WeRead Powered by ReaderPub
Il curato d'Orobio cover

Il curato d'Orobio

Chapter 23: XXII.
Open in WeRead

About This Book

Un parroco di un paesino lombardo, don Cornelio, accompagna il giovane coadiutore don Luigi mentre torna da una lunga visita; è provato per la morte dell'amico e patrone conte Maurizio d'Orsenigo avvenuta otto giorni prima. La narrazione alterna i passi del cammino, i ricordi del passato politico e civile condiviso, e i dettagli della vita comunitaria: le soste alla taverna, i giocatori, i colleghi preti. Emergono temi di fedeltà, perdita, memoria e l'intreccio tra impegno civile e vita pastorale.

XXII.

Il Valassina era tornato da Orobio non solo con le informazioni per il marchese, ma aveva portate secretamente a donna Fulvia un sacco di notizie, e di notizie non troppo buone. Le faccende in paese andavan maluccio. Il nuovo curato, don Innocente, aveva preso possesso della Cura da un paio di settimane, e già s’eran formati in paese due partiti che si guardavano in cagnesco. Fin dai primi giorni don Innocente s’era messo a riformare la Confraternita; diceva che avrebbe ristabilite le processioni lontane, le merende e i beveraggi, e andava in giro con gran zelo a benedir stalle e pollai. Quelli della Confraternita, delle vacche malate, e dei polli con la pipita, portaron subito alle stelle il nuovo curato; e a loro s’unirono anche quelli cui piaceva fare delle lunghe dormite in chiesa, e pei quali don Innocente faceva delle prediche con testi in latino e lunghe che non finivan più. Ma poi don Innocente s’era messo a far la cera brusca a chi lodava il vecchio curato; e diceva che d’ora in avanti bisognava fare, in tutto, tutto all’opposto: diceva, tra l’altre, che non voleva più veder arretrati sul registro della Cura, che voleva rincarare i fitti, e rimetter l’usanza di certe regalie per non addormentare, come faceva don Cornelio, lo zelo dei parrocchiani. Allora i fittaioli, e qualche altro parrocchiano, presero a abbaruffarsi con chi lodava il curato e il suo zelo; principiarono così a formarsi i due partiti, i quali si odiarono subito, tanto per cominciare.

Ora poi c’era di più. Tutto Orobio, proprio nei giorni in cui c’era arrivato il Valassina, e un paesello vicino, erano in fermento in grazia d’una novità ideata da don Innocente; il quale aveva stabilito di fare nella prima settimana d’aprile, una gran processione che doveva percorrere tutto il territorio del comune allo scopo di scacciare dai campi gl’insetti, i topi, e gli spiriti maligni. La maggior parte dei campagnoli d’Orobio, su questo punto, lodava il curato, e stupiti tutti come a don Cornelio non fosse mai venuta una così bella idea, si preparavano a seguire in bel numero la processione. Ma quelli del paese vicino, risaputa la novità, cominciarono ad allarmarsene. Gli insetti, i topi, e gli spiriti maligni, cacciati da Orobio sarebbero scappati in casa loro: era chiaro. E siccome il loro curato, per prudenza, non voleva mettersi in contrasto con don Innocente, così essi si preparavano per quel giorno, con dei buoni randelli, a tener lontani dal proprio territorio chi voleva far loro un così bel regalo. Essi poi non mancavano di qualche alleato anche in Orobio; a capo dei quali c’era, s’intende, il sindaco che s’era subito messo in moto per illuminare le menti, e non ristava dal catechizzar tutti da mattina a sera nelle osterie, sulle piazze, per le strade. — Volete, — diceva, — rimettere in uso una funzione dell’antichità celebrando il risveglio della natura? Sono con voi, eccomi pronto a una passeggiata civile! Ma questa funzione medioevale del curato è il trionfo dell’ignoranza e della superstizione! Cosa dirà l’Italia? — E se vedeva nell’uditorio qualcuno che avesse un prato o un campiello sul monte, allora soggiungeva: — E chi vi garantisce che qualche spirito, qualche diavolo scappato dal piano non vada poi a mettersi di casa più in su! — A questi discorsi chi si faceva più timoroso, e chi più iroso: tutti discutevano, tutti si accaloravano; talchè lo speziale, per rimanere nell’imparzialità, non si lasciava più vedere.

