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Il curato d'Orobio

Chapter 2: I.
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About This Book

Un parroco di un paesino lombardo, don Cornelio, accompagna il giovane coadiutore don Luigi mentre torna da una lunga visita; è provato per la morte dell'amico e patrone conte Maurizio d'Orsenigo avvenuta otto giorni prima. La narrazione alterna i passi del cammino, i ricordi del passato politico e civile condiviso, e i dettagli della vita comunitaria: le soste alla taverna, i giocatori, i colleghi preti. Emergono temi di fedeltà, perdita, memoria e l'intreccio tra impegno civile e vita pastorale.

IL CURATO D’OROBIO

I.

Camminavano insieme da oltre mezz’ora, senza aprir bocca, don Cornelio Sacchi curato di Orobio, terricciuola d’una vallata di Lombardia, e un giovane prete, don Luigi, ch’era il suo coadiutore: li precedeva un canino pomere, dalla coda arricciata e dagli occhietti vispi, ch’era il solito battistrada di don Cornelio.

Don Luigi era andato incontro al curato, il quale scendeva per una ripida stradetta da un alto e lontano poggio del monte; poi s’era unito a lui per fargli compagnia fino a casa. — Oh, don Cornelio, doveva mandar me! — aveva detto don Luigi al curato. — Lei è andato fin lassù, m’immagino... fino a Santa Maria della Neve, a visitar quel vecchio che sta male! Capisco... ma due ore di strada, e d’una strada così cattiva, per lei che stamane era così poco in gambe. Sarei andato io....

— Grazie, don Luigi, grazie... ma fin che si può si va! — aveva risposto don Cornelio. E continuando a camminare, senza aggiunger altro, era tornato in silenzio al filo de’ suoi pensieri.

Don Luigi non ebbe il coraggio d’insistere di più; e camminando sempre in silenzio anche lui, cercava di mostrare al curato il suo rispetto col lasciargli la parte meno cattiva dell’acciottolato, tenendo per sè i sassi più acuti e smossi. Cominciava a levarsi la brezza foriera del tramonto, e don Cornelio, nel mandare di tanto in tanto un sospiro, ne sorbiva delle lunghe boccate; poi, scoprendosi il capo, sprigionava una bella matassa di capelli, tutti bianchi ma ancor folti, che sollevati dalla brezza davano in quel momento l’immagine dei pensieri confusi, agitati, che gli passavano per la mente. E su di essa era facile leggere una nuova espressione, ch’era in contrasto coi lineamenti calmi e gioviali del viso, l’espressione d’un dolore nuovo e profondo. Don Luigi che sapeva quanto fosse grande l’afflizione del suo curato, e che ricordava di che poco frutto erano state in quei giorni le sue parole di conforto, camminava in silenzio, cercando un’occasione, che non veniva, per avviare qualche discorso.

E siccome i nostri due personaggi li vedremo scendere per la stradetta un pezzo ancora prima di cavar loro una parola, così profitteremo del tempo per dir noi intanto qualcosa sul conto almeno d’uno di loro.

Don Cornelio era curato nel paesello d’Orobio da trent’anni: c’era venuto per forza, e poi c’era rimasto per sua elezione. Nel 1848, caldo d’amor patrio, aveva preso parte agli avvenimenti d’allora, per quel tanto almeno che si riferiva alla città dov’egli in quel tempo viveva. Amato da tutti, avevan voluto che seguisse come cappellano il battaglione de’ volontari della provincia. E don Cornelio con due stivaloni, con una croce di panno rosso sul petto, con la medaglia di Pio IX che gli pendeva dal collo, col fiocco d’oro e con le penne nel cappello, non aveva fatto per quattro mesi che camminare sebbene vicino ai quarant’anni, che è l’età dei forti pensieri più che delle forti marcie militari. Finita la campagna, un colonnello boemo, che governava la città di don Cornelio, trovò opportuno di mettere sotto catenaccio anche il nostro cappellano. Il vescovo della provincia, il vescovo che c’era in quel tempo, prese le parti di don Cornelio; ebbe il muso duro più del colonnello boemo, e don Cornelio uscì di gabbia, ma dovette farsi uccello di bosco. Fu allora che lo mandarono a Orobio, ch’era il paesello più lontano dalla città dove ci fosse una cura vacante.

