—Si potrebbe appunto far così. Ella avrebbe la compagnia di mia moglie, quella de' suoi parenti….—
Fece una pausa, e rivoltosi a me, soggiunse quasi spiegando:
—Proponevo alla tua signora di fare un breve soggiorno con sua madre, prima di lasciarci. Il tempo è bello e a Pallanza ci dev'essere già molta gente.
—Non ho nulla in contrario,—risposi,—quando ciò piaccia a Lidia.
Tu, vieni pure laggiù?
—Sì, a Pallanza, con Clara….—disse Ettore, nominando sua moglie per la seconda volta, cosa affatto insolita e curiosa.
Allora, fra Lidia ed Ettore si studiarono i vantaggi d'un soggiorno sul lago; c'era la compagnia piacevole, la vita calma e tuttavia allegra, il buon clima.
M'ero disteso in una larga poltrona, con un libro fra le mani, assolutamente deciso a non prender parte alla conversazione; Lidia volgeva il capo di tanto in tanto dal mio lato, con quell'espressione di riposo, che mi dava qualche sospetto.
Perchè Lidia era così sana e lieta di giovanezza, quando Laura moriva?
Passando lo sguardo al disopra del libro, osservavo meglio le linee del viso e del busto; linee di profilo, leggierissimamente, ma indubitabilmente avvantaggiate da qualche tempo; le mani di Lidia, ch'ella posava sul tavolino, avevan pure una forma più grassoccia, non aristocratica di soverchio.
Ella m'era piaciuta da fanciulla perchè era fragile e sottile; certo, m'era piaciuta per altri motivi spirituali; ma anche perchè da fanciulla era fragile e sottile. Quest'attrattiva stava per vanire, nella donna?
Ricordando la signora Folengo, sua madre, ebbi un sussulto: a trent'anni, Lidia sarebbe stata una bella matrona; a quarantacinque, una signora grassa…. Frode nel contratto matrimoniale!… Una signora grassa e bionda, vale a dire, facilissima a sciuparsi, come certe rose tèa, di cui la floridezza eccezionale è, insieme, la decadenza e lo sfacelo.
Fui interrotto nelle mie considerazioni da Ettore Caccianimico, il quale si congedava.
—Voi non partirete così presto?—domandò egli a me.
—Quando vorrà Lidia,—risposi, colla formola abituale.
—Decideremo,—dichiarò Lidia, stringendo la mano di Ettore, che s'era inchinato a salutarla.
Accompagnai il Caccianimico nell'anticamera, fin sulla soglia della porta.
—Ebbene?—egli chiese a voce bassa.—Sei stato in casa Uglio?
—Giorni sono.
—Hai invitata Laura a far visita alla tua signora?
—Non ne valeva la pena. È ammalatissima povera donna.
—Pare anche a te?… Io la vedo perduta,—concluse Ettore con indifferenza, mentre se ne andava.
Perduta! Non era dunque un' esagerazione della mia fantasia? Ma allora, che valeva il rispetto umano? S'ella desiderava di vedermi vicino a lei, potevo contentarla, senza riguardi per il mondo; perchè rifiutare quel conforto a un'amica, la quale m'aveva conosciuto libero, indipendente, e nel turbinìo della vita non s'era dimenticata di me?
—Andrò da lei, stasera!—mi dissi, rientrando nel salotto.
Il volto calmo di Lidia ebbe la potenza di stornarmi il pensiero dietro altre idee non meno tristi. In quella medesima notte, Lidia aveva pianto; adesso era serena, quasi allegra Perchè?
—C'è stato Gian Luigi a trovarti, mentr'ero fuori?—domandai.
—No,—ella rispose un po' maravigliata.—Verrà stasera, forse.—
M'augurai fortemente che Gian Luigi non venisse quella sera: la sua presenza in casa mia mi avrebbe impedito di recarmi da Laura. Per la prima volta, non osavo lasciar Lidia sola di fronte a un uomo.
XIV.
A pranzo, ella mangiò con molto appetito, senza accorgersi ch'io toccava appena le vivande e preferivo il vino al cibo.
Ero troppo solo, nel mondo, circondato da insidie e da cause non mai stanche di dolore; non avevo amici e mia moglie era un'estranea che poteva diventare una nemica. Un'estranea, certamente, dacchè i suoi gusti non somigliavano a' miei, la sua educazione s'era fatta entro le chiuse pareti d'una casetta borghese, e la mia, viaggiando, sognando, osservando uomini e luoghi diversi; avevo una donna, la cui speranza di comprendermi vacillava e cadeva, senza lasciar traccia di rammarico.
Di tutto quanto ci si poteva aspettare dalla nostra unione, un sol fatto era incontestabile, per sanzione di legge: la signorina Lidia Folengo era diventata la signora Lidia Lacava Folengo; nulla più, e troppo poco al confronto delle nostre libertà perdute.
Geltrude entrò a metà del pranzo, portando a Lidia un viglietto arrivato allora.
La donna lo aperse, lo lesse, lo mise in tasca, e disse a Geltrude:
—Va bene. Non c'è risposta.—
A me:
—È Angela Tintaro che mi scrive.
—Che esagerazione!—esclamai seccato.—Quando non viene a trovarti, ti scrive; quando non ti scrive, ti manda dei fiori. Almeno potrebbe sceglier delle ore più adatte, per annoiare il prossimo!—
Lidia strinse le labbra senza rispondere. Da quella lettera, originò subito un mutamento in lei, palesissimo, per quanto ella volesse nasconderlo; cosicchè, fui tratto a domandare, contro le mie abitudini, che cosa Angela Tintaro le scrivesse.
—Le solite storie,—rispose Lidia con negligenza affettata.
Ma la lettera le rimase in tasca.
—Tuo padre ha finalmente deciso di partire per Cairo, accettando l'impiego offertogli,—dissi.
—Ha fatto bene,—mormorò Lidia.—Ecco: Cairo è una città che vedrei con piacere.
—Niente c'impedisce d'accompagnarvi tuo padre quando vi si recherà, sui primi dell'anno venturo.
—Resterò ben sola, dopo,—riflette la donna sbadatamente.
Eravamo in due a finger di mangiare, adesso: anche Lidia faceva una cattivissima accoglienza alle portate che Geltrude recava; attribuii l'improvvisa svogliatezza al pensiero doloroso di veder partire presto i Folengo, ed ebbi cura di non domandare spiegazioni.
Tuttavia, il pranzo si trascinò così malamente, che respirai di sollievo, quando la tavola fu sparecchiata; i giornali costituivano per noi in quell'ora e nei giorni d'impaccio, una salvezza molto apprezzata da ambedue…. Stavo per ricorrervi, quando Lidia mi domandò con voce un po' tremante:
—Sei andato ai Giardini, oggi?—
Mi bastò un'occhiata alla donna per comprendere; ella preparava quella domanda da qualche tempo, e studiava il modo di lanciarmela quando meno l'aspettavo, perchè non potessi ricostruirne il movente; l'impazienza l'aveva però tradita, e troppo breve tempo era scorso dall'arrivo della lettera all'interrogazione perchè non vi scorgessi una stretta relazione.
—Sono andato ai Giardini,—risposi.—Mi pare d'avertelo già detto.
—Con chi?—fece Lidia, guardandomi fissa.
—La signora Angela Tintaro si assume dunque l'incarico d'una polizia segreta?—domandai ironicamente.—Ho trovata la signora Uglio, che si recava da tua madre, e come io ne veniva appunto, ella ha rimandata la visita, e chiacchierando l'ho accompagnata ai Giardini, invece.
—La signora Uglio,—disse Lidia, coll'intonazione con cui ci si fa a raccontare una lunga storia,—è fra le persone che tu m'avevi proibito di ricevere; anzi, nel caso poco probabile ch'ella mi facesse visita, mi avevi pregato di non contraccambiarla…. E d'un tratto tu le servi da cavaliere e ti mostri in pubblico al suo fianco, ai Giardini, nell'ora più frequentata?
—Sono convenienze a cui un uomo non può sottrarsi,—mormorai ipocritamente.
—Benissimo. E che cosa avresti detto tu, se le parti si fossero invertite? se fossi andata io a passeggio col signor Giorgio Uglio?—
Alzai le spalle, irritato.
—Quale assurdità!—esclamai.—Il torto è appunto quello di supporre che le parti si possano invertire sempre; quanto ho fatto io, era logico e necessario; ma ciò non sottintende logico e necessario che tu faccia altrettanto col signor Uglio…. È un modo di ragionare questo, di cui t'ho mostrata parecchie volte la falsità…. Ormai, dovresti risparmiarmelo.
