (con un’espressione indefinibile negli occhi) Se così è, si vedrà un giorno... se io sono del numero degli eletti.
Solness. Da soli non si possono creare grandi cose. Oh no! Ci vogliono anche gli aiutanti ed i garzoni per arrivarci. Questi non vengono mai da loro. Bisogna chiamarli con insistenza, internamente si intende.
Hilda. E che aiutanti, che garzoni sono questi?
Solness. Ne parleremo più tardi. Per ora fermiamoci all’incendio.
Hilda. Crede che l’incendio sarebbe avvenuto in ogni modo, se non l’avesse desiderato?
Solness. Se la casa fosse appartenuta al vecchio Knut Brovik, non si sarebbe mai e poi mai abbruciata tanto a proposito. Ne son certo, perchè quello lì non sa chiamare aiutanti e tanto meno garzoni. (si alza agitato) Vede dunque, Hilda, che è stato per mia colpa, che i piccini perdettero la vita. E non è pure colpa mia, che Alina non è divenuta quella che doveva e poteva divenire? E ciò che avrebbe voluto essere?
Hilda. Ma perchè ci sono questi aiutanti, questi garzoni? chi li ha chiamati?
Solness. Chi li ha chiamati? Io! È alla mia volontà che si sottomisero. (con agitazione crescente) Ed ecco quello che la buona gente chiama aver «fortuna». Ma voglio dirle, che si sente, quando si ha questa fortuna! È come si avesse una piaga viva in petto. E allora gli aiutanti ed i garzoni van strappando pezzi di pelle di altra gente, per coprire la mia piaga! Ma non ostante essa non guarisce mai, mai! Oh! se sapesse lei come talvolta brucia, brucia!
Hilda. (guardandolo attentamente) Lei è malato, signor costruttore; molto malato.
Solness. Dica, pazzo. Perchè già è a questo che pensa.
Hilda. No, non mi pare che abbia lo spirito sconvolto.
Solness. E che dunque?... Sentiamo!
Hilda. Chi sa; forse lei è nato con una coscienza debole.
Solness. Debole coscienza? che nuova diavoleria è questa?
Hilda. Intendo dire che la sua coscienza è tanto sensibile, tanto delicata, che non può sostenere assolutamente nessun urto. Essa è incapace di sopportare il menomo peso.
Solness. (borbottando) Hum. E come dovrebbe essere la coscienza, secondo lei? Vorrebbe dirmelo?
Hilda. Per lei ci vorrebbe una coscienza... come dovrei chiamarla?...
Solness. Ah, robusta? E la sua coscienza è robusta? Dica.
Hilda. Sì, lo credo bene. Finora non mi sono accorta del contrario.
Solness. Probabilmente essa non ha dovuto subire grandi prove, penso.
Hilda. (con una contrazione agli angoli della bocca e tremando un po’) Non è stata poi una cosa così indifferente l’aver abbandonato mio padre, cui voglio molto bene.
Solness. Gran cosa! per un mese o due....
Hilda. Non ritornerò probabilmente mai più presso di lui.
Solness. Mai? Quale è stata dunque la causa della partenza?
Hilda. (fra il serio e il canzonatorio) O che; ha dimenticato di nuovo che son passati dieci anni?
Solness. Oh! sciocchezze! dica piuttosto che in casa sua tutto non andava liscio, eh!
Hilda. (molto seria) È qui, nel mio interno, quel che mi ha cacciato. Mi son sentita chiamare, spinta fin qui. Era così seducente, del resto!
Solness. (vivamente) Ecco! Ecco! Hilda! In lei c’è una misteriosa forza, precisamente come in me. Ed è questa forza misteriosa, che fa agire le potenze di fuori. E bisogna cedere, si voglia o no.
Hilda. Mi par quasi che abbia ragione.
Solness. (passeggiando su e giù per la stanza) Oh! C’è al mondo un numero così infinito di demoni che non si vedono, Hilda!
Solness. (fermandosi) Sì, demoni, buoni e cattivi, dai capelli biondi e neri. Se si sapesse sempre da quali demoni si dipende! (cammina in su e in giù) Ah! allora sarebbe facile aggiustare la cosa.
