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Il curato d'Orobio

Chapter 6: V.
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About This Book

Un parroco di un paesino lombardo, don Cornelio, accompagna il giovane coadiutore don Luigi mentre torna da una lunga visita; è provato per la morte dell'amico e patrone conte Maurizio d'Orsenigo avvenuta otto giorni prima. La narrazione alterna i passi del cammino, i ricordi del passato politico e civile condiviso, e i dettagli della vita comunitaria: le soste alla taverna, i giocatori, i colleghi preti. Emergono temi di fedeltà, perdita, memoria e l'intreccio tra impegno civile e vita pastorale.

V.

Con molto dispiacere della signora Angelica, che aveva il desinare bell’e pronto, il dialogo di don Cornelio col suo ospite durò quasi due ore; per cui, quando vide spalancar l’uscio della saletta, e uscirne il forestiero in atto d’accomiatarsi, la signora Angelica, che era fuori ad aspettare, fu un po’ meno complimentosa di prima. E si sarebbe anche arrischiata di dire, a mezza bocca, una qualche paroluccia di malcontento a suo fratello, se in quel punto non avesse notato un certo che, se non gli avesse vista una certa espressione del viso ben diversa da quella che s’aspettava. Don Cornelio era tutto acceso, e aveva i capelli un poco più scomposti del solito. Sulla sua faccia non c’era più, tutto intero, quel velo di malinconia e di malumore dei giorni prima; quel velo era rotto, ma rotto da un ventaccio burrascoso di quelli che lasciano de’ nuvoloni qua e là. Guai però se qualcuno gli avesse detto in quel momento ch’egli non pareva contentissimo! Sarebbe andato in collera.

Come ebbe condotto il suo forestiero fino in strada, don Cornelio, nel tornare in casa, fregandosi le mani, e quasi saltellando, chiamò a tutta voce Cristina e Angelica, la quale intanto lo pedinava senza ch’egli se ne avvedesse: — Venite qua, venite a sentire; buone notizie! sicuro, una gran notizia! Ci hanno pensato Quello di lassù... e il tuo babbo. — E stretta Cristina nelle sue braccia, fece una lunga pausa, perchè intanto sentiva un nodo alla gola, e non poteva più parlare.

— Eccoci; ma siccome il desinare è pronto da un pezzo, anzi è mezzo bruciato e mezzo freddo — disse la signora Angelica, — così ci racconterete tutto a tavola. Andiamo, andiamo.

— Dunque? — riprese poco dopo la sorella del curato, intanto che scodellava la minestra.

— Dunque, — cominciò don Cornelio, — è proprio vero quello che avete sentito anche voi. La Provvidenza ci ha pensato, e di tutti i guai che sapete non se ne parlerà più.

— Oh, sia lodato il Cielo! Ed è quel bravo signore, non è vero? Oh, si capisce, ha un’aria così buona, così contrita....

— Non se ne parlerà più. Insomma da questo lato c’è proprio da esser contenti. Sicuro che... queste patate, per dirne una, la Provvidenza non ce le manda bell’e fritte.... Aiutati che ti aiuterò, dice la Provvidenza... e quando per arrivare al bene c’è una qualche privazione, una qualche contrarietà da sopportare, bisogna aver pazienza e rassegnar visi di buona volontà!

— Oh, sì, don Cornelio! qualunque privazione, qualunque pena, mi sarebbe cara se potessi far qualche cosa anch’io per la memoria del mio babbo, e per il bene di tutti! — esclamò con calore Cristina.

Don Cornelio la guardò con un sorriso malinconico, e tacque a un tratto come chi ha perduto il filo del discorso.

— Ma, insomma, non ci avete ancora detto niente! — esclamò di lì a poco la signora Angelica, facendosi poi subito tutta rossa per l’atto d’impazienza.

— Ah, sicuro. Dunque dicevo... ma abbiamo tutto il dopo desinare per passeggiar nell’orto e per discorrere... una cosa dopo l’altra ve le dirò tutte. Quello che vi posso dire fin d’ora è che, nessuno, nè di quelli d’Orobio, nè di quelli di fuori, perderà un soldo. Saranno pagati tutti; nè palazzo, nè poderi non andranno all’asta!...

Cristina volle fare un atto di esclamazione, ma non lo potè, e si asciugò in fretta gli occhi gonfi di lacrime.

— Ed è quel signore che... — disse Angelica.

— No, non è lui, ma abbiate pazienza!

