XI.
Per diversi giorni donna Fulvia stette rinchiusa in casa, e non volle veder nessuno. A chi veniva per ossequiarla faceva dire che gli avrebbe ricevuti poi a suo tempo, e che anzi, venendo quando l’avrebbe detto lei, le avrebbero fatto anche un piacere maggiore.
I più curiosi avevan cercato di spiarla quand’era in chiesa; ma in chiesa donna Fulvia ci stava con tanta umiltà, e in un posto così separato e distinto da tutti, che non era stato possibile a nessuno di vederla in faccia.
Il signor Valassina invece, s’era dato nel frattempo molto d’attorno cercando di veder tutto, di parlare di tutto, e di sapere i fatti di tutti, con l’aria di confidare i propri. Nè si era accontentato di Orobio; col pretesto degli affari di donna Fulvia, in pochi giorni egli aveva fatto conoscenza anche con moltissimi dei paesi vicini, e s’intende, gli aveva fatti cantar tutti; in modo, ch’ebbe subito pronta tutta la messe che occorreva per il vaglio di donna Fulvia. Fra le conoscenze fatte c’era stata anche quella di don Innocente; ed anzi, siccome era stato uno dei principali somministratori della messe, così ne lo aveva ricambiato con una pronta amicizia e con una special protezione.
Finalmente un bel giorno fu annunziato che donna Fulvia si sarebbe compiaciuta di ricevere le persone principali del paese, e che dava principio ai ricevimenti. A tale notizia non è a dire come don Cornelio si mettesse in movimento. Gli premeva che donna Fulvia fosse di buon umore, che pigliasse ad amare il paese, che vi soggiornasse lungamente, e vi continuasse, come un tempo, l’opera benefica del povero conte Maurizio. Con la sua pazienza e con la sua bonarietà don Cornelio otteneva quel che voleva, e così ottenne che andassero da donna Fulvia anche i più ruvidi, anche il sindaco; e che più d’uno di tanto in tanto lasciasse la mezzetta dell’osteria per l’acqua cedrata di donna Fulvia.
Per tre o quattro settimane le cose non andarono male. Ogni sera in casa di donna Fulvia, c’era la partita a tarocchi, e ogni domenica un pranzetto. Gli ospiti di solito erano don Cornelio e il suo coadiutore, il sindaco, il dottore, lo speziale e diversi preti dei paesi vicini che mano mano andavan crescendo in numero. Il più assiduo era don Innocente. Una certa soggezione li teneva tutti in riga; parlavan quindi pochissimo; e questo è già un buon mezzo per andar d’accordo. Donna Fulvia, un po’ perchè li voleva studiare a uno a uno, un po’ perchè si compiaceva a vederli così ossequiosi e deferenti, s’era tenuta nei primi tempi in un certo riserbo benevolo, che in quella prima luna di miele, bastava per addolcire i commenti. Don Cornelio ne gioiva tutto. Egli s’era ben accorto, fin dalla prima volta che l’aveva veduta, con che caratteruccio caustico avrebbe avuto a che fare, e n’era rimasto tutto conturbato e pieno in cuor suo di dubbi e di malinconia; ora però cominciava a sperare. Sperava che fosse facile ammansirla, e cavarne qualche buon frutto, come gli era riuscito con altre piante spinose.
Ma, a poco a poco, al tavolino de’ tarocchi, e in fin di tavola, dopo un buon pranzo, le lingue incominciarono a sciogliersi un po’ di più, e incominciarono anche i primi guai. Alcune prime lezioncine, bruschette, s’intende, donna Fulvia principiò a darle al coadiutore di don Cornelio, ch’era anche il più giovane e il più timido di tutti; forse per educarlo a modo suo, o fors’anche volendo “dire a nuora perchè suocera intenda.„ La suocera in questo caso era don Cornelio. Una sera il povero don Luigi, avendogli qualcun domandato: “Ebbene, che novità ci sono?„ s’era messo a ripetere una poca novità pescata in un giornaletto della provincia che non era quello della Curia. Donna Fulvia non lo lasciò neanche finire.
