XVIII.
Era principiato il nuovo anno, e in casa di donna Fulvia tutto procedeva con la consueta uniformità, monotona e severa come quella d’un monastero, quando donna Fulvia, un dopo pranzo, annunziò una gran novità. Rivolgendosi a Cristina, con una affabilità insolita, le disse d’aver pensato a lei in quei giorni per procurarle un po’ di svago nel carnevale: “cosa ben giusta e necessaria per la gioventù.„ Poi soggiunse che i divertimenti avrebbero avuto un carattere tutto familiare, ma pure sarebbero stati anche maggiori di quelli che si usavano un tempo quand’era ragazza lei; che cioè una volta alla settimana, l’avrebbe condotta di sera in casa del barone e della baronessa Brocchetti, dove avrebbe trovate delle fanciulle della sua età; e che una volta la settimana poi avrebbe tenuto conversazione anche in casa propria, con gioco della tombola, e con una serata di bussolotti in fine del carnevale.
Quell’annunzio fu così improvviso e così impreveduto, che a due brave persone, che giocavano in quel momento a tarocchi col padre Felice e col Valassina, caddero persin le carte di mano, per cui si dovette andar a monte, e mescolar di nuovo il mazzo. Cristina accolse le parole della zia con gratitudine e con gioia. Presentì vagamente che rotto il ghiaccio di quella vita uniforme le si sarebbe presentata, forse, l’occasione d’avere una qualche nuova di Enrico, e di vedere per qualche spiraglio traverso quel buio che le si era fatto tutto all’ingiro, da quando era tornata in città, e che la opprimeva in un modo tormentoso, insoffribile. Sperò che un mutamento nelle abitudini d’ogni giorno, per quanto piccolo, le avrebbe reso più facile il vincere la grande suggezione che le dava la zia, e le pareva già che sarebbe venuto anche il giorno in cui le avrebbe aperto il suo cuore. Infine, bisogna pur dirlo, le dava una secreta contentezza anche il pensiero di prendersi un po’ di spasso, e di andare ai divertimenti e alle conversazioni della città, di cui aveva sentito dire tante belle cose, e che l’immaginazione poi le aveva di tanto ingranditi.
Un’altra secreta soddisfazione, tutta insolita e nuova, l’ebbe il giorno in cui ci furono i preparativi per condurla alla conversazione di casa Brocchetti. C’era stata, una settimana prima, una lunga discussione, tra donna Fulvia e sua figlia, sull’abbigliamento di Cristina per la sera in cui sarebbe stata condotta in società. Cristina ne aveva capito poco, anche perchè nella discussione c’erano stati qua e là dei punti misteriosi, in cui donna Fulvia, o aveva parlato a mezza voce, o aveva sorvolato ammiccando a sua figlia, o aveva pronunziato un qualche sì incerto, o qualche no asciutto, come chi sta negoziando delle concessioni. Finalmente, venuto il giorno degli ultimi preparativi, dopo un andirivieni di ambasciate, capitò la sarta della marchesa Bianca con un bell’abito semplice ma elegantissimo, e che indosso a Cristina strappò subito delle esclamazioni soddisfatte tanto alla sarta quanto alla marchesa. Cristina, intanto che la zia s’era tirata in disparte tutta sopra pensiero, si guardò nello specchio, e quasi non riconobbe sè stessa. Era la prima volta che si vedeva così bene abbigliata, e nel vedersi tanto bella ne arrossì tutta, e rimase quasi confusa. Donna Fulvia se ne accorse, saltò di mezzo con impeto, e ordinò subito alla sarta delle correzioni e dei palliativi; diede sulla voce a sua figlia, e non si lasciò rimuovere questa volta nè da ragioni nè da esclamazioni. Cristina, che non aveva portato dai suoi monti il pensiero di farsi bella, ne sentì in quel momento la tentazione per la prima volta. L’aria affannata della zia, la discussione sul suo abbigliamento, e il gran caso che se ne faceva, le diedero improvvisamente un sentimento nuovo, che non era precisamente quello dell’ambizione o della vanità, ma ch’era però la coscienza di sentirsi un qualcosa più di prima, di sentire in sè stessa una nuova forza, e anche un nuovo coraggio, in faccia alla zia, in faccia a tutti. Donna Fulvia che non s’accorse, s’intende, di questo risultato, continuò a discutere, a correggere e a modificare, fin sull’uscio, prima di andare in casa Brocchetti.