La signora Angelica era impaziente più di prima, ma non osò domandar altro. Osservò che il fratello mangiava più in fretta del solito, e che non s’era neanche accomodata la salvietta passandone un capo nel collare, come soleva. Era inquieta e in sospetto, ma si rassegnò ad aspettare la passeggiata nell’orto.

— Quel signore che avete veduto si chiama il signor... — riprese don Cornelio dopo essersi alzato da tavola, e nell’avviarsi verso l’orto — il signor... aspettate, ve lo dico subito, ho qui il suo nome stampato sul biglietto di visita, come si usa in città. Ecco: Zaccaria Valassina. Ma chi raddirizza la barca non è lui, lui non è che il... non so come lo chiamino... insomma è l’incaricato, è l’amministratore della persona che verrà a mettersi al posto del povero conte Maurizio, e a tenere in piedi la casa.

— E questo tale è?... — saltò su Angelica che non ne poteva più.

— Questo tale... è una tale... ma abbiate pazienza, pigliamo le cose a una a una. Io non so se tuo padre — riprese dopo una pausa don Cornelio, facendosi vicino a Cristina, e avviandosi con lei per un vialetto dell’orto — ti abbia mai parlato d’una zia.

— Sì, me ne ha parlato, — disse subito Cristina, — ma non me ne ricordo il nome. Nella camera del babbo, tra i molti ritratti sparsi sui tavolini ce n’è uno piccolo a colori, coperto da un vetro, e con una cerniera d’oro all’ingiro... Ebbene, quando domandavo al babbo, fin da bambina, di chi è questo ritratto? e gli facevo vedere il ritratto con la cerniera, il babbo mi rispondeva: “questo è il ritratto della zia.„

— Non ti diceva altro?

— No. Ah sì; mi diceva anche che si chiamava la zia Fulvia! — “E perchè non vien mai qui con noi la zia Fulvia?„ — domandavo al babbo; e il babbo mi rispondeva che abitava a Milano; poi una volta il babbo non mi rispose, e si fece triste. Non gliene domandai più nulla, e pensai che la zia Fulvia fosse morta.

— Non è morta.

— Sia lodato il Cielo, — esclamò la signora Angelica che aveva seguito, a un passo di distanza, il fratello e Cristina.

— Dunque è la zia che viene a farci del bene? che ha mandato quel signore di poco fa?... E la zia verrà, anch’essa? Verrà presto?...

— Sì, è proprio la zia — riprese don Cornelio — alla quale avevo scritto da parecchi giorni. Ma non l’ho mai veduta neppur io; non la conosco che di nome. E, guardate che combinazione. Ha anch’essa il mio cognome, si chiama Sacchi anche lei. Non te l’aveva detto il babbo?

— No. Oh quante belle cose in una volta! Scriviamole subito tutte a Enrico... — esclamò Cristina; e la nuova commozione, risvegliandone altre, le fece sentire il bisogno, in quel momento, di gettarsi nelle braccia della signora Angelica.

— Il nome è il medesimo, — continuò subito il curato per rimettere in carreggiata i pensieri di Cristina; — ma ci sono i sacchi vuoti, e i sacchi pieni. Io appartengo ai primi. Dunque, continuando, tua zia si chiama Sacchi, o per dir meglio, si chiama donna Fulvia d’Orsenigo vedova Sacchi. Suo marito è morto da parecchi anni, e l’ha lasciata senza figlioli.

— Povera zia!

— È naturale dunque ch’essa cerchi d’aver una figliola in te. Il Signore poi le ha mandato la buona ispirazione di mettersi al posto del tuo babbo in tutto, e di fare molte opere buone in una volta sola. La tua casa non andrà in mano d’altri; il buon nome di tuo padre resterà intatto, come meritava... tu avrai una seconda madre; vivrai con lei....

— La zia dunque verrà qui? E io vivrò con lei ancora nella casa del babbo?

— Sì, certamente... ma solo una parte dell’anno perchè tua zia vive lontano di qui... vive a Milano, come sai.

— A Milano? E dovrò starci molti mesi dell’anno a Milano? — chiese Cristina facendosi tutta pensierosa.

— Non lo so di preciso, ma so che passerai molti mesi anche a Orobio, perchè quel signore di poco fa m’ha detto che donna Fulvia ha bisogno dell’aria delle nostre montagne; che a Orobio quindi ci vuol star molto, che ci vuol fare tante belle cose.... Insomma, capisco, lo staccarsi dai paesi che ci han veduto nascere, non è mai una cosa allegra; ma, l’hai detto anche tu che una qualche privazione l’avresti sopportata volentieri!... Or vieni qua, ragioniamola un poco. — Ma intanto Cristina piangeva dirottamente nelle braccia della signora Angelica, la quale in quel momento non aveva proprio l’aria di darle dei conforti.

