—Vi prego d'espormi i capricci che io vi ho proibiti,—interruppi.
—Ah certo!—disse Lidia con accento ironico.—Io posso comperare tutto quanto m'accomoda, vestirmi come mi piace, rimaner qui, o viaggiare…. E Lei crede che la vita d'una donna finisca lì?
—Non oso supporre che finisca altrove,—osservai.—Volete forse uscir sola di sera, andar sola a teatro, avere un appartamento da scapolo, tirar di scherma e correre lo steeplechase?—
Lidia si fermò, quasi sotto una staffilata; allungò l'indice della destra verso di me, e disse in tono minaccioso:
—Ricordati questo, Sergio: che tu ti pentirai delle tue parole e dei capricci di stanotte.—
Si diresse verso la porta. Ebbi la tentazione fugace di correre a Lidia e di fermarla; ma nell'atto che m'alzavo, dal mio abito salì quel profumo avvelenatore di che s'era impregnato alla festa; il profumo di dieci donne, le quali non erano Lidia, non le assomigliavano in nulla, non m'eran cognite se non nell'apparenza mondana.
E lasciai uscir Lidia.
Dalla via sorgevano i romori della città laboriosa. Tacitamente salutai i forti che trovavan l'opportunità di lavorare anche nella domenica di quaresima; chiusi le imposte, e mi coricai, più freddo e più tranquillo di quanto non avessi osato sperare.
X.
Il romanzo di Gian Luigi Sideri era rimasto intonso alcuni giorni sul mio tavolino da lavoro; poi, nel cumulo di lettere e di giornali che quotidianamente vi si deponevano, io non l'aveva più trovato, senz'inquietarmene, poichè mi rammentava una delle prime cause di broncio con Lidia e temevo che, leggendolo, rinascessero i sogni e i rimorsi, or di nuovo snebbiati.
Fui quindi assai perplesso allorchè Gian Luigi Sideri comparve ad uno dei nostri martedì. Io non aveva conoscenza delle frasi vaghe, usate per un autore dagli ammiratori che non hanno letti i suoi libri; e se anche tal vocabolario mi fosse stato familiare, mi mancava il coraggio d'adoperarlo, non sapendo se Gian Luigi se ne sarebbe contentato o se non, piuttosto, avrebbe volute le impressioni particolari delle varie scene e dei caratteri descritti.
Gian Luigi tornava dalla Riviera Ligure, ove la leggenda lo figurava occupato in nuovi lavori; ma l'aspetto sano, la tinta viva, l'occhio limpido, il sorriso tranquillo che vi aveva acquistati, mi sembravan resultare da un larghissimo ozio, meglio che dal lavorio intellettuale.
S'inchinò due volte innanzi a Lidia; una volta innanzi alle altre signore; delibò compiacente le lodi degli amici e si divertì a lasciarsi osservare come persona assicurata ai posteri; finì coll'accomodarsi sul divano, di fianco a Lidia.
Gian Luigi aveva una statura più bassa della media; ma non era tozzo e non produceva effetto sgradevole; anzi, la esiguità delle forme gli prestava un che di svelto e d'arguto, certamente simpatico. Bruno, dagli occhi grigi; testa proporzionata, fronte alta, significante capacità d'intelletto; labbra sensuali e colorite, indicatrici di tendenze epicuree; baffi ritti e puntuti, a cagion della moda. Egli vestiva con gusto e senza la cura minuziosa dell'uomo incapace ad altro; come dissonanza inevitabile in ogni cosa sua, portava quel giorno una cravatta gialla, di foggia molto discutibile.
Fugacemente notai che, seduto a fianco di Lidia, Gian Luigi si trovava in posizione svantaggiosa, perchè appariva più piccolo della donna.
Io era tuttavia sotto l'impressione della festa di ballo e delle sue conseguenze con Lidia; rispondevo male alle interrogazioni che mi si facevano e se non fosse stata la visita di Gian Luigi avrei raggiunte le mie camere al primo pretesto.
Guardavo le donne.
Ero in quel tremendo periodo di studio muto e desideroso, che non ho dimenticato mai, che si prolungò oltre misura e che mi stampò nel cervello così lucide imagini femminili, da poterle evocare nuovamente oggi, a distanza d'anni, direi quasi con un semplice corrugar di ciglia. Esse balzan luminose nella steppa grigia del passato.
Guardavo le donne, raccolte intorno a Lidia, e specialmente quelle le quali avrebbero potuto essere belle e non lo erano; voglio dire, le non riuscite. Avevano occhi piacevoli e brutta bocca; o bocca espressiva e naso lungo; o naso esatto, bocca deliziosa, occhi loquaci, e mancavan d'ovale al viso, o di capelli ricchi, o di statura elegante, o di seno giusto. Io sentiva per queste il rincrescimento d'un artista che lo scalpello ha tradito.
E mi volgevo alle altre,—poche, tre o quattro,—nelle quali v'era armonia e disposizion di forme da sostenere un'analisi, dopo aver soddisfatta la sintesi. Ancora, per esse non avevo alcuna tenerezza; forse m'erano spiritualmente antipatiche, e certo, non valevano Lidia; ma tutte, a una, a una, rappresentavano l'altra, l'incognita, la donna su cui non avevo diritto alcuno; e le guardavo perciò, e mentre mi lasciavano il cuore vuoto, dominavano il mio pensiero.
Mi sarei irritato se una di costoro avesse creduto di poter prendere il posto di Lidia; e,—ammettendo per un istante una concessione al potente bisogno di cambiare,—sentivo che avrei avuto il cattivo coraggio di spiegare tal bisogno e di respingere, nella donna che mi si fosse data, ogni speranza di stabilità nella nostra colpa. Infine, io sarei stato capace di dire: «Vi voglio, non già perchè siete voi; ma perchè non siete Lidia».
Formola così vera, che mi toglieva speranza di trovar la donna atta ad apprezzarla.
Non potevo sopportare le bionde, in quel periodo; la sola vicinanza loro mi dava la sensazione tattile dei capelli lunghi, serpentini, di Lidia e la visione del suo corpo; eran le brune che preferivo studiare, provando certi curiosi impeti d'afferrarle alle spalle e di rovesciar loro la testa all'indietro, per baciarne la gola bianca.
Nessuno in quel salotto avrebbe imaginati i galoppi della mia mente; perchè gli uomini e le donne, dopo aver tentennato a lungo per definir me, Lidia, il nostro matrimonio, e collocarci in una delle categorie prestabilite dal mondo,—avevan finalmente trovate e la definizione e la categoria, mettendoci con un gemito fra gli «esemplari»; quel giorno stesso in cui mi gravava sullo spirito il peso enorme dell'esemplarità.
La fiamma d'un robusto fuoco nel caminetto gettava sul viso d'una di quelle brune agognate larghi sprazzi di luce che salivan dalle ginocchia al busto, dal busto alla testa, e le passavan dietro gli omeri a formarle uno sfondo mobile, saltellante, corrusco. Ammiravo di costei, sopra ogni altra cosa, la dolcezza del ridere, che non era contrazion di muscoli, ma lene conquista d'espressione, di cui la bocca era la sorgente e gli occhi la foce per cui si trasmetteva agli altri.
La bruna stava presso il caminetto, volgendogli il fianco sinistro, e di fronte a me, ch'ero all'altro lato; ma ella teneva il capo rivolto a destra, verso il divano. Mi ricordò così, indirettamente, che a Gian Luigi Sideri eran dovute le maggiori cortesie, come ad ospite quasi celebre; e quando mi levai, vidi gli altri tutti intenti ad ascoltar Lidia e Gian Luigi.
Parlavano di letteratura.
—Il suo romanzo mi ha veramente entusiasmata,—diceva Lidia a Gian Luigi.—Tutto vi è nuovo; dal titolo al pensiero che vi domina fino alla chiusa. L'ho letto due volte.—
Io non sapeva fin allora quale dovesse essere la vendetta che Lidia mi aveva minacciata; ma ero stato tranquillo, pensando che forse non la sapeva nemmen lei. Avevo osservato semplicemente, da quella notte di sabato al martedì, una durezza insolita nelle parole della donna, qualche sarcasmo su tutto quanto la circondava, e sebbene io non fossi personalmente attaccato, indovinavo che il sarcasmo e la durezza eran per me e non avrebbero tardato a trovare il loro indirizzo preciso.
