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Il Designato: Romanzo

Chapter 11: IX.
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About This Book

The narrative concentrates on intimate episodes within urban bourgeois society, portraying a range of social types through attentive, precise observation. Short, vividly rendered scenes—domestic rituals, a wedding night, shopping excursions, and a funeral—reveal shifting moods of sentiment, irony, and melancholy while exposing private contradictions. The prose combines delicate psychological insight with satirical clarity, assembling episodic portraits that trace character and social atmosphere rather than a single linear plot.

VII.

Saliva dalla via una sonnolenza larga e morbida, che pareva scemar gli stessi romori dei carri e delle carrozze, passanti sotto la pioggia a rovescio. In qualche negozio, le lampade elettriche splendevano, quantunque non fossero che le due del pomeriggio. Le signore, chiuse nei mantelli, non trattenute dal tempo accidioso, affollavano il Corso egualmente come nel più bel giorno d'autunno, si soffermavano alle vetrine, trovavan la volontà di comperare e di discutere le compere fatte.

Lidia apparteneva a questa categoria di signore instancabili nel passare da un magazzino all'altro. Quando la pioggia era più violenta, Lidia si faceva allegra. Calzava stivaletti alti serrati, indossava la pelliccia, un piccolo cappello di feltro, guanti scuri, e usciva con me a pellegrinare pei negozi di mode. Aveva un umore eccellente; mi abbracciava ad ogni poco, prima d'andar fuori, e rideva ad ogni occasione; sopratutto era abilissima nello scoprir la necessità degli oggetti inutili, al punto che mentre credevo di doverci trattenere solo un paio di giorni a Milano, ivi eravamo già da dieci e sembravamo incamminati a rimanervene altrettanti.

S'era cominciato cogli acquisti di gran rilievo, rappresentati dagli abiti di Lidia per la veniente stagione. Le stoffe offrivano due motivi a pensieri gravissimi: la qualità ed il colore, o meglio la combinazione dei colori, perchè con mia grande sorpresa, Lidia m'aveva assicurato che una combinazione di colori falsi avrebbe distrutta la sua fama di signora a modo.

Appena ella poneva piede nel negozio, la sua ilarità spariva e un'ombra grave le si diffondeva sul viso bianco e fresco. Lidia ascoltava le parole del commesso con molta diffidenza, e sottoponeva l'uomo a un'analisi psicologica delle più accurate; non amava i discorsi di quella gente; non aveva scrupolo alcuno di mettere a soqquadro un magazzino intero, o d'andarsene senza comperare. Mentr'ella tuffava con voluttà le piccole mani fra gli ammassi di stoffe sciorinati sul banco, o confrontava gl'infiniti campioni dei quali aveva zeppo il manicotto,—io mi sedeva presso di lei, ascoltandola, e nei casi dubbi ella si rivolgeva a me.

—Che ne pensi, Sergio?—chiedeva, mostrandomi il velluto o la seta.

—Molto bene,—rispondevo.

—Ma no, ma no!—ella esclamava, con un sorriso.—Non si tratta di lodare; non ho ancora scelto. Credi che questa guarnizione?…—

Io aveva cura di creder sempre quanto credeva ella medesima e di fingermi anche più ignorante di quel che non fossi, perchè ella non avesse a sospettar d'una certa mia esperienza di mode, acquisita in diverse occasioni, le quali da Lidia non si dovevan conoscere.

—Se fosse qui la mamma, potrebbe consigliarmi!—diceva ella infine.

Faceva mandare a casa gl'involti voluminosi, ma quando ve n'era qualcuno appena possibile a portarsi, ella stessa se ne impadroniva e se lo metteva sotto l'ascella con una tenerezza materna delle più ingenue.

Poi mi diceva:

—Spero che così andrà bene; quel mantello aveva assolutamente bisogno della piuma, in basso; quest'anno la piuma si usa molto; purchè la sarta non guasti!… Aspetta; devo entrar qui un istante….—

E si andava in un altro negozio, dove il commesso ricominciava le chiacchiere, e Lidia l'analisi psicologica. Avevo occasione d'osservare che tutte le signore facevan così, e che l'aria grave di Lidia si ripeteva sui viso di quante entravano. In qualche magazzino, il susurro femminile pareva un ronzìo d'api laboriose; colla differenza che le api umane qui, scialavano invece di raccogliere; alcune s'abbandonavano alla disperazione per non aver trovato quanto desideravano; altre discutevan sul prezzo e mercanteggiavan per abitudine; e tutto questo, alternato cogli sguardi rapidi, sintetici, alle compagne, delle quali si valutavano in un baleno anche il veletto e i guanti. Avvenivano incontri di amiche, sùbito unite in una lega tacita contro il commesso; più sovente, s'incontravan delle nemiche, riconoscibili alla ostentata cura dell'una di non sfiorar l'abito dell'altra, squadrata con sovrano dispregio.

Potevo cogliere a volo dei piccoli dialoghi:

—«Sai, l'ho pagato quaranta lire; ma a Giuseppe dirò che mi costa venti.

—«Naturale.

—«In un caso, citerò la tua testimonianza.

—«Còntaci pure; faccio anch'io lo stesso con Paolo.

—«Stavolta donna Mercedes è sbaragliata. Compro questa pelliccia, ch'è adorabile.

—«Adorabile; somiglia alla mia, salvo che quella mi vien da
Parigi.»—

Se giungeva per caso una cortigiana in momentaneo favor del pubblico, l'attenzione delle signore si raccoglieva totalmente su di lei; lì, era la moda, un po' audace, ma espressiva. Forse, in qualche cuore di donna onesta non sanguinava una piaga d'invidia, pensando che il bel giovane presso la cortigiana dava lentamente la vita e il patrimonio per lei; non tanto per quest'ultimo, quanto per la vita? (Dolce poter dire, levando gli occhi languidi al soffitto: «Ahimè, povero ragazzo! Se avessi saputo che sarebbe giunto a morirne…. Ma chi lo imaginava, coll'ipocrisia della nostra gioventù?»)

Mi pareva di respirare aria più libera, all'uscir da quei negozî, mentre Lidia rilevava con immenso sconforto che per la giornata non aveva altre compere in vista. Si consolava però sùbito a casa, trovando accatastati gl'involti nella sua camera; li apriva, considerava ancora gli acquisti, aspettava la sera per giudicarli alla luce artificiale; qualche volta li rimandava o li mutava, dopo i consigli della sarta.

Questa aveva libero adito in casa nostra, a qualunque ora del giorno. Era una signora alta, magra, con un neo posticcio sulla guancia destra; compariva,—eccezionalmente e solo per Lidia condiscendeva a muoversi dalla sua officina—seguìta da una commessa che portava i giornali di moda, quei giornali di moda i quali rappresentavan per lei il limite a cui l'umana intelligenza può giungere e donde è affatto inutile si spinga innanzi. Apertili, con suprema delicatezza quasi porte di tabernacolo, Lidia e la sarta si curvavano sul figurino, v'appuntavan l'indice, facevan lunghi calcoli non meno di due generali alla vigilia d'un attacco decisivo.

I consigli di quella signora eran semplicemente infernali; dovevan partir forse dal principio che ogni cosa bella ne ammette una migliore, e per questo principio indicava lei medesima le stoffe, i colori, le guarnizioni, le fodere più opportune, spiegando a me, sottilmente, come la bellezza di Lidia volesse un'eleganza raffinata e aristocratica, ma senza possibili confronti.

Ella aveva pure intuito che nessun momento della vita coniugale meglio del nostro, si prestava a comporre e a radunare un corredo muliebre così vantaggioso per Lidia, quanto, in altro senso, per lei; e ciò spiegava l'attenzion matematica, l'accuratezza con cui gli abiti erano ideati, fatti e finiti, in un giro di tempo relativamente assai breve e con approvazioni entusiastiche da parte di Lidia.

Quei capolavori di buon gusto ammaliavano Lidia, la quale si sentiva diventar donna forse più per merito loro che per merito mio; sembravan contener fra il raso, il velluto, la seta, un universo d'insidie, d'invidie, di frivolezze, di cattiverie, di seduzioni, di sottintesi che ancora mancavano a Lidia per poterla considerare un'adorabile signora della buona società.

L'intervento della sarta aveva portato un ritardo nella nostra partenza. Ottobre era già venuto al termine e novembre,—in quell'anno rimasto memorabile per la sua rigidezza,—si presentava carico di nebbioni e assai minaccioso. Al comparir dell'ultimo abbigliamento, respirai: ora saremmo infine partiti.