Donna Fulvia quand’ebbe sentite le notizie di Orobio portatele dal Valassina, dopo uno sfogo di esclamazioni, or di lode, or di raccapriccio, prese una risoluzione. Il caso era grave, ed erano quindi indispensabili il proprio intervento, e la propria autorità; a lei toccava dar man forte a don Innocente, inaugurare un nuovo ordine di cose, incoraggire i pusillanimi, premiare i buoni, e chiuder la bocca ai tristi lasciandoli confusi per sempre. Persuasa che per ottenere tante belle cose in una volta sarebbe bastata la sua presenza, decise di partir subito per Orobio; decisione che le tornava tanto più opportuna perchè s’era intesa con la Superiora che Cristina sarebbe stata ricevuta in convento appunto in quei giorni; e a lei i distacchi e le commozioni facevan tanto male.

Mentre donna Fulvia usciva dal portone del suo palazzo in carrozza, con la Cleofe e con Fleurette, per avviarsi alla stazione, un giovane di nostra conoscenza, Enrico, che da mezz’ora passeggiava dinanzi a quel portone a passi lenti, incerti, preso da una subita risoluzione entrava nel palazzo per avviare colla portinaia un discorso che aveva pensato e ripensato come se dovesse presentarsi a un ministro. Enrico era arrivato a Milano il giorno innanzi; la casa inglese a cui era addetto, aveva acquistato un opificio in Lombardia, l’opificio di cui doveva essere egli il direttore, e gli aveva ingiunto di partire con sir Arturo per Milano a sbrigarci alcune faccende prima di recarsi al suo posto. Quell’avvenire sognato come una lontana speranza, per tanti anni, traverso tante ore interminabili, uniformi di lavoro, era giunto; quel giorno così lungamente sospirato, era venuto; era suo. E un così bel giorno non doveva portargli qualch’altra buona nuova? la migliore di tutte! Il cuore gli diceva di sì, ma il cuore questa volta s’era sbagliato. Appena arrivato, era corso alla posta sapendo che ci avrebbe trovate delle lettere di don Cornelio, e ne trovò infatti due. Le lettere di don Cornelio gli fecero passar subito tutta la consolazione di poco prima; una era malinconica, sfiduciata, e piena di consigli di rassegnazione; l’altra gl’ingiungeva pressantemente, e con una certa ansietà, di cercar nuove di Cristina senza perder tempo, e come meglio poteva; poi di scrivergli subito tutto ciò che era venuto a sapere. Era con questa lettera in mano, e tutto agitato, che Enrico, non sapendo che fare, era arrivato di passo in passo dinanzi al portone di donna Fulvia, e s’era deciso subitamente ad entrarci come vide uscirne una carrozza.

La portinaia, silenziosa come un muro quando donna Fulvia era in casa, dava la stura alle parole appena la vedeva scantonare, e tanto più se scantonava per andare alla stazione. Enrico dunque non ebbe bisogno di ricorrere agli artifizi del discorso per sapere in pochi minuti un monte di notizie; quella tra l’altre che Cristina, dopo essere stata fidanzata col figlio d’un barone, s’era decisa a entrare in un convento; da dove, aveva detto la portinaia del convento, sarebbe presto ripartita per una delle più lontane città.

Enrico sbalordito, ansante, era corso a buttarsi nelle braccia del suo amico Arturo, e a domandargli consiglio. Sir Arturo, innanzi tutto, gli osservò che bisognava aspettare il corriere di Londra per sapere se gli affari permettevano di occuparsi di quella spiacevole combinazione. Poi, come fu arrivato il corriere, e come ebbe lette una dozzina di lettere, gli partecipò che bisognava aspettare ancora alcuni giorni prima di andare a prender possesso dell’opificio, e che quindi poteva benissimo nel frattempo dare un’occhiata ai propri interessi. Il parer suo in proposito, senza responsabilità e senza impegno, se lo voleva sentire, era questo: fosse pur vero ciò che gli avevan detto, non c’era nulla d’urgente dal momento che donna Fulvia era partita per la campagna; ma bisognava intanto venir in chiaro di tutto, ed impedire all’occorrenza, in quanto fosse possibile, un fatto qualunque che pregiudicasse l’avvenire. Per far ciò ci voleva il vecchio curato. Bisognava dunque indurre don Cornelio a venire a Milano, e a parlare con Cristina.

Ciò voleva dire far subito una corsa a Santa Maria della Neve. Per quanto Enrico si sentisse poco incoraggiato dalle lettere malinconiche e sfiduciate di don Cornelio, pure il pensiero di rivedere il suo protettore e di poterne avere qualche consiglio, lo decise a partire e a pigliare il giorno seguente quella stessa strada d’Orobio sulla quale lo aveva preceduto donna Fulvia.

Donna Fulvia giungeva a Orobio in buon punto, cioè tre giorni prima della domenica fissata da don Innocente per la sua funzione. In paese c’era una crescente inquietudine. Quelli che avevano desiderato la funzione cominciavano già a dire che una funzione simile in Orobio la ci voleva, ma che però sarebbe stato meglio principiar un altr’anno. Il sindaco, che per protestare contro la funzione aveva organizzata con quelli del paese vicino la sua passeggiata civile, aveva poi scritto al sotto Prefetto che mandasse i carabinieri per impedire una cosa e l’altra.