L’avvenimento, che dopo alcuni anni fece d’Orobio non più il luogo d’esilio ma il soggiorno di elezione di don Cornelio fu la venuta d’un brav’uomo, la cui amicizia gli avrebbe fatto parer bello qualsiasi Orobio anche peggiore del suo. Il brav’uomo era un certo conte Maurizio d’Orsenigo, il quale aveva in Orobio un bel palazzotto antico, e nei dintorni l’antico patrimonio della famiglia, arrivato fino a lui, ma facendo acqua dai fianchi, come una nave logora. In questa nave avevano aperta una nuova e più larga breccia gli avvenimenti del quarantotto, gli anni dell’esilio, e dei sequestri: e il conte Maurizio, a cui non reggeva l’animo di staccarsene, rimpatriato passava in Orobio parte dell’anno, sperando col farsi campagnolo di tenerla a galla alla meglio. Alcuni anni dopo, era rimasto vedovo, con una bambina, e d’allora in poi non s’era più mosso. Non c’era voluto molto a diventar amici, lui e don Cornelio. L’uno e l’altro avevano il cuore buono e generoso; l’uno e l’altro avevano un egual sentimento nell’animo, tenuto acceso con eguale ardore, con eguali speranze: l’amore d’Italia. Vissero insieme per più di vent’anni; divisero giorno per giorno i dolori e le gioie che si avvicendarono in quei tempi, servendo con amore assiduo, nel loro umile paesello, in tutto quel poco che potevano, la causa della patria e del bene.

Ora don Cornelio era rimasto solo. Otto giorni prima, il 7 marzo 1878, in quell’ora stessa del tramonto, in cui l’abbiam veduto scendere con don Luigi dalla montagna, il suo amico era morto.

Don Cornelio e don Luigi erano giunti a un punto dove la strada facendosi meno ripida conduceva a uno spiano su cui c’era una casuccia, chiamata la Tavernella, e ch’era uno dei punti d’approdo di quei d’Orobio quando sulla sera andavano a far quattro passi, e a berne un bicchiere. E infatti, c’erano degli avventori anche in quel momento: alcuni se ne stavano seduti intorno a una tavola presso la porta della Tavernella e giocavano alle carte; altri giocavano alle bocce su quel po’ di spiano che c’era. Don Cornelio, che proprio n’avrebbe fatto a meno, dovette, rallentando il passo, ricambiare i saluti gioviali di quei delle carte e di quei delle bocce: alcuni dei quali poi si ostinavano calorosamente a offrirgli da bere, e a chiamar l’oste, anche dopo ch’egli, ringraziatili, s’era scostato tirando diritto per la sua strada.

I giocatori, appena don Cornelio fu lontano, si abbandonarono alla più chiassosa ilarità. — Don Innocente! — gridavano a una voce — Venga fuori don Innocente! — E don Innocente, ch’era un prete di quelle vicinanze, in maniche di camicia e con le bocce in mano, se ne tornava intanto in mezzo a quelli della sua brigata, i quali continuavano a assordar l’aria con esclamazioni e risate che non finivan più. Quelli invece che giocavano alle carte si contentarono di mandare un’occhiata verso il crocchio, dove si faceva tanto chiasso, continuando tranquillamente la loro partita e la conversazione.

— Ve lo dirò io perchè ridono laggiù, — diceva uno di questi, lo speziale d’Orobio, rispondendo al suo vicino ch’era un mercante d’una grossa borgata della provincia. — Ridono di quel prete che se l’è svignata dietro l’osteria....

— Ah! quel prete bassotto, dalla faccia rubizza, volete dire? che a vederlo bere fa allegria! — domandò il mercante.

— No, no, — riprese lo speziale, — ridevano dell’altro. Quello che dite voi è don Prospero, fratello dell’oste di Costamezzana....

— Dell’oste al Pomo d’oro?

— Precisamente. Oh, don Prospero se ne infischia, e quand’è sul gioco non se la svigna. Ridevano di quell’altro, di quel magro, allampanato, dalla faccia smorta, e che è don Innocente cappellano di Sant’Ilario. Or dovete sapere che don Innocente ha due gran gusti, esorcizzare gli spiriti e giocare alle bocce. Non farebbe altro! Diavoli e bocce! Ma poi quando gioca non vuol che lo vedano gli altri, ad eccezione s’intende di don Prospero ch’è il suo collega. Peggio poi a lasciarsi vedere dal nostro curato, da don Cornelio!