Ma Lidia, con un'infinità di moine graziosissime,—dove l'aveva imparate?—mi pregò d'aspettare qualche giorno, perchè v'eran altre piccole compere a fare, di cui voleva sbrigarsi al più presto. Pensai rapidamente che le compere avevano un incalcolabile peso sulla nostra felicità: mai, come in quei giorni, Lidia raggiava di salute fisica e spirituale; era un lumeggiar continuo di sorrisi, un brillamento d'occhi, un accondiscendere a tutto quanto dicessi e anche a quanto stessi per dire,—senza precedenti nel nostro breve passato intimo.

In séguito a tale considerazione, credetti il premio adeguato alla fatica di trattenerci qualche giorno ancora a Milano; e ricominciammo il pellegrinaggio nei negozî, non più di stoffe, ma di gingilli. Stavolta le compere eran d'un'inutilità sorprendente, e Lidia non aveva nemmeno il coraggio d'assumere l'aria grave di circostanza; ma quegli acquisti parevan più necessarî a lei, più fatalmente agognati, che la stilla d'acqua alla gola riarsa d'Epulone.

Si perdeva e s'estasiava davanti agli oggettini da salotto nei quali la diabolica scaltrezza dell'artefice aveva sudato a raggiunger la perfezione; e per l'impaccio della scelta, non sapendo Lidia decidersi fra due balocchi egualmente leggiadri, finiva collo sceglierli…. ambedue; e poichè l'intuizion già notata nella sarta, sembrava ripetersi in tutt'i negozianti ai quali facevamo capo, a bella posta essi mettevan troppo di frequente Lidia in quell'impaccio della scelta, così disastroso per le sue conseguenze.

In casa, meglio che in ogni altro luogo, la superfluità delle nostre compere strideva maledettamente; le camere eran già ricche di decorazioni e d'ornamenti, ed ogni angolo aveva un mondo di gingilli; inoltre, poichè l'appartamento nostro era stato arredato col consenso di Lidia e colla sua approvazione, io non riusciva a comprendere com'ella vedesse tanti e così spaventosi vuoti là, dove alcuni mesi prima tutto le pareva giusto, appropriato, ben messo.

Eppure, ella trovava modo di fare spazio, bastante non solo per ciò che aveva comperato, ma anche per ciò che doveva comperare, e innanzi alle sue acrobatiche sovrapposizioni, s'entusiasmava vie più a cominciar da capo l'indomani.

Tutto questo m'annoiava d'una noia grigia e vasta; io voleva partire. Lidia mi pareva una bimba, ma la sua infantilità si prolungava oltre misura, e s'io non avessi avuta in fondo al cuore un'eco di quella tenerezza che ci aveva presi ambedue, al ritorno, nel riveder la nostra camera nuziale, sarei scattato d'improvviso.

In un giorno, dunque, pieno di sonnolenza larga e morbida, che attutiva anche il romor dei carri e delle carrozze, sotto la pioggia sferzante, noi eravamo usciti come di solito.

Poco prima, Lidia s'era messa alla scrivania per mandare una lettera a donna Teresa; ma dopo aver contemplata la carta colle cifre in carattere antico, ella m'aveva chiamato:

—Sergio!—

Dal tono di voce, era chiara una supplica.

—Sergio, non ti sembra che questa carta sia sovranamente funebre?
Quelle cifre in nero…. anche il formato?…

—L'hai scelta tu, cara, se non m'inganno.

—Sì, è vero…. Ma ho sbagliato…. Che cosa dirà mamma, ricevendola?
Lei, così attenta a ogni cosa?…—

Pausa, di meditazione; poi, chiudendo l'asse scorrevole della scrivania:

—Sergio!

—Lidia?

—Se io ti pregassi…. di cambiarla?

—Cambiarla?… colle tue cifre?… Bisognerà comperarne dell'altra; è più spiccia….

—E tu, non te ne avresti a male?

—Di che? Se l'avessi fabbricata io, questa….

—Allora, Sergio…. Allora usciamo, sùbito? Piove: una bellissima corsa, mi butto in ispalla la pelliccia, e in un minuto sono in ordine….—

E in un minuto era stata in ordine veramente, senz'aiuto di cameriera, infilandosi i guanti sulle scale, come se la casa dietro noi si fosse incendiata e minacciasse un crollo. E perciò noi eravamo usciti, a piedi, in mezzo al fango e all'accidia invernale.

Pareva una ragazzina scappata di scuola, Lidia, colle mani ricoverate nel manicotto, appoggiandosi al mio braccio, tuffata nella pelliccia, il cui bavero alto le riparava le orecchie dall'aria pungente.

La carta fu scelta, senza cifre, ma benchè Lidia ne fosse ammirata e secondo il solito se ne portasse la scatola tra il seno e il manicotto con materna sollecitudine,—io osservai ch'era di gran lunga migliore quell'altra.

—No, no, t'inganni,—rispose Lidia.

In fondo, ella si curava pochissimo delle mie obiezioni: aveva la più illimitata presunzione del proprio buon gusto….

—Aspetta,—diss'io, fermandola innanzi al negozio d'un libraio.

Mentre passavo, m'era parso di veder sulla copertina d'un elegante volume, un nome che in quel posto era stranissimo.

—Gian Luigi Sideri,—lessi.—Il lastrico dell'inferno, romanzo!
Come è possibile?

—È un tuo amico?—domandò Lidia.

—Ma senza dubbio, un mio caro amico. È inesplicabile questo risveglio….

—È inesplicabile che abbia scritto un romanzo? Perchè? Non avrà avuto di meglio a fare….—

E Lidia, con un movimento del braccio mi accennò che desiderava andarsene.

Dove mai Gian Luigi Sideri aveva trovata l'energia necessaria a far qualche cosa?—io pensava, riprendendo con Lidia il cammino verso casa.—Come mai era riuscito a darmi questa lezione di buona volontà? Che cosa sentiva io perciò? Era invidia? No: era amarezza, malinconia, per la dispersion di forze che caratterizzava la mia vita…. E sorpresa anche, perchè fra quanti avrebbero potuto fermarsi sulla via inutile, certo io non ascriveva Gian Luigi Sideri.

La nostra amicizia contava parecchi anni d'esistenza. Ci eravamo conosciuti al teatro Manzoni, dove il conte Gian Luigi ed io avevamo le poltrone fianco a fianco, e la mia attenzione era stata attirata dall'irrequietezza nervosa di Gian Luigi, a pena contenuta per l'abitudine ai salotti; durante gl'intermezzi, egli si rifugiava nell'atrio compensandosi dell'immobilità forzata con delle evoluzioni pel lungo e pel largo, a passo celere.

Fra un'armonia di gusti e un senso estetico squisitissimo, una facilità a comprendere ogni cosa bella e originale, Gian Luigi portava talvolta una nota così discorde, così strana, da non lasciar capire come avesse potuto nascere in lui.

Le sue carrozze, per esempio, eran di forme e di colori detestabili quanto la livrea della sua casa, e non gliele avevo perdonate se non come effetto d'un certo disequilibrio di facoltà critiche.

Al contrario, la sua mente era piena di concetti e di visioni graziose, sfumate; Gian Luigi aveva una cultura tutta d'apparenza, la quale sussidiata da un acume non volgare, gli dava maggiori vantaggi che non la mia, pesantissima; buon musicista, Gian Luigi componeva ballabili e romanze, di colore azzurrino, su parole proprie, ma un'ammirazione esagerata per tutto quanto veniva da Parigi, lo costringeva a scriver francese; egli conosceva questa lingua forse meglio della propria e la parlava volentieri, con accento irreprensibile.

In fatto di letteratura, Gian Luigi s'era limitato sempre a imaginare argomenti da romanzo o da novella, nei quali si poteva sùbito rintracciar la sua tendenza per le cose un po' indeterminate, e per gli acquerelli di piccole dimensioni; sfuggiva il dramma o lo decorava di particolari arguti, che l'avvolgevan quasi in una nube e gli toglievano i bagliori sinistri…. Questi argomenti, creati, modificati, accarezzati nella fantasia, rappresentavano per Gian Luigi altrettante lontane possibilità di lavoro, a cui pensava qualche volta con rammarico, lamentandosi d'essere incapace di un'occupazione lunga e abnegativa.

Quanto all'animo di lui, io non era tuttavia riuscito a definirlo con esattezza. Era scettico, Gian Luigi, o indifferente, o fatuo, o innamorato di qualche cosa o di qualcuno? Probabilmente, colla instabilità sua particolare, egli era a vicenda tutto questo, ma un certo riserbo lo salvava dal dimostrarlo. Senza dubbio, conosceva il mondo, e in trent'anni di vita aveva corse le vicende istruttive degli uomini liberi; senza dubbio, anche, era un sognatore, ma non un sognatore classico, il quale attraversa doloroso l'esistenza in cerca di sensazioni inaudite; bensì, un sognatore calmo, sorridente, eclettico, il quale coglie il buono dove s'incontra e lo paragona alle proprie aspettative.