—Benissimo,—ripetè Lidia.—Splendida poi l'idea di non dir nulla….
Ciò fa supporre molte cose….
—Per esempio?
—So io,—concluse la donna seccamente, alzandosi.
—Saresti gelosa?—
Lidia si rivolse, come ferita; appuntò le mani sulla tavola, e avvicinando il viso al mio, dichiarò a bassa voce:
—Gelosa? Vorrei che tu avessi dieci amanti, non una!—
V'era nella frase tutto il disprezzo di cui vibrava la donna per la mia condotta di quei giorni; e la rabbia frenata e accumulata nelle notti d'obbedienza sua e di fredda prepotenza mia; l'uno e l'altro sentimento davano alle parole un significato profondo, che mi colpì in pieno cuore, come innanzi a qualche cosa di definitivo, d'irreparabile.
Non trovai sùbito una formola di protesta; rimasi sotto lo sguardo di Lidia, turbatissimo, quasi un colpevole, e quando riuscii a scuotermi da quel fascino angoscioso, Lidia fu chiamata da Geltrude, che annunciava la visita del conte Gian Luigi.
Solo nel tinello, in mezzo alla luce grigiastra del dopopranzo, fui colto a un tratto da un impeto di dolore, dalla sensazione raccapricciante che deve afferrar l'uomo in mare, chiuso in un'ondata gigantesca. Quel solo giorno m'aveva portato un séguito di piccole e grandi angustie, intollerabile; nell'istesso momento, ero combattuto da opposte idee, da disegni contrarî, i quali sollevavano tutto il mio sistema nervoso, piombandomi nel dubbio,—malattia orribile di cui non avevo mai sofferto.
Si poteva la oltraggiante dichiarazione di Lidia collegare al suo mutamento, che mi pareva derivasse da un'influenza estranea? Intendeva ella farmi capire la propria indifferenza a qualunque mia colpa, per assolversi ella medesima d'una simpatia colpevole?
Senza dubbio, senza dubbio alcuno, Lidia sentiva questa simpatia.
Dominato da tal pensiero, m'avvicinai all'uscio, che metteva nella sala, ove Lidia era con Gian Luigi; una voce fresca, tranquilla, ben modulata,—la voce della donna—mi riempì di maraviglia. In me, la breve scena del dopopranzo aveva generato un lungo strascico di riflessioni; in Lidia era scivolata, quasi sopra un'anima di marmo, non impedendole di mostrarsi cortese, frivola, anche civettuola, come potevo capire da certe sue risatine, gorgheggiate argutamente. Se tutto questo era finzione, meritava ch'io me ne impensierissi peggio che se fosse stata insensibilità.
Nella sala non erano accesi i lumi ancora, quando io v'entrai.
Lidia e Gian Luigi stavan sul divano, ai lati opposti; ma l'ombra della sera calante m'impediva di scorgerne bene il viso; chiaro non si vedeva che l'abito di Lidia. Quando i lumi furono portati, rilevai qualche cosa d'insolito in Gian Luigi e ne fui impressionato d'un'impressione confusa, oscillante fra la curiosità e il dispetto.
Gian Luigi era abbattuto e pallido; dacchè era giunto, non avevo sentita la sua voce che per salutarmi; faceva le spese della conversazione Lidia, la quale aveva una facondia febbrile, ascoltata dall'uomo con deferenza, approvata da me con qualche cenno del capo, ma incapace a snebbiare il corruccio che pareva esistere fra noi….
—Se vuole la rivincita di iersera,—disse Lidia a Gian Luigi, accorgendosi che da qualche istante era distratto….
Si levarono ambedue e si portarono innanzi al tavolino verde, prendendone dal tiretto le carte e i gettoni.
—Stasera sono formidabile,—mormorò il Sideri finalmente.—Accetterei qualunque avversario.
—Non vendere la pelle prima d'ammazzar l'orso,—diss'io.
Trovandomi di fianco a uno specchio, mi vi osservai e mi confrontai con Gian Luigi, che pareva anche maggiormente pallido, colla testa curva sulle carte e la fronte illuminata dalla lampada.
Indubbiamente se non fossero state certe rughe agli angoli degli occhi, e la radezza dei capelli presso le tempia, Gian Luigi avrebbe dimostrato meno anni di me; la sua testa aveva un'impronta aristocratica, la quale io non possedeva affatto…. L'essere di statura piccola non faceva poi grave danno all'estetica, e in ogni modo, se tal danno si voleva ammettere, era pareggiato in me dalla mia barba rossastra, che m'invecchiava.
Poteva avere importanza questo per Lidia? No; ma poteva averne moltissima un altro fatto: il Sideri era un osservatore scrupoloso della forma, un uomo incapace di dire un'insolenza cruda; le insolenze le diceva, ma con tal giro di parole da farle rassomigliare a frecce avvelenate e ricoperte di bambagia….
Simile uomo, se avesse voluto assumersi la missione di confidente, avrebbe trovate le formalità più rispettose….
—Molto indovinato, molto parigino,—egli diceva in quell'istante a Lidia, accorgendosi allora ch'ella portava una vestaglia nuova, e gettandole un'occhiata sintetica, da conoscitore.
L'osservazione mi parve audace, se non sconveniente; forse perchè un lampo di vanità soddisfatta brillò negli occhi di Lidia. Che Gian Luigi potesse risvegliare nella donna la tendenza alle frivole soddisfazioni, già in lei così viva sui primi tempi, e dispersa nelle angustie del matrimonio? Qualunque ne fosse il valore, questo avrebbe adombrato un predominio dell'uomo sull'animo di Lidia e m'avrebbe fornito un mezzo di studiare fin dove il predominio arrivasse.
Contento e quasi riposato da tale induzione, m'accomiatai da Lidia e dall'ospite, raggiunsi la mia camera, mutai d'abiti, e uscii di casa.
La serata era placida; il corso Venezia, male illuminato, staccava anche meglio nello sfondo il corso Vittorio Emanuele, dove le lampade elettriche spandevano una luce piacevole, qua e là più viva per il concorso d'altre lampade nelle vetrine.
Quantunque avessi una meta e il desiderio di giungervi, mi dilungai prendendo la via più allegra; m'internai sotto i portici, ove la memoria e l'abitudine mi ricordavano come tre correnti vi passassero in tre ore diverse del giorno; al mattino, una fiumana di ragazze che si recavano al lavoro; nel pomeriggio, una fiumana di signore che ostentavano in sè l'opera manuale di quelle ragazze; nella sera e nella notte, una fiumana di perdute. Un formicolar vasto e romoroso di gente era nella Galleria; poi, piazza della Scala diminuiva sùbito l'intensità di quel movimento, che andava spegnendosi sul corso Alessandro Manzoni, ove la luce non era sì viva, e la gente era poca.
Innanzi alla casa di Laura Uglio, mi fermai; certo, il marito di Laura non c'era; egli aveva l'abitudine d'uscir presto e di tornar tardi, dacchè Laura s'era ammalata e aveva così interrotto l'idillio, che formava la mia sarcastica ammirazione a Pallanza…. Io sarei dunque salito a prender notizie, narrando insieme come una lettera d'Angela Tintaro avesse svelata a Lidia la nostra gita innocente di quel giorno; mi sarei trattenuto poco, se Laura non insisteva. Se Laura insisteva, mi sarei trattenuto molto…. Chi sa? Laura era bruna e mi amava ancora…. Nel frattempo, Giorgio Uglio…. Sorridendo, considerai la reciprocità fatale cui dava luogo un primo adulterio, senza ricordarmi che tale reciprocità minacciava anche la mia casa, dove avevo lasciato Gian Luigi con Lidia.
Quando, inoltrandomi sotto l'atrio, pensai rapidamente alle infedeltà comode e vili, cui un salotto chiuso e l'occasione propizia potevan dar luogo,—m'arrestai di colpo, quasi m'avessero piantato un coltello nel fianco; voltai le spalle, tornai in istrada, e mi gettai in una carrozza da nolo che passava.
Ero così offuscato, da non ammetter divario fra Laura e Lidia; perchè ammetterlo, se non ne ammettevo fra me e Gian Luigi?… Le notizie di Laura l'avrei prese l'indomani; ella mi amava e non a lei, quindi, doveva esser rivolta specialmente la mia attenzione,—bensì a Lidia, che non mi amava più…. Per ora, bisognava sfuggissi al destino dei mariti, i quali creano essi medesimi le occasioni alle mogli.
