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Il curato d'Orobio cover

Il curato d'Orobio

Chapter 11: X.
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About This Book

Un parroco di un paesino lombardo, don Cornelio, accompagna il giovane coadiutore don Luigi mentre torna da una lunga visita; è provato per la morte dell'amico e patrone conte Maurizio d'Orsenigo avvenuta otto giorni prima. La narrazione alterna i passi del cammino, i ricordi del passato politico e civile condiviso, e i dettagli della vita comunitaria: le soste alla taverna, i giocatori, i colleghi preti. Emergono temi di fedeltà, perdita, memoria e l'intreccio tra impegno civile e vita pastorale.

X.

Durante l’estate il signor Valassina era venuto parecchie volte in Orobio. Poi c’era capitato un ingegnere; poi s’eran veduti degli operai del capoluogo della provincia, e s’era saputo finalmente che nel palazzo Orsenigo si facevano delle novità, delle grandi novità, per l’arrivo di donna Fulvia. Si diceva che donna Fulvia sarebbe venuta a passar l’autunno in Orobio, con Cristina, con tutta la famiglia, con molta servitù, e con molti invitati. Più d’una volta parecchi del paese, e anche don Cornelio, avevano osato fare qualche interrogazione al signor Valassina; il quale lasciava dire, lasciava credere, ma si teneva alquanto abbottonato; e s’era arrivati così ai primi di settembre, alla vigilia cioè dell’arrivo di donna Fulvia, senza che si sapesse nulla di preciso.

Il marchese Ettore e sua moglie avevano passato l’estate alle bagnature; e donna Fulvia, a seconda d’un disegno fatto già da due mesi, aveva aspettato che tornassero prima di andare a Orobio. Il disegno poi era di non ricondur subito Cristina nella casa paterna di Orobio, d’affidarla intanto a sua figlia Bianca perchè la tenesse con sè in una sua villa di Brianza, e di andare sola a Orobio per principiarvi ciò ch’essa chiamava la sua missione. Che missione dovesse essere la sua, precisamente non lo sapeva, ma era sicura che ce n’era una; e si accingeva a partire per Orobio come un missionario che va tra i selvaggi, disposta anche al martirio, ma non alla menoma contraddizione, s’intende. L’estate, donna Fulvia, lo aveva impiegato a dare le prime tinte e i necessari ritocchi a quell’abbozzo che aveva improvvisato nella sua mente, circa il matrimonio di Cristina, e di cui s’era vantata col padre Felice come di un disegno finito. Il concetto del disegno non era poi tanto peregrino; ma nella testa di donna Fulvia ogni più semplice idea diventava una matassa che la faceva sudare a dipanarla. Tra le sue conoscenze c’era la famiglia d’un certo barone Brocchetti, un ometto ricco e brutto, gran nemico del mondo e delle sue pompe, e devotissimo a donna Fulvia. Ogni tanto in casa Brocchetti veniva su, lungo lungo, come un asparagio, un baroncino con la faccia un po’ sciocca e con le orecchie a ventola. Di questi asparagi donna Fulvia ne aveva già colti due; e sotto i suoi auspici s’eran combinati due matrimoni. Ora ce n’era pronto un terzo, il quale veniva a taglio per Cristina. Il barone Brocchetti, ch’era ricco, per rendere più facilmente negoziabili i suoi Brocchettini aveva confidato a donna Fulvia che non avrebbe domandato un soldo di dote per le spose de’ suoi figli: e a donna Fulvia non era parso vero di mettere anche il matrimonio tra le Opere pie, e di avere sotto mano dei mariti di beneficenza.

Il mondo diceva che quei due primi matrimoni dei Brocchetti, fatti da lei, andavano a rotoli; ma essa li proclamava una perfezione, e il parer suo aveva sempre per lei una gran superiorità su quello degli altri. Tutto dunque la incoraggiava. E poi non l’aveva detto anche il padre Felice che il maritar Cristina senza dote era non solo un’idea luminosa, ma un dovere?

Quando donna Fulvia ruminava qualcosa di nuovo, i suoi di casa, e gli amici più familiari, lo capivan subito. E questa volta uno dei primi ad accorgersene fu appunto il barone Brocchetti; il quale, vedendosi per di più fatto segno di speciali attenzioni, si fece anch’esso a buon conto più assiduo, più devoto, più sviscerato con donna Fulvia. E donna Fulvia, vedendo quel raddoppiamento di devozione, si persuase tanto più della bontà del suo pensiero, e mostrandosi sempre più confidente col barone, cominciò a fargli degli elogi di Cristina, e a chiedergli conto spesso di quel caro giovanetto ch’era il suo terzo figliuolo. Al barone balenò alla fine l’istessa idea, ma non osò farci allusione conoscendo l’umor difficile di donna Fulvia. Questa poi un giorno, e fu la vigilia della sua partenza per Orobio, salutando il barone con espansione maggiore del solito, e stringendogli la mano, gli disse che maturava delle novità, “nè ci sarebbe da stupire, aveva soggiunto, se avessi al mio ritorno una confidenza da farle.„ Il barone aveva risposto con un inchino, e con un cenno umile del capo, come a dire che sarebbe sempre stato pronto all’ubbidienza.