Era un ammiratore di Laura Uglio, donna che per la sua beffarda filosofia della vita, doveva singolarmente confarsi allo spirito di Gian Luigi; forse, egli ne era stato anche l'amante, perchè in un certo periodo, noi ci guardavamo con curiosità, stimolati dal desiderio di farci una domanda e incapaci a formularla; ond'era fra noi due rimasta quella specie di punto interrogativo, non mai soddisfatto.

Laura, Gian Luigi, ed io, conoscevamo così profondamente i doveri ed i diritti di ciascun di noi, che non amavamo affrontarci, preferendo un fatto dubbio, larvato di convenienza, a una risposta secca e noiosa…. Certo, nel calendario d'amanti che la società affibbiava a Laura, il nome di Gian Luigi non era comparso; ma questo provava ben poco, perchè non era comparso neppure il mio….

Ora, Gian Luigi,—scettico, indifferente, fatuo o innamorato, che importava?—aveva d'un tratto raccolte le sue forze, aveva lavorato, aveva dato alla luce un volume, un grosso volume, a quanto si vedeva, che gli era costato almeno sei mesi de fatiche, i sei mesi del mio matrimonio.

L'avvenimento era così straordinario, ch'io giunsi a casa senz'aprir più bocca: salii le scale dietro Lidia, a testa bassa; mi ficcai nella poltrona, presso Lidia, in salotto, dimenticando di guardar nel mio studio se fosse arrivata la posta; e rimasi in quell'attitudine, colle braccia incrociate, a pensare.

—Ah questa sì, va bene!—esclamò Lidia, sciogliendo l'involto della carta da lettera.

Si mise innanzi allo scrittoio, dispose i fogli, prese la penna, mi si rivolse:

—Che cosa debbo scrivere a mamma?—

E il libro di Gian Luigi—mi domandavo—quale esito aveva avuto? Un buon esito, certamente, perchè Gian Luigi doveva aver gusto, l'istinto della misura, che non s'insegna….

—Sergio!—chiamò Lidia, sorpresa.—Non hai udito: come debbo scrivere a mamma?—

—Mandale i miei saluti,—risposi;—annunciale la nostra partenza….

—La nostra partenza!—ripetè Lidia con un sospiro.—Per quando, per dove?

—Per quando vuoi, per dove vuoi….—

Ma ero stato un imbecille a non comperar sùbito il romanzo di Gian Luigi: bisognava leggerlo, avevo urgenza di quel libro: volevo stabilire immediatamente….

—È proprio necessario partire?—domandò Lidia, abbassando la testa sul foglio di carta.

—Necessario?—esclamai.—Che domanda! C'è qualche cosa di necessario, al mondo?

—Oh, Sergio!

—Ma sì; non c'è nulla di necessario, cara amica. Si parte, si viaggia, perchè ciò è nelle abitudini, nelle tradizioni, e perchè sarebbe lo stesso non partire, non viaggiare….

—Allora, non partiamo, e non viaggiamo!—fece Lidia in tono secco.—Io sto bene qui.—

S'alzò dalla sedia e si mise a passeggiare pel salotto. Ella aveva indossata una vestaglia verde-cupo, che aveva la vita brevissima, e dal petto giù fino ai piedi, serbava una linea rigida e severa, appena interrotta a metà da un nastro fissato ai fianchi e incrociato sul davanti; somigliava così, Lidia, a una scultoria figura bizantina.

Cominciai dal gettarle un'occhiata d'ammirazione, senza muovermi dal mio posto: quindi risposi:

—Allora, non partiamo e non viaggiamo!—

Lidia si fermò di botto; poi mi si avvicinò.

—Perchè dici questo?—ella chiese con voce calma.

—Perchè credo sia il tuo desiderio….

—Ah, no, no! Non è per questo che parli in tal modo, Sergio; io ti conosco, ormai.—

Le parole furono dette quasi con benevolenza. La donna si passò una mano sulla fronte, perchè dovevan presentarsele più argomenti d'eguale importanza, che voleva tutti enunciare, in bell'ordine; e all'uopo, sedette di nuovo innanzi alla scrivania, donde mi riusciva quasi di faccia.

Ma mi alzai io dalla poltrona.

—Ebbene,—dissi un po' seccato.—Non si parte, perchè partire o rimanere è affatto indifferente, come tutto il resto.—

E mi diressi, verso l'uscita, e raggiuntala senz'opposizione da parte di Lidia, mi ritirai nel mio studio.

VIII.

Mi occupai sùbito a stabilire la gravità di quanto avveniva e a capire il significato d'una recrudescenza di sogni che supponevo decisamente snebbiati dal mio animo e invece eran ricomparsi cogliendo la prima occasione favorevole.

I due termini estremi della situazione eran chiari per quanto dolorosi: un lasso di sei mesi aveva trasformato Gian Luigi Sideri in un uomo che ambiva alla fama e dilatava la propria personalità utilmente; un lasso eguale di tempo nella mia vita non aveva concluso che a mutarmi da scapolo in marito.

L'enorme abisso fra l'una condizion di cose e l'altra, era appena intravedibile e perciò tanto più capace d'impressionarmi. Gian Luigi ed io, avevamo nel medesimo tempo, nel medesimo giorno forse, spalancate due porte sulla nostra via; lui dirigendosi a lotte d'intelligenza, a febbri di concezione, a godimenti e ad amarezze non comuni, e tali da raffinarlo e da toglierlo alla greggia umana; io sottoscrivendo al mio volgarissimo avvenire, rinunciando a sogni smisurati, collo sposare una fanciulla, che amavo indubbiamente, ma che ancor dopo sei mesi d'intimità non sapevo se fosse quella la quale m'abbisognava.

Intuivo di questo fatto le conseguenze. Un matrimonio non è mai stato barriera al lavoro intellettuale, ma per me, pel mio bizzarro carattere, assumeva l'aspetto d'una barriera insuperabile; anzi, come altri aveva bisogno della famiglia per lavorare, io aveva invece necessità della vita libera, capricciosa, retta dal mio solo arbitrio. Le angustie derivate dalla casa, gli obblighi assunti, le convenzioni tacite che il matrimonio chiudeva in sè numerosissime, formavano il veleno più potente, più letale, più immedicabile alla mia attività, anche senza tener conto delle obiezioni e dell'atteggiamento ostile che nel mio caso speciale poteva assumere Lidia per un tentativo, molto problematico, di darmi finalmente alla letteratura.

No; se v'era stata ancora speranza a qualche cosa, se il destino aveva riserbata nel mio animo una miracolosa potenzialità di scuotermi e d'agire,—io aveva distrutta quella speranza, avevo stremata quella potenzialità, fatalmente, il giorno in cui m'ero legato a Lidia. L'avevo guastato io, il mio destino, come al più degli uomini succede; e m'ero scelto l'avvenire del buon padre di famiglia, quand'era forse pronto per me l'avvenire d'un artista!

Chi m'aveva tratto in inganno? Lidia, colla sua fresca bellezza? i parenti di lei, colle loro cortesie? Nessuno: una succession di casi, una forza sottile d'attrazione al pericolo.

Onde, non avevo contro chi volgere il mio malcontento e l'angoscia della delusione; gli altri, eran vittime; io era vittima; eravamo vittime tutti quanti di quelle leggi necessarie e assurde, che ad ottener Lidia corpo ed anima m'avevan vincolato a lei per l'esistenza intera.

Nel mio studio, l'ombra del pomeriggio calava rapida fra scrosci di pioggia; a momenti non ci si vedeva più, ma non sapevo muovermi dalla poltrona, nè deporre il libro che avevo mandato a comperare e che tenevo ancora intonso fra le mani, come un testimonio vivo e straziante di quanto si poteva fare e di quanto non avevo fatto.

Dalla camera attigua mi veniva il romor dei passi di Lidia, e mi figuravo la donna pensosa, a testa china, le mani entro le tasche della vestaglia, passeggiando come un automa pel salotto.

Lidia era tutto il mio destino; io doveva cooperare a renderla felice, e raccogliere in questo còmpito non facile ogni facoltà dello spirito; inutile guardare di là da simile stretta cerchia, oltre la famiglia e la casa.

