XXV.
Tre mesi dopo, il sindaco d’Orobio, che cominciava appena a riavere un po’ di pace dopo i sopraccapi avuti in conseguenza della processione di don Innocente e delle busse ricevute, — egli diceva date, — in quell’occasione dai suoi amministrati, colpito ora da un nuovo avvenimento ben più doloroso si trovava da alcuni giorni a Santa Maria della Neve a compirvi un mesto ufficio. Era morto don Cornelio, ed egli era il suo esecutore testamentario.
La morte di don Cornelio non era stata annunziata da nessuno, ma la notizia si era sparsa in un baleno, di voce in voce, di casa in casa, in tutta la valle, come l’annunzio d’una comune disgrazia. I terrazzani di Orobio e dei paeselli vicini, giovani, vecchi, donne, fanciulli, erano andati a Santa Maria della Neve, tutti in massa, per il funerale del buon curato; e la lunga e silenziosa processione era scesa dal monte portando seco quella salma venerata, per averla sempre vicina nel camposanto d’Orobio. Nessuno aveva scritto l’elogio funebre di don Cornelio, nessuno aveva pronunziato discorsi sulla sua tomba; ma sulle facce avvizzite dal sole e dagli stenti di quella folla che ne circondava l’umile feretro, scendevano delle lacrime grosse grosse; e chi aveva una tribolazione in cuore si raccomandava a don Cornelio, per la sua intercessione, come a un Santo.
Il testamento di don Cornelio, un testamento di poche righe, era accompagnato da una lettera diretta al signor Vincenzo.... sindaco di Orobio, scritta poche settimane prima della sua morte. La lettera cominciava così: “Carissimo signor Vincenzo. Io muoio povero, tanto povero che quasi ne arrossisco; non sorrida dunque se l’ho chiamato mio esecutore testamentario; ma ho pure qualche ultimo desiderio da confidare, qualche ultimo servizio da chiedere a un amico. E ho pensato a lei; a lei, che m’ha sempre voluto bene anche quando mi sgridava, non è vero? a lei, che posso chiamare il mio ultimo amico.„ E innanzi tutto gli raccomandava, con parole piene di lacrime, la sua buona sorella Angelica; poi gli parlava di Enrico e di Cristina, e lo pregava di averli a cuore, di vegliare su loro, di continuare la parte sua ove potesse; lo pregava di esaminare tutte le sue carte e le lettere, per abbruciarle o ritirarle come gli sarebbe parso meglio; e gli raccomandava infine di farlo seppellire nel cimitero d’Orobio ove riposavano i suoi antichi parrocchiani, i suoi vecchi amici d’un tempo.
Il signor Vincenzo aveva raccolta in casa sua la sorella di don Cornelio, e aveva provveduto alle cose più urgenti; poi era andato a passare alcuni giorni a Santa Maria della Neve per riunire le masserizie, per esaminare le carte, per adempire, insomma, meglio che poteva ai desideri del povero curato. Passava delle ore tutto assorto nel suo pietoso ufficio; e di tanto in tanto nel ripiegare una lettera, o nel leggere una minuta di don Cornelio, si asciugava gli occhi col dorso della mano, e poi picchiava un gran pugno sul tavolino. Una delle prime lettere che gli era venuta sott’occhio, e ch’era l’ultima ricevuta da don Cornelio, era scritta dal superiore provinciale delle Missioni per annunziargli la morte del suo antico coadiutore, don Luigi, ammazzato in un villaggio della China.
Nella cassetta d’un armadio trovò un fascio di lettere, tutte con la data del quarantotto. Erano in parte lettere di amici di don Cornelio, e in parte lettere sue ai suoi di casa, scritte dal campo. Il signor Vincenzo ci passò una giornata intera su quelle lettere; le leggeva avidamente, le rileggeva, e non sapeva staccarsene. Si rammentava poco di quei tempi, poichè non era in allora che un ragazzotto; e quelle lettere lo trasportavano in un mondo lontano lontano, a respirarvi un’aria alta e pura di entusiasmo e di patriottismo, che gli ricordava il cinquantanove, ma che aveva un profumo ancora più acuto di poesia e di fede. Col fascio delle lettere c’eran le nappine d’oro del cappello, la medaglia di Pio IX, e una croce di panno rosso, ch’erano i distintivi di don Cornelio quando fu cappellano dei volontari.
In un’altra cassetta c’eran le lettere del conte Maurizio, quelle di Enrico, e di Cristina. Nelle lettere d’Enrico c’era tutto quello che sappiamo noi, fino alle ultime sue speranze e all’ultimo no di donna Fulvia. Ma tutto ciò riusciva in gran parte novissimo al signor Vincenzo, il quale non ne aveva fino allora avuto che quelle notizie incerte, e quelle induzioni, che correvano nella bottega dello speziale. Non è a dirsi dunque con quanto interesse aveva lette quelle lettere; quanto n’era stato commosso; e quanti pugni aveva picchiati sul tavolino. Ogni volta poi che dava un pugno esclamava: — Ah questa poi la vedremo! poveri figlioli! Ma se l’han fatta tenere a loro, e al povero don Cornelio, non la faranno tenere a qualche altro! e questo qualche altro sarò io! Precisamente! Voglio diventar io il protettore di quei figlioli! Oh, allora la vedremo! — E aveva già principiato a mulinare nella mente vari progetti uno più terribile dell’altro. Alla fine però aveva trovate due lettere che l’avevano messo in qualche imbarazzo; due lettere di cui non sapeva darsi la spiegazione, e che gli intorbidavano un po’ le idee appunto sul da farsi. Eran due lettere scritte da poco, una era di Cristina, e l’altra della Madre Superiora del suo convento. La lettera della Madre Superiora era questa:
“Al Molto Reverendo signor curato di Santa Maria della Neve, già curato di Orobio.
“Faccio riscontro con la presente alla riveritissima di Lei lettera, che ho considerata attentissimamente con le deboli mie forze, e che ho sottoposto anche ai consigli ed ai lumi ben più fulgidi di persone alle quali ci dirigiamo nei casi riflessibili. Quando la giovane Cristina, a mezzo della signora Contessa Fulvia Orsenigo, ci dichiarava la sua improvvisa chiamata e la sua celeste vocazione, la prefata signora Contessa ben ci preveniva che qualche mondano attaccamento, e inevitabile disinganno, avesse potuto influire sulla giovane, e potesse tuttora anche sussistere in qualche punto dell’animo della medesima. In conseguenza di ciò, dopo esserci consultate, abbiamo stabilito, come già ebbesi a fare in qualche altra analoga delicata contingenza, di differire prudenzialmente con pretesti bene scelti il regolare incominciamento dell’anno di prova, ossia Noviziato. Imperciocchè non vogliamo Suore non chiamate, nè Novizie disdicentisi. Devo però dirle parimenti, a di Lei tranquillità ed a comune edificazione, che la giovane Cristina dimostrò subito un ardore soprannaturale per la sua nuova vocazione; ardore che può dirsi vada sempre crescendo, per modo che nella sua innocente semplicità non sa comprendere come si ponga in certo qual modo freno alla esecuzione d’un desiderio ch’essa invoca perfino con inquietudine e con impazienza.
“Epperò, le informazioni che Ella ci manda, e le sue esortazioni prudenti e caldissime ci impongono certamente il dovere di una raddoppiata vigilanza, e continueremo ancora qualche tempo a fare uno sgradito contrasto alle preghiere della giovane, contrasto che le renderà tanto più bello e lucente il giorno dell’accondiscendimento. Ben lieta poi di obbedire ai di Lei desideri, non mancherò di mandarle notizie e di tenerla informata sull’andamento dell’animo della giovane, e su quanto si manifestasse nel medesimo. Ci sarà poi veramente grata la visita che lei ci promette appena glielo permetterà la salute, e per questa facendo i miei umili, ma ardentissimi voti, passo a riverirla con tutto il massimo ossequio, e a rassegnarmi nel medesimo tempo obbedientissima serva
Suor Agnese
Superiora della Casa di....„
“P. S. Ho consegnato alla giovane la lettera da Lei direttale, ed ho permesso alla medesima che le riscontrasse liberamente come a persona della famiglia.„
Questa poi era la lettera di Cristina:
“Don Cornelio!
“Ho riconosciuto subito i suoi caratteri dalla soprascritta, e ho pianto di commozione e di gioia prima ancora d’avere aperta la lettera. Poi, prima di leggerla, ho cercato il suo nome, e l’ho baciato come avrei baciato il mio povero babbo. Oh, don Cornelio, quante vicende, e quante lacrime in così poco tempo! Alle volte mi passo la mano sulla fronte per destarmi da questo sogno angoscioso; ma poi la mano ricade, e sono sveglia, e tutto è vero, tutto.... Oh ma non creda ch’io sia infelice! lo sono stata, è vero, ho pianto lungamente, ho creduto di morire.... ma poi a un tratto ho ricevuto una grazia dal Cielo, una grande grazia, e fu una calma, una serenità, un benessere indicibile, una specie di felicità che ha inondata tutta la mia anima. Mi affretto a dirglielo perchè non mi compianga, perchè se ne rallegri con me, e con me ringrazi il Signore. Oh come mi sento tranquilla e felice! Alle volte, quando mando un’occhiata fuggevole al passato mi sento quasi ricadere in quelle angosce che credevo d’avere dimenticate; ma allora corro subito all’altare della Vergine, o tra le care compagne e le buone Suore di questa Casa, e subito mi ritorna il sorriso sulle labbra e la quiete nel cuore.
“Ho letto mille volte la sua lettera, e l’ho sempre con me. Mi creda, don Cornelio, anche stamani ho potuto rileggerla tutta, due volte di seguito, fino in fine, senza piangere, e riflettendo pacata su quanto lei mi dice con tanta amorevolezza e con tanta serietà. No, don Cornelio, nessuna esagerazione, nessuna illusione o esaltamento dell’animo hanno potuto, o possono, farmi velo alla verità e alla riflessione tranquilla sui miei doveri e sulla mia vocazione. Quel matrimonio, ch’era stato il mio sogno dorato d’un momento, mi sembrerebbe ora quasi un desiderio colpevole. La zia non lo vuole; non me ne disse tutte le ragioni, ma certo devono essere gravi se il solo pensiero la rendeva così agitata e così afflitta. E lei sa tutto ciò ch’io devo alla zia! Se il nome del mio povero, del mio adorato babbo, potè sopravvivere amato e benedetto, se nessuna accusa, nessun lamento, nessuna ombra ha potuto offuscarlo, io lo devo alla zia. Ed io avrei dovuto per un desiderio tutto mio contrariare, offendere, chi nel mio babbo, mi aveva tanto beneficata? O avrei dovuto mancare alla parola che avevo data, glielo confesso, a quel mio fratello d’infanzia.... così buono.... Oh no, no, solo a pensarvi mi si confonde la ragione come se pensassi a un delitto. Oh, no, mio buon Enrico!
“In allora, fu in questa contrarietà, in questa lotta di sentimenti, che mi venne improvvisamente additata dal Cielo la nuova via che mi condusse dalla disperazione alla pace della coscienza. Oh, don Cornelio, lo dica anche a lui, a Enrico, ch’io non soffro più; gli dica ch’io non ho mancato così a nessuno de’ miei doveri; che mi perdoni se lo afflissi.... perchè ne son sicura che anch’egli ha pianto; gli dica che il pensiero del suo perdono sarà un gran conforto per me. Gli dica che non lo dimenticherò.
“Ora mi sforzo, è vero, di non pensare più a lui, ma quando avrò pronunziati solennemente i miei voti, e avrò così rafforzata maggiormente l’anima mia, allora, mi pare, potrò guardare più serena il passato, allora potrò mandare anche a lui un pensiero più frequente di affetto fraterno e celeste.
“Sospiro quel giorno, giorno di pace per sempre. L’ottima nostra Superiora, non so perchè, me lo ritarda. È certamente una maggior prova che vuole da me. Obbedisco rassegnata pensando che questa è oramai la mia unica contrarietà.
“Don Cornelio preghi per me. Mi saluti la signora Angelica, e le dica che la rammento sempre, che la stringo al cuore, e, come una volta, la soffoco di baci. Mi saluti tutti, mi ricordi a tutti. Oh quante volte alle rondinelle che passano, — andate, dico loro, a posarvi, rondinelle, sul campanile del mio paese, e gridate a tutti un saluto di Cristina.... Andate, rondinelle, nella mia casa, nella cara mia casa, e fateci voi il vostro nido felice!...
“Don Cornelio, le domando genuflessa la sua benedizione. Mi scriva ancora, qualche volta ancora.... mi scriva presto.... Il Cielo ne lo rimunererà.
