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Il Designato: Romanzo

Chapter 22: XIX.
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About This Book

The narrative concentrates on intimate episodes within urban bourgeois society, portraying a range of social types through attentive, precise observation. Short, vividly rendered scenes—domestic rituals, a wedding night, shopping excursions, and a funeral—reveal shifting moods of sentiment, irony, and melancholy while exposing private contradictions. The prose combines delicate psychological insight with satirical clarity, assembling episodic portraits that trace character and social atmosphere rather than a single linear plot.

XVIII.

E sull'orizzonte, delle piccole figure cupe spiccavano presso il carro funerario, spoglio ormai, e nudo come uno scheletro.

Ero per dirigermi laggiù a corsa, perchè una più lunga attesa avrebbe sfrenato un urlo dalla mia bocca serrata e contorta…. Un uomo, in abito nero, staccandosi dal gruppo di quelle piccole figure, mi tagliò la strada, mi afferrò per il braccio, dicendomi:

—Torna indietro! Sei smunto come un cencio lavato. Prima che ti vedano!—

Restai immobile a guardar Gian Luigi.

—Hai la carrozza fuori?—egli continuò.—Andiamo.—

Le parole fredde e ragionevoli mi produssero l'effetto del lampo a due passi da un precipizio. Obbedii mutamente, ricondussi Gian Luigi fino alla mia carrozza, nella quale entrai, mentre l'altro dava al cocchiere il proprio indirizzo. Lo scroscio d'acqua paventato si scatenò allora con terribile veemenza, e dopo l'acqua una gragnuola fitta, che danzava sinistramente sul coperchio della vettura, minacciando d'interrompere la nostra corsa. Gian Luigi aveva su di me in quella contingenza l'impero della calma sopra la passione disordinata.

Ci guardavamo in silenzio pallidi tutt'e due; io vergognoso d'essere stato sorpreso all'atto di commettere una follia da un uomo che non consideravo più come amico intimo.

—Sei arrivato stamane?—domandò Gian Luigi dopo un istante.

—Sì,—risposi.

—Non sapevi ch'era ammalata?

—Sì,—ripetei.

—Perchè sei partito?

—Dovevo…. Ha sofferto molto?—

Gian Luigi non rispose: guardò fuori, dove la gragnuola aveva spopolate le vie totalmente…. Mi pareva ch'egli assumesse un tono da giudice affatto insopportabile, considerandosi in diritto di non rispondere alle mie domande.

Arrivammo; pagai il cocchiere e seguii Gian Luigi.

Un servo in anticamera ci precedette verso la sala; ma il Sideri accennò la porta del suo studio, che il servo aperse e richiuse dietro di noi….

Strano gabinetto da lavoro, in cui la nota dominante era il bianco! Le decorazioni, la pendola di porcellana, alcune statue, il raso dei mobili, la scrivania, erano bianche, producendo un chiarore ampio e senza penombre…. Ne ricevetti un'impressione sgradevolissima, non volendo allora giustificar quella bizzarria col solito amore del nuovo che produceva tanti errori d'estetica in Gian Luigi.

Egli mi accennò una poltrona, e dopo avere spalancate le imposte socchiuse, mi si rivolse, dicendo:

—Io parto questa sera medesima. Andrò a Parigi e a Londra. Ti prego quindi di pazientare finchè abbia dati gli ordini necessari.

—È una risoluzione improvvisa?—domandai.

—Meditata. Ho bisogno di stordirmi per alcuni mesi e con quest'ultima catastrofe non potrei restare in Italia più oltre.

—Quale ultima catastrofe?—

Gian Luigi espresse collo sguardo tutta la dolorosa maraviglia di cui era capace.

—La morte di Laura,—pronunciò quindi.

Io m'alzai di scatto dalla poltrona e posi una mano sulla spalla di
Gian Luigi.

—Ah dunque!—esclamai.—Perchè non ti sei confidato a me?—

Egli mi squadrò da capo a piedi, con espressione tra l'ironico e il disdegnoso.

—Ho l'occhio troppo esercitato per commettere simili errori,—disse.—Tu hai una stranissima opinione dei tuoi amici, dacchè non sei più libero, e a mio riguardo non ti sei contenuto come per l'addietro…. Tu…. hai dubitato di me, hai sospettato in me le intenzioni più assurde e più maligne, hai chiaramente dimostrato che vedevi in me un importuno….

—Se tu sapessi,—mormorai, lasciandomi ricadere nella poltrona,—se tu sapessi la tremenda condizione d'un marito! Sì, certo io ho dubitato di te, come di tutti…. Ma una tua confidenza poteva rischiararmi e togliermi i sospetti.

—Quando ho pensato di farlo,—rispose Gian Luigi, sedendosi presso la finestra,—non era più giusto…. L'amore, cominciato da uno scherzo, era diventato tragico, mi dava troppi dolori e troppe ansie per poterne discorrere come di un'avventura qualunque. Inoltre, io sapeva quel che tu andavi meditando….

—Cioè?—domandai con un presentimento.

