WeRead Powered by ReaderPub
Il costruttore Solness cover

Il costruttore Solness

Chapter 29: ATTO TERZO.
Open in WeRead

Explore more books like this:

About This Book

La pièce presenta un costruttore di successo che, invecchiando, nutre timore e risentimento verso i più giovani, teme di perdere il dominio professionale e porta con sé un senso di colpa e precarietà. La vita privata si riflette sull'officina: la moglie, collaboratori e apprendisti formano un microcosmo di ambizioni frustrate e aspirazioni contrastanti. L'arrivo di una giovane donna, che evoca ricordi e stimola la sua vanità creativa, alimenta desideri e decisioni imprudenti. Con dialoghi che esplorano potere, amore platonico, responsabilità e paura del rinnovamento, il conflitto culmina in un atto rischioso in cima a un'impalcatura dalle conseguenze tragiche.

ATTO TERZO.

SCENA I.

Una grande veranda attigua alla casa di Solness. A sinistra è visibile una parte della casa ed una porta che dà sulla veranda. Una balaustrata a destra. In fondo, sulla parte stretta della veranda, una scala, che conduce al giardino sottostante. Grandi e vecchi alberi stendono i loro rami verso la casa sopra la veranda. A destra tra gli alberi si scorge una parte della nuova villa, con armature intorno alla torre. Nello sfondo, un vecchio steccato circonda il giardino. Al di fuori dello steccato, una strada con basse e malandate casupole. Orizzonte della sera con nuvole, illuminate dal sole morente. Sulla veranda una panca rustica lungo il muro della casa. Davanti la panca una tavola lunga; dall’altra parte della tavola una poltrona ed alcuni sgabelli di vimini. La Sig. Solness, in un gran scialle di crespo bianco sta riposando sulla poltrona, guardando fisso a destra. Dopo un momento entra Hilda Wangel, salendo la scala del giardino. È vestita come nell’atto precedente ed ha il cappello in testa. Porta sul petto un mazzettino di fiori di campo.

Signora Solness e Hilda.

Sig. Solness. (volgendo un po’ la testa) È stata in giardino, Signorina Wangel?

Hilda. Sì. L’ho percorso da capo a fondo.

Sig. Solness. Ed ha anche trovato dei fiori, a quel che vedo.

Hilda. Certo; ve ne sono tanti e poi tanti fra i cespugli.

Sig. Solness. Davvero? ancora adesso? Io non ci vado quasi mai in giardino.

Hilda. (avvicinandosi) Come? Al suo posto, correrei tutto il giorno.

Sig. Solness. (con un mesto sorriso) Non corro più, da lungo tempo.

Hilda. Ma infine scenderà almeno qualche volta ad ammirarne tutte le bellezze! Fa tanto bene!

Sig. Solness. Oh tutto ciò mi è diventato talmente estraneo! Mi fa paura quasi di rivederlo.

Hilda. Il suo proprio giardino!

Sig. Solness. Per me è come non fosse più mio.

Hilda. Oh, ma perchè dice così?

Sig. Solness. Non so. Non è più come quando vivevano mio padre e mia madre. Non può comprendere come è cambiato il giardino, signorina Wangel! Non ne rimane che alcuni pezzi. Vi hanno costruito delle case per degli estranei, per gente che non conosco e che mi possono vedere dalle loro finestre.

Hilda. (il suo viso s’illumina) Signora Solness!

Sig. Solness. Che cosa desidera?

Hilda. Posso restare un istante con lei?

Sig. Solness. Volentieri, se le fa piacere. (Hilda avvicina uno sgabello alla poltrona e siede)

Hilda. Ah, qui si sta bene al sole, proprio come un gatto.

Sig. Solness. (posandole la mano sulle spalle) Come è gentile di volersene star qui con me. Credevo che volesse andare da mio marito.

Hilda. Per far che?

Sig. Solness. Per aiutarlo.

Hilda. Oh no! Del resto non è in casa. È di là cogli operai. Aveva anzi un aspetto così superbo, che non ho osato parlargli.

Sig. Solness. Oh, non ci badi; in fondo è così mite e buono di cuore.

Hilda. Egli?

Sig. Solness. Non lo conosce ancora bene, signorina.

Hilda. (guardandola con affetto) È contenta di andar ad abitare nella nuova casa?

Sig. Solness. Dovrei esserlo, perchè questo è il desiderio di Halvard.

Hilda. Non è così che l’intendo io.

Sig. Solness. Eppure, sì, signorina Wangel. Il mio dovere è di fare la volontà di mio marito. Ma qualche volta è pur difficile l’obbedire.

Hilda. Sì, dev’essere difficile assai.

Sig. Solness. Creda pure. Se non si è migliori di me....

Hilda. Quando si ha sofferto quanto lei.

Sig. Solness. Che ne sa lei?

Hilda. Me l’ha raccontato il signor Solness.

Sig. Solness. Con me parla di rado di queste cose. Oh sì, signorina, ho sofferto molto in vita mia....

Hilda. (guardandola con compassione, scuote lentamente la testa) Povera signora Solness. Da prima l’incendio...

Sig. Solness. (con un sospiro) Sì, ha tutto distrutto!

Hilda. Ma vi è qualcosa ancora di peggio....

Sig. Solness. (guardandola con fare interrogativo) Di peggio?

