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Il curato d'Orobio cover

Il curato d'Orobio

Chapter 7: VI.
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About This Book

Un parroco di un paesino lombardo, don Cornelio, accompagna il giovane coadiutore don Luigi mentre torna da una lunga visita; è provato per la morte dell'amico e patrone conte Maurizio d'Orsenigo avvenuta otto giorni prima. La narrazione alterna i passi del cammino, i ricordi del passato politico e civile condiviso, e i dettagli della vita comunitaria: le soste alla taverna, i giocatori, i colleghi preti. Emergono temi di fedeltà, perdita, memoria e l'intreccio tra impegno civile e vita pastorale.

VI.

Don Cornelio, dopo le sue famose camminate del quarantotto, de’ viaggi non ne aveva fatti più; non era andato neanche più in là del capoluogo della provincia. Ora il dover partire, così tutt’a un tratto, per Milano, nientemeno! e senz’aver avuto il tempo di pensarci su, era stato un scombussolìo per don Cornelio! E i preparativi della partenza, per di più, non erano andati così lisci da riconciliarlo coi viaggi.

Aveva avuto, innanzi tutto, un guaio con la sorella. La signora Angelica, all’annunzio della partenza di Cristina e del fratello, era stata tutta compresa, oltre che dalla commozione, anche dal pensiero che il suo curato dovendo presentarsi in una casa di gran signori, e in Milano, non vi dovesse poi andar male in arnese e sfigurarvi. Aveva dunque pensato subito a un certo cassettone, di cui teneva lei gelosamente la chiave, e dove ci stavano da parecchi anni alcuni capi di vestiario ancor nuovi aspettando una occasione straordinaria. Angelica andò difilato ad aprire il cassettone, girò la chiave coi dovuti riguardi... impallidì, tirò le cassette precipitosamente, alzò gli occhi al cielo, frugò da per tutto.... Non c’era più nulla, tutto era scomparso! Angelica, a cui non eran nuove queste sorprese, non si perdette in congetture, non andò lontano a cercare il colpevole. In altre circostanze consimili si era contentata di brontolare, o di mandare qualche lungo sospiro di rassegnazione; ma questa volta andò proprio sulle furie, e tutta rossa in faccia corse a cercare suo fratello per dirgli di santa ragione il fatto suo. Il colpevole, il solito colpevole di questi furti domestici, era proprio don Cornelio; il quale, di tanto in tanto, in casa sua rubava; rubava la propria roba e con un’arte matricolata ch’era la disperazione della sorella. Ogni tanto eravamo a queste. C’era un povero, c’era un ammalato che non aveva da coprirsi..., don Cornelio aspettava che la sorella fosse uscita di casa, poi quatto quatto frugava per le stanze, apriva un armadio, forzava un cassettone, pigliava un qualche capo di vestiario, lo nascondeva sotto la veste, e via. — Ah, quel benedett’omo, quel benedett’omo! — esclamava Angelica quando se ne spassionava con qualche amica. — Me lo dicesse almeno! Della roba smessa, de’ cenci per i poveri in una casa ce n’è sempre... Ma signor no! Se c’è un capo novo si può esser sicuri che mi piglia proprio quello! E di tutto piglia; lenzuoli, coltroni, fino una materassa m’ha fatto sparire! — E pretendeva che una volta, nella fretta del rubare, il curato le avesse fatto sparire anche una cuffia, di cui però aveva dovuto indennizzarla con una nuova. La ramanzina questa volta fu delle più solenni, e non fu breve. Don Cornelio se la pigliò in silenzio, e senza scusarsi, come chi riconosce il proprio fallo.