—Potresti negarmi che tu hai ritardato un viaggio per la sola speranza di afferrar quest'anno l'occasione rifiutata l'anno scorso?… Devi ricordare che io mi congratulai un giorno per la tua improvvisa ricomparsa in casa Uglio; come seppi quello, seppi il resto: una passeggiata ai giardini, mezz'ora dopo che ne ritornavi; un incontro in un negozio; una sollecitudine morbosa e inconcepibile per la salute d'una persona alla quale avevi dimostrata un'antipatia quasi grottesca. Non era difficile tirar la deduzione da queste premesse; e la deduzione escludeva ogni confidenza.—

Chinai il capo sotto il peso di quella duplice rivelazione. Io m'era ingannato come marito e come amante! Come marito perchè avevo interpretate le tristezze di Gian Luigi, la sua ostinazione a non visitarci cogli altri—quali corollarî d'un disegno inconfessabile, quali astuzie per goder meglio dell'intimità di Lidia, laddove un'altra donna era la segreta causa di quella condotta. Come amante, perchè la mia vanità ridicola aveva dato alle parole e agli atti di quell'altra donna un significato pericoloso e lusinghiero, mentre essa mi considerava un buon amico e mi voleva tale in casa sua….

Sentii una triste vergogna per il lungo periodo di sospetti onde aveva offesi Gian Luigi e la povera Laura…. Mi levai e dissi stendendo la mano:

—Io ti chiedo perdono di tutto!—

Gian Luigi prese la mia mano e la strinse fortemente:

—No,—egli rispose,—non c'è bisogno di perdono. Ho ben compreso che tutto è sorto per un'allucinazione sciagurata. Credevi di non essere amato, come credevi d'amare chi non dovevi; ora colle mie spiegazioni sai a che devi tenerti….

—Io sono umiliato—dissi—del mio stesso pensiero. Tu parti con quest'ultima nota sgradevole del mio carattere e le scuse non basteranno a cancellarla. È deciso che tu parta?

—Stasera medesima,—fece Gian Luigi corrugando la fronte. Aggiunse sùbito, con uno schianto:—Non posso rimanere, capisci? Ho quel viso innanzi agli occhi dovunque, per la casa, per le vie, nei ritrovi; dovunque…. Ella ha sofferto come una martire, è stata capace d'eroismi….—

S'interruppe, diede una scrollata di spalle, guardando fuori della finestra per impedirmi di scorgere il velo profondo di dolore che gli si era steso sul volto.

—Se tu rimanessi,—mormorai,—io non andrei oggi a Pallanza, e ti terrei compagnia per quanto valgo…—

Gian Luigi volse la testa con un movimento d'interesse.

—Perchè,—aggiunsi,—tu parti così solo, così agitato, che i luoghi nuovi o vecchi, qualunque siano, saranno incapaci a svagarti…. Potresti ritardare, poi venire con me a Pallanza, e di là, quando noi partissimo, intraprendere il viaggio insieme, senza meta…. Anche per il mondo: una specie di fuga come tu vuoi, sarebbe il tema di molte congetture assai dannose.

—Credi?—fece Gian Luigi, colpito dalle mie osservazioni.

—Non si tratta che di un ritardo,—incalzai.

—E tu rimarresti?

—Non ho che a spedire un telegramma.

—Accetto!—disse Gian Luigi semplicemente.—Ciò che mi atterrisce è la solitudine.—

Susseguì un breve silenzio; mi rimisi a sedere nella poltrona, osservando con rapidità come le cose fossero mutate in poche ore, maravigliando per la rassegnazione venuta nel mio animo a prendere il posto d'una momentanea follia.

—Io non vorrei,—soggiunse Gian Luigi,—che questa tua decisione fosse male interpretata.

—Da mia moglie?

—Innanzi tutto….

—Non importa!—mi sfuggì.—Posso scrivere e spiegarmi…. Lidia è fiduciosa.—

Dovetti fare uno sforzo per non dare alle parole un'intonazione sarcastica; inutile sforzo, quando Gian Luigi aveva intuite le modificazioni verificatesi in un anno.

Quella sera medesima, ritornando verso casa, io pensava d'essermi assunto un compito ben difficile nel voler sanare la piaga onde il cuore di Gian Luigi sanguinava. Egli s'era tosto richiuso in una diffidenza egoistica, forse giustificata dalla leggierezza della mia precedente condotta; nulla più accennava in lui l'amabile gentiluomo pronto al motteggio e all'ammirazione, all'entusiasmo e alla critica per quanto si vedeva intorno….

Era venuto a teatro, e alle prime battute dell'orchestra il suo volto aveva significata una così intensa sofferenza di ricordi ch'io gli aveva proposto d'andarcene sùbito; al Circolo, non aveva giuocato, limitandosi a sorbire una tazza di tè nero, la quale doveva procurargli una notte d'odiosa insonnia; era rincasato verso il tocco, mentre per abitudine, verso il tocco entrava al Circolo, ritornando dalle partite con Lidia; gravi sintomi d'assorbimento morale, contro cui non sarebbe valso alcun tentativo di reazione. Egli aveva in animo d'assaporare fino alla fine il cordoglio insuperabile per un passato perdutissimo, rifacendosi col pensiero chi sa quante volte all'ultimo periodo tragico onde il primo periodo ridente era stato concluso.

S'io avessi istituito un paragone fra quella specie di sofferenza e la mia, avrei trovato quanto la mia fosse più greve perchè più volgare. La morte di Laura era valsa a coprirmi di ridicolo, comechè io mi fossi martoriato, esaltato, disperato, credendo di perdere un'amante, laddove mi dovevo presto accorgere ch'io aveva perduta semplicemente una conoscenza piacevole; non solo, ma potevo (forzando con cinismo il passato vivo d'una donna morta), ricostruire quel tempo in cui tutti i desiderî e i sogni risvegliatimi da Laura, si sapevano intorno a me, eran comentati da lei nei convegni con Gian Luigi, ai quali si recava mezz'ora dopo avermi lasciato….