Nel veder Lidia così cortese verso Gian Luigi, mi si delineo alla mente, chiara ed innegabile, l'essenza della vendetta promessa; e ne sorrisi, trovando ch'era un po' vecchia. Lidia si riprometteva d'eccitar la mia gelosia, come aveva imparato assistendo alle commedie d'antico repertorio; non le negavo la capacità a fingere la sua parte con maravigliosa intuizione; bensì, negavo a' suoi sforzi l'esito ch'ella ne sperava.
Io non sarei stato geloso di simpatie volute; ella, dopo la sua rappresentazione, avrebbe semplicemente ottenuto di allontanarmi da lei, e di farsi considerare piuttosto volgaruccia nelle sue trovate.
—Ho scritto come dettava dentro,—rispose Gian Luigi.
—Secondo il sistema di Dante Alighieri,—notai, sorridendo.—È ancora discreto. Io non ho letto il tuo romanzo, perchè sono….—
Stavo per dire: occupatissimo, il che avrebbe servito a confermar la definizione di marito esemplare; ma mi corressi a tempo, e continuai:
—Perchè sono un po' impaurito da quel tremendo titolo: Il lastrico dell'Inferno! Ci ho pensato, e mi è parso conveniente sentir prima le impressioni di mia moglie.
Mi accorgevo d'aver detto un mucchio di sciocchezze, secondo la fatalità di chi sbaglia dal principio; e non mi restava che sperare in un aiuto di Lidia. L'aiuto venne così:
—Tua moglie,—disse Lidia con quell'ombra di sarcasmo che rimaneva tra me e lei,—tua moglie ti ha consigliato più volte a leggere quel bellissimo romanzo. È tutto imperniato sull'adagio: di buone intenzioni è lastricato l'inferno; e pieno di sapore filosofico.—
Lidia non m'aveva mai parlato di quel libro; non solo; io ignorava perfino lo avesse letto.
Ella non poteva quindi mentire con maggiore impudenza e con fine più crudele; fui preso da una terribile vertigine di smascherarla, ma non soccorrendomi sùbito una frase elegante e velenosa, che rimanesse tra me e lei come il suo sarcasmo, trovai miglior partito rispondere a Gian Luigi:
—Un'idea curiosa e originale, davvero! Di buone intenzioni è lastricato l'inferno! Certo, se ne può fare un poema d'angoscia o un capolavoro di satira….
—È l'una e l'altra cosa,—disse freddamente Lidia, colla tranquillità delle donne che non han mai capito nulla.
Gian Luigi fece un gesto, sorridendo, quasi a declinar l'elogio smisurato.
—Mi son guardato intorno, ho cercato di dire la verità; ed ecco tutto!—egli concluse modestamente.
—Ed ora, sta preparando qualche cosa di nuovo?—domandò la bruna, seduta presso il caminetto.
—No: sono piombato nell'ozio più vergognoso,—disse Gian Luigi volgendosi verso di lei.
Non so come, respirai di piacere. Gian Luigi oziava; ciò me lo rendeva simpatico.
—È stato a Sestri, non è vero?—chiese Lidia.—Me lo annunciò Sergio.
—Sì, signora. A Sestri, al ritorno da Saint-Moritz.—
M'ero allontanato alcun poco, andando a sedermi presso una signora, i cui occhi neri e umidi pareva dicessero agli uomini: «Sì, fratello: io seguo il mio triste destino d'appassionata». E di quegli occhi, di cui credevo aver tradotta finalmente l'espressione, io studiava i possibili sogni e le veemenze, lasciando che nell'angolo, ov'era Lidia, continuasse il discorso d'ammirazione e di vanità.
Poi, lentamente, i visitatori presero commiato, e come l'ombra serale precipitava, restai nel salotto, vedendo ancora davanti al caminetto la bruna dal sorriso consolatore, e l'altra dagli occhi mesti.
Quella sera, a pranzo non avevamo che mio suocero, Pietro Folengo. Donna Teresa era rimasta a casa, un po' indisposta. E un penoso silenzio regnò fra noi tre, quantunque io fossi pronto a seguir Pietro in tutte le idee vecchie di cui volesse farsi il profeta.
Lidia, sulla tovaglia disegnava dei geroglifici col manico della forchetta; assaggiava appena le vivande ch'ella medesima aveva voluto le prescrivesse il medico, perchè ormai l'anemia e la malaria dominavan la sua vita; e benchè io l'avessi più volte interrogata, non aveva spinto il discorso oltre la forma monosillabica. Stringeva le labbra, di tanto in tanto; sintomo di malcontento represso.
—Vediamo, figli miei,—disse Pietro a un tratto, guardando Lidia e me.—Che cos'avviene?
—Niente!—dissi io.
—Niente!—disse Lidia.
—Come, niente!—esclamò Pietro con la sua logica di ferro.—Niente produce niente. Ora niente non può essere la causa, se un broncio è l'effetto!
—Un broncio? Ma non siamo stati mai di migliore accordo!—io risposi.
—Mai, proprio mai!—confermò Lidia, terminando con attenzione la curva d'un geroglifico.
Pietro s'accarezzò i favoriti, come quando stava per dire qualche bella cosa.
—Trovate il modo d'intendervi su questi niente così disastrosi,—egli consigliò.—A' miei tempi non s'usavano!—
Quindi passò a raccontar di nuove instanze che la Casa commerciale di
Cairo gli faceva, obbligandolo a prendere una decisione.
—Quando entreresti in carica?—domandò Lidia.
—Fino al prossimo anno non se ne parla, rispose Pietro,—ma capisci —che una volta data una promessa, il tempo non conta, e un uomo serio —deve mantener la parola.—
Io non feci alcuna osservazione, credendo aver bastantemente criticato quel disegno assurdo di lasciar l'Italia e di correr venture a cinquantasei anni, pel solo ùzzolo della novità; anche Lidia tacque.
Nell'appressarmi alla finestra, levate le mense e restando Pietro e Lidia innanzi alla tavola,—lo spettacolo della sera, già assai dolce e limpida, m'istigò un vivo desiderio d'uscire e veder gente.
Le carrozze passavan numerose, coi lucidi fanali proiettanti, nell'amplissima via; correvano a trasportar uomini e donne al piacere e alla soddisfazione di mille vanità, cui avevo imparato a irridere senz'esser convinto del loro nulla. Mi scoprivo d'un tratto ancor troppo giovane per rinunciarvi e, in fondo, l'innocenza di quei godimenti mondani, creati per vedere un poco e per esser molto veduti,—mi sembrava il loro più bello elogio; non s'era mai sentito dire che, all'uscir da una festa o da un teatro, le signore avessero abbandonato il marito per cader fra le braccia degli ammiratori; bensì, ai teatri e alle feste, si tessevano le fila prime degli inganni: ma se le feste e i teatri non fossero stati, gl'inganni non si sarebbero tessuti egualmente? L'indole è tutto.
Una sola occhiata a Lidia mi persuase che avrei parlato indarno. Ella andava irrigidendosi ogni giorno più nella risoluzione di sfuggire il mondo; e come il passato carnevale s'era sottratta agli inviti, ora si sottraeva a qualunque proposta di svago. Varie amiche l'avevan pregata di prender parte a delle gite; la campagna nei dintorni di Milano, che lasciava il suo manto invernale per ricolorirsi a poco a poco, era deliziosa, e allettava a farvi delle escursioni; ma Lidia aveva da qualche tempo assunto per divisa il motto: questo m'è indifferente,—ch'ella ripeteva a frustrar qualunque insistenza.
Non partecipai, dunque, la mia idea a Lidia, acconciandomi a subire la conversazione di Pietro. Egli difendeva il Ministero; dacchè io lo conosceva, Pietro non aveva fatto di meglio, ne' suoi discorsi di politica; taceva solo fra una crisi parlamentare e l'altra; quando il Ministero era costituito, se ne estasiava, ripetendo le considerazioni dei giornali officiosi, quantunque pochi giorni avanti si fosse estasiato d'un Ministero affatto opposto. Ma Pietro Folengo era ministeriale per costituzione psicologica e avversarlo sarebbe stato come fargli un salasso.
Alle undici se ne andò; sùbito, Lidia mi disse:
—Vado a letto; mi sento poco bene.—
Si levò dalla sedia con apparente fatica, e finse trascinarsi fino alla soglia della sua camera. Qui, si rivolse e appoggiò una mano alla fessura della finestra, ch'era nell'angolo.
—Queste serramenta,—disse,—non potrebbero essere più cattive.
Soffiano aria da ogni dove.—
Tossì, portandosi il fazzoletto alla bocca, e uscì con andatura stanca.
