ATTO PRIMO.
SCENA I.
(Camera da lavoro semplicemente addobbata nella casa del costruttore Solness. Una porta a due battenti, a sinistra conduce nell’anticamera; una porta a destra mette alle camere interne della casa; una porta aperta nella parete in fondo, alla stanza da disegno. Sul proscenio, a sinistra, una scrivania con libri, carte, lettere e l’occorrente per scrivere. Vicino alla porta una stufa. Nell’angolo di destra un divano, un tavolo e due sedie. Sul tavolo una bottiglia d’acqua e un bicchiere. Un tavolo più piccolo con seggiolone e poltrona a dondolo sul proscenio a destra. Lampade da lavoro accese sulla scrivania nella camera da disegno, sul tavolo d’angolo e sullo scrittoio. Nella stanza da disegno siedono Knut Brovik e suo figlio Ragnar, occupati in calcoli di costruzioni; presso lo scrittoio, nella camera da lavoro, Kaja Fosli sta sfogliando il libro mastro. Knut Brovik è un vecchio magro con barba e capelli bianchi, porta un vestito nero un po’ usato, ma pulito. Ha gli occhiali, cravatta bianca un po’ ingiallita. Ragnar Brovik è sulla trentina, biondo, veste bene, con portamento leggermente curvo. Kaja Fosli, è una fanciulla gracile, dall’aspetto delicato, sui vent’anni. Veste con cura; porta un para-occhi verde. Tutti e tre lavorano per un momento in silenzio.)
Knut Brovik. (si alza repentinamente, come angosciato, dal tavolo da disegno; respira affannosamente avanzandosi verso la porta aperta) In verità, non ne posso più.
Kaja. (avvicinandoglisi) Dunque, ti senti proprio male oggi, zio?
Brovik. Mi sembra che vada peggio di giorno in giorno.
Ragnar. (si è alzato e si avvicina) È meglio che tu vada a casa, caro babbo, e che cerchi di dormire un poco.
Brovik. (di cattivo umore) Andare a letto forse? Vuoi dunque che soffochi addirittura?
Kaja. Allora vai a fare una piccola passeggiata.
Ragnar. Sì, e se vuoi ti accompagnerò.
Brovik. (impetuoso) Non me ne vado se prima non viene qui. Oggi bisogna che alla fine gli parli schietto. Sì (con rabbia repressa) a lui, al principale.
Kaja. (ansiosa) No, zio, no. Aspetta ancora.
Ragnar. È meglio aspettare, babbo!
Brovik. (respira con affanno) Ah, ah! ho proprio tempo di aspettare a lungo io!
Kaja. (tendendo l’orecchio) Silenzio! eccolo, che sale le scale.... (ritornano tutti e tre al lavoro. Breve pausa). (Il costruttore Halvard Solness entra dall’anticamera. È un uomo piuttosto maturo d’anni, sano e robusto, con capelli tagliati corti e ricci, barba a pizzo e sopracciglia scure e folte. Porta una giacca grigia e verde, abbottonata, con collo dritto e larghi risvolti, ha in testa un cappello di feltro grigio, moscio e sotto il braccio un paio di mappe).
SCENA II. Detti e Solness.
Solness. (sulla soglia, indicando la stanza da disegno, sotto voce) Sono partiti?
Kaja. (sotto voce, scuotendo il capo) No. (depone il para-occhi. Solness attraversa la camera, butta il cappello sopra una sedia, mette la mappe sul tavolo presso il divano e si avvicina di nuovo allo scrittoio. Kaja scrive senza interrompersi, ma sembra nervosa, agitata).
Solness. (ad alta voce) Che cosa sta facendo lei, Signorina Fosli?
Kaja. (spaventata) Oh! non è che una cosa, che...
Solness. Mi lasci vedere, signorina; (si curva sopra di lei per guardare il libro e sussurra) Kaja?
Kaja. (scrivendo, sottovoce) Che cosa?
Solness. Perchè si toglie sempre il para-occhi quando io vengo?
Kaja. (come sopra) Ma, mi rende così brutta!
Solness. (sorridendo) E questo non lo vuole lei Kaja?
Kaja. (alzando gli occhi verso di lui) No, per tutto l’oro del mondo. No, ai suoi occhi.
Solness. (le passa leggermente la mano sui capelli) Povera piccina, povera Kaja.
Kaja. (abbassando la testa) Silenzio, possono sentire qui. (Solness va adagio verso destra, ritorna sui suoi passi e si ferma sulla porta della stanza da disegno)
Solness. C’è stato qualcuno a domandare di me?
Ragnar. (si alza) Sì; i giovani che vogliono far costruire il villino presso Lövstrand.
Solness. (borbottando) Quelli? Possono aspettare. Non ho ancora nessun progetto in mente.
Ragnar. (più vicino, alquanto esitante) Vorrebbero aver i disegni al più presto possibile.
Solness. (come sopra) Sicuro, questo lo vorrebbero tutti.
Brovik. (alza gli occhi) Sono ansiosi, dicevano, di abitare una casa propria!
Solness. Certo, certo, conosco queste cose. Prendano quel che trovano e come lo trovano. Si facciano costruire un alloggio, una specie di ricovero, ma non una casa. Lasciate che costoro si rivolgano a un altro. Diteglielo se ritornano.
Brovik (si alza gli occhiali sulla fronte e lo guarda meravigliato) Vuol cedere questo lavoro?
Solness. (impaziente) Sì, sì, sì, per Dio! Se assolutamente dev’essere... meglio così, che fabbricare in aria. (con vivacità) Perchè li conosco così poco ancora questa gente.
Brovik. È gente seria; Ragnar li conosce, frequenta la famiglia.
Solness. Seria, seria? Ma non intendo parlar di questo. Dio buono, nemmeno lei mi capisce dunque più, adesso? (con violenza) Non voglio aver da fare con stranieri che non conosco. Per mio conto lasciate che si rivolgano a chi vogliono!