In quei giorni anche don Cornelio aveva per il capo una novità, che gli faceva pensare tanto più all’avvenimento di cui si parlava da mattina a sera in Orobio, quello cioè del vicino arrivo di donna Fulvia. La novità era una lettera di Enrico; una lettera che aveva messo don Cornelio tutto in festa, e gli aveva dato una consolazione, un buon umore di quelli ch’egli non sapeva nascondere. E in fatti non aveva potuto far a meno di darla subito a leggere, quella lettera, alla sorella. Delle lettere, Enrico, dopo la sua partenza, ne aveva mandate a don Cornelio un subisso. Eran lettere tutte piene di buone notizie, di speranze, di progetti che maturavano; e se c’era qualche volta anche il suo po’ di mestizia, era di quella de’ suoi ventitrè anni, dietro il cui velo traspariva un bel sole lucente. Il nome di Cristina poi c’era sempre, messo lì come a caso, alle volte solo in un poscritto, alle volte anche cancellato; eran lettere d’amore insomma, ma con l’indirizzo a don Cornelio. Questa volta però c’era qualche cosa di più. Ma sentiamolo lui.

Stimatissimo e carissimo don Cornelio.

“Giorni sono sir Arturo, che è il figlio maggiore di sir James, mi disse: “Dunque, caro Enrico, tra un mese si va in Italia noi due; è un affare deciso.„ Credetti che scherzasse. Ma oggi sir James, lui stesso, il capo della casa, mi fece chiamare, mi confermò la notizia dicendomi di che cosa si tratta, e tracciandomi con poche parole, asciutte ma precise, i miei doveri. Gli avrei buttate le braccia al collo, tanto mi balzava il core per la consolazione. Ma sir James ha la faccia così severa! e poi, s’era rimessi subito gli occhiali, ed era tornato alla firma della corrispondenza. Uscii dal suo gabinetto, rosso in faccia come un cocomero, e mi sento ancora salir le fiamme in questo momento in cui le scrivo. È il primo minuto che m’ho di libertà in tutta la giornata, e prima di andar a desinare voglio proprio scriverle, mio caro, mio buon don Cornelio, tutto quello che m’ha detto sir James. La mia carriera è assicurata; la meta è raggiunta, o dirò meglio è oltrepassata perchè non avevo mai sperato tanto. I miei sogni.... oh don Cornelio, mi permetta che dica il mio bel sogno! il sogno che m’ho dinanzi giorno e notte, ora potrà diventare una realtà. Io non le osavo prima d’ora parlar di Cristina che timidamente, e forse lei non sa quanto l’ami. Le dissi è vero, l’ultima volta che fui a Orobio, che io amavo Cristina, ma non seppi dirle tutta l’immensità del mio affetto. Oh io l’amo molto di più! Ora ho il coraggio di dirglielo, e non già perchè glielo dico da lontano e mentre lei non mi guarda.... ma perchè ora posso confessare l’amor mio apertamente, ma perchè ora Cristina potrà diventar mia!

“Mia!... E Cristina lo vorrà?... Questo è il solo dubbio che turba tutta la mia contentezza. Ma poi penso, io ho un amico. C’è don Cornelio! don Cornelio saprà dire a Cristina quanto sia grande il mio affetto, quanto la voglio render felice.... le saprà rendere più accetto il mio desiderio in nome d’un desiderio che le sarà sacro. Oh se sapesse, don Cornelio, quale dolce commozione, quanto conforto, quanta forza, lei m’ha dato il giorno in cui mi confidava che il conte Maurizio, il mio secondo padre, m’avrebbe volontieri affidata per sempre la sua Cristina! Mi ripeta, mi ripeta quelle parole.... oh don Cornelio! le ripeta, le ripeta ora anche a Cristina!

“Io voglio sperare che sarà contenta anche la signora zia di Cristina, dopo che lei le avrà parlato, e l’avrà assicurata che io posso offrire a sua nipote un avvenire buono e sicuro.