Nel mio salotto, non si giuocava; i gettoni e le carte erano abbandonate sul tavolino, qualcuna per terra. Lidia sedeva sullo sgabello innanzi al piano-forte; Gian Luigi sopra una poltrona, all'angolo estremo della camera.
—Mi manca l'ultima strofa,—diceva Gian Luigi.—Volevo trovare un pensiero grazioso, un po' francese, sa, una specie di birichinata elegante; ed è difficile….
—Sì,—rispondeva Lidia,—bisognerebbe armonizzar le parole colla musica. Finora, quel che ha fatto, mi piace molto.
—Hai composta una romanza?—domandai.
—Una cosetta delle solite,—disse Gian Luigi, senza stupirsi pel mio ritorno.—Una cosetta press'a poco così….—
Prese posto al piano, mentre Lidia ed io restavamo in piedi, ai fianchi di lui; guardò in alto un istante, quasi per ricordarsi, annunciò:
—Ecco….—
e cominciò la romanza, canticchiandone sottovoce le parole con una passione man mano più accentuata….
Lidia non lo guardava, ma lo guardavo io, dicendomi che in quel momento Gian Luigi m'era di gran lunga superiore, comechè procurasse alla donna un compiacimento intellettuale, ch'ella sembrava apprezzar molto, anche perchè noi eravamo i primi a conoscere quella composizione inedita, anzi non ancor finita.
—Molto buona,—dichiarai, quando Gian Luigi concluse.
—Bello specialmente quel passaggio dell'esordio alla prima parte,—confortò Lidia.
—Oh, una cosina francese, di nessuna importanza,—fece modestamente
Gian Luigi, richiudendo il piano.
Egli restò accoccolato sullo sgabello; Lidia ed io prendemmo posto innanzi al tavolino verde, rivolgendoci verso il Sideri.
—E di letteratura non ti occupi più?—domandai.
—Ora son troppo nervoso; a mala pena riesco a buttar giù le strofette che t'ho cantate. Vedremo poi….
—Eppure il successo del tuo romanzo avrebbe dovuto infiammarti,—mormorai di mala voglia, perchè il romanzo di Gian Luigi, letto di recente, non m'era piaciuto in nulla.
—Un artista non è un operaio,—sentenziò Lidia.—Non si può pretendere un lavoro fisso.—
Quali delicati riguardi per la produzione letteraria di Gian Luigi! E tuttavia, s'io avessi tentato d'emularlo, mi sarebbe accaduto di sentir Lidia esclamare:—«Ancora queste sciocchezze per la testa?»—come già l'aveva esclamato.
—Lavorerò in campagna,—promise Gian Luigi.—L'anno scorso a
Saint-Moritz ho appunto preparato il materiale….
—A Saint-Moritz!—ripetè Lidia, quasi ascoltasse quella notizia per la prima volta.—Ella era poco lontano da noi….
—Poco lontano…. relativamente,—fece Gian Luigi.
—C'era anche la signora Uglio, a Saint-Moritz, l'anno scorso, con dei parenti,—aggiunse Lidia.
—Non ve l'ho mai vista,—rispose il Sideri senza batter ciglio.
Le parole di Lidia mi fecero riflettere…. Dopo un anno ella ricordava, forse con desiderio, gli splendidi paesi testimoni della nostra più intima esistenza, e li ricordava per rimpiangere quasi che tale intimità non fosse stata interrotta da un estraneo…. Inoltre, rilevando il soggiorno di Laura e Gian Luigi nel medesimo luogo, aveva Lidia uno scopo? dubitava ella di qualche intesa fra i due? e se dubitava, che cosa poteva importargliene?
Quanto a me, credevo Gian Luigi in perfetta buona fede; se avesse incontrata Laura a Saint-Moritz, Laura non me l'avrebbe taciuto a Pallanza, ov'ella era in tutto il vigore della salute e della sfrontatezza.
Lidia non parve della mia opinione, ma non volle insistere; Gian Luigi parlò d'altre cose, e si accomiatò un'ora prima del solito, riprendendo quella tristezza che l'écarté e il chiacchierio di Lidia avevano alcun poco scemata.
XV.
Bisognava stringerla in un cerchio di ferro, spiarla attentamente, interpretarne i pensieri, accumulare delle prove, dimostrarle come tutto io sapessi comprendere….
Notai in quei giorni: la serenità piena e indifferente di Lidia (noi ci parlavamo di rado e ciascuno dormiva nella propria camera, da poi che la donna s'era dichiarata estranea a quanto mi riguardava; forse la visione di Laura ammalata non era ultima causa di noncuranza in me per Lidia); un lieve ma crescente desiderio d'eleganza (la sarta aveva fatta la sua ricomparsa melliflua, inviando a intervalli di qualche giorno parecchie grandi scatole misteriose); un rinascente piacere per i trattenimenti mondani (m'aveva pregato di condurla alle corse, ov'ella s'era divertita assai, scommettendo e vincendo mercè felici consigli di Ettore Caccianimico, il quale si vantava di esatte cognizioni ippiche); una cura minuziosissima di tutta la sua persona e qualche posa studiata, innanzi agli indifferenti.
Nulla, frattanto, aveva potuto snebbiare i miei sospetti sopra Gian Luigi; anzi, li avevo confermati osservando come egli mancasse ai martedì abituali, in cui non era possibile la conversazione intima e gustosa. Aveva saputo dispensarsi da quelle visite, adducendo a scusa occupazioni, che lo lasciavan libero soltanto la sera; strane occupazioni, a mio credere, le quali giovavano a renderlo triste, ogni dì meglio, molto inquieto, nervoso, incoerente, distratto.
Se Ettore Caccianimico non si fosse presa la briga di venire quotidianamente da noi, le ore di insopportabile a viso a viso fra me e Lidia sarebbero state pesantissime anche per la frequenza loro. Ettore interessava Lidia colla molteplicità degli argomenti che in un solo discorso sapeva sfiorare o approfondire, a seconda della curiosità risvegliata nell'ascoltatrice; conosceva gli autori di grido, e perciò ogni avvenimento, ogni pubblicazione letteraria e artistica gli servivan per un aneddoto, spesse volte sconosciuto anche a quelli i quali vi figuravan come attori.
Ettore irradiava a poco a poco una sapienza di vita, sua particolare; non si poteva negargli il fascino che deriva agli uomini dall'età matura; fascino di confidenza, fiorita da passioni morte, non più capaci d'appannare il terso specchio dell'equilibrio intellettuale.
Io era perciò assai tranquillo, quando vedevo Ettore presso Lidia; e li lasciavo, recandomi a prender notizie di Laura e attardandomi poi con amici alla passeggiata delle cinque. Le notizie di Laura me le fornivano dei viglietti chiusi, rilasciati in portineria, con queste parole scritte in lapis:—Il medico è contento. Sto meglio. Oggi ho peggiorato. Non venire a trovarmi perchè Giorgio è in casa.—Alternative continue di bene e di male, di meglio e di peggio, che m'irritavano e m'eccitavano nel medesimo tempo.
Un giorno, il viglietto diceva:—Sono quasi guarita: esco a passeggio con Giorgio.—La cosa mi sembrò di poco rilievo, anzi uggiosa, comechè venisse a scemar l'aureola di sofferenza, che m'era consueto vedere intorno alla figura di Laura.
Quel buon ragazzo d'Ettore Caccianimico, il quale aveva giudicata Laura moribonda!… Ci saremmo rivisti a Pallanza, dove la donna avrebbe riposta a soqquadro la città colle feste, le passeggiate notturne sul lago, le luminarie alla veneziana, come l'anno prima, quando col mandolino Ettore serviva da Tremacoldo alla compagnia!
Il negozio nel quale entrai, odorava largamente di profumi stranieri, di saponi e di cosmetici, di acque e di ciprie; lungo e stretto, era in giuoco a una diversa luce, che a me, rimasto presso il limitare, non permetteva di scorgere le persone del fondo; ne venivano voci confuse. Poi le voci e le persone s'avvicinarono, costringendomi a volger la testa per un fruscìo di sottane.
Laura usciva a fianco di Giorgio senz'avvertire la mia presenza e il mio sguardo fisso in lei….
Guarita! con quel pallore spettrale!
Ebbi dentro di me una rivolta di sconforto senza fine per la donna, e di odio velenoso per tutti gli altri.
Scelsi a casaccio, diedi l'indirizzo, e me ne andai presto, fuggendo quei profumi che mi sonavano intorno una nenia da funerale, o parevano elevarsi a nembi di sinistro incenso.