Brovik. (si alza) Parla sul serio?
Solness. (brusco) Certo — Almeno per ora. (attraversa la stanza) (Brovik scambia un’occhiata con Ragnar che fa un gesto di diniego, poi va nell’anticamera)
Brovik. Mi permette dirle due parole?
Solness. Volentieri.
Brovik. (a Kaja) Ritirati nell’altra stanza.
Kaja. (nervosa) Ma...., no.... zio....
Brovik. Fa come ti ho detto, cara, e chiudi la porta. (Kaja va esitante nella stanza da disegno, guarda Solness ansiosa, con furtivo atto di preghiera e chiude la porta).
SCENA III. Brovik e Solness.
Brovik. (più calmo) Non voglio che i miei poveri ragazzi sappiano quanto sto male.
Solness. Lei ha infatti un aspetto molto abbattuto in questi giorni.
Brovik. Per me la sarà presto finita. Le forze diminuiscono di giorno in giorno...
Solness. Ma si sieda.
Brovik. Grazie.
Solness. (Gli avvicina un poco la poltrona) Qua, mi faccia il piacere. — Ebbene?
Brovik. (si è seduto con fatica) Si tratta di Ragnar. Che cosa intende fare di lui?
Solness. Vostro figlio naturalmente resta presso di me fin che vorrà.
Brovik. Ma è appunto questo che non vuole; egli non può più, così gli pare...
Solness. Ma non è pagato abbastanza qui? Però, se chiedesse di più, non sarei contrario....
Brovik. No, no. Non si tratta di questo. (impaziente) Ma bisogna pure che cominci una buona volta a lavorare per conto proprio, anche lui.
Solness. (senza guardarlo in viso) Crede che Ragnar abbia della capacità?
Brovik. Ecco la terribile questione, è ben questo che mi spaventa. Anch’io ho cominciato a dubitare del giovine. Infatti, non gli ha mai detto che... qualche parola incoraggiante. Eppure, talvolta mi sembra che abbia delle buone disposizioni.
Solness. Ma gli è che non ha imparato nulla, veramente a fondo, tranne del disegno.
Brovik. (lo guarda con segreto odio e dice con voce rauca) Anche lei non aveva imparato gran che dell’arte, quando era al mio servizio. Eppure lei andò innanzi (respira affannosamente) e riuscì ed ottenne più di me.... più di tanti d’altri.
Solness. Ma, così volle il mio destino.
Brovik. Ha ragione. La sorte le fu propizia. Ma per ciò appunto lei non può lasciarmi scendere nella tomba... senza che mi sia dato vedere ciò che vale Ragnar. E poi, vorrei vederli sposati... prima di lasciarli per sempre.
Solness. (ruvido) È lei che vuole forse così?
Brovik. Kaja non tanto, ma Ragnar ne parla sempre e con tutti. (semplicemente) Dovrebbe fargli avere qualche lavoro. Bisogna che io veda qualche cosa fatta da lui.
Solness. (irritato) Ma non posso, per Dio, trovargli le ordinazioni nella luna!
Brovik. Appunto ora potrebbe affidargli un importante lavoro.
Solness. (inquieto, sorpreso) A lui?
Brovik. Se volesse accordare il suo consenso.
Solness. E di che lavoro si tratta?
Brovik. (alquanto esitante) Lo incarichi della costruzione del villino, presso Lövstrand.
Solness. Quello? Ma quello lo costruirò io stesso.
Brovik. Se gliene manca la voglia.
Solness. (impetuoso) La voglia? A me? E chi l’ha detto?
Brovik. Lo disse lei, poco fa.
Solness. Non dia peso alle mie parole. E lei crede che Ragnar possa costruire il villino?
Brovik. Sì, egli conosce la famiglia. E poi per divertimento, ha fatto dei disegni, un preventivo e tutto quel che...
Solness. E sono contenti dei disegni?
Brovik. Sì, basterebbe che lei volesse rivederli ed approvarli.
Solness. Allora lascierebbero costruire la casa a Ragnar?
Brovik. Sono rimasti assai contenti delle sue idee: riuscirebbe una casa del tutto nuova, secondo loro.
Solness. Ah! nuova? Non di quel rancido ciarpame che soglio far io!
Brovik. Dicevan che riuscirebbe una casa peculiare.
Solness. (reprimendo la stizza) Ah! dunque erano venuti a cercare di Ragnar, qui... mentre io ero assente.
Brovik. Vennero per parlare con lei e per sentire se mai fosse disposto a rinunciare...
Solness. (impetuoso) Rinunciare io?
Brovik. Nel caso trovasse che i disegni di Ragnar...
Solness. Io! ritirarmi davanti a vostro figlio?
Brovik. Rinunciare al contratto.
Solness. Ma ciò è tutt’una. (ride amaramente) Dunque è così? Halvard Solness deve cominciare a ritirarsi per far posto ai più giovani, a dei ragazzi... far posto!... posto... posto...?
Brovik. Vi è posto, mi pare, per più di uno solo al mondo.
Solness. Tanto posto non ve n’è. In ogni modo io non mi ritirerò mai... almeno spontaneamente.
Brovik. (si alza faticosamente) Debbo dunque uscire da questo mondo senza speranza? senza conforto? Senza aver visto una sola opera di lui?
Solness. (voltandosi dall’altra parte) Uhm! non insista.
Brovik. Debbo uscire così miseramente da questa vita?
Solness. (sembra lottare con sè; finalmente dice con voce velata, ma ferma) Lei ha da lasciare la vita come meglio sa e può.
Brovik. E sia. (attraversa la stanza)
Solness. (avvicinandosi a Brovik commosso) Non posso fare altrimenti. Io sono quel che sono e non posso cambiarmi.
Brovik. No, no — lei non lo può (vacilla e si ferma presso la tavola vicino al divano) Mi permette di prendere un bicchiere d’acqua?