E forse, il danno s'estendeva oltre. Angela Tintaro, per esempio, con quell'arte pettegola di cui aveva date prove inconfutabili, conosceva certo l'amore di Gian Luigi; quale sarcastico sorriso dovevo io averle provocato lasciandomi sorprendere ai Giardini con Laura, nell'intermezzo fra l'uno e l'altro appuntamento del Sideri! Ma, onestamente, Angela Tintaro ne aveva approfittato per denunciarmi a Lidia e tentare un po' di discordia, della quale Angela si prometteva di giovarsi.

Ancora: Ettore Caccianimico ignorava forse tutto questo?

La figura d'Ettore mi parve la più odiosa fra quante avevan rappresentata la triste farsa. Egli s'era divertito alle mie spalle, costringendomi a riveder Laura, tormentandomi prima coi dubbi sulla salute di lei e poscia con le assicurazioni arbitrarie ch'ella sarebbe guarita, mi avrebbe raggiunto in campagna, mi si sarebbe offerto il mezzo di riavvicinarla….

Perchè s'era permessa una simile condotta, Ettore Caccianimico?

Da ultimo io stava per soccombere al peso della fatalità. Avevo sperato d'essere un marito accorto ed ero semplicemente un marito, pescatore di granchî colossali…. No; sarebbe stato assurdo negarlo: Lidia aveva un confidente, il quale andava trasformandola, insegnandole come resistere alle avversità del matrimonio, coltivando in lei una nuova tendenza a mostrarsi fredda per il bene ed il male ch'io poteva causarle….

Stabilita questa verità, ero cascato nella prima trappola aperta sul mio passaggio. Il conte Gian Luigi Sideri era giovane, elegante, conosciuto, artista; e per ciò m'ero fermato a lui…. A un tratto, senza ch'io cercassi, la soluzione dell'enigma mi si presentava: sì, Gian Luigi aveva in cuore una donna, tradiva un amico, tesseva il suo quinto o sesto adulterio: ma con Laura Uglio, colla quale era stato in intimi rapporti anche prima, contemporaneamente a me!

In tal modo uno dei punti interrogativi onde mi vedevo circondato, trovava la sua risposta. E l'altro, restava imperscrutabile: con chi si confidava Lidia e di che si confidava?

Il telegramma spedito a Pallanza per avvertire ch'io rimaneva in città qualche giorno, provocò una lettera di Lidia, molto breve; una lettera la quale ostentava dignità, quasi non si volessero indagar le vere cause del mio indugio a Milano, che non doleva ad alcuno, apparentemente.

La freddezza informatrice di quelle poche righe, era puerile nel manto dell'orgoglio offeso. Lidia credeva senza dubbio ch'io avessi trovato al mio ritorno uno di quei simpatici ostacoli, i quali capitan così opportuni ai mariti nelle allegre commedie francesi: ella aveva del mondo l'esperienza acquisita in un gioviale repertorio da teatro, migliorata dai comenti peregrini di donna Teresa e dal catechismo ragnato di Pietro Folengo.

Il mattino dopo il funerale, nel cortile di casa Sideri, vidi una cavalla saura attaccata alla domatrice. Gian Luigi scendeva dallo scalone, abbottonandosi i guanti.

—Esci?—domandai.

—Venivo a prenderti,—egli rispose.—Andiamo a provare Steppa se non hai paura di romperti il collo!—

S'avvicinò alla cavalla, accarezzandola sulla fronte; poi salì nel veicolo, prese le redini dalle mani del servo, e quando mi fui accomodato al suo fianco, aizzò Steppa che s'incamminò con grande strepito di ferri sotto l'androne.

—Hai dormito?—domandai.

—Ho lavorato…. Perchè non lavori anche tu? È una consolazione.

—Bene, Severino Boezio! E di che cosa debbo io consolarmi?

—Di tutto….

—Allora, io ti domanderò se non ci fosse qualche lavoro di consolazione…. preventiva; qualche lavoro che ci consola prima di quanto non otterremo o non dovremmo ottenere….

—Se ci fosse, non sarei qui!—rispose Gian Luigi che aveva capito.

La prova del cavallo era un pretesto per uscir di casa. Steppa andava benissimo e percorse un lungo tratto fuor della città senza adombrarsi nè rallentare il suo trotto splendido…. Gian Luigi appariva meno cupo; incontrato un convoglio funebre che veniva verso la città, gli diede uno sguardo breve con un sussulto, e lo evitò rapidamente.

A colazione, dopo aver rimandata la domatrice per un servo, io mi lasciai trascinare dalla vicenda del discorso, a parlar di Laura; e con quel bisogno irrefrenabile ch'è proprio delle anime nervose e veementi, Gian Luigi si lasciò trascinare a confidenze.

Là io lo volevo appunto, a quelle confidenze delicate dalle quali non venivano a prender luce se non l'anima di Laura, i segreti angoli di quello spirito inquieto, avido, instabile, perchè aveva un determinato modo di capire il sentimento, a raggiungere il quale s'era ella macchiata d'errori, imperdonabili per il mondo.

Rappresentava Laura, a parer mio, un bell'esempio di monogamia forzata: dalla prima notte di matrimonio, ella aveva compresa la volgarità di Giorgio Uglio e non s'era creduta per un tale uomo di dover rinunciare a passioni fallaci ma affascinanti di pericolo e di cortesia…. Aveva ragionato come io ragionava da qualche tempo:

«Serbarmi fedele tutta la vita a un estraneo? Oggi, domani, m'imbatterò nell'uomo pel quale l'amore non è vuota parola e il mio può essere anche una salvezza o un motivo di vivere…. Io dovrò rinunciare alle sconfinate gioie d'un simile possesso, per che cosa? per rappresentar nella commedia la maschera della moglie fedele?»