In casa Brocchetti oltre al barone, quell’ometto complimentoso e brutto di cui abbiamo già fatto la conoscenza, c’era la baronessa, una donnona alta e grossa, piena di acciacchi, e che non si moveva quasi mai dalla sua poltrona, tutta intenta da mattina a sera a far faldelle, a deplorare i tempi, e a combinar matrimoni. Poi c’erano i figliuoli. La baronessa si vantava di averli coltivati a uno a uno fuori dell’aria mondana, come in una stufa; e infatti erano venuti su lunghi, sottili, giallognoli, e col collo un po’ torto come arbusti in cerca d’un raggio di sole. Con l’intromissione di donna Fulvia ne aveva ammogliati due, ed ora ne aveva altri tre nel vivaio. L’arte della baronessa per maritare quei suoi figliuoli, così bruttini, era quella di lasciarli veder poco, di circondarli d’una riputazione di figliuoli perfetti, e di offrirli poi nei momenti in cui c’era abbondanza di fanciulle e scarsità di mariti. Il maggiore di quelli che c’erano in casa, e che si chiamava Checchino, non aveva che vent’anni. Veramente la baronessa avrebbe voluto aspettare un par d’anni ancora prima di dichiararlo disponibile; ma da quando il barone era venuto a confidarle quelle prime toccatine avute da donna Fulvia, figurarsi! un parentado simile! aveva subito mutati i suoi disegni, e aveva presa la direzione secreta dell’affare, dando giorno per giorno le sue prescrizioni al marito, il quale, in questi casi specialmente, era solito ubbidire appuntino. Di prescrizione in prescrizione, si era venuti tra donna Fulvia e il barone a quegli accordi che sappiamo per passare il carnevale. Lo scopo ultimo e vero di quegli accordi non era stato ancor detto formalmente, ma era sottinteso. I ritrovi del carnevale dovevano servire ai due futuri sposi per vedersi di tanto in tanto da un capo all’altro d’un salotto, ossia come diceva la baronessa, per conoscersi reciprocamente. In quaresima poi i genitori, con improvvisa consolazione, e con la debita sorpresa, avrebbero accolto, auspice un amico comune, il felice progetto e concluso il matrimonio.
Le prime volte che Cristina fu condotta in casa Brocchetti ci fu ben poco di notevole. Il barone e la baronessa accoglievano Cristina con quattro complimentucci, ch’eran tutti un dolciume e sempre gli stessi, poi si mettevano ai tavolini da giuoco, e non le dicevan altro. Ai tavolini da giuoco c’erano i pesci grossi della conversazione; ci sedevano oltre il barone e la baronessa, donna Fulvia, qualche vecchia signora, qualche consigliere giubilato, e ci passavano un paio d’ore a borbottare e a rimbeccarsi tra loro, intanto che i pesciolini, ossia Cristina e due o tre altre fanciulle, se ne stavano in disparte con un lavoro d’ago o di ricamo in mano, scambiando sottovoce qualche parola di tanto in tanto. Se alle volte capitava in visita qualcuno che non fosse dei soliti, anche questo si metteva presso uno dei tavolini, ci stava in silenzio una mezz’oretta a veder gli altri a giocare, poi se ne andava. Tale, su per giù, era la conversazione di casa Brocchetti. Cristina cominciava a pensare che i divertimenti della città non eran poi gran cosa, quando una sera la baronessa fece l’improvvisata d’un maestrino al pianoforte, e di qualche invitato di più; poi fece fare un po’ di largo nel salotto, e permise alle fanciulle di far due salti. E fu una grande improvvisata davvero. Cose simili in casa Brocchetti non se n’eran vedute mai! Dopo quella sera, la baronessa permise i due salti regolarmente una volta la settimana; e Cristina che ballava con passione, ci si divertiva di cuore, ballando più che poteva, senza fermarsi, senza riavere il fiato, e fin ballando con l’altre fanciulle quando i ballerini erano stanchi. I ballerini, oltre Checchino e i due Brocchetti più piccoli, eran cinque o sei giovanetti scelti prudentemente, e un vecchietto tutto arzillo che era stato, un tempo, ballerino della baronessa, e che dopo aver fatto ballare due generazioni ora continuava colla terza. Il ballerino meno fortunato era Checchino; le fanciulle quando lo vedevan venire, lo scansavano; poi facevano tra loro delle risate senza che gli altri ne capissero il perchè. A Checchino succedeva spesso, quando giuocavan la partita, di addormentarsi nel salotto e di russare fortemente. La baronessa allora si affrettava a dire che Checchino si levava tanto di buon’ora, e che studiava troppo; ma una volta una delle fanciulle che facevan crocchio tra loro aveva detto piano a Cristina, e alle