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Il curato d'Orobio cover

Il curato d'Orobio

Chapter 14: XIII.
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About This Book

Un parroco di un paesino lombardo, don Cornelio, accompagna il giovane coadiutore don Luigi mentre torna da una lunga visita; è provato per la morte dell'amico e patrone conte Maurizio d'Orsenigo avvenuta otto giorni prima. La narrazione alterna i passi del cammino, i ricordi del passato politico e civile condiviso, e i dettagli della vita comunitaria: le soste alla taverna, i giocatori, i colleghi preti. Emergono temi di fedeltà, perdita, memoria e l'intreccio tra impegno civile e vita pastorale.

XIII.

La mattina seguente all’ora convenuta, la signora Angelica e Cristina uscivano dal palazzo Orsenigo, e attraversato il paese, pigliavan subito una stradicciuola della montagna. Appena fuori del palazzo s’erano imbattute in Ugolino, che fermo, con le orecchie ritte, e fissando il portone, stava aspettando tenendosi a una conveniente distanza. Ugolino, veduta Cristina, aveva spiccato un salto, e le era salito fino al collo. Cristina ricambiò l’accoglienza del suo vecchio amico con mille carezze e con mille domande, alle quali Ugolino s’era ingegnato di rispondere a modo suo con l’abbaiare, col guaire e col menar la coda disperatamente. Poi finiti i complimenti, s’era svincolato in tutta furia, e s’era messo seriamente, come soleva, alle sue funzioni di battistrada.

La giornata era serena, splendida, e tra le più belle di quell’autunno. Il sole dava uno de’ suoi ultimi e tiepidi abbracci ai monti, alla valle; e la natura tutta pareva gli rispondesse con un palpito di vita primaverile. Angelica e Cristina, mentre salivano per l’erta, si fermavano ogni tanto a respirare quell’aria purissima, balsamica; a contemplare quella bella natura che, con la pace e col silenzio, pareva invitasse gli animi all’espansione d’ogni più riposto e delicato sentimento. Esse allora si guardavano con un sorriso pieno di affetto; si guardavano come se l’una chiedesse all’altra una risposta aspettata, una confidenza intesa. Ma la risposta era un abbraccio, e si rimettevano in via. Per un pezzo tacevano, poi a un tratto l’una cominciava a discorrere, ma non per dir ciò che l’altra s’aspettava. E dire che avevano tanta impazienza tutt’e due d’aprirsi, a vicenda, il cuore! Eran passati otto mesi dal giorno in cui Angelica aveva messo Cristina nel legnetto dei viaggiatori di Orobio, e quanti pensieri, quante cosucce non avevano a confidarsi! Ma si sarebbe detto che ora non ne trovassero il bandolo. Il bandolo c’era, ma ciascuna aspettava che l’altra lo avviasse per la prima.

Lo avviò, come furon sul poggio, una vecchia contadina nell’accoglierle sull’uscio del suo casolare.

— Oh santa Vergine! che miracolo le ha fatte capitar quassù? È lunghetta la strada, e faticosa!... Non lo dico per la contessina, ma per la sorella del signor carato, che i suoi annetti li deve avere, perchè mi ricordo....

— Oh ci riconoscete! E voi siete la Menica, nevvero?

— Altro che riconoscerle! Lei, quasi ogni mese, la vedo al mercato.... e la contessina poi l’ho veduta tante volte anche quassù. La ci veniva a bere la panna ogni tanto o col suo povero babbo, il signor conte, o col signor curato. Il signor conte l’aveva sempre con sè, la sua bella ragazzina.... Lei non era che una ragazzina a quel tempo.... Ma com’è cresciuta! pare un sogno! quasi non la riconoscevo più. E con lei, allora, c’era sempre un ragazzotto.... bel ragazzotto anche lui.... che chiamavano.... oh aspetti....

— Enrico, — saltò su Angelica.

— Proprio così. E quando capitavano quassù, bisognava vederli quei due ragazzi.... che diavoli!... quante ne facevano! Ma sarà diventato un giovanotto, grande e grosso, anche lui, m’immagino. È andato via, eh! così m’han detto. E ci tornerà però, in questi paesi?...