Hilda. (seguendolo cogli occhi) Oppure se si avesse una coscienza forte e sana, se si avesse quel che si vuole!
Solness. (Fermandosi davanti alla tavola) Io credo che la maggior parte degli uomini, sotto questo rapporto, sono deboli come me.
Hilda. Può darsi!
Solness. (appoggiandosi alla tavola) Nei libri delle leggende. Ha letto libri di leggende?
Hilda. Oh sì! nel tempo che leggevo ancora dei libri.
Solness. Nei libri delle leggende si parla dei vikings, che facevano vela verso paesi lontani, saccheggiavano, incendiavano e uccidevano gli uomini.
Hilda. E rapivano le donne...
Solness. Che tenevano con loro prigioniere... sui loro battelli, e che conducevano a casa, comportandosi da veri malandrini.
Hilda. (guardando avanti a sè con uno sguardo mezzo velato) Mi sembra che questo doveva essere emozionante!
Solness. (Con un piccolo riso gutturale) Di rapire le donne? Non è vero?
Hilda. Esser rapita!
Solness. (Fissandola un momento) Oh! così va bene!
Hilda. (troncando) Ma a che vuol venire con questi vikings.
Solness. Quelli sì, che avevano una coscienza robusta! e quando tornavano a casa avevano la forza di poter mangiare e bere. Ed erano anche contenti come bimbi. E le donne poi! spesso non volevano più lasciarli. Lo comprende, Hilda?
Hilda. Quelle donne? Oh come le capisco benissimo!
Solness. Oh, avrebbe forse fatto lo stesso?
Hilda. E perchè no!
Solness. Avrebbe consentito a vivere con un uomo così violento?
Hilda. Se avessi imparato ad amarlo, quest’uomo brutale...
Solness. Potrebbe amare lei un tal uomo?
Hilda. Signor Iddio, non si può sempre sciegliere ciò che si vuole in amore.
Solness. (Guardandola pensieroso) Oh! no, ciò dipende dalla forza misteriosa che è in noi.
Hilda. (con un mezzo sorriso) E di tutti questi demoni che lei conosce tanto bene... siano essi biondi o bruni.
Solness. (dolce e penetrante) E allora desidero che essi facciano una buona scelta per lei.
Hilda. La loro scelta è fatta, definitivamente.
Solness. (guardandola profondamente) Hilda, ella rassomiglia precisamente ad un bell’uccello di bosco.
Hilda. Tutt’altro, non mi nascondo nei cespugli.
Solness. Infatti. In lei c’è piuttosto qualche cosa dell’uccello di rapina.
Hilda. Questo piuttosto. (con gran violenza) E perchè no? Perchè non dovrei cercare anch’io la preda che mi piace? Se potessi solamente afferrarla coi miei artigli ah, se potessi carpirla...!
Solness. Hilda, sa che cosa è lei?
Hilda. Sì, una specie di uccello strano.
Solness. No, un giorno nascente e quando la guardo mi pare di vedere il levare del sole.
Hilda. Dica, signor costruttore, è ben certo di non avermi mai chiamata... così, in pensiero?
Solness. (piano a mezza voce) Credo quasi d’averlo fatto.
Hilda. Che cosa vorrebbe da me?
Solness. Lei è la gioventù, Hilda.
Hilda. (sorridendo) La gioventù di cui ha tanta paura?
Solness. (accenna leggermente dì sì col capo) E alla quale in fondo, io aspiro. (Hilda si alza, s’accosta al tavolino e prende la cartella di Ragnar Brovik)
Hilda. (Stendendo verso di lui la cartella) Erano dunque questi i disegni....
Solness. (bruscamente) Lasci lì quella roba; ne ho abbastanza.
Hilda. Sì, ma deve scriverci su qualche cosa.
Solness. Scriverci sopra? Mai!
Hilda. Ma se quel povero vecchio sta per morire! Perchè non fare un piacere a lui ed a suo figlio, prima che si separino? E poi, forse questi disegni potrebbero giovargli a costruire una casa. Chi sa!
Solness. Lo credo bene. Egli si servirebbe di questi piani. È un’occasione che si è riservata... quel signore!
Hilda. Ma, Dio mio, se è così, non potrebbe lei dire una piccola menzogna?