Solness. Prego... (versa l’acqua e gli porge il bicchiere)
Brovik. Grazie. (beve e ripone il bicchiere. Solness va ad aprire la porta della stanza da disegno)
SCENA IV. Detti e Ragnar.
Solness. Ragnar, accompagni a casa suo padre. (Ragnar si alza in fretta, e con Kaja entra nello studio)
Ragnar. Che cosa c’è babbo?
Brovik. Dammi il braccio e andiamo.
Ragnar. Sì, e tu pure Kaja, preparati.
Solness. La signorina Fosli deve restar qui ancora un momento; ha da scrivere una lettera.
Brovik. (guarda Solness) Buona notte. Dorma bene se lo può.
Solness. Buona notte. (Brovik e Ragnar escono per la porta dell’anticamera. Kaja va alla scrivania; Solness con la testa china, sta a destra su la poltrona)
SCENA V. Solness e Kaja.
Kaja. (incerta) È una lettera?
Solness. (breve) Ma che! (la guarda accigliato) Kaja!
Kaja. (impaurita, a mezza voce) Che cosa?
Solness. (con tono di comando) Mi venga vicino.
Kaja. (esitante) Eccomi.
Solness. (come sopra) Più vicino!
Kaja. (ubbidiente) Che vuole da me?
Solness. (la guarda un momento) Debbo ringraziarla di tuttociò?
Kaja. No, no, no, mi creda.
Solness. Sposare... lo vuole sposare?
Kaja. (adagio) Ragnar ed io siamo fidanzati da quattro.... cinque anni.... e quindi....
Solness. E quindi è necessario prendere una risoluzione. Non è così?
Kaja. Ragnar e lo zio dicono che io devo sottomettermi....
Solness. (più mite) Kaja, in fondo, in fondo, lei non vuole bene a Ragnar?
Kaja. Una volta gli volevo bene... molto bene... prima di venir in casa sua.
Solness. Ma ora non più?... affatto?
Kaja. (con passione congiungendo le mani) Ma lo sa che ora non amo che una sola persona; che non posso più voler bene a nessun’altro!
Solness. Sì e poi mi lascia, mi abbandona.
Kaja. Ma non posso restare presso di lei, se anche Ragnar?...
Solness. (con gesto di diniego) No, ciò è assolutamente impossibile. Se Ragnar si rende indipendente e comincia a lavorare da solo, avrà bisogno di lei.
Kaja. (torcendo le mani) Ah! ma crede ch’io possa separarmi da lei! È impossibile, assolutamente impossibile!
Solness. In tal caso procuri di distogliere Ragnar dalle sue sciocche idee. Lo sposi pure (cambia tono) intendo — faccia in modo che rimanga. Così potrò avere lei pure, cara Kaja.
Kaja. Ah! che bella cosa se si potesse fare così!
Solness. (prendendole con due mani la testa, sussurrando) Perchè non posso stare senza di lei, capisce! voglio averla vicina sempre, lei.
Kaja. (nervosamente ammaliata) Ah! mio Dio!
Solness. (la bacia) Kaja, Kaja.
Kaja. (si getta in ginocchio innanzi a lui) Oh! come è buono con me! come è buono!
SCENA VI. detti e la Signora Solness.
Solness. (violento) Si alzi, si alzi, viene gente, (lo aiuta ad alzarsi; essa vacillando va allo scrittoio. La Signora Solness entra dalla porta a destra. Ha l’aspetto macilento ed afflitto, con le tracce di una bellezza passata, riccioli biondi, elegante, tutta vestita di nero. Parla un po’ piano e con voce lamentosa).
Sig. Solness. (dalla porta) Halvard!
Solness. (si volta) Ah! sei tu, cara!...
Sig. Solness. (guardando Kaja) T’importuno, almeno pare.
Solness. Niente, affatto. La signorina Fosli deve scrivere una lettera.
Sig. Solness. Ah! sì, lo vedo bene.
Solness. Hai qualcosa da dirmi, Alina?
Sig. Solness. Volevo dirti solamente che c’è di là il Dott. Herdal e se vuoi vederlo...
Solness. (la guarda con sfiducia) Va bene. Ha bisogno urgente di parlare con me?
Sig. Solness. No. Egli è venuto soltanto a farmi visita e ne vorrebbe approfittare per salutarti.
Solness. (ride silenziosamente) Bene, bene. In tal caso pregalo di aspettare un poco.
Sig. Solness. (guardando di nuovo Kaja) Verrai un po’ più tardi, nevvero Halvard? (esce chiudendo la porta)
SCENA VII. Detti, meno la Signora Solness.
Kaja. (sottovoce) Oh, Dio! Dio! La signora certamente penserà male di me.
Solness. Ma che! neppur per sogno. In ogni modo non più del solito. Però, adesso, è meglio che lei se ne vada, Kaja.
Kaja. Sì, sì, subito.
Solness. (severo) E faccia in modo d’accontentarmi. Ha capito?
Kaja. Oh! se non dipendesse che da me...
Solness. Voglio tutto accomodato per domani.
Kaja. Se non si potrà fare altrimenti, la finirò con lui.
Solness. (con violenza) Finirla con lui, lei vorrebbe?....
Kaja. (disperata) Sì, piuttosto... Perchè io voglio restar presso di lei. Non me ne posso staccare.
Solness. (si alza) Ma per Dio, e Ragnar? Ma se è appunto per Ragnar che io...
Kaja. (lo guarda con occhi spaventati) Che cosa intende dire?... lei dunque vorrebbe col mio mezzo...
Solness. (si riprende) Ah! no, non ci badi. Mi sono spiegato male. (dolce e sottovoce) È lei solamente, lei, che voglio avere qui, da me, a preferenza di chiunque altro. Ed è perciò che lei deve persuadere Ragnar a restare nel suo impiego. Ma ora vada a casa.