Le parole eran quelle; ma il loro significato particolare m'era sufficientemente noto per non prendere abbaglio; senza muovermi dalla mia sedia, io sapeva che le serramenta funzionavan benissimo e che l'aria non vi soffiava punto, e che Lidia non era affaticata nè indisposta. Ogni sera, le parole mutavano, ma rimaneva il loro significato di preghiera; Lidia non voleva essere disturbata; la sua alcova era chiusa per me.
Da parecchio, ella non desiderava più il mio amore; ma era obbligata ad aspettare che io desiderassi il suo; leggiera prostituzione, inevitabile in tutte le buone famiglie amiche della quiete, nelle quali la donna si concede fredda per adempiere a' suoi doveri e non obbligare l'uomo a cercarsi una femmina altrove.
Lidia non mi conosceva così da indovinare che tale sommissione mi faceva somigliar la donna a una specie di medicinale vivente, di cui si prendon quelle dosi notturne che riescano a calmare i nervi; e non conoscendomi, l'ora di ritrarsi nella sua camera sembrava penosissima a Lidia; non si coricava più per riposare, ma perchè si sentiva poco bene; evitava d'incontrare i miei sguardi per timore di leggervi una domanda; talvolta faceva la storia delle sue indisposizioni; non si decideva a muoversi se non ben certa ch'io era compreso di tanti malanni.
Le nostre abitudini erano invariabili; io non mi coricava alla mia volta o non usciva di casa, prima d'esser passato nella camera di Lidia a salutarla.
Vi trovai, quella sera, ancora Geltrude occupata a riporre le vesti. Io m'avvicinai al letto, dove Lidia stava col busto appoggiato ai guanciali e i capelli sciolti per le spalle; un bel quadro, senza dubbio, ricco di luce e d'ombra.
Geltrude augurò la buona notte ed uscì. L'astuta cameriera, un tipo segaligno di giovane trentenne,—conoscendo, i nostri usi dei migliori tempi, aveva spinto vicino al letto una poltrona, in cui mi sedevo abitualmente a chiacchierare con Lidia. Allontanai la poltrona, osservando che sul tavolino da notte stava un romanzo francese, pel quale Lidia non si sentiva poco bene.
—Vuoi leggere?—domandai, accennando il volume.
—Ah no, mio Dio!—esclamò Lidia.—Mi farebbe male alla testa.
—Buona notte.
—Buona notte.—
Allungò la mano, che strinsi freddamente, e tossì di nuovo.
Quell'esagerazione ostentatrice, mi diede una rabbia improvvisa.
—È inutile,—dissi,—tutto questo apparato. Lo so.
—Che cosa?—fece Lidia, volgendomi la testa in piena luce.—Che cosa sai?—
Mi strinsi nelle spalle, incamminandomi verso l'uscio.
—Favorisci un istante,—ripetè Lidia.—Che cosa sai?
—Il significato di queste malattie d'imaginazione,—risposi, nel mentre mi fermavo e mi rivolgevo.
—Malattie d'imaginazione! L'anemia…. la malaria?…
—No; la freddezza, la stanchezza, la ripulsione. E dico ingiustamente: malattie; perchè questi sentimenti sono naturalissimi, d'una fisiologia irreprensibile….
—Ah ecco! La solita. Noi siamo malate, e loro pretendono una salute di ferro, un'invariabile disposizione a subire i loro capricci!
—È strano,—dissi,—come tu abbia già appresa la logica delle signore maritate, e il giro del periodo ad hoc. Noi; loro; i signori uomini; se facessimo noi altrettanto; frasi di prammatica.
—È vero o no,—rispose Lidia,—che tu mi vorresti come nei primi tempi?
—Come nei primi tempi!—esclamai, preso dalla nostalgia.—Se ciò fosse possibile….
—Ma ciò non è possibile, amico mio,—finì Lidia.—Perchè io ora sono malata.—
M'appressai di nuovo al letto, strinsi la mano di Lidia e la baciai; poscia uscii, mentre Lidia, dimenticando il mal di testa paventato, si disponeva a leggere tranquillamente il romanzo francese.
Ettore Caccianimico aveva previsto tutto ciò da un pezzo.
Noi ci eravamo amati troppo in fretta.
XI.
Già nella parvenza fisica, Ettore Caccianimico stupiva, perchè i suoi cinquant'anni erano attestati non da altro se non dalla canizie e avevan sorvolato alla sua struttura magra, rigida, soldatesca. Sul viso sbarbato rimaneva l'impronta d'una volontà decisa; gli occhi, di colore indefinibile, tra il grigio e l'azzurro, potevan turbare con la fissità dello sguardo. Se la forza di volere s'indovina dal naso forte, da labbra sottili, dal mento angoloso,—certo il profilo d'Ettore Caccianimico era l'espressione della massima imperiosità di cui è capace animo d'uomo.
E lo scherzo della natura stava in questo; che tutti quei segni mentivano; che l'uomo di bellezza così maschia da farlo supporre uno sfidator di tempeste, era un ingenuo.
E ancora, perchè meglio sfuggisse a una definizione * esatta, non era ingenuo se non a intervalli, alternando pensieri ed azioni da fanciullo a imprese da tenace esperto; ora in preda a entusiasmi ingiustificati, ora scorato per un ostacolo illusorio; ora senza scrupoli, ora accasciato da rimorsi ingiusti…. Qualche volta lo si poteva credere uomo da calpestar tutto per giungere anche a un capriccio; qualche volta, un imbelle che si spaventa d'una parola.
Onde, la sua vita era in preda ai mille fattori che costituivano il suo carattere; e la definizione più vera d'Ettore Caccianimico poteva limitarsi a considerarlo uomo senza linea di condotta e fors'anco senza mai un perchè d'azione. In questo senso, egli era cieco; si buttava a un'impresa o ne rifuggiva con terrore, egualmente; e se avesse dovuto spiegar la sua esistenza, avrebbe scoperto che quei motivi i quali l'avevano annientato in una vicenda, erano i medesimi che in altra vicenda eguale l'avevano infiammato di volontà.
Così, era stato ufficiale di cavalleria, poi commerciante audace, poi ricco e instancabile cosmopolita, zerando oggi l'opera d'ieri; marito per caso; amico dubbio; non convinto di nulla, nemmeno dei propri diritti; intollerante di doveri certi e scrupoloso per doveri fantastici.
Benchè già fossero valicate le tre del pomeriggio quando passai la soglia di casa Caccianimico, trovai Ettore in veste da camera.
Lo studio, dalla tettoia vetrata, era illuminato di luce diurna; non troppo ampio, d'esatte dimensioni, con due finestre prospicienti la strada; a fianco dell'una stavan la scrivania e le poltrone di pelle a borchie d'ottone, e innanzi all'altra una giardiniera con alcuni vasi di fiori dai freschi sbocci. La parete cui s'appoggiava la poltrona della scrivania era coperta fino a metà altezza da una cornice rettangolare contenente schizzi d'autore, piccoli paesaggi, teste a tempera; e immediatamente sotto la cornice, un divano di seta color giallo scuro, con avanti un tavolino ingombro di barattoli e di volumi rilegati. Addossati alla parete di contro, la libreria e uno scaffaletto; poi, senz'ordine voluto, qua e là, diverse poltrone, della medesima stoffa e del medesimo color del divano.
Un odore forte di sigaretta aleggiava per la camera e si mischiava a un altro profumo, più sottile, meno dominante, come riposto e ad ora ad ora agitato dai nostri movimenti.
Era un profumo non ignoto alle mie nari, ma snaturato alcun poco dal luogo; cosicchè m'arrestai sulla soglia, fiutando e fissando Ettore, che sedeva innanzi alla scrivania, colla testa appoggiata alle mani.
—Addio,—egli disse, guardandomi dall'alto in basso, con un'occhiata ch'io sapeva caratteristica delle più negre ore dell'uomo.
—Odore di violetta, d'eliotropio, d'avventura proibita!—risposi, inoltrandomi e stringendo la mano del Caccianimico.
—Ah sì!—egli fece con aria annoiata.—Laura Uglio è venuta a trovar mia moglie ed è passata di qui a salutarmi. Dovreste esservi incontrati sulle scale.
—No,—dissi.
—Siediti. Laura Uglio non viene in casa tua?
—No.
—Per che cosa? Perchè c'è stato fra te e lei?… che sciocchezze!—esclamò Ettore, stirandosi e sorridendo d'un pessimo sorriso.—Acqua passata non macina più. Vien pure in casa dei tuoi suoceri, Laura.
—Appunto. Ed è per questo, anzi….