— Il quale gli avrà proibita anche quella partitina alle bocce. Ho capito, ho capito, — continuò con gravità il mercante, — avete anche voi altri un curato clericale. Eh, ne abbiamo anche noi, nei nostri paesi, di questi preti dell’infallibilità.... Basta... oste! un pezzetto di cacio, e un’altra mezzetta....

— Oibò, oibò, v’ingannate! — saltò su il signor Vincenzo ch’era il sindaco d’Orobio. — Il bacchettone è l’altro! ed è perciò che non ha voluto lasciarsi vedere da don Cornelio... il quale, non dico già che sia quel curato civile, di quella religione... che so ben io... ma, per i tempi che corrono, bisogna contentarsi, e non se ne può dir male. È prete; e su questo punto non vuol sentir ragioni, neanche da me che gli sono amico da anni. Però negli affari pubblici è tollerante, e — soggiungeva con serietà dopo una pausa, — non contrasta il mio programma. Per cui, in complesso, si può dire che c’è in Orobio buona intelligenza tra l’autorità civile e l’ecclesiastica. Insomma è un brav’uomo; non è vero? — e guardava lo speziale e il quarto compagno ch’era il dottore del paese.

— È un buon uomo: bonitas bona res, sed non sufficit, — rispose il dottore che amava gli aforismi, i quali poi alla loro volta gli procuravano qualche consulto fuori di paese.

— Ben detto, ben detto, — soggiunse lo speziale, ch’era sempre del parere del medico d’Orobio, e dei medici di qualsiasi altro paese dove non ci fosse una spezieria.

— Scusate, — continuò con calore il signor Vincenzo, — ve lo dico una volta ancora, su questo punto non siamo d’accordo. Il nostro curato — e si rivolgeva al mercante — è un prete, è vero, ma è un brav’uomo; è un vecchio patriotta, e quanto poi a cuore e a generosità... — E fissava da capo il dottore.

— Non nego, — replicava il dottore continuando a giocare, — ma è un uomo che si perde nei particolari, nelle inezie, nelle minuzie.

Il dottore d’Orobio aveva un grande disprezzo per le cose piccole di questo mondo: non prendeva in considerazione che la Natura e l’Umanità; meno quando c’era la passata delle quaglie, perchè era cacciatore. Per l’Umanità poi il suo culto era così grande che dedicava a lei sola per lo meno un aforisma al giorno. Non vedeva altro: gli individui, compresi gli ammalati del comune, non erano per lui che atomi, vilissimi atomi, per i quali non valeva la pena di pigliarsela troppo calda. Ma per la Scienza e per l’Umanità cosa non avrebbe fatto!... Si sarebbe contentato anche d’un posto all’ospedale d’una qualche città.... Ma, qualche anno prima, un esaminatore, un atomo, lo aveva rimandato, concludendo anch’esso con un non sufficit.

Lo speziale aveva fatto cenno col capo replicatamente di aderire al giudizio pronunziato dal dottore su don Cornelio. Anche lo speziale sprezzava le inezie. Quand’uno veniva nella sua spezieria egli guardava, per prima cosa, se aveva in mano i quattrini; e se non li aveva, — Andate là, andate là, — soleva dire, — risparmiate i rimedi; malucci da nulla, inezie da non badarci! — E licenziava l’avventore.

Qualcuno dunque che in Orobio si occupasse delle inezie, ci voleva. Se ne occupava di solito don Cornelio, il quale, nelle cose di minore importanza, s’intende, si vedeva fare alla meglio da medico, da speziale, da infermiere, e fin da avvocato. La povera gente non cessava di benedirlo; ma poi v’era anche, come s’è visto, chi arricciava il naso.

Il sindaco, che non era tra questi, non rispose al dottore, e avrebbe voluto mutar discorso. Ma il mercante domandò di nuovo: — E quel pretucolo magro e smorto ch’era col curato, è roba vostra anche quella?

— È il coadiutore, — rispose lo speziale.

— Che collo torto! — continuò il mercante. — Ma gli è che adesso a un seminarista si direbbe che gli fanno fare apposta anche la faccia! Ne vedete voi di queste facce agli altri?