— Ci torna, ci torna! — esclamò la signora Angelica, — e forse chi sa? tra pochi giorni potrebbe esser qui!

— Sia lodato il cielo, — rispose la vecchia. — Voglion la panna? Ce n’ho appunto una scodella che non ci stava nella zangola, e vado a prenderla.

— Ci torna, ci torna il nostro Enrico! — continuò Angelica poichè il bandolo era avviato.

Cristina s’era fatta a un tratto tutta rossa in faccia, e nel tempo stesso, allontanatasi correndo, era andata a sedere su un rialto del prato. Angelica la raggiunse, e sedendole vicino continuò:

— Sarà un gran bel giorno quello in cui tornerà anche il nostro buon Enrico!

— Oh sì! sarà un bel giorno.... — ripetè Cristina con l’espressione pensierosa, trepida, di chi è assalito all’improvviso da memorie e da affetti chiusi nel cuore da un pezzo. Ma poi ritrovando, nel fissare il volto semplice e buono della signora Angelica, la confidenza e l’espansione d’un tempo, si fece animo e riprese: — Il buon Enrico! Da che son partita da Orobio non ebbi più nessuna nuova di lui.... Dunque torna? e quando? Non s’è dimenticato dunque di noi! n’ero sicura! è tanto buono, nevvero? Ma, mi dica, signora Angelica, mi conti.... ha scritto?

— Altro che scritto!... ma zitti che vien la Menica.... Oh, che scodelloni! ce n’è per quattro.

— Ho spannato stamane, e sentiranno com’è fresca e dolce.... E il signor curato sta bene? Ma che bella combinazione! E dire anche che mi dan latte in questi giorni tutt’e due le mucche, perchè alle volte.... Dunque domani gran festa a Orobio! Dicono che ci verranno tutti i preti della vallata.... un festone! Vedranno che caciuole porterò giù io! E la processione? La tireranno in lungo, mi immagino!... Ma, con loro permissione, torno un minuto alla zangola per finire, do un’occhiata alle bestie, poi son da loro....

Cristina, intanto che la Menica discorreva, guardava la valle, cercava i paeselli, le case, le stradicciuole che le ricordavano il passato: e sentiva crescere in sè un cumulo di memorie che le inondavano l’anima, e che dal cuore salivano a velarle dolcemente gli occhi. Più volte Cristina, nei mesi ch’eran trascorsi, quand’era sola nella sua cameretta, e tutto era in silenzio nel palazzo di donna Fulvia, mentre stava con gli occhi intenti su un telaino da ricamo o su un libro di lettura, s’era sentita assalire da un sentimento inesplicabile che sulle prime la seduceva con un piacere vago, misterioso, e che mano mano s’impadroniva di lei, la scoteva tutta, e le dava alla fine una commozione così grande da farla piangere, senza sapere il perchè. Allora, impaurita, s’affrettava a sviarlo, a allontanarlo quel sentimento; lasciava il libro, il telaino; e sarebbe fuggita dalla cameretta, ma temeva che qualcuno la vedesse, la osservasse. Quel sentimento si risvegliava in lei accompagnato or dall’una or dall’altra delle memorie gaie o dolorose d’un tempo, e dal ricordo or dell’una or dell’altra delle persone più care: tra queste Enrico c’era sempre. Che sentimento fosse quello, Cristina non lo sapeva; ma in cuor suo lo chiamava “il sentimento di cui aveva paura.„ Ora, mentre assorta e con gli occhi fissi, guardava la valle, quel sentimento le era rinato più forte, più seducente del consueto. E la sua anima vi si era tutta abbandonata: questa volta non poteva, non cercava sfuggirgli.

Venne a scoterla la voce della signora Angelica che, vedendo Cristina presa come da un pensiero malinconico, volle avviare da capo il discorso con qualcosa di gaio.