—Sì, sì, capisco,—osservò Ettore, alzandosi con un movimento rapido.—Tu sei ai primordî, e si fanno sempre di questi progetti sui primordî. Si redige l'elenco di quanti entreranno in casa e di quanti ne staranno fuori. Poi, tutto ciò passa, come un soffio….—
Cacciate le mani nelle tasche, Ettore s'avvicinò al quadro dei disegni, osservandoli attentamente, come li vedesse per la prima volta; non sembrava parlare che per sè, quasi senza guardarmi.
—Tutto questo non passerà,—dissi con intonazione ferma.
—E Angela Tintaro?—domandò Ettore d'improvviso, abbassando lo sguardo su di me.
Io mi morsi le labbra. Angela Tintaro veniva in casa mia da qualche tempo e Lidia le rendeva le visite; un piccolo incidente, una semplice seccatura, causata dalla mia indolenza. M'era parso che le accuse contro Angela Tintaro non fossero così provate da poterle sostenere e da impedire a Lidia quella relazione.
—Una cosa ben diversa,—osservai.
—La medesima cosa, l'identica!—ribattè il Caccianimico.—È tanto certo che la Uglio tradisce suo marito, quanto che la Tintaro seduce le donne. Fra l'un vizio e l'altro, fra le due corrotte, non so come tu possa fare un'eccezione per la seconda….—
Durante la breve pausa che seguì, mi domandai involontariamente se Ettore avesse il diritto di parlarmi in tal modo. Ero rimasto, seduto sul divano, attonito per il curioso indirizzo che la conversazione aveva preso, e alla domanda appena concretata in mente mi vedevo costretto a rispondere che Ettore poteva con arditezza giudicare e criticare quanto avveniva in casa mia.
Solo volgendo il pensiero ad alcuni anni prima, la figura di Ettore m'appariva assai più simpatica di quel che non fosse al presente. L'uomo aveva forse avuto un'unica vera amicizia per me, un'unica devozione per mio padre; più d'un viaggio in Italia e fuori era stato fatto con lui; più d'un consiglio opportuno m'era stato dato da lui in varî casi, e se io non aveva corriposto con pari affezione, ciò era avvenuto pel leggiero disgusto che io provava nel vedere un uomo così saggio per gli altri, così incoerente e lato di coscienza con sè medesimo.
—Tu, dunque, mi consiglieresti di ricevere anche Laura
Uglio?—ripresi.
—Ma sicuro, ma indubbiamente,—egli rispose con una risata che non mi piacque.—Non la riceviamo noi? Non la ricevono tutti? Vediamo: quante persone veramente oneste possono entrare in una casa? Dieci, non di più. E ogni casa ne riceve cento. Del resto, questa vecchia utopia del considerar disonesta una donna perchè non si ferma al primo uomo, dovrebbe far ridere oramai gli spiriti aperti e intelligenti.—
Andò allo scaffaletto in mogano, ne tolse una bottiglia e versandone il liquore in piccoli bicchieri, me l'offerse.
—Mi pare,—dissi, riponendo il bicchiere sulla sottocoppa,—che tu non abbia un umore eccellente.
—Pessimo,—rispose Ettore.—Sto per commettere una cattiva azione.
—Ci sei obbligato?
—Non avrei la forza d'evitarla. Sarà l'ultima.—
Pronunciò queste parole con amarezza, quasi l'idea di non avere a commettere cattive azioni in séguito, gli dolesse infinitamente. Come io sorrideva per la frase e pel modo con cui era stata pronunciata, Ettore soggiunse:
—Tu puoi ben ridere…. Non sei felice? Non hai trovata la donna unica per bellezza, per amore, per onestà? Non v'accordate nelle cose più insignificanti?—
Ripetè, guardandomi fisso:
—Non sei felice?
—Senza dubbio,—risposi.
E notai che mentre formulavo tale affermativa, Ettore, ancora in piedi, s'inclinò leggiermente dal mio lato, come per meglio afferrare il tono di sincerità con cui accompagnavo le parole. Poi si ritrasse, occupando nuovamente il suo posto innanzi alla scrivania, in modo che la luce diurna solcò di tratti argentei i capelli bianchi e lunghi dell'uomo.
—La signora Clara?—domandai, un po' impacciato dal silenzio che ci minacciava.
—Sta bene.—
Io m'alzai in piedi, congedandomi. Sentivo, all'improvviso, una ferita viva nel cuore per le teorie d'Ettore e per quella freddezza che senza causa s'era d'un tratto infiltrata nella nostra conversazione; mi scoprivo irritato contro il Caccianimico, il quale professava le sue idee senz'alcun riguardo per me, che avevo moglie; e mi dimenticavo che poco tempo addietro, mi ero invece irritato contro quelli i quali non avevano osato professare le loro idee, appunto per tal riguardo. Ettore m'accompagnò fino alla soglia di casa; mi vi trattenne un istante in discorsi senza importanza; poi, scesi le scale, malcontento di me e di lui.
Le giornate di marzo avevano una serenità fredda e tragica. Il cielo azzurro non era tuttavia lieto e doveva riuscire terribilmente feroce, a quanti soffrivano; di tanto in tanto, dei periodi di vento furioso facevano discendere la temperatura, portavano ancora dei brividi, e disordinavano le abitudini di chi aveva già salutata quella primavera fallace.
Appunto in uno dei giorni in cui più forti soffrivo la molestia della stagione e la paura del mio ozio,—mi rammentai d'un tratto che Laura Uglio abitava sul corso Alessandro Manzoni, e una viva curiosità mi spinse da lei.
Io non imaginavo come la donna avesse spiegato a Giorgio, suo marito, l'indifferenza sorta fra lei e Lidia; non imaginavo che cosa ella medesima pensasse di me; e per saper tutto questo, salii le scale della sua casa, premetti il bottone elettrico, e mi trovai nell'anticamera di Laura prima ancor di considerare quale accoglienza mi aspettasse.
Laura riceveva, mi disse la cameriera, prendendomi il soprabito e il cappello. E spalancò la porta a vetri che dava passaggio nella sala ampia, soleggiata…. Un calore insopportabile mi afferrò sùbito alla gola; era acceso il caminetto, e così carico di legna scoppiettanti, come a pena era logico nel più immite gennaio…
Innanzi al caminetto stava Laura Uglio, ravvolta nella pelliccia. Ella volse il capo al mio entrare, mi fissò un istante, dubbiosa; poi fece una esclamazione di gioia, s'alzò, e mi corse incontro, lasciando che la pelliccia le cadesse dalle spalle e s'arrestasse sui fianchi.
Era uno straordinario inganno del momento? un'illusione prodotta dal luogo?… Io non trovava più sul suo viso quell'espressione cinica, dura, spudorata, volubile, che m'aveva ferito a Pallanza; i suoi occhi non avevano sguardi equivoci, il suo sorriso non era rapido, facile a mutarsi in sogghigno. Si sarebbe quasi detto che una rigenerazione fosse avvenuta nella donna e si trasfondesse in ogni linea del viso, pallido ora, bene rischiarato da occhi tristi e grandi. Il vago sentimento d'implorazione, che notavo in tutta la fisonomia di Laura, era disceso alle labbra e le aveva come addolcite agli angoli, creando nella bianchezza del volto una curva rossa e deliziosa di vita.
La massa di capelli bruni, ravvolta a diadema intorno alla fronte di Laura, attirò ancora la mia attenzione, quasi fatto d'una gravità nuova e pericolosa; avevano un colore sì schiettamente cupo, quei capelli, che ne soffersi, come pel caldo esagerato della sala.
Tutto il colloquio sembrò prender l'intonazione da quell'effetto inaspettato della bellezza di Laura. Ricordo ch'ella fu singolarmente carezzevole, rimproverandomi la mia freddezza e quasi il disprezzo ostentato altra volta; ch'ella mi domandò se non fosse divenuta brutta, perchè era malata, e lo domandò con ansia in cui palpitava tutta la sua apprensione di donna elegante; che io, per rassicurarla, quasi mi lasciai sfuggire di bocca delle parole passionate, veementi; e che avvedutomi del pericolo, troncai bruscamente la visita.
Poi, ebbi per l'intero giorno la sensazione della sua mano calda fra le mie. Ero rimasto troppo vicino a Laura, guardandola con intensità, nei momenti in cui non fissava gli occhi ne' miei; ora, quei capelli bruni, quel viso pallido, quel corpo aggraziato, senza busto,—mi spingevano a un atroce confronto con Lidia, non meno bella, più giovane; ma bionda, fiorente di salute, fredda nell'animo, e mia.
Non trovavo agio in casa; l'angolo del salotto di Laura, nel quale ella ed io eravamo rimasti a chiacchierare, mi pareva assai più desiderabile che non l'intero mio appartamento.
