XVII.
Alcuni giorni dopo, la carrozza di donna Fulvia, in completo assetto di viaggio, usciva di buon’ora dal portone del palazzo, e s’avviava per la strada maestra d’un trotto ancor più pacato e solenne di quello delle gite o delle trottate consuete. Nella carrozza, accanto a donna Fulvia, c’era la marchesa Bianca, e sedevano davanti Cristina e la cameriera che teneva in grembo Fleurette, ravvolta in uno scialletto. Donna Fulvia aveva la faccia ancor più raggrinzita del solito; e Cristina aveva nascosta la sua dietro un velo fitto, perchè non le vedessero in quel momento la commozione del suo animo. Per quanto Cristina fosse oramai abituata alle risoluzioni improvvise della zia, e delle quali la zia non soleva dar troppi conti, pure questa volta era tutta agitata e non sapeva scacciare i tristi pensieri che venivano, come un temporalaccio, a offuscarle quel bel cielo che due giorni prima sul viale del monte, le era parso così sereno e promettente. Essa partiva; partiva quel giorno stesso in cui aveva sognato di vedere Enrico accolto in casa della zia, e accolto come suo sposo; partiva senza averlo neppur riveduto, senza aver più saputo nulla di nulla, senza avere neppur salutato don Cornelio, senz’aver dato un bacio alla buona signora Angelica!
Il giorno prima, donna Fulvia aveva avuto una visita improvvisa e breve di don Innocente. Nessuno in casa ci aveva badato, perchè da qualche tempo eran soliti tutti a vedere don Innocente fare a donna Fulvia di queste visite brevi, e nelle ore che non eran quelle de’ suoi ricevimenti: anzi ai ricevimenti lo vedevano ben di rado. Non erano affar suo; ci si giuocava, tra l’altre, con certe carte così pulite che gli mettevano suggezione; e poi non c’era caso di vederci un bicchiere di vino. Don Innocente veniva nella giornata a dare a donna Fulvia le notiziette raccolte ne’ suoi giri per i paeselli e per le sacristie, ci metteva all’occorrenza un po’ di frangia e un po’ di commenti del suo, e poi se ne andava con la faccia ilare, o compunta, a seconda della faccia che gli aveva fatto donna Fulvia. Questa volta la notizietta era ch’era stato veduto in un legnetto, che andava nella direzione di Orobio, “quel giovane di cui si prendeva cura don Cornelio, e che don Cornelio aveva mandato in paesi lontani con scandalo di tutti i buoni.„ Dopo quella visita aveva fatto chiamare in fretta il padre Felice, e poco dopo aveva annunziato che un affare la chiamava a Milano, e che dovevano partir tutti la mattina seguente.
Nel fare i preparativi per la partenza tutti in casa si eran domandati l’un l’altro cos’era successo; e stringendosi nelle spalle, erano andati ripetendosi l’un l’altro la risposta asciutta e alquanto misteriosa di donna Fulvia. Cristina era corsa tutta affannata ad interrogarne la cugina, e anche questa non aveva saputo darle che la stessa risposta. E ora Cristina cercava di persuadersi che quella risposta fosse la vera; ma intanto aveva una grande angoscia nell’animo; e mentre la carrozza si allontanava da Orobio, guardava traverso lo sportello, con un senso di dolore e di invidia, i viandanti che risalivano la valle, i contadini chinati sulle vanghe, i poverelli che stendevano la mano, fin le piante, i camperelli, le siepi che mano mano lasciava dietro di sè.
Una certa curiosità di conoscere il motivo di quella partenza improvvisa l’aveva anche il marchese Ettore, e appunto in quell’ora stessa cercava di risaperne qualcosa dal padre Felice, il quale se ne schermiva nel miglior modo, non parendogli quello il momento opportuno per parlare. Il padre Felice e il marchese viaggiavano insieme in un legno separato. Avevano preceduto donna Fulvia, e non facevano che per un tratto la stessa strada, dovendo essi a un certo punto della valle prender quella che conduce alla città capoluogo della provincia. Il padre Felice aveva detto d’esserci chiamato da qualche suo affaruccio; e il marchese, che non si dilettava troppo dei viaggi in famiglia, aveva trovato anch’esso il suo pretesto, ch’era quello di dare un’occhiata alla città, che non rivedeva da un pezzo, e dove c’erano dei monumenti e delle cose d’arte che, a sentirlo, gli stavano tanto a cuore. I due compagni di viaggio giunti alla città si separarono. Il marchese, dopo aver gironzato il giorno appresso entrando in qualche bottega d’antiquario e comperando un po’ di ciarpe vecchie, ripartì la sera per Milano. Il padre Felice invece vi si trattenne otto o dieci giorni, che impiegò in visite, in paroline, in discorsi, con pesci grossi s’intende, tutto a inchini e sorrisi sempre eguali, come li sa fare un buon diplomatico, sia che si tratti di metter pace, o di addensar su qualcuno un temporale. Così, quando ritornò a Milano, potè intrattenere a lungo donna Fulvia sui favorevoli risultati della sua missione, che questa volta crediamo non fosse quella di metter pace.