A poco a poco, il romor di quei passi mi divenne intollerabile; forse Lidia piangeva per il modo brusco e inusato con cui m'ero sottratto a quanto ella voleva dirmi…. A che stava pensando, ora? Alla triste scoperta della mia indole, a' miei torti, alle sue speranze di quiete, inutili…. Giovane, elegante, bella, voleva ben più attente cure di quelle che io non le prestassi; poteva ben dolersi de' miei sogni ridicoli i quali creavano una rivalità inafferrabile per lei…. Ma intanto, quei passi mi causavano un rimbombo doloroso nel cervello; il fruscìo della veste m'irritava; il contegno silenziosamente corrucciato di Lidia mi pareva un rimprovero sproporzionato alla colpa….

Gettai il libro di Gian Luigi, d'un tratto; mi levai, mi diressi all'uscio che metteva nel salotto: volevo pregar la donna di non più tormentarmi…. Di non più tormentarmi? Ella m'avrebbe giudicato pazzo; che tormento mi dava?…

Restai così un attimo innanzi all'uscio, studiando la frase meno incomprensibile; e non trovandola, e temendo di veder per davvero le lagrime supposte di Lidia, ritornai alla poltrona, ma l'oscurità era ormai densa nella camera, e non interrotta se non dallo spiraglio di luce che appariva alla bocca della stufa.

Come le sei suonavano all'orologio della chiesa vicina, mi recai nel tinello, ove rimasi stupito vedendo preparata la tavola con una sola posata.

Geltrude—la cameriera che aveva lasciati i signori Folengo per passare al nostro servizio—accendeva il candelabro a gas, nel mezzo del soffitto; e allo stropiccìo de' miei passi si volse, dicendomi:

—La signora è indisposta e prega il signore a voler pranzare da solo.—

Credo che così male io non abbia pranzato mai, in tutta la mia vita. Un'ira sorda m'aveva preso contro Lidia e la sua indisposizione pretestata; il far partecipe la servitù di quanto avveniva tra noi, mi pareva l'atto più stupidamente borghese che Lidia potesse commettere, e rivestiva a' miei occhi un carattere d'ostilità assoluta poichè la donna conosceva benissimo le mie opinioni in proposito.

Neppure un istante mi balenò alla mente il pensiero ch'ella avesse sperato in una mia sollecitudine per il suo malessere, in una mia comparsa nella camera da letto ov'ella rimaneva.

A Geltrude non chiesi spiegazioni; pranzai male, ma pranzai, col giornale spiegato innanzi a me; poscia accesi un sigaro e mi accomodai sul divano a fianco del caminetto, studiando con enorme attenzione i ricami della fiamma sulle legna.

Verso le nove, uscii di casa; io non m'accorgeva d'agire non per volontà mia, ma per fare meccanicamente ciò che avevo visto fare agli altri in simili casi: gli altri si divertivano o cercavano divertirsi; io entrai al teatro Dal Verme, ove un Circo equestre attirava folla discreta.

Nell'atrio scansai tre o quattro conoscenze: un marito con seimila lire di rendita, nient'affatto sorpreso che la moglie ne spendesse diecimila per la casa; un vedovo in procinto di sposare sua cognata, quantunque la sapesse, come la sorella, già condannata per etica dai medici; uno scapolo, che manteneva una ragazza della quale si vergognava e per la quale ostentava la massima indifferenza; ed altri, che mi riuscivano stranamente antipatici a un tratto, mentre m'erano appena indifferenti per lo passato.

Da quanti, invece, appressai fra i miei amici, ricevetti quella sera un'accoglienza curiosa e significante; erano saluti e strette di mano sincere, ma diverse dalle consuete; era un atteggiamento quasi grave che costoro assumevano alla mia presenza; un gruppo di celibi, noto pe' suoi discorsi pornologici, troncò una discussione, quand'io l'avvicinai, e ne cominciò un'altra di politica…. Si aveva riguardo per la mia mutata condizione, e pareva s'aspettasse di definirmi e di classificarmi fra le diverse specie di mariti, prima di scegliere un contegno deciso.

Fu l'ultimo colpo all'irritazione che mi ribolliva dentro; ero dunque ben morto per quegli uomini, bene straniero ormai al loro consorzio, se si trattenevano dal mostrarsi cinici e scapati quali erano, e indossavano una cappa di convenienza, pesante a me più che a loro medesimi?

Domandai di Gian Luigi Sideri. Era a Sestri a lavorare, solo.

—Com'è stato accolto il suo Lastrico dell'Inferno?—chiesi.

—Assai bene; ne hanno parlato anche all'estero,—mi si rispose.—Una rivelazione!—

Me ne andai, verso le undici. Gli altri si recavano a cena.

—Tu non verrai, non è vero?—domandò uno.

—Grazie; vado a casa,—risposi dopo un lampo d'esitazione.

E negli augurî di «Buona notte!» che m'accompagnarono, volli trovare ironia, invidia, rispetto comico per la fedeltà con cui osservavo i miei doveri di sposo felice; e l'irritazione si riversò allora infine, decisamente, contro costoro, contro la buaggine del mondo. Se si fosse indovinato che già tra me e Lidia cominciavan gli screzî!… Screzî i quali davan ragione alle ironie sottintese, e avrebbero fatto esultare quei filosofi da marciapiede…. Ebbene, no!

Lidia era a letto; dormiva, quando rincasai. La scossi leggiermente, la pregai di voler dimenticare, l'ottenni ben facile, e l'alba dell'indomani sorse tranquillissima per noi, smemorata d'ogni chiaroscuro spiacevole. Tornando, però, durante quella notte, al primo malinteso che aveva prodotto il nostro broncio, Lidia espresse di nuovo il desiderio di non partire; non aveva voglia di soffrire i disagi di un viaggio lungo; voleva attendere la migliore stagione, e nel frattempo occuparsi della sua casa, far visite e riceverne, andare a teatro, godere del carnevale prossimo; tutto coll'impazienza della donna nuova, che brucia dal desiderio di mostrare al mondo quale splendida farfalla sia sbucata dalla crisalide.

Per non toglierle illusioni circa quei divertimenti che il suo nuovo stato le permetteva, ascoltai il programma di Lidia con animo sereno e mi compiacqui a far disegni sull'argomento. Nei giorni successivi la presentai a quante famiglie conoscevo e mi parevan degne della sua amicizia….

Spesso in quelle case, dov'io entrava una volta preceduto da impaziente attesa e circondato da cortesie eccezionali, trovai un'accoglienza compitissima e tuttavia diversa da quella del passato; le madri mi serbavan qualche rancore per non aver fatta cader la mia scelta sulla signorina, speranza e tormento della famiglia; ero per esse una fresca tomba di illusioni.

Altrove, era la signorina che usava un po' d'astio contro Lidia e un po' di sprezzo contro me; occhiate traducibili con un: «Tanto, non avrei saputo che farmi di voi!»

Eran più schietti e cortesi gli uomini, quegli stessi uomini, i quali diventavan terribili di satira e acuti di negazione non appena si trovavano in crocchio, al teatro o al caffè.

Difficile stabilire il numero esatto di quelli che al veder Lidia si proponevano di sedurla in otto giorni e stringendomi la mano si rallegravan seco stessi d'aver io preparata una nuova preda per loro; certo, dovevan essere molti e non tutti scapoli; certo, anche, Lidia produceva comunemente un effetto d'ammirazione per la sua bellezza, e di simpatia viva per un'ingenuità graziosa, per una semplicità pura di modi, che alla bellezza eran fortissimi ausiliari.

E in grazia di tali ausiliari, le madri più arcigne e le fanciulle deluse, dopo quindici giorni gareggiarono a diventar l'amica intima di Lidia, come gli uomini tutti studiaron di farsi amici intimi miei; del che ero meno lusingato.

Lidia aveva stabilito il martedì pe' suoi ricevimenti; io v'assisteva sempre, quantunque i discorsi delle signore mi facessero sui nervi l'effetto d'uno strider di lima e non fossi compensato se non dallo spettacolo delle manovre tattiche ivi usate. La simulazione e la dissimulazione vi giuocavano aspre battaglie; vedevo le nemiche sorridersi, darsi la mano, baciarsi e lodarsi, con un'abilità che un diplomatico avrebbe pagata un occhio; ascoltavo le più calunniose insinuazioni fatte col più idilliaco dei sorrisi; notavo la gara tacita e accanita di soverchiarsi in eleganza, in bellezza, in ispirito, e rilevavo come le più maligne parlassero sempre della malignità altrui, dichiarandosi aliene da ogni vanità umana e inorridite dalla maldicenza, la quale pur troppo non rispetta alcuno.

Io mi diceva frattanto che se si fosse scoperto ch'io era adultero, giuocatore od ubbriacone, tutte le amiche di Lidia avrebbero esultato, in omaggio all'amicizia femminile.