— Bisognava vederlo qualche mese fa quando ce l’han regalato! — soggiunse lo speziale. — E bisognava anche sentirlo!

— Ma don Cornelio gli ha già mezzo raddrizzato anche il collo, — saltò su il sindaco. — Lasciate fare a lui!

— Vedremo poi alla fine chi dei due la darà a bere all’altro — sentenziò gravemente il dottore.

— Oh quanto al bere i preti son tutti professori! — esclamò il mercante, ridendo ch’era un gusto. — A proposito, oste, un’altra mezzina, che ci si beve bene su questo cacio.... Perchè, come dicevo, quanto al bere bisogna proprio fare di cappello ai nostri preti.... ma non così quanto al vestire, — e si fece serio. — Una volta qualche pezza di panno fine la ci voleva anche per i nostri preti di campagna, ma adesso tutta saia!

Don Cornelio e il suo coadiutore, continuando per la stradetta che conduceva al piano, erano intanto arrivati a un piccolo poggio dove improvvisamente si affacciava un lungo tratto della valle. Chi passava di lì, ci fosse pure passato mille volte, rallentava il passo, mandava una lunga occhiata a quella scena che gli si parava dinanzi, e faceva volontieri una fermatina, parendogli quasi di riposar meglio che altrove; e intanto correva subito con l’occhio a discernere il suo campanile, la sua casuccia, il suo camperello, tra i casolari, le chiesuole e i poderi che si vedevan sparsi sulle falde dei monti, e sul piano della valle: e quando gli aveva ravvisati, si rimetteva più lieto in cammino, come chi s’è imbattuto in qualcuno a cui voglia bene. Don Cornelio s’era fermato, s’era seduto su un muricciolo, e levatosi il cappello guardava mestamente la valle, intanto che il suo compagno guardava lui di sott’occhio, pur avendo l’aria di contemplare anch’esso gli ultimi sprazzi di sole che mano mano abbandonavano le cime dei monti. Quella scena tutta all’ingiro si faceva sempre più severa e più silenziosa; e non s’udiva più che il lontano rumore del torrente che serpeggiava sul fondo della valle.

— Ecco, io seduto qui, e lui su quel sasso,... — prese a dire don Cornelio al suo compagno rompendo a un tratto il silenzio; — proprio su quel sasso lì!... Quante volte io e lui, il povero conte Maurizio, si guardava a quest’ora giù nella valle... o si fissavano le ultime cime lucenti, e quelle già brune, e le prime stelle!... Allora, oh allora tutto quello che c’era dentro di noi... tutto veniva come a galla... e fossero pure delle inezie bisognava proprio dircele tutte l’un l’altro! Ma anche le inezie dette in quel momento parevano tutt’altra cosa... e se non ce n’erano di nuove, si riandavano le vecchie; tanto il cuore si allargava nel dirle. Alle volte poi si diceva anche qualche barzelletta, e allora era un ridere, un ridere... — E così dicendo, don Cornelio si asciugava col dorso della mano una grossa lacrima che gli scendeva sul viso. — Ecco, don Luigi, guardate là in fondo, — riprese don Cornelio dopo una pausa, — dove c’è quell’ultima vetta, più in su, ecco la prima stella della sera. Prima del 1859, il conte Maurizio quando vedeva comparire quella stella: “Ecco la stella d’Italia! esclamava; e fino a quando la vedrò comparire, — diceva, — io continuerò a sperare!„ Diceva così il mio povero amico. E a quei tempi, e anche dopo, quando si cominciò a vedere che la stella era proprio con noi, qui, dove nessuno ci ascoltava, ci dicevamo i nostri timori, le nostre speranze: lui, faceva e rifaceva a modo suo l’Europa; io, persuadevo il Papa, e tra tutti e due si metteva insieme l’Italia. Oh, le belle serate!... Andiamo, — soggiunse don Cornelio, dopo una pausa, alzandosi. — Quella nebbiolina che si leva laggiù nella valle comincio già a sentirmela nelle ossa... e mi dà i brividi. —

Don Luigi aveva seguite le parole del curato in silenzio, e con gli occhi attenti e fissi. Nel suo sguardo di solito umile, spento, s’era visto brillare una improvvisa espressione di entusiasmo e a un tempo di terrore. Alle ultime parole di don Cornelio si scosse, e si rimise in via chinando di nuovo gli occhi a terra, e tacendo: ma non scomparve così presto quella fiamma che gli si era improvvisamente accesa sulle pallidissime guance. La breve commozione di poco prima aveva ridestato nel suo pensiero l’eco di sentimenti altre volte combattuti, respinti, e che ora cominciava ad accogliere, ma con l’animo agitato e trepidante.