“Cristina.„
Il signor Vincenzo aveva letto un par di volte questa lettera, e nel ripiegarla tutto commosso, si era domandato: “Com’è questa faccenda?„ Poi ci aveva pensato su; ma ci si imbrogliava.... “Che questa fanciulla, diceva tra sè, volesse farsi monaca davvero?„ E questo dubbio lo sconcertava non poco; bisognava dunque rinunziare al raccapriccio d’aver scoperta una trama di monache e di preti, e alla gloria dello sventarla; bisognava rassegnarsi a non far nulla. Ma anche questa conclusione non gli piaceva; e di tanto in canto esclamava tra sè: “Eppure un mistero ci deve essere, ed io ci andrò in fondo.„
“Io ci andrò in fondo!„ andò ripetendo il signor Vincenzo per parecchi mesi, cercando sempre, senza trovarlo il bandolo per cominciare. Ma bisogna anche dire che il bandolo più facile e naturale, il bandolo indispensabile, gli era sfuggito di mano, e non l’aveva più potuto ritrovare. Egli aveva scritto subito a Enrico per partecipargli la morte di don Cornelio, ma non aveva ricevuta risposta; gli aveva scritto da capo, e allora gli era venuta una lettera di sir Arturo, nella quale secco secco gli si diceva che Enrico era gravemente ammalato. Dopo qualche tempo scrisse ancora; scrisse più volte, ma la risposta non veniva mai.
In quel frattempo, il signor Vincenzo aveva anche provveduto a onorare più che poteva la memoria del suo povero amico. Aveva scritta e fatta stampare una commemorazione; aveva mandate delle corrispondenze ai giornali della provincia, e promossa una sottoscrizione per mettere una bella lapide alla memoria di don Cornelio nel cimitero d’Orobio. La lapide gli aveva procurato dei dispiaceri con lo speziale, il quale voleva farci incidere una sua lunga iscrizione in latino. — Che latino! — diceva il signor Vincenzo, — all’iscrizione ci ho pensato io. Poche parole.... ma che diranno molto a chi capisce il latino! — E pare che don Innocente quel latino l’avesse capito perchè sulle prime ci aveva arricciato il naso; ma poi aveva finto d’essersi sbagliato vedendo che il sindaco pigliava foco.
Ma intanto passavano le settimane, passavano i mesi, e il signor Vincenzo non era riuscito a far nulla per quei due figlioli che gli aveva tanto raccomandati don Cornelio; non era riuscito neanche a principiare, neanche a sapere s’eran vivi o s’eran morti. Nè sir Arturo, nè Enrico non avevano risposto più. Il signor Vincenzo cominciava a essere malcontento di sè, e quando la signora Angelica, con uno sguardo pieno di malinconia, lo guardava in silenzio come se aspettasse da lui una risposta, egli si fingeva subito lontano le mille miglia; tanto aveva capito. Cominciava insomma a sentire un po’ di rimorso; e siccome poi amava le risoluzioni energiche, così un bel giorno decise di mettersi definitivamente all’opera, e di fare un progetto. Da quel momento egli non pensò più che al suo progetto; pensò, discusse con sè medesimo, fece e disfece propositi e disegni, s’impazientò parecchie volte, buttò via ancora alcune settimane, ma alla fine il disegno riuscì completo. Era un disegno che gli pareva proprio perfetto; pieno di astuzia e di previdenza, di domande avvedute e di risposte evasive, di discorsi concilianti, e di propositi fermi; un disegno in cui tutto era preveduto, fin la più piccola contrarietà la quale trovava subito accanto il suo ripiego; un disegno che cominciava con le buone, ma che poteva anche finire con un ratto, con una fuga, con un dramma. Per mettere in esecuzione questo disegno bisognava naturalmente andare a Milano, e rimanerci qualche tempo. Non era affar da nulla, ma era un affare deciso, e il signor Vincenzo si mise energicamente a fare i preparativi della partenza. Finiti i preparativi, fatta la valigia, salutati gli amici, il signor Vincenzo era sulle mosse, quando una grande notizia, una notizia che non era preveduta nel suo disegno, venne improvvisamente a fargli sospendere la partenza. Un telegramma del Valassina, risaputo in pochi minuti da tutto il paese, annunziava la morte di donna Fulvia.