WeRead Powered by ReaderPub
Il curato d'Orobio cover

Il curato d'Orobio

Chapter 10: IX.
Open in WeRead

About This Book

Un parroco di un paesino lombardo, don Cornelio, accompagna il giovane coadiutore don Luigi mentre torna da una lunga visita; è provato per la morte dell'amico e patrone conte Maurizio d'Orsenigo avvenuta otto giorni prima. La narrazione alterna i passi del cammino, i ricordi del passato politico e civile condiviso, e i dettagli della vita comunitaria: le soste alla taverna, i giocatori, i colleghi preti. Emergono temi di fedeltà, perdita, memoria e l'intreccio tra impegno civile e vita pastorale.

IX.

Donna Fulvia, dopo l’arrivo di Cristina, fu sottosopra non poco per parecchi giorni. Era a momenti tutta eccitata, poi cadeva sopraffatta e prostrata, nè più le bastavano i conforti del padre Felice. Si sarebbe detto che avesse accolto in casa, non un’innocente fanciulla d’Orobio, ma una selvaggia venuta di fresco dall’Africa. Il problema del rifare da capo un’educazione viziata, secondo lei, da chi sa quanti errori; il pensiero della sua pace perduta, e quello di mille guai immaginari, formavano insieme una fantasmagoria di cose, un incubo, che non le davan tregua, e che finivano per lo meno col darle l’emicrania, e col far correre una dozzina di volte al giorno la Cleofe, ch’era la cameriera, con tutte le boccettine della spezieria omeopatica di casa. Donna Fulvia, insomma, era persuasa che le fosse cascato il mondo addosso; e nel considerare la molteplicità dei problemi che le stavan dinanzi e la complicazione di ciascun d’essi, disperava per sè, e quindi per chississia, di trovarcene il bandolo.

Con sua grande sorpresa però, e quasi con un pochino di dispetto, dovette accorgersi, un paio di settimane dopo, che qualcuno di quei problemi, ai quali essa aveva appena osato pensare, o non comparivano, o si scioglievano da sè senza bisogno, quasi, di badarci. “Chi sa in seguito!„ le toccava già di dire; ma intanto in casa sua tutto andava liscio come prima. Cristina era contenta, anzi maravigliata di tutto. Abituata alla vita modesta e casalinga di campagna, cresciuta con le massime e le abitudini di suo padre, che erano semplici e austere, trovava, con molta compiacenza di donna Fulvia, che in casa della zia tutto era buono, tutto era bello, e che le distrazioni e i divertimenti erano fin troppi. I divertimenti consistevano in qualche trottata, in qualche giretto per i magazzini di mode con la marchesa, o in qualche lunga e sfarzosa funzione in Duomo, condottavi dalla zia. Ma per Cristina erano novità maravigliose anche queste; erano, ognuna, un divertimento. In cuor suo Cristina non aveva che un cruccio; quello che nessuno le parlava mai di suo padre; che nessuno pareva dividere il suo grande e recente dolore. Don Cornelio le aveva detto di certi dissapori che c’erano stati in famiglia, e a questo proposito le aveva raccomandata una gran prudenza, assicurandola che il tempo avrebbe portato un rimedio anche a ciò. Per cui Cristina teneva il suo doppio dolore tutto chiuso in sè stessa; e quando proprio non poteva più trattenere le lacrime, allora correva a nasconderle nella sua cameretta. Ma poi era così compresa di riconoscenza verso la zia, era così ferma nel proposito di ricambiare il bene ricevuto con qualunque sacrifizio, e nel mantenere questa sua promessa, questo suo giuramento, ci metteva così pienamente tutto il suo entusiasmo giovanile, che subito faceva forza a sè stessa; e ripensando fiduciosa alle raccomandazioni di don Cornelio, rinchiudeva gelosamente nell’animo ogni pensiero malinconico, ogni pensiero che pigliasse la strada de’ suoi monti. Tutto il suo impegno era quello di mostrarsi contenta, premurosa, riconoscente. Quando aveva detto a don Cornelio “glielo giuro„ s’era immaginata di dover compire subito qualcosa di eroico; ed ora, vedendo che il sacrifizio era quello di non scorrazzare per i campi, di vivere un pochino in soggezione, e di tener chiusi in sè stessa, per allora, il suo dolore e i suoi pensieri, le pareva quasi di non pagar per intero il benefizio ricevuto. Tra i suoi pensieri ce n’era pur uno recente, ma che ogni giorno si faceva più vivo, più assiduo, e le suscitava in secreto ora un’ansia penosa, ora una moltitudine vaga di gioie e di speranze. Era il pensiero d’Enrico. Ma questo pensiero, Cristina, non durava fatica a tenerlo celato perchè le faceva subito correr le fiamme al viso; essa non avrebbe voluto che se ne avvedesse alcuno, all’infuori, diceva, di don Cornelio... perchè anche don Cornelio voleva a lui tanto bene. E poi, sarebbe stato un peccato disturbare un così bel pensiero che ritornava ogni volta con una nuova e più cara speranza. “La zia, pensava Cristina, tra pochi mesi sarebbe andata a Orobio, ci sarebbe rimasta un pezzo, ci sarebbe tornato anche Enrico, la zia l’avrebbe conosciuto, gli avrebbe voluto bene... oh, n’era sicura!... e poi....„ E poi Cristina ripigliava la via dei sogni, dei bei sogni dorati.