Nessuna esperienza di medico avrebbe potuto constatare meglio della mia, la sorte irreparabile di Laura Uglio, comechè non fossi tanto colpito dalla sua palese decadenza fisica, dall'attestazione certa delle sue torture, quanto dall'orribile cambiamento morale della donna; ella non doveva più avere nè volontà, nè desideri, nè speranze, nè ribellioni…. Passava ormai nella vita, come corpo rigido travolto da un lento fiume.
—Sai bene,—mi disse Ettore Caccianimico, quand'io gli spiegai tutto questo, incontrandolo per via.—È inutile; essa medesima non ha alcun riguardo.
—Ma Giorgio, come può farsi delle illusioni?
—Non se le farà, figlio mio. Oppure, se le farà perchè è un imbecille. In ogni modo, noi non possiamo nulla.
—Pur troppo! E resta a Milano? Dovrebbe mutare aria, andarsene di qui….
—Ci vuol altro!—fece Ettore con una scrollata di spalle.—Une femme à la mer; doloroso, ma irreparabile e non nuovo…. Sono stato dalla tua signora….
—Hai fatto bene,—mormorai.—C'era qualcuno?
—Tua suocera, donna Teresa; ci sarà ancora, se torni sùbito a casa. È contraria al vostro disegno di passar qualche tempo nella sua villa a Pallanza.
—Perchè?
—Dice che non si usa; che dovete viaggiare per non far parlare il mondo….
—Ma viaggeremo dopo….
—Pare che non si fidi troppo dei dopo. Io ti consiglio a resistere, perchè se ne dài vinta una, sei un uomo morto, colle suocere.
—Sai se Laura Uglio viene a Pallanza?
—Senza dubbio, poveretta; una buona ragione per andarvi, non ti sembra? La campagna ti permetterà di visitarla, quando Giorgio sta a Milano per affari; ormai, si tratta d'un'opera buona, di renderle meno pesante la solitudine in cui Giorgio l'abbandona.
—Ma sei certo che non si rechi a Saint-Moritz come l'anno scorso?
—Credo non ve ne sia più lo scopo!—disse Ettore con un rapido sorriso.
Anche lui, dunque, sospettava Saint-Moritz un nido d'amori per Laura?
Che volgari sciocchezze!
Prima che donna Teresa avesse a convincere Lidia della necessità d'un lungo viaggio, mi conveniva dichiarare esplicitamente il mio pensiero in proposito. L'idea d'Ettore era giusta; a Pallanza molte cose avrebbero preso un aspetto diverso. Strinsi la mano all'amico e m'affrettai a casa.
Ebbi la ventura di trovar donna Teresa ancora seduta vicina a Lidia…. Com'erano rosee le due donne! Come si somigliavano, adesso che Lidia accennava ad ingrassare!
«….Delle vecchie signore colle figlie, così identiche alla madre, sebben giovani, che un amatore del genere poteva, sposando la figlia, già farsi un quadro di quel che sarebbe diventata fra trent'anni….»
Non era una mia riflessione, questa, fatta durante una passeggiata? Ecco, la riflessione sarcastica, si mutava in realtà, per mio conto…. Donna Teresa pareva la caricatura di Lidia, o il suo ritratto sgorbiato da un monello inesperto; donna Teresa era Lidia a cinquant'anni, vale a dire in un'età lontana; ma per giungervi, le tappe non sarebbero state piacevoli, a giudicar dalla prima, da quella leggierissima pinguedine sopravvenuta in Lidia con l'aggravante di mutazioni anche psicologiche.
L'odio velenoso per tutti gli altri sentito alla presenza di Laura, mi dominava, e non appena venne una parola, mi suggerì la risposta insolita.
—Dunque,—-fece donna Teresa rivolgendosi a me,—volete passare un mese a Pallanza?
—Certamente,—risposi.—Questa è la mia volontà.—
Lidia mi guardò con espressione interrogativa.
—Se noi ti rechiamo disturbo nella tua villa,—continuai verso donna
Teresa,—prenderemo in affitto una cascina.
—Ma no, santo Dio!—esclamò mia suocera, levando le braccia in alto.—Voi siete i miei figliuoli, e vi aspetterei con tutto il piacere—Ma pensate che avete annunciata la ripresa del vostro viaggio in quest'epoca…. Il rimandarlo un'altra volta, si potrebbe interpretare malamente.
—Io non rimando nulla; dopo il mese a Pallanza, faremo i comodi altrui; per adesso, faccio i nostri….
—Anche Lidia,—osservò donna Teresa,-è del mio parere.
—Certamente,—disse Lidia, tuttora maravigliata per l'energia con cui parlavo,—se questo viaggio si deve fare, o prima, o dopo….
—Non ammetto repliche,—interruppi bruscamente.—Fra una settimana saremo a Pallanza, in una villa d'affitto.—
Donna Teresa gettò uno sguardo a Lidia, quasi per sostenerla nell'opposizione; ma Lidia mormorò:
—Se vuole così Sergio, non replico più.—
Si vedevano ora i frutti dell'obbedienza imparata nei notturni colloqui, e il breve episodio rischiarò certamente mia suocera sull'attitudine che avevamo presa l'uno di fronte all'altra, dopo il periodo delle prime intimità, durante le quali nessuno comanda e nessuno obbedisce.
Notai, di passaggio, che i piedini di Lidia erano stretti in babbucce elegantissime, non mai viste prima; l'abito mi pareva il solito; e archiviate queste due osservazioni, mi recai nello studio, ove la finestra spalancata mi attrasse al davanzale.
Da qualche ora, facevo parte d'una piccola categoria d'uomini, la cui psicologia andò per lungo tempo ignota: da qualche ora facevo parte degli uomini che stanno per tradire; uomini come tutti gli altri in apparenza, e dagli altri invece così diversi in sostanza, che sarebbe vano sforzo il volerne rilevare le anfrattuosità sentimentali.
Se quel piccolo gruppo di gente si potesse costituire in un Circolo, io direi che due condizioni sole possono giustificar la domanda d'entrarvi come soci: o essere di coloro i quali non hanno mai tradito; o essere di coloro i quali non hanno abitudine di tradire che un solo sesso. E direi lo scopo del Circolo potersi stabilire così: abilitare i primi a tradire, e i secondi a tradire anche il sesso fino allora rispettato.
Dei secondi facevo parte io; prima e dopo gli amori con Laura Uglio, non avevo mai esitato a impossessarmi della moglie d'un conoscente, appoggiato dalla convinzione che uno scapolo è uno scorribanda, afferra la donna a carriera, la ruba, la trattiene, e la rilascia, pronto a sostener le conseguenze del suo furto o a difender la sua preda. Romantica e immoralissima convinzione, senza dubbio; ma in ogni modo, essa m'aveva avvezzato a tradire soltanto il sesso maschile.
Perchè colla donna, in qualunque maniera ella fosse mia, avevo sempre sfoggiata una fedeltà eccezionale; e non era piccolo merito il potere assolversi da ogni peccato in proposito, da ogni desiderio inconfessabile, da ogni sotterfugio…. La fedeltà nasceva per la certezza che l'infedeltà è inutile in un amore libero; certezza non condivisa talvolta dalla donna, la quale aveva trovata utilissima l'infedeltà in tutti gli amori di questo mondo.
A me pareva dolce cosa esser fedele; dovere innegabile e nel medesimo tempo piacevole, appunto perchè non imposto da alcuno, e senza lode agli occhi della legge.
Ma da qualche ora un bisogno vivo, pressante, imperiosissimo di tradire anche la donna, m'aveva costretto a sconfessare le mie abitudini, così cavalleresche da un lato, così…. arabe dall'altro; ed ero venuto a prender posto nel Circolo summentovato, classificandomi fra i soci che si propongono di tradire ambedue i sessi.
La mia decisione era grave, perchè il tradimento aveva un nome; non già perchè mancavo a delle promesse, facevo sanguinare un'anima femminile, dovevo vivere d'una vita doppia e falsa; tutto questo è comune a qualunque tradimento, anche nell'amore libero…. Ma l'essere stato previsto il mio caso, l'essere stato battezzato con un nome da Codice penale, mi metteva un piccolo brivido di vergogna….
Avevo appoggiati i gomiti al davanzale della finestra e guardavo giù nel corso Venezia i non molti passanti, senza distinguerli; poi sembrandomi che ciò mi distraesse dalla solennità del momento, mi ritrassi, e rimasi bensì presso la finestra, ma in poltrona, collo sguardo al soffitto.
