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Il curato d'Orobio cover

Il curato d'Orobio

Chapter 13: XII.
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About This Book

Un parroco di un paesino lombardo, don Cornelio, accompagna il giovane coadiutore don Luigi mentre torna da una lunga visita; è provato per la morte dell'amico e patrone conte Maurizio d'Orsenigo avvenuta otto giorni prima. La narrazione alterna i passi del cammino, i ricordi del passato politico e civile condiviso, e i dettagli della vita comunitaria: le soste alla taverna, i giocatori, i colleghi preti. Emergono temi di fedeltà, perdita, memoria e l'intreccio tra impegno civile e vita pastorale.

XII.

Anche don Cornelio intanto che faceva da paciere, ebbe presto da donna Fulvia la sua parolina di biasimo; e sì ch’egli aveva fatto proprio tatto il possibile per scansarla. Fermo nella speranza di abbonir donna Fulvia, di farle amare la gente del paese, di farla diventar la loro provvidenza, aveva bisogno poi che questa gente le facesse festa, e le fosse attorno con quella deferenza e con quell’affetto che guadagnano gli animi. Ma era un problema difficile. Quanti gliene conduceva si aggiungevano a poco a poco al numero degli imbronciti, e aumentavano il da fare di don Cornelio. Non sarebbero stati lontani quelli di Orobio dall’accordare a donna Fulvia la loro deferenza, ma bisognava che donna Fulvia ne avesse dimostrata loro in anticipazione altrettanta. Figurarsi! E don Cornelio intanto era tutto in faccende a persuadere, a calmare, a sgridare all’occorrenza, a cercar gente nuova da condur da donna Fulvia, e a ricondurle qualche disgustato mansuefatto. Fin sua sorella dovette mansuefare: la buona signora Angelica! La signora Angelica per ubbidire ai suggerimenti di don Cornelio, dopo aver resi i suoi omaggi a donna Fulvia, aveva offerta la sua amicizia e i suoi servigi alla cameriera, la Cleofe, usandole tante piccole attenzioni, facendole de’ regalucci, e insegnandole persino a fare il croccante. La Cleofe accettava tutto, ma si lamentava di tutto. Orobio per lei era il più brutto paese di questo mondo, e andava ripetendo che c’era tutto da mutare da cima a fondo, fin la gente, fin le montagne. La signora Angelica aveva sempre usato una gran prudenza; ma ora, e specialmente su certi argomenti, cominciava a rimbeccarla e a perdere la pazienza.

La Cleofe amava discorrere, e far sentire la sua superiorità, in argomenti di teologia. Diceva che le cotte del curato non erano pieghettate come si doveva; che il curato non metteva mai nelle prediche il più piccolo testo latino, e che quando raccomandava l’elemosina non la raccomandava abbondante; diceva che il curato era di maniche larghe, che aveva abolite tante belle usanze, e che Orobio, anche secondo il parere di don Innocente, andava diventando un paese di eretici.

Don Cornelio rideva; ammoniva la sorella a non badarci, e a tacere, raccomandando a lei come a tutti d’aver pazienza. Sino al povero Ugolino doveva raccomandar la pazienza, quando gli si piantava dinanzi e lo guardava fisso, come a dire: che novità son queste? La novità era che don Cornelio non lo conduceva più con sè che quando usciva di paese, e che gli era imposta una vita tutta di casa, per impedirgli le dispute con Fleurette.

Ma, a malgrado di tanto zelo e di tante precauzioni, la politica di don Cornelio non riusciva a grandi risultati. I migliori del paese eran tutti, chi più chi meno, o disgustati, o malveduti. Gli sciocchi, i maligni, i credenzoni, andavan da donna Fulvia a bever grosso, o a dargliene a bere: donna Fulvia, malcontenta di tutto e di tutti, era persuasa che a Orobio non c’era nulla di buono; che tutto era guasto, come aveva preveduto lei, e che bisognava fare e rimutare grandi cose. Ma non sapeva poi come appigliarsi. Alla fine s’era decisa di chiamare in soccorso il padre Felice; ma, non volendo confessargli completamente il suo imbarazzo, le occorreva un’occasione, un pretesto, per sottoporgli il caso e avere de’ consigli, senza ch’egli se ne avvedesse, come le pareva d’aver fatto in altre circostanze. L’occasione venne presto, e fu quella della festa che si celebrava in paese nell’ottobre, il giorno di San Luca, ch’era il santo della parrocchia. Donna Fulvia pensò di far venire per quel giorno sua figlia, il genero e Cristina; e di pregare anche il padre Felice a voler essere della compagnia per fare una scampagnata, e vedere Orobio nella sua giornata solenne. Detto fatto, scrisse alla figlia, al genero e al padre Felice; gli inviti furono accettati con piacere; e la Cleofe, seguita affannosamente da Fleurette, fu tutta in faccende a far camere e a spolverare.