L'utopia sembrava doversi effettuare. Gian Luigi Sideri, arrivato, dopo infinite delusioni, a Laura Uglio dolente di infinite delusioni,—era l'uomo pel quale molto ancora una donna avrebbe potuto contare. Le due stanchezze di vita, le due amare esperienze, s'erano attratte, sostenute, compenetrate in una passione estesa, cui tutte le forme dell'amore avevano concorso mirabilmente…. E (questo si doveva dire sottovoce, perchè il mondo argutissimo non si sbellicasse dalle risa), per Laura Uglio aveva lavorato Gian Luigi, scrivendo quel romanzo il quale, se non altro, attestava delle eccellenti intenzioni e un non volgare uso degli agi.

Poi a Saint-Moritz (dove il mondo argutissimo supponeva Laura in compagnia di parenti, ed io per crederlo avevo dovuto innamorarmi di Laura una seconda volta, cioè chiudere gli occhi alla luce), a Saint-Moritz s'era tessuto un idillio audace, quale lo potevan quei due, giuocatori all'amor libero con circospezione, ma senza ipocrisie, e parati a rispondere; là, un primo attacco del male onde Laura doveva morire, aveva sinistramente richiamati gli amanti alla realtà fredda e crudele. Il medico, supposto in Gian Luigi un parente di Laura, cioè un indifferente, s'era creduto in dovere di preavvisarlo che la donna non avrebbe resistito più d'un anno; e Laura, per caso, aveva ascoltata la sentenza; e fra quei due, un terzo personaggio era venuto a collocarsi, spaventosamente afrodisiaco: la morte.

Talchè quando io aveva rivista Laura a Pallanza, ella usciva da un idillio mutatosi in ridda fàllica, ella era già consapevole della sua sorte; l'espressione cinica, dura, spudorata, volubile, sorpresa su quel volto, originava da un disprezzo vasto d'ogni cosa, che non fosse il suo amore; un tal disprezzo d'ogni cosa, da permettere a Giorgio Uglio di credersi amato fedelmente, perchè Laura trovava inutile allontanarlo, non meno inutile che allontanare uno stupido cane il quale abbia un grottesco modo di mostrare la sua affezione.

Questa la confidenza generale di Gian Luigi, fattami in un'ora di rievocazione dolorosa, e non rammaricata nei giorni successivi; anzi, ampliata in modo ch'ebbi a provarne un involontario dispetto.

Attirato dall'argomento, il Sideri parlava con lucidità ed ordine; semplice dapprima; poi vario d'inflessioni, di parole, di pensieri; un narratore squisito, un artista di memorie ch'egli sgranava quasi in capitoli di romanzo…. Perchè il suo racconto aveva un concetto pieno di orgoglio: Gian Luigi contava nella vita di Laura come un salvatore: era giunto a tempo, aveva impedito alla donna di perdersi, aveva trasformata l'adultera in un'amante saggia e devota….

Questo concetto che in altra età mi avrebbe eccitate le risa più irreverenti, si comunicava al mio spirito; lo comprendevo e lo ammiravo, dimenticando con Gian Luigi che l'edificio di quell'amore aveva le basi false, comechè sorte a oltraggio delle consuetudini e della legge; infine, io considerava Laura una donna libera di sè, trascurando Giorgio Uglio suo marito, dal quale soltanto la redenzione sarebbe dovuta venire….

Ma mentre Gian Luigi parlava, per maligna stranezza io smarriva la visione di Laura, e un dispetto involontario a poco a poco mi offriva la visione di Lidia; pura ma fredda; onesta ma chiusa; intelligente ma repulsiva. Nulla avrebbe ella capito di tutto ciò che è passione; io aveva soffocati per lei i germi di tendenze artistiche, nelle quali avrei trovati saporitissimi orgogli, e lei non aveva saputo rendermi l'apostasia in altrettanto amore.

Gian Luigi ricordava con tenera commozione gli ultimi tempi di Laura.

L'elegantissima signora aveva un animo coraggioso fino allo stoicismo; sapendo che allorchè le forze le fossero mancate, non si sarebbe riavuta mai più, durava in una lotta spaventosa col male, ogni giorno lasciando il letto per una crispazione di volontà, facendosi abbigliare dalla cameriera, uscendo in carrozza, recandosi ai convegni di Gian Luigi nei quali ogni parvenza di piacere era scomparsa per dar posto alla matematica sicurezza della fine impendente.

Nuovo rimorso in me, che avevo creduto d'essere amato, d'essere desiderato da quella moribonda: e n'ero andato superbo come un collegiale a cui i primi sguardi femminili rimestano tutte le stupide cattiverie isteriche.

In breve, le confidenze di Gian Luigi mi divennero intollerabili.

Avrei volontieri apprese le doti di Laura: ma leggendole, non dalla bocca di uno che aveva baciata la sua bocca; non da una viva voce cui aveva risposta la voce della donna. Poi, rapidamente, io diventava debitore di Gian Luigi, perchè alla sua rinata intimità non potevo contraccambiare…. Narrargli i miei dubbî? Mostrargli di quali aspre delusioni il mio matrimonio fosse già macchiato?… Queste sciagure eran volgarissime, in fondo; anche un po' ridicole, perchè me le ero addossate con una scelta inadatta….

E per levarmi d'impaccio, tentai una strada nuova. Diedi ai nostri discorsi un colore sarcastico: evitai le memorie e i fatti presenti, per raccontare vicende allegre di cui ero stato attore e spettatore: Gian Luigi capì ed accettò l'invito, e cinque giorni dopo la morte di Laura Uglio, alla nostra tavola sfilavan nomi di donne allegre, episodî amorosi d'una leggierezza aereostatica…. Il Sideri per l'occasione ricorreva alla lingua francese, narrando con una malignità semplice e bonaria, la quale valeva meglio d'ogni reticenza….

Il dolore in lui rimaneva, ma senza forma esterna.

Un mattino ch'io m'era recato a casa sua, il servo mi disse che il signor conte era uscito. Lo aspettai: arrivò all'ora della colazione.

—Perdona,—mi disse.—Sono stato al cimitero…. Se tu vedessi…. non più un fiore, nulla!—

Ma il buon umore tornò presto: l'indomani. Dovevamo pranzare al caffè ed io v'era giunto, rileggendo per la quarta volta una nuova lettera di Lidia. Stranissima lettera, considerando lo stato d'animo in cui ci trovavamo: ad ogni riga, una espressione affettuosa, un roseo pensiero, un desiderio di rivedermi, una cura della mia salute, e baci nel commiato…. Io non riusciva a stupirmene abbastanza….

Gian Luigi, che mi vedeva allegro, cominciò co' suoi aneddoti e con allusioni…. Raccontava di un certo amore tessuto parecchi anni prima, in campagna, colla giovane moglie d'un senatore.

—Non ho mai incontrata una donna più interessante,—diceva.—Era la vittima d'un enorme bisogno di mentire; mentiva con tutti, e quindi si contraddiceva ad ogni piè sospinto…. Ella non scriveva a suo marito se io non le era al fianco e non la baciavo sui capelli…. Un giorno che per lei avevo scoperto un bacio nuovo, dietro la nuca, ella scrisse al senatore la sua migliore lettera; una lettera affettuosa, desiderosa, graziosa, eccitante…. E il buon uomo non appena mi rivide, mi costrinse a leggere quella lettera, ch'egli considerava il capolavoro dell'affetto coniugale, ed io sapeva invece il capolavoro di tutt'altro….—

Gian Luigi scoppiò a ridere pel ricordo curioso.

Io mi morsi le labbra.

—T'avverto,—dissi qualche tempo dopo,—che domani vado a Pallanza.

—Di già?—fece il Sideri malcontento.—Ti ha scritto la tua signora?

—Mia moglie non mi scrive mai!—risposi.

XIX.

Dannato viaggio!

Io credo di non aver più sentite le distanze colla nervosa acutezza d'allora. Movimenti di passeggeri e di treni; chiacchiere di viaggiatori; paesaggi; fermate e ripartenze lente come agonie; mormorio d'acque intorno al battello; giuoco di colori naturali sullo specchio del lago, nel profilo dei monti; giuoco di colori artificiali nel volto e nelle vesti delle signore che mi stavano intorno; tutto aveva posto e si collocava nebulosamente nel mio cervello accanto a un pensiero unico e sanguinoso: Lidia mentiva nella sua lettera.

Arrivai inatteso, verso mezzogiorno. Allo sbarco, un gruppo variopinto d'uomini e signore osservava la solita manovra dell'approdo; io, confuso tra la folla sopra-coperta, distinsi immediatamente nel gruppo Lidia al fianco d'Ettore Caccianimico; ella guardò i passeggeri, non mi vide, si volse a pronunciar qualche parola con Ettore.

Il ponte fu gettato, vi passai, e arrivai innanzi a Lidia e ad Ettore quasi di sorpresa.

—Tornato!—esclamò la donna, stendendomi la mano.—Perchè non ci hai scritto?

—Non sapevo,—mormorai, con uno sguardo sintetico a Lidia.

Come s'era vestita stranamente! Aveva un abito chiarissimo e senza linee precise, secondo il gusto dominante; ma una fascia alta color viola cupo le serrava il busto, ricadendo sul fianco sinistro a ravvivar la tinta pallida dell'abito. Il cappello grande, col pizzo tutt'intorno, lasciando scorgere ben poco del suo viso delicato, dava alla carnagione in compenso un tono d'ombra soavissimo. Lidia non aveva guanti nè gioielli; portava le scarpette di panno bianco.

Mi posi al suo fianco, incamminandoci, mentre Ettore le si metteva all'altro lato.

—Il conte Sideri sta meglio?—domandò Ettore.

—Mi pare,—dissi.—In ogni modo, non potevo più resistere alla temperatura della città.

—Non fai conto di ripartire, speriamo?—osservò Lidia con sollecitudine.

—No, no,—risposi.—Aspetto anzi Gian Luigi, che ha promesso di raggiungerci.—

Lidia salutò in quell'istante due signore affacciate al balcone d'una villa.

—Sono conoscenze nuove,—mi spiegò poscia.—Ho fatte molte amicizie in questi giorni e non trovo tempo a restituir le visite. La povera mamma è disperata, perchè quando non ho l'umore per le chiacchiere, incarico lei di sostituirmi. Oggi, per esempio, l'ho mandata in montagna col papà a una gita che mi spiaceva: torneranno per l'ora del pranzo.—

Appena fui nella mia camera, rilevai una novità. Dall'uscio comunicante aperto, la camera di Lidia presentava un tale aspetto, di disordine che non v'era d'uopo di soverchia intelligenza per capire come la donna non l'abitasse più: vi mancavano i suoi oggetti d'abbigliamento e il misterioso profumo ond'ella nobilitava i luoghi che l'accoglievano.

Lidia mi raggiunse quasi sùbito e leggendo sul mio volto un'interrogazione, disse:

—Non te ne ho avvertito nella lettera per dimenticanza: ho mutato camera: sto al primo piano, presso la mamma. Fu un'idea mia, credendo ti saresti trattenuto molto in città….

—Un'idea stranissima,—risposi.

—Ma no: questa camera non si prestava a un arredo un po' elegante, mentre l'altra è diventata così simpatica. Stasera tornerò qua sopra: tu lo permetti, non è vero?—

Gli occhi di Lidia brillarono: ella stava non seduta, ma appoggiata al letto, colle gambe stese, il busto ritto, la testa in avanti verso di me. Io l'avvicinai sorridendo.

—Te ne avrei pregato,—risposi. E aggiunsi in tono ilare:—Dunque, grandi mutamenti su tutta la linea? Gite, conoscenze, feste, visite?…

—Ti dispiace?—domandò Lidia premurosa.

—Per nulla. Ciò vuol dire che la tua salute è buona.

—Discreta, sì. E poi c'è un'altra novità….—

Io sussultai, preparandomi a una tenera notizia; le mie braccia istintivamente si stesero verso la donna….

—Una novità,—ripetè questa.—Studio l'inglese.—

Lasciai cadere le braccia, ritornando allo specchio innanzi al quale mi ravviavo la barba.

—Ah, è qui tutto?—dissi.—E con chi?

—Col Caccianimico.

—Da quando?

—Oh dalla tua partenza: cinque o sei giorni soli.

—Meglio così; perchè queste lezioni mi dispiacciono.—

Lidia crollò le spalle, abbandonando la sua positura incomoda e venendomi al fianco.

—Per qual motivo?—chiese ella.

—Ettore non avrà più tempo, adesso.

—Se non fa nulla tutto il giorno!

—Appunto. È una crudeltà distoglierlo da simili occupazioni per delle sciocchezze.—

Lidia ebbe un moto di stizza, dicendo nell'allontanarsi:

—Come si può fare? Io non oserei ripetere al Caccianimico il tuo ordine.

—Va bene,—risposi.—Lo dirò ad Ettore. Sei contenta?—

La donna mi guardò e comprese essere vana l'insistenza.

—Dovresti accompagnarmi giù,—pregò calma e affettuosa.

Giù, ella aperse la porta del suo piccolo appartamento e mi vi precedette.

Le camere eran due. La prima, un salottino fatto per l'intimità: a sinistra il divano a due posti, con innanzi la tavola carica di gingilli, e sull'impiantito di legno un tappeto alto e silenzioso: la parete di fronte era occupata dal caminetto chiuso, e la parete principale s'apriva a due grandi finestre, che davan su quel terrazzo dal quale Lidia m'aveva gettato il fatale telegramma; tra l'una e l'altra finestra, uno scaffaletto ove i ninnoli stavan presso numerose fotografie. Ma ciò che al luogo prestava un caro significato di raccoglimento, era un gran vano che doveva essere stato un'alcova, presso l'entrata. La tappezzeria vi era più scura: una piccola tavola col servizio da tè e due piccole poltrone formavano tutto l'arredo: ma vi eran diversi quadri alle pareti, e in un angolo, sopra una specie di sgabello, una pila di libri francesi, di novissima pubblicazione.

—Qui prendiamo il tè,—disse Lidia, accennando.

Io guardai un'altra volta le due poltrone, e seguii la donna nella seconda camera.

Non vi rilevai nulla di speciale: era la sua camera da letto, solita in villa: il letto bianco dalla coperta a ricami rossi, il tavolino d'abbigliamento colla superficie in cristallo e un grande specchio ovale trattenuto al disopra da un grifo d'oro; l'armadio, qualche mobile per sopportare altri gingilli…. Fra i gingilli, un libro, una grammatica inglese, e nella grammatica una lettera del Caccianimico, aperta.

—E qui dormo!—fece Lidia.—Era necessario questo cambiamento, finchè tu non v'eri. Quell'uscio mette nella camera della mamma; così ci teniam compagnia, la notte. Sai che ho paura dei temporali!—

Nella grammatica inglese una lettera del Caccianimico, aperta; aperta, quindi leggibile a tutti: eppure, avrei pagato non so che per leggerla io pure; se l'avessi fatto sùbito, come per distrazione, la cosa sarebbe venuta naturalissima; ora, bisognava darle un significato dal quale rifuggivo.

—E adesso,—mormorò Lidia venendomi incontro,—vorresti lasciarmi sola? Debbo mutar d'abito per il pranzo.—

Voce nuova: gentilezze nuove; peggio ancora: le braccia di Lidia mi ricinsero il collo, e le sue labbra s'unirono spontaneamente alle mie…. Ebbi come un lampo innanzi agli occhi, un sussulto di felicità mi chiamò vivamente il sangue al cuore…. Se quelle moine fossero state sincere! S'ella avesse saputo trasformarsi d'un tratto e trasformare anche me, perduto già in altri desideri, perchè ella era perennemente eguale!

—Che sapor di rosa il tuo bacio!—dissi.—Poi mi morsi le labbra, poichè questa era una frase della morta Laura.—Ti aspetto in giardino,—aggiunsi, uscendo.

Invece, quando fui in giardino, un istinto più forte mi trasse a passarne il cancello e ad avviarmi sulla strada per Intra. V'era dovunque un delizioso profumo d'olea fragrans; i muri di cinta ai lati, coprivan già d'ombra benigna la strada, così dilettevole e propizia alle meditazioni, ch'io mi trovai ad Intra quasi senz'avvedermene.