Avevan trovato, quelle eleganti femmine, un tema che si prestava mirabile a piccoli colpi, a punture di spillo, a ferocie squisitamente melate; ed era, il tema, l'infecondità di Lidia. Non poteva ella avere un'emicrania, un malessere passeggero, un pallor più accentuato, o una leggierissima tinta azzurra sotto gli occhi, senza che le amiche vi trovassero qualche significato riposto, qualche preavviso della venuta di un bimbo; di quel bimbo, il quale, secondo loro, era indispensabile al coronamento della nostra unione, mentre io non vi aveva manco pensato.

E poichè il bimbo pareva farsi aspettare, le osservazioni s'inoltravan più ardite:

—«Lei, dunque, non si tedia mai?

—«Mai, cara signora.

—«Ciò è stranissimo.

—«Perchè?…

—«Sempre così soli, senza una testolina bionda da accarezzare, senza le cure deliziose per un innocente….»—

Le parole non producevano in Lidia alcun effetto doloroso; ella non aveva nè propensione nè repulsione per la maternità; forse non ne aveva una chiara idea, e ciò faceva sì ch'ella rispondesse colla sua ingenuità quieta alle sollecite visitatrici, frustrando in loro ogni speranza d'esser riuscite ad amareggiarla.

—Assolutamente, si vuol vedere un frutto del nostro amore,—dissi una volta a Lidia.—Se non ci riusciamo, bisognerà adottare un trovatello per far piacere agli amici.—

Lidia scoppiò a ridere, e mi tolse ogni inquietudine circa l'esito sortito da quelle insinuazioni.

Più di quanto io non m'aspettassi, era ella abile a giudicar le persone e a sottrarsi da ogni influenza. Una vecchia signora, assidua ai martedì, s'era proposta una tutela gratuita su di noi; voleva insegnarci a vivere, e s'interessava della servitù, dell'andamento della casa, dando consigli non cercati perfin sulla disposizione dei mobili.

Lidia non era in questo affatto indulgente, e un giorno in cui la signora si lamentava perchè avevamo licenziata la cuoca, Lidia le fece capire che sarebbe stata ottima cosa non si fosse più fatta vedere, nè ai martedì, nè in altri giorni della settimana.

Era donna, Lidia oramai; così donna da inquietarmi un poco per la seduzione inconscia ch'ella esercitava sui miei amici. Io non poteva più contar quelli che la desideravano; erano tutti, giovani e vecchi, ammogliati e celibi; gli ammogliati non m'avrebbero ceduta volentieri e per un lasso di tempo indeterminato, la loro sposa fedele in cambio della mia? Sì, certo; son cose che si fanno, salvando naturalmente le apparenze.

Dovevo essere odiato quanto era desiderata Lidia, da costoro.

La mia presenza immancabile li urtava come un'offesa personale; entravan nel salotto strisciando, la schiena curva, il sorriso rutilante; trovavan Lidia, coi piedini sulla proda del caminetto, un libro pesante alla mano; fuori c'era l'aria grigia di dicembre; un complesso di cose molto propizie a discorsi sentimentali, a preliminari d'attacco.

Ma se domandavano:

—«E Sergio, il nostro caro Sergio, come sta?»—e si sentivan rispondere da Lidia:

—«Bene, grazie. È nello studio; ora lo faccio chiamare,»—

addio speranze, addio preliminari e discorsi sentimentali!…

Però, quando compariva io, le strette di mano eran così calorose come tornassi da un viaggio di circumnavigazione.

Io mi meravigliava di una cosa sola: che quei furbi seduttori, quegli esperti ladri onorabili, non s'accorgessero, nella loro furberia, come la mia presenza fosse affatto superflua a sventar le loro arti; come Lidia, anche sola, anche triste, anche corrucciata contro di me, non fosse donna da cascar fra le loro braccia.

Ma essi mi trovavan troppo brutto al loro confronto, per ammettere simile verità; non so chi, aveva loro insegnato che necessariamente una donna deve cadere; oggi, domani, fra un mese o fra un anno, la caduta avviene; e nell'aspettazione, essi frequentavano la mia casa, e si sedevano alla mia mensa, come già io aveva fatto con Giorgio Uglio.

Nessuno di quei visitatori, per altro, aveva ancor preso un atteggiamento perspicuo; venivano ai martedì, a qualche pranzo, a qualche festa che dava Lidia. Nessuno aveva ancor trovata l'occasione di scriverle un biglietto o d'inviarle un libro o d'addentrarla nella conoscenza dei buoni autori contemporanei; ma io non mi nascondeva che fra la turba doveva trovarsi già l'audace, e mi chiedevo con una certa ansia se avrei potuto io stesso scoprirlo.

Il concetto che avevo dell'intuizion dei mariti, non era ottimo, per vecchia esperienza. Ora, io era un marito, dopo tutto, e tanto marito da pensare e da ragionare perfettamente all'opposto di quanto ragionavo e pensavo un giorno. Sarei stato marito anche nel sospetto? Anch'io come gli altri, sarei andato a investigar le cose più assurde e a dubitar dell'amico sincero, quando ad ogni istante avrei avuto sott'occhio il nemico? Era un dubbio affatto indipendente dalla gelosia per Lidia; era un dubbio che il mio amor proprio sentiva crescere con immenso dolore, perchè avvalorato da un piccolo falso allarme recentissimo.

Mi veniva per casa un giovanetto di diciannove anni, poeta: alto, magro, biondo, lezioso; stabilito a Roma colla famiglia, si tratteneva però volentieri a Milano; portando un bel nome, aveva molte conoscenze; corteggiava le signore con arte precoce e con sonetti così lacrimosi da farlo creder Geremia redivivo. Mi era anche antipatico; sentivo in lui una certa forza di seduzione la quale, non apparendo giustificata da alcuna dote particolare, se non da quei diciannove anni, che eran dote troppo caduca,—m'inquietava.

Di Lidia non sembrava affatto curarsi, pel senso pericoloso ch'io intendeva; ma era verso di lei insinuantissimo, e così sobrio nella lode e nell'ammirazione, da ottener con poche parole effetto doppio di quello che gli altri ottenevan con molte.

Io cominciai a sorvegliarlo, a studiare il modo di non lasciargli dire nè molte parole nè poche all'indirizzo di Lidia; se abitualmente ero vigile, del poeta sentimentale divenni accortissimo e sospettoso, da un giorno all'altro aspettandomi qualche volume de' suoi versi con opportuna dedica a Lidia, e poi un viglietto, e poi una visita nelle ore in cui ero assente. Una sera che, al teatro aveva aiutata Lidia a togliersi la pelliccia, quelle sue mani presso il collo della donna, quel gesto di lui che pareva volesse abbracciarla, mi diedero una fitta al cuore, mi svelarono che là stava il pericolo imminente.

Invece, all'improvviso, il poeta partì, raggiunse la famiglia a Roma, ed io fui stranamente sorpreso venendo a sapere com'egli si trattenesse a Milano per amor d'una vedova, alla quale non offriva sonetti ma denari con sì lieta prodigalità, che i suoi lo avevan richiamato al più presto.

Non saprei dire se da questo episodio io ritraessi piacere o malcontento; senza dubbio, ne uscii molto umiliato per la mia intelligenza, ch'era in altri tempi soddisfacentissima; e verso il poeta serbai un atroce rancore, quasi m'avesse schernito nel modo più villano.

Dicembre si chiuse per noi col ritorno dei signori Folengo da Pallanza. Io dimenticava sempre che Pietro e donna Teresa facevan parte della mia nuova famiglia, e perciò l'idea di festeggiar con loro il Natale non mi parve eccessivamente allegra; avrei preferito restare in casa, dove la presenza di Lidia mi confortava, e non m'infastidiva l'assenza di quel bambino biondo che m'auguravano i conoscenti.

Donna Teresa lodò la figlia per la sua decisione di non partire, quantunque osservasse che sarebbe stato bene continuare il viaggio per rispetto alle abitudini generali; poi, ella e Pietro ci annunciaron la novità già accennata nelle loro lettere.

Una casa commerciale importantissima offriva a Pietro l'impiego di direttore e di procuratore, con lauto stipendio e partecipazione ai vantaggi dell'azienda. Simile offerta si doveva a un amico di Pietro, deputato, fatto Ministro in quei giorni, il quale curava poco il benessere d'Italia, ma sufficientemente il proprio, quel dei congiunti e degli amici; il che gli giungeva anche troppo grave soma.

Quando sentii che la casa commerciale era stabilita al Cairo, mi dichiarai avverso a tale disegno, ma fui stupito notando come Lidia l'avversasse molto meno di me, e cedesse alle ragioni esposte da Pietro.

—In ogni modo,—concluse questi,—è cosa che avverrebbe fra qualche tempo.—

Mentre ritornavamo a casa, domandai a Lidia:

—Perchè non ti sei opposta a quella pazza idea?