Raccoglievo ed elencavo gli eccellenti motivi pei quali dovevo tradire mia moglie.
Innanzi tutto, l'incompatibilità di carattere. (Come la legge aveva saputo prevedere e battezzare anche questo caso, con dei vocaboli un po' barbari, ma chiarissimi!). Lidia non amava la letteratura; Lidia era mutabile così da passare in un solo mese dal desiderio di solitudine, ai divertimenti più chiassosi, e da questi ai piaceri frivoli dell'abbigliamento raffinato: non aveva alcuna idea della famiglia, e mentre in Isvizzera temevo arieggiasse alla buona massaia, in Italia s'occupava tanto della casa, da non saper nemmeno quale servo avessi io, dopo lo sfratto d'Andrea; non possedeva sentimenti precisi, e per lentissime gradazioni era arrivata a mostrarsi indifferente di dieci supposte mie amanti, quando in principio s'oscurava se soltanto io trovava bella, non una donna, ma una vestaglia femminile; non aveva il senso della maternità, anzi peccava del senso contrario, paventando un parto, per la sua bellezza, e per la sua tranquillità se i bambini fossero venuti a troncarle la libera disposizione della giornata; era imprudentissima, perchè ormai doveva aver compreso che Gian Luigi Sideri mi dava ombra, e tuttavia ella ogni sera lo invitava per la sera successiva, quand'avrebbe potuto invitare quell'ottimo Caccianimico, il quale non era men valente giuocatore del Sideri; era presuntuosa, della presunzione irritante, che sembra ascoltare e approvare i consigli, e poi agisce a modo proprio, con un'inesperienza sbalorditoia….
Avrei potuto accumulare altre schiaccianti accuse di questo genere, tutte classificabili sotto quel solo titolo legale; ma mi urgeva di togliermi agli argomenti oggettivi, per vagliare i soggettivi, meno giustificati, ma più tremendi, perchè Lidia non avrebbe mai potuto allontanarli, non supponendoli neppure.
Ella non supponeva ch'io era stanco di lei; aveva preso alloggio in casa mia, credendo che ciò solo bastasse a farmele considerar legato per l'esistenza intera. Non ragionava male in fondo, perchè nessuno s'era preso il disturbo di spiegarle i gravi ostacoli che una donna deve superare per impossessarsi dell'uomo, il quale, essendo suo per legge, è perciò appunto meno suo d'ogni altro, e più volonteroso di sottrarsi a un dominio spaventevole per forma e per durata.
Nessuno le aveva spiegato che marito e moglie si trovan sempre nelle condizioni di Maometto e della montagna: onde, ne vengono disastrosissime conseguenze, comechè ciascuno ami far da montagna che non si muove, e veder l'altro far da Maometto che la conquista.
Ero stanco di Lidia; se nessuno le aveva insegnate così belle cose, ella era abbastanza intelligente per averle comprese, quando invece Lidia pareva volersi rifare del servaggio non lungo di fanciulla, con un interminabile sultanato di donna. Cosicchè la sua freddezza complessa mi respingeva, e pur amando le sultane in genere, ero disposto a dei sacrifici per le sultane sole che avessero muscoli e nervi, sorrisi e parole…. Non riconoscevo in Lidia alcun diritto all'idolatria senza condizioni….
Un calcolo erroneo m'aveva consigliato ultimamente d'imporle quelle notti ch'ella rifiutava per capriccio; ed avevo così resa anche più problematica la pace del focolare. D'un tratto, Lidia s'era assunta la divisa dell'obbedienza, d'un'obbedienza curiosissima, fingendo d'ignorare i miei gusti, e sbizzarrendosi a invitar gente che non mi piaceva e a trascurarne altra che mi piaceva assai, come quel buon Caccianimico, il quale veniva sempre a visitarci, ma ci vedeva di rado a visitar la sua signora.
Da questo era conseguita la sensazione dell'estraneità di Lidia a tutto quanto mi concerneva. Ella non era la mia donna, o la mia amante, o mia moglie, o un essere caro ed intimo per le cui fibre passassero vibrazioni concordi ad ambedue; ella era una donna che andava e veniva per la casa, che mi dava del tu, che pranzava alla mia tavola, che mi permetteva di dormirle a fianco e che mi consegnava le note della sarta con una puntualità maravigliosa.
A costei io avrei dovuto serbarmi fedele tutta la vita? Oggi, domani, mi sarei imbattuto nella donna per la quale l'amore non era vuota parola, e il mio poteva essere anche una salvezza o un motivo di vivere…. Io avrei dovuto rinunciare alle sconfinate gioie d'un simile possesso, per che cosa? Per rappresentare nella commedia la maschera del marito fedele.
Calai un pugno sul bracciuolo della poltrona, e mi diedi a passeggiare infuriato.
Nel lungo ragionamento avevo omessa una cosa d'importanza non lieve: ero deciso a tradir Lidia; ma con chi? Senza dubbio, con una donna per la quale l'amore non era vuota parola…. E dove si sarebbe trovata questa donna?… Fra le mie conoscenze, non mi pareva; fra le mie conoscenze abbondavano le donne che non soltanto consideravan vuota parola l'amore, ma eran vuote di cervello esse medesime; tutte amiche di Lidia….
XVI.
Sull'uscio comparve donna Teresa, dicendo:—Allora, siamo d'accordo. Io vi aspetto laggiù, per la settimana ventura. Solo, badate nelle visite di congedo, di far ben capire che a Pallanza resterete poco tempo….—
Le diedi uno sguardo, mentre parlava. Aveva un abito di seta scozzese, a grosse righe colorate, assolutamente ridicolo; e l'adipe senile, imprigionatovi dentro, protestava da ogni parte, mostrando mia suocera così attillata, angustiata e vistosa, da eccitar le beffe dei monelli.
—Va bene, mamma,—risposi con un saluto della mano.
Ella se ne andò. Anche costei aveva usurpati i titoli e i poteri; se non mi fosse venuta la mattana di sposar Lidia, donna Teresa m'avrebbe servito a maraviglia per esilararmi nei giorni di tedio. Io le doveva adesso il più illimitato rispetto, da che ella mi chiamava suo figlio, ed io chiamava lei mia madre, nei discorsi confidenziali…. Pensandovi, c'era da riderne o da piangerne senza posa….
Un ritratto incorniciato di nero, pendente a fianco del letto, attrasse i miei sguardi, per imperiosa antitesi…. Quella era la madre mia; quella ch'era morta, che mi aveva amato con l'anima tutta e per troppo brevi anni! Quale differenza fra la bruna testa aristocratica di lei, e il viso scialbo, dai lineamenti sdruccioli di donna Teresa!
Per un istinto puerile di rivolta, mi guardai bene d'annunciare una lunga assenza agli amici; nelle visite di quei giorni, ebbi a rilevare come anche Lidia non determinasse la durata della nostra vacanza. «—Partiamo per qualche tempo—» era la frase di prammatica, «—Facciamo compagnia alla mamma prima che si stabilisca al Cairo.—»
La nostra fama di coniugi esemplari durava tuttavia, a quanto potei capire; davanti a noi si parlava senza paura di felicità coniugale e si condannava con entusiasmo lo stato celibe; noi sorridevamo cortesemente, sovrani annoiati fino alla morte dalla marcia reale e rassegnati a sentirsela nelle orecchie in ogni occasione.
—Molto bene,—mi disse un giorno Ettore Caccianimico,—hai saputo resistere a tua suocera!—
(Per non sospendere le amichevoli consuetudini, egli anticipava le sue visite o veniva ad accompagnarci fuori, portando sempre a Lidia una bottoniera di fiori freschi, assai graditi dalla donna, che se li disponeva in modo ammirevole).
—Ne valeva la pena,—risposi.—Hai notizie di Laura?
—Nulla, dacchè tu l'hai trovata a passeggio con Giorgio.—
Questo mi rendeva inquieto. I piccoli viglietti quotidiani mi mancavano da qualche tempo, e la portinaia, interrogata, non aveva saputo dirmi se non che il dottore si vedeva più volte in un sol giorno, e che la cameriera era desolata per un aggravamento della sua signora. Non osavo scrivere, nè presentarmi in casa Uglio, ricordando come l'ultima volta appunto in cui c'eravamo incontrati, Giorgio avesse finto di non vedermi per sottrarsi all'obbligo del saluto.
Quand'ebbi campo d'appartarmi con Ettore Caccianimico, gli spiegai tutto questo, un po' titubante.