La venuta di Enrico e la partenza di donna Fulvia non erano per Orobio due avvenimenti così piccoli da passare inosservati. Il mistero e la curiosità, ch’ebbe sempre molte attrattive per gli abitanti d’Orobio, non mancarono anche questa volta di eccitare gli animi e di dar materia a discorsi che non finivan più. C’era chi diceva d’aver veduto Enrico entrare in paese a piedi, e chi in carrozza; chi sapeva di positivo che la persona arrivata non era Enrico, e chi, senza pronunziarsi nella questione, asseriva d’averlo veduto partire in un legnetto, di notte, dopo la partenza di donna Fulvia. E anche sulla partenza di donna Fulvia quanti commenti non si facevano, e quante non se ne dicevano! Il sentimento generale era quello di sentirsi tutti, con la partenza di donna Fulvia, come un gran peso giù dallo stomaco: pareva a tutti di respirare un po’ più liberamente. E sì che donna Fulvia non era che al principio della sua missione, come diceva lei, e che tutto il bene che doveva fare in Orobio non l’aveva che incominciato. Questo bene l’avevano aspettato tutti a bocca aperta, ma ci avevan sentito subito un certo sapore così acido che aveva tolto a tutti la voglia di gustarne dell’altro. Anche in Orobio donna Fulvia per beneficare non posava da mattina a sera; beneficava per forza, e guai a chi non ne volesse sapere. Anche in Orobio donna Fulvia strapazzava tutti per il loro bene; correva a dare ai poveri sussidi, e lavate di capo; e fin le medicine che portava agli ammalati, non le parevano salutari se non accompagnate da una solenne ramanzina. Anche in Orobio non le era mai parso d’aver fatto completamente il suo dovere, se non quando avesse accompagnato un beneficio con la mortificazione di qualcuno. Tutti dunque tirarono un gran sospiro quando seppero che quella provvidenza del paese era partita colla famiglia e coi bauli.
Anche nella bottega dello speziale per parecchie sere non si parlò d’altro. Lo speziale pretendeva d’aver tutto preveduto fin dal primo giorno in cui donna Fulvia era arrivata in paese, e diceva che anche da certe ordinazioni e da certe ricette aveva subito arguito con che carattere si avrebbe avuto a fare. Quella partenza non era per lui che un fenomeno flogistico. La parola era capita poco, ma i suoi ascoltatori se ne accontentavano, e avevan l’aria di convenirne. Tutti poi, di tanto in tanto, guardavano in faccia al sindaco, il quale ne sapeva quanto gli altri, e taceva. Il sindaco era andato due o tre volte da don Cornelio per venir in chiaro di qualche cosa, ma aveva sempre trovato l’uscio chiuso. Alla fine s’era imbattuto nella signora Angelica dalla quale aveva udito che il curato era a Santa Maria della Neve. La signora Angelica però era stata veduta andar in chiesa e accendere un lumicino alla Madonna. Dunque qualcosa ci doveva essere. Ecco perchè il sindaco meditava e taceva.