Nell’animo di donna Fulvia, come abbiam detto, era andata formandosi, a poco a poco, una calma relativa, e quasi non ci rimaneva più che una sola cagione di dispiacere e di angustia: vogliam dire la bellezza di Cristina. Procurava ben essa di metterci sopra lo spegnitoio, tenendo con mano ferma la direzione del vestito e delle acconciature di Cristina, e correggendo a questo proposito prontamente le imprudenze di sua figlia Bianca; ma le misure, per quanto energiche, valevan poco. Donna Fulvia temeva ogni giorno più che il male fosse inguaribile; sicchè su questo punto continuava ad essere in allarme, e a consultarsi col padre Felice.

A donna Fulvia piaceva di parer piena di sopraccapi e di disgrazie; piaceva l’aver delle afflizioni da confidare, e su cui sfogarsi per essere compassionata e confortata. Una qualche afflizione trovava sempre modo d’averla. Non è a dire quindi quante lettere desolate avesse scritte a suo genero, il marchese Chiaravalle, ch’era a Roma, quando le capitò di dover ritirare Cristina in casa; ciò che per lei era stato un sopraccapo davvero. A quelle lettere il marchese aveva risposto con i soliti conforti e con i soliti complimenti, ch’erano il formulario, in questi casi, d’ogni sua lettera alla suocera. Ma poche settimane dopo, il marchese, con sua maraviglia, cominciò a ricevere dalla suocera qualche lettera in cui le afflizioni apparivano alquanto mitigate, ciò ch’era una gran novità; e n’ebbe fin una in cui Cristina era chiamata col nome di seconda figlia, preceduto da un semplice quasi. Fu allora che allo stupore del marchese tenne dietro subito un altro stupore non piccolo, quello di donna Fulvia, la quale a un tratto ricevette una lettera dal genero che la avvisava del suo ritorno prima del tempo fissato.