— Se ne ha scritte delle lettere il nostro buon Enrico! E che belle lettere! Le ultime poi.... oh le ultime! Quando le vedrai.... perchè anche mio fratello l’ha detto che sperava di fartele veder presto.... quando vedrai cosa dice di te, Enrico....

— Di me? Di me?... E che cosa dice?

— Oh, la signora curiosa! vedrai, vedrai. Intanto su allegra, che delle buone nuove ce n’è a bizzeffe!

— Oh, me le dica.... le dica anche a me! Se c’è una buona nuova perchè non la dovrei sapere anch’io?

La domanda parve così giusta anche alla signora Angelica che smise subito il pensiero, se pure l’aveva avuto, di tenersi abbottonata. E poi Angelica non la voleva veder malinconica quella figliola.

— Punto primo, dunque, il nostro Enrico s’è fatto molto onore; s’è fatto voler bene da tutti anche in quei paesi... dell’Inghilterra.... Lui, non lo scrive, ma si capisce. Infatti gli han dato un impiego! ma non in quei paesi, nei nostri! Ed è forse già partito. Sicuro; ritorna, ritorna!

— A Milano forse?

— Non mi rammento bene, ma ritorna. Poi.... ah, bisogna vedere cosa scrive! che sentimenti! che penna!... quando parla di te, e dice....

— E dice....

— Insomma, quando don Cornelio mi lesse quella lettera, in principio ho dovuto piangere, poi alla fine mi sarei messa a ballare per la consolazione. Figurati!

— Ma cosa dice?

— Oh è impossibile ridire quello che dice.... impossibile dir le cose come le dice lui!... Ma già io l’avevo sospettato, fin da prima che partisse, che nella testa di quel figliolo c’eran delle intenzioni... E c’eran proprio!

— Ma quali intenzioni?... Oh, signora Angelica, io non ne capisco nulla! M’ha detto che ci son delle buone nuove; e perchè non me le dice?

— Sicuro che ci son delle buone nuove! Ma.... come faccio io a dirle certe cose?... Bisognerebbe che la leggessi tu quella lettera....

— Oh, allora.... se la posso leggere.... non potrei vederla presto?

— Altro!

— Non potrei vederla subito?

— Ma bisogna tornar a casa. E poi la lettera non l’ho io, l’ha don Cornelio.

— Ebbene.... corriamo a casa subito subito; cerchiamo don Cornelio, e don Cornelio mi leggerà la lettera.... Oh facciamo così, signora Angelica!

La signora Angelica si trovò in quel momento un pochino imbarazzata, ed ebbe scrupolo d’aver destata la curiosità e l’impazienza di Cristina. Ma poi, vedendo negli occhi di quella figliola una certa espressione di preghiera a cui non avrebbe saputo resistere, e pensando che, se aveva commessa un’imprudenza, don Cornelio l’avrebbe accomodata, chiamò la Menica, diede una voce a Ugolino che rincorreva i grilli sul prato, e disse a Cristina:

— Non so se lo troveremo in casa don Cornelio così subito.... non so se sarà tornato.... ma facciamo a modo tuo.

Ritornate sulla stradicciuola per la quale eran venute, la signora Angelica, nello scendere, andava ogni tanto reclamando anch’essa una concessione, quella d’un passo più ragionevole. — Adagio, Cristina! c’è da rompersi il collo! Ti farai male! Vuoi proprio farti del male! — gridava ogni tanto; ma dovette cedere anche su questo punto.

Furon presto a casa, cercarono don Cornelio da per tutto, e don Cornelio non era ancor tornato. La signora Angelica, che non ne poteva più, dopo aver detto a Cristina: — Andiamo ad aspettarlo nel suo studiolo — s’era poco dopo lasciata andare sul seggiolone, che stava dinanzi alla scrivania di don Cornelio, a godere con gli occhi socchiusi quel primo momento di riposo. Ma Cristina, or con l’aprire la finestra, or con una domanda, or con una esclamazione, gliel’aveva lasciato goder per poco; e già la buona Angelica, vedendo quell’impazienza, cominciava in cuor suo ad essere impaziente anch’essa di vederla contenta quella povera figliuola.