Don Innocente, che, avendo risapute le voci che correvano, era un po’ perplesso, prese un coraggio da leone come seppe l’arrivo di donna Fulvia. Corse subito da lei, e per tre giorni fu veduto entrare più volte nel palazzo, e restarci per delle ore. Poi, dopo aver dati i suoi ordini alla confraternita, una sera all’ora dei vespri annunziò in chiesa che la mattina seguente sarebbe andato a benedir le campagne seguìto dai confratelli e dal popolo in processione.

Era la prima domenica di aprile. Le campane d’Orobio, sonando alla distesa come nei giorni di solennità, chiamarono il popolo alle funzioni festive un’oretta prima del solito, perchè poi la processione potesse essere di ritorno al mezzogiorno, ch’era l’ora del desinare; e la gente usciva dalle case, avviandosi alla chiesa, o spargendosi per le strade e per le campagne, in fretta e di buona voglia, invitata anche da un bel sole che inaugurava la primavera. Il sindaco che aveva dato ritrovo a molti, per quella mattina, nell’osteria del paese, non ci trovò che tre o quattro amici; gli altri avevano preferito di fare la passeggiata civile ciascuno per proprio conto. Dopo uno sfogo contro l’inerzia dei patriotti, anche il sindaco se ne andò a spasso per conto suo. Parecchi poi si avviarono verso il sagrato della chiesa per vedere la sfilata della processione, o per seguirla o per canzonarla, a seconda dei casi.

Don Innocente cantò messa, ma da solo. Don Luigi era partito da un pezzo; e don Prospero e un altro cappellano che egli aveva invitati per la funzione, s’erano scusati dicendo però che sarebbero venuti più tardi al desinare. Finita la messa, don Innocente fece un po’ di predica sulla necessità di liberare il mondo dai filosofi moderni, e le campagne dagli insetti, ch’erano altrettanti spiriti maligni; poi, deposta la pianeta e indossata la cotta, con l’aspersorio in mano e il suo Manuale exorcistarum sotto braccio, uscì di chiesa accompagnato da un chierico che teneva il secchiolino, e facendosi seguire dalla confraternita e dal popolo.

Il suono delle campane che si diffondeva lietamente per la valle, il bel cielo limpido, l’aria primaverile, facevan contrasto con la cera scura e con la tetra funzione di don Innocente. Quella giornata splendida di sole, ch’era tutta un inno di allegrezza e di fiducia, non pareva proprio fatta per le maledizioni e per gli scongiuri.

La processione s’avviò per la strada dove sorge il palazzo Orsenigo. Il palazzo era parato a festa; a ogni finestra c’era un bel tappeto, e dal terrazzino, che stava sopra il portone, scendeva un gran drappo rosso di seta su cui c’era ricamato nel mezzo la cifra di donna Fulvia, con tanto di corona, e circondata dagli emblemi della passione di nostro Signore, proprio come se nostro Signore avesse sofferto specialmente per donna Fulvia: un bel lavoro insomma tutto nuovo, sfoggiato per la prima volta e fatto appunto da quelle Suore tra le quali, quel giorno stesso, era andata a stare Cristina. Tutti si fermavano a guardare in su; e quando passò la processione, ci fu del disordine nelle file perchè ciascuno, pur camminando, prima guardava in alto, poi guardava indietro, andando addosso a chi gli stava dinanzi, o sui piedi a chi veniva dopo; e tutti poi si davano degli urtoni a vicenda. Donna Fulvia che se ne stava tutta sola sul terrazzino in aria di compunzione e di compiacenza, sorrideva con indulgenza a quel po’ di disordine, e lasciava capire che perdonava, anche alla confraternita, quella distrazione di cui eran causa lei e il suo bel drappo. Don Innocente quando passò sotto il terrazzino cercò, tutto in una volta, di riverire donna Fulvia, di ammirare il drappo, di conservare la divozione e di non parer distratto. Non era facile; ma donna Fulvia aveva compreso, e gli ricambiò quei sentimenti con alcuni cenni del capo che parevano di riverenza, ma ch’eran soprattutto di approvazione e di protezione.