Santa Maria della Neve era un povero villaggio della parte alta della valle, a più che mille metri sul livello del mare, e dove abitavano, o meglio facevan capo, dugento famiglie circa di pastori, che nell’estate si spargevano per i pascoli montani, e nell’inverno si rintanavano in un gruppo di casucce, intorno ad una chiesetta che appunto dava loro il nome. Santa Maria della Neve da parecchi anni era senza curato; dopo l’ultimo che c’era morto, non se n’era ancor trovato uno da mandarci. Era una cura che aveva in tutto dugentocinquanta lire di rendita e un magro orticello; gl’incerti poi erano un po’ di cacciole, qualche capretto, e qualche bracciata di legna che i parrocchiani portavano al curato quando benediva una bestia ammalata, battezzava un figlio maschio, o faceva un po’ di scuola nell’inverno. Don Cornelio che vi andava di tanto in tanto, e vi mandava ogni domenica il suo coadiutore, o qualche prete dei dintorni, aveva detto a don Luigi che questa volta gli occorreva di andarci lui, ed era partito sul far dell’alba accompagnato da Ugolino, che lo precedeva tranquillo e serio, come soleva fare quando capiva che le circostanze richiedevano così. Era partito desideroso di restar solo per qualche giorno, perchè questa volta si sentiva accasciato più di quanto non gli fosse mai capitato in vita sua. Gli ultimi fatti, la ripulsa di donna Fulvia, la venuta di Enrico, gli avevan fatto passare delle brutte ore, e gli avevan lasciato un grande abbattimento nell’animo. Ai dolori della vita non era nuovo; ma questa volta non sentiva più in sè quella vigoria che in circostanze anche più gravi aveva avuto sempre, e per sè e per gli altri. Egli stesso stupiva di sè medesimo, e nel salire per l’erta che menava a Santa Maria della Neve, non ritrovava più neanche la sua buona gamba; la strada gli pareva più faticosa, il suo passo s’era fatto più lento e più grave. Più volte s’era fermato, s’era seduto, e asciugandosi la fronte aveva detto, pieno di scoraggiamento: “Sei vecchio, vecchio, povero Cornelio!... La mia missione quaggiù è finita... c’è qualcosa che me lo dice!„
A Santa Maria della Neve si fermò cinque o sei giorni, e per la prima volta dopo tanti anni ritornò alla sua cura a malincuore. Quei casolari, quella chiesetta, quei pastori, avevano avuto per lui un’insolita attrattiva. La sua anima afflitta ci aveva respirata la pace; e il suo cuore scoraggito, ma ch’era sempre pur quello, ci aveva trovato uno spiraglio da cui aveva come intravveduto un nuovo campo dove gli rimaneva ancora un po’ di bene da fare. Non è a dire poi quante feste non gli facessero quei montanari che lo vedevano per la prima volta trattenersi parecchi giorni in mezzo a loro. E don Cornelio se ne staccò con dolore, conservando in un cantuccio del cuore il nome di Santa Maria della Neve come un’invocazione di pace, e di cure benefiche e contente.
Mentre don Cornelio guardava mestamente il cielo da Santa Maria della Neve, come dalla sua ultima tappa, Enrico dal ponte d’un battello, che viaggiava da Genova a Napoli, guardava il cielo anch’esso con l’occhio fisso e desolato. Ma il suo cielo aveva un vasto orizzonte, e la sua disperazione era pur quella de’ giovani, in fondo alla quale c’è spesso tutto un mondo di speranze. Da quel momento in cui, con l’animo straziato, aveva dovuto ripartire da Orobio, Enrico non aveva fatto che richiamare le parole di don Cornelio, il triste annunzio che gli aveva dato, e i suoi conforti mesti e sfiduciati. Le richiamava a una a una quelle parole e le meditava: ci trovava in tutte la conferma inesorabile della sua disgrazia; pensava che per lui la era finita, che speranze non ce n’eran più, che il meglio era morire.... ma poi concludeva che nessuno al mondo gli avrebbe tolto Cristina. E allora tutti i suoi pensieri riprendevano la strada delle speranze; sognava mille casi, mille combinazioni che potessero mutare quella triste realtà; e faceva disegni e propositi, come se già gli si fosse aperto uno spiraglio di avvenimenti più lieti. Ma i nuovi sogni svanivan presto, e dietro loro stava sempre la triste realtà, immobile, intera. Enrico doveva rimanere a Napoli, col suo compagno, due mesi; e si pensi se gli dovevano parer lunghi. Egli aveva confidato tutto, anche i suoi ultimi casi, a sir Arturo; e il suo unico sollievo nelle poche ore di riposo era quello di ripetergli la sua storia dolorosa, rifacendola ogni volta da capo, confidandogli le sue angosce, e domandandogli consigli e conforti. Ma i conforti di sir Arturo, brevi ed asciutti, non eran quelli che avrebbe voluto Enrico: “Star fermo nel proposito fatto, diceva sir Arturo, ed aspettare; aspettare anche vent’anni calmo e lavorando.„ Allora Enrico scriveva delle lunghe lettere a don Cornelio; ma anche queste non ricevevano che delle tarde risposte, affettuose e meste, piene di buoni consigli, ma senza nessuna di quelle notizie ch’egli aveva più ansiosamente domandate, senza una notizia sola di Cristina. “Star fermo ed aspettare„ gli tornava a dire sir Arturo; e Enrico, ripetendo queste parole a sè stesso, cercava imporsi per qualche tempo un poco di calma, ma poi alla fine dava in uno scoppio di pianto. Un giorno però sir Arturo venne a dargli una nuova che gli ridestò tutti i suoi sogni, tutti i suoi disegni, e a mettergli il cuore in festa. Gli disse che passati i due mesi, sul finir dell’anno, sarebbero andati a Livorno, e che poco dopo sarebbero ripartiti per l’alta Italia, e forse per Milano.
