XX.
Si pensi che rumore fece in Orobio la notizia che don Cornelio se ne andava dal paese. Altro che un fulmine a ciel sereno! come si suol dire. Da principio la si credette una burla; e perfino lui, don Cornelio, in cuor suo e a momenti, faceva fatica a persuadersene. Ma, a ribadirgliela in mente quella notizia, venne subito una lettera della Curia, ch’era la sua nuova nomina in tutta regola; gli altri, ora increduli, ora sbalorditi e afflitti, si fermavano interrogandosi e facendo capannello per strada; o correvan dal sindaco, da cui s’era risaputa quella notizia; o andavano in cerca del curato, che non si lasciava vedere. Era insomma nel paese un brusìo da mattina a sera, e un continuo va e vieni di gente mossa dal bisogno di ripetere le cento volte in un giorno le stesse domande e le stesse risposte.
Don Cornelio che s’era prefisso di non pensare, per allora almeno, alla propria afflizione, cercava di consolare e di persuadere quei pochi che non poteva cansare; diceva che gli anni l’avevano obbligato a quest’ultimo sacrifizio, e che le sue forze domandavano ormai un posticino più quieto. Poi sforzandosi di parer gaio, diceva che non voleva commiati; che non voleva dire addio a nessuno, ma a rivederci a tutti; diceva che l’avrebber veduto in paese ogni momento, come uno di casa, e che non voleva per nulla diventare un forestiero. Chi l’ascoltava si rassegnava ancor meno, e in quei primi giorni furono sparse molte lacrime sincere. Poi principiarono i ragionamenti; e come la fosse o non la fosse, nessuno lo sapeva dire, ma a poco a poco furon tutti persuasi che don Cornelio se ne andava davvero. La settimana dopo si principiava già a almanaccare intorno al nuovo curato; e, prima ancora che don Cornelio fosse partito, don Innocente aveva già ricevute parecchie dozzine d’ova. Così va il mondo.... anche a Orobio.
C’è però sempre al mondo anche qualche ostinato che non sa alleggerirsi così facilmente l’animo delle amicizie, della gratitudine, e delle anticaglie del passato. Nel caso nostro l’ostinato fu il sindaco. Il quale, ogni giorno che passava, sapeva darsene pace ancor meno; e pur continuando a strapazzar don Cornelio, andava cercando qualcosa di straordinario per mostrargli fino all’ultimo la sua amicizia. Alla fine ne pensò una. La partenza di don Cornelio doveva essere, come diceva lui, un trionfo; si dovevano piantar archi nel paese, mettere coperte e lenzuola alle finestre, suonar le campane; e tutto il popolo lo doveva accompagnare fino al confine della parrocchia. Gli amici, a cui il sindaco comunicò una sera nella spezieria questo pensiero, furon tutti d’accordo nell’approvarlo, e anzi lo speziale ci aggiunse di suo la riflessione che con ciò non si offendeva il nuovo curato perchè non si sapeva ancora chi potesse essere. Detto fatto, discussi ed approvati i particolari della festa, il sindaco si mise all’opera, e per prima cosa volle sapere con precisione da don Cornelio il giorno fissato per la sua partenza.
Don Cornelio, appena conosciuti i progetti del sindaco, si dispose a partire secretamente il giorno innanzi che fosse piantato il primo palo del primo arco di trionfo.
Angelica, con gli occhi gonfi ma rassegnata, accompagnando una prima carrettata di masserizie, era già partita per Santa Maria della Neve per mettervi in assetto le poche stanzucce da un pezzo disabitate e cadenti, che dovevano diventare la nuova ed ultima abitazione sua e del fratello. Don Cornelio a chi gli domandava, con l’aria afflitta ma anche con una certa curiosità, se aveva fissato il giorno della partenza, rispondeva: “C’è tempo, c’è tempo!„ finchè una sera, chiamato a sè don Luigi, gli confidò che sarebbe partito in secreto la mattina seguente. — Ne ho già avvisata la Curia — soggiunse. — E voi direte a tutti che gravi doveri mi hanno obbligato a partire improvvisamente, ma che presto tornerò.... che tornerò per congedarmi dal popolo; una domenica, nella chiesa dove gli parlo da tanti anni, e dove pure voglio che ascoltino un’ultima parola, un ultimo ricordo del loro vecchio curato.