Don Cornelio, a poco a poco, riuscì a tranquillarla, e a continuare il suo discorso, fino a dirle che la zia aveva dato incarico a quel signore, di condurla a Milano subito subito, magari in quel giorno se fosse stato possibile.

— Ma qui poi — si affrettò a soggiungere don Cornelio, — ho voluto comandare un poco anch’io. Condurre Cristina dalla zia sta bene, ma voglio condurla io! Eh, ci sono già stato una volta io a Milano! Quanto poi al subito... un paio di giorni almeno ci vogliono per disporre le nostre cosucce.... —

E così, con un poco di diplomazia, don Cornelio aveva anche fatto capire a Cristina che bisognava partire tra due giorni.

La passeggiata nell’orto e la conversazione durarono fino al tramonto. Fu una conversazione però in cui Angelica e Cristina ci misero poco del proprio. Ma don Cornelio, passato l’impiccio del cominciare e del venire alla conclusione, aveva riavuto il fiato; e tirò via per un pezzo coi commenti, con le considerazioni, e con tutto quello che potè raccapezzare pur di discorrere e di distrarre Cristina. Ormai l’impiccio era quello del finire; ma ci pensò la campana dell’avemmaria a chiamarlo in fretta per varie cosucce del suo dovere.

Il giorno seguente fu una gran giornata non solo per i nostri personaggi, ma per tutti gli abitanti del nostro paesello. Anche in tutta la vallata non si parlava che degli avvenimenti d’Orobio. Un gran signore, — come dicevano i più, — un conte, un milionario, veniva a dipanar la matassa del conte Maurizio; ma questo era il meno; veniva a rifar casa Orsenigo, a piantarsi in Orobio, e a farci cose grandi. Anzi, c’era già venuto, dicevan altri, e lo si era veduto lui in persona, con la roba, e coi milioni. Tutte queste maraviglie venivan già accolte, fuori d’Orobio, con un tantino d’invidia, e con una cert’aria d’incredulità, appunto perchè le credevano. Il signore che faceva tanto parlare di sè, e che per scambio era creduto dai più il nuovo benefattore d’Orobio, non era altro, come ognun vede, che il signor Zaccaria Valassina, il ragioniere della zia di Cristina. E il signor Zaccaria, compiacendosi moltissimo di vedersi tanto ossequiato, e osservato con tanta curiosità, ricambiava gli omaggi or con quel risolino compiacente che di solito teneva in serbo per donna Fulvia, or con quella sostenutezza dignitosa che assumeva davanti a un debitore moroso. La gente che gli andava dietro per strada, e che l’aspettava per vederlo passare, non guardava tanto per il sottile, e si persuadeva sempre più che il milionario era proprio lui. I pezzi grossi d’Orobio avevano ben risaputo com’eran le cose, ma non le lasciavan intendere che a metà; perchè intanto non dispiaceva loro che quel forestiero, col quale la gente li vedeva girare per il paese, e con una certa domestichezza, fosse tenuto in conto d’un gran personaggio.

La contentezza e le speranze di quelli d’Orobio ingrandivano talmente d’ora in ora, che il sindaco non osava, questa volta, crollare il capo come faceva di solito quando gli davano una buona notizia. Si teneva in disparte; e, per crollare il capo, andava da don Cornelio. Ma don Cornelio, dopo quel primo turbamento che gli abbiam visto, aveva cacciati a uno a uno certi pensieri molesti, e aveva finito con l’aprire il cuore anch’esso alla gioia e alle speranze. L’aveva aperto però così da poco, che le crollate di capo del sindaco gli richiamavano subito i suoi dubbi, e quindi gli facevan perdere tanto più la pazienza. Ogni volta dunque era una gran baruffa.

— È inutile; quando non può rodersi il fegato... per lei la va male! — gridava don Cornelio. — Che gusto ci trova? A quel po’ di bene che capita a questo mondo facciamogli almeno un po’ di buon viso! Ma no, lei ha bisogno di veder male, e sempre male. Oh che mondo noioso sarebbe il suo!

— Si diverta pure, don Cornelio, si diverta pure col suo bel mondo color di rosa!... Ma già per loro preti....

— Per noi preti la va sempre bene! vuol dir lei. Oh, la va benone! Siamo proprio in tempi.... Basta, basta, non mi faccia dire qualche sproposito.

— Non è questo che volevo dire. Volevo dire che loro preti o sono di mala fede, e allora non parliamone; o sono di buona fede, e allora sono come lei....