Prima che arrivassero i suoi invitati, donna Fulvia volle prendere con don Cornelio qualche concerto per il giorno della festa; e fu allora che a don Cornelio toccò una prima censura, con la quale donna Fulvia gli volle anche far capire che non era troppo contenta di lui.

— Dunque non sono che tre i sacerdoti che lei ha invitati per le funzioni della festa? — domandò donna Fulvia dopo qualche altra interrogazione, e dopo una pausa, durante la quale la sua faccia s’era composta a molta serietà.

— Appunto, — rispose don Cornelio. — È quello che faccio di solito in simili occasioni.

— E s’è sempre fatto così? — domandò, dopo un’altra pausa, donna Fulvia la quale aveva avute prima le sue informazioni.

— Si fa così da molti anni. Una volta c’era anche qui l’usanza di far molti inviti, e per la festa di San Luca venivano quindici o venti preti; ma siccome venivano di lontano, la fabbriceria doveva dar loro un pranzo; pranzo ch’era diventato un pranzone, perchè tutti in paese si credevano in diritto d’essere invitati, e che costava alla fabbriceria più di trecento lire all’anno. Per un po’ lasciai fare, ma poi una bella volta la feci finita. Ora non invito più che due o tre preti, i quali vengono a dividere il modesto desinare di casa mia, e faccio dare le trecento lire ai poveri il giorno della festa.

— L’elemosina sta bene, ma quanto alla soppressione degli inviti al clero le dico, senza complimenti, male, malissimo. Il pranzo era una conseguenza.... e non era poi una cattiva usanza dal momento che il popolo, a quanto parmi di aver sentito dire, lo chiamava il pranzo sacro.

— Oh donna Fulvia! lo chiamavano proprio così! E non le pare che questi nomi appaiati mi dovessero bastare per farla finita? Ma si diceva di più....

— Non occupiamoci delle sciocchezze, — saltò su donna Fulvia che voleva biasimare, e tagliar corto. — Intanto il popolo non vede più la festa fatta col dovuto decoro.... e ciò, le ripeto, è male, malissimo.

— Il popolo faceva ala a veder sfilare i preti che venivano dal pranzo; ognuno diceva la sua.... e non creda donna Fulvia che le dicessero tutte a onore e gloria dei preti, del santo, e della festa! Per tutto quel giorno, sulla piazza e nelle bettole era uno sghignazzare di continuo, e un dir spropositi, su questo pranzo dei preti....

— Se non ha da citarmi di meglio che quelli delle bettole, rimango del mio parere. C’era, del resto, anche chi la pensava diversamente. Ma non importa. Il pranzo d’ora innanzi lo darò io. Delle usanze pie se ne abbandonano fin troppe nei paesi.... Oh caspita! che siamo in paesi di protestanti?

Don Cornelio capì che la botta era per lui, e che non era data solo per il pranzo; gli venne più d’una risposta sulla punta della lingua, ma le trattenne tutte, e rimase in silenzio. Donna Fulvia, contenta di ciò, e contenta di sè, mutava discorso continuando la conversazione in un tono un pochino più benevolo e cortese.

Due giorni dopo arrivava a Orobio il marchese Ettore con sua moglie, con Cristina e col padre Felice. A don Cornelio intanto era capitata una nuova lettera di Enrico che gli annunziava la sua vicina partenza per l’Italia, e gli domandava se aveva parlato, o scritto, per il matrimonio; se a Orobio c’era Cristina, e se poteva farci subito una corsa anche lui; pregandolo di rispondergli a Genova, dove contava di arrivar presto e di trattenersi alcuni giorni.