— Oh guarda guarda, che combinazione!... ma sicuro... eccola qua per l’appunto... — esclamò a un tratto Angelica, dopo aver riaperti gli occhi e guardando sulla scrivania. — Questa è una lettera di Enrico, la riconosco alla mano di scritto. E poi... oh guarda! ce n’è delle altre!... ci son forse tutte....

Cristina diede un salto, e venne a sedere sulle ginocchia della signora Angelica, la quale intanto aveva prese le lettere, e le teneva strette in una mano come a dire: le lettere son qui, ma per leggerle bisogna aspettare don Cornelio!

— E se don Cornelio — osservò timidamente Cristina — le avesse lasciate qui apposta per leggerle!... o perchè le leggessimo noi?...

La signora Angelica trovò giusta l’osservazione, rammentò le volte che don Cornelio le aveva detto: — Presto questa lettera la leggeremo a Cristina — e pensando che don Cornelio non poteva tardare molto a ritornare, si persuase subito in cuor suo di venire a una transazione.

— Ebbene — disse — ne leggeremo una... leggeremo quella che don Cornelio teneva in serbo per te, ma le altre... ah, quelle poi, no! Le altre non si leggeranno che quando don Cornelio sarà tornato, e col suo permesso! — Poi dopo averla cercata con tutta l’attenzione, per non sbagliarsi, diede a Cristina quella lettera che conosciamo anche noi, quella con cui Enrico partecipava a don Cornelio il suo colpetto di fortuna, quella in cui effondeva tutto il cuor suo, e che era tutto un’idillio d’amore.

Cristina prese la lettera, e cominciò a leggerla a voce alta; ma a un tratto le montò una vampa al viso, e non le uscì più una parola. Continuò a leggere; e tenendosi serrata a Angelica, e comprimendo il tremito da cui era presa, la lesse e rilesse più volte quella lettera, fino all’ultima riga.

Quel sentimento che, da principio, le aveva reso caro Enrico come un fratello; che era andato crescendo in lei; che le aveva dato tante volte una consapevole mestizia o una così viva allegrezza, quando Enrico partiva o faceva ritorno; quel sentimento che ora s’era fatto tanto forte, tanto insistente, e che le faceva battere il cuore fino a darle paura; quel sentimento stesso lo aveva dunque nell’animo anche Enrico! lo aveva pensando a lei! e lo chiamava: l’amore! Era la prima volta che questa parola scendeva nell’animo di Cristina; e vi scendeva accompagnata da un’onda di calore e di luce da cui ella si sentiva tutta ravvolta e trascinata come da una forza misteriosa e soavemente irresistibile.

Accanto alle parole di Enrico c’eran poi quelle di desiderio del suo povero babbo, desiderio che le veniva improvvisamente svelato, e che le faceva accogliere e ricambiare quella parola amore, come una parola sacra e benedetta.

La signora Angelica intanto s’era andata persuadendo sempre più che proprio non ci fosse nessun male a far leggere quella lettura a Cristina; poi, come le parve che la lettura andasse un po’ per le lunghe, alzò gli occhi, fece per dir qualcosa, e rimase subitamente tutta sorpresa e spaventata vedendo che Cristina non leggeva più, che il suo sguardo era immobile e fisso, e che la sua faccia era tutta bagnata di lacrime.

— Oh, misericordia! Ti senti male? cos’è successo? Cristina?

— Nulla, nulla, — rispose Cristina scotendosi.

— Ma tu piangi! perchè?... Oh, cosa ho mai fatto! credevo di darti una così grande consolazione....

— Oh, sì, sì; è una grande consolazione!

— Ma, allora, ti senti male!... vuoi un’acqua calda, un caffè?

— Nulla, nulla, oh mi sento bene!... Non so cosa sia... è una gran commozione....

— Vuoi tornare a casa?

— No, no, mi lasci qui con lei.... Vorrei ridere, ma invece piango, non so perchè! Sono tanto contenta... ma ho sentito in me qualcosa, tutt’a un tratto, che mi velò gli occhi, e mi portò lontano, lontano. Ma ora — soggiunse con un sorriso — sono ritornata; ed eccomi di nuovo vicino a lei, buona signora Angelica. Oh se venisse presto don Cornelio! Ho un gran bisogno di vederlo; mi pare d’aver mille cose a dirgli. Tornerà presto?