Analizzavo il bacio di Lidia; s'ella non mi fosse stata cognita, l'impressione deliziosa prodottami da quell'abbraccio improvviso, avrebbe avuta una giustificazione; ma perchè io conosceva Lidia di fronte alle forme dell'amore, l'impressione era puerile, non potendo attribuire lo slancio affettuoso della donna a un desiderio di darsi, forse l'unico desiderio, forse l'unica forma amorosa per rallentare se non distruggere il processo de' miei sospetti e le dissonanze d'indole che ci torturavano…. Quel bacio era stata una spensieratezza o una malignità, ed io n'era rimasto vittima come a diciott'anni.

Avrei dovuto attendermi ben altro, ben più ammalianti seduzioni da una donna che stava per tradirmi: (ormai avevo classificata Lidia così, mettendola al mio fianco in quel Circolo sul quale avevo fatte profonde meditazioni, giorni addietro). Bene ammalianti seduzioni doveva ella sfoderar come artigli, per ingannarmi e chiudermi gli occhi, perchè noi ci eravamo amati troppo in fretta e le seduzioni naturali eran già esauste!

Bisognava stringerla in un cerchio di ferro, spiarla attentamente, interpretarne i pensieri, accumulare delle prove, dimostrarle come tutto io sapessi comprendere.

Una barca approdò alla riva, mentre formulavo quel chiaro indirizzo di condotta…. Allungai un po' la testa dalla soglia del caffè ove m'ero seduto, e vidi Ettore balzare agilmente sul greto, salir la piccola ascesa fino all'altezza della strada, e dirigersi alla mia volta.

Egli sedette al mio tavolino esprimendo il piacere d'avermi incontrato. Io lo guardava con intensità: era costui che insegnava l'inglese a Lidia e le scriveva; era costui che nella caverna de' miei sospetti veniva a prendere il posto di Gian Luigi Sideri; dovevo badare stavolta a non ingannarmi, a dedurre con facilità, cernendo i fatti significanti da quelli comuni ai quali il mio amore prestava un significato fittizio.

—Spiegami,—egli disse ridendo,—il mistero della tua scomparsa. Ai funerali non ti ho visto: quando hai telegrafato, credevo in qualche intrigo; poi, quando sei ritornato, non ho saputo più che dire.

—Naturalmente,—risposi.—Tu sei avvezzo a interpretare con malignità ogni cosa, ed è questo il metodo più sicuro per non capire le azioni semplici. Ho trovato a Milano il conte Sideri molto indisposto, e mi son trattenuto qualche tempo.

—Malignità,—fece Ettore, alzando le spalle.—Non fui più maligno degli altri; perchè ti debbo avvertire che le tue stranezze fecero una cattiva impressione qui.

—A chi?

—Ai tuoi suoceri, per esempio. È sopravvenuto un fatto gravissimo, nella tua assenza. Si è parlato molto della defunta, e siccome se ne parlava fra gentildonne, s'è sgranato un rosario diabolico di cattiverie: la si è accusata d'inganni, di vita libera, di galanterie che passavano il segno, di sregolatezze mostruose; tutto ciò perchè qualcuno voleva compiangerne la fine.

—Si è osato questo?—esclamai.

—Non solo,—continuò Ettore freddamente.—Ma alla conversazione assistevano i tuoi suoceri, i quali hanno strepitato per dieci, alla rivelazione. L'idea che simile donna avesse l'adito in casa loro e la loro confidenza, li ha fatti arrossire fino alla radice dei capelli; Pietro Folengo era già stato al funerale, e se n'è pentito amaramente; donna Teresa aveva già sparsa qualche lagrima, e l'ha ricomprata accusando la morta della più odiosa ipocrisia. Ti dico, un pandemonio.

—E…. mia moglie?—chiesi titubando.

—Questo verrà dopo,—continuò Ettore, il quale sembrava voler procedere col massimo ordine.—L'irritazione dei signori Folengo si rovesciò sulla sua testa, perchè supponevano che tu fossi a ragguaglio della vita intima della morta, e n'eran confermati dalla freddezza fra te e Giorgio Uglio…. Qualcuno, a Milano, s'incaricò di soffiar nell'orecchio del signor Pietro non so quali storie: un passato legame tuo colla povera defunta, un riavvicinamento pericoloso in questi ultimi tempi.

—Angela Tintaro, senza dubbio!—osservai.

—Non so; ma è certo che, più o meno chiaramente, i signori Folengo ti fanno l'accusa di non aver loro aperti gli occhi e d'aver permesso che la donna così colpevole passasse la soglia della casa ov'era la tua fidanzata e se ne facesse un'amica. Non tengono conto dell'ostracismo a cui la condannasti più tardi e non capiscono come tu abbia potuto sopportare ch'ella continuasse nella loro intimità, quando tu non la volevi in casa tua….

—Queste osservazioni sono state fatte alla tua presenza?

—No, pur troppo,—sospirò Ettore.—Io non le avrei sofferte…. Le seppi per caso….

—E mia moglie?

—La tua signora ti ha difeso strenuamente; si è proclamata sicurissima della tua buona fede, ed ha osato tentare una discolpa della morta….—

Ettore s'arrestò per guardare l'orologio.

—Sono le cinque,—disse.—Vuoi che ritorniamo?

Ritornammo lentamente, dandoci il braccio.

—Sicchè,—ripresi,—Lidia non ha creduto nulla di queste calunnie?

—Lo puoi capire dall'accoglienza d'oggi; mi è parsa felicissima di rivederti.

—Sì, felicissima,—ripetei a malincuore, pensando al trasloco della sua camera da letto.—E durante la mia assenza?…

—Io le ho tenuto compagnia quanto potevo, e non le ho mai sentito elevare un dubbio sulla verità delle tue parole…. Anzi, per distrarla, avevo cominciato a darle qualche lezione d'inglese, la lingua elegante ch'ella desiderava conoscere….