— Come! don Luigi, — gli disse seccamente, — lei si dà alla lettura d’una gazzetta qualsiasi? Non sa quali sono i giornali che lei deve leggere?
Il medico, che stava giocando al tavolino, credendo sulle prime che donna Fulvia scherzasse:
— Ma come? — soggiunse con affettazione, — lei legge altri giornali, e non solamente quello di don Ammazzasette?
— Ma dottore! — saltò su don Cornelio, — badi al gioco.... cosa mi fa? non ha veduto che chiamavo tarocchi? — e facendo la voce grossa cercò di sviare il temporale.
— Sciocchezze! — saltò su donna Fulvia interrompendo il dottore; e fu il primo lampo.
Allora il dottore piccato, cominciò quietamente, tra una giuocata e l’altra, a far la storia di don Ammazzasette, come lo chiamavano, il quale era un prete già professore, che, dopo molte peripezie, aveva mutato di diocesi e di provincia, e s’era fatto giornalista intransigente nel capoluogo di quella valle.
Che donna Fulvia avesse intanto i nervi in burrasca si capiva da alcune contrazioni della bocca ch’eran di solito foriere d’uno scroscio. Ma la tratteneva una certa soggezione in cui era ancora col dottore; e tutta contegnosa e silenziosa fingeva di non udire, e non levava gli occhi dalle carte. Di tanto in tanto però scattava.
— Cose che si contan nelle bettole! — saltò su a un tratto.
— Scusi, interruppe il sindaco, tutti ne parlano. Io, per esempio, queste cose le ho risapute anche da qualche buon prete, all’orecchio, s’intende, perchè don Ammazzasette li fa tremar tutti; ma poi un poveraccio, quand’è stanco di accuse, di fulmini, di predicozzi, di semestri d’abbonamento, di collette e di oboli, versati a furia di rappezzi sulle brache.... allora qualcosa mormora, il poveraccio! Mormora dell’esattore.... e anche di don Ammazzasette.... è naturale! Tanto più che non è certo costui quello che gli insegni precisamente l’indulgenza per il prossimo.
Don Cornelio cercava di interrompere ora l’uno ora l’altro ma non c’era modo. Il dottore era piccato, e tirava innanzi impassibile e con tutta flemma.
— No, davvero, non son gli articoli del suo giornale che insegnino nè l’amor del prossimo, nè la carità, nè il perdono....
— Ma che ci ha a che fare tutto ciò coi giornali? — esclamò con impazienza donna Fulvia.
— Pochissimo di solito, ne convengo; ma un pochino forse di queste virtù cristiane non sarebbero fuori di posto anche in un giornale, quando il giornale dice di essere cristiano cattolico per eccellenza.
— Lasci, lasci queste cose, signor dottore, a chi se ne intende.
— Oh io non ho questa pretesa, anzi non me ne intendo affatto; ma come metterebbe lei d’accordo gli articoli di don Ammazzasette, e di altri suoi colleghi, con quegli ammaestramenti che dicono: “offrite la guancia al percotitore.... scagli la prima pietra chi....„
— Quelli erano altri tempi!
— Precisamente. E ciò che concludo anch’io, — disse con ironia il dottore, e poi si tacque.
Dopo quella partita non se ne fecero altre. La conversazione rimase arenata, e, dopo un silenzio lunghetto e dei saluti fredducci, la serata finì mandandoli tutti a letto di malumore.
— E voi, Cleofe, ricordatevi di non ammalarvi in questo paese, — diceva poco dopo donna Fulvia alla cameriera, intanto che questa le levava le due coppie di ricci, e le presentava la cuffia da notte. — C’è un medico al quale non darei da curare il gatto.
Donna Fulvia fu per parecchi giorni arrabbiata anche con sè stessa per non aver risposto al dottore, quella sera, come avrebbe voluto. Gliene veniva in mente ogni tratto una più salata dell’altra, ma era tardi. Pensò di metterle in serbo per la prima occasione; ma poi, per non tenersele troppo, finì col regalarle ad altri, perchè il dottore per un gran pezzo non si lasciò più vedere.