“Oh quante cose deve fare don Cornelio per me! Io non riuscirei forse da solo a farne neppur una. Ma lei ha il cuore così grande!

“Mi scriva, mi consigli, mi diriga. La stringo al cuore stretto stretto, anzi le salto al collo come quando ero fanciullo, e le mando tanti baci.

“Ora aspetterò una sua lettera, e m’ho già la febbre dell’impazienza addosso.

“Mi saluti tanto tanto la signora Angelica. Le dica che mi ricordo sempre di lei.... poi le faccia indovinare la buona notizia. Ne avrà un gran piacere di sicuro, perchè è tanto buona, e poi mi vuol bene, e ne vuole tanto a Cristina.

“Il suo Enrico.„

PS. Oh don Cornelio, mi perdoni! m’accorgo rileggendo la lettera che ho dimenticato di scriverle le parole che mi ha dette sir James. Gliele scriverò domani tutte, fino ad una; le ho così impresse che non scappano. Intanto le dirò in fretta di che cosa si tratta. La Casa vuole allargare in Italia i suoi traffici, e vi manda sir Arturo in missione per un anno. Io lo devo accompagnare, e dopo un anno mi sarà affidata la rappresentanza della Casa in Italia. Avrò uno stipendio di 400 sterline; e più tardi, se me lo saprò meritare, anche un tanto nei guadagni. Mi par di sognare. Ma son desto, e come son desto! E Ugolino? Mille carezze anche a Ugolino.„

Dopo la lettura di questa lettera, don Cornelio s’era stropicciati gli occhi per accertarsi d’esser desto anche lui. Poi s’era lasciato andare alla più schietta allegria; aveva chiamata la sorella, aveva riletta la lettera a voce alta, facendo ora una esclamazione, ora un commento, e poco era mancato che non ne facesse parte a tutti gli amici del paese. Poi, riflettutoci un po’, aveva persuaso la sorella, la quale scoppiava dalla consolazione, che bisognava lasciar maturare le cose, che bisognava aspettar l’arrivo di donna Fulvia, di Cristina, e fors’anche quello d’Enrico, e che per il momento non si doveva far parola della lettera con nessuno. Poi quel giorno stesso aveva risposto a Enrico congratulandosi con lui; assicurandolo che avrebbe fatto dal canto suo quanto si poteva, ingiungendogli però di non far nulla, ogni volta che si trattava di Cristina, senza avernelo consultato; e raccomandandogli infine di condursi con calma e con circospezione, e di tener tutta per sè fino al momento opportuno la sua giustissima allegrezza.

All’allegrezza intanto don Cornelio aveva lasciato libero il corso per conto proprio; cosa che faceva stupire grandemente il sindaco, il quale non comprendendo la ragione di quell’improvvisa allegria, aggrottava le ciglia e gli borbottava:

— È per la venuta di donna Fulvia che lei si frega le mani?

— E perchè no! — rispondeva don Cornelio.

— Vedrà, vedrà! ho già le mie informazioni io!... una vecchiaccia aristocratica.

— Del bene però ne ha fatto. E poi vien Cristina.... la rivedo tanto volontieri quella buona figliola!

Anche la signora Angelica non sapeva star nella pelle. “Cos’ha la signora Angelica?„ domandava la gente del paese, e tutti le si facevan d’attorno. “Viene Cristina, viene Cristina!„ rispondeva la signora Angelica, e poi fuggiva per non esser costretta a dire di più.

Venne finalmente il giorno dell’arrivo di donna Fulvia. A Orobio non s’era venuto a saperlo di preciso che il giorno innanzi; e c’eran stati, a questo proposito, discussioni, dispiaceri, capannelli, e chiacchiere da non finirla più. Che si dovesse fare a donna Fulvia un ricevimento coi fiocchi, lo dicevan tutti; bisognava dimostrarle riconoscenza pei benefici fatti, tanto più che ne poteva fare degli altri. Ma poi chi voleva la banda, chi le campane, chi i mortaletti, e chi non voleva niente di tutto ciò. Questi ultimi, ch’erano i lettori d’un giornaletto arrabbiato della provincia, avrebbero pur voluto un ricevimento solenne, ma fatto in modo, se si poteva, che nessuno se n’accorgesse. La conclusione fu che non si fece nulla. Quando donna Fulvia arrivò, c’eran per strada molti curiosi a vederla passare, e tre o quattro meglio vestiti, con don Cornelio alla testa, ad aspettarla sotto il portico del palazzo. Il sindaco non s’era lasciato vedere; e lo speziale, dopo averci pensato un poco, s’era deciso d’andarci, ma in modo da arrivare quando gli altri ne ritornavano.