Hilda. La sciagura più grande...

Sig. Solness. Che?

Hilda. (piano) I due piccini perduti!

Sig. Solness. Ah già, quelli! Ma, quella è un’altra cosa. È stato un volere divino, e innanzi ad esso bisogna inchinarsi e rendere grazie al cielo.

Hilda. E lei l’ha fatto?

Sig. Solness. Non sempre, pur troppo; so benissimo che sarebbe mio dovere. Ma malgrado ciò non posso.

Hilda. Ed è naturale.

Sig. Solness. Quante volte mi son domandata se non era una giusta punizione...

Hilda. Perchè?

Sig. Solness. Per non esser stata abbastanza forte a sopportare la disgrazia.

Hilda. Ma non vedo come..

Sig. Solness. Ah! no, signorina Wangel, non parliamo più dei miei due piccini. Non dobbiamo pensare che alla loro felicità; essi stanno tanto, tanto bene, come non si può desiderare di più. No, son le piccole perdite nella vita, che fanno male al cuore, la perdita di tutte quelle piccole cose, che per chiunque altro sono inezie, mentre che per noi...

Hilda. (appoggiando le braccia sulle ginocchia e guardandola affettuosamente) Cara signora Solness, mi racconti...

Sig. Solness. Le ripeto, sciocchezze. Buon Dio, tutti i vecchi ritratti sospesi alle pareti, i vecchi abiti di seta che Dio sa, da quanto tempo appartenevano alla nostra famiglia. E tutti i merletti lavorati dalla mamma e dalla nonna... tutto quello si è abbruciato! Anche i gioielli... tutte cose antiche... memorie... (mestamente) E poi tutte le bambole!

Hilda. Le bambole?

Sig. Solness. (con voce soffocata dalle lacrime) Ne avevo nove, meravigliose!

Hilda. E bruciarono anche quelle?

Sig. Solness. Tutte, tutte. Oh! m’ha fatto tanto male, tanto male!

Hilda. Davvero? Le aveva conservate tutte dalla sua infanzia in poi?

Sig. Solness. Non l’avevo conservate. Noi si viveva sempre insieme; non le ho abbandonate mai.

Hilda. Anche quand’era già grande?

Sig. Solness. Ancora molto tempo dopo.

Hilda. Fin dopo maritata?

Sig. Solness. Oh sì! e le guardavo, quand’egli non era presente. Ma bruciarono anche esse, poverine! Nessuno s’occupò di salvarle. Oh, è così triste a pensarci. No, non si rida di me, signorina.

Hilda. Non rido affatto.

Sig. Solness. Perchè, per me eran come creature viventi. Le portavo sul mio cuore, proprio come si fa coi bambini. (Il dottore Herdal appare col cappello in mano sulla porta della veranda e vede la signora Solness e Hilda)

SCENA II. Il dott. Herdal e detti.

Dott. Herdal. Come, signora, lei sta a sedere così all’aperto per raffreddarsi?

Sig. Solness. La giornata mi è parsa tanto bella e calda.

Dott. Herdal. Oh sì! Ma che succede di nuovo in casa sua? Ho ricevuto un suo biglietto...

Sig. Solness. (alzandosi) Sì, ho bisogno di parlare con lei.

Dott. Herdal. Va bene. Allora sarà forse meglio rientrare, (a Hilda) Anche oggi nel suo costume di touriste, signorina?

Hilda. (alzandosi allegramente) Sicuro, nell’abito più elegante. Ma oggi non voglio salire per rompermi la testa. Noi due ce ne staremo giù per benino, signor Dottore, a goderci lo spettacolo da qui.

Dott. Herdal. Quale spettacolo?

Sig. Solness. (piano ansiosamente a Hilda) Zitta, zitta, per amor di Dio! Eccolo che viene! Tenti di levargli questa idea dalla testa, lei forse ci riuscirà. E siamo amiche, signorina Wangel; lo possiamo!

Hilda. (l’abbraccia con impeto) Oh sì!

Sig. Solness. (liberandosi dolcemente) Bene, bene. Eccolo che viene. Signor Dottore, andiamo di là, debbo parlarle.

Dott. Herdal. Di lui?

Sig. Solness. Appunto. Andiamo. (entrano nella casa. Un momento dopo entra Solness per la scala del giardino. Il volto di Hilda assume un’espressione seria)

SCENA III. Hilda e Solness.

Solness. (con uno sguardo verso la porta che conduce all’interno della casa e che vien chiusa adagio dal di dentro) Ha osservato, Hilda, come essa se ne vada, non appena vengo io?

Hilda. Ho osservato infatti che, ogni qualvolta essa vede lei, ha paura.

Solness. Può darsi, ma io non ci posso far nulla. (guardandola attentamente) Ha freddo Hilda? Lo si crederebbe, all’aspetto.

Hilda. Vengo or ora da una tomba.

Solness. Sarebbe a dire?

Hilda. Che ho avuto dei brividi, signor Solness.

Solness. (adagio) Credo di capire.

Hilda. Che è venuto a fare qui?

Solness. L’avevo vista da lontano e sono venuto.

Hilda. Ma allora ha veduto anche lei?

Solness. Sapevo che se ne sarebbe andata, non appena fossi venuto.

Hilda. Non le fa molto pena, che essa lo sfugga sempre?

Solness. Mi è piuttosto di sollievo.