—Non so,—ella rispose.—Così!…—

E poichè ella non agiva talora per ragioni più convincenti, io mi trattenni dal chiedere altro.

IX.

Fu l'abito che indossava? o furono le sue braccia, che le maniche scopriron fin quasi al gomito, nell'atto in cui ella s'appoggiava al cassettone? o fu il suo viso, dai lineamenti un po' stanchi? o non fu, piuttosto, la volontà del caso, il quale aveva stabilito che di là cominciassi a soffrire?

Fatto è, che potei d'un tratto afferrare un'impressione, e definirla colla rapidità del lampo.

Veniva spesso nella mia camera, Lidia, dopo le cure dell'abbigliarsi e prima della colazione; mi chiedeva che cosa si sarebbe fatto nella giornata, se ci saremmo occupati delle visite, se a teatro v'era qualche spettacolo interessante; anche, mi chiedeva s'io l'amassi ancora, come nei primi tempi.

Ella cominciò, stavolta, dopo il saluto:

—Credi ci convenga render la visita ai signori Cortalancia?—

S'era appoggiata al cassettone col semplice scopo d'ammirarsi nello specchio. Io, di fianco a lei in una poltrona, mi dimenticai d'osservare se quello scopo era giustificato da qualche vestaglia nuova, da qualche bizzarra acconciatura dei capelli. Risposi:

—Perchè non si dovrebbe render la visita? I Cortalancia sono persone rispettabilissime.—

Lidia chinò la testa a guardarsi le dita bianche e magre; si tolse e si rimise un anello.

—Mi parevano molto noiosi,—disse.

—Non sei ancora abituata a sopportar le persone noiose?—domandai.

Quindi mi morsi le labbra; il momento che noi attraversavamo rendeva la domanda piena di pericoli.

—Sono abituata!—fece Lidia, continuando ad ammirarsi nello specchio.—E non è inutile aumentare il numero?

—Ogni persona che si trascura, diventa un nemico,—sentenziai.

Lidia sospirò, passandosi la mano dietro la nuca a lisciarsi dei capelli che supponeva scomposti; ma come non si decideva a togliersi dalla sua positura, me le avvicinai, le tenni le mani per l'estremità delle dita, e fissandola in viso:

—Làsciati ammirare!—dissi.

Aveva realmente una vestaglia nuova, alla Pompadour, con fiori sul petto; un nastro azzurro le girava attorno alla testa, pettinata secondo la foggia greca. Sentii le sue dita fredde, vidi le braccia scoperte, il viso bianco dagli occhi mavì; in uno sguardo, riassunsi tutta la venustà di quel corpo giovanile.

E afferrai l'impressione di lunga stanchezza che quel corpo giovanile mi produceva.

—Piaccio?—Lidia domandò con frase solita, ma con insolita freddezza.

—Piaci,—risposi, lasciandola

Ritornammo al nostro posto.

—Se si potesse ricevere in veste da camera, sarebbe una buona cosa,—osservò Lidia, sorridendosi nello specchio.—Credo d'esser più bella!

—Ah!… Ce n'è bisogno?…—

Un fiore, dal petto passò nelle mani della donna, che cominciò a sfogliarlo e a pelarlo con molta cura.

—Non c'è un bisogno pressante,—ella rispose,—ma la vanità è senza limiti. Dunque, renderemo la visita ai Cortalancia. Stasera c'è teatro?

—Non ho ancora i giornali. Anche a teatro vorresti andare in veste da camera?

—Oh, lì!—ella fece, con un gesto di trionfo.—Abbiamo gli abiti scollati, per la Scala!

—Nessuno t'impedisce di ricevere pure in abito scollato!—

Lidia modulò una risatina di sprezzo pel mio suggerimento che credeva serio, e se ne andò, alzando le spalle e dimenticando di chiuder la porta.

Era certo; la stanchezza cominciava a proiettar la sua ombra nelle nostre anime. Era anche logico; tutti gli amori finiscono, come cosa mortale, e il nostro non poteva già trovar nella legge, oltre la tutela, l'eternità; bensì, era la legge assurda, che prestava la prima e fingeva credere alla seconda.

L'abitudine aveva avvelenata la sorgente del piacere; l'idea piatta di rappresentar noi una simmetria legale con uno scopo determinato illanguidiva e smagava tutto quanto era spontaneità; impendeva sui nostri cuori, ne regolava i battiti, non ci lasciava la freschezza dell'improvviso. La legge era tra noi, coprendoci; mezzana stranissima che scemava le forze a luogo d'eccitarle.

Quale amarezza in fondo ai nostri baci! Un'amarezza; non dolore, non uggia irreverente; una delusione fisica e morale, pesantissima, che avrebbe rotto in lacrime, se tal linguaggio di sentimento ci fosse stato possibile.

Soffrivamo ambedue, Lidia ed io; ella, non arrivando a capire ciò che provava; io, arrivandovi troppo; ella, tormentata dall'indeterminatezza del mistero; io, da impeti subitanei. Se m'arrivava d'un tratto, acuto, inesorabile, il pensiero di poter io pretendere da lei e imporle l'amore che in altra donna avrei meritato per elezione,—il mio abbraccio si snodava, il suo corpo mi pareva cosa, non esempio di giovane bellezza. L'avrei respinta, Lidia, con brutalità, perchè incarnava il dovere e il diritto, il principio e la tradizione, la valvola di sicurezza della società mostruosa fatta per la massa.

Lidia sentiva così bene tutto questo, da non maravigliar di nulla. Aveva lasciata la sua casa ed era entrata nella mia…. con entusiasmo? con gioia irrefrenabile? No; con amore e illusioni, morte le quali, restavale in animo una congerie di teorie ridicole insegnatele da' suoi; teorie di cui intuiva la falsità non meno che il pericolo d'ammetterla. Assisteva allo svolgersi di teorie nuove, sentiva il rombo di nuove idee soffiate dal secolo morente, e considerando la nostra simmetria decrepita, s'impauriva di rappresentare ella medesima una di quelle idee agonizzanti, a ringiovanir le quali non la sua bellezza, non la sua fresca età, non il suo fascino raddoppiato mille volte, sarebbero bastati mai.

Per una crudele ventura, quello sboccio di desolanti sensazioni combinò col folleggiar del carnevale, che un gruppo di volonterosi aveva tentato richiamare alla gaiezza antica; e in tutta la mia vita non trovo memoria d'allegria più funebre, di spigliatezza più voluta, d'ipocrisia più sconfortevole che quelle dominanti allora per le vie e le piazze di Milano.

Sotto i nostri balconi, sul Corso Venezia, passavano i carri stranamente mascherati da una fantasia stanca, talvolta dolorosa nelle sue allusioni; e carrozze piene d'ubbriachi, e musiche di straziante festività, e una folla muta, ostile, che non amava i coriandoli e s'atteggiava a compassione dei falsi gaudenti. Dopo il passaggio d'un carro mascherato, l'odore acre del gesso rimaneva, e della polvere; arrivavan sui nostri balconi palate di coriandoli, nembi di confetti, attràttivi dalla presenza di Lidia e d'altre signore; due volte, una mano di cavalieri eleganti lanciò una colluvie di fiori, e furon, sul balcone, braccia levate in alto ad afferrarli, risa discrete per il vano tentativo. Le donne sole, con quell'inscienza che han del bambino, poteron forse divertirsi.

Lidia, il viso riparato da sottile e forte veletto e il corpo da un abito chiuso e bianco, pareva agire per febbre; intorno a lei, i sacchi di coriandoli si vuotavan magicamente; il suo braccio, fragile e vigoroso, lanciava quel gesso con maestria sulla folla stupida, contro i carri che la mala sorte obbligava a fermarsi.

Le amiche, pure in abiti bianchi e difesa la faccia, imitavan Lidia, animandosi, impazientendosi delle lacune fra l'un carro e l'altro. Verso le cinque, i coriandoli arrivavan per entro le finestre, ingolfandosi nelle camere con violenza; alcune signore dovettero cedere il posto.

Lidia resisteva; irriconoscibile, tanto era soffusa di polvere. Io, dietro di lei, passandole, sul morir del giorno, i fiori dopo i coriandoli, l'osservava con inesplicabile tristezza; ella gettava i fiori febbrilmente, con un sorriso rigido sulle labbra.

A un tratto, mi porse ancora le mani, senza guardarmi, perchè vi mettessi altri fiori, e indugiando io, Lidia si rivolse, vide i sacchi e le ceste vuote:

—Finito!—ella esclamò, scrutandomi negli occhi.

—Finito!—risposi.

Sorridemmo ambedue; ma la parola aveva un senso largo d'angoscia.