Arrivata la carrozza, e aperto lo sportello dal servitore sceso di cassetta, uscì per il primo il signor Valassina, poi la cameriera con in braccio Fleurette, e per ultima scese donna Fulvia. Don Cornelio allungò il collo cercando con gli occhi Cristina, ma Cristina non c’era.

Donna Fulvia aveva l’aria di malumore, era stanca, accaldata. Don Cornelio, ch’era rimasto a un tratto mortificato e un po’ con la faccia lunga, cominciò a biascicare qualche parola di complimento; ma donna Fulvia non si diede gran premura d’ascoltare perchè era intenta a far levare dalla carrozza un monte di scialli, di borsettine, e di sacchette. Don Cornelio stava per ricominciare il suo complimento, quando si sentirono tutt’a un tratto dei guaiti acuti di Fleurette che faceva caino, caino, scappando affannosamente. Cos’era, cos’era stato? Fleurette, appena fuori di carrozza, aveva adocchiato nella corte Ugolino, venuto anch’esso al ricevimento dietro don Cornelio, e gli si era fatta vicina ringhiando. Ugolino che non era in vena di galanterie, aveva risposto con una mossa come di chi volta le spalle, e Fleurette se n’era approfittata per addentargli la coda. Ugolino non era un accattabrighe, ma, per l’onor dei cani del paese, non tollerava scherzi, specialmente da cani forestieri. Si pensi quindi che pettinata era toccata a Fleurette. Donna Fulvia, la cameriera, il servitore, furono addosso in un attimo al povero Ugolino, il quale fu appena in tempo di raccomandarsi alle gambe e di infilare la porta.

— Ne ho già visti tre o quattro di questi cagnacci, nell’attraversare il paese! — esclamò donna Fulvia in tuono arrabbiato e secco. — Ma saprò dare i miei ordini. Cani per le strade non se ne devono veder più!

La missione di donna Fulvia era incominciata.

Don Cornelio non osò prender le difese di Ugolino per non confessarsi in quel momento conoscente del reo; fece i suoi saluti, che furono ricambiati da donna Fulvia con una cortesia un poco asciutta e rannuvolata; poi lui, e quei quattro che aveva in compagnia, rifecero i loro inchini, impacciati più di prima, e si accomiatarono.

La signora Angelica, ch’era venuta fino al portone del palazzo per aver più presto le nuove di Cristina, e anche con la speranza in cuor suo di vederla, si fece subito incontro al fratello.

— E Cristina? Cristina?

— Cristina.... non c’è.... per ora.... — rispose don Cornelio un po’ distratto e imbarazzato avviandosi verso casa.

— Ma come! Ma perchè non è venuta?... Dite su, e verrà presto? Cosa v’ha detto donna Fulvia?...

— Oh, quante domande!... Sicuro che Cristina dovrà ben venire, fors’anche presto.... ma poi non ho avuto il tempo, lì per lì, di far tante chiacchiere con donna Fulvia.

— Oh che benedett’uomo che siete voi alle volte....

— E che benedetta donna che siete anche voi! Donna Fulvia era stanca.... da non poterne più, e volevate che la tenessi lì, in corte per un’ora, e la sottoponessi a un interrogatorio? Un po’ di discrezione, un po’ di creanza la ci vuole! Donna Fulvia poi non riparte domattina. C’è tempo da domandargliene delle cose!

Angelica tacque, ma non pareva troppo persuasa.

— Oh, a proposito, — riprese — cos’è successo? Ho visto Ugolino scappar fuori dal portone, e via di gambe senza darmi retta...

Ugolino è un asino!

— Oh cos’ha fatto?

— Mi va ad abbaruffarsi con la cagnolina di donna Fulvia. Domando io se quello era il momento! se c’è prudenza, se c’è criterio!

— La colpa non sarà sua, ne son sicura, perchè l’ho visto in tante circostanze.

— Intanto per un po’ di giorni il signor Ugolino se ne starà in casa. Badateci bene anche voi!

— Oh, ma questa poi è un’esagerazione! — osò dire Angelica facendosi tutta rossa.

— So io quel che mi dico... una ragazzata la si compatisce... ma questa volta me l’ha fatta grossa....

— Oh don Cornelio già di ritorno! — esclamava intanto il farmacista facendosegli incontro. — M’avviavo appunto per presentare, unitamente a lei, i miei omaggi alla signora donna Fulvia.

— Sarà per un’altra volta.

— Oh certamente.... e che cosa le ha detto donna Fulvia?

— Tanti saluti a tutti, tanti saluti. — Ed entrò in casa, intanto che il farmacista stava pensando un’altra domanda.