Hilda. Di non averla sempre sott’occhio?

Solness. Sì.

Hilda. Per non vederla sempre oppressa dal ricordo delle sue disgrazie e della perdita dei bambini?

Solness. Sì, per questo specialmente. (Hilda va su e giù per la veranda colle mani dietro la schiena poi si mette alla ringhiera e guarda fuori verso il giardino)

Solness. (dopo una breve pausa) Ha parlato a lungo con lei?

Hilda. (Sta immobile senza rispondere)

Solness. A lungo, domando?

Hilda. (Tace)

Solness. E di che cosa le ha parlato, Hilda?

Hilda. (continua a tacere)

Solness. Povera Alina, sicuramente le ha parlato dei piccini.

Hilda. (Ha un sussulto nervoso; poi in fretta accenna di sì col capo due o tre volte)

Solness. Non li dimenticherà mai, per tutta la vita! (s’avvicina) Ed eccola di nuovo quasi immobile come una statua, come iersera.

Hilda. (Voltandosi e guardandolo con sguardo dritto e serio) Parto.

Solness. (in tono acuto) Parte?

Hilda. Sì.

Solness. Io glielo proibisco.

Hilda. Che vuole che faccia qui, ora?

Solness. Che stia presso di me, Hilda, ecco tutto.

Hilda. (squadrandolo) Grazie, ma questo non mi va.

Solness. (senza riflettere) Tanto meglio!

Hilda. (con violenza) Non posso far del male ad una persona che conosco! Non posso prenderle quello che le appartiene.

Solness. E chi le dice di farlo?

Hilda. (continuando) Con una estranea, sarebbe differente. Se non l’avessi mai vista!... Ma con una persona presso cui mi trovo! No, no! mai!

Solness. Va bene, ma io non ho mai detto il contrario.

Hilda. O costruttore, lei, lei sa bene come andrebbe a finire. E perciò parto.

Solness. E che sarà di me quando sarà partita? Che ne farei della vita... senza di lei?

Hilda. (con un’espressione indefinibile negli occhi) Oh!... Lei!... Non ha i suoi doveri verso sua moglie? Viva per quelli!

Solness. Troppo tardi! Queste potenze... queste.... queste...

Hilda. Questi demoni...

Solness. Sì, demoni! e anche la forza misteriosa che è in me. Essi hanno succhiato tutto il sangue dalle sue vene. (con un sorriso disperato) Ecco perchè son fortunato! Sì, sì! (mestamente) Ed ora essa è morta, morta per causa mia, ed io vivo, incatenato ad una morta! (con paura selvaggia) Io non posso sopportare la vita senza le gioie! (Hilda gira intorno alla tavola e si siede sulla panca, poggiando i gomiti sulla tavola e la testa nelle mani)

Hilda. (lo guarda un istante) E che cosa fabbricherà adesso?

Solness. (scuotendo il capo) Non farò più grandi cose d’ora in avanti.

Hilda. Non si tratterebbe di una di quelle dimore, dove possono vivere tranquilli e felici padre, madre e bimbi?

Solness. Chi sa se più tardi non ci vorrà qualcosa di simile.

Hilda. Povero costruttore! E così ha lavorato e creato col rischio della vita per dieci anni, solo per venire a questo?

Solness. Sì, è vero pur troppo, Hilda.

Hilda. (con impeto) Oh, mi pare davvero sciocco, assurdo, tutto ciò!

Solness. Che cosa?

Hilda. Che uno non osi stendere la mano per acciuffare la propria felicità, la propria vita! Solo perchè c’è di mezzo una persona che si conosce!

Solness. Ma che non si ha il diritto di lasciar da parte.

Hilda. Chi sa se in fondo non se n’avrebbe il diritto? Ma infine... Oh se si potesse dimenticar tutto ciò come nei sogni! (stende le braccia sulla tavola, poggia la parte sinistra del capo sulle mani, e chiude gli occhi).

Solness. (volta la poltrona e si siede presso la tavola) Ha conosciuto lei la pace, la felicità, lassù.... presso suo padre, Hilda?

Hilda. (immobile risponde come in sogno) Io ero in gabbia!

Solness. E non ci vuol rientrare?

Hilda. (come sopra) L’uccello di bosco non può stare in gabbia.

Solness. Esso preferisce librarsi nell’aria, liberamente.

Hilda. (sempre come sopra) L’uccello da preda ama sopratutto librarsi nell’aria.

Solness. (seguendola collo sguardo) Oh se si potesse avere l’ardire, il disdegno del vikings....

Hilda. (senza muoversi, apre gli occhi e riprende la sua voce naturale) E che più ancora, dica su?

Solness. Una robusta coscienza. (Hilda si drizza in piedi e si anima. I suoi occhi riprendono la loro espressione raggiante)

Hilda. (scuotendo la testa, guardandolo) Adesso so che cosa costruirà.

Solness. Allora, Hilda, ne sa più di me.

Hilda. Sì, sì, lo credo, è così sciocco lei!

Solness. E che sarà dunque? Dica!

Hilda. (chinando nuovamente il capo verso di lui) Il castello!

Solness. Che castello?

Hilda. Il mio, s’intende.

Solness. Adesso vuole un castello?

Hilda. Non mi deve forse un regno?

Solness. Lo dice lei. Ebbene?