Don Luigi fece cenno col capo che avrebbe obbedito; e rimase in silenzio, con l’espressione a un tempo preoccupata e distratta di chi è assorto e condotto lontano da altri pensieri. Era l’espressione che aveva da parecchi giorni, e che don Cornelio aveva osservata, parendogli anche di vederci qualcosa di più che il secreto dolore della vicina separazione. Don Cornelio aveva anche cercato, a momenti, di scoterlo, di interrogarlo, di farlo parlare; e a momenti gli era parso di vedergli brillare negli occhi un pensiero che cercava la parola per irrompere, per confidarsi. Ma una fiamma saliva allora subitamente al viso di don Luigi; un turbamento improvviso gli faceva abbassar gli occhi, e la sua parola si perdeva in qualche risposta mendicata, confusa. Quella sera don Luigi faceva fatica più del solito a staccarsi da don Cornelio, e nel suo contegno silenzioso c’era più del solito l’attitudine di chi aspetta un’occasione, una domanda per parlare. Ma l’occasione non venne; e don Luigi, nel dare la buona notte al curato, gli chiese il permesso di accompagnarlo, la mattina dopo, almeno per un buon tratto di strada.
La mattina dopo don Cornelio disse la messa di buon’ora, come soleva, e tornò diviato a casa dove l’aspettavano sulla soglia don Luigi e Ugolino. Fece un ultimo saluto a ogni stanza della casa, diede in fretta una capatina anche all’orticello, poi, messo sulle spalle il suo vecchio pastrano, e presa la mazza ridiscese; si fermò sulla soglia, volse ancora un’occhiata alla casetta che abbandonava, e con un sospiro che non potè frenare, disse: andiamo.
Non avevano fatto che pochi passi, quando una voce chiamò da lontano don Cornelio. Era il procaccia, che vedendo il curato, si risovvenne d’aver in tasca una lettera per lui, arrivata la sera prima. Don Cornelio prese la lettera, ne riconobbe subito la mano di scritto, la lesse attentamente, poi con un nuovo sospiro disse ancora a don Luigi: andiamo. Era una lettera di Enrico; una lettera breve in cui Enrico gli diceva, col cuore che gli balzava nuovamente di gioia e di speranze, ch’era stato deciso il suo ritorno in Lombardia, ch’era destinato a dirigere uno stabilimento di filatura, e che appena tornato sarebbe corso subito, per un giorno almeno, nelle braccia del suo curato, del suo protettore, del suo amico.
Don Cornelio e don Luigi presero la stradetta del monte, che avevano tante volte percorsa per lunghi tratti passeggiando, e che conduceva dopo due ore e mezzo di cammino a Santa Maria della Neve. Camminarono di buon passo e in silenzio, aspettando in cuor loro un punto più lontano e romito della strada per mettere in comune i loro pensieri, e confidarsi l’un l’altro la loro afflizione.
Due altri personaggi di nostra conoscenza, mettendo anch’essi in comune i loro pensieri, entravano in Orobio poco dopo che n’era uscito don Cornelio dalla parte opposta. Erano don Innocente e don Prospero, che ci venivano per i loro affarucci, e che s’eran trovati per strada. Don Innocente, che da due giorni non stava più nella pelle, andava confidando a don Prospero d’esser venuto quella mattina a Orobio per comperarci un paio di guanti di lana nera, dovendo fare una visita d’importanza; si doleva però di non avere il panciotto di raso; ma si consolava d’aver un collare che si poteva dir nuovo; quello comperato per i ricevimenti di donna Fulvia, e che aveva messo soltanto una dozzina di volte. Poi, per non lasciare don Prospero troppo tempo nella curiosità, gli aveva anche detto in confidenza che si trattava d’una visita alla Curia, dalla quale era stato chiamato.
— Io proprio — diceva don Innocente facendo il modesto — non saprei immaginarmi cosa mai si possa volere alla Curia da me....
— Eh, andate là! — rispondeva don Prospero — vi chiamano per la parrocchia d’Orobio.
— Lo credete anche voi? Già è quello che dicon tutti.... Che la vogliano proprio dare a me? — continuava don Innocente, sempre con l’aria modesta. — Cosa volete? è una parrocchia questa di Orobio per la quale mi sentirei proprio fatto apposta.
— E avete ragione. È ch’io non ci ho la convenienza; ma se anch’io volessi beccarmi una parrocchia, dico la verità, questa d’Orobio la vorrei preferire a tant’altre. Punto primo, la rendita non è gran cosa, ma è sicura! che è quello a cui si deve guardare. Buoni capitaletti bene assicurati, sui quali non tempesta. Le parrocchie di vino e di bachi, sien pur grasse sin che si vuole, se le tenga chi le vanta! Li conosco io i fittaioli, quelli dei parroci, s’intende! Punto secondo, or che c’è venuta donna Fulvia....
— E che quando ci fossi io, ci si fermerebbe parecchi mesi all’anno....
— Che mi fate celia, dunque! ce ne vogliono essere degli incerti! Altro che far scappare i grilli, e benedir le stalle, non è vero don Innocente?
— Cioè, cioè.... sempre allegro don Prospero, sempre quel matto....