Solness. (con veemenza) Mentire io?
Hilda. (ritirando la cartella) Via, via, non mi vorrà mordere per questo. E parla di potenze misteriose? Mi pare che lei stesso operi come se fosse una di queste potenze. (Guardandosi intorno) Dov’è la penna e l’inchiostro?
Solness. Qui non ce n’è.
Hilda. (dirigendosi verso la porta) Ma di là dalla signorina ne troverò.
Solness. Resti, Hilda! Lei dice, che dovrei mentire. Oh sì! potrei farlo pel vecchio che io ho schiacciato, demolito....
Hilda. Come gli altri?
Solness. Mi occorreva spazio... Ma quel Ragnar non deve a nessun costo salire in alto.
Hilda. Povero giovane, non ci arriverà di certo, se non è buono a nulla...
Solness. (si avvicina, la guarda e bisbiglia) Se Ragnar Brovik arrivasse, mi getterebbe a terra. Egli mi demolirebbe precisamente, come feci io con suo padre.
Hilda. Demolir lei? Ne è capace dunque?
Solness. Oh! sì, stia pur sicura! Egli è la gioventù, pronta a battere alla mia porta per finirla col grande costruttore Solness.
Hilda. (guardandolo con muto rimprovero) E pertanto lei vorrebbe impedirgli il cammino. Vergogna, signor Solness!
Solness. Io ho pagato la vittoria col mio sangue! E poi temo di perdere i miei aiutanti ed i miei garzoni.
Hilda. Ebbene lavorerà solo. Non c’è altro mezzo.
Solness. Sarebbe vano Hilda. Il cambiamento di fortuna verrà un momento o l’altro, prima o dopo non conta. L’espiazione è inevitabile, creda!
Hilda. (in grande angoscia, turandosi gli orecchi) Non parli così! Ma vuol dunque uccidermi.... togliermi quello che mi è caro più della vita?
Solness. Cioè?
Hilda. Vederla grande, con una corona in mano, molto in alto, sopra una torre di chiesa (calmandosi) Ed adesso presto una matita! Avrà, spero, un lapis?...
Solness. (tirando fuori un portafogli) Eccone uno.
Hilda. (posando il portafogli sul tavolo davanti al sofà) Bene. Segga (Solness si siede davanti la tavola)
Hilda. (dietro di lui chinandosi sulla spalliera della sedia) Ed ora scriva qualche cosa proprio di gentile e d’affettuoso. Poichè questo antipatico Roar... non è così che si chiama?
Solness. (Scrive alcune righe, volge la testa e guarda Hilda) Dica un po’, Hilda...
Hilda. Che?
Solness. Durante i dieci anni di attesa...
Hilda. Ebbene?
Solness. Perchè non mi ha scritto? avrei risposto.
Hilda. (rapidamente) No! no! no! È appunto questo che non volevo.
Solness. Perchè?
Hilda. Questo m’avrebbe potuto mandare tutto in aria... Ma adesso si tratta di scrivere una parola sopra i disegni.
Solness. Sì, sì...
Hilda. (Si piega in avanti e lo guarda mentre scrive) Gentile e di tutto cuore. Oh! come lo odio questo Roald.
Solness. (Scrivendo) Non ha mai amato, lei?
Hilda. (con durezza) Che dice?
Solness. Le domando se non ha mai amato qualcuno.
Hilda. Qualche altro, vorrà dire.
Solness. (guardandola) Sì, qualche altro. Giammai?
Hilda. Ah, sì! alle volte, quando era furiosa contro di lei, che lei non veniva.
Solness. E così ha amato altri?
Hilda. Un pochino. Per una quindicina di giorni. Mio Dio, sa bene, come vanno queste cose.
Solness. Hilda — perchè è venuta?
Hilda. Non perdiamo tempo in chiacchiere. Quel povero vecchio forse muore nel frattempo.
Solness. Risponda, Hilda, che vuole da me?
Hilda. Voglio il mio regno.
Solness. Hum! (guarda alla fuggita verso la porta a sinistra e continua a scrivere sopra i disegni. Nello stesso tempo entra la signora Solness, porta con sè alcuni involti).