Hilda. Chi possiede un reame, deve necessariamente avere un castello, non è vero?

Solness. (animandosi poco a poco) Sì, sì. È l’uso.

Hilda. Ebbene! subito. Me lo fabbrichi!

Solness. (sorridendo) Come, così...? Su due piedi?

Hilda. Sì! I dieci anni son passati, ed io non voglio più aspettare. Su, presto, il mio castello!

Solness. Davvero, che con lei non c’è da scherzare, quando le si deve qualcosa, Hilda!

Hilda. Avrebbe dovuto pensarci prima. Adesso è troppo tardi! (picchiando sulla tavola col dito) Subito il castello! È mio! Lo voglio!

Solness. (in tono più serio, colle braccia sulla tavola ed avanzando la testa verso Hilda) Sentiamo: come se lo è immaginato questo castello, Hilda? (lo sguardo di Hilda va velandosi poco a poco, come rientrando in sè stessa)

Hilda. (lentamente). Il mio castello deve essere fabbricato su d’una grande altezza, un’altezza vertiginosa. Lo sguardo deve poter dominar tutto liberamente. Voglio veder lontano, molto lontano.

Solness. E dev’essere fiancheggiato naturalmente d’una torre altissima?

Hilda. D’un’altezza terribile, spaventosa. E su, su in cima alla torre voglio un balcone, sul quale io mi terrò ritta...

Solness. (portando la mano alla fronte involontariamente) Ritta lassù! E proverebbe piacere ad una altezza così vertiginosa...

Hilda. Oh sì! Voglio essere là e guardare da quell’altezza tutti quelli, che fabbricano le chiese... e gli altri che fabbricano case per i fratelli, le madri ed i fanciulli. Sì, voglio dominare... dominare... E verrà anche lei lassù e.... dominerà....

Solness. (ritenendo la voce) E sarà permesso al costruttore di salire fino alla principessa?

Hilda. Se il costruttore lo vuole.

Solness. In questo caso credo che egli verrà.

Hilda. (scuotendo la testa) Sì... il costruttore verrà.

Solness. Ma dopo cesserà di fabbricare.... il povero costruttore.

Hilda. (vivace) Noi fabbricheremo insieme quel che c’è di più delizioso al mondo.

Solness. (trascinato) Hilda... dica che cosa è.

Hilda. (lo guarda sorridendo, scuote la testa leggermente, spinge avanti le labbra, parlando come una bambina) Non capisce? Questi costruttori sono delle persone molto... sciocche!

Solness. Sì, va bene. Ma dica che cosa costruiremo insieme?

Hilda. (tace un momento con una esprimibile espressione vaga negli occhi) Castelli in aria!

Solness. Castelli in aria?

Hilda. (accennando di sì) Sì, castelli in aria. Sa che cosa sono?

Solness. (scherzando) Li ha chiamati la più bella cosa della terra.

Hilda. (si alza in fretta, fa un gesto sdegnoso con la mano) Sì, certo. I castelli in aria sono accessibilissimi e facili a fabbricare. (lo guarda ironico) Specialmente per i costruttori che hanno la coscienza soggetta alle vertigini.

Solness. (si alza) D’ora in avanti costruiremo assieme, Hilda.

Hilda. (con un piccolo sorriso dubbioso) Un vero castello in aria?

Solness. Certo, ma dalle fondamenta di granito. (Ragnar Brovik viene dalla casa. Egli porta una grande corona di foglie con fiori e nastri di seta)

SCENA IV. Ragnar e detti.

Hilda. (con gioia) La corona! Oh! come sarà bella!

Solness. (colpito) Perchè portate voi questa corona, Ragnar?

Ragnar. L’aveva promessa al capo operaio.

Solness. (alleggerito) E vostro padre va meglio?

Ragnar. No.

Solness. Non gli ha fatto alcun bene quello che gli ho scritto?

Ragnar. Era troppo tardi.

Solness. Troppo tardi?

Ragnar. Quando Kaja venne coi disegni, egli aveva perduto la conoscenza, gli era venuto un colpo.

Solness. Ma allora perchè non siete presso di lui? Andate da vostro padre!

Ragnar. Non ha più bisogno di me.

Solness. Ma, dovete rimanerci lo stesso.

Ragnar. C’è lei al suo letto.

Solness. (un po’ indeciso) Chi? Kaja?

Ragnar. (lo guarda fisso) Kaja... sì!

Solness. Andate a casa, restate con loro, Ragnar. E date a me la corona.

Ragnar. (reprimendo un sorriso beffardo) Non sarà certo lei, signor...?

Solness. L’appenderò io stesso lassù. (prende la corona) E ora andate pure. Oggi non ho più bisogno di voi.

Ragnar. Lo so, che non ha più bisogno, ma oggi resterò.

Solness. Ebbene, restate, se lo volete assolutamente.

Hilda. (al parapetto) Costruttore... è da qui, che vi guarderò salire...

Solness. Ma!

Hilda. Sarà uno spettacolo terribilmente attraente!

Solness. (trattenendo la voce) Ne parleremo più tardi, Hilda! (esce colla corona, scendendo la scala del giardino)

SCENA V. Hilda e Ragnar.

Hilda. (lo segue cogli occhi, poi si volge a Ragnar) Mi sembra che l’avrebbe potuto ringraziare.