Kaja. Sì, sì. Buona notte.
Solness. Buona notte. (trattenendola) Ah! mi dica, sono qui i disegni di Ragnar?
Kaja. Credo; non ho visto che li abbia portati con sè.
Solness. Vada di là e me li porti. Voglio esaminarli un poco.
Kaja. (lieta) Ah, sì, lo faccia.
Solness. Per far piacere a lei, cara Kaja.
Kaja. (Corre nella stanza da disegno, cerca ansiosa nel cassetto, ne estrae una cartella e gliela porta) Ecco qui tutti i disegni.
Solness. Bene, li metta sopra quel tavolo.
Kaja. (li depone) Buona notte dunque. (con atto di preghiera) E pensi a me con bontà e simpatia.
Solness. Ah! questo sempre. Buona notte, cara, piccola Kaja. (guarda di sbieco verso destra) S’affretti, è già tardi.
SCENA VIII. Detti, il Dottore Herdal e la Signora Solness.
(La signora Solness ed il Dottore Herdal entrano dalla porta di destra. Il Dottore è un uomo attempato, corpulento, dal viso rotondo e allegro, senza barba, ha capelli bianchi, porta gli occhiali d’oro).
Sig. Solness. (sulla porta aperta) Halvard, il dottore non può trattenersi più a lungo.
Solness. Allora entri, entri pure.
Sig. Solness. (a Kaja, che abbassa la lampada dello scrittoio) Ha già terminata la lettera, signorina?
Kaja. (confusa) La lettera?... Sì, era tanto breve!...
Sig. Solness. Infatti doveva essere molto breve, davvero.
Solness. Vi prego, signorina Fosli, di essere qui domattina per tempo.
Kaja. Va bene. Buona notte, signora. (esce per la porta dell’anticamera).
SCENA IX. Detti, meno Kaja.
Sig. Solness. Devi esser ben contento, Halvard, di quella signorina!
Solness. Certamente. Ella riesce in tutto.
Sig. Solness. Lo si vede.
Dott. Herdal. È abile nella contabilità?
Solness. Oh! ha acquistato molto in questi ultimi due anni. E poi è volonterosa e pronta a tutto quello che le si chiede.
Sig. Solness. Ed è questa una qualità importantissima e piacevole.
Solness. Certo; specialmente quando non si è avvezzi a trovarla in quelli che ci son vicini.
Sig. Solness. (con dolce rimprovero) Lo dici per me, Halvard?
Solness. No, no, cara Alina; scusami.
Sig. Solness. Non c’è di che. Dunque, signor Dottore, tornerà a prendere il the con noi?
Dott. Herdal. Verrò appena avrò finito di visitare i miei malati.
Sig. Solness. Ci conto (esce dalla porta a destra).
SCENA X. Detti, meno la Signora Solness.
Solness. Ha premura, Dottore?
Dott. Herdal. No, affatto.
Solness. Allora possiamo discorrere un poco insieme?
Dott. Herdal. Ben volontieri!
Solness. Sediamoci. (fa sedere il dottore sulla sedia a dondolo e prende posto nella poltrona)
Solness. (con lo sguardo penetrante) Ebbene, dica: ha osservato qualche cosa in Alina?
Dott. Herdal. Ora, mentre era qui?
Solness. Sì; non ha notato in lei qualche cosa?
Dott. Herdal. (sorride) Sì, per bacco, non può sfuggire a nessuno, che sua moglie... hem...
Solness. Ebbene?
Dott. Herdal. Che sua moglie non nutre molta simpatia per quella signorina Fosli.
Solness. Niente altro? Questo l’avevo osservato anch’io.
Dott. Herdal. E non credo ci sia da farne grandi meraviglie...
Solness. Di che cosa?
Dott. Herdal. Che essa non veda di buon occhio un’altra donna, che le sta vicino tutto il giorno.
Solness. Eh! forse lei ha ragione, ed anche Alina... Ma non si può fare altrimenti.
Dott. Herdal. Non potrebbe prendere un commesso?
Solness. Il primo venuto? Non saprei che farmene.
Dott. Herdal. Ma se sua moglie, debole com’è.... se non potesse continuare a sopportare...
Solness. E allora, tanto peggio. Kaja Fosli deve rimanere in casa mia... ho bisogno di lei, e nessun altro potrebbe prendere il suo posto.
Dott. Herdal. Nessun altro?
Solness. Nessun altro.
Dott. Herdal. (avvicinando la sedia a Solness) Senta, caro signor Solness, posso permettermi una domanda?
Solness. Dica pure.
Dott. Herdal. Le donne, vede, in certe cose hanno un odorato finissimo.
Solness. È vero... E così?
Dott. Herdal. Ora, se sua moglie non può proprio soffrire questa Kaja Fosli...?
Solness. Ebbene?
Dott. Herdal. Questa antipatia poi sarebbe veramente senza alcun motivo?
Solness. (lo guarda e si alza) Oh! oh!
Dott. Herdal. Non se l’abbia a male se insisto per voler sapere se questa antipatia sia giustificata.
Solness. (breve e deciso). No, è ingiustificata.
Dott. Herdal. Dunque non c’è la minima ragione?
Solness. No. In tutto questo non ci è che il carattere sospettoso di mia moglie.
Dott. Herdal. Io so che lei ha conosciute parecchie donne, caro Solness.
Solness. Non lo nego.
Dott. Herdal. Ed a qualcuna ha voluto molto bene.
Solness. Anche questo è vero.
Dott. Herdal. In questa faccenda della signorina Fosli... non ci sarebbe nulla?
Solness. No. Da parte mia, no...
Dott. Herdal. E da parte di lei?
Solness. Io credo, dottore, che lei non abbia alcun diritto di interrogarmi su questo.
Dott. Herdal. Parliamo dell’odorato di vostra moglie.
Solness. Sia. E quanto a questo... (abbassando la voce) Alina ha assai buon naso, come dice lei.