Don Innocente gongolava; ma la faccenda cominciò presto a intorbidarsi. Parecchi dei più arrabbiati, o de’ più burloni, del partito contrario s’eran messi qua e là, di fianco alla processione, a attaccar discorso con quelli ch’erano in fila, motteggiando e facendo di tanto in tanto qualche sonora fischiata. Molti allora impacciati e vergognosi cominciarono a uscir di fila; e appena messi con quelli che poco prima li avevano canzonati, si facevan coraggio e canzonavano anche loro. Così i motteggi, le conversazioni ad alta voce e le fischiate andavan crescendo; e mano mano andava crescendo anche il numero di quelli che, a ogni nuova strada, scantonavano e se ne tornavano a casa loro. Don Innocente che sulle prime aveva voluto mostrarsi impassibile, cominciò a perdere la pazienza. — Bricconacci, villani, scomunicati! — cominciò a gridar sul muso a qualcuno de’ più sfacciati, uscendo improvvisamente di fila anche lui. Poi tirava innanzi più serio di prima; ma subito dopo passando dalla compunzione al piglio minaccioso: — Verrà ad alloggiare a casa vostra il diavolo!... verrà ad alloggiare! — gridava alzando l’aspersorio. Allora i monelli scappavano, e si faceva un po’ di silenzio. Ma il brusio, le fischiate e le conversazioni ripigliavan presto.

— Il più bello lo si ha a veder poi, — esclamavano alcuni — lo si ha a vedere quando sarete fuori pei campi, e quando vi vedranno venire quelli degli altri paesi!

— Sicuro, — gridavano gli altri — e chi è in ballo ballerà! Legnate a buon mercato... e cazzotti per niente!

Allora parecchi della processione cominciarono a ragionarla con quelli che n’eran fuori. — La funzione è bella, bellissima, non c’è a dire; ma bisognava andar tutti d’accordo, oh questo poi sì! in questo avete ragione anche voialtri. Bisognava esser tutti in compagnia, anche quelli dei paesi vicini, per farle scappar lontano le cattive influenze, e non mandarsele addosso l’un con l’altro!

Nel ragionare si fermavano; la processione intanto andava innanzi, e chi c’era rimasto fuori non ci tornava più. Altri poi, vedendo due carabinieri che piano piano venivano loro incontro, piano piano voltaron le spalle per non andare in direzione opposta della forza.

La processione, che s’era andata in tal modo via via assottigliando, giunta alle viottole della campagna non si componeva più che di una metà della confraternita e di una cinquantina d’altri che la seguivano. Don Innocente appena si vide sbarazzato dei burloni e dei timidi, e circondato solo dai più fedeli e dai più risoluti, prese maggior coraggio; e, fatta una breve fermata, rivolse alla comitiva un discorsetto rabbioso per accalorare gli animi e ribadire lo zelo. Lo scopo fu facilmente raggiunto, e le parole di don Innocente vennero accolte da una calorosa approvazione e da esclamazioni piene di propositi audaci. Or ch’erano soli e alla larga, si sentivano tutti rinfrancati e capaci di farla vedere a chississia. A un cenno del curato la comitiva fece silenzio, e tirò innanzi ora allargandosi, ora procedendo un poco alla rinfusa, or facendo qualche fermata, e or borbottando da capo tra gli amen e gli ora pro nobis, qualche nuova minaccia contro i burloni di poco prima. Parecchi poi, più curiosi e più coraggiosi, s’erano mano mano fatti intorno a don Innocente per vedere come faceva a far l’esorcismo; e don Innocente dava ogni tanto qualche spiegazione a questi e al chierico, che tremava tutto per la paura.

Conjuro et adjuro te maligne et ingratissime et sporcissime spiritus, — continuava don Innocente tenendo l’aspersorio alzato, e leggendo nel suo Manuale degli esorcismi — conjuro te, insidiator, superbe, mendax, immunde Belzebù... questo è il peggiore di tutti, ma adesso lo acconcio io....„ e lesse due pagine di seguito del Manuale. Poi rimboccati i calzoni per non imbrattarsi, andò a mettersi in mezzo a un campo di patate. — Ora eccoci al fatto nostro: Exorcismus contra dæmones minores, contra vermes, mures, locustas, et alia animalia devastantia fruges, fructus...‍[2] — e ricominciò a leggere or forte, or sottovoce, tutto intento al Manuale per non sbagliarsi.

Don Innocente era così assorto nella lettura del suo latino, che non s’accorse d’un improvviso cambiamento di scena ch’era intanto avvenuto intorno a lui, e poco distante da lui. Era comparsa una nuova comitiva, e la sua aveva subitamente cessato di guardar l’esorcismo, di chiacchierare e di dir la corona. La nuova comitiva era ben diversa e ben più numerosa; era una comitiva di contadini d’altri paesi, sbucati di qua e di là saltando fosse e scavalcando siepi, che venivano con randelli, correggiati, forconi, e con un certo piglio che non era quello con cui andavano di solito a battere il grano o a rammontare il fieno!