Ragnar. Io ringraziarlo...? ringraziar... lui?

Hilda. Certamente avrebbe dovuto farlo.

Ragnar. Piuttosto dovrei ringraziar lei, signorina.

Hilda. Perchè?

Ragnar. (senza rispondere) Ma si guardi, lei non lo conosce bene.

Hilda. (con fuoco) Oh! io lo conosco benissimo.

Ragnar. (con un sorriso amaro) Ringraziarlo! Egli che mi ha tenuto nell’oscurità per tanti anni, che ha fatto dubitare di me mio padre, accorciandogli la vita... Che m’ha fatto dubitare di me stesso e tutto ciò per... per...

Hilda. (che sembra indovinare il pensiero di lui) Perchè?... Dica subito...

Ragnar. Per tenerla presso di lui.

Hilda. (gli s’avvicina) La signorina della scrivania?

Ragnar. Sì.

Hilda. (minacciandolo col pugno chiuso) Non è vero: lei lo calunnia.

Ragnar. Anch’io non lo volevo credere, ma lei stessa me lo ha confessato oggi.

Hilda. (c. s.) Che cosa le ha detto? Io voglio saperlo! subito! subito!

Ragnar. Mi ha detto che egli le aveva fatto perdere la testa, che s’era impadronito di tutti i suoi pensieri, che non potrà mai lasciarlo e che rimarrà presso di lui...

Hilda. (con un lampo negli occhi) Essa non ne ha il diritto.

Ragnar. (con intenzione) Chi lo impedirebbe?

Hilda. (in fretta) Egli stesso, fra gli altri!

Ragnar. Oh sì... comprendo tutto. Adesso sarebbe... di peso.

Hilda. Non capisce nulla. Glielo dirò io perchè egli ci teneva alla signorina.

Ragnar. Perchè?

Hilda. Per tener Lei!

Ragnar. L’ha detto lui?

Hilda. No, ma è vero. (con rabbia) Voglio... Voglio che sia vero.

Ragnar. E appunto quando lei è arrivata, egli l’ha mandata...

Hilda. No.. ha mandato Lei!... Crede forse che egli si occupi di signorine?

Ragnar. (pensieroso) Avrebbe egli avuto paura di me, in segreto, per tutto questo tempo?

Hilda. Lui?... paura? È ben presuntuoso Lei!

Ragnar. Oh! egli dovrà essersi accorto già da molto tempo, che io pure valevo qualche cosa.... Quanto alla paura egli non è inaccessibile.

Hilda. Lui pauroso? Eh via!

Ragnar. È così, come le dico. Questo costruttore.... che non teme di distruggere la felicità degli altri e d’agire come ha fatto con mio padre e con me... ha paura di salire sulla più semplice impalcatura. Oh questo non l’oserà mai!

Hilda. Ah! l’avrebbe dovuto vedere all’altezza su cui l’ho visto io! Quasi vicino alle nubi! C’era da far venire le vertigini.

Ragnar. Ha veduto questo lei?

Hilda. Sì, io l’ho visto tenersi ritto alla sommità della torre d’una chiesa, franco, fiero e sicuro sospenderne la corona!

Ragnar. So difatti, che l’ha osato una volta nella sua vita. Una sola volta. Se ne è parlato spesso di questo tra noi giovani. Ma niente al mondo potrà farglielo ripetere.

Hilda. Eppure oggi salirà lassù!

Ragnar. (ironico) Sì? Lo vedremo!

Hilda. Lo vedremo.

Ragnar. Giammai!

Hilda. Io voglio vederlo. Lo voglio e sarà!

Ragnar. Non oserà. Egli ha paura... il grande costruttore! (la signora Solness viene dalla casa)

SCENA VI. Signora Solness e detti.

Sig. Solness. Non è qui? Dov’è andato?

Ragnar. Il signor Solness è con gli operai.

Hilda. Egli ha preso la corona con sè.

Sig. Solness. (con ansia) La corona? Ah! Dio! Ah, Dio!... Signor Brovik la prego, cerchi di ricondurlo qui.

Ragnar. Devo dirgli che la signora desidera parlargli?

Sig. Solness. Sì, amico mio... O piuttosto no. Non gli parli di me. Dica invece che è aspettato e che venga subito!

Ragnar. Va bene, signora, vado. (esce scendendo la scala del giardino)

SCENA VII. Signora Solness e Hilda.

Sig. Solness. Ah! signorina Wangel, non si può immaginare il dolore che egli mi fa soffrire.

Hilda. Che cosa c’è di così spaventevole?

Sig. Solness. È facile comprenderlo. Pensi, s’egli si è messo in testa di voler salire assolutamente sull’impalcatura!...

Hilda. (attenta) Crede che lo farà?

Sig. Solness. Ah! non si può mai sapere. Egli è capace di tutto.

Hilda. E anche lei dubita... come dire?...

Sig. Solness. Io non so veramente più che cosa credere, dopo quanto mi han raccontato il dottore e mio marito stesso. (il Dottor Herdal si mostra sulla porta)

SCENA VIII. Dott. Herdal e detti.

Dott. Herdal. Dunque, viene il signor Solness?

Sig. Solness. Spero. L’ho mandato a chiamare.

Dott. Herdal. (avvicinandosi) Ma lei non può rimanere qui fuori, signora...

Sig. Solness. No, no, io resto qui ad aspettare il mio caro Halvard.