Laura era malata; indubbiamente, poichè era sopravvenuta in lei quella mutazione, così dolce…. Chi le era vicino?… Chi la confortava?… Non aveva osato pregarmi di sacrificarle qualche ora; ella si ricordava le scortesie di Pallanza, il ridicolo desiderio di sfuggirla, mentre, infine, io l'aveva perduta pel primo, ed ella aveva ben diritto a un posto nell'archivio del cuore….
Non avrei voluto essere vanitoso; ma, riandando gli atti e le parole di Laura, mi convinsi ch'ella mi amava tuttavia e ciò mi trasse alle labbra il più trionfale dei sorrisi….
Mentre io pensavo a questo, Lidia sul divano, sbadigliava, cercando di farmi capire ch'era sofferente, molto sofferente, molto stanca, e che la sua alcova sarebbe rimasta inaccessibile anche quella notte….
SECONDA PARTE.
XII.
Noi eravamo in tre; così disposti: Lidia e Gian Luigi Sideri innanzi al tavolino verde; io seduto più basso, guardando il loro giuoco, e le carte che passavano e ripassavan sulla tavola, e le mani che si sfioravano, diverse di bianchezza sotto la luce delle due lampade a lungo stelo.
Gian Luigi vinceva da un quarto d'ora e i gettoni di Lidia restavano inoperosi: il vincitore tentava sorridere come per iscusarsi, ma Lidia, cogli occhi sulle carte, la testa un po' chinata in avanti, non lo vedeva; era una pessima giocatrice, Lidia; non aveva sangue freddo, non sapeva mascherare la sua emozione, che si tradiva in graziose smorfie del viso. Non volgeva mai lo sguardo verso di me, sentendo il mio su di lei, un po' ironico; non parlava, appena la fortuna le volgeva le spalle, riprendendo invece, al primo colpo riuscito, un chiacchierio civettuolo, che non so come non confondesse Gian Luigi.
Questi era freddo ed elegante nelle sue mosse, come al Circolo, innanzi a una somma vistosa. Le piccole mani senz'anelli davan le carte lentamente; non si lasciava sopraffar dal pensiero di giuocare con una giovane signora; esercitava tutt'i suoi diritti, e negava spesso a Lidia il favore di cambiar le carte, avanzando la testa e dicendo:
—Prego,—con un sorriso dolce e irritante. Lidia, poi lo contraccambiava di pari moneta, e s'egli concedeva, mutava carte due o tre volte, dicendo:
—Propongo,—con voce fredda e squillante, quasi enunciasse una grave necessità.
Il giuoco durava fin dopo mezzanotte, ed era Gian Luigi che lo troncava; Lidia avrebbe giuocato fino al mattino, senza dar segno di noja, senza frapporre un respiro fra l'una partita e l'altra; generalmente vinceva, e allo stupore di Gian Luigi per quella fortuna ostinata, ella s'abbandonava sulla spalliera della sedia, ridendo, e confortandolo con parole sarcastiche. Poi, quando Gian Luigi riprendeva, Lidia marcando due gettoni annunciava:
—À vol,
e dava in un nuovo scoppio di risa; al Gian Luigi intontito.
Ma quella sera in cui ci trovavamo soli noi tre, le buone carte parevano accorrere fra le mani di Gian Luigi, troppo generoso per ridere della disdetta di Lidia, quantunque ne avesse quasi il diritto.
A una partita più avversa delle altre, Lidia, che non aveva fatto un punto, mi si rivolse:
—Vuoi mutar posto, Sergio? Credo che tu influisca male sul mio giuoco….—
Gian Luigi ebbe un moto di stupore. Io m'alzai, dicendo:
—Sei una giuocatrice perfetta; non ti mancava che la superstizione.—
Ella diede le carte, mentre io mi sedeva a fianco di Gian Luigi.
—Marco il re,—dichiarò la donna trionfalmente.
Diede un piccolo colpo alla sottana, come per disporsi meglio ad accogliere la fortuna che ritornava, e in breve giro di carte vinse la partita. Gian Luigi volse il capo sorridendo verso di me.
—Vedi se non influivi sul mio giuoco?—osservò Lidia, con voce carezzevole.—Ora influisci sul signor Sideri.—
Certo, Gian Luigi non sapeva di concorrere indirettamente a una pace coniugale. Io aveva deciso quella sera di riavvicinarmi a Lidia; vagliando bene le cause della nostra freddezza, le trovavo così ridevolmente futili da non meritare la discussione; una sola preghiera da parte mia sarebbe forse bastata a riconquistare Lidia e a infondere nuovo sangue vitale nell'amore intiepidito…. Avevo bisogno anche di dimenticar la scossa prodottami dalla visita a Laura; una scossa duratura, perchè non s'era fermata ai sensi, ma giungeva a toccarmi nel sentimento e a suscitar ricordi assai temibili….
Se Gian Luigi vinceva, io era ben sicuro che Lidia sarebbe divenuta intrattabile e qualunque tentativo di riconciliazione avrebbe naufragato. Era così suscettibile la donna, da considerare una sconfitta al giuoco come un'umiliazione. Io seguiva per questo le vicende delle carte con un interesse affatto insospettato da Gian Luigi, il quale pareva già pronto a vedersi battuto su tutta la linea come sempre e probabilmente desiderava ch'io mutassi posto di nuovo e tornassi a zerare la vena di Lidia.
Il sopraggiungere d'Angela Tintaro interruppe il giuoco per un istante; Gian Luigi si levò, e nel mentre Lidia parlava colla Tintaro, egli mi condusse innanzi alla finestra, dicendomi con inflessione maliziosa:
—Una buona notizia, dunque. Un ritorno all'antico!—
Le sue parole rispondevan così bene al mio pensiero costante di quella serata, ch'io credetti stranamente Gian Luigi avesse indovinato il desiderio di riconciliarmi con Lidia. Egli soggiunse tosto:
—Laura Uglio m'ha detto della tua visita di ieri. Mi congratulo. Era ben giusto che tu ti mostrassi indulgente con quella buona signora!—
Il punto interrogativo ch'esisteva fra me e Gian Luigi a proposito di Laura, fiammeggiò d'improvviso nella mia mente. Se sapevo afferrar l'occasione, potevo strappare al Sideri una parola che mi rischiarasse….
—Una visita innocente,—mormorai.
—Senza dubbio,—rispose Gian Luigi.—Non si può mica principiare colle visite pericolose….
—Una visita che non ti deve ingelosire,—ripetei.
—Ingelosire!…—esclamò l'amico, alzando la voce senz'avvedersene.—Posso essere geloso di Laura? Ma se siamo come le parallele? prolungati all'infinito, non ci toccheremo mai!
—Sei un gentiluomo!—conclusi malignamente, battendogli sulla spalla.
Gian Luigi stava per rispondere, quando Lidia lo chiamò.
—Al posto!—ella diceva.—Prima che la vena mi manchi.—
Angela Tintaro s'era seduta presso Lidia, così vicina a una delle lampade, che la luce gialla veniva a inondarle il viso e a tradirne sottilissime rughe. Doveva toccar la quarantina, Angela Tintaro, quantunque l'impressione generale del suo corpo sinuoso e del volto bruno, incorniciato da capelli castagni a riccioli, potesse ingannare d'assai a vantaggio della donna. Spiaceva in lei, tuttavia, la rigidità dei lineamenti, che parevano scolpiti nel marmo, e di profilo eran durissimi, senza curve blande; la sua caricatura sarebbe stata la testa d'una bruna pecora ricciuta. Non ho mai potuto giudicare s'ella fosse elegante; certi particolari de' suoi abbigliamenti m'avrebbero deciso per affermarlo; ma nel complesso non trovavo quella spontaneità di gusto e quell'istinto della semplicità, ch'erano invece una fortissima attrattiva in Lidia, per esempio, e in Laura.
—Come giuochi bene!—esclamò ella d'un tratto, accarezzando Lidia con uno sguardo….
L'intimità di quel tono mi ferì e lanciai un'occhiata a Lidia.
—Ah, tu non sapevi,—disse questa,—che noi ci diamo del tu. Sì, l'ha voluto l'Angela….
—È ben naturale,—risposi ipocritamente.
Non era naturale affatto; anzi, per me era disgustoso, perchè Angela Tintaro personificava la prima concessione al rispetto umano, la prima debolezza nell'ammettere in casa mia una donna dei cui disordini ero persuasissimo; e poichè questa concessione l'avevo fatta senz'alcun vantaggio,—a differenza della visita a Laura,—senz'alcuna soddisfazione egoistica, mi sentivo così sfiduciato sulla fermezza de' miei intendimenti da odiare Angela, che quella sfiducia mi rammentava e mi rappresentava ad ogni momento.