E don Cornelio non tornava. La signora Angelica che era sulle spine, or guardava dalla finestra, or scendeva in strada, per vedere se il curato spuntasse, ma inutilmente. Intanto eran battute le tre, ch’era l’ora fissata da donna Fulvia a Angelica per tornare a casa. Cristina si scosse, si passò una mano sulla fronte, e si asciugò gli occhi dicendo: — Andiamo; andiamo, non facciamoci aspettare. Ci rivedremo presto, nevvero? Dica a don Cornelio che desidero tanto di vederlo; che gli voglio dire tante cose! Non se ne scordi, cara signora Angelica, mi raccomando a lei!

— Scordarmene! ma ti pare? Gli dirò tutto, subito, subito. — E ricambiandosi in fretta molte raccomandazioni e molte parole affettuose, giunsero al cancello del palazzo di donna Fulvia dove si lasciarono abbracciandosi e baciandosi.

La signora Angelica, nel tornare a casa, ripensava all’agitazione di Cristina, alle sue lacrime, alle sue gote accese, alle sue mani convulse, e diceva tra sè: “Se son questi i regali dell’amore, ho fatto pur bene io a non pensarci mai!„

Don Cornelio tornò a casa molto tardi. Sulle prime, come riseppe l’affar della lettera, rimase alquanto conturbato e impazientito. Ma poi, un po’ vedendo la sorella tanto mortificata, un po’ ripensando a certe parole, dettegli nella giornata dal padre Felice, dalle quali aveva capito che donna Fulvia pensava a maritar presto Cristina, e che anzi voleva dirne qualcosa anche a lui, finì col mettersi in pace, e col tranquillare Angelica, concludendo tra sè che tutto il male non vien sempre per nuocere, e che forse quell’imprudenza veniva opportuna per accorciargli la strada.

Alla sera, nel salotto di donna Fulvia, intanto che il marchese Ettore leggeva un giornale, che la marchesa Bianca ricamava su un telaino, e che quattro personaggi secondari giocavano a’ tarocchi, il padre Felice rendeva conto a donna Fulvia dei discorsi fatti con don Cornelio durante quella giornata. Eran seduti in disparte, e parlavano sottovoce; ma dai gesti e dalle facce che andavano facendo, era facile capire che il padre Felice narrava delle cose cui dava la sua maggiore disapprovazione, e che donna Fulvia le ascoltava or stupefatta, or con l’amara ironia di chi è scandolezzato ma non maravigliato. Queste cose poi, tanto riprovevoli, non eran altro che le opinioni di don Cornelio; il quale in quel giorno essendo in vena di discorrere con una certa espansione, e dovendo rispondere alle domande d’una così affabile, d’una così dotta persona, aveva parlato un po’ di tutto, senza un’ombra di diplomazia, e col cuore in mano.

Il padre Felice, infine, raccontava d’aver toccato con don Cornelio anche il tasto del matrimonio, e qui dava migliori notizie; anzi concludeva che appunto per ciò bisognava ora chiudere un occhio sul rimanente, e non pensarci che dopo.

Il dialogo fu interrotto dai quattro del tavolino i quali s’erano alzati per congedarsi. Uno di questi, dopo molti inchini e molti complimenti cerimoniosi a donna Fulvia, chiese le nuove di Cristina che non s’era veduta quella sera nel salotto.

— Cristina è un po’ indisposta, — rispose donna Fulvia, — è andata a letto. A proposito, padre Felice, non glielo aveva detto io? Ma lei è sempre per facilitare, sempre per concedere! Una piccola passeggiata, all’ombra, sarebbe stato un divertimento sufficiente, ma lei ha voluto che concedessi, figurarsi! anche la panna. Cristina è tornata sentendosi male, precisamente in grazia della panna! Ah padre Felice, padre Felice!