Una buona dose di quelle bottate cominciò a sfogarle col sindaco e con lo speziale, coi quali si sentiva meno in soggezione. E l’uno e l’altro, condotti da don Cornelio, si trovavano una sera a conversazione nel suo salotto, dove c’erano anche don Innocente ed altri personaggi del paese, di quelli che non parlano. Lo speziale era in vena di discorrere. Quando si trovava con persone nuove lo speziale amava farsi conoscere come uomo dotto; amava lasciar capire che c’era in lui una certa superiorità; ch’era uomo di scienza; ch’era anche filosofo se occorreva; e che nella scienza e nella filosofia poi sapeva avere delle idee arditissime; che sapeva persino essere all’occorrenza un libero pensatore, come si direbbe. Non che lo fosse: alle funzioni della parrocchia, ci andava è vero con l’aria di fare un favore a Domeneddio, ma ci andava sempre.
— Che ne pare, a donna Fulvia, di questi paesi? — aveva cominciato lo speziale. — Cosa ne dice di questo nostro Orobio?
— Fin ora non ne dico niente — aveva risposto donna Fulvia.
— Capisco, le mancano i dati statistico-morali; ma non le sarà malagevole l’averne qualche idea sintetica, come diciamo noi, se vorrà percorrere meco....
— Tante grazie, non s’incomodi.
— È un pezzo che io le vado studiando queste popolazioni, che le analizzo, come diciamo noi.... Io le credo le vere discendenti dei Cenomani; ne hanno tutti i caratteri. Intelligenza pronta, riflessiva, spirito analitico, disposizione alle scienze positive.... insomma siamo Cenomani! Basta osservare le nostre scuole.... Coraggio, caro sindaco! aumentate le nostre scuole, raddoppiatele, ve lo dico sempre!
— Non le abbiam forse raddoppiate da un pezzo? — saltò su il sindaco.
— Sta bene, ma avanti, e sempre avanti! Sono incommensurabili i frutti che si possono cavare dalle nostre popolazioni fortemente istruite! Ma bisogna che l’istruzione sia scevra di pregiudizi, che sia filosofica, positiva. Allora avremo delle masse illuminate, robuste; avremo delle masse....
— Avrete una massa d’asini più di prima! una massa di prosuntuosi, e di petulanti! — esclamò, interrompendolo, donna Fulvia che incominciava a perdere la pazienza.
— Benissimo! Dice bene la signora contessa! Proprio così! — esclamò anche don Innocente, fregandosi le mani.
Lo speziale e il sindaco si voltarono verso quest’ultimo come due basilischi, e stavano per ripicchiare su lui la botta di donna Fulvia. Ma intervenne a tempo don Cornelio, il quale un po’ canzonando in bella maniera lo speziale, un po’ interpretando benignamente le diverse opinioni, rimise per un momento la conversazione in carreggiata, e riuscì a far parlare delle sue scuole il sindaco, il quale ne era molto glorioso. Il sindaco fece la sua narrazione, un po’ lunghetta, non ommettendo qua e là, con una certa modestia, di far cenno degli elogi che aveva ricevuti a voce ed in iscritto dai superiori scolastici e dal prefetto. Poi com’ebbe finito, guardò donna Fulvia con l’aria d’aspettare anche gli elogi suoi.
Donna Fulvia lo lasciò aspettare un pochino, poi in tuono calmo e con aria di protezione gli rispose: — Le scuole possono essere una buona cosa, ne convengo; non le sue, però. Lo creda a chi se ne intende. Ne riparleremo; e a suo tempo me ne occuperò anch’io delle sue scuole. Intanto comincio col dirle che per gli asili non divido il suo entusiasmo, e che nelle classi elementari poi, c’è molta roba da mettere in disparte... Figurarsi! anche la storia e la geografia!... cose che scaldan le teste dei ragazzi. Quanto poi alle scuole serali... son di moda, lo so; ma lo creda a me, signor sindaco, alla sera la gente sta bene a letto. — Poi voltandosi a un tratto verso lo speziale, col fare un pochino ironico continuò: — Lei mi deve scusare se l’ho interrotto poco fa; non m’ha finito il suo programma scolastico, sentiamone anche il resto; dica su, non me ne privi. —
Lo speziale, che dopo la brusca interruzione di donna Fulvia era rimasto alquanto sconcertato, si rasserenò subito a quell’invito; e pigliatolo sul serio, si rimise a raccapezzare le idee, e a riprendere il filo del discorso.