Dott. Herdal. Ma sono venute anche parecchie signore.

Sig. Solness. Ah! Dio! In questo momento...

Dott. Herdal. Desiderano assistere allo spettacolo, dicono.

Sig. Solness. Sì, sì. È d’uopo ch’io vada a fare gli onori di casa. È il mio dovere.

Hilda. Non potrebbe farsi scusare?

Sig. Solness. No, è impossibile. Esse sono venute ed è il mio dovere di riceverle. Ma attenda lei mio marito.

Dott. Herdal. E lo trattenga più a lungo che può.

Sig. Solness. Ne la prego, cara signorina Wangel, lo trattenga, mi raccomando a lei!

Hilda. Non sarebbe meglio che lo facesse lei stessa?

Sig. Solness. Buon Dio! Sì, infatti sarebbe il mio dovere, ma quando si hanno tanti altri obblighi da compiere...

Dott. Herdal. (guardando nel giardino) Eccolo che viene.

Sig. Solness. E appunto quando devo rientrare...

Dott. Herdal. (a Hilda) Non gli dica ch’io sono qua.

Hilda. Oh! no, cercherò... qualche altro soggetto di conversazione.

Sig. Solness. E lo trattenga molto, mi raccomando. Nessuno meglio di lei lo può. (La Sig. Solness e il Dott. Herdal entrano in casa; Hilda resta sulla veranda, Solness entra dalla scala)

SCENA IX. Hilda e Solness.

Solness. C’è qualcuno che vuol parlarmi, m’han detto.

Hilda. Sì, signor Solness, sono io!

Solness. Che, Lei, Hilda? Temeva che fossero Alina ed il Dottore.

Hilda. Si spaventa troppo facilmente Lei!

Solness. Lo crede?

Hilda. Si dice che abbia paura di salire sugli impalcati.

Solness. Questa è un’altra cosa.

Hilda. Sarebbe dunque vero?

Solness. Sì, è vero!

Hilda. Ha paura di cadere, di uccidersi?

Solness. No, questo no.

Hilda. Ma che cosa teme dunque?

Solness. L’espiazione, Hilda.

Hilda. L’espiazione. (scuote la testa) Non capisco..

Solness. Sediamoci, le racconterò qualche cosa.

Hilda. Sì, sì, faccia subito. (si siede su uno sgabello presso il parapetto e lo guarda attenta)

Solness. (getta il suo cappello sul tavolo) Le ho già detto che io ho cominciato col costruire delle chiese.

Hilda. (accenna col capo) Lo so.

Solness. Ero nato in campagna e la mia famiglia era molto religiosa ed io non immaginavo che ci potesse esser cosa più sublime del costruire delle chiese.

Hilda. Sì, sì!

Solness. E posso dire che tutte queste piccole chiese le ho costruite con tanto zelo, tanto amore e pietà, che... che...

Hilda. Che? Ebbene?

Solness. Che io credevo che Egli poteva esser contento!

Hilda. Egli? Chi?

Solness. Egli, cui erano offerte le chiese, alla gloria del quale erano fabbricate.

Hilda. Ah! sì; ma come sa... che Egli... non è contento di lei?

Solness. (ironico) Lui contento di me? Come può crederlo, Hilda? Lui che ha scatenato contro di me tutte queste stregonerie! Lui, che mi ha inviato per servirmi giorno e notte... tutti questi... tutti questi...

Hilda. Tutti questi demoni.

Solness. Sì, di tutte le specie... Ah! no, ho ben sentito che non era contento di me e delle mie opere. (misteriosamente) È questa, vede, la ragione per la quale Lui ha fatto bruciare la vecchia casa.

Hilda. Veramente per questo?

Solness. Non capisce dunque? Egli con questo volle offrirmi l’occasione di diventare un grande, un vero maestro dell’arte mia, per potergli fabbricare delle chiese, che gli avrebbero fatto più onore. Sulle prime non avevo capito, ma i miei occhi si sono aperti più tardi.

Hilda. Quando?

Solness. Al tempo della costruzione del campanile della Chiesa di Lysanger.

Hilda. Me lo immaginavo.

Solness. Ah! là, vede, Hilda, in quei siti lontani ho riflettuto lungamente e liberamente, ed ho finito per comprendere il motivo delle mie sciagure e perchè m’aveva tolti i miei bambini. Egli l’aveva fatto... per infrangere qualunque altro legame che potesse tenermi avvinto alle cose terrene. Anche la felicità della famiglia mi toglieva! In questo modo la mia vita sarebbe trascorsa sempre a fabbricare e fabbricare delle chiese per Lui! Ma così non fu!

Hilda. E che ha fatto?

Solness. Ho incominciato per esaminarmi, per rendermi conto di me stesso!

Hilda. E poi?

Solness. Ho voluto sottrarmi a Lui e tentare l’impossibile.

Hilda. L’impossibile?...

Solness. Fin allora io non avevo potuto sopportare l’impressione di montare in alto. Ma in quel giorno lo volli e vi riuscii.

Hilda. (si alza) È vero! Lei l’ha fatto!

Solness. E quando giunsi alla sommità, al momento di attaccare la corona lassù, gli ho detto: Ascoltami, tu Onnipotente! Da oggi voglio essere padrone di fare quello che voglio sul mio dominio, come tu lo sei nel tuo. Mai più fabbricherò per te chiese; ma soltanto dimore per gli uomini.