Il marchese Ettore Chiaravalle, prima del tempo fissato non tornava mai; specialmente, bisogna dirlo, quando viaggiava senza moglie e senza suocera. Egli non s’era deciso a prender moglie se non quando gli era proprio parso di non aver più nulla a chiedere alla propria libertà: allora s’era anche creduto rassegnato ai vari legami accessori che tengon dietro al legame indissolubile; aveva tutto preveduto, tutto calcolato; ma poi, a matrimonio fatto, s’era accorto che il conto non gli tornava esattamente. Gli mancava almeno un mesetto all’anno d’una boccata d’aria libera, di quella d’un tempo; e bisognava trovar modo di farcela stare. De’ pretesti dunque ce n’eran sempre: eran pretesti d’una evidenza e d’una serietà inappuntabili; pretesti preceduti da un consiglio chiesto alla suocera o da una confidenza fattale; pretesti, insomma, che ogni volta davan l’aria al marchese di partire a malincuore e pregato. Oltre il pretesto estivo d’una qualche bagnatura particolare, c’era quasi ogni anno un pretesto invernale, ch’era quello or d’un affare improvviso, or d’una visita a qualche cospicua famiglia o a qualche personaggio dei molti, coi quali il marchese era entrato in dimestichezza negli anni passati gironzellando per l’Italia e fuori. La dimestichezza coi personaggi, e soprattutto con certi personaggi, era ciò che toccava il cuore di donna Fulvia in un modo particolare, e che accresceva in lei il gran concetto in cui teneva suo genero. Figurarsi! saper suo genero amico e in corrispondenza diretta coi più rinomati campioni di quelle idee ch’erano le sole buone di questo mondo, le idee sue! Non è a dire dunque quanto donna Fulvia favorisse certi viaggetti e certe visite del marchese Ettore; e come questi non mancasse mai mai al suo ritorno di portare alla suocera una notizia, un consiglio, una parolina di quelle che consolavano per un pezzo, e che le davano presso parecchi una grande autorità. Lo zelo però del genero, e quello della suocera, non erano dello stesso conio. Sulla bandiera del marchese c’eran scritti, è vero, de’ principii molto severi, e c’eran tutte le buone massime d’un governo antico; ma a sè stesso poi aveva concesse tutte le franchigie e tutte le costituzioni moderne. Le massime d’un tempo le trovava d’un gusto più distinto, più elegante, perchè non erano del gusto dei più; ma nel seguirle non voleva noie, e non passava mai il limite de’ suoi comodi; perchè poi sul punto dello scomodarsi, o del seccarsi, egli non ammetteva transazioni. Così, quando gli fece comodo un bel giorno di prender moglie, aveva chiuso un occhio sul casato modesto del signor Sacchi, e guardato con l’altro la figlia unica di donna Fulvia; ed ora, se si scomodava a tornar da Roma prima del tempo fissato, era perchè gli tornava meno comoda questa comparsa di Cristina in casa, e ancor meno comodo quel nome di seconda figliola letto nelle lettere della suocera. Il marchese giustificò facilmente con sua moglie e con la suocera il suo improvviso ritorno; convenne subito con sua moglie che la cuginetta era tanto carina, e approvò sua suocera per quanto aveva fatto, lodando il suo atto generoso fino a commuoverla, che non era facile; poi prese a dichiararsi in famiglia il protettore di Cristina, e a tenerla allegra ogni tanto con qualche motto allegro o con qualche storiella, che, venuti da lui, eran lasciati passare con indulgenza e tolleranza anche da donna Fulvia. Ma non era tornato sol per questo, e non lasciò passare inoperoso il suo tempo. Quel mesetto rubato alle occupazioni dell’estero, come le chiamava lui, lo occupò ad osservare e a meditare in casa. E pare che in questi studi avesse a confidente e a guida il padre Felice, perchè non lo si era veduto mai prima tanto assiduo, tanto intimo con lui.

Era appunto passato un mese dopo il ritorno del marchese Ettore, quando una sera donna Fulvia, trovandosi sola col padre Felice, aveva avviato un lungo discorso a proposito di fanciulle, non sappiam bene se del Giappone o della China, per le quali trovava urgente un’Opera Pia che provvedesse ai loro onesti collocamenti. Il padre Felice era stato quella sera paziente e taciturno, anche più del solito, seguendo attentamente i discorsi di donna Fulvia, e manifestandole la sua piena approvazione con frequenti cenni del capo, intanto che gustava qualche presa di tabacco. Ma infine, come gli parve che l’argomento principale fosse esaurito, cominciò, pur seguendo sempre il filo del discorso, a ricondurre donna Fulvia a poco a poco in paesi più vicini. E donna Fulvia lo compiaceva alla sua volta con una deferenza, ch’era in ragione delle approvazioni avute poco prima.

