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Il curato d'Orobio cover

Il curato d'Orobio

Chapter 22: XXI.
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About This Book

Un parroco di un paesino lombardo, don Cornelio, accompagna il giovane coadiutore don Luigi mentre torna da una lunga visita; è provato per la morte dell'amico e patrone conte Maurizio d'Orsenigo avvenuta otto giorni prima. La narrazione alterna i passi del cammino, i ricordi del passato politico e civile condiviso, e i dettagli della vita comunitaria: le soste alla taverna, i giocatori, i colleghi preti. Emergono temi di fedeltà, perdita, memoria e l'intreccio tra impegno civile e vita pastorale.

XXI.

Ed ora che siamo in giorno con gli avvenimenti di Orobio, e sappiamo come avvenisse la partenza di don Cornelio, della quale aveva discorso il signor Valassina quella sera della tombola, ritorniamo subito in casa di donna Fulvia; ritorniamoci a vedere cosa vi succedesse dopo che lasciammo Cristina, che s’era ritirata tutta commossa nella sua camera, e donna Fulvia che aveva esclamato tra sè: Signorina, faremo i conti domani, intanto che gli altri personaggi minori si guardavano in viso pieni di stupore e di curiosità.

Donna Fulvia passò la notte senza chiuder occhio. “Cosa voleva dire quell’esclamazione di Cristina? quel non è vero! Chi era la fanciulla alla quale Enrico aveva dato una promessa di matrimonio? Che fosse Cristina? Che vi fosse dunque dell’affetto tra loro due?... Dell’affetto in casa sua, e senza suo permesso!„ Alla fine, dopo un monte di supposizioni, dopo aver discussi molti progetti, dopo aver pensati e ripensati de’ discorsi, uno più imponente dell’altro, che avrebbe fatti la mattina seguente a Cristina, era venuta a una decisione. La decisione era, di darle, per prima cosa, una buona ramanzina per quella tale esclamazione, poi di proporle, anzi di annunziarle senz’altro, il matrimonio con Checchino. Tale decisione le parve così felice, che la Cleofe, quando venne a portarle il caffè la trovò quasi di buon umore.

Donna Fulvia che quando aveva presa una risoluzione amava sentire il parere degli altri, per seguire poi il proprio, volle avere anche in quell’occasione un consiglio, e fece chiamar subito il padre Felice. Il padre Felice sempre premuroso e puntuale, non si fece aspettare. Ascoltò donna Fulvia con la consueta attenzione, la lasciò dire e dire, le diede ragione su tutti i punti, e infine la consigliò di fare precisamente il contrario di quello che s’era fissata lei. La consigliò, cioè, di lasciar cadere la cosa per il momento, di non dir nulla a Cristina come se nulla fosse successo; di non parlarle nè di Enrico nè di Checchino; la consigliò ad aspettare, ad aver pazienza, e intanto ci avrebbe pensato lui, d’accordo col Valassina, a chiarir le cose.

Donna Fulvia se ne stizzì, lo rimbeccò, poi parve persuasa, si arrese, lasciò partire il padre Felice, e decise di far subito subito la propria volontà. Diede una gran tirata di campanello; mandò la Cleofe a chiamar Cristina, e per giustificarsi di disubbidire al padre Felice disse tra sè, con un lungo sospiro: “Son pur brave persone questi reverendi! il loro consiglio è pur sempre prezioso!... Ma alle volte, in certe cosette del mondo, noi signore ce ne intendiamo di più.„

Cristina, quando entrò nel gabinetto di donna Fulvia, era pallida e abbattuta. Anch’essa, poveretta, non aveva chiuso occhio in quella notte, ed è facile pensare tra quanti pensieri agitati, tra quanti dubbi angosciosi avesse contate le ore, e quale tormento fosse stato il suo. Anch’essa era venuta in fine ad una decisione. La stanchezza, e a un tempo una certa esaltazione dell’animo, l’avevano persuasa ad aprir il cuor suo con la zia; e nel caso di un rifiuto, a cercarsi un rifugio in qualche vago progetto di sacrifizio che conciliasse il suo affetto per Enrico con gli avvertimenti di don Cornelio, e coi suoi doveri verso donna Fulvia. La chiamata della zia non le aveva fatto maraviglia; c’era preparata, e quasi la desiderava. Ascoltò quindi calma e rassegnata le prime interrogazioni e i primi rimproveri.