Hilda. (con occhi raggianti) Appunto. Ecco il canto ch’io ho sentito lassù.

Solness. Ma ciò non è stato che tutta acqua pel suo mulino.

Hilda. Che vuol dire?

Solness. (la guarda scoraggiato) Costruire dimore per gli uomini... non vale neppure la pena, Hilda.

Hilda. Crede?

Solness. Pur troppo ora lo capisco. Gli uomini non sanno che farsene delle dimore sontuose. La felicità non sta lì. Ed io stesso, che ne farei della casa, se n’avessi una? (ride amaramente) Sì, per quanto lontano spinga lo sguardo nel mio passato, non scorgo nulla. Non ho fabbricato nulla di veramente grande, e neppure nulla ho sacrificato per lo splendore delle mie opere. Nulla... nulla...

Hilda. E d’ora in avanti non fabbricherà più?

Solness. (animandosi) Al contrario. Voglio appunto incominciare adesso.

Hilda. Come? dica su!

Solness. Io voglio fabbricare un edificio, che possa racchiudere la felicità umana... Il solo dove la si possa salvare.

Hilda. (lo guarda fisso) Costruttore Solness, lei pensa al nostro castello in aria.

Solness. Al castello in aria, precisamente.

Hilda. Temo che le prenderanno le vertigini, prima che arriviamo a mezza strada.

Solness. No, Hilda, se andremo insieme, tenendoci per mano.

Hilda. (con lampi di collera repressa) Soli? Non ci sarebbe qualcun’altra?

Solness. Chi mai?

Hilda. Oh! per esempio quella Kaja, la signorina della scrivania. Povera ragazza... Non vorrebbe prenderla con lei?

Solness. Ah! è di questo che le ha parlato Alina?

Hilda. È vero o no?

Solness. (violento) A questo non rispondo. Ella deve aver fede piena ed intera in me.

Hilda. Per dieci lunghi anni ho creduto in lei.

Solness. È d’uopo che creda ancora.

Hilda. Sì, se la vedrò un’altra volta salire fin su in alto senza paura!

Solness. (con pena) Ah, Hilda... queste cose non si ripetono tutti i giorni.

Hilda. (con passione) Lo voglio! lo voglio. (pregando) Una sola volta ancora, una sola volta, faccia l’impossibile!

Solness. (la guarda profondamente) Sì, mi proverò Hilda, parlerò ancora a Lui, come ho fatto l’altra volta.

Hilda. (con esultanza) Che gli dirà?

Solness. Gli dirò: Ascoltami, onnipotente Signore! Giudicami come vuoi. Ma da ora in avanti io non costruirò che una cosa... la più bella, e più dolce che esiste al mondo...

Hilda. (entusiasta) Sì... sì... sì...

Solness. «.... insieme con una principessa che io amo...»

Hilda. Sì, sì, glielo dica!

Solness. «Adesso, gli dirò, la prenderò tra le braccia e la coprirò di baci...»

Hilda. Di mille e mille baci, dica!

Solness. «... di mille e mille baci» glielo dirò!

Hilda. E poi?

Solness. Poi agiterò il mio cappello... scenderò e farò come ho detto.

Hilda. (tendendo le braccia) Ora sì... La vedo ancora, come una volta... quando ho sentito il canto nell’aria!

Solness. (la guarda con la testa bassa) Com’è che è diventata in questo modo, Hilda?

Hilda. Com’è che mi ha fatta quella che sono?

Solness. (breve e fermo) La principessa avrà il suo castello.

Hilda. (con giubilo, battendo le mani) Ah! costruttore... il mio splendido castello... Il nostro castello!

Solness. Dalle fondamenta di granito. (Sulla via si sono radunate molte persone, che si scorgono indistintamente tra gli alberi. In distanza, presso la nuova casa, una musica allegra. La Signora Solness con una pellegrina sulle spalle, il Dottor Herdal tenendo in mano lo scialle bianco entrano sulla veranda; alcune signore. Nello stesso tempo entra Ragnar Brovik dal giardino).

SCENA X. Detti, Signora Solness, il dottore, Ragnar ed invitati.

Sig. Solness. C’è dunque la musica?

Ragnar. Certo, signora. È la società dei muratori. (a Solness) Il capo dei lavoratori le fa dire che è pronto a salire per apporre la corona.

Solness. (prende il suo cappello) Bene, vado io stesso.

Sig. Solness. (con ansia) Che vuoi tu fare Halvard?

Solness. (breve) Io devo essere in mezzo a’ miei operai.

Sig. Solness. Sì, ma tu non salirai, nevvero?

Solness. Non è la mia abitudine, lo sai! (esce, discendendo la scala del giardino)

SCENA XI. Detti meno Solness.

Sig. Solness. (dal parapetto lo chiama) Ti prego, raccomanda a quell’uomo di essere molto cauto nel salire lassù. Promettimelo, Halvard!

Dott. Herdal. (alla Sig. Solness) Vede ch’io avevo ragione? Egli non pensa neppure a quelle pazzie!

Sig. Solness. Ah! come mi si è alleggerito il cuore! Due volte sono cadute delle persone, rimanendo sempre morte sul colpo. (si volge a Hilda) Grazie di cuore, signorina Wangel, che l’ha trattenuto. Io non sarei mai riuscita a persuaderlo.