— Donna Fulvia, può davvero dar consigli a tutti in proposito; — diceva il padre Felice continuando il discorso sull’argomento dei matrimoni. — Con quanta saviezza, con quanta ponderazione, non ha saputo combinare il matrimonio di sua figlia! con quanto tatto e con quanta fortuna ne ha combinati tant’altri! È una sapienza tutta sua.... se lo lasci dire perchè, lei lo sa, io parlo sempre franco, anche a costo di dispiacere.

Qui donna Fulvia, a confermare indirettamente quello che diceva il padre Felice, richiamò a proposito dei matrimoni fatti da lei, più d’una circostanza di quelle ripetute le mille volte, ma che don Felice ascoltò come gli fossero nuove.

— Ed ora, — continuò il padre Felice, — ora vedremo, m’immagino presto, una nuova prova di sapienza e di prudenza, quale nessuno saprebbe dare, a proposito d’un altro matrimonio.... Problema difficile! Il matrimonio.... lei mi capisce.... di Cristina....

Donna Fulvia trattenne a stento una esclamazione, e don Felice continuò:

— Oh che la sua modestia non s’offenda, ma a me par già di leggere nel di lei animo le profonde riflessioni da lei fatte sulla grave sua responsabilità, e le sapienti combinazioni che avrà già maturate! Oh io me le immagino, le veggo, e le ammiro! Qual complicazione di doveri che ben pochi comprenderebbero, quante difficoltà alle quali a quest’ora avrà felicemente pensato e provveduto! Oh ne vedremo i risultati ben presto!...

Donna Fulvia s’era fatta tutta rossa in viso, e senza quel preambolo si sarebbe rizzata di scatto anche dinanzi al padre Felice. Maritar Cristina? Una bagattella! Una cosa che non le era neanche passata per la mente! Altro che scattare! Ma quella complicazione di doveri e quella sapienza delle proprie risoluzioni, di cui le aveva parlato il padre Felice, l’avevano trattenuta, confusa, e riempita a un tempo di amor proprio e di curiosità. Aveva però dato un leggero sussulto quando udì la parola presto, che in fatto di matrimonio, per lei che s’era maritata dopo i trent’anni, suonava come un’eresia.

— Mi son permesso di dir presto, — continuò il padre Felice che s’era avveduto del movimento di donna Fulvia, — perchè parmi di avere indovinato anche questo suo desiderio. Donna Fulvia, ben giustamente non ama che le fanciulle si maritino troppo presto.... oh ne ha mille ragioni! guai, guai! Ma ci sono delle circostanze eccezionalissime in cui i doveri d’una madre, o di chi ne tiene il posto, suggeriscono ben diversamente. E questo è il caso. Oh sono anche in ciò pienamente d’accordo con lei. Ella ha compiuto un atto molto nobile e generoso quando, con grave sacrifizio, ha accomodate le sgraziate faccende del conte Maurizio, e ne ha raccolta in casa la figlia. Nella sua modestia ella dice di non aver compiuto che un dovere.... ma lasci che io l’ammiri!... e lasci pure ch’io la lodi altamente. Ma non meno altamente la lodo vedendo quanto ella senta un altro dovere, un dovere che va innanzi a tutti, rammentandosi cioè ch’ella ha una figlia sua, e che questa figlia ha un marito. È un gentiluomo perfetto il marito, chi non lo sa? Dalla sua bocca non uscirà mai una parola che accenni agli interessi di sua moglie, affinchè nessuno creda che li confonda coi propri, oh ne possiamo esser sicuri! Ma capisco, appunto per ciò, i doveri specialissimi di delicatezza di donna Fulvia. La delicatezza è molta nel marchese di Chiaravalle, ma non è sentita meno altamente nella casa dei conti d’Orsenigo!

Donna Fulvia che fino allora era stata combattuta tra l’impazienza e la riverenza verso il padre Felice, a quelle ultime parole fu vinta, e sentì salire fino agli occhi una fiamma d’entusiasmo ch’era, non lo sapeva bene, se per chi le parlava, o per sè stessa, alla quale erano attribuiti così nobili sentimenti. Chinò la testa in atto di ringraziare modestamente, e lasciò che il padre Felice continuasse, impaziente ora di sentire la fine.