Un gran temporale s’era invece rapidamente addensato nella testa del sindaco. Don Cornelio se ne accorse, ed ebbe un momento di spavento. Il sindaco tutto acceso in faccia, s’era levato in piedi per cercare il cappello. Trovatolo, disse con la voce alterata: “felice notte„: fece un inchino, sbagliò la porta un paio di volte, e se ne andò.
— Innanzi tutto, — continuò lo speziale — noi vogliamo l’istruzione obbligatoria, meno s’intende quando abbiamo i lavori della campagna, o quelli delle filande; la vogliamo gratuita....
— Oh, la vorrei gratuita anche per me — saltò su donna Fulvia — che ne dovrò far le spese per una buona parte.
— E laicale... non escludendone però don Cornelio, ottimo direttore delle nostre scuole.
— Ah, è lei don Cornelio il direttore delle scuole? il direttore della storia, della geografia, e di tutte le cosarelle che abbiam sentite?... È un direttore di scuole comunali anche lei don Innocente?...
— Oh, il cielo me ne guardi, signora contessa, — rispose subito don Innocente. — Non me ne immischio io in queste cose, non me ne immischio!
Don Cornelio non rispose. S’era messo a sfogliare e a leggicchiare un libro, e finse di non aver sentite le parole di donna Fulvia.
— Poi, — continuò lo speziale intento sempre a raccappezzar le idee — poi vorrei con un sistema coordinato e complesso risollevare le popolazioni campagnole alla coscienza di sè medesime e della loro missione; mi spiegherò.
— Mi farà piacere.
— Bandire il pregiudizio, e sostituire la scienza. Questa è la meta. Ma per arrivarci bisogna innanzi tutto che le masse siano penetrate della superiorità del metodo sperimentale, positivo, analitico. Vorrei dunque istituire una scuola a questo scopo. Poi vorrei fare un gran bucato di tutto l’empirismo, di tutti i pregiudizi. E qui comincerei a fare agli agricoltori, una buona scuola di....
— Oh, faccia dei buoni decotti agli agricoltori quando ne abbisognano! — saltò su don Cornelio interrompendolo, e desideroso che la finisse.
— Mi scusi, don Cornelio, — continuò lo speziale — su questo, punto, lei lo sa, non andiamo d’accordo. Il suo programma, per me, è troppo limitato....
— Lo lasci finire, — disse donna Fulvia, — lo lasci finire.
— Io vado molto più in là, — continuò lo speziale tutto contento dell’appoggio di donna Fulvia. — Vorrei scuole di botanica, di chimica, di fisica celeste e terrestre, di antropologia....
— Oh, che parolone mi va lei pescando! Scusi la mia ignoranza, ma questa poi m’è nuova.
— Noi diciamo antropologia la scienza che tratta dell’uomo, — disse lo speziale con gravità e con soddisfazione.
— Ah, capisco, — soggiunse donna Fulvia dopo un momento di riflessione. — Sarebbe mai quella scienza che insegna che l’uomo viene dalle scimmie? E sarebbe forse anche lei di questo parere?
— Ma, ma... donna Fulvia mi propone una grave questione! Io... finora, non mi pronunzio. La scienza ha i suoi ardimenti... io li rispetto... non ammetto... non nego....
— Ah lei è in dubbio? — rispose donna Fulvia con quel tono ch’era l’antifona d’una frecciata. — Aggiustiamola, com’è così; dalle scimmie discenderà lei, se le accomoda, io no di certo!
Lo speziale rimase tanto colpito e confuso che non trovo più una parola nè per rispondere nè per continuare il suo programma scolastico. La conversazione finì. Ci fu un lungo silenzio; poi don Cornelio disse qualche parola sulla pioggia e sul bel tempo; poi sonarono le dieci, e dopo i soliti inchini ognuno se ne andò pei fatti suoi.