Questa nuova lettera d’Enrico, l’arrivo di Cristina, e tutto quello che donna Fulvia andava dicendo e facendo non erano avvenimenti da nulla per don Cornelio che aveva fatti i suoi disegni, e ora li vedeva impigliati ogni giorno in qualche nuovo contrattempo. Quante belle cose doveva fare donna Fulvia secondo i disegni di don Cornelio! Doveva a poco a poco ripigliare il filo interrotto di tutte le opere buone e belle che un tempo aveva fatte o incominciate il conte Maurizio; ne doveva fare anche di più, lei ch’era tanto più ricca! e doveva diventare la provvidenza del paese e il faro della valle. Don Cornelio capiva che a accender quel faro non era cosa facile, ma aveva una gran fiducia in sè, e nella buona riuscita, come chi ha date e vinte altre battaglie. Nei ventisette anni da che era curato gli pareva d’averne condotti e tenuti sulla sua strada anche de’ più difficili. Donna Fulvia poi era tutta carità! e nel pensiero di don Cornelio la carità era una virtù così semplice, così serena, così feconda di prodigi! Oltre a ciò, don Cornelio voleva anche compire quella missione che considerava come un sacro dovere verso la memoria del suo miglior amico, il conte Maurizio. Voleva maritar Enrico e Cristina, secondo il desiderio di lui, secondo il cuore dei due giovani, ed anche secondo il proprio, che li amava tanto. “Oh, se arrivo a far questo,„ esclamava ogni tratto tra sè don Cornelio, “muoio proprio contento!„ Ma presentiva che, per arrivarci, la strada non sarebbe stata nè facile nè breve; capiva anche d’averne fatta poca, e vedeva le faccende andar di galoppo, e non lasciargli il tempo per farne una più lunga.

La comitiva attesa da donna Fulvia arrivò, ma per due o tre giorni casa Orsenigo rimase chiusa; e ai curiosi, che venivano a far visita per vedere i nuovi arrivati, un servitore in livrea diceva che la padrona non riceveva. Una volta al giorno usciva dal palazzo un carrozzone per la trottata; ed eran stati pochissimi i fortunati che, sbirciando, avevan potuto vedere chi un sacerdote, chi Cristina, e chi una signora che non conoscevano. Il marchese Ettore usciva a piedi, girandolava per il paese, faceva qualche lunga passeggiata; ma l’avevan pigliato per qualche merciaio venuto per la festa, o per quello della lanterna magica, e nessuno aveva badato a lui. Don Cornelio era sulle spine, e non sapeva cosa fare e cosa dire; lui che s’era fatta tanta festa di vedere Cristina, e che s’era immaginato di vederla subito, di vederla più volte al giorno come una volta, or nel palazzo, or per i prati, or nell’orticello di casa sua!

— Ah, volevo ben dir io! — esclamò finalmente il quarto giorno, correndo a cercar la sorella per dargliene la buona nuova. — Guarda un po’, noi che si incominciava a non capirne niente... Ma lo dico sempre io che per pensar male c’è sempre tempo!

— C’è qualche novità? — domandò ansiosamente la signora Angelica.

— Non è che ci siano delle novità, ma c’è qualcosa che ti farà piacere... perchè fa piacere che le cose si mettano per la buona strada, perchè, a dirla schietta, non capivo come mai Cristina fosse da tre giorni in paese, e non ce l’avessero fatta vedere... a noi?

— La Cleofe, tutta colpa della Cleofe! — pensavo io.

— Un bel niente! Tutt’altro... inezie invece; eccesso di premura, eccesso di precauzioni, abitudini da gran signori, etichette, ma null’altro. Ecco ciò di cui oggi ho potuto assicurarmi, e d’ora innanzi vedremo Cristina tutti i giorni, proprio come quando c’era....

— Oh che buona notizia! ma come hai saputo?...

— Intanto che tu eri uscita, fu qui, e ci stette un gran pezzo, quel sacerdote ch’è arrivato con Cristina e con la figlia di donna Fulvia. Non m’era nuovo, l’avevo veduto a Milano, appunto in casa di donna Fulvia, quel giorno che vi condussi Cristina. A dire la verità, in allora, non so perchè, m’era piaciuto poco; ma ho avuto torto. È una degna persona. Non ho capito bene di che paese sia... e se appartenga a qualche ordine, perchè semplice sacerdote non lo è, o almeno non mi è parso... ma è proprio una gentilissima, una carissima persona; un po’ complimentoso, ma umile e alla buona! Ha voluto conoscermi, farmi una visita, lui per il primo; e si vede che s’interessa non poco anche dei nostri paesi. M’ha domandato molte cose... vuol conoscere i nostri bisogni, certo per farci del bene. Oh gliene conterò ben io parecchi, perchè donna Fulvia li risappia!...

— E Cristina?