— Ehi, don Cornelio! Don Cornelio, don....

Il curato e don Luigi avevano fatto pochi passi, quando si sentirono chiamare da qualcuno, che scendeva per la medesima strada, e li voleva raggiungere. — Che gambe, don Cornelio!... Si capisce che loro signori vanno a cena! Che gambe! —

Chi esclamava così era un certo don Prospero, un prete ilare e rubizzo, e che, essendo anche grosso e bassotto, arrivava in quel punto tutto trafelato, avendogli il compagno, ch’era con lui, fatto affrettare il passo. Il compagno era don Innocente, quello della partita alle bocce.

— Hanno fatto una lunga camminata anche loro, eh? — prese a dire don Innocente in tuono mellifluo, e con le mani giunte sul petto. — Benissimo, benissimo.

— Vengo da Santa Maria della Neve, — rispose don Cornelio.

— Per bacco! — esclamò don Prospero. — Noi siamo stati più discreti; però, quell’ultima partita m’ha fatto sudare più che....

— Da Santa Maria della Neve! — esclamò don Innocente per interrompere il compagno. — E noi non si voleva fare che quattro passi, ma poi un passo dopo l’altro, ci siam trovati alla Tavernella.

— Ma per un pezzo non ci torno più, — soggiunse don Prospero. — Ci si beveva un bon vinetto tempo fa, ma l’hanno tagliato... Loro dicon di no, ma a don Prospero non la si dà ad intendere. Manco male che l’ho fatto pagare qui all’amico... ma ho dovuto sudare!

— E una chiacchiera dopo l’altra, s’è fatto tardi, — continuò don Innocente. — Ma, come si fa! si incontra gente, e chi ne conta una, chi ne conta un’altra. In questi giorni poi è un gran discorrere che si fa; non si parla che del conte Orsenigo!... Quante non se ne sentono!... Oh, ma lei, don Cornelio, ne saprà più di tutti, lei ch’era amico del conte.... — E fece una pausa; poi, vedendo che don Cornelio non rispondeva, continuò: — Dicono che sia andato al Creatore senza lasciare un soldo... Oh, ma io non lo credo... un signore tanto ricco!... non le pare, don Cornelio?

— Da un pezzo non era più ricco il povero conte, — rispose il curato. — Ha avute tante disgrazie! E queste anzi finirono col troncargli la vita; ma non erano riuscite a vincer mai quel suo gran cuore, così buono, così generoso, così benefico!

— Ma.... e si può sapere dove è andato a affogare tanta grazia di Dio?... A sentir la gente... cosa non si dice!... quante non se ne contano!

— E voglio credere, — riprese con vivacità don Cornelio, — che la gente racconterà anche tutte le opere buone fatte dal povero conte, tutte le opere della sua carità, tutto il bene che fece in questi paesi!...

— Eppure la gente non ci vede chiaro, — continuò don Innocente. — Pare, a quanto dicono, che ci sia del mistero... e c’è anche chi pretende, oh ma io non la voglio credere! che spendesse tesori nelle società secrete e nelle sette....

— E lei mi immagino, avrà risposto per le rime a simili baggianate! — saltò su don Cornelio. — Oh chi è questa gente così ingrata, che dimentica così presto!

— Eh, già, già, la gente è ingrata, e lo dico sempre anch’io che a far del bene alla gente è un lavare la testa all’asino, — soggiunse subito don Innocente per accomodar la cosa.

— Buona notte, a loro signori, — disse a un tratto don Cornelio, fermandosi, dopo aver fatto alcuni passi in silenzio. — Io piglio, con don Luigi, questa scorciatoia, perchè c’è qualcuno a casa che m’aspetta.

— Buona notte, buona notte, — ripeterono don Innocente e don Prospero; poi si scambiarono un’occhiata, e continuarono per la loro strada. — Però — soggiunse don Prospero dopo pochi passi — non valeva proprio la pena di scalmanarci tanto a raggiungerlo. Perdinci! Non offrirne neanche un bicchiere a un amico che viene nella sua giurisdizione!...