La vena di Lidia persisteva, e la donna era tutta gioiosa, chinandosi verso Angela a mostrar le carte propizie, non conosciute da lei, ma salutate con un sorriso di stima.
Verso mezzanotte, la vittoria di Lidia era compiuta e il suo umore serenissimo; Gian Luigi rimetteva a posto i due mazzi di carte, ed Angela Tintaro diceva:
—Sei così fortunata all'écarté che non puoi aver fortuna in amore!—
Mi fissò gli occhi in faccia, mormorando quelle parole; ma Lidia ed io avemmo un sorriso concorde e misterioso, che parve ad Angela una terribile mentita alla sua insinuazione.
Un servo sopravvenne per riaccompagnare Angela a casa; congedandosi, ella baciò Lidia sulle labbra socchiudendo gli occhi, e una sottilissima espressione di ribrezzo passò sul viso di Lidia, che si tolse all'abbraccio con un movimento brusco. Gian Luigi seguì Angela a distanza di qualche minuto; e noi ci trovammo soli, per un istante silenziosi, Lidia in piedi avanti alla finestra, dove Gian Luigi aveva sciaguratamente evocata l'imagine di Laura.
—Dodici e mezzo!—esclamò Lidia con un'occhiata alla pendola.—È tardi!—
Rimasi muto, aspettando ch'ella aggiungesse:—«Sono stanca; mi sento male; ho una terribile sfinitezza; l'anemia…. la malaria….»—Ella proseguì invece:
—Come mai non ho sonno?
—Vuoi uscire a passeggio?—dimandai.—È una notte splendida.
—Che idea! Come due amanti?… No: preferisco andare a letto. Il sonno verrà.—
Ma aveva nella voce un tono giocondo, d'eccellente significato.
—Buona notte, dunque,—finì Lidia, avvicinandosi.
—Troppo presto,—risposi, senza prendere la mano ch'ella mi stendeva.
Lidia avanzò la testa curiosamente per capir l'intenzione delle parole e scorgendomi impassibile, colle braccia incrociate sul petto, diede in una risata argentina…
—Che cosa vuol dire?…—domandò.
Poi, senz'aspettar la risposta, premette il bottone elettrico a fianco della porta, e vi tenne l'indice finchè non comparve Geltrude col lume.
—Arrivederci,—concluse Lidia, incamminandosi.
E l'eccellente significato delle parole non era minore del tono eccellente con cui le usciron di bocca.
Due cose tosto mi colpirono quand'io raggiunsi nella sua camera Lidia, ch'era già coricata: la poltroncina dov'io mi sedeva, ricollocata da Geltrude presso il letto, certo per ordine di Lidia; e l'acconciatura de' suoi capelli. Abitualmente, ella li portava disciolti e trattenuti appena da un nastro a metà; ciò cresceva fede alle sue costanti emicranie e compiva la muta preghiera di riposo…. Ora, al contrario, ella se li era fatti annodare in due grosse trecce attorno alla testa; il qual vezzo aveva la singolar potenza di ricordarmi Lidia fanciulla, quando la vedevo in casa sua e tutto non aveva avuto ancor principio.
Ma la nota curiosa di quest'apparato si era ch'esso non aveva scopo alcuno, non era un invito, non derivava da intuizione del mio desiderio di pace; Lidia m'aveva preparato il posto vicino a lei e s'era acconciata la testa, così per capriccio…. Chinatomi a baciarla, sentii che mi sfuggiva e le sue labbra restavano immote, come le braccia, stese lungo i fianchi….
Mi sedetti nella poltroncina, e dissi:
—Noi siamo incamminati sopra una pessima strada.—
Lidia quella notte aveva un'assoluta necessità di ridere; non meno irritante necessità che quella di piangere, e tutt'e due sentite da Lidia quando appunto non convenivan nè l'una, nè l'altra. Onde, non era ancor finita la mia frase, che la donna principiò il suo ilare gorgheggio.
—Ma senza dubbio,—proseguii.—Sopra una pessima strada, perchè noi viviamo di dispettucci e ci addestriamo alla guerriglia più ridicola…. Infine, a che scopo ci siamo uniti?—
Vidi con terrore Lidia alzar le spalle e atteggiare il viso come dicesse:—«Chi lo sa?»—quindi prorompere non più in una risala allegra, ma in un piccolo ghigno sarcastico, il quale giovò a darle una magnifica espressione di scetticismo artificiale.
—Non certo,—continuai,—per tenerci il broncio e per sbadigliare….
—Neanche quando si ha sonno?—ella domandò improvvisamente.—Perchè io ho molto sonno, ora.
—Tu non capisci dunque nulla?—esclamai irritato.—Non capisci che io ti voglio bene e che se ho dei torti, sono pronto a chiedertene scusa….
—Sì, perchè io ti chieda scusa de' miei? Soltanto, le tue scuse hanno un interesse, e le mie dovranno essere accompagnate dalle…. dalle prove del mio pentimento… Voi altri uomini non intendete nulla, senza…. una conclusione…»
—Mio Dio,—mormorai,—se di queste conclusioni è formato il matrimonio, ne sono io responsabile?—
Allora, la risata allegra di Lidia scoppiò; ella sembrava più felice d'aver fatto un piccolo discorso a sottintesi, che esilarata dalla mia risposta del medesimo genere. M'accorgevo con piacere come la sua infantilità persistesse tuttavia; evidentemente, ella aveva avuti capricci e graziose crudeltà, pel gusto di far da donnina, per giuocare alla signora, come a dodici anni…
—Del resto, io rinuncerò a infastidirti più oltre,—aggiunsi, facendo l'atto di levarmi dalla poltrona.
—No,—ella rispose, trattenendomi.—Se hai qualche cosa da dirmi ancora….—
La fissai negli occhi con tale insistenza, ch'ella arrossì, e rispose a bassa voce:
—Va bene. E poi?
—Senti. Il matrimonio non è la più felice delle istituzioni; tu te ne sei accorta; ma noi possiamo correggerne i difetti e ripararne le lacune….
—Ah, se fosse vero!—esclamò Lidia in uno slancio di sincerità, che non mi piacque soverchiamente.—Ma in che modo, in che modo?
—Dimenticando di essere sposati…. vivendo come amanti, pensando che uno di noi due potrebbe benissimo stancarsi dell'altro….
—Aspetta,—fece Lidia stendendo la mano, e chiudendo gli occhi.—No; non cambia nulla….
—Come, non cambia nulla?—esclamai.—Ma se è tutto diverso….
—Per giudicarne,—rispose Lidia ad occhi aperti,—bisognerebbe sapere che cos'è un amante…. Infine,—continuò colla sua voce beffarda,—tu mi tieni dei discorsi immorali, ed io ho sonno….—
Il congedo così improvviso mi fece veramente male. Allontanai la poltrona, levandomi, e rimasto colle braccia appoggiate al piano del letto, sopra Lidia, dissi con lentezza:
—Tu ti dimentichi che noi siamo legati per tutta la vita.—
L'effetto di quelle parole fu straordinario nella donna: ella mi gettò le braccia al collo, mi attirò sul petto, e baciandomi con emozione, ripetè:
—Per tutta la vita! Lo so bene, e ne ho paura.—
Credetti capire, ch'ella ridonandosi alfine, godesse non già d'una voluttà materiale, ma del piacere amarissimo di sentirsi schiava e privata d'ogni volontà; e che la sua anima femminile soffrisse al punto da comunicare al corpo spasimi e sussulti, i quali la rendevan più sensibile di qualunque donna io abbia mai conosciuta…. Onde, non ebbi la forza di rinunciare a quel possesso, che mi feriva tanto, ed era pur così nuovo nel sentimento e così ricordevole nelle sensazioni.
Qualche cosa d'inesplicabile giaceva in fondo a simile risurrezione d'amore. Io ne ritrassi una lunga eco di turbamenti, come fossi uscito dalle braccia di Lidia insanguinato; e il pensiero grottesco non cessava di dominarmi; invece d'aver riavuta mia moglie, mi pareva d'aver fatto male, d'aver chiusi gli occhi allo spettacolo della sua sommissione, d'avere esercitato brutalmente un diritto stupido e vile…. Perchè, se Lidia non avesse vibrato di dolor morale, certo non avrebbe palpitato di piacere fisico; se l'angoscia di sentirsi schiava non avesse reso quel corpo biondo più tremante d'un'asta d'acciaio, io avrei trovato quel corpo immobile, freddo, prostituito dalla necessità della pace nel focolare domestico…. Era chiaro che, non appena la malvagità della conquista fosse cessata in me, sarei rimasto disgustato dalla mia insistenza….