—Infine,—gli dissi,—io mi sacrifico a passare un mese a Pallanza col solo scopo di…. per la sola idea di…. trovarvi Laura, di tenerle compagnia. Come tu dicevi benissimo, è ormai un'opera buona il non lasciarla sola, poveretta!… Ma non vorrei che il sacrificio fosse inutile e Laura rimanesse a Milano…. In tal caso, me ne andrei con Lidia per questo benedetto viaggio.
—Ah!—esclamò Ettore.—Sei matto? Laura verrà a Pallanza, non dubitare; question di giorni, ma verrà senza dubbio…. Vuoi che m'incarichi io di prender notizie? Non far complimenti,—aggiunse sorridendo,—tra noi è difficile stabilire dove finisca l'amico e dove cominci….
—Se tu volessi,—interruppi,—te ne sarei gratissimo…. Tu sai le mie intenzioni….
—Ma diavolo!… Non mi farei complice d'idee prave….
—Sei molto allegro. Hai commessa la cattiva azione di cui mi tenesti parola?
—Uh, che ragazzo!—fece il Caccianimico seccato.—Crede a tutto quanto mi scappa di bocca in un momento di malumore!—
L'indomani, il colloquio fu più breve, scambiandoci le frasi nell'intervallo in cui Lidia—che noi accompagnavamo alle solite visite,—si metteva il cappello avanti allo specchio.
—Ci sei stato?
—Laura verrà. È a letto per riposo ordinatole dai medici.
—L'hai vista?
—Ho parlato con Giorgio. A proposito: mi ha chiesto se c'era il pericolo d'incontrarti in campagna. È diventato geloso?
—Sciocchezze!—terminai io, alzando le spalle.—Ti ringrazio di cuore.—
Da quell'istante, respirai meglio. Laura sarebbe guarita, ritornandomi quell'amica intelligente dalla quale avrei potuto bere dolcezze rinnovate; e a convincermi dell'affezione rimastami in cuore per lei, sarebbe bastato l'estremo bisogno ch'io aveva, di parlarne con Ettore fino alla sazietà.
Lidia era l'aurora fredda; Laura con dieci anni più di Lidia, era il tramonto dorato d'un'esistenza ardentissima…. In una strana rievocazione, mi sentivo già Laura fra le braccia, assetata ella medesima di quell'amore non tutto esausto di cui ci sapevamo capaci; e la vedevo con certi abiti, con certi guanti, con un certo ombrellino conosciuto, che appoggiato alla sua spalla ci serviva per appartarci convenientemente dagli altri….
—Tu cominci a farmi dubitare delle tue caste intenzioni,—osservava Ettore, una volta ch'io lo tormentava perchè mi desse la certezza della guarigione di Laura.
—Ti pare?
—Sarebbe enorme, non dico,—mormorò Ettore;—ma ne ho viste di peggio.—
All'ultimo martedì di Lidia, in mezzo al chiacchierio di visitatori e alla sfilata di gente antipatica, mi trovavo isolato sotto un'impressione tale da richiamarmi dei sospetti, che nell'attesa d'un riavvicinamento a Laura, s'eran calmati d'assai. Lidia, soddisfatta delle molte attestazioni di simpatia avute in quei giorni, vibrava di gaiezza; pareva si fosse iniziato un periodo nuovo per la sua anima depressa, la quale riprendeva quell'atteggiamento d'ingenua bontà, d'infantile confidenza, ch'eran sì forti ausiliari della sua bellezza.
La sera prima, Gian Luigi aveva promesso di venire a Pallanza egli pure e di trattenervisi qualche tempo; l'aveva promesso a Lidia, perchè io m'era guardato d'interrogarlo sui suoi disegni…. Aveva detto che la campagna gli era necessaria (la sua tristezza inesplicabile aumentava), che si sentiva stanco, sfiduciato…; una variazione, insomma, al tema delle sentimentalità pericolose…. E congedandosi, s'era scusato di non poter venire a salutarci l'indomani, perchè occupatissimo.
Io dava a quelle occupazioni un senso tutto egoistico; Gian Luigi, innamorato di Lidia, riscaldato dalle sue lodi, ambizioso di soverchiarmi e di giungere alla donna per vie non comuni,—doveva lavorare, preparava qualche romanzo…. forse avrebbe avuta l'audacia di dedicarlo a Lidia, con le semplici iniziali trasparenti….
Lidia, la quale comprendeva questo, vibrava di gaiezza, quantunque Gian Luigi mancasse fra i pochi intimi; e perchè mancava, ella non era elegante come di solito….
—Sei nervoso,—mi disse Ettore Caccianimico, sorprendendomi in quelle meditazioni.—Fai gli onori di casa in modo pessimo. La tua signora deve lavorar per due.—
Io lo afferrai per un braccio e lo trascinai nel vano d'una finestra.
—Non ho nulla,—risposi;—tutto si riduce a una gran seccatura per queste convenzionalità stupide di visite e controvisite, come se partissimo pel Congo.
—Debbo dirti….—mormorò Ettore.—Le notizie di Laura paiono men buone…. Domani subirà un'operazione….
—Domani!—esclamai ad alta voce.—Ma perchè non me l'hai detto prima?
Avrei ritardata la partenza con un pretesto….
—L'ho saputo ora. E poi, non è cosa grave…. Queste donne si fanno operare coll'indifferenza colla quale noi faremmo una passeggiata….
—Mi sembri pazzo….
—Te lo assicuro. Del resto, anche partendo, avrò notizie. Giorgio ha promesso di telegrafare.
—E dici che non è cosa grave?
—Per, nulla. Tanto è vero, che qualche giorno dopo l'operazione,
Laura sarà in villa a Pallanza.—
I timori d'una catastrofe s'erano addormentati nel mio animo, dietro le parole d'Ettore; ma all'annuncio presente, si risvegliavano e si drizzavano come una turba di spettri…. Solo il cinismo del Caccianimico poteva restare impassibile davanti alla tortura fisica che Laura doveva subir l'indomani, considerandola facilissima e naturalissima cosa. Io sentiva un orrore muto, un'apprensione terribile, che avrei sentito forse anche senza gli egoistici disegni d'amore, anche per Laura contemplata semplicemente come buona amica.
Una risata di Lidia mi trapassò in quel momento le orecchie quasi un fischio stridulo. V'era al suo fianco una signora, la quale faceva professione di spirito e di disinvoltura, dicendo molte sciocchezze con tono rapido e sciolto; Lidia pareva gustarle profondamente.
Per quali diversi oceani veleggiavano le nostre anime! Io non vedeva intorno a me persona più felice di Lidia; i suoi crucci erano piccole angustie appena, e già aveva trovato a chi confidarle…. Non v'era di comune fra noi che questo fatto: ella si riprometteva un lungo soggiorno di Gian Luigi in campagna; io in campagna temeva di non veder giungere Laura…. Perciò Lidia poteva ridere così gaiamente ed io era in diritto di fremere a quelle risa.
Non avevo notato che presso Lidia mancava un'amica; significantissima assenza della quale Ettore mi fece accorgere.
—Perchè non è venuta a salutarvi la signora Tintaro?—domandò.
—Credo,—mormorai sottovoce,—che non si vedrà più in casa nostra.
—Per ordine tuo?
—Anche, ma specialmente perchè Lidia non ama le intriganti e deve averglielo scritto.—
Ettore non chiese oltre; io pensai d'aver fatto male a confidarmi con lui; egli non aveva capito quanto m'urgesse di conoscere il vero stato di Laura, dalle mie confidenze ipocrite e timorose…. Avrei voluto pregarlo di non partire con noi, di trattenersi a Milano finchè ogni pericolo fosse svanito per Laura: dieci volte in quel giorno mi avvicinai ad Ettore per parlare, e dieci volte ebbi paura delle conseguenze. Dovevo necessariamente confessargli quel ch'io sentiva nell'animo, ed era così grave la confessione da farmi pentire d'aver già detto troppo. S'io non avessi avuti dei sospetti su Gian Luigi, avrei potuto confidarmi in lui, che pure si recava in casa Uglio; ma se la certezza della sua indifferenza per Laura toglieva l'odiosità di parlare d'una donna avuta in comune,—l'attitudine di Gian Luigi di fronte a Lidia, mi respingeva da ogni intimità che potesse giustificare o perdonare le intenzioni colpevoli dell'uomo.
Non furonvi se non gradazioni di pentimento nel mio animo, quel giorno; dal pentimento assoluto di non aver sùbito corrisposto a Laura, al pentimento meschino delle confidenze monche.