Non v'erano tra noi se non queste allusioni; perchè così fresco era il ricordo di gaudî e di sogni, che l'aria ne pareva piena e ospite la casa; quella casa la quale, nel medesimo tempo, vicino ai ricordi conservava tutta la storia delle modificazioni sopravvenute a sfatare i gaudî e a corrompere i sogni.

Il carnevale, nonostante numerosi inviti a feste, era scorso per noi monotono. Lidia si schermiva con ostinazione dal prender parte a divertimenti serali; aveva ricevute più visite della sarta, la signora alta e magra col neo posticcio, la quale sperava di ottener molte commissioni, di ripetere il periodo felice dei capolavori di seta e di raso; ma neppur la dialettica della sarta era riuscita a smuover Lidia dal suo proposito, sebbene i tentatori giornali di mode le presentassero dei figurini superbi, che chiamavano un breve lampo negli occhi di lei.

Continuavano i martedì; qualche pranzo agli intimi, donna Teresa e Pietro; qualche sera al teatro; e nella settimana grassa, Lidia aveva voluto gettare i coriandoli forse per soddisfare ad un desiderio delle amiche meglio che ad uno proprio.

Ciò era riuscito strano e molesto a Pietro Folengo.

—Ma, figlia mia,—egli diceva,—questo non si usa. Due sposi novelli devon farsi vedere, devon prendere viva parte ai trattenimenti della stagione.

—Perchè?—domandava Lidia.

—Perchè questo si usa, perchè tutto il mondo ha sempre fatto così….—

Lidia aveva allora il suo piccolo riso di sprezzo, che importunava Pietro; le ragioni addotte eran per costui insuperabili; non gli pareva umana cosa il sottrarsi a ciò che si usa, a ciò che il mondo ha sempre fatto; mentre Lidia, assai più moderna, si rideva bellamente degli usi e costumi che non le quadravano.

Veniva poi donna Teresa, la quale illuminava il proprio tramonto di tutti i belletti e di tutte le pomate cognite in Europa e fuori; e si stringeva vie più nel busto, e studiava metodi arguti per distruggere l'adipe senile. I suoi consigli erano sospirosi.

—Se fossi io al tuo posto, cara Lidia, con quei tuoi vent'anni! Perchè non vai al ballo di casa Cortalancia? Ma è possibile che non ti sorrida un gran trionfo? Non c'è nessuna delle tue amiche, elegante e bella come te; hai qualche dispiacere?—

Lidia scoteva il capo, e da quelle insistenze usciva sempre più testarda a vivere fra le quattro pareti di casa.

Un piccolo malessere di Lidia aveva servito a darmi un'idea delle straordinarie mutazioni che la verità può subire, conservando la propria forma.

Il medico aveva detto:

—La signora è un po' delicata e deve guardarsi dalla malaria che domina la città; c'è nella signora qualche accenno d'anemia, facile a combattersi.—

Lidia s'era impadronita trionfalmente di quelle due frasi e non le aveva mutate d'una parola; ma ripetendole ad ogni occasione, aveva dato loro un significato di minaccia quasi simbolico. Non si poteva aprire una finestra, senza che la donna si portasse il fazzoletto alla bocca per salvarsi dalla malaria; nè avveniva mai che Lidia si guardasse nello specchio senz'accagionare all'anemia il pallore del viso, e la striscia azzurrognola sotto gli occhi.

Ciò era grazioso, dapprima, rendendola quasi più fragile nel mio concetto; poi, divenne meno grazioso; e infine non fu grazioso per niente, quando l'anemia e la malaria furono usate da Lidia ad ogni scopo, e presero vita e consistenza di spettri che passavano instancabili ne' suoi discorsi e parevano essersi collocati stabilmente a guardia della sua alcova.

Gli amici avevano accolta la diagnosi del medico quasi come una notizia gravissima; raddoppiavan di cortesie verso Lidia e mi guardavano con profondo significato per inculcarmi che da me dipendeva la vita di lei. Le amiche erano state indulgenti, perchè tutte avevano alla lor volta qualche indisposizione civettuola di cui si servivano con impareggiabile maestria e che probabilmente ponevano esse pure a guardia dell'alcova. Gustavano la rinuncia di Lidia ai trattenimenti mondani; una signora, assidua frequentatrice di balli, di teatri, di concerti e perfino di conferenze, aveva applaudita Lidia caldamente, assicurandole che non v'era nulla più doloroso di quanto si chiama piacere; e guardando la faccia di suo marito, io me n'era sùbito persuaso.

Ma fui veramente sorpreso quando, il sabato grasso, Lidia accettò un invito dei signori Caccianimico.

—Faccio un'eccezione per loro,—ella disse.—È vero, Sergio, che faremo un'eccezione?…

—È verissimo,—risposi, nascondendo alla meglio il mio stupore.

Appena Clara ed Ettore Caccianimico partirono, domandai a Lidia:

—Tu intendi veramente andare a quel ballo?

—Ma che!—rispose Lidia.—Non avrei nemmeno un abito decente….

—E allora?…

—Sai,—disse la donna con aria esperta;—rifiutar sempre è noioso, diventa quasi una parola d'ordine; ho accettato per far cosa nuova; stasera scriverò un viglietto, pretestando un'indisposizione!—

Bisognava punirla; assolutamente, questa donna mi credeva condannato a seguire i suoi capricci, senza tener conto de' miei; accettava e declinava gl'inviti, li faceva accettare e declinare da me con un'indifferenza da bambina, come fosse identica missione accompagnarla al ballo o tenerle compagnia presso il caminetto. Bisognava punirla, immediatamente.

—Bella idea!—esclamai.

—Non ti pare?—fece Lidia, senza rilevar l'inflessione ironica delle mie parole.

La sera medesima, verso le dieci, mi ritirai in camera colla scusa di rispondere a qualche lettera.

—Mandami Andrea. Lo incaricherò di portare un viglietto ai
Caccianimico,—disse Lidia.

—Andrea serve a me per il momento,—risposi.—Lo manderai più tardi; così il pretesto sembrerà meno studiato.—

Andrea, il domestico, aveva disposto nella mia camera l'abito di società, e gli oggetti per un minuzioso abbigliamento. Dal giorno del mio matrimonio non avevo più indossato l'abito nero, e, scoperto che questo può servire anche in occasioni allegre, ero divenuto gaio, d'improvviso, attendendo colla maggior cura a farmi elegante.

Alle undici, seguito da Andrea colla mia pelliccia aperta fra le mani, ricomparvi nel salotto di Lidia.

—È inutile mandare il viglietto,—dissi.—Porterò io le tue scuse.—

Lidia alzò il capo, e impallidì nel vedermi.

—Che cosa fate voi, lì?—domandò ella al domestico.

—Tiene la pelliccia,—spiegai.—Guarda, cara, se questa cravatta è messa bene.

—Benissimo,—rispose la donna, levando gli occhi al soffitto.—Vai in casa Caccianimico?—

—Certo. Non m'hai obbligato a promettere che si sarebbe fatta un'eccezione per loro?—

Infilai la pelliccia, misi il cappello e uscii, dopo avere stretta la mano di Lidia, che aveva senza dubbio moltissime cose interessanti a dirmi.

Fui così sùbito, così largamente punito della mia piccola vendetta, da credere a una giustizia invisibile e sicura. Perchè, non appena entrato nella sala ove Ettore Caccianimico e la sua signora apparivano circondati da una folla elegante,—sentii che i varî profumi ivi sparsi mi facevan male; un male strano, che si sarebbe detto risvegliasse la mia sensualità.

La vista di donne scollate, ingemmate, ostentatrici di bellezze che avevano un padrone e ne cercavano un altro, mi atterrì con questa scoperta: io aveva bisogno d'una di quelle donne; d'una qualunque, purchè non fosse Lidia, non le somigliasse in nulla; avevo bisogno d'una donna della quale ignorassi e il sorriso e la voce e il corpo. Finalmente, alla presenza di femmine nuove l'angoscia che mi circolava da un pezzo nelle vene come una malattia, scoppiò e prese il suo vero aspetto: io m'irritava di Lidia non perchè rappresentasse la legge o il principio o la tradizione; ma perchè io la sapeva tutta, dal gesto insignificante all'ultimo anelito. Mai la poligamia mi parve più saggia cosa e più sana che allora.

Conscio di simile rivelazione e messomi in avviso, provai ad avvicinar quelle signore e ad analizzare il senso ispiratomi; notai che le brune mi piacevan meglio, e le audaci e le esperte; quelle, infine, le quali eran tutto l'opposto fisico e morale di Lidia; notai pure che, sull'istante, avrei commessa una follia per conquistarne una, e al domani poco mi sarebbe importato di non più vederla e di saperla morta.