— Ci sono. Pare che Cristina avesse preso un po’ d’infreddatura, o che so io. Figurarsi! donna Fulvia che la tiene nella bambagia!... Ma ora le paure sono passate... e in conclusione donna Fulvia ci aspetta.

— Ci aspetta? Aspetta anche me?

— Anche te, e mi fa dire da quel sacerdote di cui ti parlavo, che dobbiam vedere spesso Cristina, che dobbiamo tenerla allegra, che tu devi condurla a passeggio... insomma ci fa dire un monte di belle cose....

La signora Angelica batteva le mani per la consolazione, e Ugolino, ch’era presente, si mise ad abbaiare, e corse abbaiando per tutta la casa.

Qual buon vento aveva portato improvvisamente questo po’ di sereno?

Donna Fulvia s’era decisa a confidare al padre Felice il nome dello sposo che destinava a Cristina; e il padre Felice che se l’era immaginato da un pezzo, aveva fatto i suoi complimenti a donna Fulvia per il felice pensiero; aveva approvato, ammirato; ma, soggiungendo che bisognava trattar la cosa con molta prudenza, le aveva anche dati subito molti consigli. Il padre Felice, presentendo che forse poteva essere non troppo facile il far inghiottire a Cristina quel bocconcino di marito, aveva suggerito di disporre l’animo della fanciulla tenendo vivamente accesi in lei i sentimenti dell’affetto e della gratitudine. Aveva consigliato a donna Fulvia di raddoppiare con Cristina la misura della confidenza, della dolcezza, e della condiscendenza; raccomandando, fra le altre cose, di concederle largamente la compagnia del curato e di Angelica, ch’erano stati i suoi primi amici, e che potevano essere, nell’affar del matrimonio, degli utili alleati. Donna Fulvia aveva cominciato con l’arricciar il naso su questi consigli, ma poi s’era arresa; aveva già messo nelle mani del padre Felice, anche la matassa delle faccende d’Orobio, perchè la dipanasse a di lei modo, e bisognava pure compiacerlo in qualcosa. Il padre Felice poi, senza perder tempo, era andato subito, come s’è visto, a far visita al curato.

Don Cornelio e la sorella, impazienti di veder Cristina, andarono quel giorno stesso, dopo pranzo, da donna Fulvia. Si pensi la loro consolazione, e la festa che loro fece Cristina! Angelica, sulle prime, era rimasta quasi in soggezione dinanzi a Cristina che rivedeva un po’ mutata, fatta più bella, più seria, più contegnosa; ma poi la coprì di baci come una volta, non appena Cristina corse a stringerla fra le sue braccia. Donna Fulvia disse alla sorella del curato, facendosi sentire dal padre Felice, che venisse pure tutti i giorni a prender la fanciulla per condurla a passeggio; e tra Cristina e Angelica si combinò subito una giterella per il giorno dopo. Cristina era smaniosa di rifare una di quelle camminate di montagna ch’erano state, un tempo, la sua delizia; e propose di andar, loro due, a bere la panna in una certa capannetta su un poggio del monte da cui si vedeva tutta la valle. La panna parve a donna Fulvia una cosa un po’ troppo fuori del consueto; una cosa non necessaria, e anche un poco rischiosa. Ma intervenne subito il padre Felice, e la panna fu concessa.

Il padre Felice poi ricolmò di nuove gentilezze il curato; gli chiese il favore anch’esso di qualche passeggiata assieme; e tra un subisso di complimenti, che confondevano don Cornelio, fu combinata per il giorno dopo la visita a un santuario fuor di paese. Infine, quando don Cornelio si accomiatò, chiamato dalla campana del rosario, il padre Felice volle uscire con lui, e accompagnarlo fino in chiesa.

Mentre attraversavano la piazzetta della chiesa, li intravvidero, agli ultimi chiarori del crepuscolo, il sindaco e il medico che rientravano allora in paese tornando dalla caccia.

— Noi, caro dottore, oggi s’è preso poco.... ma c’è là qualcuno che sta per fare una buona caccia!

— Dove? chi?

— Non vede là?

— Quel corvo?

— Dica avoltoio! Non vede che tiene già il pulcino nelle granfie?

— Le pare?

— Me lo saprà dire, dottore!

— Lo conosce lei?

— Io no.

— L’ho veduto fin da ieri, che faccia!

— Che faccia, eh!.... E don Cornelio ci cascherà! Vuol scommettere, dottore? Ci cascherà.

— A far che?

— Non lo so... ma ci cascherà! È l’uomo della buona fede! quel benedett’uomo! Oh ci cascherà!