Per certo, Ettore non aveva nulla capito.
L'indomani egli arrivò alla stazione tranquillo, sorridente, colla sua signora; non aperse bocca su Laura; dovetti io, mentre eravamo in treno e Lidia cicalava con Clara,—dovetti io domandargli se nulla vi fosse di nuovo.
—Ma no, caro,—egli rispose a bassa voce.—L'operazione è alle due; ora è mezzogiorno.
—Potevi passar da casa e chiedere come si trovasse Laura.
—Col trambusto d'una partenza!—esclamò egli, alzando le spalle.—Ti ripeto che non c'è niente di grave.
—Ne sei sicuro come ne son sicuro io!—dissi bruscamente, nauseato da quell'indifferenza.
Il viaggio fu odioso. Delle campagne che il treno si lasciava ai fianchi, io percepiva coll'occhio quanto rimaneva incorniciato nel finestrino della carrozza; allontanare una tenda, o avanzare la testa, mi pareva fatica superiore al vantaggio di riveder paesi cogniti e alberi volgari…. Un mutismo feroce, s'era impadronito di me onninamente, fino a rendermi insensibile; e dopo due o tre interrogazioni cui avevo risposto a cenni del capo, Lidia, Clara ed Ettore s'accomodarono a chiacchierar tra di loro, lasciandomi in una vasta e indiana sonnolenza dello spirito.
A Laveno, il lago mi parve orrendo, quantunque soleggiato. Mentre io poneva piede sul battello, il corpo di Laura Uglio doveva essere già preda di ferri chirurgici; un viso bianco di dolore, un silenzio triste per la camera, una positura forzata, un odor d'acido fenico, e lunghe ore di spasimi quando il corpo, sottratto al ferro, ne risentisse tuttavia l'impressione fra le carni violate….
A Pallanza, compresi che Laura Uglio non mi avrebbe raggiunto mai. Perchè lo compresi? Lo compresi d'un tratto, per un risveglio d'idee coordinanti e concludenti, sprofondate nell'anima e ricomparse a galla con la viscida solennità di cadaveri.
I signori Folengo erano allo sbarco a incontrarci. Pietro m'accolse assai freddo, in merito di quel viaggio che mi ostinavo a non intraprendere se non quando mi fosse piaciuto. Osò anche farne accenno in casa, ma io volsi le spalle, salendo alle camere destinateci. Ero dominato dal violento impeto di togliermi a quei luoghi, dove le mie orecchie, avvezze al romore della città, soffrivano del grande silenzio bruto in cui la campagna era immersa.
Davanti al letto, nell'alcova che non aveva il mio specchio, il mio lavabo, le mie fiale, il mio bagno, mi sentii infantilmente perduto, solo e triste.
L'antipatia di quei particolari sarebbe stata così presto vinta, se Laura ci avesse raggiunti! Perchè io l'amava ora, senza il menomo dubbio. Non più il desiderio d'un'altra circolava nelle mie vene, ma il desiderio preciso ed esclusivo di Laura Uglio, il cui busto io voleva slacciar lentamente, con degli indugi, per baciarle la nuca e le spalle.
Fu come una scoperta, a un tratto. Sì, io era un bambino, smarrendomi così presto!… Se Laura non veniva a Pallanza, chi m'inchiodava là, chi m'impediva d'andare a Laura? Un pretesto era facile a trovarsi; poi non mi mancava il coraggio di partire anche senza pretesto.
La scoperta ingenua mi consolò tutto quel giorno, e il lavorìo d'adattamento al luogo e alla casa venne compiendosi così felicemente, ch'io non ebbi osservazioni a sollevare quando Lidia mi pregò di condurla dopo pranzo alla villa Caccianimico.
Nè la notte fu tormentosa d'insonnia; nè l'indomani il paesaggio sereno fu inquinato dalle mie impressioni soggettive. Mi staccai da Pallanza con una barca, mi recai a Suna, remando adagio, in braccio a sogni colpevoli d'un'infinita dolcezza, d'un carattere audacemente ribelle, quali io poteva fare soltanto se la colpa era incarnata da una donna come Laura Uglio….
Tornai per l'ora della colazione, ancora cullandomi nella lancia graziosamente battuta alla prora da un soffio d'aria benigno…. Laura Uglio mi amava, e a tutto il resto avrei pensato io….
Sul terrazzo della villa Folengo, Lidia mi aspettava.
—Hanno portato un telegramma per te,—ella mi annunciò dall'alto, quando fui presso la darsena.
Avvicinai la barca in modo che fra essa e il muro del terrazzo non vi fosse più spazio nè acqua.
—Gettamelo,—dissi ridendo.—Sei buona?—
Il foglietto giallo si librò un istante nell'aria, e mi cadde ai piedi con maravigliosa perspicacia. Lo aprii e lessi:
«—Laura morta ieri. Funerali domattina alle dieci.—Gian Luigi.—»
Ripresi i remi e internai la barca nella darsena assicurandola al suo anello, fra una gondola e una yole. Poscia salii in casa tranquillamente, insensibile.
XVII.
Fermata una carrozza da nolo, dissi al cocchiere:
—In via Alessandro Manzoni, al numero quattro, c'è un funerale. Va laggiù e tienti un po' discosto dalla folla; poi, quando il corteo si muove mettiti alla coda e seguilo fino al cimitero. Hai capito?—
Il cocchiere affermò colla testa; io entrai nella carrozza, mi cacciai in un angolo, dopo avere abbassate le tendine, e mentre la vettura s'incamminava, chiusi gli occhi per non vedere la luce scialba.
Aveva piovuto violentemente quel mattino e il giorno era rimasto grigio, torpido, stendendo ovunque un'angoscia inesprimibile, una nausea d'azione. La città sonnacchiosa doveva pullular d'adulterî.
Appena fui accomodato sul sedile, una confusa ribellione mi penetrò nell'animo. Io non voleva andare laggiù; era inutile e straziante, superiore all'amara dolcezza di compiere un dovere. Tuttavia, quando il cavallo partì al trotto cadenzato, il dubbio scomparve e l'energia ebbe il sopravvento. Bisognava andare e soffrire fino all'ultimo; se l'anima esisteva, quell'anima aveva d'uopo di non sentirsi dimenticata per discendere serena nel sepolcro.
Intorno al feretro doveva esservi ben numeroso stuolo di gente; ma chi aveva palpitato con colei che oggi era morta? chi l'aveva conosciuta ed amata quanto ella desiderava?… Non sarebbero mancate le persone che vanno a un funerale per mostrarsi forti di conoscenze cospicue; un insieme obbrobrioso d'ipocrisie, un finto rimpiangere chi si è dilaniato fino a ieri, uno sfoggio imbecille di lusso e di fiori e di cavalli e di carrozze; e in mezzo, il povero e caro corpo, cogli occhi serrati per sempre, inchiodato in una bara, la quale doveva infracidir con lui….
Bisognava andare.
Da piazza del duomo a via Alessandro Manzoni, il tragitto non era lungo, e, dopo alcuni minuti di trotto, il cavallo da nolo rallentò (un carro attraversava la via), si fermò al luogo indicato.
Sùbito s'udì un brusìo di voci sommesse, che mi fece guardar vivamente dall'altro lato della strada, per un vetro non difeso dalle tendine, tra il sedile del cocchiere e lo sportello.
La scena era questa, semplice e spaventosa: davanti alla porta, un carro funebre, dai cavalli con gualdrappa e pennacchi neri sulla testa; un po' indietro, sopra una carrozza a quattro posti, scoperta, infinite corone di fiori freschi, ricche di nastri e di dediche affettuose; poi tre vetture a due cavalli, nere, dalla sagoma antica e dal cocchiere in parrucca e in tricorno, quelle tetre vetture con le molle ondeggianti che tentennano quasi navi in burrasca; poi uno stuolo d'uomini e donne, ora in gruppo, che al momento opportuno si sarebbe allungato come un nastro umano; raccolti e silenziosi varî servi in livrea, portando i ceri; e distanziato da tutti un manipolo di beghine e di prefiche venute per accattar la candela; in ultimo, cinque o sei carrozze padronali e una dozzina da nolo….