Anche per Cristina quei due mesi di novembre e di dicembre non furono meno mesti e meno pieni di angosce. Dopo il ritorno in città, essa era tornata alla solita vita casalinga e monotona, e tutto in casa di donna Fulvia aveva ripreso l’andamento uniforme di prima. Cristina ascoltava attentamente ogni parola, osservava ogni atto di donna Fulvia e degli altri tutti della famiglia, senza che le riuscisse mai di scovrir nulla di ciò che era tanto ansiosa di sapere. Alle volte le era parso che la zia fosse preoccupata un poco più del solito; ma nè lei, nè nessuno di casa, dal giorno in cui erano tornati in città, non avevan più nominato nè Orobio nè don Cornelio, come se non fossero mai esistiti.
Don Cornelio, in quell’ultimo dialogo scabroso che c’era stato tra lui e donna Fulvia, non aveva avuto nè il tempo nè il coraggio di dire che Cristina sapeva quale incarico gli avesse dato Enrico, e che ne aspettava la risposta con eguale ansietà. Ripensandoci, dopo la partenza di donna Fulvia, ne aveva avuto rimorso, poi gli era anche sembrato che gli rimanesse ancora un dovere da compire verso Cristina, il dovere doloroso di confortarla alla rassegnazione. Ma come compirlo? Pensò al padre Felice che s’era mostrato tanto cortese con lui, e che gli pareva fatto apposta per una missione delicata e amichevole. Detto fatto, gli scrisse una lunga lettera raccontandogli tutto alla distesa, incaricandolo di dire ogni cosa a donna Fulvia, e pregandolo, infine, di far le sue veci presso Cristina per disporla, se proprio era necessario, al sacrifizio. Il padre Felice consegnò subito la lettera del curato a donna Fulvia, e si pensi che esclamazioni, che chiasso! Ma poi, tornata la calma, donna Fulvia, dopo molte consultazioni, finì col seguire il consiglio del padre Felice, ch’era quello di non dir nulla a Cristina, di contenersi come se non sapesse nulla di nulla, di mostrarsi con lei sempre più dolce e affettuosa, e di pigliar tempo; il qual tempo, abituato com’è a farne dimenticar tante delle cose a questo mondo, si sarebbe presa anche questa piccola briga di far dimenticare a Cristina una fuggevole fantasia da ragazzi. A rispondere a don Cornelio, a tenerlo a bada, e a rimandarlo soddisfatto con poco, ci avrebbe pensato lui, il padre Felice; cosa che non gli pareva molto difficile.
Cristina dunque aveva un bel stare attorno alla zia; la zia era muta come una statua, e l’interrogarla, o il farla parlare, in simili casi, non era un affar da nulla. Cristina aveva da principio pensato di scrivere di nascosto a don Cornelio, ma poi non ne aveva avuto il coraggio. Per un pezzo aveva sperato che un bel giorno le sarebbero arrivate improvvisamente tante belle notizie, tutte in una volta: e aspettava il bel giorno; ma i giorni passavano tutti eguali, lasciandola tutti nell’eguale ansietà. Poi aveva anche un gran progetto; quello d’aprir l’animo suo con la cugina, di confidarle ogni cosa, e di invocare la sua protezione e i suoi consigli. Ci si era anche provata, ma s’era fermata subito scoraggita e dubbiosa. Più d’una volta aveva principiato a parlare dei giorni della sua infanzia, di suo padre, del buon curato, del suo paesello; ma la cugina l’ascoltava con l’aria annoiata, e come chi ha cose di ben altra importanza per la testa. E infatti, non appena Cristina faceva una pausa, la marchesa Bianca senza lasciarla finire, entrava di botto nel campo prediletto de’ suoi discorsi sulle amiche, sulle mode, sulle mille cosucce della città; e, se era in vena anch’essa di fare delle confidenze, le confidava in secreto i suoi progetti di toilettes per il carnevale. Allora Cristina, triste e sfiduciata, tornava sola ai suoi pensieri; e di tanto in tanto, con gli occhi pieni d’una espressione supplichevole, guardava senz’avvedersene or l’uno or l’altro.... ma nessuno la capiva, nessuno le rispondeva. Un giorno, era fin scesa di corsa, e di nascosto, nel cortile, per interrogare un carrettaio ch’era arrivato da Orobio. — Ah, cosa c’è di nuovo a Orobio? — le aveva risposto il carrettaio. — C’è neve a bizzeffe! E le ova poi! da che c’è la strada ferrata in provincia, fin due soldi l’uno si pagano!... Il curato sta benone, benone tutti.... ma gran mortalità nelle galline! — E così era finita anche quella poca speranza nel carrettaio.