Ma siccome la ramanzina non aveva fatto riavere alla signora Angelica gli abiti scomparsi, così il temporale tirò innanzi, anche dopo quello scroscio, con un brontolìo sordo e che non finiva più. A togliere d’imbarazzo don Cornelio capitava, è vero, ogni minuto qualcuno; ma o eran de’ seccatori che venivano per scuriosirsi, o era il Valassina che tirandolo in disparte, aveva un qualche nuovo ammonimento da dargli sul modo di comportarsi e di parlare con donna Fulvia. Allora gli pareva meno male di rimandarli tutti in santa pace, con le buone e presto. Ma appena se n’erano andati tornava a sentir la voce della sorella che, in un canto della stanza nel preparargli la sacca, andava brontolando da sè, ma in tono di rimprovero per qualcuno: — Bella figura! andare a Milano coi calzoni usati, e col panciotto sfilacciato... bella figura! cosa diranno i Milanesi? — E don Cornelio, per confortarsi, brontolava da sè alla sua volta: “Quando metterò il piede sul predellino della vettura, oh! sarà un gran bel momento!„

Ma fu meno bello anche quel momento. — Che soprattutto nessuno sappia l’ora della partenza! — aveva detto risolutamente don Cornelio; ma a vederlo partire c’era tutto il paese. Chi era venuto per dargli il buon viaggio, e per salutar Cristina; chi per curiosità, per vedere come si faceva a partir per Milano; chi per dargli una lettera da ricapitare; chi per dirgli di salutar qualcuno caso mai l’incontrasse per strada. C’era il sindaco, il Valassina, lo speziale, don Luigi, tutti insomma; non ci mancava che il dottore, perchè c’era in campagna un branco di pernici che stavan per partire anch’esse. Una parola bisognava pur risponderla a tutti; bisognava far coraggio a Cristina e alla sorella, che piangevan nell’andito della casa, e non si decidevano a passar la soglia: e bisognava anche darla a intendere a Ugolino, che non sapeva capacitarsi di dover restare a casa. Il momento della partenza durò quasi un’ora; e don Cornelio, da prima impaziente e poi rassegnato, andava dicendo tra sè e sè: “Quando sarò a dieci miglia da Orobio, oh quello sì sarà un gran bel momento!„

Finalmente il legnetto partì. Il legnetto doveva fare un’ora di strada per condurre a una borgata da cui poi partiva la diligenza, che in tre o quattro ore, a seconda delle gambe dei cavalli e della sete del vetturino, arrivava allo sbocco della valle, dove c’era una stazione della strada di ferro. Quella prima oretta di viaggio in legno non passò male. Cristina s’era andata man mano rasserenando, e all’espressione piena di dolore di poco prima glien’era succeduta un’altra, ora pensierosa ora distratta, ora illuminata da qualche subito raggio di buon umore. Don Cornelio, contento in cuor suo che le cose andassero meno male di quello che aveva temuto, cercava a proposito di tutto d’attaccar discorso con Cristina dicendole il nome dei paeselli di cui eran sparse le falde dei monti, e raccontandole qualche storiella del passato, o qualcosuccia da ridere se ce n’era. E siccome, a furia di indicazioni e di buona volontà, si poteva scorgere da lontano un punto bianco, ch’era quel paesello dove aveva veduto nel 1859 il conte di Cavour, così, tanto per discorrere, raccontò anche a Cristina la sua famosa avventura, accompagnandola, in forma di soliloquio, con tutte quelle riflessioni ch’era andato mettendo insieme da quell’epoca in poi. — Se fosse ancora vivo quell’ometto!... oh, quest’era proprio la volta, poichè mi son messo in viaggio, che andavo a fargli visita! Scommetto che m’avrebbe riconosciuto!... L’ho qui tutto in mente il discorso che gli avrei voluto fare, a proposito anche di noi poveri preti, e certe cose che gli avrei voluto suggerire... a meno che non le avesse pensate prima lui, quell’ometto, e non le avesse anche fatte!...

Anche Cristina dal canto suo viaggiava col pensiero, come don Cornelio, ma in tutt’altra direzione. Il cuore le si era messo a battere forte forte come s’era trovata in quel medesimo legnetto, e su quella medesima strada, dove aveva veduto partire, pochi giorni prima, Enrico. Le era parso subito di voler bene al legnetto, al vetturino, alla strada, e a tutto quello che si vedeva. Avrebbe voluto, di tanto in tanto, ripensare alla zia da cui era aspettata, e alla signora Angelica che aveva lasciata tutta in lacrime; ma il pensiero era inchiodato lì; e se pigliava il volo era per andarsene al bel paese smagliante di luce e di fiori, il paese fantastico d’un avvenire che la sua mente illuminava di presentimenti felici e di trepide speranze.