altre, che Checchino era.... era un asino. Non è a dire quanto rider ne avesser fatto secretamente in quel momento, e da quanta voglia di ridere fosser prese, da allora in poi, ogni volta che compariva Checchino. Checchino, per di più era un ballerino disgraziato. Non gli riusciva mai di mettersi d’accordo nè con la ballerina, nè con la musica, nè con la battuta, e si metteva di solito a ballar la polka quando suonavano il valzer, e a ballare il valzer quando suonavano la polka. E ci si ostinava, trascinando con violenza la ballerina, la quale un po’ ci si adattava, un po’ si ribellava, e così era in complesso un affannarsi di tutt’e due da far pietà. Fu in una di queste lotte che a Checchino, mentre una sera ballava con Cristina, scivolò un piede. Barcollò, si riprese, perdette l’equilibrio, e andò con le gambe in aria. Cristina riuscì a svincolarsene, e a rimaner ritta, ma fu presa da una di quelle voglie di ridere che non si ferman più. Si mordeva le labbra, si turava la bocca con la pezzuola; ma intanto vedeva le amiche che ridevano anch’esse in disparte, e dava daccapo in un nuovo scoppio di risa. La zia, come furono a casa, ne la sgridò, e l’ammonì molto seriamente a mostrarsi d’allora in poi più rispettosa e cortese verso quel giovane, ch’era uno dei migliori che mai si potessero immaginare. Dopo quella sera in casa Brocchetti si ballò meno, e Checchino non ballò più.
Le serate della baronessa erano alternate con quelle di donna Fulvia, nel cui salotto, secondo il programma, una volta la settimana si giuocava a tombola, e ci venivano, oltre i pochi amici soliti di casa, il barone coi suoi figli e con parte della sua conversazione, invitativi straordinariamente. Queste serate procedevano un po’ noiosette per tutti, e anche per Cristina, la quale, passata quella prima novità era tornata pensierosa e malinconica. Aveva sperato vagamente col veder gente nuova, di risapere qualcosa di Enrico; aveva creduto che chi sa quanti, solo a nominare Orobio, le avrebber date le nuove del suo paesello e del curato! Ci si era anche provata timidamente, qualche volta; ma non ne aveva trovato uno che conoscesse il suo paese neanche di nome. Le sue inquietudini, le sue angosce ora principiavano a tornarle nell’anima vive come prima, e con minori speranze; daccapo era tornata inquieta, distratta, e assorta in un unico pensiero. Il Valassina che, senza farsi scorgere e con l’aria di chi è sempre lontano da tutto le mille miglia, spiava tutto e vedeva tutto, si accorse che Crestina cominciava a far meno caso dei divertimenti della zia, e che qualcosa d’altro, che non era il Checchino di sicuro, si faceva strada nel cuore di lei, o vi ripigliava il posto di prima. Fin dinanzi alle cartelle della tombola la vedeva distratta e svogliata! E più d’una volta, quando tirava i numeri aveva osservato con impazienza che Cristina non li marcava, o li marcava sbagliando. “Le frulla il cervello a quella ragazza!„ aveva detto tra sè; e principiò a sospettare che i pensieri di Cristina non fossero assorti nei terni della lotteria, ma galoppassero piuttosto dietro quel giovane che viaggiava lontano.
Pensò di accertarsene. Gli parve che cogliendo Cristina d’improvviso, in uno di quei suoi momenti di distrazione, con una notizia che facesse al caso e con una domanda buttata lì di sorpresa, gli sarebbe riuscito, fissandola bene, di leggerle fino nel fondo dell’anima. Una notizia che pareva fatta apposta il Valassina l’aveva; detto fatto, si decise di metterla subito a profitto prima che Cristina venisse a saperla in altro modo, e ci fosse poi preparata.
Giocavano una sera, seduti alla solita tavola della lotteria, donna Fulvia, il barone Brocchetti, la marchesa Bianca, alquanto assonnata, Checchino accanto a Cristina, il Valassina, tre o quattro altri giocatori attenti e compresi, e il vecchietto arzillo di casa Brocchetti. Il vecchietto teneva il cartellone ed estraeva lui i numeri, accompagnandoli ogni volta con qualche motto che a un dipresso facesse rima, e che poi senz’altro doveva far ridere. Al caminetto, un po’ discosto dai giocatori, c’era il marchese Ettore, che leggicchiava un giornale, e scambiava di tanto in tanto qualche parola col padre Felice, il quale gli stava di faccia seduto in poltrona.
— Trentatrè!... non si marca se non c’è! — gridava tutto ilare, con una voce un po’ nasale, il vecchietto, mostrando la pallottolina su cui c’era il numero.
— L’ho io, l’ho io! — saltò su Checchino.