— Donna Fulvia pensa, se ben m’appongo, — continuò il padre Felice, — che una dimora molto prolungata di Cristina in questa casa, possa far nascere delle aspettative fallaci, dico bene? e possa lasciar credere che donna Fulvia voglia, oltre il primo benefizio, farne degli altri; far ciò insomma ch’ella non deve, e non vuole. Una lunga dimora in casa creerebbe infatti nuovi e maggiori impegni, nuove responsabilità... E poi, non si sa mai quel che può nascere; quale indole, quali capricci possano svilupparsi nella fanciulla.... cosa possa succedere nella famiglia... insomma, donna Fulvia vuol prevedere! prevedere! Sono questi i pensieri di donna Fulvia, oh io glieli leggo in fronte! e quanto a me, li lodo e li applaudo proprio di cuore. Lei ha pienamente ragione; Cristina va maritata presto, il più presto possibile. Quanto al trovare uno sposo.... oh comprendo! questo è il pensiero che ancor trattiene donna Fulvia, e che la rende pensierosa, incerta... Quest’è infatti il punto più difficile.... ma a donna Fulvia, a donna Fulvia soltanto, riuscirà facile anche questo. Ella ha un tatto invidiabile nelle faccende delicate; sa trovare subito il bandolo, e allora il resto viene da sè. Cristina, naturalmente, non deve portar dote; ma è bene che ciò sia risaputo subito perchè non ci siano malintesi. Essa ha la dote d’un bel nome, il nome d’una famiglia tanto illustre; ed è la nipote d’una così gran dama.... oh è inutile! me lo lasci dire.... e vedrà quanti si faranno innanzi per incontrare un così gran parentado! Ma facciasi pure innanzi chicchessia, lo sposo deve essere cercato e trovato da lei, donna Fulvia, soltanto da lei.... in qualche famiglia delle nostre, s’intende, sia in Milano, sia in provincia.... ma scelto da lei.... Quando poi sia ben dichiarato che la sposa non porta dote, allora qualsiasi dono non farà che mettere in nuova luce la nota e splendida generosità di donna Fulvia.... Oh, ma cosa mai dico io adesso! Mi perdoni, m’imbarcavo in argomenti in cui io son profano, e lei è maestra.... E mi perdoni anche tutte queste mie chiacchiere.... ma ne incolpi la sua bontà, il mio interessamento per la famiglia.... e un po’ anche il mio amor proprio. Sì, anche questo. Le cose or dette io le vado indovinando, le vado leggendo da qualche tempo nel di lei animo, e il mio amor proprio non ha saputo resistere alla tentazione di farmi con lei vanaglorioso della mia perspicacia. Oh la vanagloriaccia!

Donna Fulvia rispose a mezza voce, e un poco imbarazzata, con qualche parola di ringraziamento e di complimento, col fare di chi si tiene in riserbo, ma non nega. Qua e là, e anche alla fine, avrebbe voluto venir fuori con qualche brava rimbeccata; ma quel discorso l’aveva a mano mano avvinta in certe spire da cui non aveva saputo svincolarsi. Per più giorni non ebbe altro per il capo, e fu di malumore e aspra più del solito; ma a poco a poco finì con l’entrare nelle idee del padre Felice, e col persuadersi anche che qualcuna di queste l’avesse proprio pensata lei. Da quel punto fu tutta in orgasmo a far combinazioni, a far progetti, a cercar nella sua mente lo sposo. E lo trovò. Sulle prime si tenne abbottonata anche con don Felice; e nel dirgli un giorno col fare misterioso che anche la scelta, quant’a lei, era bell’e fatta, gli domandava con compiacenza e con una certa ironia: — L’avrebbe per avventura indovinata anche questa, don Felice? — E don Felice col fare umile rispondeva: — Ho indovinato una volta, e basta. Non si burli, donna Fulvia, della mia vanagloria.