Ma bisogna dire che in quei paesi Cristina ci fosse stata proprio ricondotta dal legnetto, perchè come l’ebbe lasciato, e si trovò nella diligenza, quell’espressione luminosa del suo viso si intorbidò, e a poco a poco scomparve sotto un velo fitto di malinconia. Don Cornelio se ne accorse, e avrebbe voluto ricorrere da capo alla parlantina a cui dava tutto il merito se le cose erano andate bene fin lì. Ma questa volta c’era un ostacolo. Nella diligenza erano entrati due altri personaggi, che noi già conosciamo, don Innocente e don Prospero: e il nostro curato che non aveva voglia in quel momento d’attaccar discorso con loro, e di dover rispondere a chi sa quante domande, dopo averli salutati e dopo aver scambiata qualche parola, s’era messo a legger l’uffizio. Don Innocente e don Prospero, pieni di curiosità, avevano continuato per un poco a guardare ora il curato, ora Cristina, scambiandosi delle occhiate d’intelligenza tra loro; poi s’eran messi a discorrere sotto voce dei loro affarucci. Don Prospero parlava d’un contratto che andava a fare per l’osteria del Pomo d’Oro; poi faceva a don Innocente delle riflessioni sul palato dell’avventore; e gli raccontava la storia d’un vino che aveva preso il forte, il torbido e la muffa, tutt’insieme, ma che lui aveva medicato così bene che l’avventore se l’era bevuto fino all’ultimo bicchiere, e con che gusto! Un affarone! Don Innocente ascoltava l’amico con compiacenza, e approvava tutto con la solita compunzione; diceva d’esser venuto con gran piacere per fargli compagnia, per prendere una boccata d’aria... — “e per fare, se gli capitasse, una partita alle bocce in quattro„ — soggiungeva forse don Prospero in cuor suo.

Don Cornelio avrebbe lasciato andare innanzi le cose per un pezzo così; ma con la coda dell’occhio vedeva Cristina che tutta rincantucciata si faceva sempre più malinconica, e pareva presa da un grande accasciamento. Ripensò al rimedio della parlantina che gli pareva diventasse urgente oramai; chiuse il breviario, e si guardò intorno cercando un qualche pretesto per attaccar discorso. Intanto a Cristina gli occhi s’eran fatti rossi rossi, e le scendevano de’ grossi goccioloni sul grembo. Don Cornelio allora non potè più tenersi, fece un ultimo sforzo, e dopo aver guardato dagli sportelli all’ingiro per la campagna diede a un tratto in una tal risata che fece spalancar gli occhi de’ suoi compagni di viaggio, e gli attirò più domande che non gliene occorressero. La conversazione così fu in un subito avviata.

— È a quella svolta, nevvero, che si va alle Cascine Vecchie? — prese a dire don Cornelio, e continuava a ridere.

— Per l’appunto, — rispose don Prospero. — Ma... eh, eh! ce n’è della strada per arrivarci!

— Lo so, lo so... ma che vuole, tutto ciò che mi rammenta le Cascine Vecchie mi fa subito ripensare alla mia famosa avventura. L’avranno ben risaputa anche loro la mia avventura del croato! Come? no?

— Ma sì, ma sì... — riprese don Prospero. — Mi pare bene d’averla sentita raccontare... un gran pezzo fa....

— Eh, sicuro, son passati.... Misericordia! quanti anni.

— A ogni modo me la dica... che forse la rammento.