Risultava da quell'insieme d'uomini e cose un'impressione profonda e tragica, che mi guidò istintivamente colle mani allo sportello, come per precipitarmi fuori; dovetti irrigidirmi contro il moto istintivo. I becchini eran comparsi, fra il silenzio fattosi d'improvviso. Sulle spalle avevano il feretro, col drappo funerario steso di già, ma raccolto ai lati fra le mani dei portatori. E passando sull'asse scorrevole del carro, il feretro diede un suono metallico e vibrante. L'asse rientrò; il feretro fu accomodato, il drappo steso totalmente. Alcuni servi porgevano le corone ai becchini: una fu messa alla testa, coi nastri lunghi che scendevano dietro; altre posate per tutta la lunghezza della cassa, altre all'intorno insieme a fiori sciolti; ma rimanendone pur sempre in quantità notevole, anche la vettura da nolo fu mandata alla coda per seguire il corteo. Quattro signore si collocarono ai fianchi, i preti si misero innanzi, i dolenti (le donne prima, gli uomini in séguito) si disposero in colonna e le carrozze presero il loro posto.
La coorte luttuosa si mosse lentamente.
Il cocchiere seguiva il funerale a giusta distanza perchè la mia carrozza non fosse notata.
Mi sembrava l'andatura del corteo,—eguale e tarda,—ancor troppo veloce…. Costoro non sapevano che ad ogni passo la tomba s'avvicinava? la tomba, la dissoluzione, l'eternità, vaste e spaventevoli cose per un fragile corpo! Di che stavan per essere preda, quella bocca, quegli occhi, quelle labbra che il male non aveva potuto se non render più delicate! Perchè non dare il cadavere al fuoco, perchè gettarlo nella fossa?
Vi fu un rallentare, poi una fermata. Il corteo era innanzi alla chiesa parata a drappo nero e oro, con un gran cartello che indicava un nome e due date. I dolenti entrarono; il feretro fu tolto dal carro e portato in chiesa.
Lunghissimo tempo durò la funzione sacra.
S'eran fatte le cose con lusso e i curiosi s'urtavano formando ala presso la porta; alcuni ridevano incoscienti, altri numeravan le carrozze; parecchi s'eran avvicinati alle corone, e s'arrischiavano a toccarne o a fiutarne i fiori. Questo mi diceva come insignificante fosse il cessar d'una vita, nell'insolenza d'altre vite più volgari. Avevo trasfusa l'anima nello sguardo, con una percezione lucida d'ogni fatto, la quale pareva giovasse a farmi soffrir di meno.
Fra i primi a uscir dalla chiesa, notai Gian Luigi Sideri, pallidissimo, coll'occhio smarrito e atono: sembrò cercare qualcuno in mezzo alla folla, si diresse verso le carrozze da nolo ad interrogare i cocchieri, e a pochi passi da me, tornò indietro, senza vedermi. Giorgio Uglio vestito a lutto, impassibile, badava a dare ordini e a sorvegliare che nulla fosse dimenticato di quanto prescriveva l'uso in tali circostanze. Angela Tintaro venne poi, maestosa e raccolta, nella sua andatura di matrona….. Quindi mio suocero, Pietro Folengo, partito la mattina da Pallanza qualche ora prima di me,—si pavoneggiava in una solennità retorica, nella quale il sentimento era muta parola, e aveva composto il viso a una maschera tradizionale…. Ettore Caccianimico, anche lui arrivato con Pietro, passava tra le due ali del pubblico sbirciandole con disdegno: era una delle poche figure maschili che svelassero qualche cosa di nobile e di severo… Confuse poi fra persone sconosciute, vidi la famiglia Cortalancia,—tre signorine in ordine di statura e d'età—colla madre enorme di corpulenza; e quella bruna signora, i cui occhi sembravan così teneri di passione da racchiudere un poema in uno sguardo; giovanotti eleganti, che avevano sperato di sedurmi Lidia in quindici giorni; parecchi ufficiali.
Allo scoprirsi dei curiosi, il feretro ricomparve. Mi sembrava stranamente lungo e sottile, un'orribile scatola adattata al corpo di Laura teso come una corda dall'ultima febbre…. Quale strana solennità doveva riflettere ora quel viso ch'io aveva baciato e sul quale tante espressioni di speranze e di spasimo eran venute succedendosi!
Le membra già guardate con desiderio, ricoperte di seta, profumate con sapiente civetteria,—dovevano incutere lo spaventoso rispetto del mistero cui erano in preda; s'io avessi potuto afferrar quelle braccia che m'avevano più volte ricinto il collo, le avrei sentite rigide come spranghe di ferro, gelate per l'inazione del sangue, preste a chiazzarsi di livide macchie, domani mutate in piaga orrenda, formicolante di vermi….
A tutto questo il mondo aveva dato il nome di riposo eterno….
Una scossa della carrozza troncò il filo dei pensieri e mi richiamò all'osservazione fredda.
Il corteo s'era formato di nuovo e riprendeva il passo lento, ormai senza speranza d'altri indugi prima della tomba.
Ricominciava a piovere; ma non ve n'era bisogno perchè il numero dei dolenti s'assottigliasse dopo la funzione religiosa; parecchi erano scomparsi, appunto quelli che l'indomani avrebbero detto di non aver potuto seguire oltre il funerale, perchè troppo, troppo era stato lo schianto!
Le tetre vetture a molle dalla sagoma antica ricoveravan diverse signore; una beghina, rimasta addietro, mi venne presso a recitare il de profundis, con sì terribile accento cavernoso da produrmi i brividi. Alzai la tendina a guardarla; era piccola e tutt'avvolta in uno scialle nero, dal quale spiccava netto un profilo arcigno e lurido insieme, con enorme naso, con labbra penzoloni, che sovrastavano il mento secco, breve, angoloso. Pareva fervorosissima; aveva spenta la candela per rivenderla a miglior prezzo.
La coorte lugubre s'era internata per vie che a stento riconoscevo: l'abitudine non mi aveva familiarizzato se non colle vie più ricche e più ilari, e ritrovandomi in quartieri operai, dove diversi erano il moto, il vociare, l'incrociarsi dei carri, subivo l'impressione d'una novità spiacevole.
M'accorsi che si accelerava il passo; la pioggia, minacciando di farsi larga, spingeva quell'accozzaglia di gente, la quale aveva furia di compiere il pio officio e sbarazzarsi del cadavere increscioso.
Laura avrebbe trovata la terra fradicia; i fiori deposti sulla tomba si sarebbero sfogliati innanzi tempo.
Allo sportello, d'un tratto, la beghina cessando il mormorio rauco, gettò un'occhiata innanzi per assicurarsi non la vedessero, e scomparve dentro una porticina, che menava alla sua soffitta; pratico espediente, quello di prendere alloggio sulla via del cimitero, per risparmiare la fatica del ritorno!
Si presentiva dovunque l'avvicinarsi di uno scroscio formidabile d'acqua; ad ogni poco un carro passava di corsa, romoroso e traballante; i cocchieri immobili sotto la pioggia masticavano bestemmie; e lentamente quell'aria pregna d'elettricità mi si comunicava, producendomi a un tempo una strana sfinitezza di tutto il corpo, e l'atonia del pensiero, nel quale s'ingrandiva la necessità assoluta di giungere.
Quanto m'era passato sotto gli occhi fino allora, non m'aveva data idea alcuna della morte, come se l'esteriorità di quella pompa, la lentezza di quell'andare, m'avessero diminuita, poi fugata interamente la sensibilità acuta di cui soffrivo sul primo istante.
La sensibilità rivenne con forza quando m'avvidi ch'eravamo fuori delle mura e i cavalli non battevano più il selciato ma il terriccio d'un viale. Guardai dallo sportello.
Il cimitero a marmi di colore alternato, coi pinnacoli, e la strana forma che pareva stender le braccia verso la città,—era di fronte a noi…. Sui lati del viale, dei mendichi cenciosi e storpi continuavano la cantilena delle prefiche; vidi in quell'istante Ettore Caccianimico fissarne uno curiosamente, da capo a piedi, e negare l'elemosina che quegli domandava.
La mia carrozza si fermò.
Il convoglio funebre entrava nel cimitero, piegava a destra, scompariva dietro i primi cipressi.
Allora provai tutta la sensazione smisurata dell'irreparabilità; non avevo sofferto abbastanza. Volevo vedere il feretro calare nella fossa urtando le pareti, e ascoltare il romor della terra che vi si gettava sopra, fino a eguagliare le altre tombe intorno, e la pioggia cadervi, penetrare sottilmente nelle zolle, anticipare la dissoluzione di Laura Uglio.
Spalancai lo sportello, entrai nel cimitero, quasi attirato da una gran vampa giallastra che bruciasse là dove il feretro era scomparso. L'orizzonte oltre le tombe e i cipressi, era stretto e livido.