— La vostra fortuna è stata di andar a genio a quella signora. Son terni al lotto, sapete, questi!
— Pare proprio così, — continuò don Innocente, modesto più che mai. — Me lo diceva anche la signora Cleofe, la cameriera.... donna di talento, veh! e che ogni volta che vedeva passare don Cornelio gli faceva una smorfia alle spalle, e poi diceva piano a me: “Quand’è che avremo a curato il nostro buon don Innocente! Oh, la mia padrona come ne godrebbe!„
— Capite?
— Eh, sì, ma c’è il concorso, e non si sa mai; soprattutto con quella benedetta teologia....
— Ad peculiarem indulgentiam commendatus, dicono i superiori all’occorrenza, e se vi chiamano, potete esser sicuro. Insomma, mi congratulo con voi, — conchiudeva don Prospero, che aveva fretta. — Buon viaggio e buon successo. E mi raccomando! — continuava, ritornando un passo indietro, — se diventate curato d’Orobio, non fatemi torto. Ricordatevi che tengo un mezzo Barbera che vi posso dare a buon mercato, ma ch’è roba da farsi onore; di molto corpo, di bella presenza.... quello insomma che ci vuole per la vostra nuova dignità.
Don Cornelio, dopo un buon tratto di strada, aveva rotto il ghiaccio per il primo, e cominciando con un — Dunque mio caro don Luigi... — aveva voluto innanzi tutto ringraziare il suo coadiutore, e l’aveva fatto come aveva potuto, interrompendosi, ricominciando, e inciampando a ogni ciottolo della strada, intanto che con tutta forza cacciava indietro la commozione. Poi, dopo una pausa un po’ lunghetta, aveva ripreso il discorso con don Luigi, e chiamandolo, con un sorriso malinconico, il suo esecutore testamentario, gli raccomandava di compire qualche opera buona che lasciava a mezzo, gli raccomandava i suoi poveri, gli ricordava i più disgraziati, e a proposito di ciascuno ripeteva quelle massime di indulgenza e di carità ch’erano la guida prediletta della sua vita. Don Luigi lo ascoltava, sempre con gli occhi fissi al suolo, e tacendo. Come giunsero al poggio da cui si dominava la valle, a quel poggio ch’era la meta prediletta un giorno delle passeggiate del conte Maurizio, don Cornelio fermandosi e interrompendosi: — Eccoci al poggio, — disse a don Luigi, — e qui ci lasceremo. È tempo che voi ritorniate alla parrocchia; qualcuno potrebbe avere bisogno di voi.... Una fermatina di un minuto per riavere il fiato, e poi una buona stretta di mano.... oh, ci rivedremo presto!... Ditelo a tutti, che tornerò... che tornerò a salutarli... appena mi sarà possibile. — E intanto si era avvicinato al ciglio del poggio da cui si vedeva Orobio alla falda del monte, e si abbracciava con l’occhio un lungo e vaghissimo tratto della valle. Rivide il sasso su cui s’era seduto tante volte accanto al conte Maurizio, e andò a sedervi una volta ancora, guardando in silenzio e malinconicamente le montagne bianche di neve, e il pallido orizzonte lontano. Poi con un sospiro e con l’accento dell’angoscia che in quel momento si sprigionava liberamente: — “Addio, — esclamò, — addio mia bella valle, che ho contemplata tante volte tutta fiorita, tutta ridente, e nell’entusiasmo di care speranze! Addio mio vecchio amico, che mi sedevi qui accanto... ora mi distacco anche dalla tua croce che vedevo ogni giorno nel campo santo!... E i nostri discorsi, i nostri bei sogni, le nostre speranze?... Molte si sono compiute... altre le compirà Iddio... ma io non le vedrò. E i tuoi figli, mio povero amico? Vedi, non seppi far nulla di buono e forse feci peggio che nulla!... Tutto mi dice che la mia missione è finita!... Il mio viaggio quaggiù è vicino alla meta; è la mia ultima tappa.... innanzi dunque.... un passo più in su.... verso il Cielo!„ — E mentre, appoggiandosi alla mazza, faceva per rialzarsi, vide don Luigi che gli stava inginocchiato accanto.
— Don Luigi! cosa fate? — esclamò don Cornelio scotendosi.
— Le domando la sua benedizione, — rispose don Luigi con la voce commossa.
— Oh, mio buon don Luigi.... ma che pensieri sono i vostri? Credete forse che non ci dobbiamo veder più?... Ve l’ho detto, ve l’ho promesso che....
— Sì, lei verrà a salutare il popolo, ma quel giorno tutti si affolleranno intorno a lei, tutti vorranno da lei, com’è ben giusto, una benedizione, una parola.... io forse potrò salutarla appena.... e forse per l’ultima volta....