Dott. Herdal. Ebbene? Che le diceva io?
Solness. (siede) Dottor Herdal, le racconterò una storia strana. Vuol prestarmi attenzione?
Dott. Herdal. Ascolto volentieri le storie strane.
Solness. Si ricorderà forse che presi al mio servizio Knut Brovik e suo figlio, quando il vecchio si trovava assai a mal partito.
Dott. Herdal. Infatti ne ho inteso a parlare.
Solness. Sono due brave ed oneste persone, debbo convenire. Ma ecco che un giorno il giovane Brovik ha l’idea di fidanzarsi. Naturalmente non appena ammogliato incomincerebbe a lavorare da solo. I giovani hanno tutte le stesse aspirazioni.
Dott. Herdal. (ride) Hanno la mania di volersi sposare.
Solness. A me questo non converrebbe, perchè di Ragnar e di suo padre ho bisogno; sì, anche del vecchio. È ottimo nei calcoli sulle resistenze, sul volume e su tutte queste cose noiose.
Dott. Herdal. Eh! pur troppo ci vogliono anche queste.
Solness. Eh! sì. Ora Ragnar voleva cominciare a lavorare da solo ed io non potevo oppormi.
Dott. Herdal. Ma pure è rimasto con lei.
Solness. Ora sentirà. Un giorno Kaja Fosli venne a trovarli per un affare. Non c’era mai venuta prima. Quando m’accorsi che si amavano, mi venne un’idea. Se posso aver la ragazza, pensai, forse rimarrà anche Ragnar presso di me.
Dott. Herdal. Era un’idea buona.
Solness. Non dissi una parola in proposito, non feci che guardarla... e desiderai con forza di averla qui, vicino a me. Poi scambiai qualche parola con lei, amichevolmente.
Dott. Herdal. E dopo?
Solness. Il giorno dopo verso l’imbrunire, quando il vecchio Brovik e Ragnar erano già andati via, essa tornò, e mi parlò come se tra noi ci fosse stato un accordo.
Dott. Herdal. Un accordo? a proposito di che?
Solness. A proposito di quello che io avevo pensato. Eppure non una sola parola mi era sfuggita.
Dott. Herdal. È davvero strano!
Solness. Essa mi domandò quali sarebbero state le sue occupazioni e se poteva incominciare subito la mattina dopo.
Dott. Herdal. Non crede lei che lo abbia fatto allo scopo di stare col suo fidanzato?
Solness. Anche a me venne in mente questo, in principio; ma no, essa lo ha sfuggito sempre. Ho osservato che essa mi sente quando mi avvicino e che trema tutta appena la guardo. Che cosa ne dice lei?
Dott. Herdal. Hum! Si può spiegare facilmente.
Solness. Bene, ma il resto? La convinzione di aver sentito dalla mia bocca, ciò che io m’ero accontentato di pensare, di volere... in silenzio, da solo, nel mio interno; può spiegare anche questo, Dottor Herdal?
Dott. Herdal. Non mi credo capace di tanto.
Solness. Me lo figuravo; e per questo non ne ho mai parlato. Ma alla lunga mi pesa, capisce? È un delitto che commetto contro di lei, povera ragazza. (con violenza) Ma non posso altrimenti. Perchè se essa mi va via, perdo anche Ragnar.
Dott. Herdal. E questo non l’ha raccontato mai a sua moglie?
Solness. No!
Dott. Herdal. E perchè mai non lo fa?
Solness. (lo guarda fisso e dice con calma) Perchè mi sembra quasi d’impormi una giusta tortura, una tortura, in certo qual modo, benefica.
Dott. Herdal. (scuotendo il capo) Davvero, che non ci capisco niente.
Solness. Ma veda, in tal modo mi sembra di estinguere in parte, un debito che io ho verso mia moglie.
Dott. Herdal. Verso sua moglie?
Solness. Già, e ciò mi solleva un po’, mi pare quasi di respirare più liberamente.
Dott. Herdal. Lo sa Dio se ne capisco una sola parola...
Solness. (interrompendo bruscamente, torna ad alzarsi) Infatti è meglio che non ne parliamo più. (gira per la stanza, torna indietro e si ferma al tavolo, guarda il dottore sorridendo) Dica, Dottore. Lei ora crede di avermi condotto sulla via delle confessioni?
Dott. Herdal. (un po’ irritato) Confessioni? Eccomi da capo a non capire niente, signor Solness.
Solness. Ma parli pure liberamente, giacchè me ne sono accorto.
Dott. Herdal. Di che cosa si è accorto?
Solness. (con voce cupa, lentamente) Che lei viene spesso qui, per non perdermi di vista.
Dott. Herdal. Che? io? E perchè dovrei farlo?
Solness. Perchè mi crede... (accalorandosi) Perchè crede di me quello che crede anche Alina!
Dott. Herdal. Ma che cosa crede la signora?
Solness. (dominandosi) Essa comincia a credere che io sia... come devo dire... ammalato.
Dott. Herdal. Ammalato? Non me ne ha mai detto una parola, e di qual malattia, carissimo signor Solness?
Solness. (si curva sulla spalliera e mormora) Alina ha l’idea ch’io sia pazzo.
Dott. Herdal. (si alza) Ma mio caro signor Solness...
Solness. Per l’anima mia, le dico, che è... Dunque l’ha confidato anche a lei? Oh! l’assicuro, dottore, me ne sono accorto subito.
Dott. Herdal. (lo guarda maravigliato) Non mi è mai passata per la testa quest’idea, mai, signor Solness.
Solness. (con riso incredulo) Ah! davvero?
Dott. Herdal. No, mai! E certamente nemmeno a sua moglie. Le posso assicurare...
Solness. È inutile, tanto più che fino ad un certo punto potrebbe anche avere ragione.
Dott. Herdal. Ma per bacco, devo confessare...
Solness. (interrompendo una smorfia) Bene, caro dottore, finiamola. Il meglio è che ciascuno pensi quello che crede (si abbandona ad una silenziosa allegria) Ha capito dottore...?
Dott. Herdal. Che cosa?
Solness. Se lei... dunque, non crede ch’io sia... ammalato... squilibrato... pazzo.
Dott. Herdal. Perchè dovrei crederlo?
Solness. Lei crederà naturalmente che io sono un uomo molto felice?
Dott. Herdal. E perchè dovrei crederlo solamente?
Solness. (ridendo) Ah! ah! Le pare!... Solness, il costruttore Solness.... Halvard Solness...?
Dott. Herdal. Devo infatti convenire con tutti, che lei è stato favorito grandemente dalla fortuna.
Solness. (reprimendo un mesto sorriso) È vero, non posso lagnarmene.
Dott. Herdal. L’incendio di quel brutto castello fu una vera fortuna per lei.
Solness. (grave) Non dimentichi che per Alina quella fu la distruzione della casa paterna.
Dott. Herdal. Certo per sua moglie deve esser stato un gran dolore.
Solness. Per quanto siano passati dodici anni, essa ne risente ancora.
Dott. Herdal. Quello che ne seguì, fu certo per sua moglie il colpo più doloroso.
Solness. Furono i due colpi riuniti che l’hanno abbattuta.
Dott. Herdal. Ma la sua gloria comincia da quell’epoca. Dopo aver cominciato da povero garzone, eccola adesso il primo dell’arte sua. Davvero, signor Solness, si può dire che la fortuna le è stata propizia.
Solness. (lo guarda spaurito) Ed è appunto questo che mi tormenta tanto.
Dott. Herdal. La tormenta l’esser felice?
Solness. Io temo sempre... perchè bisogna pure che venga il momento della caduta.
Dott. Herdal. Ma che! chi potrebbe provocarla?
Solness. La gioventù.
Dott. Herdal. Puah! La gioventù? lei gode ancora un gran credito. Forse la sua gloria non fu mai così grande quanto adesso, nè mai così solidamente basata.
Solness. Verrà il momento della caduta. Lo vedo; sento che s’avvicina. Presto qualcuno comincerà a dirmi di ritirarmi. E poi, tutti gli altri mi grideranno: «Posto, posto, posto.» Vedrà, Dottore! Presto verrà la gioventù a bussare alla mia porta.
Dott. Herdal. (sorridendo) Ebbene, e poi?
Solness. E poi? sarà finita per il costruttore Solness. (si batte alla porta di sinistra) (trasalendo) Che cosa c’è? Ha intenso?
SCENA XI. Detti e Hilda.
Dott. Herdal. Qualcuno batte.
Solness. (forte) Avanti. (Hilda Wangel entra dalla porta dell’antisala. È di media statura, slanciata, di fattezze delicate, un po’ annerita dal sole. Porta un costume da touriste, veste un poco corta con colletto alla marinara, un cappello alla marinara in capo. Una piccola borsa a tracolla, un plaid in una cinghia, e un lungo bastone da alpinista.)
Hilda. (si avvicina a Solness con occhi raggianti di gioia) Buona sera.
Solness. (guardandola incerto) Buona sera.
Hilda. (ridendo) Mi par quasi che lei non si ricordi più di me.
Solness. No — debbo confessare davvero, che così, al momento...
Dott. Herdal. (s’avvicina) Ma la riconosco io, signorina.
Hilda. (allegramente) Come, è lei che...?
Dott. Herdal. Sicuro son io. (a Solness) Noi ci siamo conosciuti quest’estate, lassù, tra i monti. (a Hilda) Che ne è delle altre signorine?
Hilda. Esse hanno continuato il loro cammino verso l’Est.
Dott. Herdal. Esse saranno rimaste scandalizzate del baccano che abbiamo fatto quella sera.
Hilda. Lo credo bene.
Dott. Herdal. (minacciandola col dito) Confessi che lei ha fatto un po’ la civetta con noi!
Hilda. È più divertente che far la calzetta con le vecchie zie!
Dott. Herdal. Sono perfettamente d’accordo con lei.
Solness. È arrivata stasera?
Hilda. Sì, in questo momento.
Dott. Herdal. Tutta sola, signorina Wangel?
Hilda. Certo.
Solness. Wangel? si chiama Wangel?
Hilda. (guardandolo con comica meraviglia) Appunto, col suo permesso.
Solness. Sarebbe forse la figlia del medico del circondario di Lissanger?
Hilda. (come sopra) Ma di chi altro dovrei esser figlia?
Solness. Ah! allora ci siamo incontrati già lassù, l’estate in cui venni a costruire la torre per la vecchia chiesa.
Hilda. (più seria) Sì, fu proprio allora.
Solness. È già un bel pezzo.
Hilda. (lo guarda fisso) Dieci anni precisi!
Solness. Lei era una bambina.
Hilda. (leggermente) Oh! avevo dieci o dodici anni.
Dott. Herdal. È la prima volta che viene in città, signorina?
Hilda. Certamente.
Solness. E forse non conoscerà nessuno qui?
Hilda. Nessuno, fuorchè lei e sua moglie.
Solness. Ah! conosce anche mia moglie?
Hilda. Assai poco. Siamo state insieme alcuni giorni allo stabilimento in cui essa faceva la sua cura.
Solness. Ah! sui monti.
Hilda. Essa mi ha fatto promettere di venirla a trovare, se mi fossi recata in città. (sorridendo) Del resto non vi era bisogno che m’invitasse.
Solness. Mi stupisce che non me ne abbia detto mai nulla.
Hilda. (mette il bastone accanto alla stufa, si toglie la piccola borsa e la pone sul divano insieme al plaid. Il dottore si prova ad aiutarla. Solness la sta a guardare senza muoversi).
Hilda. (avvicinandosi a Solness) Molto bene. Adesso le domando di tenermi qui questa notte.
Solness. Con gran piacere.
Hilda. È che non ho che i vestiti che mi vede addosso e un po’ di biancheria nel mio zaino. Bisognerebbe anzi farla lavare.
Solness. Oh, sì, penseremo a tutto. Bisogna soltanto ch’io avverta mia moglie.
Dott. Herdal. Io intanto andrò a fare le mie visite.
Solness. Più tardi però tornerà.
Dott. Herdal. (guardando allegramente Hilda) Non dubiti. (ridendo) È stato proprio profeta, signor Solness!
Solness. Perchè?
Dott. Herdal. La gioventù è venuta a bussare alla sua porta.
Solness. (scherzando) Sì, ma io non l’intendevo così.
Dott. Herdal. Certo, senza dubbio! (via per la porta dell’antisala. Solness apre la porta a destra e chiama nella stanza vicina).
SCENA XII. Solness, Hilda, Signora Solness.
Solness. Alina! fammi il piacere di venire un momento qua. C’è la signorina Wangel che tu conosci. (La signora compare sulla porta).
Sig. Solness. Che cosa dici? (vedendo Hilda) Ah, è lei signorina? (le si avvicina e le dà la mano) Dunque è venuta ora?
Solness. La signorina Wangel è giunta in questo momento e desidera di trattenersi qui la notte.
Sig. Solness. Da noi? Ma ben volentieri.
Solness. Vorrebbe dare un po’ d’assetto alle sue cose, capisci.
Sig. Solness. Procurerò d’aiutarla meglio che so. È il meno che posso fare. Il suo baule, non è ancora arrivato?
Hilda. Non ho baule.
Sig. Solness. In qualche modo aggiusteremo, spero. Ma ora bisogna che lei si contenti della compagnia di mio marito. Vado a prepararle una camera.
Solness. Non potresti darle una delle stanze dei bambini? esse sono perfettamente in ordine.
Sig. Solness. Oh sì, c’è spazio a sufficienza. (a Hilda) Ora segga, signorina, e si riposi un poco. (esce da destra. Hilda con le mani dietro la schiena gira per la stanza, guardando qua e là. Solness in piedi, vicino al tavolo, con le mani pure dietro la schiena, la segue con lo sguardo).
SCENA XIII. Solness e Hilda.
Hilda. (si ferma e lo guarda) Ci son molte stanze per i bambini?
Solness. Tre.
Hilda. Allora avranno molti figliuoli?
Solness. No, non ne abbiamo. Per adesso farà lei da nostra figlia.
Hilda. Per stanotte, sì. E stia sicuro che non farò rumore: dormirò saporitamente.
Solness. Sarà molto stanca.
Hilda. Oh, no, ma ciò non m’impedisce.... È così bello sognare coricati nel proprio letto.
Solness. Sogna spesso lei?
Hilda. Sì, quasi sempre.
Solness. E che cosa sogna per lo più?
Hilda. Questo, stassera non lo dico. Un’altra volta... forse. (si rimette ad osservare per la stanza, poi si ferma alla sinistra e fruga un poco nei libri e nelle carte).
Solness. (s’avvicina) Cerca qualche cosa?
Hilda. No, guardo. (allontanandosi) Forse non è permesso?
Solness. Oh! prego.
Hilda. È lei che scrive in questo grosso registro?
Solness. No, la contabile.
Hilda. Una donna?
Solness. (ridendo) Sicuro.
Hilda. Una donna che sta qui con lei?
Solness. Sì.
Hilda. È maritata?
Solness. No, è una signorina.
Hilda. Ah! benissimo.
Solness. Ma probabilmente si sposerà fra poco.
Hilda. Tanto meglio per quella signorina!
Solness. Ma non per me, che non avrò più alcuno che mi aiuti.
Hilda. Non potrà trovarne un’altra?
Solness. Vorrebbe, forse, prendere lei il suo posto?
Hilda. (squadrandolo) Io? No, grazie. (va nuovamente su e giù per la stanza e si siede sulla sedia a dondolo; anche Solness va vicino al tavolo) (continuando) Perchè io ho ben altra cosa a fare. (lo guarda sorridendo) Non le pare anche lei?
Solness. Si capisce. Prima di tutto dovrà andare nei negozi per provvedersi...
Hilda. (allegramente) No, no, non lo potrei neppure.
Solness. Come?
Hilda. Sì, perchè ho speso tutto quanto avevo.
Solness. Dunque non ha nè baule, nè denaro.
Hilda. Ma non me ne importa. Per me è lo stesso, adesso.
Solness. Sa che mi piace lei?
Hilda. Solo questo?
Solness. Questo ed altro. (si siede sulla poltrona) Vive ancora suo padre?
Hilda. Sì, papà vive.
Solness. E forse lei sarà venuta per studiare qui?
Hilda. No; non ci penso nemmeno.
Solness. Ma vorrà trattenersi qualche tempo, non è vero?
Hilda. Dipende dalle circostanze (breve pausa, durante la quale Hilda continua a dondolarsi sulla sedia e guarda Solness tra il serio ed il faceto. Quindi si toglie il cappello e lo mette davanti a sè sul tavolo).
Hilda. Maestro Solness?
Solness. Ebbene?
Hilda. Lei dimentica facilmente, a quello che pare.
Solness. No, ch’io sappia.
Hilda. Allora non vuole che ritorniamo sul discorso di quel che avvenne lassù?
Solness. (con un moto di attenzione) Lassù a Lissanger? (indifferente) Bah! mi sembra che non ci sia molto da parlare.
Hilda. (lo guarda con aria di rimprovero) Ma che dice?
Solness. Ebbene! Me ne parli lei stessa.
Hilda. Quando la torre fu compiuta fu una gran festa in città.
Solness. Sì, quel giorno non lo dimenticherò mai.