Una specie di febbre s'era comunicata improvvisamente a noi…. La suscettibilità estrema di Lidia si vedeva presa, dominata, dilaniata ogni notte, e quando ponevo piede nella camera, leggevo sul viso della donna un'ansia, che doveva tramutarsi in tortura; ella temeva ch'io la volessi, e lo desiderava nel medesimo tempo, per quell'eccitazione che si propagava sùbito in lei e sembrava più forte d'un piacere…. Aveva insieme odio ed amore per quelle notti; odio ed amore per la sua debolezza e per la mia prepotenza tranquilla, celata sotto la maschera del non supporre nemmeno quanto avveniva in lei…. Mi sentivo così dominatore di quella volontà sbigottita, che qualche volta domandavo a bella posta:
—Vuoi che rimanga?
E Lidia rispondeva:
—Sì, mio signore e padrone!—con un accento, con un sorriso, con un passaggio d'ombra e di luce, i quali erano straziantemente irreproducibili.
Di giorno, Lidia ridiventava un po' sarcastica; non so, ma credo che ripensando alla propria angoscia, ella facesse ogni mattino questa promessa a sè medesima:
—Stanotte, mi rifiuto!—
E la notte, desiderata da ambedue con sì diversi intendimenti, si ripeteva eguale alle altre….
Rimaneva per me difficile lo stabilire come Lidia fosse stata veemente di passione, voluttuosa, pronta al piacere, sui primi tempi del nostro matrimonio, quando ora m'avvedevo ch'ella non era fatta per l'amore più che non fosse una statua…. Senza dubbio, il prorompere della giovanezza, la gratitudine per averla tolta a una casa dove tutto era imbecille, la sensibilità morale meglio che la fisica, me l'avevano gettata fra le braccia con tanto impeto da farmi scambiar Lidia per la più amabilmente sensuale delle donne…. L'abitudine era sopraggiunta, e Lidia aveva ripresa la sua indole, peggiorandola.
Noi giuocavamo a un bruttissimo giuoco: finito il quale, io avrei trovata in Lidia assai maggiore obbedienza, poichè l'avevo persuasa d'una volontà più forte della sua, ma un'obbedienza costretta, non discompagnata da un intimo rancore, che poteva avviarsi a mille diverse e perniciosissime soluzioni. Quanto a me, esaurivo l'ultima curiosità fisica, mi familiarizzavo con quelle rosee carni, mi stancavo anche una volta di quei capelli biondi, e mi mettevo nella condizione di giustificare in Lidia una rivolta.
Occupato da quel presente e da quell'avvenire, non m'ero accorto che dal circolo dei corteggiatori s'avanzava verso Lidia colui che, in fondo, avevo sempre atteso, ma quando il circolo tutto si teneva ancora a rispettosa distanza….
Il bruttissimo giuoco al quale giocavamo Lidia ed io, finì in quel punto in cui ne cominciava un altro peggiore….
XIII.
L'irritazione che m'aveva preso al rinascer della primavera, s'era infiltrata nello spirito e nel corpo come un letargo triste e pesante, dovuto al sole, al tepore inusato, alla folla che usciva per le strade a sorbir l'aria mite.
Io vedeva ripetersi in Lidia l'identico processo d'inerzia, facendola debole e apatica.
S'alzava presto la mattina perchè il letto le diveniva intollerabile, e sonnecchiava distesa sul divano, parlando a monosillabi; o ingannata dall'aspetto fallace del giorno, voleva uscire a passeggio e ne ritornava colle membra rotte, pensando forse che la nostra vita senz'angustie finanziarie, senza obblighi eguali, senza occupazioni grevi, era infinitamente più odiosa di quella che conducevan le famigliuole incontrate per via, beate del sole, gaudenti di poche ore libere.
Non ricamava più; leggeva spesso i libri inviatile da Ettore Caccianimico, ma saltandone molte pagine per seguire il nudo fatto raccontatovi, come un viaggiatore che fra l'erba folta cerchi il sentiero diritto e meno faticoso, poco importandogli d'osservare il verde circostante.
Le finestre spalancate l'infastidivano; per di là entravan la luce, i romori, l'accidia fino al dopopranzo, non confortato dai lumi se non tardi, e segnato invece da odiosi tramonti, schiacciati sui muri a illividirli e a renderli più volgari.
Avevo lasciati i signori Folengo da un istante, e uscendo da quella casa, pensavo come nessuna stagione avesse la potenza di mutarvi l'umore e le abitudini. Donna Teresa era inalterabile, agucchiando d'inverno e d'autunno, e in villa d'estate e di primavera; Pietro amava i suoi registri e vi spendeva attorno la vita, quando nevicava e quando v'era il sole di luglio.
Essi non soffrivano alcuna esterna influenza più che gli animali imbalsamati del loro salotto; il matrimonio aveva finito per cementar le due indifferenze, costituendone un solito ordine di vita; ma con molto rammarico cercavo invano nel mio spirito un'ammirazione per quegli eccellenti campioni della monogamia.
Mi rasentavan sul marciapiede le signore eleganti; qualcuna accompagnata dallo sposo, sorridendogli compostamente e sbirciando se l'equilibrio del suo sorriso fosse notato all'intorno; delle vecchie signore colle figlie, così identiche alla madre sebben giovani, che un amatore del genere poteva, sposando la figlia, già farsi un quadro di quel che sarebbe diventata fra trent'anni; e tipi esotici, come inglesi dal passo chilometrico, seguìti da qualche orribile cane, dilettissimo al padrone.
C'eran più donne che uomini, a zonzo. (V'è mai stato un giorno dell'anno in cui una signora non trovi la necessità d'uscire a guardare le vetrine, e a furia di guardarle, non finisca per entrar nel negozio a far delle spese inutili?) Mi ricordavo che già mia madre m'aveva raccontato come a' suoi tempi le donne, le fanciulle specialmente, restassero tappate in casa tutta la settimana e non si permettessero passeggiate se non alla domenica, a fianco del marito o del padre; ma con quella cognizione del domestico focolare che avevo ultimamente acquisita, dubitavo qual moglie fosse più sopportabile: se l'antica, sempre innanzi al cuscinetto da lavoro, o la moderna, sempre innanzi ai magazzini di mode….
Là dove la gente era fitta, sul corso Manzoni pel quale m'avviavo, era un'allegria di colori vivaci, che, man mano avvicinandosi, prendevan forma d'abiti chiassosi e di cappellini insolenti, più notevoli delle signore che li portavano….
A un tratto, da un gruppo d'incognite, vidi uno di questi abiti, uno di questi cappellini, farmisi incontro lentamente; e dentro l'abito e sotto il cappellaio riconobbi Laura Uglio, senza dubbio incamminata essa pure a una passeggiata inutile ma dispendiosa.
—Andavo dai vostri suoceri,—ella disse, mentre rispondeva al mio saluto.
—Io ne vengo ora; stanno benissimo, e non sentono la primavera….
—Allora risparmio la visita. Mi accompagnate fino ai giardini?—
Nell'atto in cui s'incamminava, l'osservai con attenzione, mettendomele a fianco.
L'insolita espressione d'umiltà era cresciuta in Laura, fino a diventar dolorosa; in quel volto bianco non vedevo che le occhiaie, assolutamente livide, incavate; occhiaie prodotte da sofferenze indicibili, continue, roditrici. Quand'ella si mosse, potei rilevare che Laura procedeva curva, ma così insensibilmente da non esser notato se non da chi sapeva tutta l'elastica sveltezza di quell'andatura, tutta l'abituale superbia di quel portamento….
—Più adagio,—ella disse con un fievole sorriso.—Non posso affrettarmi io.
—Perdonate,—risposi, rallentando il passo.—Non siete guarita?
—Colle vostre cure assidue?—mormorò Laura in tono di corruccio.—Non sono guarita; faccio la disperazione del mio medico.—
Tornai a guardarla, preso da un senso di paura. Laura decadeva con rapidità; nelle due settimane scorse dalla mia visita, aveva dato un terribile tracollo, anche meglio accentuato dall'abito nero ch'ella portava.