Donna Fulvia, dopo aver richiamato a Cristina l’accaduto della sera innanzi, dipingendolo a colori foschi, le fece parecchie domande con piglio severo e senza aspettar le risposte. Poi a un tratto concluse: — Dunque si vorrebbe sapere.... cioè non vogliamo saper niente! perchè queste sono cose indegne d’una fanciulla bene educata; cose compatibili forse con delle abitudini rustiche, ma non con quelle certamente della buona società. Figurarsi! Lanciare una parola di quella sorte, che poteva lasciar supporre.... che so io.... far fare dei giudizi temerari a tante degne persone.... mettere in scompiglio la conversazione, la tombola!...

— Sì, ho mancato, — rispose Cristina con gli occhi bassi. — Me ne accorsi... e gliene chiedo scusa.

— Ah, meno male! — riprese dopo una pausa, donna Fulvia. — Dunque confessi il tuo torto, e comprendi il mio dispiacere. È qualche cosa.... è un buon principio.... — E avendo fretta di ammainare le vele e di passare a un altro discorso, continuò subito in tono più calmo. — Sono ammonimenti questi che ti do per il tuo bene, perchè voglio che si abbia di te quel buon concetto che si deve avere d’una mia nipote.... — e fece una nuova pausa, — d’una mia nipote alla quale sto preparando, direi così, una combinazione.... che, non so se mi spiego, deve formare la sua felicità. E non vorrei quindi....

Cristina fissò la zia con tanto d’occhi, trattenne il respiro, e col cuore che le batteva violentemente ebbe per un momento l’illusione che la zia le nominasse Enrico. — Oh, non aver timori, e non spalancar gli occhi! — esclamò donna Fulvia interrompendosi. Poi continuò. — Da un male alle volte nasce un bene; e poichè siam venuti su questo discorso, che veramente non credevo di fare in un’occasione simile, e poichè la parola m’è sfuggita.... la riconfermo. Sì, sto pensando al tuo collocamento. La scelta toccava, naturalmente, a me, e fu fatta con la debita ponderazione. — Fece una nuova pausa, poi riprese con molta gravità: — Il matrimonio d’una giovine è per i parenti, o per chi ne fa le veci, un dovere spinoso. Perocchè, se vogliam scegliere lo sposo tra gli uomini maturi, questi o sono maritati, o non si vogliono maritare. Se lo vogliam cercare tra i giovani del giorno d’oggi, Dio ce ne guardi! E se poi consideriamo i pericoli del mondo.... peggio che peggio!... Ma s’è pensato a tutto. Il padre dello sposo che abbiam scelto, uomo di distinti natali, e che quasi giornalmente viene da tanti anni in questa casa a farci la partita a tarocchi.... Oh, oh, che faccia mi fai? non aver timori, capisco la tua trepidazione, ma il giovane che ti nominerò è un giovane, per così dire, d’altri tempi.... è un’eccezione. Ma torniamo un passo indietro, e procediamo in regola. Trent’anni or sono, il mio defunto marito, di felice memoria, mi presentava un suo degno amico, il barone Brocchetti....

Poco mancò che Cristina non cadesse svenuta. Le era parso d’essere preparata a tutto, ma non lo era a questa, che la breve illusione di poco prima le rendeva ancor più dolorosa. Il ricordo però de’ suoi propositi, e quella parola dovere che dava sempre al suo animo una certa eccitazione, vennero presto a richiamarle le forze, se non la calma, di prima. Per fortuna poi il discorso della zia fu lunghissimo; e intanto che donna Fulvia tirava innanzi col panegirico di Checchino, nell’animo di Cristina scomparivano a poco a poco gli ultimi timori e le ultime esitanze. E poi, a dirla, in un cantuccio del suo cuore, c’era ancor vivo un lumicino di speranza, il quale in fretta in fretta le lasciava intravvedere da lontano la zia che, dopo molte ripulse e molti rabbuffi, finiva con l’arrendersi alle sue preghiere e al suo desiderio. — Dunque questa bene auspicata unione, — concludeva donna Fulvia, con l’aria soddisfatta per il suo bel discorso, — formerà a un tempo la consolazione di due famiglie, e poi la tua felicità.