—Me lo disse, infatti….

—Ma l'allieva e il maestro ne son già ristucchi,—seguitò Ettore, ridendo.—Ci fermeremo così all'I am, thou art….—

O costui era l'ottimo fra gli amici, o il peggiore degli ipocriti; nell'un caso e nell'altro, un uomo avveduto per annunciarmi con tanta semplicità quanto io voleva chiedergli…. Quelle lezioni d'inglese mi sembravano sospette ed eran tali, in ogni modo, da eccitare i comenti maligni degli estranei; Ettore l'aveva capito meglio di Lidia, evitandomi così il rincrescimento di parlarne ancora.

Sulla soglia della villa, gli strinsi la mano freddamente, angustiato da quel dilemma fra l'amico e l'ipocrita che mi ripromettevo di snodare al più presto.

Si pranzava in giardino, plebeamente, sotto un chiosco di verzura più inestetico di quanti avevo visti nelle osterie del sobborgo. Attorno alla tavola, scintillante d'argenteria e di stoviglie, eran già seduti i signori Folengo e Lidia.

—Ben tornato!—esclamò Pietro, alzandosi a stringermi la mano.

Io lo baciai sulle guance e ripetei la sacra cerimonia con donna
Teresa. Quest'abitudine rivestiva un carattere orientale a cui i miei
suoceri annettevano grande importanza. Quindi baciai sulla fronte
Lidia, piena di sorrisi e di gioielli.

Dopo le parole d'Ettore, ero come un segugio in attesa. Presentivo una battaglia impossibile ad evitarsi, e m'irritavo che i signori Folengo non ripetessero a me le opinioni espresse all'indirizzo della defunta, la cui memoria avrei difesa con accanimento. Lidia taceva, passandomi il vino, la saliera, quanto chiedevo, con movenze amichevoli: poi si parlò della gita a cui avevan preso parte i miei suoceri, e gli episodî minuti, esagerati, piovvero in larga copia.

—La miglior camminatrice è la signora Giustiniani,—diceva donna Teresa.—Ella ha percorsa tutta la strada a piedi e non ha mai domandato di riposarsi.

—Parte domani, non è vero?—domandò Lidia.

—Va a Milano perchè suo marito ve la richiama.

—Questa signora,—mi spiegò Lidia chinandosi alcun poco verso di me,—è una simpatica giovane che ha il marito infermo. E hai notata, mamma, una stranezza?—

Donna Teresa affermò col capo.

—Non avevo ragione io?—continuò Lidia.—Proprio, una rassomiglianza non comune.

—Con chi?—domandai.

—Bisognerà pensare a far rimettere in ordine la camera che Lidia occupava prima,—disse Pietro a donna Teresa.

—Ci ho già pensato io,—mormorò Lidia, arrossendo brevemente.

E distratto da quel rossore, non insistetti a chieder con chi avesse una strana rassomiglianza la signora Giustiniani.

Si sorbì il caffè sulla terrazza; poi ciascuno prese posto in qualche angolo, nell'attesa del tramonto ampio e sanguigno. I signori Folengo in preda a un'inesauribile degustazione dell'intimità coniugale, s'appartarono, volgendoci le spalle e chiacchierando sottovoce; Lidia ed io rimanemmo lungamente appoggiati al davanzale: soffiava una fresca brezza, e lontana si stendeva una nebbia azzurrognola, entro cui le ville e i monti parevano spostati innanzi, isolati sull'acqua, come avviene dei corpi chiusi fra lucidissime pareti di ghiaccio.

La campagna giovava a Lidia, che in pochi giorni aveva presa una tinta bruna, assai piacevole; e le nuoceva nel medesimo tempo, comechè dovesse aiutare quella tendenza alla pinguedine, di cui io m'era avveduto e s'era avveduta anche la donna, ora angustiata dalla scoperta e impensierita….

Verso le otto, ci recammo alla villa Caccianimico, ove tutte le sere si radunavano gli amici.

Una bell'accolta di provinciali, in quel salotto, curiosamente impacciati di sedersi in un divano a molle e di prendere il tè col latte: per giudicarli, bastava un'occhiata ai colori onde le signore si pavoneggiavan nelle vesti, e alle cravatte degli uomini.

—Se queste son le tue nuove conoscenze, mi congratulo della scelta,—dissi a Lidia sottovoce.

Lidia crollò il capo, prendendo familiarmente da un vaso della caminiera una mano di garofani, che in un batter d'occhio s'appuntò sul davanti del corpetto.

—Sono miei?—chiese a Ettore.

—Sì signora,—fece questi, occupato a spinger nel mezzo il tavolino da giuoco.—Mi ha tolto il piacere di offrirglieli….—

La frase mi sembrò audace; gettai un'occhiata rapida intorno per vedere se fosse stata notata; ma tutti chiacchieravano gaiamente, ed ebbi l'intuizione che se fossi rimasto più a lungo a sorvegliar l'écarté di Lidia, avrei finito per esser notato io, peggio di qualunque frase.

Dall'angolo ove m'ero posto, confrontai il giuoco d'Ettore col giuoco di Gian Luigi e vi trovai spaventose differenze.

Non teneva la testa curva sulle carte, Ettore; non era triste nè pallido; i suoi occhi guardavan Lidia prima d'ogni altra cosa, poi venivano a cercar prudentemente i miei, e credendoli distratti o divertiti, ritornavano a Lidia.

Non avrei voluto che fosse: ma mi sembrava l'écarté potesse magnificamente sostituire qualunque lezione di qualunque lingua….