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Il curato d'Orobio cover

Il curato d'Orobio

Chapter 28: NOTE:
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About This Book

Un parroco di un paesino lombardo, don Cornelio, accompagna il giovane coadiutore don Luigi mentre torna da una lunga visita; è provato per la morte dell'amico e patrone conte Maurizio d'Orsenigo avvenuta otto giorni prima. La narrazione alterna i passi del cammino, i ricordi del passato politico e civile condiviso, e i dettagli della vita comunitaria: le soste alla taverna, i giocatori, i colleghi preti. Emergono temi di fedeltà, perdita, memoria e l'intreccio tra impegno civile e vita pastorale.

XXVI.

Donna Fulvia era morta, in pochi giorni, d’apoplessia. Questa notizia venuta così improvvisamente, quando gli amici di casa avevano appena finito di congratularsi per la sua guarigione, fu un avvenimento non piccolo per il paese d’Orobio, per la parentela, pei conoscenti, e per quei gruppi di persone che stavano intorno a donna Fulvia. L’impressione fu grande, ma diciamolo pur subito, fu una impressione di stupore più che di dolore. Tutti a una voce magnificavano le virtù della defunta dama, tutti ne deploravano la perdita, tutti si sforzavano di parere afflittissimi, ma nessuno versava una lacrima. E passato quel primo stupore, anche il rimpianto si diradò, si dileguò rapidamente. La memoria di donna Fulvia non aveva radici in quell’unico terreno che le conserva e ravviva, quello del cuore. A molti, anche tra i suoi beneficati, parve ora di respirare più liberamente; e anche sulla sua tomba avevan l’aria di ripetere: “oh se donna Fulvia fosse stata un po’ meno benefica!„

Il marchese e la marchesa Chiaravalle diedero l’ordine che si facesse un gran funerale anche a Orobio, e mandarono il Valassina a prenderne la direzione. Per una settimana il paese fu tutto in movimento; venne da Milano un paratore di grido, e l’antica e modesta chiesetta di don Cornelio scomparve sotto un subisso di drappi neri e di tele dorate, di cartelli, di stemmi, di candelabri e di ceri. Non s’era mai veduto nulla di simile, e la chiesa fu lasciata sotto quelle parature per tre giorni di seguito. La buona gente veniva a vedere e ad ammirare anche dai paeselli dei dintorni; i venditori ambulanti avevan piantate le loro botteghe in piazza; e gli oziosi facevano i conti valutando i parati a sacchi di farina. Il Valassina aveva invitati tutti i preti che donna Fulvia invitava ai suoi pranzi, e non ne mancava uno; meno don Prospero. Don Prospero era mezzo ammalato; dacchè la peronospora fa stragi anche nella sua valle, don Prospero non è più lui; è malinconico, è arrabbiato; ha ben altro pel capo che i passatempi, come dice lui; e nessuno non lo vede più, nè per vivi, nè per morti.

Il sindaco tra le cure e i sopraccapi che gli diede il funerale, non dimenticò il suo disegno: e lieto della venuta del Valassina, che nel suo disegno doveva avere una parte principalissima, gli si mise d’attorno, gli fece la corte, e con tutte quelle astuzie che aveva meditate cercò di farlo parlare, e di cavargli a poco a poco ciò che gli premeva di sapere. Ma il Valassina, a sentir lui, non sapeva niente di niente; non sapeva niente nè di Enrico, nè di Cristina, nè di nessuno, nè di ciò ch’era stato, nè di ciò che s’era detto. Il sindaco non si scoraggì; e pieno di fiducia nella propria energia e nel proprio disegno, pensò di lasciar passare tutto il tramestìo del funerale e poi d’andare diviato a Milano.

Ma era scritto che non ci dovesse andare. Era sulle mosse per la seconda volta, quando improvvisamente una brutta notizia venne a trattenerlo, e a fargli prendere poco dopo tutt’altra strada. Era morto in un paese della provincia di Cremona un suo cognato lasciando molti figli, molte faccende avviate e molti affari imbrogliati. Lettere sopra lettere lo chiamavano urgentemente, e dovette risolversi a metter da parte ogni altro pensiero e a partire. Non ritornò che dopo due settimane, per assestare qualche suo interesse, ma annunziando che ripartiva subito, e che avrebbe dovuto rimanere assente per un pezzo. Diede anche la dimissione da sindaco. Fu un momento di dolore e di incertezza; ma il buon cuore la vinse e senza rinunziare per l’avvenire a esser utile alla patria lasciò dare per ora il tratto alla bilancia dai doveri della famiglia.