— Eh, ha ben altro per il capo don Cornelio! Non avete visto com’era sopra pensiero, e come cercava di sgattaiolare alle mie domande?... Ah, l’amicizia di quel conte non gli faceva troppo onore!... E adesso gli tocca sentirne delle belle.

— Ne dicono tante, è vero, ma cosa volete? Io, per esser sincero, non potrei dirne che bene. Non c’era volta che mi vedesse passare dinanzi al suo palazzo senza che mi chiamasse, e mi facesse sturare una bottiglia apposta.

— Per darvela ad intendere.

— A me no! Fior di vino ve lo dico io.

— Ma però avete sentito anche voi quel che si dice!... Nel mio paese ne son venuti parecchi da me che volevano una funzione in forma pubblica per liberarsi dall’anima del conte che vedono girare di notte per la campagna....

— Oh, questa poi non me l’hanno contata! — esclamò ridendo don Prospero.

— Non c’è da ridere, — continuò tutto serio don Innocente. — Non sarà l’anima del conte, come dicon loro, che non se ne intendono, ma sarà invece un qualche spirito maligno comparso in quest’occasione... Basta, consulterò il manuale....

— Che manuale? Avete anche il manuale dei diavoli voi?

— Il Manuale exorcistarum. Come, non lo conoscete?... Il Manuale del padre Candido Brugnolo...‍[1] un professore, e che professore! Ah, se non lo avete ve lo presto.

— No, no; tenetelo per voi che ne faccio senza. Io invece, quando vengono questi tali a dirmi che di notte vedono gli spiriti, rispondo loro: “Prima di andare a letto, bevetene un bicchiere di quel buono, e vedrete che gli spiriti non verranno.... perchè hanno una paura, gli spiriti, del vino bono! una paura!„

Don Innocente affrettò il passo e non rispose; s’era fatta notte, e al buio certi discorsi non amava farli.

Don Cornelio, pigliata la scorciatoia, fece l’ultimo tratto di strada in silenzio, e camminando adagio, perchè voleva riordinare un poco i suoi pensieri prima di arrivare a casa.

“Sarà arrivato quel figliuolo?„ diceva tra sè e sè. “Arrivare proprio oggi! Ma già quando le cose cominciano a andar male!... Povero conte... che precipizio!... quante disgrazie in una volta per quella sua figliuola! Povera Cristina! Come farò io a dirle tutto? Ma tirare in lungo non si può, perchè poi tra pochi giorni la bomba dovrà scoppiare. Le ho sempre dinanzi agli occhi le facce di quei due signori che vennero ieri da me. Che storia! E dovrò contarla a due; a Cristina e a quest’altro! Povera Cristina, povera figliuola!„

Sulla porta di casa stava aspettandolo, con molta impazienza, sua sorella Angelica. La signora Angelica, come tutti la chiamavano in paese, da un’ora era sulle spine, e non aveva fatto che scendere in strada, ritornare in casa e ridiscendere da capo. Finalmente sentì abbaiare il cagnetto, tirò un gran sospiro, e corse incontro al fratello che stava appunto accomiatandosi da don Luigi.

— È arrivato Enrico? — le chiese subito il curato.

— È arrivato da due ore... — rispose Angelica col respiro affannato. — Ma perchè tardar tanto?... Temevo che ti fosse capitata qualche disgrazia.

— E Cristina?

— Oh, Cristina è sempre nella mia camera; — ripigliò subito Angelica indovinando il pensiero del curato — e il giovanotto è sempre rimasto quaggiù a terreno, un poco nell’orto, un poco in cucina. Ma in che imbarazzo sono stata io!... Da due ore sono sulle spine!...

Don Cornelio entrò in casa in fretta, e la signora Angelica serrò la porta a chiavistello, dopo aver chiamato e rinchiuso in casa anche Ugolino; il quale, affrettiamoci a dirlo, non era altro che il cagnetto del curato. Oh, come mai gli avevano dato quel nome? Era stato il conte Maurizio che vedendolo un giorno rosicchiare in una buca il cranio d’un pollo, l’aveva chiamato così. E così, d’allora in poi, lo chiamò sempre anche don Cornelio.