— La vogliono sentire?... Eh, per quel che s’ha a fare! e poi con le chiacchiere s’accorcia la strada.... Stammi a sentire anche tu, Cristina, ma poi non darmi la baia veh! come hanno fatto per un pezzo mia sorella e i miei amici d’una volta. Dunque... eravamo nel 1848, sulla fine di marzo, precisamente in quei giorni in cui gli Austriaci facevan fagotto, e alzavano i tacchi in fretta e in furia, cacciati a schioppettate dalle città, e inseguiti coi forchetti nei villaggi... quando, s’intende, capitavano in pochi e sbandati. Qualche giorno prima di partire come cappellano coi volontari della valle, ero venuto appunto fino alle Cascine Vecchie con qualche curato dei dintorni e con qualche prete, dei quali, poveretti! non ce n’è più uno al mondo. S’era venuti in tutta fretta insieme a dei signori della città, anzi nelle loro carrozze, essendosi risaputo che c’eran dei prigionieri e dei feriti per le strade e nelle stalle de’ contadini. — “Ora che il barbaro è sconfitto per sempre„ come si diceva in allora “guai a chi gli torce un capello!„ — Arriviamo alle Cascine Vecchie, e cosa vediamo? In un capannone, su poca paglia, stavan dieci o dodici poveri feriti, boemi quasi tutti, languenti, assetati, che facevan pietà; e sulla strada, in mezzo a uno sciame di contadini, alcuni prigionieri legati come salami. — “Oibò, legati a quel modo!„ gridò subito un signore ch’era con noi “Il prigioniero è sacro per il crociato italiano!... Ehi, mamelucchi, volere mangiare?... Qua, con me, andiamo dal fornaio... e viva Pio nono!„ — I feriti furon messi con gran cura nelle carrozze. — “Io star ungherese,„ gridavano tutti questi poveri diavoli. — Andate là, andate là — si rispondeva loro; — l’italiano libero e indipendente non fa distinzione tra i poveri feriti!„ — In poco tempo furon tutti medicati alla meglio, rifocillati, e condotti via; a eccezione però d’un povero croato, lungo come un campanile, brutto come un demonio....

— Eh, demonio, poteva anche esserlo — disse tra i denti don Innocente.

— Nessuno lo volle. Era ferito a una mano, non gravemente, ma aveva la cera cupa e malinconica più di tutti. Non rispondeva, non chiedeva nulla. Povero diavolaccio! Ne ebbi una gran compassione, e dissi: me lo prendo io. Fu un affar difficile sulle prime a addomesticarlo; non voleva lasciar vedere la ferita, non voleva bere, non voleva mangiare. Gli diedi un sigaro dicendogli pipa, per farmi capire, ma mi rispose con un grugnito. Allora levai di tasca qualche soldo, e glieli misi sotto il muso gridando forte: kreuzer, kreuzer; cominciò a capire, e se li prese. Insomma a poco a poco, e con una gran pazienza, lo persuasi che nessuno gli avrebbe fatto del male, che l’avrei fatto guarire, e che venisse di buon animo con me. Gli altri intanto eran partiti, ed io ero rimasto solo. Eccomi dunque in strada col mio croato, e a braccetto per di più, perchè il poveraccio pareva molto stracco. Per condurlo in città, allo spedale, ci volevano, a camminar piano, un par d’orette. Si va, si va... e dopo mezz’ora incomincia a piovere. Affretto il passo, e piglio traverso la campagna le scorciatoie; ma eravamo al tramonto, il cielo si faceva sempre più buio, e la pioggia più fitta. Non avevo ombrello, e presto eccoci, io e il mio padre compagno, bagnati, inzuppati, che ci si poteva spremere come due spugne. Quando Dio volle, trovammo un capannone per ricoverarci. Vi entrammo; e lì cominciai a scuotermi l’acqua di dosso, levandomi il cappello, il soprabito e l’abito per farli asciugare: altrettanto, a quanto mi parve, si mise a fare il mio compagno, del quale ciò che vedevo meglio, in quella mezza oscurità, eran due occhiacci che mi guardavano fissi e che scintillavano come quelli d’un gatto.

— Il demonio, il demonio! — borbottava tra sè don Innocente.

— Quando a un tratto... dopo avere, per un minuto solo, voltate le spalle agli occhiacci, cosa vedo? vedo l’amico che pian piano se ne va coi miei abiti sotto il braccio. In un salto gli sono addosso... l’afferro appena fuori del capannone... ricevo uno spintone, e anche un buon pugno... Sdrucciolo, vado colle gambe all’aria... e lui via, gridando: paga Pio Nono!