—Sono brutta, non è vero?—domandò. E senza lasciarmi il tempo di rispondere, aggiunse:—Ho da dirti una cosa. Giorgio pare geloso di te; s'è messo a fare il geloso, dacchè sono malata, per rendermi più allegra l'esistenza. Quando sei venuto a trovarmi ultimamente, egli t'ha visto mentre uscivi e lui tornava dal suo ufficio; mi ha fatta una scenata; ha detto che non dovevo riceverti, dopo le scortesie di Pallanza…. Non aveva torto, in fondo, ma io ho capito che tu gli dài ombra….—
Il passaggio repentino dal voi al tu mi spiacque; la notizia m'indispettì….
—Io lo imaginava,—risposi.—Ecco perchè non son venuto oltre da voi….
—Eppure, poichè sono sempre sola, bisognerà che tu venga a trovarmi, almeno quando c'è Giorgio….
—Brava!—esclamai ridendo.—È affatto impossibile. Io parto a giorni….
—Per dove?—chiese Laura, con tale accento d'apprensione, che l'idea d'essere amato da lei soverchiò l'angoscia di vederla sofferente e mi richiamò un fugace sorriso di trionfo.
—Per dove, non so. Me l'hanno rammentato or ora i miei suoceri: colla primavera si doveva riprendere il viaggio in Italia….
—Il viaggio? Quale viaggio?
—Il viaggio di nozze,—mormorai a denti stretti.
Eravamo giunti all'entrata dei giardini. Passammo i cancelli senz'aggiungere parola, io guardando la gente, Laura a testa bassa.
—C'è la musica laggiù,—diss'ella accennando una folla immobile di persone.
Piegammo verso sinistra, dov'era il piccolo lago, per un viale disadorno e povero di piante. Sùbito, un'aria più dolce sembrò spirare beneficamente.
Laura sedette sopra una banchina a ridosso d'un gruppo di tufo e segnò per terra delle orribili teste colla punta dell'ombrellino. Io restai in piedi, innanzi a lei, appoggiandomi col bastone al tronco d'una pianta.
—Allora, questa è l'ultima volta che ci vediamo?—domandò Laura sollevando il capo all'improvvisa.
Ormai, ero certo. Laura mi riamava, per una di quelle recrudescenze di passione, che afferrano talvolta anche le anime stanche: me lo dicevano la sua voce non sicura, i suoi occhi, nei quali, s'io avessi continuato a indagare, avrei scorte delle lagrime rattenute.
La vanità del maschio, assai più adescabile della vanità femminile, ebbe un giocondo sobbalzo nel mio animo.
—Ci rivedremo al ritorno,—dissi.
—Oh…. al ritorno!—esclamò Laura tristemente.—Chi sa?…
Colla punta dell'ombrellino cancellò sulla sabbia le teste orribili disponendosi a tracciarne delle peggio; ma aveva appena preparato lo spazio, che richiese le ore.
—Sono le tre!—risposi, guardando l'orologio.
—Ho un appuntamento alle tre e mezzo colla sarta,—ella fece, alzandosi con qualche fatica.—Vuoi riaccompagnarmi?—
Notai di nuovo l'andatura incerta e greve della donna; osservandola bene, io la vedevo adesso veramente curva, e il sentimento d'angoscia mi riprese, fugò qualunque altro pensiero.
Presso l'uscita dei giardini, mormorò:
—Te beato, che dopo un anno puoi ancora intraprendere un viaggio di nozze!—
Con quale sarcastica inflessione avrebbe ella pronunciate quelle parole, pochi mesi addietro! Ora, non vi trovai che il desiderio spossato.
S'apriva il giorno lentamente a una serenità profonda, col disciogliersi delle nuvole bianche, scoprenti all'occhio nuovi azzurri infiniti ed eguali; di là veniva il sole tepido che c'intorpidiva, quasi svegliati da una notte amorosa fra caldissime piume.
Quando fummo presso una carrozza chiusa, domandai a Laura:
—Volete dirmi l'indirizzo?
—Piazza del duomo,—ella rispose, mentre saliva nella vettura.—Poi, indicherò io….—
M'inchinai salutando.
Un collegio di fanciulle, numerosissimo, mi passava accanto in lunga colonna; quante si preparavan là dentro al martirio della vita? quante avrebbe perdute l'amore e sciupate il matrimonio?
Avevano illanguidita la loro tinta nell'ombra delle camerate; sotto abiti senza linea avevano contraffatta la loro freschezza; ma dovevano da quel periodo severo e umile sbucar nella vita, svelare le loro facoltà, edificare o distruggere una famiglia. In questo senso, la lunga colonna di fanciulle m'appariva assai interessante; da un'altra simile colonna femminile, s'eran tolte Laura e Lidia, con sì diverse idee, con sì diversi intendimenti…. E chi poteva assicurare che i primi passi dell'una e dell'altra non avessero avuto un oscuro impulso da memorie di collegio, da circostanze di fatto, dalla vicinanza d'una compagna o dall'intimità d'una maestra?
Lidie e Laure si preparavano in silenzio, ripetendo per un'ennesima volta il processo psicologico di altre, e di altre e di altre, infinite.
Io poteva ben comprendere o almeno intuire il divario fra quelle due anime di donna, stretto com'era da qualche tempo fra la prima e la seconda, sovrapponendo o cancellando le impressioni dell'una colle impressioni dell'altra.
Un quarto d'ora dopo lasciata Laura, ero a casa, dominato dal brusco urto, che la presenza di Lidia mi produceva. S'era mutata, in quella breve mia assenza, colla rapidità con cui mutava d'abiti.
La piccola ombra d'umiliazione che le offuscava il viso nel mattino e l'accidia che ne spossava il corpo, lasciavano il posto a un aspetto calmo, consolato, sano fisicamente e moralmente, come dopo una confidenza in cui il cuore avesse rotte per un istante le dighe della rassegnazione e liberando il dolore, l'avesse diminuito di profondità.
Fenomeno già notato in Lidia, di quei giorni; perciò pericoloso; che cosa confidava ella, e a chi si confidava?
Non v'era presso di lei, quand'io vi giunsi, che Ettore Caccianimico, del quale tutto si poteva sospettare, fuorchè d'esser capace di consolare alcuno.
—Sei stato a passeggio?—domandò Lidia, seduta davanti al tavolino da lavoro presso la finestra.
—Sono stato da tua madre e poi ai Giardini,—risposi.—Donna Teresa mi ha rammentato un vecchio debito; quel viaggio interrotto, o meglio non intrapreso, per l'Italia, e rimandato alla migliore stagione….
—Ah, è vero!—disse Lidia, con voce che pareva uno sbadiglio.
Al fenomeno psicologico s'univa d'un tratto un fenomeno fisico, non meno degno di nota.
Lidia ingrassava; l'abito chiaro di quel giorno svelava il fatto assai meglio di quel che non potesse la mia continua esperienza. Sì, m'era parso di non abbracciar più le forme sottili ed esatte, tanto amate in Lidia fanciulla; m'era parso che il suo seno fiorisse, che i suoi fianchi s'espandessero lievemente, che la gola avesse un'insolita rotondità; lento trapasso da una Psiche a una Giunone…. Ma, alla luce sfacciata del sole, questa mutazione si rivelava d'un colpo, non lasciandomi più dubbio; forse il confronto istintivo fra Lidia e Laura, debole, divorata dal male,—cooperava a rendere più perspicuo lo sboccio formoso della prima….
Perchè era così sana e lieta di giovanezza Lidia quando Laura moriva?
Uscii bruscamente dal salotto, lasciandovi mia moglie e il Caccianimico, nella ridicola speranza che un'altra camera, un'altra luce, potessero calmarmi.
Passai dalla stanza da letto; il letto di Lidia, bianco e vuoto, con un raggio di sole che cadeva diritto sui guanciali, mi lievitò in mente un substrato di amare riflessioni; passai dalla sala, ove rividi quelle signore brune, le quali mi compiacevo a desiderare, fra il convenzionale chiacchierio dei mariti; passai dal tinello, ch'era già stato testimonio di paci e di guerre, di pranzi muti o afflitti dalla retorica di Pietro e di donna Teresa; la mia camera mi rammentò quella prima notte in cui aspettavo l'ora di presentarmi a Lidia, mia ancora soltanto per un apparato di formole; e lo studio, ove m'ero arrestato, strideva di sogni artistici svaniti, di buoni propositi più deboli delle abitudini, di rinuncia al lavoro per l'inutile speranza della felicità nella famiglia.
Tutto l'appartamento aveva uno strano sapore di gioie irrancidite.
Ritornai nel salotto. Ettore Caccianimico s'era posto di faccia a Lidia; s'egli avesse inclinata avanti la sedia, le sue ginocchia avrebbero toccate quelle della donna. Diceva: