CAPITOLO IV.
Il Castigo.
A Lelio si cacciò addosso la febbre della paura, onde giudicandosi più sicuro in villa (dove a verun patto non consentì accompagnarlo la Fulvia), colà si ridusse: appena si può con parole significare lo stato miserrimo in cui cadde disfatto dal rimorso, e dal terrore. Quanto a rimorsi alla lunga ci si sarebbe accomodato però che, come il proverbio insegna, anco co' denti guasti si mastica, ma quello che non gli dava tregua era la paura. Pertanto appena arrivato in villa si diede sottilmente a rivedere le mura, le finestre e le porte; le prime tastò per conoscere se per caso in parte fossero deboli, ovvero contenessero qualche vano di gola di cammino, o simile, intonacato alla meglio per non parere, come talora succede, ma le trovò salde quasi di fortezza: alle finestre terrene in fretta e in furia fece raddoppiare le inferriate; porte e finestre del piano terreno munì d'impostoni con nottole da assicurare usci di città; inoltre, appena sonate le ventiquattro, li rinforzava mercè stanghe di querce poste per traverso, ed intromesse nelle buche aperte dentro i muri di sguancio. Molte volte in capo al dì mandava contadini a speculare se scoprissero uomo in cotesti dintorni, ovvero a pigliar fumo se taluno avesse incominciato a bazzicare per quei pressi; nè soddisfatto a tanto, ordinò gl'inalzassero per bene quattro braccia una torretta sorgente sul tetto della casa onde scoprire maggior tratto di paese, e quivi sovente si metteva egli stesso a velettare per ore ed ore. Ogni giorno che Dio mandava in terra, appena la serva tornava dal mercato del prossimo villaggio, egli la sottoponeva a inquisizione, interrogandola troppo più sottilmente del fiscale, che avesse visto, che udito, che cosa ella avesse detto altrui, e che altri detto a lei; visi nuovi ce n'erano capitati? E via, e via. All'ora dei pasti egli medesimo si recava a pigliare acqua alla fontana, alla quale, per trovarsi fuori dell'orto chiuso da muro, si faceva accompagnare da contadini armati, ed egli stesso portava con una mano l'orciuolo, dall'altra il moschetto; più tardi quando la stagione si rese inclemente di per sè l'attinse al pozzo, che gliela dava salmastrosa ed amara, piuttostochè fidarsi ad altri, che andasse alla fonte; presala, la chiudeva nella credenza riponendosene la chiave in tasca. La più parte del tempo stavasi in cucina per assistere alla cottura delle vivande, nè gli bastava, che non se ne saria messo per cosa al mondo un boccone in bocca laddove la serva non le avesse pregustate; ed era argomento di giocondità considerare com'egli per ottenere questo scopo ora vi adoperasse le preghiere, ed ora le minacce, e strattagemmi infiniti: quando non gli sovveniva altro partito ne gittava un pezzo al cane e al gatto, i quali lo assistevano al pranzo a destra ed a sinistra del seggiolone, come il diacono e il suddiacono il prete quando celebra la messa, e poichè gli pareva, che lo avessero senza sospetto rosicchiato come senza danno ingerito, allora si attentava a mangiarne anch'egli. La sera prima di giacersi tirava il chiavistello dell'uscio di camera, ne chiudeva la serratura a due mandate, poi ci appuntellava tavolini e scranne, all'ultimo s'inginocchiava accanto al letto, e sporgendo la candela sguaraguardavaci sotto. Non passava notte che il sonno non gli fosse rotto subitamente da sogni spaventosi, o da altre cause inani in sè, e pure capacissime ad atterrire uno spirito atterrito: certa volta un parpaglione gli prese a zufolare intorno al letto, ed egli immaginò che l'anima di Paride si accostasse a sollevargli le foglie del saccone, ond'ei si levò di un tratto a sedere sul letto urlando da spiritato: «Misericordia! misericordia!» e siccome la farfalla non cessava il ronzìo, ecco si precipita giù dal letto per fuggire; invano, chè lo insetto gli svolazza intorno agli occhi e al naso: fuori di sè, co' capelli come stecchi ritti mena pugni a destra ed a sinistra, finchè la farfalla visto uno spiraglio di luce si drizza verso la finestra dove la insegue Lelio, e ce la chiude spingendole addosso le imposte: allora si udì raddoppiato lo strepito, il quale alla inferma fantasia del Griffoli fece supporre, che la fantasima rotti i cristalli fosse fuggita via; ond'egli grondante di sudore tornossi a giacere, nè ebbe requie mai, chè a destra si volgesse, ovvero a manca, incontrava la faccia di Paride, che gli mostrava i denti in atto di morderlo. Un'altra volta avendo spento la lucerna, e lasciato lo spegnitoio sul beccuccio avvenne, che nel dar volta su le piume urtasse con le coltri la tavola dov'era la lucerna, ove lo spegnitoio cadde, e cascando diede dentro alla colonna di quella, la quale mandò un suono acuto ripercosso dall'eco della stanza. La novità del suono, il caso inopinato ebbero virtù di levare di sentimento il peccatore, che si avvoltolava pel letto mugolando a modo di uomo preso dalla colica: si quietò dopo un lungo anelito ed abbandonandosi sul guanciale con un gemito, che gli partiva proprio dalle viscere, disse: «Oh! che affanno.» Come provvide il cielo, il peso del delitto l'opprimeva; colui che aveva spenta la vita del fratello da per tutto paventava una insidia alla sua; l'avvelenatore temeva in ogni liquore il veleno.
Intanto la Fulvia rimasta in Siena di breve venne chiarita dello errore suo, e seppe Lattanzio non essere larva od ombra vana, bensì giovane potente di vita e di leggiadria: quella sua faccia piena di corruccio, e pure di grazia le stava impressa nella mente, perchè simile alla sembianza di Paride quando nella sua immaginativa divenuto pio le pronunziò la parola di perdono; e dove mai ella avesse potuto dimenticarlo, troppo spesso incontrava Lattanzio, perchè non le venisse rinfrescata; il quale, a vero dire, la guardava sempre a squarcia sacco, anzi un dì peggio dell'altro, e nondimanco la Fulvia nutriva in cuore la speranza, che l'ira fosse giunta sul pendìo, pari al marinaio, che, nel massimo infuriare della tempesta, presente non lontano il termine di lei. A poco a poco tanto nel desiderio di Lattanzio si accese, che in meno di un mese le parti di Paride verso la Fulvia parvero mutarsi in quelle di Fulvia verso Lattanzio; lui cercava, ed anch'egli un po' cercava lei non fosse altro per farle, com'ei credeva, paura; lui nella segreta sua stanza indefessa invocava, per lui vigilava, per lui pregava, per lui sentiva struggersi dentro. Mirabile a dirsi! Comecchè giacente in letto si fosse, col cortinaggio chiuso, e chiuse del pari le finestre e le imposte, di un tratto un tremito fitto le si metteva addosso, i denti le battevano, e gli occhi intantochè esclamava smaniosa: — Eccolo! eccolo! — Chi ecco? — Egli, Lattanzio, il Bulgarini. — Temerono un pezzo, ch'ella non finisse per dare il tuffo nello scimunito; ma in breve toccarono con mano, come Lattanzio presentito, e preannunziato da Fulvia, o si affacciava in cotesto punto alla contrada, o stava poco a vedercelo capitare. Ai giorni nostri chi crede a simili presentimenti, chi no; ma a senso mio è più facile negare la virtù magnetica, che dimostrare sul sodo ch'ella non sia. Questo intenso desìo, crescendo di ardore diventò spasimo; ond'ella all'ultimo deliberò, postergato il pericolo, ogni verecondia cessata, di chiamare Lattanzio a privato colloquio.
A privato colloquio! Ma sa ella che il cuore di questa sua Fulvia assai mi ha l'aria di un pagherò all'ordine s. p., il quale in meno che non si recita un credo può girarsi ad una serqua di persone. — Scusi, mio lettore garbato, prima di tutto, o (come i Piemontesi invariabilmente scrivono, e bene) innanzi tratto, io non mi sono impegnato a mantenerle la Fulvia uno stinco di santo, nè farina da farne ostie; e poi cotesto amore era una faccenda, la quale non generata da obietto esterno, bensì si accendeva dentro, e quivi nata e cresciuta, calzata e vestita si riversava fuori; nel che corre grandissimo divario: la prima senza uomo non può stare, la seconda sta anco con la rimembranza: sicuro eh! e chi lo nega? Quando il tuo amore gli è bello formato nel penetrale dell'anima tua, se ti occorre una nicchia dove posarlo tu ce lo metti subito, e ti pare leggerezza, o peggio, e non è così. Fulvia si era condotta ad amare Paride morto, adesso quando se lo aspetta meno, si mira comparire davanti un Paride vivo, e per di più fatto a pennello, e il suo cuore si volge a questo: veda, e' fu come passare di camera in salotto: di più io non so dirle, per maggiori spiegazioni, benigno lettore, io la rimando alla sua moglie, che naturalmente se ne intenderà più di me: per la qual cosa la non m'impacci di più, e mi lasci finire il racconto.
Pertanto ella si mise a pensare sul modo di avvertire Lattanzio del suo desiderio: avrebbe voluto scrivergli, ma se costui la odiava, e avesse voluto intorarsi nell'odio, non poteva adoperare cotesto suo invito per farla la più vituperata femmina del mondo? E poi che dirgli? Se poco o non sarebbe venuto, o chi sa che mai avrebbe abbacato col cervello: se molto, ci era il caso, di vederci entrare chi doveva starne lontano, vo' dire Don Mattias de' Medici governatore di Siena, ovvero i Signori Otto. Meglio commettere il negozio in mano a donna discreta, che andasse a tenergliene proposito destreggendosi cauta per non fare scappucci: ma dallo altro canto rammemorando i modi da lei e da suo marito adoperati a danno della povera Betta, quando le si condusse davanti messaggera di Paride, s'invilì peritandosi di porre allo sbaraglio qualche persona dabbene: di altre non si sarebbe potuto senza suo biasimo infinito giovare. — Stringendo ogni ora più veemente la necessità, bisognò non istar più sul lellarla e prendere partito, onde si risolvè scrivergli: alla peggio avrebbe potuto stracciare la lettera.... sempre meglio, che scaraventare giù una donna, ovvero uomo per le scale con pericolo di fiaccargli il nodo del collo. Rispetto poi a serbare la lettera e girsene intorno a mostrarla per rendere lei contennenda ed infame.... siffatte ribalderie tra gentiluomini, ella pensava, non costumano.... si trattasse di un popolano, ti dia la peste! Insomma scrisse. O che scrisse? Vediamo, leggiamo, sentiamo. Largo, donne mie, ella era una lettera scema come.... talvolta ne scrivono talune femminuccie senz'arte nè parte; io ve la riferirò in succinto:
«Signor Lattanzio Bulgarini,
«Se siete, come non dubito, gentiluomo, stasera a due ore di notte vi aspetto a casa mia: mi pesa essere odiata da voi senza ragione, e solo che mi concediate un po' di ascolto, io mi auguro chiarirvi interamente. Vi chiamo in casa mia perchè darvi la posta altrove non mi parve onesto nè sicuro: pregovi, per la memoria di Paride fratel vostro, a non farmi attendere invano. Mio marito da molti giorni sta in campagna per ricreare alquanto la inferma salute. State sano, e supplicando Dio, che vi tenga nella sua santa custodia mi sottoscrivo: Io Fulvia Griffoli nata Piccolomini mano propria, Siena 15 giugno 1660.»
Lattanzio quando ricevè la lettera di Fulvia sapete voi a cui pensava? Ve lo dirò io, pensava alla Fulvia; da qualche giorno si spaventava per sentirsi di ora in ora meno infellonito contro lei; e sì che il grido del fratello chiedente vendetta gl'intronava le orecchie; aveva giurato vendicare la fraterna vita, e piuttostochè mancare si sarebbe con le proprie mani scannato. O dunque? Anco il lupo talvolta ha bisogno di aizzarsi all'ira sferzandosi la pancia con la coda; anco il toro prima della battaglia contro il rivale s'inferocisce cozzando delle corna nei tronchi degli alberi. Lattanzio si sarebbe dato la disciplina, se non avesse temuto di farsi male. Al ricevere che fece la lettera della Fulvia, spiccò un salto, anzi ne spiccò due; proruppe in giuramenti da tirare giù i travicelli del paradiso (il che per parentesi non sentì troppo del gentiluomo) poi urlando e pestando i piedi, chiamò i servi ordinando loro di troncare tutte e due le braccia a suono di bastonate al portatore della lettera.
— O che un braccio solo non avrebbe a bastare? Domandò uno dei servi.
— No signore, tutte e due, e tre se gli avesse.
— Come comanda vostra signoria lustrissima.
Ma potevano forse essere i servi giunti a mezza la prima scala, che Lattanzio uscendo con impeto di camera, e correndo loro dietro gridava a squarciagola: — Bernardino addietro! Qua Giovanni, qua.
E i servi tornavano alla chiamata del padrone, il quale con la borsa in mano, mite nella voce e nel sembiante favellò:
— Che colpa ha il servo della improntitudine del suo padrone?
— Era quello che diceva ancora io, soggiunse Bernardino.
— Avrebbe potuto toccare a voi.
— Giusto! Non fa nè anco una grinza.
— Dunque non gli fate ingiuria.
— Sarà obbedito.
— Invece pigliate questo scudo e dateglielo dicendogli che se lo goda alla salute mia.
I servi uscirono piegando il capo, e venuti in parte dove non potevano essere uditi, in breve si trovarono di accordo su questo, ch'essi da parte del padrone non avrebbero dato bastonate, ma del pari nè anco quattrini: si sarebbero spartito lo scudo, e meglio bevutoselo intero: e su ciò non importa dire altro. — Spiegata e letta la lettera, mi tocca a patire la umiliazione di raccontare come il pensiero che primo cadde nella mente di Lattanzio fu per lo appunto quello di spifferare la lettera strascinando la reputazione della Fulvia in mezzo al rigagnolo; ma subito dopo gl'increbbe: tutta la mattina mulinò sopra la punta di ago di una domanda molesta: «Devo andare, o non ci devo andare?» Come! diceva a sè, tu andrai pacato a vedere la faccia, a udire la voce della micidiale del fratel tuo? Potrai mirarla e non avventarti alla sua gola, e strangolarla? Il solo trovarti insieme con lei, meno che per ucciderla, non è forse renunzia alla vendetta fraterna? — Io non andrò. — Lusinghe, blandi parlari e lagrimette, bene altri cuori irretirono, che non è il tuo, Lattanzio: quando d'inganni fu penuria nelle donne, ricorda Ulisse che, costretto a navigare presso il lido delle Sirene, turò a sè ed ai compagni suoi gli orecchi con la cera, mentre tu invece vai senza cera, e costretto a intendere le parole mortali di donna nemica, di cui le mani, gli occhi, la lingua, i detti e i gesti sono lacciuoli tesi alla tua vita. — Risolutamente io non andrò. E che può dirti ella, e che cosa dirai a lei? Quali parole ormai possono correre tra voi? Non le basta un'anima? O ch'ella è insaziabile come lo inferno? Ah! temerei incontrare su la porta di lei lo spettro del povero Paride, che in atto lacrimoso mi dicesse: — «Così hai cura della vendetta di tuo fratello? — Senza fallo io non andrò.» — Insomma, durante la intera mattinata, non ci fu rimedio, fermo al chiodo di non volerci andare: si pose a pranzo, dove cessati i pensamenti stette come smemorato: sembrava ed era fuori di sè; morse il bicchiere credendolo una pietanza, invece di condire la insalata disegnò un circolo di gocciole di olio intorno alla mensa; la mano manca, posta dentro il piatto, per poco mancò non se la tagliasse immaginandola un pollo. Senza accorgersene bevve più del consueto, sicchè al levarsi da tavola gli pareva avere il Mongibello nel capo; il caldo essendo grandissimo si buttò sul letto dove tornò a molestarlo la facoltà del pensiero, la quale prese a discorrere così: ma in fine dei conti ella si afferma innocente, e chiede giustificarsi; l'odio tuo giustissimo investe gli uccisori del tuo fratello; ma s'ella ti chiarisse non essere fra questi, perchè ti adopri ai suoi danni? Perchè la opprimi col tuo abborrimento? Giudicare, senza avere prima ricercata la causa, non è da cristiani nè da gentiluomini, nè da uomini. Priore, udite l'altra parte: sta scritto nella spalliera del seggiolone del Giudice di Lucignano; ora quello, ch'è buono a seguitarsi nei villaggi di Siena, non lo sarà in Siena? Se condanni senza difesa chi andrà assoluto da te? E poi... e poi... bisogna pure confessarlo, la fronte aperta, e gli occhi.... ah! gli occhini sono testimoni del cuore, lo dicono tutti, e gli occhi parlanti della Griffoli non attestano animo pravo; nè brutta femmina può estimarsi, anzi a confessarlo schietto ora, che nessuno ci sente è bella e baliosa gentildonna... e se non fosse una tal quale acerbezza nei contorni del volto, si potrebbe sostenere bellissima; il portamento, lo incesso, i capelli, lo incarnato delle guance, le labbra vermiglie, tutto stupendo. Le belle donne non possono professare iniquità, sarebbe una sconcordanza della natura, e di simili svarioni, frequenti fra gli uomini, non si ammettono nel Creatore. Non sarebbe mica affatto affatto fuori di proposito andare a sentirla; forse ti farà conoscere i veri delinquenti, e badiamo veh! Lattanzio, Paride ha chiesto lo eccidio dei rei non quello degl'incolpevoli. Che viltà t'ingombra, Lattanzio? Forse è ella una lionessa, e tu un cerbiatto? O che non hai rasciutto il latte sopra le labbra per avere paura, ch'ella ti abbindoli? Hai paura? — «Chi dice qui che io ho paura?» — E diede un salto sul letto agguantando la spada attaccata al muro; — visto poi che egli stesso si era offeso, e certo senza intenzione di offendersi, giudicò opportuno di non si ammazzare; e, perchè più oltre io non produca la esposizione di cotesto spirito incerto, conchiuderò col dirvi, che al finire del giorno egli era al tutto deciso di andare.
Avvicinandosi l'ora della posta, si vestì nobilmente, esaminò se le lattughe fossero bene stirate, se gli abiti in punto, scelse tra i guanti profumati un paio novissimi, poi quasi consultandosi cominciò a dire: «O che la spada io l'abbia a prendere? — Mai no, o che la Fulvia sarebbe capace di tanto tradimento?» — E depose la spada sul letto: — e non di manco, egli proseguiva: «Fidati era un galantuomo, ma Non ti Fidare fu galantuomo due cotanti più di lui; e i sospetti non sono mica sassate: quando anco ella si opponesse con tutte le forze, ma la sua gente potrebbe usarmi mal tratto; e forse avrebbero potuto condurmi nel bertovello costringendola a scrivermi lo invito pel ritrovo; di queste trappole ne abbiamo viste delle altre; dunque prendiamola. Ma davvero, va là che ti puoi vantare paladino finito, condurti armato ad onesto colloquio di gentildonna: si capisce che il Griffoli potesse odiare il povero Paride, perchè amante spasimato della sua moglie; ma te per qual cagione dovrebbe odiare a morte, o che forse tu ami la Fulvia? — Io no davvero... la devo odiare, e la odio... almeno, finchè non mi si dimostri innocente come gli Angioli custodi al seggio di Maria santissima; ond'io non dico amarla... no questo mai... e poi mai come amante, ma come prossimo sì, già a patto sempre, s'intende che la mi si mostri bianca come un lenzuolo di bucato.» Lasciò la spada, come quella che non si poteva celare; ma per via di compromesso tenne il pugnale nascondendolo nelle tasche delle brache: un termine mezzano, un partito da moderato.
La Fulvia quasi nel medesimo tempo dava opera al proprio abbigliamento: più che non pareva decente attese a scerre vesti, e colori ed ornati: forse in occasione tanto solenne ella aveva mente a piacere? Giusto così: la donna non renunzia mai a piacere; dicesi, una dama presso a morte volle contemplarsi nello specchio, e miratasi pallida ordinò le recassero tosto polvere di amido, e pezzetta di levante per incandidirsi, e imporporarsi dicendo: «Essere sconvenevole aversi a presentare alla Morte con quella faccia da cataletto;» e la stessa Morte vidi io raffigurata in uno scheletro inghirlandato di rose. Però la Fulvia sopra cotesta fronte ampia e bianca su la quale, se Venere avrebbe deposto lieta il suo serto, Minerva pure non avrebbe sdegnato coprire col suo elmo, non mise niente. Provò una rosa amaranto, e non le piacque; soli i capelli nerissimi, acconciati in modo che parevano arruffati, ed erano con esquisita arte composti; le vesti di colore oscuro facevano risaltare vie più l'abbagliante candidezza della pelle, nè tanto accollate, nè scollate tanto da celare troppo, nè palesare troppo i tesori del seno: appunto come il Tasso dice della rosa, che quanto si mostra meno, tanto è più bella. Messa bene in arnese si contemplò anco una volta nello specchio, non senza segreta inquietudine, chè una voce sottile e pure molesta le zufolava nel cuore, ormai ella essere giunta al suo trentesimo anno; ma quando, in mezzo al lume dei doppieri, vide la sua faccia sfavillò di riso, e dallo specchio parve movere il solito plauso: — va franca, donna, va franca, tu sei ancora bella.
Oh! che tormento aspettare incerti se la persona desiderata verrà o non verrà: per me ne ho provato parecchie, ma la dubbia aspettativa mi lima non pure il cuore e il cervello, ma le altre viscere tutte, e i nervi e i muscoli; se fosse in balía dei Giudici, io sostituirei la pena della ansietà a quella di morte: o per meglio dire non la surrogherei reputandola in coscienza più tormentosa di quella. La Fulvia aperse la finestra a mezzo e tuffò lo sguardo, quanto poteva protenderlo più lungo per iscoprire qualche sembiante umano, che colà si appressasse; indarno, chè le ombre fitte non permettevano spaziare alla vista. Ambe le mani a mo' di ventola metteva intorno gli orecchi per raccogliere l'onda sonora mossa da pedate lontane; ma non raccoglieva niente, si alzava cento volte, e su quanti lettucci, e sedie erano nella stanza si abbandonava; cominciava un discorso per esortarsi alla pazienza, e, a mezzo si rizzava in piedi furente e smaniosa. Di un tratto la torre del Mangia sonò un'ora, Fulvia schiuse gli occhi donde le schizzarono due lacrime; sentì proprio picchiarsi il battaglio sul capo; successe il secondo colpo, e con esso la seconda sensazione: se avesse continuato al quinto, o al sesto, io penso, Fulvia ne sarebbe rimasta o spenta o matta. Il petto mano a mano ansando ora si angoscia in tali palpiti ai quali sembra impossibile, che duri il tenue tessuto del petto della donna: alfine le parve udire strepito lontano; prima di pensarlo si trovò all'uscio, e apertolo si diede ad origliare; certo avevano schiuso il portone, certo parecchia gente veniva su per le scale, vide appressarsi insolito chiarore di torchi: senz'altro era Lattanzio: allora ella richiuse pianamente l'uscio, e si mise a sedere pestando mani e piedi per comparire tranquilla. Difatti dopo brevi istanti ecco comparirle davanti l'aspettato giovane: questi con gentile fierezza fattosi presso al lettuccio dond'erasi levata la Fulvia per riceverlo:
— Signora, le disse, voi m'invitaste in casa vostra; io sono venuto.
— Grazie.
— Non ci ha mestiero ringraziamenti perchè qui venni per amore di cortesia, e per istudio di vendicare la morte fraterna.
— Pregovi accomodarvi, signore.
— Gran mercè! Mi sento a mio agio tenendomi in piedi.
— Allora, ancora io mi terrò ritta.
— Questo non sia: ecco fatto il desiderio vostro.
— Ve ne sono tenuta. — E dopo qualche esitanza un po' vera, ed un po' finta, ella riprese: — perdonate il mio fiero turbamento; ma vi parlerò come il cuore mi detta, ed a voi piaccia avvertire la sostanza delle cose non lo inconsulto favellare (tutto ciò era falso di pianta, perchè a quello, ch'ella voleva dire aveva pensato tutta la notte, e tutto il giorno antecedente: ma ciò non importa). Voi, signor Lattanzio, mi odiate.
Lattanzio non fiatò. La donna ripetè:
— Voi mi odiate; e bene sta; ma perchè mi odiate? Certo perchè credete, me causa della morte del fratello vostro Paride.
— E se così fosse: non mi apporrei al vero?
— Non vi apporreste al vero, perchè io mi affermo affatto innocente di cosiffatta sciagura.
— E non vi peritate voi, signora, a mentire così; non temete, che di un tratto l'anima del povero Paride apparisca qui fra noi e vi dica: «A che vale la bugia? Cotesto atto è scritto nel libro dei peccati, che vendicherà la giustizia divina, ed anco la umana.»
— E sia, ma la partita non apparisce accesa a mio nome.
— Od a qual nome dunque?
— Signore, rammentatevi, che nacqui gentildonna e sono dei Piccolomini.
— Sì bene, ma moglie a un punto di Lelio Griffoli. E negherete voi, che dopo avere condotto alla disperazione il mio povero fratello inebriandolo con la venustà di cui male vi fu prodiga la natura, voi e il vostro marito per levarvelo davanti gli occhi gli propinaste il veleno?
— Non dite questo, signor Lattanzio, disdice a gentiluomo, e a cristiano calunniare atrocemente come fate voi.
— Lo giurereste?
— Comecchè cugina di un Papa, giurerò se volete, ma assai volentieri mi asterrei dal giuramento perchè Cristo ha detto: «Non giurare: non pel firmamento ch'è casa di Dio, non per la terra, ch'è sgabello dei suoi santi piedi, non pel Signore, il quale vuolsi adorare non sacramentare, non per te, che nulla hai di tuo, nè manco i vermi, imperciocchè tutto l'essere tuo ti abbia prestato la natura.» Pertanto adopererò meglio, che giurare invano, vi narrerò schiettamente il caso. Paride vostro mi amava certo senza pari, ma per soverchio di passione m'inseguiva più ardente che il segugio non fa alla lepre; ed io mi sento moglie e figlia, la mia prosapia onoro, nè io vorrei, nè i parenti patirebbero, che per me ricevesse oltraggio la casa alla quale appartengo....
— Però voi nella superba mente vostra non trovaste miglior partito oltre quello di consegnare alla terra il mal capitato amante?
— Io tacqui, ma le sue persecuzioni mi avevano reso favola del paese; tacqui, finchè potei in casa, e negai; però un giorno venne a parlarmi certa femmina dello amore suo; il mio marito prese a dirmi vituperio, ed io vergognando, e crucciata gli apersi l'animo mio alieno affatto da simili trascorsi, e voglioso di trovarmi affrancata da tanta molestia.
— Voi non uccideste, vi contentaste guidare la mano dell'uccisore.
— Chi vi dà facoltà di giudicare così iniquamente di me? Chi fu l'uccisore? È ignoto; nè per quanta diligenza ci abbiano messo i Magistrati si è potuto rinvenire indizi da instituire un processo.
— Sta bene; signora, avete altro da dirmi?
— Ah! Lattanzio, che voi non mi odiate... come micidiale del vostro fratello.
— Signora... Fulvia, io potrò non odiarvi, e potrò anco... riverirvi, quando mi avrete aiutato a scoprire il vile avvelenatore di Paride, ed a compire sopra di lui la vendetta fraterna.
E, salutando profondamente, mosse per uscire. Alla donna non parve opportuno trattenerlo: così separaronsi la prima volta; la Fulvia rimase come il pescatore il quale tirando le reti mentre sperava acchiappare un dentice si trova ad avere preso un crognolo; certo si riprometteva di più, e il primo senso fu di dispetto, che a mo' del poco vento sul fuoco, attizzò la sua passione; di vero dopo averci bene bene pensato su, esclamò: «Faremo meglio un'altra volta» — e non a torto, la pesca era stata scarsa, ma il mare era riconosciuto pescoso, sicchè nè contenta nè lieta se ne andò a giacere.
Lattanzio, per la parte sua dando spesa al cervello, ragionava così: «Se veramente ella non aveva peccato perchè la odierebbe egli? Il fratel suo tanto nemico di ogni ingiustizia, mentre fu in vita, potrebbesi supporre mai, che l'amasse morto, e a lui come un giogo di pena lo imponesse? S'ella aveva detto il vero, in lei sarebbe stata colpa d'imprudenza, non dolo; e comecchè non bene, pure in parte aveva già scoperto come era andato il fiero caso.» Simile allo antiquario, che con molto travaglio tenta ricomporre una iscrizione antica, talvolta si ferma a ritrovare le ultime lettere; egli con due o tre notizie di più avrebbe ricostruito precisa la storia della morte fraterna: nondimanco, prima di mettere mano ai ferri, voleva essere chiaro; per lui spegnere l'omicida del fratello era meritorio quanto comunicarsi, ma se si fosse ingannato ne sarebbe morto di affanno: avrà pensato male, ma la pensava così, nè adesso corre stagione opportuna da fargli una predica.
Ora Fulvia sperava, che Lattanzio la richiedesse di nuovo colloquio, e Lattanzio per converso teneva per certo di ricevere un secondo invito. Ella, ad ogni picchio alla porta di casa, sporgeva il capo fuori della stanza domandando chi fosse; egli tornando a casa, se dopo avere chiesto se fosse capitata persona a portare lettera o messaggio, udiva di no, tirava su per le scale fischiando come un serpe. — Così la non poteva durare, e per queste faccende, bisogna pur dirlo, le donne corrispondono fra loro come le corde armoniche del medesimo strumento: di nutrice, e di fantesche fidate, non fu mai penuria nel mondo; le amiche poi fanno a farsela. Le scuse di cui si ravvolse la seconda chiamata furono parecchie e sottili; sottili tanto, che a guisa del mantino verde intorno al lume non celavano il motivo vero. Lattanzio, richiesto se sarebbe andato rispose di botto: — Magari! — E subito dopo profferita la parola si morse le labbra in pena del peccato d'imprudenza; ma sasso lanciato, e parola detta non si revocano più; onde la messaggera sparvierata sorrise, ed egli diventò rosso fino alle ciglia. La messaggera discreta fece capace Lattanzio non essere caso ora, ch'egli come la prima volta si presentasse alla porta maestra, nè che i servi lo mirassero, nè co' torchi accesi su per le scale lo accompagnassero: venisse solo verso la mezzanotte e passasse per la viuzza dietro al palazzo, donde passò Ciriaco reduce da Roma dopo avere avvelenato Paride. Battesse nei vetri, che gli sarebbe aperto, non traesse seco compagni, ma venisse difeso di giaco e armato di spada. Ora voi avete a sapere, come nelle faccende di amore mistero è mezza colpa, o piuttosto il cartello messo sul crocicchio delle vie per indicare la strada che mena al paradiso, o allo inferno, secondo che giudicheranno o la castità, o la età dei lettori così femmine come maschi.
Trovaronsi insieme, dissero, ridissero, e dissero poi le medesime cose: la Fulvia vinta e sopraffatta non indicò per nome il suo marito, ma lo descrisse per modo, che di certo non si sarebbe potuto scambiare: ella insomma fece come il fanciullo còrso quando il bandito si ricoverò in casa di Piccione; la lingua tacque, ma additò la mano il luogo dove l'ospite bandito stava acquattato sotto un mucchio di concio. Nel cuore di Lattanzio ormai era risoluta la morte di Lelio: ora bisognava trovare tempo, ed occasione per compire la vendetta sicura, per non levarsi come suol dirsi la sete col presciutto, o pigliare il male per medicina; con Fulvia ormai i vincoli di amore o ferrei o serici lo avevano stretto più che fra loro si fossero confessato; si sentirono uno tratto verso l'altro per la mano, tuttavia comprendendo, che il destino gli avrebbe strascinati nolenti pei capelli; si amavano, e si odiavano; lontani smaniavano, trovarsi uniti, vicini pareva loro mille anni di separarsi: stato di animo di cui avrebbe pòrto immagine l'arme di Siena, spartito di bianco e di nero: temevano aprirsi il cuore, e tremando che il terreno si scoscendesse sotto loro, non osavano movere un passo più in là.
Ma la immobilità non fu mai il peccato di amore: troppo, e troppo forti le offese non alla stregua affatto delle difese; e chi li spinse innanzi sapete voi chi fosse, o come si chiamasse? Ve lo do a indovinare in mille: fu messere Francesco Petrarca. O Petrarca figlio di Petracco notaro pubblico fiorentino e canonico di Padova, se tu comparivi al mondo prima di Dante Alighieri, per me credo, che questi invece d'incolpare Galeotto signore delle quattro Riviere di essere stato il mezzano tra Isotta e Lancellotto, egli avrebbe addirittura messo in ballo il Canonico di Padova. — Io pongo su pegno, che le rime del Canonico innamorato abbiano fatto rompere il collo a più amanti, che il Boccaccio, l'Aretino, il Casti, e tutti quanti dei quali si tace il nome honestatis causa. Invero, sua mercè, ogni voce di tentazione è messa in suono di flauto: dittami e rose egli sceglie nei campi dello idioma e del senso esquisito dello spirito umano e te ne infiora la via che mena alla perdizione: i suoi sonetti mi hanno sempre avuto l'aria di arazzi co' quali nel dì del Corpus Domini tappezzano il bordello per celare la luridezza dei muri: insomma nel volume del canonico tu trovi come si abbiano ad usare gli atti, i sospiri, le sussurrate parolette brevi, i dolci sdegni, le molli repulse; e i sorrisi in fondo, veri arcobaleni degli amorosi temporali: colà tu trovi descritto ed inventariato intero l'arsenale di amore per istruzione di chiunque volesse approfittarsene. Aggiungi la civetteria, qualità suprema nei poeti, massime se canonici (e questo bandisco a voce alta) e nelle donne (questo altro mormoro a voce sommessa), di mostrarsi e non mostrarsi, e qui dirti quasi a lettere di avviso della compagnia equestre Guillaume, che di non leciti amplessi egli fu lieto peccatore, e là quasi giurarti su l'ostia, ch'egli simile in tutto all'armellino, innanzi di maculare la sua candida pelle, avrebbe preferito morire una volta e mezzo: ipocrito miscuglio di vanità indiscreta, e di gentilezza stantía. Il corpo non dona ale, bensì sensi all'anima, ond'ella esaltata dalla sua natura eterea, e da questi, s'innalza al firmamento dove legge la Gazzetta ufficiale del Creatore stampata in carattere di stelle; giù, su corre, e ricorre con voli raddoppiati il cielo col desío della rondine in cerca di mosche esca aspettata al caro nido. Allora sembra alle anime innamorate vedere nella luna una vestale che nei silenzi della notte muova a visitare la tomba dell'amica defunta; per loro i raggi degli astri lontani paiono benedizioni di luce sopra le sepolture obliate, forse derise dei caduti ad Aspromonte o a Mentana. Disgraziati! Ignoravano, che ai popoli è interdetto mangiare il pane della libertà, se non venga prima, pesato loro sopra la stadera della monarchia: da ora in poi sapranno dovere che sia. Discite iustitiam moniti et non temnere divos, insegna Tantalo ai dannati nello inferno, ed io lo insegno a voi, o morti, quasi con altrettanta efficacia... Ah! torniamo alle beatitudini delle anime innamorate: esse penetrano nei misteri degli amori odorosi dei fiori, esse sentono i palpiti della marina, e nella tremendamente indefessa creazione e distruzione sembra loro (o beatissime!) udire l'inno di ringraziamento dell'universo a Dio, che ci creò per soffrire e per morire. Però, dopo tanto spaziare dell'anima per la terra e pel cielo, il caso con uno strettone la tira a sè ed essa casca giù languida e spossata facile preda del senso, che l'aspetta al varco. Lasciarci governare dal solo senso è grave fallo; ma a commetterci in balía del solo spirito non corriamo minore pericolo: affermarono, che a Roma si va per tutte le strade terrene (ora il proverbio non corre più, conciossiacchè il governo guastatore di ogni umana e divina cosa non potesse lasciare intatti neanche i proverbi), ma allo inferno si fa capo anco per le vie del paradiso: di fatti il diavolo, o che ci andò da Pontedera? Ci andò precisamente dal paradiso. Lattanzio solenne ammiratore del Petrarca cominciò dal mostrare alla Fulvia i motti arguti, i concetti festosi, le locuzioni divine, poi lasciò cascare il libro, e mise le lezioni nel dimenticatoio; elle finirono come quelle di Abelardo e di Eloisa, e come erano finite sempre fra giovani innamorati prima di cotesti due incliti amanti: più baci, che parole, eccetera, finchè il canonico traditore zio di Elisa, che Dio faccia tristo per tutta la eternità, siccome a Ferraù costumò Rinaldo.
Ziffe e acconciollo pel dì delle feste.[5]
.... ed entrambi compiacendosi contemplare la propria immagine dentro le pupille degli occhi loro, (Pag. 125.)
E complici erano l'ora, il tempo, e la dolce stagione tutti uniti a reggere il sacco al canonico, sicchè verso sera, sul bruzzo, quando del giorno si può dire quello che Dante favellò del foglio che brucia, che non è nero ancora e il bianco muore, Lattanzio e Fulvia si trovarono seduti a canto su di un lettuccio; a mano a mano accostaronsi, e poi tanto si strinsero, che in mezzo a loro non sarebbe cascato, nè un granello di miglio, nè un pensiero molesto. Come la fosse andata, io per me non lo so, ma il braccio destro della Fulvia a mo' del vilucchio si era disteso lungo il collo di Lattanzio, e la sua mano si era posata sopra la spalla destra di lui; mentre il braccio manco di Lattanzio, in virtù della medesima natura attaccaticcia, si era allungato a ricingere la vita alla donna, le braccia rimaste libere si erano anch'esse cercate, e trovate, ed ora le mani loro vedevansi intrecciate come in un laccio di amore. In cotesto atto rimasero... non so quanto rimasero, ma un quarto di ora rimasero, forse venti minuti; molto più che al chiarore dello spirante crepuscolo uno specchiavasi dentro gli occhi dell'altro, ed entrambi compiacendosi contemplare la propria immagine dentro le pupille degli occhi loro, fantasticavano (pietoso inganno!) che scambievolmente nel fondo del cuore la portassero impressa. Così guardando un pelaghetto di linfe limpidissime tu vi scorgi i minimi lapilli, che gli fanno pavimento: ancora ricambiavansi sorrisi leggiadri, e andavano infaticabilmente domandandosi, e rispondendosi le mille volte parole, che agli orecchi degli amanti paiono divine, ed a tutto altro, che intabaccato non sia il metro tedioso del grillo cantaiolo. Stettero gli amanti fermi al canapo, o lo saltarono? Cari miei, poco ci vedeva innanzi, adesso poi se non accendete i lumi io non ci vedo più: forse è da credersi ci sarà corso un bacio, forse dieci o venti; ma indi in là no davvero, ed io in testimonio pel vero mi offro sostenere il cimento non già del fuoco, bensì dell'acqua; la prova di Tuzia vestale, che per dimostrare la propria verginità portò non so per quanti stadi un crivello pieno di acqua... O che fate bocca da ridere? Supponete forse, che i miracoli sieno invenzione o privilegio dei preti cattolici? Quando scoppiò fuori il prete, scoppiò ancora il miracolo perchè prete, e miracolo sono quasimente due starnuti usciti uno subito dopo l'altro dal medesimo naso. Difatti dove il miracolo viene meno, il prete svapora, e poichè questo i preti sanno, talora si provano rinfrescarsi la origine con prodigi da fare strabiliare i cani; se in un luogo non attecchiscono, in altro sì, dove durano, e dove fanno l'effetto della neve marzolina: non importa; la morte ci ha da trovare vivi; prima, tutti i preti formavano un boa solo a traverso i secoli, adesso sono bachi da seta, di cui ognuno attende a rodere la sua foglia.
In tutte le faccende di questo mondo gli è il primo passo quello, che costa, come disse il sagrestano al conte di Say, stupito di udire come san Dionisio avesse camminato oltre un miglio con la sua testa mozza sotto il braccio; in quelle poi di amore si ribadisce il chiodo. Quindi Fulvia e Lattanzio andarono innanzi a golfo lanciato, ma in fondo alla dolcezza trovavano sempre un senso di amaro; la diffidenza insinuavasi fra loro come serpe tra i fiori, e Lattanzio a guisa del buono schermitore, il quale spia il momento di affibbiare all'avversario la botta maestra, attendeva a cavare fuori dalla bocca di Fulvia la confessione del veneficio di Paride operato per colpa di Lelio; ed ella parecchie volte nello abbandono dei facili colloqui era stata le cento volte lì lì per ispiattellarla, sicchè appena aveva potuto agguantare per l'ale la parola, mentr'essa stava per volarle dai labbri; ed ora le toccava a tenere l'occhio alla penna per non rimanere sorpresa; cosa che fa allo amore, quello che ogni baco fa ai frutti ed ai fiori.
E tuttavia il contrasto, la paura, e (bisogna dirlo a vergogna dello amore) qualche cosa di peggio, partecipano all'amore una maniera di mordente per cui dura di più, e i suoi diletti ne acquistano augumento acre ed intenso.
Ora accadde certa volta, che trovandosi i nostri amanti insieme producessero la veglia oltre quella parte della notte nella quale non può giustificarsi nè in greco nè in latino la presenza di un uomo nelle stanze di una donna, laddove sua legittima moglie non sia, sposata davanti il sindaco del municipio, o in chiesa al cospetto del prete, secondo i gusti. Il Mangia puntuale aveva battuto le sue ore con braccio di ferro sopra la campana di bronzo, ma essi non l'avevano sentite; come due formiche cascate nel calice di un fior di magnolia inebbriate dall'odore vi rimangono improvvide di ogni caso, che accada fuori delle foglie, Fulvia e Lattanzio avevano mandato i loro sensi a spasso in altre troppo più leggiadre regioni che non sono queste nostre terrene, onde nè manco udirono uno schiamazzo, che si fece alla porta del palazzo Griffoli, e l'urto di persone che contrastano, e finalmente lo strepito dei soperchiatori che irrompono. Domine aiutaci! — S'intende acqua, ma non tempesta! Essi erano sprofondati di santa ragione. — Sì, signora, erano sprofondati. Chi può in amore dormire come una lepre, o non ha cuore, ovvero ha il cuore negli orecchi; chi ama davvero concede a Lancillotto di appressarsi inaudito, e inosservato a Paolo e a Francesca e passargli fuor via da banda a banda con un colpo solo di spada. E poi, o mi dica un po'; quando i Romani, capitano il consolo Flaminio, combatterono al Trasimeno contro i Cartaginesi, non racconta Livio, nella Deca, credo terza, che tanto li teneva presi la voluttà di sbranarsi, che non si accorsero punto del terremoto, il quale in cotesto istante subbissò città, respinse all'origine parecchi fiumi, e perfino spianò monti: adesso, vuol essa, gentilissima, concedere all'odio la virtù che nega allo amore? Legherà i sensi nostri più veemente la rabbia che la tenerezza? Io non ci vo' mettere su altre parole: me ne rimetto in lei. E poi tra il fracasso di un terremoto, e il rumore di usci a forza aperti, e il clamore di servi respinti, una differenza ci corre, e ne deve convenire anco lei. Dunque abbia fede, o signora, ai miei racconti, almeno quanto a quelli, che le farà il suo confessore.
Ma ecco a riscotere gli amanti Virginia (questo nome ella diceva, le avevano posto i suoi genitori il giorno dopo la sua nascita, senza consultarla), la sparvierata fantesca, si rovescia nella stanza sclamando:
— Chi ecco? Domanda Fulvia.
— Don Lelio, accompagnato da tre scherani, armati fino ai denti e con le spade ignude.
— Bene, senza scomporsi rispose Fulvia; tu, Virginia, va, vola per le scale segrete e avvisa Nardino.
La Virginia sparve a mo' di baleno. Fulvia rimasta sola con Lattanzio, senza mostrare fretta nè indugio, tolta la mano del giovane gli disse:
— Vien meco.
E quegli andò: allora ella aperto l'uscio della camera nuziale soggiunse:
— Trattienti qui dentro tanto, che io torni.
— Ma.... non è questo il pessimo dei luoghi ove celarmi?
— Va, non dubitare, e gli prese la mano, e Lattanzio la sua. — In cotesta stretta si ricambiarono tali e tante parole, che a significarle tutte ci verrebbero meno il tempo e la candela; le ometterò; compendiaronsi in queste poche profferite dalla Fulvia:
— Va, in casa Piccolomini non vissero mai traditori.
— E Vallestein?[6] Ma la Fulvia non intese, chè in cotesto punto chiuse l'uscio mettendosene la chiave in tasca; poi si assettò sicura, o almanco tale in apparenza.
Ecco spalancarsi la porta, ed ecco fragoroso, e feroce entrare Lelio, in compagnia di tre masnadieri; due alla sembianza ed agli atti più che altro rompitori di strada racimolati da Lelio nella Campagna romana, il terzo pareva ed era gentiluomo, anzi cavaliere, non però dei santi Maurizio e Lazzaro. La Fulvia levate le ciglia in su, sembrava volesse interrogarli col guardo non si giovando farlo con le labbra; a cotesta interrogazione rispose Lelio tremando per le membra e nella voce.
— Levata sempre a questa ora?
— Qual maraviglia per voi levato pure a questa ora, e vagatore di notte per sentieri, e assalitore di case. — Questo fin qui ella favellò irridendo: di un tratto però mutato suono di voce, ed aggrondati gli occhi interroga severa: — Or su, dite, che volete voi qui, che cosa cercate?
— Che cerco ti dirò io, or ora, che l'avrò trovato gettandoti il suo cadavere tra le braccia.
— Tu non moverai un passo... scellerato!... qui non si tratta propinare veleno...
E siccome l'altro vie più inviperito faceva atto di avventarsele addosso, ella stese le mani sotto un cuscino cavandone fuori due pistole pese, e voluminose come a cotesti tempi costumavano, e tenendole rivolte a Lelio gli gridò:
— Addietro... avvelenatore...
È da credersi, che coteste armi non sarebbero bastate davvero a spaventare Lelio, molto meno gli uomini di sua compagnia, là dove cheti cheti non fossero entrati nella stanza per la medesima porta, ond'erano venuti i primi, uomini armati di moschettoni ponendosi dietro le spalle loro: erano sei, e li guidava Nardino, il quale dal battesimo in fuora, caso mai lo avesse avuto, non serbava altro vestigio di uomo; ci si sarebbe accostato più un cane mastino: masnadiero maremmano di razza pura; del paese di Giuncarico dove mangiavano (non so se mangino adesso) le serpi per anguille. Lelio, e i compagni scossi dal lieve rumore, che mossero i sopraggiunti voltaronsi alquanto e viste le armi, e i ceffi scomunicati cagliarono; di ciò finse non addarsi la Fulvia la quale contegnosa continuò:
— Signore cavaliere Aloisi, ben vi ravviso; voi più volte della vostra presenza onoraste casa mia, ed io fui lieta accogliervi con la cortesia, ch'è debito fra persone dabbene: ed ora come va, che vi fate esecutore delle ribalderie del Griffoli? Comprendo le strette in mezzo alle quali gettano la scioperatezza e il mal costume; comprendo altresì quale, e quanto guaio menino sopra gli animi umani gli esempi di uomini come Lelio Griffoli, ma non mi sarei mai persuasa, che gentiluomini venissero al punto di bassezza in cui voi siete caduto. Voi siete romano, però ricordatevi, che il papa ha le mani lunghe non solo per benedire.... ed io sono sua parente. Sgombrate tosto da Siena, tornate a Roma, e per parte vostra fate, che io possa come vorrei dimenticarvi: ogni indugio potrebbe tornarvi funesto; se mi trovassi nei vostri piedi non aspetterei l'alba: levatevi di costì, e deponete prima la spada; Nardino, fategliela deporre, il cavaliere, che non seppe tenerla con onore, forza è che la ceda con disdoro.
E Nardino con un pugno menato alla sprovvista sopra la mano del cavaliere gliela fece cascare; e l'altro, comecchè per ira gli avvampasse la faccia, reputò buon consiglio tacersi.
— Quanto a voi altri due... siete stati pagati?
— Lustrissima, no.
— Ravvisò il Griffoli: ebbene eccovi due scudi per uno, e tornate a casa vostra; quello, che vi attende non vi potrà mancare; — però di qui non uscirete se non a patto, che deponiate le vostre armi.
— Lustrissima, e allora con che noi eserciteremo il nostro mestiere?
— Con la zappa, furfanti, toglietevi di qua; appena sia giorno accompagnateli fuori di porta Romana. — Ora lasciatemi col mio marito sola.
— Comanda...? Interrogò Nardino con tale un garbo, che significava: devo levare la spada anco a costui?
— Oh! no, rispose Fulvia, non è il ferro quello, che si ha da temere da coteste mani.
Partirono tutti in parte mogi, e in parte insolenti; non si dicono gli oltraggi, che ebbero a patire, e non si contano le busse. Rimasto solo Lelio con la Fulvia, egli si sentì umiliato, e conoscendo la figura strana, ch'ei sosteneva brandendo il ferro, lo depose sopra una sedia. Allora la Fulvia incominciò:
— Or bene, Griffoli, che novità sono queste?
— Per Cristo! non sono novità. Sono io morto? Sono io diventato così straniero a casa mia, che non devo pigliarmi pensiero del mio onore?
— Che parlate di onore? L'onore uscì di casa vostra quando ci conduceste l'omicidio e il tradimento.
— E fu colpa vostra: ma io devo sentire apatico il grido della mia vergogna, che viene a turbarmi anco in villa?
— Qual vergogna dite?
— Non parlaste voi con Lattanzio Bulgarini?
— Sì certo gli parlai.
— Non lo mandaste a cercare?
— Mandai.
— Non lo accoglieste notturno qui in casa?
— Lo accolsi.
— Dunque è vero?
— Che vero?
— La turpe tresca, che in onta mia, mantenete con lui.
— Questo altro, udite, è vero, il signor Lattanzio ha fatto sopra le lapide del fratello da voi avvelenato un fiero sacramento chiamandone testimoni Dio, ed i Santi, di vendicare sopra voi, sopra me la morte di Paride: se poco mi cale morire, molto mi preme essere non giustamente causa di odio implacabile. Posso curarmi poco dello affetto altrui! Posso, aimè! anco desiderare, tanti affanni mi ha portato! che veruno mi ami; non posso patire, che veruno mi odi. — Io non mi estimo l'arbore donde emana il balsamo, no, ma nè anco soffro sentirmi maledetta come il rovo, che straccia i panni e ferisce le carni: quindi lo ebbi a me più volte, lo supplicai a deporre giù gli odi, e gli sdegni; m'industriai giustificarmi, gli giurai la mia innocenza... che più? Mi genuflessi al suo cospetto per ottenere la pace pel colpevole.
— Ebbene?
— Confermò l'atroce sacramento di vendicare la vita fraterna, dovesse in questa vita dare il capo al carnefice; nell'altra l'anima al diavolo: quanto a me pose il suo perdono a duro patto, gli svelassi l'omicida del fratello...
— E voi mi avete tradito?
— Qual fede doveva serbarvi io? Io non vi ho accusato. E tanto vi basti. Non vantate vincolo di marito; il delitto lo ruppe: veruna legge obbliga la donna a sedersi a mensa con un uomo di cui la mano è assueta a versare veleno nella bevanda, a mettere il proprio capo sul capezzale insieme all'uomo, che può nel sonno agguantarti la gola per istrangolarti: noi siamo diventati stranieri, e come Dio vuole da noi non uscirono figli, che ci tengano legati nostro malgrado... catena di amore fabbricata dal demonio: perchè dunque vi gittate traverso al mio cammino? Se di alcuna cosa vorreste prendervi cura con profitto, sarebbe l'anima vostra. Orsù, Griffoli, a me non conviene, che voi finiate la vita su la forca, e a voi credo nemmeno: dunque parole brevi: vedete... già spunta l'alba... tornate in villa... colà rammentate, che vi si concede vivere... ma ad un patto, ed è, che voi facciate il morto... capite bene il morto.
E proferendo queste parole essendosi destramente accostata alla stanza da letto, ne aperse l'uscio di un tratto, e sparve. Al tempo stesso si presentarono a Lelio Nardino con un altro compagno, il primo dei quali in atto cerimoniale levatasi la berretta gli disse:
— Lustrissimo! La cavalcatura è lesta; l'attende giù a piè dell'uscio.
Lelio capì la ragia, e fatta di necessità virtù si accomodò al tempo: chi gli avesse visto la faccia ne avrebbe avuto paura, così compariva tinta in bile e stravolta, pure se avesse potuto contemplargli l'anima, io non credo, che ne avrebbe sostenuto l'orrore: tutte le atroci passioni esacerbate stavano ritte per nuocere, pari ai serpenti del capo di Medusa allora allora riciso da Perseo; e come quelli ormai incapaci a far danno.
E da cotesta notte innanzi le faccende ripigliarono il consueto cammino, senonchè gli amanti adoperavano alquanto maggiore discretezza per non parere. Però una mutazione accadde in Lattanzio, che non isfuggì punto alla Fulvia, la quale sagacissima donna era, e questa fu, che ora Lattanzio le si mostrava delirante di amore dando in quelle dimostrazioni eccessive, che sogliono costumare gli amanti quando cascano in simile stato di frenesia, ed ora si rimaneva lì freddo e apatico; interrogato rispondeva a vanvera: per cosa al mondo non ci era verso di cavarlo da cotesta astrattezza. Una notte, eravamo nell'ottobre del 1663, Lattanzio si palesò più fantastico del solito, il turbamento, che lo agitava vinceva ogni suo conato per dissimularlo: si rizzava in piedi e passeggiava come se lo molestasse il caldo insopportabile, di repente buttavasi giù a sedere con le mani prosciolte sciogliendo un sospiro lunghissimo: pareva volesse parlare, ma poi si peritava: parecchie volte, dopo avere preso commiato, tornò indietro ad abbracciare la Fulvia, alla quale, che lo interrogava affannata, che mai lo turbasse, egli sul punto di andarsene rispose:
— È destino — e si tirò dietro l'uscio.
La mattina di poi giacendosi tuttavia in letto la Fulvia, l'entrò in camera la fidata fantesca, la quale atterrita, con voce a strappi si mise a gridare:
— Signora, signorina mia, oh! che disgrazia è accaduta! Dio mio! Dio mio! mi sento mancare.
E Fulvia rizzatasi sul letto a sedere:
— Levami di pena, di' su, di' su presto.
— A me non regge il cuore; qui fuori ecci il contadino, permettete ch'ei passi: vi narrerà ogni cosa per filo e per segno.
— Venga tosto...
E il contadino essendosi fatto innanzi come uomo di giudizio spifferò addirittura, che un'ora fa era stato ammazzato il padrone signor Lelio. Forse il villano dalle scarpe grosse, e dal cervello sottile avrà odorato per aria, che alla Fulvia premeva venire a mezza spada senza tanti andirivieni: difatti Fulvia su le prime n'ebbe più maraviglia, che pietà; poi alle istanze di lei continuando a dire il villano, narrò come il padrone per ingannare la noia avesse preso usanza di recarsi alla Frasconaia per uccellare ai tordi, dove pigliava qualche sollievo, quando ecco stamani sul bruzzo uscendo fuori dal boschetto per buttare giù con la ramata i tordi invescati dal vergone, coglierlo un nugolo di palle squartate tratte da qualche sicario di dietro alla siepe; bene avere sentito le pedate di un uomo, che fuggiva, ma non averne potuto ravvisare il sembiante: essere il padrone rimasto ferito in più parti, massime nella mano; averlo subito trasportato in casa, e adagiato sul letto; comecchè tutti lo giudicassero basìto avere mandato pel prete e pel cerusico; egli messasi fra le gambe la via ad avvertirla dell'accidente per suo governo.
.... coglierlo un nugolo di palle squartate tratte da qualche sicario di dietro alla siepe (Pag. 137).
Quando licenziato il villano, la Fulvia si gittò resupina sul letto, e si pose a meditare sul caso, di un lampo, comprese il tiro venire da Lattanzio; sentì scorrersi un gelo per le ossa, le s'increspò per ribrezzo la pelle; alla catena si alternavano spaventosamente gli anelli ora di peccato, ora di delitto: di volgere gli occhi in su per soccorso non correva più tempo, nè lo avrebbe voluto: detestava la colpa e questa vie maggiormente la stringeva al colpevole.
In così profondo turbamento dell'animo, pure desiderando mantenere le apparenze, si vestiva in fretta per recarsi in villa di poco più di un miglio fuori delle porte di Siena, e già era scesa nella strada, e già teneva il piede nel montatoio per salire in calesse, quando da un lato della via vide una calca di gente, che accorreva intorno ad una barella portata soavemente sopra le spalle di quattro contadini; e mentre stava in asso col piè su la staffa, a cavarla di ambage ecco levarsi un turbinio di voci: — Non è morto! è resuscitato! non lo ha voluto Dio nè il Diavolo come l'anima di Lorenzino dei Medici! Gli è come i gatti, egli ha sette vite!
— È destino! — Mormorò la Fulvia, e accorse incontro alla barella dove riconobbe tutto sanguinoso, e bendato il suo marito; la compassione, che mai si scompagna da cuore gentile, punse la donna, che con voce pietosa favellò così:
— Cristiani! mi raccomando, usate carità, andate bel bello, non lo fate patire, che io poi adopererò con voi la cortesia che meritate.
E la plebe: — Oh! lasci andare l'acqua per la china, gli è meglio perderlo, che guadagnarlo, sia benedetta! La è proprio la mano di Dio, che glielo leva dintorno. Non ha mai dato un Cristo a baciare; gli è una tigna, un cacastecchi, uno spilorcio, un avaro; e via di questo gusto: chè il Romano trionfante al Campidoglio non curasse a' vituperii degli sboccati comilitoni, io lo capisco; forse non gli avrà nè anco uditi, o per cagione dello strepito delle trombe o per l'urlo dell'orgoglio soddisfatto, che più clamoroso delle trombe gli ruggiva su l'anima, ma coteste litanie a cui sente approssimarsi la morte, che lo precipita per una via di sangue dentro il sepolcro, devono tornare amarissime, quantunque l'uomo che le provoca, come quello di Lelio, possa essersi convertito in un nido di vipere.
Non per questo, anzi a cagione di questo, non si ristava la Fulvia, la quale con maggiore istanza che mai, non senza aggiungervi l'atto supplice delle mani, si raccomandava: — Carità! cristiani, carità!
Questa voce udì il ferito, il quale sporta la mano fuori della barella l'agitava: che intendeva egli fare? Chi lo sa? Chi può saperlo? La mano dell'uomo si muove nella stessa maniera, sia che benedica, o sia che maledica. Prossimo al fine, non posso trattenermi per ispiegare enigmi.
Adagiato sul letto, e visitato il ferito da quel medesimo maestro di medicina e cerusico che curò Paride Bulgarini prossimo a morte, fu di leggeri conosciuto, lievi tutte le altre ferite, eccetto quella della mano gravissima. Un pezzo il maestro stette incerto se dovesse disarticolare parecchie dita, ovvero amputare addirittura la mano, entrambi verbi che in buono italiano significano tagliare; e più volte levò il coltello in alto, e poi lo declinò avvertendo come alle cose che non si possono fare se non una volta sola, giovi pensarci due; e di vero parve il fatto lodare il consiglio, imperciocchè lo infermo andò di mano in mano migliorando dando speranza di non lontana guarigione.
La Fulvia, dopochè giacque ferito Lelio, o non volle, o non potè più vedere Lattanzio; forse fu un po' l'una cosa e l'altra; però Lattanzio aveva per così dire notizia di ora in ora della salute dello infermo. Avvi chi afferma darsi una cura più grave di quella che nasce dal commesso delitto, ed è quella, che deriva dal delitto tentato, e riuscito a male; altri all'opposto assicura, che l'uomo si senta come sgravato da un peso enorme quando per fortuna non compì il criminoso disegno: su di che giudichino i savi; io mi contento affermarvi come Lattanzio adesso si trovasse in siffatta condizione di animo. Non usciva più di casa; poco si cibava, meno dormiva, sempre su e giù per la stanza quasi belva in gabbia, aggrottate le sopracciglia, chino il capo sul petto di cui con la manca sorreggeva il mento, e la destra si teneva dietro chiusa a pugno lungo al dorso; tutto in sè rannicchiato; i capegli incomposti parevano avessero lite fra loro; una calza legata, l'altra rovesciata fin su la noce del piede lasciava ignuda la gamba. Certa notte, credo fosse la precedente al giorno della commemorazione dei morti, uscito dalla stanza andò nella camera, dove dormiva un suo fidato servitore, e svegliatolo a cenni lo avvertì, che si vestisse e lo seguitasse, la quale cosa avendo costui fatto, egli lo condusse in camera sua e quivi si pose fitto fitto a ragionare con lui; però a voce tanto sommessa, che si saria udito il ronzio dell'ultima zanzara rimasta viva in onta al principiare del novembre. Ad argomentare dai gesti si poteva credere, che si fossero trovati d'accordo, per così dire, in massima, ed ora si trovassero disformi intorno a negozi di seconda importanza: all'ultimo parvero essersi concertati; allora il servo tornò a dormire, Lattanzio a fare la lionessa; ma all'ultimo la stanchezza lo vinse, e così come si trovava vestito si gittò boccone sul letto a prendere un po' di riposo.
Adesso vuolsi sapere come il servo col quale Lattanzio aveva tenuto la conferenza segreta fosse quel desso, che lo accompagnava armato nelle sue notturne visite in casa Fulvia, e quivi si tratteneva finchè al padrone non piacesse tornarsene alla propria magione; quivi pertanto aveva preso domestichezza, come colui, che si mostrava sollazzevole e motteggiatore, con tutta la famiglia; e poichè il padrone non faceva seco a spilluzzico per tenere allegra la brigata, ed egli era di quelli pei quali tanti ne cresce e tanti ne muore, non è da credersi il bene pazzo, che gli avevano posto, massime l'uomo nero della Signora, di cui il naso tinto in vermiglio raccontava la gloria del vino. Da lui quotidianamente, e spesso più volte il dì, sapeva dello stato di salute del Griffoli, e con lui faceva a scarica barili delle ambasciate di Lattanzio alla Fulvia, e della Fulvia a Lattanzio: insomma per non menare più a lungo il can per l'aia: due anime in un nocciolo. Ordinariamente si davano la posta alla osteria dell'Oca, dove si trovava il miglior vino, che producesse il Chianti, il quale a cotesti tempi godeva men fama, e se la meritava di più che ai nostri, dove il padrone corrotto non ha sofferto che uomini nè cose rimanessero innocenti. Colà bevevano l'oblio dei mali e dei padroni; se tardavano troppo a tornare a casa, colpevoli tutti, eccetto loro. Ormai piegando la ferita, quella della mano, a perfetta guarigione (si erano già chiuse le altre) il cerusico visitava il malato una volta in capo a due giorni avendo commesso alla Fulvia, che lo medicava, uno o due volte al dì gli mutasse le fila stendendo sopra la faldella vie via un po' di unguento di semifreddi, ed avvertisse non fosse stantío; per la quale cosa ella lo mandava a pigliare dallo speziale tutti i giorni la mattina per tempo. — Il dì che successe al colloquio notturno di Lattanzio col servo fidato, questi si pose sul canto di via Volpe, sfiaccolato, fischiando come se non fosse fatto suo; appena visto spuntare di faccia l'uomo nero, se la svignò nascondendosi, poi si rimise alla posta; nè si mosse finchè costui non fosse di ritorno col vasetto dell'unguento in mano. Allora lo abbordò di stianto, e abbracciollo con insolita tenerezza; poi lo invitò di portarsi alla consueta osteria per gustare un vino di Broglio, che pareva stillato dalle benedette mani di Dio; di più ci troverebbe un tocco di presciutto di Casentino, presente di un suo compare, da far piangere di tenerezza non che altri re Erode: non istesse su le smorfie; già pagare tutto lui: cinque minuti più o meno non guastavano, e il signor Lelio poteva pure aspettare; non istava a suo agio? Certo che sì, o non giaceva in letto? Così ce lo conficasse Cristo per tutta la vita! E non saltasse fuori con lo scusarsi, che di mattina non beveva vino, perchè sapeva di certa scienza, che prima di coricarsi aveva cura di mettere il fiasco a canto all'orinale sotto il letto; così parte con le parole, e parte con le braccia lo scarrucolò, lo abbindolò, che l'uomo nero dal naso rosso si trovò ruzzolato nell'osteria dell'Oca, assettato ad una tavola, col fiasco e il prosciutto davanti. Fin lì la mente gli aveva tenzonato fra il sì ed il no, come dice Dante Alighieri; ma davanti a cotesti oggetti della sua tenerezza gli naufragarono volontà e coraggio, e (orribile a dirsi!) primo afferrò il fiasco, si versò un colmo bicchiere di vino, e se lo rovesciò nella gola a digiuno. — Di pensiero in pensiero, di monte in monte, questo dice messer Francesco Petrarca, ed io di bicchiere e in bicchiere si venne al punto, che l'uomo nero giurava di vedere le stelle e il sole, anzi due soli, e millanta stelle, nè si accorse di aver fatto tardi se non quando messo il fiasco con la bocca in giù mandava stille rade, più rade di quelle che versa l'erede dopo aperto il testamento; allora gli prese la rosa di avere fatto troppo tardi, e salutata la compagnia andossi con Dio. Tornato a casa, a mo' che le anguille vanno, fu accolto dalla Fulvia, che impazientissima lo attendeva con turbata cera, e pure non si attentò fiatare; era mestieri soffrire, imperciocchè quando poniamo i servi a parte delle cose, che non arieno a sapere, perchè le non si dovrebbono fare, il primo guaio, e forse non maggiore degli altri, egli è quello di sopportare da loro qualunque strazio.
La Fulvia pertanto tolto di mano a costui il vaso dell'unguento recavasi al letto del marito, che ora in sembianza mansueto le favellava blande parole e benigne: quivi ella con molta prescia si diede a sfasciare la ferita, e intrise le fila nello unguento con avvedutezza lo medicò: poco dopo egli ristoratosi alquanto con brodo, e vino chiuse gli occhi al riposo, onde Fulvia se ne andò ad attendere alle cure di casa. Scoccava per lo appunto il mezzogiorno, e così giusto tre ore dopo la medicatura, che lo infermo cominciò a urlare come un dannato lagnandosi che gli tagliavano, gli segavano, gli bruciavano la mano; accorse tosto la Fulvia, e procurò consolarlo, poi instando egli lo sfasciò da capo, gli mutò le fila scegliendo le più sottili fra le sottilissime, e un po' di refrigerio parve che l'infermo sentisse. Ma indi a poco lo spasimo prese a tribolarlo più veemente di prima; non è da dirsi quanta la smania e lo scontorcersi del malcapitato: si attorcigliava da sè più che le curandaie non aggrovigliano panno per ispremerne l'acqua, e quindi a spazio non lungo di tempo anch'egli diventa in faccia color di cenere, in pelle in pelle trema, si disfà come morto; anco a lui s'infossano gli occhi dentro un cerchio grigio quasi cadaveri dentro le casse di piombo; il sudore gronda giù dalla fronte a pioggia; la voce diventa rantolosa e fioca: ecco le convulsioni orribili, più violente in lui che nel Bulgarini, come quello che non era attrito dalla infermità come Paride; ecco l'umore viscoso gocciolare giù dalla bocca, lo insopportabile fetore; tutto il corpo diventa chiazzato di macchie pagonazze; — anco sopra cotesta fronte la morte ha piantato la sua bandiera come dentro una rôcca presa. Chiamasi il prete o chiamasi il cerusico? Mandisi per ambedue, comecchè si preveda che il cerusico cascava a proposito come il soccorso di Pisa.
Il prete venne, ma accostandosi non potè ricevere altro che il vomito del corpo, e se ei maledisse le dieci volte il moribondo, Cristo lo sa; quanto al vomito dell'anima Lelio se lo tenne in sè, almeno, finchè il prete stette in camera; egli uscito, Lelio a strappi parlò tanto quanto bastava a palesare, che inferno fosse l'anima sua. Dai tronchi accenti si argomentò finzione essere la presente mitezza: odiare Lattanzio, odiare Fulvia, odiare tutti; nel presagio di guarire volere implorare pace, e darla; breve; farsi il commento vivo del Pater noster, appendice alla orazione domenicale; così tranquillarli, ed intanto ammannire il tossico, ed un bel giorno fra le gioie convivali avvelenare come cani quanti erano. Gli assistenti appunto per paura di essere morsi dal moribondo spulezzarono dintorno al letto; sola rimase la Fulvia: e Dio, com'è da credersi, notò codesto atto, che presso lui ha da essere stato lavacro per ben molte colpe.
Ultimo a comparire fu il cerusico sorgnone: costui portava due occhiali sul naso, che parevano due lanterne, se per sovvenire la virtù visiva, o per dissimulare la malignità degli occhi, pendeva dubbio: questo era certo che quando intendeva speculare profondo dardeggiava lo sguardo di sopra agli occhiali. Ed ora di fatto guardava il moribondo traverso le lenti, ed ora la Fulvia a pupilla ignuda, in su ed in giù come fa l'uccello quando beve; ma la Fulvia si manteneva serena sotto cotesto grandinare di mortale sospetto; certo la Innocenza non avrebbe tolto cotesta fronte per insegna alla sua bottega, ma il Delitto nè anco ci avrebbe potuto scrivere: posto preso. Alla fine al cerusico dopo non poca esitanza parve bene non menare scandolo, ed abbuiare la cosa, sentenziando a voce alta: il povero (chi muore è sempre povero, e a patto che tu muoia ti loderanno anco i nemici, e, sto quasi per dire, anco gli amici; così almeno spero, che sarà di me; anzi ne vado sicuro) esser morto di colica intestinale acuta; a voce bassa poi chiamata la Fulvia in disparte, le sussurrò dentro gli orecchi:
— Donna Fulvia, Gesù Cristo quando bandì la sentenza: chi di coltello ammazza, di coltello conviene che pera, nol disse già in modo tassativo, bensì dimostrativo, cosicchè hassi ad intendere di ogni altro arnese o mezzo: nel caso presente intendi così: chi di veleno uccide, di veleno ha da morire.
— Che dite mai, maestro! chi può avergli propinato il veleno se lo custodiva proprio io?
— Voi avete a sapere, donna Fulvia, come la gente non si avveleni già solo per bocca, ma sì anco per assorbimento, il quale avviene mettendo il veleno sopra le carni umane: ora siffatto assorbimento è accaduto celerissimo oltre il consueto, nel marito vostro, perchè aveva il sangue disposto a corrompersi, e perchè il veleno spiegò la sua virtù sopra carni scoperte e inciprignite dalla piaga.
La Fulvia diede in un grido, e si percosse la fronte pure balenando della persona per cascare; la sorresse il cerusico aggiungendole a voce sommessa: — Povera signora, voi non ne avete colpa, lo so; però mettiamo una pietra su tutto; pensate a suffragare l'anima del defunto.
In questa passando il prete, per amministrare la estrema unzione, udì le ultime parole del cerusico, per la qual cosa soprastette alquanto, e voltosi alla Fulvia confermò dicendo:
— Gli è il meglio, che vostra signoria lustrissima possa fare.
E veramente di messe, mortori, ed altri ganci siffatti, per ripescare un'anima cristiana cascata nel pozzo del purgatorio, la Fulvia non fece a spilluzzico; onde salì in fama presso i religiosi così regolari come secolari di pia, di angiolo di bontà, di matrona insomma, la quale, per troppo levarla al cielo, non significava che non si potesse inalzare anco più in su. Per converso, alla stregua che cresceva il favore sacerdotale abbassava quello del popolo: e già il Griffoli era venuto in compassione a parecchi; in ispecie ai mariti gelosi interi e mezzo gelosi, i quali si attentavano, nientemeno, ad affermare che la moglie si piglia per sè e non per gli altri; e che chi cavalca la mula l'ha da ferrare; e che le donne hanno da badare a casa, senza uscir fuori così attillate, e con tanti fronzoli attorno; nè la femmina che costuma a cotesto modo deve lodarsi come pudica, imperciocchè quando anco non sia anco arrivata a casa del diavolo, pure è in cammino per lo inferno; nè si ha a credere, che chi tende archetti non voglia pigliare uccelli; antichi i proverbi, e di quelli proprio buoni: che chi non vuol vendere il vino levi la frasca, e chi imbianca la facciata cerca appigionare la casa.
La quale opinione, in prima latente, divampò poco dopo per un altro anello, che si aggiunse alla catena ribadita dal destino ai piedi di Lattanzio e di Fulvia: questa, quando se lo aspettava meno, sentì essere successa in lei una trasformazione. Qual mai trasformazione? Mi domanda ingenua una fanciulla allevata presso le Suore del sacro Cuore; ed io di cui la Musa crebbe all'ombra della disciplina delle Monache dei santi Pietro e Paolo qui in Livorno (o che credete, che siamo eretici in Livorno? Pensate forse che non si trovino conventi in Livorno? In Livorno ci si trovano benissimo; anzi non ce ne furono mai tanti come ora, che non ci hanno più ad essere; e oltre i conventi qui ti occorre il suo bravo seminario, il municipio, il prefetto, i bagni di acqua di mare et etiam di acqua dolce, i lampioni che mandano talvolta un sospiro di luce, e le scuole dove la luce sta in agonia permanente, la cattedrale in mezzo alla città, la sinagoga dietro, da per tutto are a Venere pandemia, e macelli di buona e di mala carne, e cavalieri dei santi Maurizio e Lazzaro, e taluno della Corona d'Italia altresì: insomma qui cessi pubblici, qui guardie di pubblica sicurezza, qui tutti gli oneri e gli onori, attribuzioni e prerogative di una città civile, compresi due vescovi) mormoro detti segreti: voi tutte lo sapete, o l'avrete a sapere; però a cui lo sa, giudico inutile dirlo, a cui non lo sa, siccome non può tardare a provarlo, ed ella, leggiadrissima, che me lo domanda; forse più presto delle altre, mi permetta che io me ne passi.
Dunque la Fulvia, avendo sentito come in lei fosse successa una trasformazione, mandò a chiamare il Bulgarini con le debite cautele, e tenne con lui un colloquio del quale il sugo fu questo: bisogna, Lattanzio, che, tronca ogni dimora, voi diate un padre ad un figliuolo, ed un marito alla madre; ed egli: — Magari!
Potevano anco qui non precipitare le cose: potevano consultarsi con persone prudenti, e dar miglior garbo al partito: si peritarono a domandare l'avviso altrui perchè lo avrebbero chiesto ad occhi bassi, e loro malgrado la faccia per vergogna avrebbero sentito avvamparsi fino alla radice dei capelli; sposarono di notte quasi paurosi fosse di coteste nozze testimone il sole. E fu notato altresì che le candele accese in cotesta occasione erano servite per una messa da morto pochi giorni innanzi celebrata in cotesta cappella; anzi giusto nel momento, che la Fulvia rispondendo al prete disse: sì, una di quelle male assicurata dentro lo spunzone del candeliere cascò sopra l'altare e si spense: per uno istante tutti si sentirono ghiacciare di paura; il prete stesso sospese il rito per indagare un po' che diavolo fosse: quanti ci erano presenti ne trassero augurio sinistro. Nei ricordi dei tempi[7], trovo che la Fulvia si costituì in dote scudi 7400, vale dire ventiquattro scudi più di quello, che pel medesimo titolo aveva portato al Griffoli: il matrimonio successe nel giorno terzo di maggio 1663; la Fulvia allora noverava 33 anni, Lattanzio ventisei.
Per questo fatto la opinione pubblica, chè un pezzo stette sospesa sopra il capo loro a mo' di nugolo nero, scoppiò rovesciando ruina. Nella perpetua altalena degli amori e degli odi del popolo, adesso toccava al Griffoli trovarsi in su prossimo al cielo, e gli altri giù vicino allo inferno. Donde mai tanta mutazione? Un po', come sempre suole, per cause buone, e molto per cause cattive: erano buone il poco rispetto al costume, la dimostrazione di cuore spietato contro il morto, lo esempio d'incontinenza, e lo impaziente assettarsi sopra una fossa dianzi riempita come sopra un lettuccio, arnese superlativo pei colloqui di amore. Inoltre tanto non aveva potuto celarsi la cagione della morte del Griffoli, che ormai la notizia non avesse trapelato nella città dove ogni dì pur troppo si andava allargando: le cattive consistevano nello spirito di contradizione, che regge e governa la umana natura. Tutto qui vediamo essere contradizione e contrasto; anima e materia, vita e morte, sereno e procella, dì e notte, pianura e collina, tenebre e luce, libertà e tirannide, e via via; l'uomo poi, contradizione suprema; ed appunto in proposito un Bargagli sanese, bello umore se altri fu mai, mi disse un giorno, che messer Domineddio, presagendo di che panni avrebbe vestito l'uomo, prima creò tutte le cose, e all'ultimo si riserbò a mettere fuori l'uomo, che per lo appunto fu il sesto giorno, perchè dove lo avesse fatto il primo con tanti vetri rotti egli gli avrebbe seminato il terreno, tanti contrasti mosso, con tante contradizioni scombussolato, che a questa ora la opera della creazione non sarebbe anco finita, e i magazzini della Eternità conterrebbero più mondi sciupati, che i magazzini del municipio di Firenze non ha lampioncini per la illuminazione della festa dello Statuto. E perchè tu veda se mi apponga al vero; considera questo: quante volte si commette un delitto, la mente del popolo infellonisce; la giustizia, per non parere, mette le mani addosso a sei, ovvero ad otto e l'ira del popolo si avventa contro tutti; che tutti non possano essere colpevoli a lui non preme cercare nè sapere; se li potesse avere fra l'ugna li ridurrebbe in brindelli in meno che non si dice un credo. Applaude allo accusatore, aizza i giudici a condannare; si dimena inquieto all'esame dei testimoni, i quali attestano in pro dello incolpato, digrigna i denti alla difesa: ecco alla fine la sentenza, che manda al patibolo l'oggetto del suo furore: sarà pago al fine? — All'opposto; adesso avviene una mutazione di pianta: un diluvio di pietà si rovescia sul condannato; per lui accendonsi le candele, per lui si supplicano gli altari, per lui si accatta a fine di accompagnarlo con una buona scorta di suffragi a piedi e a cavallo nel viaggio dell'altro mondo. Nè lo trascurano in questo: marzapani, bianco mangiare, di ogni ragione delicature non gli fanno difetto; chieda e domandi, gli risponderanno a bacchetta: anzi perchè non si dimentichi troppo il condannato della condizione in cui si versa, onde poi non gli riesca fuori di misura angoscioso il ritorno alla realità, procureranno mescere nel dolce un po' di amaro, arte sopra quanti popoli si conoscono al mondo professata dai Veneziani[8]. Pigliano a mordere lo accusatore e i giudici; il difensore torna a galla; il carnefice, forse il più innocente di tutti, inseguono con le contumelie, con la sassaiola ammaccano; potessero, lo ridurrebbero in massa di mota insanguinata. Ma forse questa contradizione non è causa bensì effetto, stando la vera causa riposta in più remota parte, la quale, dubito assai che risieda nello istinto ferocemente naturale dell'uomo di perseguitare; così prima egli perseguitò con la legge, la morale, i tribunali e gli sbirri lo incolpato; adesso, questa vicenda trovando esaurita, piglia il condannato in mano come un flagello e ne percuote sbirri, giudici, morale e legge. O la brutta tragica farsa che si rappresenta da cinquanta o cento secoli nell'universo! Io fo conto che dal primo giorno la venne solennemente fischiata; ma lo Autore avendola trovata buona non se ne diede per inteso, nè per ora fa cenno di calare il sipario.... Vanità di autore è vanità spietata!
Fin qui il cronista; io aggiungo, che Lattanzio prima di partire per lo esilio, avendosi su quel subito eletto a domicilio la città di Lucca, convenne con la Fulvia, che talora sotto mentite vesti sarebbe andato a trovarla: verrebbe notturno fra la mezzanotte e la prima ora del mattino; si annunzierebbe con tre fischi; ella lo aspettasse per aprirgli, o per fargli aprire: non frequente la sua comparsa; una volta forse in capo al mese. Si divisero senza mirarsi, senza pigliarsi per mano, peritaronsi a guardarsi in viso; ognuno di essi temeva di leggere su quello dell'altro la colpa e il rimprovero. Da prima Lattanzio fu puntuale: non iscattava il mese, ch'egli si presentasse, e così durò, finchè Fulvia non ebbe partorito, la quale cosa successe sette mesi dopo la morte del Griffoli, onde il parto fu giudicato suo per virtù dello assioma legale, che pater est quem justæ nuptiæ demonstrant. Le presunzioni generano, e poi fanno le maraviglie se Giunone ingravidò toccando un fiore, e Maria mercè un'ambasciata dentro l'orecchio: dopo la nascita della bambina (che di questo sesso fu il portato di Fulvia), le visite diventarono mano a mano più rade, imperciocchè per quanti sforzi Lattanzio facesse non potè mai baciare cotesta creaturina; si provò una volta a benedirla ponendole una mano sul capo e Fulvia quasi per animarlo a sua posta allungò la destra; ma Lattanzio, avendo incontrato la mano di Fulvia in quella, che stava per posarsi su i capelli della bimba, egli la ritirò vivamente come se avesse tocco un ferro rovente, — e:
— Non ne facciamo niente, susurrò sospettoso; la nostra benedizione potrebbe apportarle sciagura.
Impertanto, quando egli entrava, non levava mai gli occhi sopra la sua donna, ned ella i suoi sopra lui. — Buona sera — diceva egli: — buona sera, — rispondeva ella; ed appressatosi alla culla mirava rabbrividendo le sembianze della pargola, le quali ogni di più arieggiavano le sue. Era un piacere acuto, o se ti piace meglio un dolore soave; nè arricciare il niffo, chè il cuore umano ha più bisticci della lingua, e gli antichi, che se ne intendevano, chiamarono le Furie Eumenidi benefiche (lo attesta Pausania) e le finsero sorelle nientemeno che di Venere, e di questa altro ci ammaestra Epimenide. Lattanzio si genufletteva davanti la culla, e quivi tanto dimorava, finchè un rivo di lacrime non gli uscisse dagli occhi; e certa notte, che gli parve udire singhiozzare la Fulvia favellò soave questi accenti:
— Non ti affannare, Fulvia: le lacrime sono la migliore preghiera per me, — e forse per tutti.