— L’ho detto io! era proprio il demonio! — esclamò don Innocente spaventato.

— Ma c’è di più, c’è di più, state a sentire! — diceva don Prospero, il quale aveva già fatto capire di ricordarsi ora perfettamente di tutti i particolari di quella storia.

— Mi rialzo, gli corro dietro... eh, sì, lo prenda chi può!... Povero don Cornelio!... Rientro nel capannone, mi guardo intorno con l’aiuto d’un fiammifero, e al posto dei miei vestiti ci trovo... il cappotto, e il berretto del croato!... Avessi almeno avuto il cappello da prete, il mio nicchio! ma quella mattina m’ero messo un cappello a cencio. Oh, mi sarebbe piaciuto vederlo il croato col nicchio!

Cristina cominciava a ridere.

— Intanto s’era fatto notte, tirava un ventaccio freddo, pioveva dirottamente, a diluvio... ero in maniche di camicia....

— E allora? — domandò Cristina.

— Allora... infilo il cappotto... e bisognava vedermi, un’ora dopo, rientrare in casa (fortuna che abitavo fuori di città!) quatto quatto, dalla parte dell’orto, vestito da croato!... Bisognava vedere in quel momento mia sorella, e un mio amico, un burlone per di più, che m’aspettavano!... L’avventura fu risaputa, e si pensi che ridere, che ridere se ne fece!

Don Cornelio rideva di nuovo, e tanto più di gusto perchè anche Cristina dava in scoppi di risa schietti, lunghi, che facevano in quel momento il più bel contrasto sulle sue gote pallide e ancor lucide per le lacrimucce di prima. Don Prospero, che non solo si rammentava dell’avventura narrata da don Cornelio, ma pretendeva di saperla anche meglio di lui, s’era messo a correggerla e a completarla con delle varianti udite al Pomo d’Oro, e delle quali rideva rumorosamente per proprio conto. Don Innocente, che aveva ascoltata la narrazione torcendo la bocca, ma facendole poi fare un sorriso stentato quando i suoi occhi si incontravano in quelli di don Cornelio, ora, tanto per prender parte alla conversazione anche lui, concludeva col dire che il caso non era nuovo, ma che con un buon esorcismo, come lo insegna il padre Candido Brugnolo, il croato avrebbe forse potuto fuggire... ma con gli abiti da prete, no di certo.

La diligenza si fermò. Don Prospero e don Innocente erano arrivati al paesello a cui eran diretti, e, salutati quelli che rimanevano, scesero a far nuovi saluti a un omaccione grosso e paffuto che veniva loro incontro dalla soglia d’una bettoluccia. Pochi minuti dopo la diligenza tirò innanzi; e tirò innanzi anche don Cornelio con la parlantina che gli era riuscita così bene fin lì; tirò innanzi più che potè, cercando con qualche nuova barzelletta di tener vivo il buon umore di Cristina, finchè la diligenza arrivò in capo alla valle dove c’era la stazione della strada di ferro. Quelle ore passate tra le scosse e i rimbalzi della diligenza, viaggiando di fianco, e su cuscini che parevano imbottiti di piuoli, dovevano pur lasciare a Cristina e a don Cornelio una cara memoria. Le ricordarono per un pezzo quelle ore! E don Cornelio non ne trovò più, per fare una buona risata schietta e di gusto.