— Io la ringrazio, buona zia, per le sue premure, — cominciò allora Cristina con la voce commossa e titubante — e gliene sono riconoscente. Ma.... oh, mi perdoni se ho tardato tanto a farle una confessione che le avrei dovuto far prima.... Non ho osato, sperando di giorno in giorno che altri gliene parlasse prima di me. Quando ieri sera affermai che.... Enrico, di cui parlava il signor Valassina, aveva data la sua fede e fatta una promessa a una giovane di Orobio.... feci male, ne convengo, ma ho asserito una verità. E quella giovane... sono io.

— E hai il coraggio di dirmelo! — esclamò donna Fulvia alzando le braccia con un gesto di raccapriccio. — Lo sospettavo.... cioè, chi mai avrebbe potuto sospettare una cosa simile! — E sbuffando cercò con la mano una boccettina da fiutare, come per prevenire uno svenimento.

— Oh, ma in questo io non ho mai creduto che ci fosse alcun male!

— Già, già.... cosa ne sai tu!

— È un buon giovane che conosco fin da bambina; e quando seppi ch’era intenzione di mio padre....

— Chi te l’ha detto?... don Cornelio, m’immagino! — esclamò donna Fulvia sempre più scalmanata.

— No davvero, lo venni a sapere d’altra parte. Don Cornelio, che ci vuol tanto bene a tutti e due, che conosce quel giovane, che l’ha veduto crescere, le potrà dire che bravo giovane sia... che giovane d’onore....

— Delle informazioni di Don Cornelio ne faccio senza! — saltò su donna Fulvia impazientita. — Al tuo matrimonio ci devo pensar io, capisci, non don Cornelio! e sopratutto poi è tempo di finirla con simili discorsi. Basta.... posso perdonare alla tua inesperienza, ma purchè nessuno risappia mai quello che è toccato a me di sentire in questo momento! Ma non sai che se una cosa simile venisse all’orecchio del barone Brocchetti....

— Oh, la sappia pure il barone, la sappiano pur tutti! che male c’è! La si deve pur risapere. Enrico ha data una promessa a me, e in cuor mio ho data la mia fede a lui... e non gli mancherò....

— Scempiaggini! basta, basta così!

— Oh, no, buona zia, ci pensi. Lei che è tanto compassionevole, che fa tanto bene a tutti, che n’ha fatto tanto a me, voglia compire la sua opera buona con l’essermi indulgente.... col comprendere l’animo mio.... — E diede in uno scoppio di pianto, ripetendo tra i singhiozzi qualche parola di preghiera e di speranza.

Ma donna Fulvia fu inesorabile. Ripetè seccamente, un par di volte, che la sua parola era impegnata col barone Brocchetti, che il matrimonio con Enrico non era degno della sua casa, e che non si sarebbe fatto mai e poi mai. Poi, compassionando ogni tanto, con qualche esclamazione, sè medesima, si sfogò gesticolando contro Cristina, contro Enrico, contro don Cornelio, gridando che questo era uno scandalo, e che era il frutto d’una educazione sbagliata, a rifar la quale, poteva appena bastare un convento, se pure!...

Mentre donna Fulvia andava parlando e smaniandosi, Cristina s’era asciugate le lacrime, s’era ricomposta, ed ascoltava in silenzio con gli occhi bassi. Quei vaghi pensieri di sacrifizio, intorno a cui la sua fantasia s’era fermata tante volte con una certa voluttà malinconica, le si affacciavano ora, e ben più dolorosamente, con le forme della realtà. Mentre le parole inesorabili di donna Fulvia le andavano dissipando le ultime illusioni della speranza, il suo animo ricercava, desolato, i più mesti pensieri; compiere un sacrifizio, le pareva uno sfogo di cui abbisognasse il suo dolore. Ricordò, capì allora le parole di sacrifizio, di dovere, che don Cornelio le aveva ripetute con tanta insistenza; e ricordò pure d’avergli ogni volta risposto: — Glielo prometto, glielo giuro. — Si fermò su questo pensiero; ci trovò un sentimento di alterezza, di conforto, e appena donna Fulvia ebbe finito, le potè rispondere calma e rassegnata: — Io le obbedirò, zia, e non le parlerò più di quel giovane; rinunzierò per sempre a lui; ma non mi si parli d’altri. Egli m’ha fatto una promessa, io l’accolsi; se la dimenticassi, mi sembrerebbe di commettere una cattiva azione. Mi hanno insegnato che son cose sacre la lealtà e l’onore.....

— I soliti paroloni di don Cornelio! — saltò su con impazienza donna Fulvia.

— Le ultime parole di don Cornelio, gli ultimi suoi avvertimenti furono che io dovessi ricordarmi sempre dei benefizi ricevuti da lei, e che le dovessi ubbidir sempre, anche a costo di qualunque sacrifizio. Glielo promisi, e manterrò anche a lui la parola data. Se non le posso ubbidire che in parte, è però un così grande sacrifizio il mio....

— Ah, insomma, finiamola! anch’io ho data la mia parola al barone! Cosa dovrei dirgli? che non sono più io che comanda in questa casa?

— Dica al barone che non mi voglio maritare....

— Scuse!

— Glielo proverò....

— E in che modo?

— Gli dica... ch’io mi ritiro dal mondo; glielo dica, è la verità. Sì, zia, io sento che in questo punto mi è scesa nell’anima una santa ispirazione! Sarò forte, risoluta, e la seguirò. Se il mio cuore ha accolta una promessa che il dovere gli impone di respingere, io non mancherò nè a quella promessa nè a quel dovere. Io mi ritirerò dal mondo. La vita nel mondo non ha più scopi per me.... Ho conosciuto un giorno a Orobio una Suora della Carità.... che mi parlò delle gioie celesti della sua vita di sacrifizio e di ritiro. In questo momento sento nell’anima l’eco della sua voce malinconica e dolce; essa mi chiama ad esserle sorella.... e lo sarò. Ho deciso!... — E nella voce di Cristina c’era tutto l’accento della convinzione; tanto le pareva che fosse proprio così.

Si pensi come rimanesse donna Fulvia a quelle parole. Il caso non l’aveva punto preveduto; e lì per lì, tra il convento e il barone la scelta non era facile. Il convento, trattandosi di metterci gli altri, esercitava sempre un gran fascino sulla mente di donna Fulvia; le passaron subito dinanzi tutte le suore e tutte le madri badesse di sua conoscenza; ma le passò dinanzi anche il barone. Per fortuna, a levarla d’imbarazzo, capitò in quel punto sua figlia.

La marchesa Bianca guardò sua madre, guardò sua cugina, e s’accorse facilmente che ci doveva essere stato qualcosa d’insolito. Piena di curiosità, non si diede pace finchè non le riuscì di trovarsi a quattr’occhi, quel giorno stesso, con Cristina e d’interrogarla. Cristina, nell’orgasmo, e nella buona fede della sua risoluzione, le narrò tutto, e le confermò la sua decisione irremovibile. La marchesa l’abbracciò, pianse, svenne, e s’accese tutta d’entusiasmo per quel caso pietoso e per l’infelice cugina. Quella sera, andando a teatro, si mise al collo una gran croce, come una Suora anch’essa della Carità.

Per parecchi giorni donna Fulvia se ne stette in camera con l’emicrania, e per parecchie settimane ci fu in casa sua quell’atmosfera cupa e greve del tempo burrascoso. Donna Fulvia era d’un pessimo umore, aveva la faccia più raggrinzita del solito, e non parlava. Il padre Felice capitava a tutte le ore, e rimaneva in lunghe e secrete conferenze con lei. Tutti in casa parlavano sottovoce, e l’un l’altro andavano interrogandosi e confidandosi all’orecchio la gran novità. Anche gli amici di casa cominciavano a bisbigliare tra loro, e a scambiarsi una qualche esclamazione circospetta.

La marchesa, che non osava parlarne con sua madre, se ne spassionava con suo marito. Il caso della cugina l’aveva tutta scossa; e come svegliata da un lungo sonno era tutta stupore, tutta curiosità. Parlava di quel caso con entusiasmo, con esaltazione; le pareva un fatto così romantico! così simile a uno letto da poco in un romanzo che le era piaciuto tanto! E dire che un tal caso si ripeteva ora nella sua famiglia, che l’eroina era lì accanto a lei, in casa sua! Oh, essa voleva diventare la confidente di Cristina, voleva fare per lei qualcosa di molto avventuroso, di molto bello! Voleva la sua parte d’eroina anch’essa!... Ma che cosa fare? E poi principiava con suo marito a parlare di quel giovane, di Enrico, di cui si era così bene scordata per tanti mesi, ma che ora diceva di non avere dimenticato mai! E ne parlava con entusiasmo; glielo dipingeva a suo modo, alto, bruno, melanconico, bello; tutto lui, insomma, l’eroe di quel tal romanzo.

Il marchese la lasciava dire; la osservava, taceva, ed aveva l’aria soprattutto d’essere molto seccato. Era seccato, in primo luogo, di veder andato in fumo per quell’inverno il suo solito viaggetto. S’era fermato di giorno in giorno in grazia del matrimonio di Cristina, ch’era un affaruccio che gli premeva, come abbiam visto; ed ecco, sul più bello, che gli capitava anche un simile contrattempo per seccarlo doppiamente. Ora poi, a completargli il divertimento, c’erano per di più gli entusiasmi di sua moglie ed il muso lungo di sua suocera. Delle due cose però quella che gli piaceva ancor meno era tutto questo risveglio romantico di sua moglie; novità che non gli garbava punto, e che gli faceva desiderare che il romanzetto finisse presto. Il marchese, la cui politica coniugale era di solito quella di lasciar passare le piccole fantasticherie di sua moglie fingendo di non accorgersene, e di affidare al tempo le piccole difficoltà domestiche non contraddicendo mai, e facendo intanto il suo comodo, sapeva poi svegliarsi a tempo quando capiva che, a pigliarsi oggi una piccola noia, c’era da risparmiarsene una più grossa il giorno dopo. Allora dava alla cosa un’occhiata esperta e previdente; fissava bene il punto a cui voleva arrivare; e, indifferente quanto alla scelta delle strade, pigliava le più facili, si arrendeva, le mutava, pur di arrivare più sicuramente dove voleva. Il matrimonio di Cristina, un matrimonio s’intende come lo voleva lui, era un affare che il marchese aveva intravveduto e avviato in tempo. Ora c’era un intoppo, e che intoppo! bisognava dunque mutar strada. Su questo punto non si faceva illusioni; e non se ne faceva neanche sulla improvvisa vocazione di Cristina; anzi, n’era in diffidenza, e ci vedeva un nuovo pericolo da cansare; tanto più che sua suocera gli aveva detto all’orecchio che il convento alla peggio, avrebbe servito a migliorar l’educazione di Cristina.

Il marchese dunque prese subito in cuor suo la risoluzione di ristudiar la faccenda, di non dormirci sopra, e di cercare la strada nuova, lasciando da parte affatto quella del barone Brocchetti. Tra le strade nuove ci poteva essere quella che faceva capo a quel tal giovane che aveva strappata, in mezzo alla tombola, l’esclamazione di Cristina. E perchè no? pareva la più scabrosa, ma poteva anche essere la più breve. A ogni modo, prima di pigliarne un’altra, gli pareva necessario di dare un’occhiata anche a questa. Cominciò dunque a farsi attorno un po’ di più al padre Felice, e a far con lui delle lunghe passeggiate parlandogli della risoluzione precipitosa di Cristina, e della necessità di farla riflettere e di farle pigliar tempo per assodare la vocazione. Poi aveva detto al Valassina di dare una corsa a Orobio il più presto che potesse, perchè volendo aver subito, e senza lasciarsi scorgere, certe informazioni sul conto di quel tal Enrico, gli occorreva che “una persona avveduta e di proposito„ gli sapesse dire innanzi tutto dove fosse e cosa facesse costui.

La missione del Valassina andò a vele gonfie; e dopo pochi giorni il marchese riseppe a puntino ciò che gli premeva. Ma andava di male in peggio quella del padre Felice; il quale ogni giorno, dopo lunghe conferenze con Cristina, veniva a dire al marchese che non c’era modo di tranquillarla, ch’era risoluta, impaziente, e che voleva metter subito in atto la sua risoluzione. Un giorno anzi venne ad annunziargli che, d’accordo con donna Fulvia, aveva avuti parecchi colloqui con la Superiora d’una casa di Suore, e che tutto era stato felicemente combinato; perfino il giorno e l’ora in cui Cristina sarebbe entrata nel monastero.