— Oh, che numeracci! — brontolava donna Fulvia.
— Ambo! — esclamava un terzo.
— Si verifichi, lei sbaglia sempre! — replicava tutto rosso in faccia Checchino, che non si animava se non quando giocava alla lotteria.
— Vent’otto! — ripigliava il vecchietto. — A bella ragazza un bel giovanotto!
— Ma cosa dice mai! — esclamava donna Fulvia, — Lei ne ha sempre delle sue.... giudizio, giudizio!
— Quarantasei!
— Oh, questa volta poi non voglio rime!
— Gentil signora.... come vuol lei!
— Bravo, bravissimo! — esclamaron tutti.
— Sempre pronto, sempre allegro. È inutile; per questo gioco ci vuol proprio lei! — conchiuse il barone Brocchetti.
La prima tombola fu vinta contemporaneamente da due giocatori. Checchino, che non era uno di questi, pretendeva che c’era stato uno sbaglio, per cui ci fu una lunga discussione, e poi una lunga verificazione. Nel frattempo il Valassina aveva osservato Cristina attentamente, parendogli che fosse più pensierosa, più impaziente del solito, e balenatogli in mente il suo disegno, pensò che quello era il momento opportuno per mandarlo senz’altro ad effetto.
— E così, signor marchese, che cos’ha trovato di nuovo stasera ne’ pubblici fogli? — prese a dire il Valassina dirigendosi al marchese Ettore. — Ci son notizie della Cura d’Orobio?
— No davvero, caro signor Valassina. Sono da mezz’ora nella questione d’Oriente, ma d’Orobio non c’è sillaba. C’è dunque una questione d’Orobio?... Dica, dica; lei ha, mi pare, delle notizie ch’io non ho!
— Oh, nulla d’importanza! — riprese sorridendo il Valassina. — Non ha letto giorni fa, signor marchese, quel che c’era nella gazzetta della provincia?... tra le notizie della Curia? dov’era detto che il curato d’Orobio....
— Muta aria?
— Oh! dunque le notizie le sa anche lei?
— L’ho risaputa, questa, da qualcuno ma non l’ho letta. E ce n’è altre?
— È appunto quello che domandavo a lei. Nella gazzetta c’era che don Cornelio Sacchi, a quanto si diceva, doveva essere nominato canonico del Duomo; ma che invece poi avrebbe avuta, forse, si diceva, un’altra destinazione; e che la nomina a curato d’Orobio sarebbe sempre, a quanto si diceva, caduta su una degna persona che non si poteva finora nominare....
— Andiamo, andiamo, attento signor Valassina... non vede che ricominciamo il gioco! — saltò su, interrompendolo, donna Fulvia a cui non garbava in quel momento un simile discorso.
— Si incomincia col numero sette! — gridava il vecchietto. — Oh vedono che bel numero! l’hanno quasi tutti. E lei, Cristina, non lo marca?... Numero sette, donna Cristina!... è un po’ distratta la signorina!
Altro che distratta! Distratta era stata tutta quella sera, ma in quel momento le era salita una vampa al viso, non vedeva più nulla, e non ascoltava che le parole del Valassina. Questi che se n’era subito accorto, contento, contentone di quel primo risultato, pensò di affrontare all’occorrenza anche le occhiate di donna Fulvia, ma di non lasciar cadere il discorso.
— Fin da questo autunno, — riprese il Valassina voltandosi verso il marchese, — dicevano che don Cornelio avesse l’intenzione di lasciar Orobio....
— E per qual motivo? — domandò il marchese.
— Precisamente non saprei.... avrà forse voluto mettersi in riposo.... ora tanto più che....
— Attento signor Valassina, — gridava il vecchietto, — non vede che siamo già ai terni?... e or con questo sessantotto.... la partita va di galoppo! La rima non era riuscita, ma per fortuna Checchino fece in quel momento un’esclamazione di gioia che permise al vecchietto di gabellare anche questa.
— Ora tanto più, dicevo.... — riprese il Valassina torcendo il collo verso il marchese, — che quel giovane.... un certo giovane di cui il signor marchese avrà forse sentito parlare....
— Ma Valassina! Valassina! Questa sera lei è d’una distrazione!... e con le sue chiacchiere ci confonde la testa a tutti! — saltò su di nuovo donna Fulvia, e in tuono più brusco di prima.
— Ah, sì, sì.... so di chi vuol parlare.... — disse il marchese Ettore dopo aver scambiata qualche parola col padre Felice. — E dunque cosa è avvenuto di quel giovane?
— Mille scuse, donna Fulvia, — riprese il Valassina, — rispondo una parola al marchese poi non fiato più.