Hilda. (sorride) Veramente? Questa è una gentilezza.
Solness. Una gentilezza?
Hilda. Innanzi alla chiesa suonava la banda e v’erano radunate molte centinaia di persone. Noi ragazze di scuola eravamo tutte vestite di bianco, ed ognuna di noi aveva in mano una banderuola.
Solness. Ah, sì! me ne ricordo!
Hilda. Poi lei, con piede fermo, salì sopra gl’impalcati fino alla cima. Teneva in mano una gran corona, che appese in alto, sul punto più elevato.
Solness. Era una mia abitudine, una vecchia tradizione.
Hilda. Impressionava di vederla così in alto: «Se cadesse il costruttore» si pensava.
Solness. (seccamente, per troncare il discorso) Sì, questo avrebbe anche potuto accadere, perchè una di quelle indiavolate ragazze vestite di bianco cominciò a urlarmi, fissandomi...
Hilda. (raggiante di gioia) «Evviva il costruttore Solness»? Oh, sì.
Solness. Ed agitò e sventolò la bandiera sì tanto, che poco mancò non mi cogliesse il capogiro.
Hilda. (sottovoce, seria) Quella ragazza indiavolata, ero io.
Solness. (la fissa con gli occhi sbarrati) Ora ne son certo. Deve essere stata proprio lei.
Hilda. (di nuovo con vivacità) Era uno spettacolo così bello, così emozionante! Non avrei mai creduto che in tutto il mondo esistesse un costruttore capace di costruire una torre così alta, e che io potessi vederlo lassù in alto... in carne ed ossa, senza provare il minimo capogiro. Ecco ciò che faceva girare la testa a quelli che guardavano.
Solness. E come mai sapeva lei....
Hilda. (con un gesto di denegazione) Oh! no! Me lo diceva l’animo mio. E altrimenti lei non sarebbe stato certo capace di cantare lassù.
Solness. (la guarda meravigliato) Cantare? io ho cantato?
Hilda. Sì, lei cantò.
Solness. (scuote la testa) Non ho mai cantato una nota in vita mia!
Hilda. Eppure, allora ha cantato! Sembrava che vi fossero delle arpe lassù.
Solness. (pensieroso). Tutto ciò è strano.
Hilda. (tace un poco guardandolo e dice con voce smorzata) Però l’essenziale è venuto dopo. (con vivacità) Ma questo non credo sia bisogno di ricordarglielo.
Solness. Eppure, se mi ricordasse un poco anche questo...?
Hilda. Non si ricorda del gran banchetto che le fu offerto al circolo?
Solness. Sì, è stato nello stesso pomeriggio, perchè la mattina dopo son partito.
Hilda. Dopo il circolo venne invitato alla sera in casa nostra.
Solness. Precisamente, signorina Wangel. È sorprendente come lei si ricordi di tutte queste inezie.
Hilda. Inezie? Ma lei è curioso; forse fu una inezia quella di trovarmi nella camera quando lei venne?
Solness. Era dunque lei?
Hilda. (senza rispondergli) Allora non mi chiamò: ragazza indiavolata.
Solness. No, mi sarei ben guardato.
Hilda. Mi disse ch’ero bella nel mio abito bianco e che sembravo una piccola principessa?
Solness. Ed era vero, signorina Wangel. E poi mi sentivo quel giorno così contento...
Hilda. E soggiunse ch’io dovevo diventare una vera principessa.
Solness. (ridendo) Anche questo dissi?
Hilda. Sì, l’ha detto. E quando domandai quanto tempo avrei dovuto aspettare, allora mi rispose che sarebbe tornato dopo dieci anni — come l’eroe della leggenda — per rapirmi, per portarmi in Ispagna o altrove. E mi promise di comperarmi là un regno.
Solness. (come sopra) Dopo un buon pranzo si è generosi. Ma ho detto veramente tutto questo?
Hilda. (ride) Sì, e nominò anche il regno.
Solness. Ed era?
Hilda. Doveva chiamarsi il Regno di melarancia.
Solness. Un nome appetitoso.
Hilda. A me però non piacque affatto. Mi sembrò che volesse prendersi giuoco di me, che volesse scherzare.
Solness. Questa non era la mia intenzione.
Hilda. E infatti non lo si poteva supporre dopo quello che fece poi.
Solness. Che diavolo ho fatto poi?
Hilda. Ha dimenticato anche questo! Eppure tali cose, mi pare, non si dovrebbero dimenticare mai.
Solness. Bene, bene; mi aiuti un po’, forse allora...
Hilda. (lo guarda fisso) Mi prese fra le sue braccia e mi baciò, signor Costruttore Solness.
Solness. (colla bocca spalancata e alzandosi) Io?
Hilda. Sì, lei. Mi strinse con ambe le braccia e mi rovesciò all’indietro e mi baciò, mi baciò molte volte.
Solness. Ma cara signorina Wangel!
Hilda. (si alza) Non vorrà negarlo, spero?
Solness. Oh! lo nego assolutamente.
Hilda. (lo guarda ironicamente) Ah sì? (si volta e si accosta piano alla stufa, dove si ferma, guardando nella direzione opposta a lui, e colle mani dietro la schiena. Breve pausa.)
Solness. (va con precauzione a mettersi vicino a lei) Signorina Wangel?
Hilda. (tace e non si muove)
Solness. Non stia immobile come una statua. Quel che ha raccontato lo deve aver sognato. (mette la mano sul braccio di lei) Ma senta dunque?
Hilda. (fa un movimento d’impazienza col braccio)
Solness. (come se gli balenasse un’idea) Eppure! Aspetti, aspetti. Qui c’è qualche cosa di più misterioso!
Hilda. (non si muove)
Solness. (a mezza voce, ma accentuando le parole) Debbo aver pensato a tutto questo. Debbo averlo voluto, desiderato. E allora? Non sarebbe per combinazione così?
Hilda. (continua a tacere)