Era la grave, dolorosa necessità di cambiare, che m'invadeva con forma così assorbente e mi disponeva l'animo a una passione per la prima venuta; io trovava nel mio stato il perchè di certi adulterî che m'eran parsi altre volte decisamente inesplicabili.

Uscii da quel ballo uno degli ultimi, conservando ancora in tutta la persona un residuo di profumo avvelenatore, e nel cervello vivissima l'impressione dei corpi femminili ignorati.

Albeggiava lividamente e faceva un terribile freddo.

Non avevo bisogno di guardarmi intorno per sapere come agissero gli uomini che avevano avuta la mia rivelazione, tosto o tardi. Alcuni si mettevano le mani nei capelli, si torcevano il cuore, e tradivano; altri dubitavano sulla scelta, la determinavano con pertinacia, e tradivano; molti non dubitavan punto, si fermavano alla cameriera, e tradivano. Io era fratello di tutti costoro, in quella notte; ma non sarei stato loro fratello nella conclusione.

Io avrei mantenute le promesse fino all'ultima, avrei compiuto il mio dovere fino allo strazio; perchè volevo altrettanto ed esigevo fino allo strazio i miei diritti.

Ma dunque, se il bisogno di cambiare era assoluto, anche Lidia soffriva le torture cui ero in preda? Ecco perchè non aveva voluto ella recarsi alle feste; a me era stata necessaria la prova; a lei era bastato l'istinto, il fiuto inestimabile della donna—per sentire il pericolo.

Rientrato in casa, un barlume di luce proveniente dalla mia camera, m'inquietò, credendo avessi dimenticata accesa la lucerna o i bracci dell'armadio, fin dalla sera prima; apersi la porta, e mi fermai sulla soglia d'un tratto.

Lidia era là, addormentata, vinta dalla stanchezza; s'era seduta in una poltrona, reclinando la testa sui guanciali, e come io aveva quel mattino una curiosa tendenza a ricostruire sensazioni e fatti, riuscii a indovinare quant'era avvenuto. Lidia, assai probabilmente, aveva tentato di coricarsi e di dormire; poi, non potendo reggere al bisogno di dirmi le cose interessanti che la sera prima aveva dovuto tacere per la presenza del domestico,—s'era avvolta nell'accappatoio ed era venuta nella mia camera.

La stufa spenta lasciava il luogo assai freddo; la lampada quasi esausta, l'illuminava imperfettamente; e quella donna rannicchiata nella poltrona, coi capelli sparsi, gli occhi chiusi, la faccia pallida, il corpo tutto come piegato da una violenta angoscia,—pareva la superstite d'una cupa tragedia.

Inoltrai cautamente; levai la lucerna dal cassettone e la posai sulla tavola; mi tolsi il soprabito, il cappello, e gettai i guanti per terra; cominciavo a snodarmi la cravatta, quando un lieve romore mi fece volger la testa. Lidia, appoggiato un gomito sul letto e stringendo coll'altra mano un bracciuolo della poltrona, mi guardava fissa da qualche istante.

—Buon giorno!—le dissi.—Sono rientrato ora.

—Lo so,—rispose Lidia con voce velata.—E io ti aspetto qui da mezzanotte.

—Ti sono gratissimo di questa sorpresa,—mormorai.—Ma potevi coricarti; non prendere freddo; coricarti nel mio letto.

—Nel tuo letto?—esclamò Lidia, balzando in piedi.—Che cosa credi, dunque!—

C'è sempre stato in me un istinto che io suppongo derivato dalle mie tendenze letterarie; un istinto a vedere il quadro e la plastica in ogni cosa; guardai Lidia perciò con sincera compiacenza; ella pareva una leonessa ferita, dritta nel fondo della camera, gli occhi pieni di sdegno; bellissima.

—Perchè fingi, Sergio?—ella disse.—Perchè fingi di non capire quel che ho sofferto?

—Che hai sofferto?—ripetei, colpito dalla voce tremante.—Io non poteva imaginare….

—Ah, non potevi imaginare,—esclamò Lidia, avvicinandosi.—Non potevi imaginare che trattandomi peggio d'una cameriera, mi avresti fatto male…?—

Notavo con dolore che le nostre voci si udivano squillanti nella calma del mattino.

—Ti prego di moderarti,—osservai.—Tutto si può dire con pacatezza.

—Voglio ch'Ella mi risponda,—fece Lidia.—Voglio mi dia ragione della sua condotta.—

Lidia, usando quel tono freddo e straniero sapeva d'irritarmi quanto le era possibile; perciò scattai:

—Non ho ragioni a dare; non le darei, nemmeno se la mia condotta fosse meno onesta di quel che è!—

Lanciata la frase, non mi restò che pentirmene allorchè Lidia piegò quasi sotto un gran colpo e cadde di nuovo nella poltrona. Vi fu un lampo d'intervallo; quindi sentii i singhiozzi della donna, e la vidi nascondere il viso tra le mani.

—Ah, è troppo!—ella diceva a frasi rotte.—Non l'ho meritato! Io fuggirò da questa casa.

—Via,—feci appressandomi e mettendo una mano sulla spalla di Lidia.—Ti ripeto che non avrei supposta simile interpretazione d'un fatto innocentissimo. Sono andato dai Caccianimico, perchè tu avevi promesso di andarvi, e mi doleva mancare verso un buon amico qual'è Ettore per me. Una volta là, non ho potuto non trattenermi fin tardi.—

In quell'istante, mentr'ero curvo su di Lidia e le mie labbra toccavan quasi la ricca massa de' suoi capelli,—mi passò innanzi agli occhi rapidissima una visione informe e tronca di quelle donne che avevo incontrate al ballo; parevano riunite in gruppo e perciò non riuscivo a distinguer l'una dall'altra, ma vedevo capelli bruni, occhi neri, busti scollati e ritti; serrai le palpebre e la visione passò.

—Non sa dunque Ella,—rispose Lidia, guardandomi colle pupille improvvisamente asciutte,—non sa dunque Ella che talvolta basta una parola gentile a persuadere una donna? Se m'avesse detto che Lei desiderava recarsi da quei signori, non avrei pensato a fare un'obiezione. Ma Lei ha voluto prendersi giuoco di me, andandosene d'un tratto, senz'avvisarmi, schernendomi perfino col dire che avrebbe mandato Andrea più tardi a portare il mio viglietto.—

L'idea che Lidia aveva scritto un viglietto malizioso e grazioso rimasto ignorato sulla tavola per la mia cattiveria, mi colpì stranamente; provai un irresistibile bisogno di ridere e una tenerezza da fanciullo.

—Già, ho fatto male,—dissi.—Lo riconosco. Basta riconoscere il proprio torto?—

Lidia s'era alzata, cercando il fazzoletto; io lo raccattai da terra, e presi posto nella poltrona rimasta libera.

—Basta riconoscere il proprio torto?—ripetei, prendendo Lidia per le braccia e cercando di attirarla sulle ginocchia.

—No! No! No!—ella esclamò con veemenza. Io ho passata un'orribile notte, per Lei, e non l'ho passata dormendo, com'Ella potrebbe credere; mi sono addormentata sull'ultimo, per la stanchezza….

—E come l'hai passata, dunque?—domandai senza resistere allo strappo cui ricorse Lidia per togliersi alla mia stretta.

—L'ho passata meditando!—rispose la donna, mentre s'allontanava e si raggiustava l'accappatoio.

La frase mi turbò, e mi trasse alle labbra la risposta, che trattenni a forza. Anch'io aveva meditato; Lidia nell'angoscia dell'aspettazione, io nell'angoscia della folla…. E ambedue sopra un istesso argomento? Forse; ma Lidia non me l'avrebbe mai confessato, non avrebbe forse trovate le parole….

Ella si riprometteva certo una mia domanda; perchè dopo essersi guardata nello specchio, girò la testa verso di me.

—Non ho più nulla da dire,—mormorai.—Se non basta riconoscere un errore, non so che altro si possa attendere.—

Lidia proruppe nella sua risatina di sprezzo.

—Comodi, i signori uomini!—ella disse, prendendo a camminare per la camera.—Si levano i loro capricci, e poi riconoscono d'aver fatto male; con tale sistema pretendono il perdono. E se facessimo noi altrettanto?—

Sentivo che c'incamminavamo verso i paradossi femminili e non fiatai.

—Se facessimo noi altrettanto?—continuò Lidia.—Sarebbe una catastrofe, una vergogna, il finimondo, perchè non si ammette la possibilità d'un capriccio in noi…. Siamo fatte per la casa, diavolo! Pupattole eleganti, decorazioni da salotto, mummie senza nervi nè vibrazioni….