In vagone fu una tutt’altra cosa. Ci si stava a zeppo; tutte facce nuove; e i nostri due viaggiatori si sedettero accanto, un poco impacciati e in soggezione sotto gli occhi di quei loro vicini che li fissavano, e che tutti, con l’eguale curiosità e con l’eguale espressione sciocca, non ristavano dal contemplare il prete di campagna e la bella fanciulla. Rimasero così rincantucciati e silenziosi per un paio d’ore fino a Milano. A quei curiosi però non badarono a lungo, perchè il filo dei vecchi pensieri venne presto a ricondurli tutt’e due ben lontani di lì. Cristina aveva ritrovato il filo dei pensieri ridenti, delle vaghe speranze, e di quei sogni che ricomparivano e sfumavano per ripigliar nuove forme, come nuvolette dorate. A don Cornelio invece era accaduto l’opposto; e sulla sua faccia allegra di poco prima eran comparse ora certe rughe che gli si vedevano soltanto quando aveva qualche pensiero che gli dava fastidio. La sua mente infatti era tutta concentrata in quel momento in un pensiero molesto; un pensiero che in quei giorni gli era venuto innanzi più volte, ma che l’aveva sempre rimandato perchè per i pensieri molesti, diceva, c’è tempo d’avanzo. Ma ora gli era parso che fosse proprio arrivato il momento di fermarcisi sopra. Don Cornelio pensava a quella signora a cui doveva presentarsi il giorno dopo; a quella signora cui doveva affidar Cristina, e dalla quale ne doveva dipendere l’avvenire, il destino. Richiamava nella sua memoria quel poco che il conte Maurizio gliene aveva detto, e quel di più ch’egli ne aveva pensato, vedendo l’amico suo rannuvolarsi ogni volta che si veniva su quel discorso, e passar volentieri a parlar d’altro. Si ricordava che il conte Maurizio e donna Fulvia, sua sorella, da un gran pezzo non si vedevan più, non si scrivevano più; sapeva che tra loro non c’era buon sangue, ch’eran d’indole diversa, che non l’avevano mai pensata a un modo, che i tempi e gli avvenimenti stessi gli avevano divisi sempre più; sapeva finalmente che una volta c’eran stati tra loro de’ grossi guai, e che in allora donna Fulvia aveva lanciato contro il fratello la sua scomunica maggiore, dichiarando che non l’avrebbe voluto mai più rivedere. “Ed è proprio a quella signora„ pensava don Cornelio nel riandare questi ricordi “ch’io vado ora ad affidare la figlia del conte Maurizio!... Ma già sfido io a far diversamente; anzi, è una provvidenza, questa, venuta proprio dal Cielo. E poi, che Cristina dovesse partir per Milano subito subito, è stata la prima condizione dettami dal signor Valassina... e con quale abbondanza di verbi imperativi!... Quel signor Valassina, che nessuno mi senta, non m’è piaciuto proprio punto. Potrebbe anche darsi che quel tanto di mala grazia melata, ch’era un gusto a sentirlo, ce l’abbia messa del suo. Oh, lo scommetterei! perchè poi donna Fulvia se fa una così buona azione dev’essere anche una brava signora!... I suoi torti, e grossi, li deve aver avuti.... non ne posso dubitare; ma chi sa? a quest’ora si è pentita, e li vuol riparare. Questioni di puntiglio... questioni di carattere....„ E qui don Cornelio si accorse di aver toccato un cattivo tasto, e si fece pensieroso più di prima. “Il carattere!„ riprese poi tra sè e sè, dopo una lunga pausa. “Ti par cosa da poco il carattere? Certi caratteracci, per esempio, a doverseli godere, e peggio ancora a doverci star sotto.... Un carattere, per venire al caso nostro, col quale il conte Maurizio, che era tanto buono, non aveva mai potuto intendersela neanche da lontano, dev’essere un carattere... sul fare di quello del mio croato che a fargli del bene rispondeva a pugni.... Povera Cristina!... Oh, ma cosa vado io mai a fantasticare! Perchè s’ha proprio da pensare al peggio? perchè rodersi l’anima fuor di ragione, senza costrutto, senza un motivo... come fa il nostro sindaco, tal quale... io che lo canzono sempre! Andiamo, andiamo... bando ai cattivi giudizi, e non pensiamo male del prossimo!... Che soprattutto poi Cristina non mi veda con la faccia scura, in questo momento; sarebbe capace di darmi in uno scoppio di pianto, qui, in mezzo a tutta questa gente... Non ci mancherebbe altro! Mi sta forse osservando... misericordia!„ E mandò a Cristina un’occhiata alla sfuggita.

Cristina dormiva tranquillamente.

“Oh beata gioventù!„ esclamò in cuor suo don Cornelio rasserenandosi.