Cristina, tutta agitata, non vedeva più i numeri delle cartelle, e non ne marcava più uno. Checchino che se n’era accorto, e ch’era lì lì per far tombola, stava zitto, e n’era tutto giulivo.
— Le voci che girano sul conto di quel giovane son molte, — continuò il Valassina. — A Orobio, pare, non ci tornerà più.... ma poi ne dicon tante!... Però la più sicura, a quanto si sa, è che siasi stabilito in Inghilterra e che anzi vi abbia preso moglie....
— Non è vero! — esclamò risolutamente Cristina. E in quello stesso momento si sentì la voce concitata di Checchino, che esclamava tutto glorioso: Tombola! Tombola!
Donna Fulvia, lanciando occhiate inquiete al Valassina per farlo tacere, cercò prontamente di deviare l’attenzione dei giocatori, tossendo, alzando la voce, agitandosi e dando l’aire a Checchino, il quale senza saperlo le veniva in aiuto colla sua gioia chiassosa. Ma il Valassina, sicuro di farsi perdonar dopo, non tacque; e per battere il ferro intanto ch’era caldo replicò subito a Cristina: — Mi scusi, ma io credo invece che quella notizia sia vera verissima. Come potrebbe lei sostenermi il contrario? Sentirò volontieri quello che ne sa lei!...
— Io so, — riprese Cristina tutta concitata, e volendo giustificare la sua esclamazione di prima, — io so ch’egli ha promesso a una fanciulla d’Orobio.... È un giovane d’onore! lo conosco fin da bambina... egli non mancherà alla fede data!
A quelle parole ci fu un momento di silenzio generale, in cui Cristina vide rivolti verso di sè gli occhi maravigliati di tutti. Essa avrebbe voluto giustificar subito anche quella sua giustificazione, avrebbe voluto che le domandassero ancora qualcosa, ma nessuno non le domandò più nulla. I più non ne avevano capito niente, ma qualcuno ne aveva capito fin troppo. Il Valassina, ch’era tra questi, fu il primo a rompere il ghiaccio e a rimettere la conversazione in carreggiata, riconducendola alla tombola di Checchino. Il marchese s’era messo a guardar Cristina con l’occhialetto; e dalla sua poltrona cominciò a guardarla più che potè con l’attenzione d’un osservatore che, fatta una scoperta improvvisa, va cercando nuovi dati per la riprova. Il padre Felice s’era limitato a tirar due o tre prese di tabacco più rumorosamente del solito: e donna Fulvia che nelle circostanze difficili sapeva tutto posporre, come diceva anche lei, al proprio decoro, finse di non aver udito nulla; continuò ad occuparsi de’ suoi invitati, coi quali fu anche più complimentosa del solito, e in cuor suo promise a sè stessa che quella signorina avrebbe la mattina dopo reso uno stretto conto di ciò che aveva detto.
Cristina, prima ancora che tutti se ne fossero andati, scomparve dal salotto, e si ritirò nella propria camera. Per quella notte non chiuse occhio, e continuò a ripensare a quelle ultime parole del Valassina. Che Enrico non tornasse più, che Enrico si fosse maritato.... eran fiabe! N’era sicura; non aveva angustie, non aveva sospetti! Ed era lieta e fiera in cuor suo d’aver difeso Enrico, d’aver buttato in faccia quel non è vero al Valassina, parendole con questo d’aver chiusa a lui e a tutti la bocca per sempre. Ma le angustie ed i sospetti l’assalivano invece nel ripensare alle parole che il Valassina, e il marchese, avevan dette a proposito di don Cornelio. “Che don Cornelio avesse lasciato Orobio? che fosse andato altrove? che a Orobio non ci fosse proprio più?... L’avevan detto in un tono così sicuro!...„ E nel riandare le cose udite Cristina sentiva scendersi in cuore un presentimento tormentoso che le toglieva ogni forza per ribatterle e per dire a sè stessa che non eran vere.
“In fin de’ conti c’è don Cornelio ad Orobio!„ soleva esclamare Cristina tra sè quando, nei momenti di scoramento e di timore, voleva tagliar corto, e correre col pensiero ad un conforto che non le falliva mai. “Ma se a Orobio don Cornelio non ci fosse più!...„ andava ora ripetendo; e quelle parole le davano un senso di paura, le davano tutto l’accasciamento dell’abbandono e della solitudine.
Per saperne qualcosa anche noi, circa quelle notizie del signor Valassina, daremo subito una corsa a Orobio, e là faremo un passo indietro per riprender meglio il filo dei nostri piccoli avvenimenti.