La mattina seguente, sindaco e speziale andarono a sfogarsi da don Cornelio. Capitò per il primo lo speziale. Gli coceva più che mai l’affar delle scimmie. La teoria del discenderne tutti l’avrebbe accettata senza difficoltà; ma di discenderne lui solo, non ne voleva sapere. Don Cornelio fece più volte per tranquillarlo, per fargli capire che anche lui più volte era andato fuori di casa co’ suoi discorsi, e che se gli era toccata una botta, se l’era anche tirata addosso; ma non gli riuscì così presto. Lo speziale non si quietò se non dopo una lunga confutazione con la quale volle metter donna Fulvia in un sacco. Cosa che don Cornelio gli lasciò fare con suo comodo, tanto più che non c’era nè donna Fulvia, nè il sacco.
Don Cornelio avrebbe voluto acquietar subito anche il sindaco. Ci mise tutto l’impegno, sprecò un paio d’ore, ma fece un buco nell’acqua. Anche il sindaco era stato punto sul vivo, e il solo conforto del suo amor proprio era quello di veder giustificate le sue diffidenze, le sue previsioni e l’antipatia presentita per donna Fulvia.
— L’avevo detto io! Lo sapevo io! E lei che non mi voleva credere! Ma gli è che le cose le vedo da lontano io! — E di questo tono non la finiva più. Don Cornelio per buttar acqua sul fuoco gli andava concedendo molto, gli concedeva tutto, e intanto cercava di tirarlo a ragionare sul bene che si poteva ricavare anche dal male; cercava di mostrargli come a poco a poco, con la pazienza e con la tolleranza, si sarebbero potuti smussare gli spigoli di donna Fulvia, la quale alla fin fine poi doveva avere buon cuore, e poteva fare del gran bene al paese.
— Lei è l’uomo della buona fede! gliel’ho sempre detto. Non ne è guarito mai, ma questa volta ne dovrà guarire per forza. La pace del nostro paesello è finita, me lo dice un presentimento. Di me poco m’importa; ma mi cruccio per il paese, e se vuole proprio che gliela dica, mi cruccio per lei!... Apra gli occhi, don Cornelio, apra gli occhi!...
Don Cornelio rideva, ma il sindaco facendosi sempre più serio, ed anche più calmo, prese a rammentare i guai che negli ultimi anni avevano mano mano messo sossopra parecchi paeselli vicini. Disse che aveva già veduto, in pochi giorni, uno stormo d’uccelli del mal augurio convenire in paese, e farsi in giro a donna Fulvia.
— Nei nostri paesi una volta, — continuò il sindaco, — lei lo sa, c’era sempre un buon curato, un buon prete ch’era il padre e l’amico di tutti; ch’era spesso quello che ne sapeva più degli altri, e sempre quello che aveva il cuore più largo; che nei dissidi metteva la pace, che faceva all’occorrenza da arbitro, da conciliatore, e da capo del Comune; che tutti riverivano ed amavano perchè era il primo patriotta del paese. Li ho conosciuti io, e li rammenterà anche lei, i nostri buoni curati d’un tempo!... quelli del quarant’otto!... Ma quei tempi sono passati. L’un dopo l’altro sparirono da questo mondo... o perseguitati dovettero nascondersi. Al loro posto ci sono i nuovi. I più vengono guardandosi in giro sospettosi come sentinelle in un paese nemico; tra loro e le faccende di questo mondo piantano in mezzo una siepe di spini; e la gente che non vuol pungersi, li lascia al loro posto, come piuoli senza radici e senza frutti. Canzonare il curato è ora un canzonare chississia. Se ce n’è uno buono, bisogna che anche lui si tenga chiuso sotto quattro catenacci; e i più sono anche poveri e ignoranti, perchè a chi mai può piacere una vita simile?.... Forse altrove non sarà così; ma a noi è così che ci li mandano adesso.... Lei è l’ultimo, in questi paesi, dei nostri preti del quarant’otto... e lo creda a me, la spazzeranno via anche lei!...
Don Cornelio non rideva più, e rimase per tutto quel giorno malinconico e sopra pensiero.