Dottor Herdal. (allegro) Ma sa signorina che lei sa ben trattenere le persone, quando lo vuole davvero! (Sig. Solness, Dott. Herdal vanno dalle signore vicino alla scala, guardando fuori. Hilda resta al parapetto nel fondo, in preda ad agitazione; Ragnar va da lei)

Ragnar. (con interrotte risa a mezza voce) Signorina, vede tutti quei giovani che sono in istrada?

Hilda. Sì.

Ragnar. Sono compagni, venuti a vedere il maestro!

Hilda. Perchè vogliono vederlo?

Ragnar. Vogliono vedere se davvero oserà salire sulla sua casa. Non ci credono.

Hilda. Davvero? Oh! gli imbecilli!

Ragnar. (ironico) Egli ci ha sempre mantenuti in uno stato d’inferiorità; vogliamo vedere, oggi, se sarà capace di salire fino in cima!

Hilda. Ebbene lo vedranno davvero!

Ragnar. (ride) Oh!... dove mai?

Hilda. In alto, dove c’è piantata la bandiera.

Ragnar. (ride) Lui? ah!... che!

Hilda. Egli lo vuole e lo vedranno.

Ragnar. Egli lo vuole, lo credo bene. Ma non lo può. Gli verrà il capogiro, prima di arrivare a mezza strada.

Dottor Herdal. (indicando) Guardino, ecco il capo operaio che comincia a salire.

Sig. Solness. E con quella pesante corona. Ah! Guai a lui se non va cauto.

Ragnar. (guarda incredulo, grida) Ma quello... è...

Hilda. (con scoppio di giubilo) È il costruttore!.... Egli stesso!...

Sig. Solness. (grida spaventata) Ah! Gran Dio! È proprio lui! Halvard! Halvard!

Dott. Herdal. Silenzio, silenzio tutti!

Sig. Solness. (fuor di se stessa) Voglio andar da lui, voglio che retroceda.

Dott. Herdal. (la trattiene) Nessuno si muova, nessun grido!

Hilda. (immobile segue Solness cogli occhi) Sale, sale sempre più in alto... sempre più in alto, guardi, guardi!

Ragnar. (potendo appena respirare) È necessario che egli riscenda, non può più continuare..

Hilda. Egli sale, sale, sale. È quasi alla cima.

Sig. Solness. Oh! io muoio di angoscia. Non posso guardarlo, non resisto!

Dott. Herdal. Non guardi!

Hilda. Eccolo sull’ultima piattaforma! Oh! com’è in alto!

Dott. Herdal. Che nessuno fiati!

Hilda. (con immensa gioia) Finalmente finalmente! Ora lo vedo grande e libero!

Ragnar. (senza poter parlare) Oh ma, c’è...

Hilda. Io l’ho sempre visto così, per dieci anni. Com’è sicuro e potente lassù! Meravigliosamente attraente! Ecco che sospende la corona sulla cima della torre!

Ragnar. Mi sembra impossibile quel che vedo.

Hilda. Sì, è ben l’impossibile quello che ha fatto ora. (con un inesprimibile espressione negli occhi) Non vede nessuno vicino a lui?

Ragnar. No! Non vedo nessuno.

Hilda. Ma sì, egli parla con un altro!

Ragnar. Si sbaglia!

Hilda. E non sente un canto?

Ragnar. È il vento che stormisce fra gli alberi.

Hilda. Io sento un canto... un canto potente. (grida con gioia selvaggia) Vede, vede! Sventola il cappello, saluta di lassù! oh! saluta ancora! Tutto è compiuto. (prende al dottore lo scialle bianco e lo sventola con forza) Viva il costruttore Solness!

Dott. Herdal. Silenzio, silenzio in nome di Dio.... (le signore della veranda sventolano i fazzoletti, dalla strada si sentono evviva. Tutto ad un tratto si sente dalle moltitudini un grido di spavento; fra gli alberi si vede indistintamente un corpo umano cadere dall’alto)

Sig. Solness. (e le signore contemporaneamente) Cade! cade!... (vacilla, cade svenuta all’indietro, è presa dalle signore e tutti gridano e chiamano. La folla rompe lo steccato e entra nel giardino. Breve pausa)

Hilda. (fissando sempre gli occhi in alto, dice come pietrificata) Il mio costruttore!

Ragnar. (tremando si tiene al parapetto) Deve essersi sfracellato... Morto sul colpo!...

Una Signora. (Mentre la Sig. Solness è portata in casa) Corra pel medico...

Ragnar. Non mi posso muovere, non posso...

Una Signora. Chiami almeno qualcuno..

Ragnar. (prova a chiamare) Che si è fatto...? Vive?

Una voce. (dal giardino) Il costruttore è morto.

Un’altra voce. (più vicina) La testa s’è fracellata. È caduto su d’un mucchio di pietre.

Hilda. (si volge a Ragnar e dice sottovoce) Non lo scorgo più lassù!...

Ragnar. Quale spavento, dunque gli è mancata la forza.

Hilda. Ma è arrivato fino in cima e ho sentito i canti di lassù, e suoni d’arpa. (sventola lo scialle in alto e grida con selvaggia tenerezza) Oh! il mio costruttore, il mio costruttore!

FINE.