— Ma che pensieri sono i vostri, vi ripeto? Ma ditemi.... ma parlate don Luigi! — esclamò don Cornelio, osservando il volto del giovane prete che, fino allora pallidissimo, s’era fatto improvvisamente tutto acceso.
— Sì, don Cornelio, — riprese don Luigi rialzandosi; — in quel giorno, confuso nella folla io la vedrò, ma sarà per l’ultima volta. Questo momento è l’ultimo in cui io possa aprirle il mio cuore. Il nuovo curato verrà presto, e quel giorno stesso io partirò per sempre.
— Ma cosa pensate voi dunque di fare! — gli chiese ansiosamente don Cornelio interrompendolo.
— L’ispirazione mi è venuta dal Cielo! — continuò don Luigi, ne’ cui occhi scintillava un’insolita energia. — Io seguirò la via che sola può dare oramai al mio spirito la pace e la salvezza. Timoroso, rinchiuso in me, pieno di vaghi terrori che mi davano e la solitudine de’ miei studi e l’inesperienza della vita, giunsi qui, vicino a lei, uscito da poco dalla mia cella del seminario. Qui vicino a lei, la mia mente, a poco a poco si tranquillò, si ispirò a un ideale più calmo, più alto.... vicino a lei, mi trovai in un ambiente di pace, di carità, di fede serena, in cui mi sentivo felice e sicuro.
— Ebbene? — esclamò don Cornelio.
— Ebbene, questi ultimi fatti, la sua partenza, questa nuovissima esperienza della vita, mi hanno di nuovo annebbiata e confusa la mente.... mi hanno di nuovo tolta la pace. Oh, io non oso dire quale sconforto, quale contrasto, quali dubbi, ho sentito nella mia anima!
— Ma voi ne li avrete scacciati! Se nel vostro cuore c’è un ideale bello e alto, il vostro dovere è di servirne la causa santa con tutte le forze della vostra fede e della vostra gioventù.... Il vostro onore sarà di soffrire per esso, di camminare con fermezza sulla via prescelta, di superarne con lietezza le difficoltà....
— E lo farò. Il Cielo che me ne diede l’ispirazione me ne darà la forza.... ma non qui!... Qui staccato da lei, dalla forte quercia a cui m’appoggiavo, e da cui prendevo vigore, ricadrei ne’ miei timori, nella mia debolezza. Il Cielo mi addita, come un rifugio, altri doveri.... altrove.... in altre più lontane regioni....
— Cosa mi dite?... Voi dunque....
— Oh, don Cornelio, mi lasci alla mia nuova vocazione! In essa ho ritrovata a un tratto quella pace che era stata così fortemente turbata. Ho sofferto assai per parecchi giorni.... ma ho pregato, ho pregato e fui esaudito! Ora don Cornelio....
— Oh, perchè.... — esclamò don Cornelio senza lasciarlo finire, e abbracciandolo — non mi avete aperto subito il vostro cuore! Vi avrei tolto dalle vostre dubbiezze, dal vostro turbamento, ne son sicuro.... e vi avrei fatto vedere come, senza andar lontano, ci sieno in casa nostra, qui intorno a noi, delle missioni da compiere non meno grandi, non meno sante, non meno coraggiose.... Oh quante non ce ne sono!... Ma quello che non s’è fatto lo voglio far subito. Qui mio buon don Luigi — riprese rasserenandosi, e col tono della sua consueta bonarietà — qui.... sediamoci per un momento tutti e due. Oh, non vi voglio lasciar partire così subito. Fa fresco, ma non siamo montanari per nulla! Voglio che ascoltiate quattro paroline da me... le parole d’un amico, le parole d’un vecchio hanno i loro privilegi; nevvero?...
— È tardi, don Cornelio. Ho fatto male a non aprirle il mio cuore prima.... ma forse il Cielo ha voluto così. Ora non mi rimane che a domandarle la sua benedizione. A quest’ora il superiore delle Missioni avrà ricevuta la mia domanda....
Don Cornelio rimase senza parole, e come atterrito; poi buttò le braccia al collo di don Luigi, e lo tenne lungamente stretto al cuore bagnandogli il viso delle sue lagrime.
Un lungo brontolìo d’Ugolino, poi un tintinnio di campanacci e di campanelle, e un fruscìo che andava crescendo, annunziavano l’avvicinarsi d’una mandra che scendeva per la stradetta del monte. Don Cornelio si scosse: baciò in fronte una volta ancora don Luigi, e levando gli occhi al cielo, con un profondo sospiro: — Ora a te, povero vecchio! — esclamò, — muovi i tuoi ultimi passi verso la tomba!... Non ci sono più missioni per te; la tua missione è finita!