— Credenzoni! Vada pur avanti....

— Non dico questo.

— Lo dice sempre!

— Di troppa buona fede! ecco quello che volevo dire. Mi potrebbe forse negare....

— Neghi lei invece, se può, con quel suo veder sempre nero quante e quante volte non ha dovuto confessare....

— E quante volte lei non ha dovuto picchiarsi il petto per la sua troppa buona fede! Basta, staremo a vedere. Io non l’ho sentita mai neanche nominare questa sorella del conte Maurizio; ma se lei la conosce.... — E qui don Cornelio si impazientiva ancora di più; voltava le spalle al sindaco, e andava in cerca di un altro che gli venisse in aiuto coi ragionamenti del buon umore e della speranza.

Don Cornelio era tornato alle abitudini d’una volta. Sebbene fosse tutto in faccende, pur si fermava volentieri a discorrere ne’ crocchi in strada, e s’era fin lasciato vedere la sera nella bottega dello speziale. Facce di cattivo umore, di quelle che conturbavano tanto don Cornelio, non se ne incontravano più. Tutti facevan festa al curato come prima, e più di prima; tutti lo tempestavano di domande, di congratulazioni, e perfino di ringraziamenti. Egli cercava bene di schermirsene e di metter le cose in chiaro; ma era inutile; per cui sorridendo finiva a conchiudere tra sè: “Prima non ne avevo colpa, adesso non ne ho merito; ma le partite non foss’altro son pareggiate.„

E Cristina? Quante commozioni, quanti nuovi pensieri eran venuti in pochi giorni a darle nell’anima la prima battaglia della vita! Cristina aveva diciassett’anni; ma questi anni, passati lontani da ogni rumore del mondo, nella vita semplice della casa paterna e del suo paesello, eran stati per lei anni d’una fanciullezza prolungata. Ora gli ultimi fatti, la morte di suo padre, quelle disgrazie che aveva cercato di capire nell’angoscia degli altri, il ritorno e la partenza d’Enrico, la chiamata della zia X......, tutte queste cose eran venute a svegliare e a dischiudere la sua anima come un fiore su cui scenda un improvviso e cocente raggio di sole. E quanto c’era in quell’anima, è inutile dirlo, aveva subito data, sulle ale di que’ diciassett’anni, una corsa veloce per le mille strade della fantasia. Chi sa per quelle strade, in qualche punto più lontano, quanto sole e quanti fiori non ci avrà trovati, senza volerlo, Cristina! Lo si capiva, lo si vedeva. Ma poi, a un tratto, essa chinava gli occhi, come sorpresa da un rimorso pensando alla sua recente sventura, e ricadeva nella mestizia di prima. Allora i bei paesi lontani a cui ritornava la rivedevano ora agitata da un’inquietudine vaga o da vaghe paure, or nell’attitudine rassegnata dello sconforto e del dolore. E nella via del dolore l’immaginazione riaccesa le figurava tutta una missione di sacrifici, di doveri difficili, di atti generosi; e Cristina si fermava su questi nuovi pensieri con entusiasmo, e con una certa vigoria d’animo ch’era tanta parte di lei. Ci si fermava fino a che quei dolori ideali le riconducevano il pensiero a un dolor vero, alla memoria del babbo; e allora dava in un scoppio di pianto.

Cristina sorpresa, impaurita dai nuovi pensieri che l’assalivano e si succedevano più forti alle volte della sua volontà, sentendo in sè stessa qualche cosa che la rendeva diversa di prima, cercava di non lasciar scorgere la sua commozione; e avrebbe voluto nascondersi perchè sentiva montar le fiamme alla faccia se qualcuno levava gli occhi sopra di lei. Ma di tutto ciò, non c’era nessuno in quel momento che se n’accorgesse. Don Cornelio era distratto; anche in lui c’era un contrasto di pensieri nuovi e di pensieri vecchi. L’animo suo, facile alla speranza, e l’antico suo buon umore avevan delle lunghe rivincite; ma poi c’era qualche dubbio da scacciare, e allora bisognava uscir di casa, chiacchierare con qualcuno per strada, e ricevere da chi passava quelle tali congratulazioni.

La signora Angelica invece non parlava, non rispondeva a nessuno, dicendo tutt’al più che non ne aveva il tempo, ma che era tanto contenta. E intanto che diceva così, le scendevano, di sotto agli occhiali, de’ grossi goccioloni che cadevan sulla biancheria e sui vestiti di Cristina, nel baule, dove li andava riponendo con molta attenzione e con un’arte paziente.