La sua assenza durò quasi sei mesi. Ritornò soddisfatto d’aver compiuta bene la sua missione, ma stanco e mezzo ammalato. Parecchie volte, durante quei mesi, era corso col pensiero, e con un certo rimorso, a Cristina, a Enrico e al suo disegno; ma ora non ci pensava quasi più. Il medico gli aveva ordinato il riposo nell’aria nativa, e non c’era dunque da pensare a ripartir per Milano. Eran poi passati quasi otto mesi dopo la morte di donna Fulvia, e più di dodici dopo quella di don Cornelio; oramai non ci sarebbe stato più nulla da fare; era tardi. Così in cuor suo cominciava a poco a poco a rassegnarsi, esclamando qualche volta tra sè: “Povera Cristina, a quest’ora l’avranno monacata! Povero Enrico, a quest’ora è al mondo di là, o è in Inghilterra! Che fatalità! Ma!...„

Un giorno il signor Vincenzo, dopo aver desinato, se ne stava nel suo studiolo discorrendo con lo speziale, e passando in rassegna gli errori del suo successore, il nuovo sindaco; quando a un tratto sentì la voce d’Ugolino che abbaiava in un certo modo diverso dal consueto. Ugolino, ch’era stato raccolto anch’esso in casa del signor Vincenzo, dopo la morte del suo padrone non era più quel di prima; era malinconico, usciva poco di casa, aveva i suoi acciacchi; brontolava sovente, ma non abbaiava quasi mai. Questa volta invece abbaiava con quanta voce gli rimaneva, abbaiava fino in falsetto, poi guaiva, e si capiva che intanto correva per la casa cercando o chiamando qualcuno. Il signor Vincenzo capì che si trattava di qualcosa di straordinario; si rizzò in piedi, e data una capata fuori dell’uscio, sentì un grido e delle esclamazioni che venivan dalla corte. Scese in fretta, e a piè della scala vide Angelica che con una insolita effusione di gioia abbracciava una signora, e anche un signore, che avevan l’aspetto di forestieri arrivati in quel punto.

Pochi istanti dopo, anche il signor Vincenzo, tra infinite esclamazioni di sorpresa e di maraviglia, stringeva nelle sue braccia i nuovi venuti, scambiando con loro parole liete, festose, di congratulazione e di gioia: pareva che scoppiasse anche lui per la consolazione! Poi tacquero a un tratto tutti e quattro; si strinser le mani, si guardaron in viso, e i loro occhi si riempirono di lacrime: tutto era detto tra loro.

Enrico e Cristina, sposi da pochi giorni, eran venuti a Orobio per salutare i loro buoni amici, e per portare una corona di fiori sulla tomba di don Cornelio.

Il signor Vincenzo li volle suoi ospiti, e li avrebbe anche voluti trattenere un po’ di giorni, ma dovette accontentarsi della promessa che sarebber ritornati quando gli affari e i doveri d’Enrico l’avrebbero permesso. Passarono quella serata fino a mezzanotte, seduti tutti e quattro a un tavolino, a farsi l’un l’altro un subisso d’interrogazioni, e a narrarsi i casi di quell’annata ch’era scorsa per ciascuno di loro piena di vicende, di dolori e di sorprese. La Signora Angelica ogni tanto non poteva trattenersi dal baciar Cristina e dal pronunziare il nome del povero don Cornelio; poi mandava benedizioni anche al marchese Ettore, il quale un mese dopo la morte di donna Fulvia, aveva voluto levar Cristina dal convento, era andato in cerca d’Enrico, e aveva combinato il matrimonio. Ugolino se ne stava accovacciato sulle ginocchia di Cristina, con le orecchie tese, come se facesse la guardia per non lasciarsela portar via; e il signor Vincenzo discorreva, ora a voce alta con tutti, ora piano con Enrico, e lo informava degli avvenimenti più recenti d’Orobio e degli spropositi del nuovo sindaco. Poi, quando Angelica e Cristina si accomiatarono per andare a letto, volle trattenersi un poco ancora con Enrico, a quattr’occhi, curioso di sapere com’era andato l’affare del convento, e desideroso di parlargli del suo disegno. Enrico gli raccontò in breve le difficoltà che c’eran state, e tutta la prudenza che c’era voluta per far desistere Cristina dalla sua nuova risoluzione in cui credeva di aver impegnato la sua parola e la sua coscienza, e per ricondurla gradatamente alla vocazione vera e profonda del suo cuore. Il signor Vincenzo alla sua volta prese a raccontargli il suo disegno. Il suo disegno era completamente riuscito, e gli pareva dunque che gliene venisse anche a lui la sua parte di merito. Ma il disegno, come sappiamo, era complicato, per cui a dirgliene tutti i particolari gli bisognò trattener Enrico più d’una volta sul pianerottolo e sugli scalini, intanto che gli faceva lume nel condurlo alla sua camera.

La mattina seguente, per tempo, si recarono nel camposanto. La lapide di don Cornelio era tutta coperta di corone, in parte appassite, in parte recenti, e appena si poteva leggere l’iscrizione che ci aveva fatto scolpire il signor Vincenzo, e che diceva così:

a don CORNELIO SACCHI
buon sacerdote, buon cittadino
che per trent’anni
fu parroco amatissimo d’Orobio
e morì nel 1880
ultimo in questa valle
dei preti patriotti del 1848.

Cristina e Angelica inginocchiate, Enrico appoggiato al braccio del signor Vincenzo, rimasero, muti e mesti, lungamente dinanzi alla lapide di don Cornelio, compresi da quel risveglio di ricordi e di affetti, da quel sentimento di desolazione e di speranza che aleggiano intorno alla memoria dei nostri cari, e ci trattengono sulle loro tombe.

Fine.


NOTE:

1.  Manuale Exorcistarum ac Parochorum, auctore R. P. Candido Brugnolo Bergomensi. — Bergomi. Tipis Rubei MDCLI.

2.  Manuale exorcistarum, Quaestio VII, pag. 411.

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.

Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.