Quando si partiva, lo accompagnava Fulvia fino su la soglia della porta di casa, senza lume, tentone; colà Lattanzio diceva in voce di requiem æternam: — Addio! — a cui Fulvia rispondeva: — Addio!
La fanciullina a cui fu posto il nome Caterina Gaetana, ebbe per comare al fonte battesimale donna Virginia di Agostino Chigi; la Fulvia l'allevò, e la custodì come sanno custodire le madri, le quali dopo avere gustato gli amari frutti della colpa furono purificate dalla sventura, e si santificarono col pentimento. Di veruna cosa tanto pregava Dio, come le durasse la vita per poterla allogare in modo degno di lei; ma sentendosi ogni dì venir meno la lena, giudicò che non avrebbe conseguito questo fine supremo, laddove non si fosse affrettata. A tale scopo se ne aperse con donna Virginia Chigi, moglie che fu di Giambatista Piccolomini e nipote del Papa Alessandro, la quale come svisceratissima sua le propose stringere con nuovo nodo di parentela il vincolo, che già le univa di amicizia e di cognazione fra loro, sposando la Caterina col proprio figliuolo Francesco. Parve alla povera Fulvia toccare il cielo col dito, nè seppe in altra guisa significare la profonda gratitudine, eccettochè col gittarsi nelle braccia dell'amica, e versare copiosissime lacrime. Dava un po' noia la età della fanciulla, che varcava di poco il dodicesimo anno; ma comparendo atticciata e ben complessa, fu giudicato di non cercare il nodo nel giunco: rimaneva ad assestare la dote, ma Lattanzio oltre allo assentire, che la Fulvia dêsse alla Caterina interi gli scudi 7400, chiese in grazia di portarli col suo fino a 15000; e fu tenuta grossa dote, imperciocchè tuttavia corressero costumi nei quali
Non faceva nascendo ancor paura
La figlia al padre, chè il tempo e la dote
Non fuggian quinci e quindi la misura.[9]
Questo Francesco riuscì assai spettabile gentiluomo, ed avendo accompagnato in Francia Flavio Chigi cardinale, e legato a latere, e Sigismondo Chigi nipoti del Papa, assai si trattenne in Corte di Luigi XIV.
La Fulvia dopo questa consolazione si diede intera alle pratiche di pietà: usciva di casa per girsene a supplicare in chiesa, tornava di chiesa per fare orazione in casa; visitava infermi, non respingeva mai poverello di Dio senza averlo con larghezza aiutato; di ora in ora metteva una penna all'ale, che l'avrebbono, secondo la sua opinione, a tempo e a luogo trasportata di volo in paradiso. La vita certo le mancava, pure, se la intensa preghiera non la disfaceva, l'avrebbe tirata in lungo: la prece ardente e continua la consumò. Incominciò a supplicare per Paride, poi per Lattanzio, poi anco per sè, ma terminato questo ciclo, le pareva vedere, e vedeva certo due mani giunte scaturire fuori da un mare di tenebre in atto d'implorare un po' di refrigerio, d'intercessione: cotesta vista la faceva rabbrividire; pensava al naufrago, che presso a dare l'ultimo tuffo solleva a quel mo' le mani su le acque; e allora pregava anco per Lelio. Questo roteare senza posa si rinnovava da prima distinto e completo, poi rotto a pezzi, e il capo ne usciva indolenzito come se lo recingesse una corona di spine; questo dolore sparso mano a mano si concentrò in ispasimo fissandosi sul ciglio destro; ei cruciava come un chiodo fitto dentro l'occhio: difatti lo appellano chiodo solare però che col crescere del sole aumenti l'angoscia, e col declinare diminuisca. Questo fiero malore, che ad altro non saprei rassomigliare che al mal dei denti, nel cervello precipitò il corso mortale della vita di Fulvia: ella morì perdonando a tutti, esaltata dai lumi, dai canti, dagl'incensi ed anco dai singhiozzi dei preti, degl'incappati, degli uomini e delle donne che le stavano intorno al letto: morì contenta, e credè sul serio, prosciolta dal martirio terreno, andare assunta alla pace di Dio. — L'opinione pubblica aveva di già segnato sul conto suo una giravolta, il clero già non la derelisse mai: cosa papale ell'era; e la pietà sua spremuta dal rimorso stillava olio all'altare più della oliva stretta nel torchio; in oltre a lodare la sua munificenza il clero ci trovava il proprio interesse avendo egli considerato, che se la pietà donava alla Chiesa con la mestola, la vanità sbraciava con la pala. I poveri, la plebe insomma, ha confinato la sua tenerezza nei denti: gettale sotto pane da mordere, e ti amerà; ritirale il pane e ti vorrà male di morte. La gente dabbene si stringeva nelle spalle, e diceva: «Povera donna! certo non è stata uno stinco di Santo, ma ha sofferto molto; Dio la perdoni come il mondo l'ha perdonata.»
A Lattanzio, o per moto proprio, ovvero a istanza altrui, il Granduca Ferdinando II concesse lettere di grazia della pena dello esilio; onde quegli tornasse a morire in casa. In città non si fece più vedere: pose stanza in campagna, dove visse solitario, fuggendo ogni aspetto umano, concentrato in sè, raro parlante; veruna cura si pigliava delle faccende sue, poca della persona. Sovente fu visto sdraiarsi sotto un arbore all'ombra, e quando l'ombra cessava egli rimaneva nel medesimo luogo sotto la sferza del sole senza che mostrasse accorgersene; ancora (mirabile a dirsi!) vespe, tafani gli si ammucchiavano sul viso; ned egli, il più delle volte, moveva la mano per cacciarli, tanto il suo spirito vagava dilungato fuori dalla realità della vita, sicchè quando si levava la sua sembianza grondante sangue offeriva anch'ella la immagine dell'ecce homo! Sul cadere delle foglie chiamato a sè il curato della prossima parrocchia, invitollo a pranzo, dove si alternarono fra loro di molti e dotti ragionamenti, che il prete non pure intendeva di divinità assaissimo, ma sì andava non mediocremente ornato di umane lettere. Dopo il pasto recatisi in giardino, Lattanzio di un tratto soffermatosi domandò:
— Che ora abbiamo? Il parroco guardò l'ombra che mandavano gli arbori a sole cadente e rispose: — Le ventuna non possono star di molto a sonare.
— Or bè, don Antonio, voi cominciando da domani udrete la mia confessione generale, perchè tra quindici giorni a questa ora precisa io morirò; e se possibile fosse io mi vorrei acconciare dell'anima.
— O chi vi ha detto che morirete fra quindici giorni; come potete saperlo voi?
— Lo so. — Sento qui dentro la voce del destino, la quale non mi ha ingannato mai.
— Che destino andate voi farneticando? Il destino la è roba da Pagani; dite la Provvidenza.
— Provvidenza sia, io non mi voglio bisticciare con voi, provvidenza o destino, una forza invincibile, spietata che dentro e fuori di noi ne può più di noi.
Nel seguente giorno incominciò la confessione; per ore e ore Lattanzio pallido in faccia come un morto stava genuflesso a piè del confessore, e il confessore grondava sudore tanto da intriderne due fazzoletti; per modo che la serva della Canonica essendosene accorta ebbe a dirgli: — O don Antonio, che novità è questa? Non fareste mica le prove per correre il palio su la piazza di Siena?
Terminata la confessione, Lattanzio con voce spenta interrogò:
— Don Antonio, ditemelo da galantuomo, ci vedete verso che io mi possa salvare?
— Guà!
La misericordia di Dio ha sì gran braccia
Che piglia ciò, che si rivolve a lei.
E quando al nostro divino Redentore non avessero inchiodato le braccia, tanto è, ei le terrebbe sempre aperte per raccogliere le anime pentite che confidano in lui.
Venuto il decimo giorno del termine da Lattanzio presagito, si mise a letto, e al parroco, che ormai gli si era fatto indivisibile compagno, parlò a lungo nell'orecchio; e siccome quegli crollava il capo come uomo che tentenni fra due diversi concetti, egli con maggior fervore s'industriò persuaderlo, e parve riuscisse, imperciocchè all'ultimo rispose:
— Restate consolato, sarà fatto.
Giunse il giorno quindici; fino da mezzodì, gli assistenti avevano dichiarato, che Lattanzio non avrebbe passato la giornata. Strana infermità davvero! Non febbre, non doglia di capo, o di visceri; ordinato il moto del cuore, ordinati i polsi, e con tutto questo la vita gli scappava da tutti i pori; ei si disfaceva come la massa di metallo se ne va in forfora sotto l'azione della lima. Gli occhi teneva fitti nella parete opposta al letto, e moveva le labbra come se contasse; di repente si scosse, ed accennato al prete, che si accostasse, domandò:
— Avete avvisato in tempo?
— Vi ripeto per la decima volta, che sì.
— E verrà?
— Verrà senz'altro... eccola se non erro.
E fu sentito strepito di carrozza, che si affretti.
— Egli era tempo... perchè perdo il lume degli occhi... mi sento mancare... manco.
In questa, dall'uscio in fretta dischiuso, si precipita nella stanza una donna per grazia, per leggiadria, per giovanezza divina: mossa, o piuttosto spinta da qualche spirito soprannaturale, si abbandona nelle braccia del moribondo, che gliele tendeva nel delirio di un affetto che pare, — no, che per certo vince, almeno per alcuni istanti, la morte.
— Abbiti l'anima mia! esclamò il morente con tale una lena, che mise in chi lo ascoltò, maraviglia, pietà ad un punto e paura; e l'anima pur troppo le diede, imperciocchè in cotesto supremo amplesso, in cotesto supremo bacio, lo spirito si era da lui dipartito.
La giovane donna tremante, e pure ferma, con le rosee dita chiuse gli occhi al defunto, gli velò la faccia; poi postasi a capo del letto, con il volto levato in su, e le braccia e le mani aperte, disse con voce da fendere il cuore:
— Signore, ricevi quest'anima desolata in pace.
Allora il Parroco con parole umili susurrò nell'orecchio alla donna:
— Signora, ora lo ufficio di pietà avete compito; niente altro vi rimane a far qui; — tornate a Siena, e non si sappia, che veniste ad assistere il vostro patrigno.
— Dite, reverendo, e credete proprio, che l'anima di questo infelice sia andata in luogo di salvazione?
— Io non sono, ed ella, signora mia, col suo buon giudizio lo capisce, il segretario del Padre eterno; ma a giudicarne secondo la carità cristiana credo di sì; che se sopra la bilancia della misericordia qualche granello mancava per farla traboccare, tengo per fermo che la sua pietà ha dato il tratto alla bilancia.
La giovane bellissima era la Caterina Gaetana Griffoli figliuola di Fulvia sposata a Francesco Piccolomini.
Qui ha fine il racconto; però non posso nè devo tacere, che sebbene l'egregio Antonio Pantanelli con parecchi solerti e studiosi amici suoi si sia dato a tutto uomo a rovistare per Biblioteche ed Archivi di Siena, onde raccogliere altre notizie intorno questo caso memorabile, non abbiano approdato a nulla; tuttavia al signor Luciano Banchi direttore dello Archivio di Stato, nel libro dei Battesimi e dei Matrimoni, venne fatto rinvenire come da Lattanzio e dalla Fulvia nascessero cinque figli: Belisario, Ascanio, Paris, Alessandro e Virginia. Difatti la famiglia dei Bulgarini non è anco spenta, e nel 1849 conobbi un Belisario Bulgarini uomo fornito di buone lettere, autore di libri assai lodati, e quello che più preme, onesto: il suo nome va nella Storia della Toscana congiunto con altro nome, che suona tradimento ed infamia. Egli, a quanto sembra, non provò amica la fortuna, l'altro sì, e scandolosamente immeritata; ma Dio non paga il sabato, e le lische alla morena stanno nella coda: così almeno giova sperare, e finisco.
FINE.