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Il Falco (Cronaca del 1796) cover

Il Falco (Cronaca del 1796)

Chapter 41: XXXVII.
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About This Book

L'opera combina una narrazione di taglio cronachistico con una prefazione in cui l'autore celebra la passione per i libri antichi e la cura dei particolari d'epoca. Presenta descrizioni vivide di abbigliamenti, armi, oggetti e costumi sociali, mostrando attenzione antiquaria e ambientativa. Difende la fantasia creativa contro un naturalismo che riduce il romanzo a mera cronaca, richiamando l'esempio dei narratori storici per sottolineare l'importanza della costruzione immaginativa e della precisione pittoresca nella rappresentazione del passato.

XXXVI.

— Non crediate ch'io speri molto nell'incontro che il marchese di Spigno ha con tanta abilità preparato, — aveva detto Camillo Altariva ai due sodali prima di lasciarli nel castello ad attenderlo. — Non ispero anzi affatto. Ma il signor Marchese ha ragione. Chiunque abbia alle dipendenze degli esseri umani ne risponde: ha la cura delle anime — qui sorrise — e della salute dei corpi. Debbo io dunque, anche per voi, sapere qual nemico abbiamo dinanzi e qual pericolo ci sovrasti. A conoscere il nemico, diceva Cesare, si guadagna già mezza battaglia. Andrò da quel generale fortunato e giovane, sulle cui spalle grava un peso così vasto e che si accinge alla conquista con la istessa leggerezza del Macedone. Non credo che mi convincerà, nè che lo tratterrò con le mie parole, ma credo, sì, che ne trarrò un vantaggio per la nostra causa. È del resto un dovere e col dovere non si discute. Che ne dite?

— Vi approviamo, Camillo, — aveva risposto Luca Lascaris.

Più rude il Nervia invece:

— Quanti ragionamenti, per morire! Se sarà necessario morremo!

— Morremo, sì, noi, ma gli altri?

— Gli altri? quali altri?

— Coloro che ci seguono e combattono per noi.

Qui Almerico di Nervia parve cascar dalle nuvole.

— I miei vassalli? Ma devo forse interpellar le pietre del mio castello se mi piace di farlo crollar su di me?

Nè il Lascaris, nè l'Altariva replicarono.

L'indomani, alto già il mattino, due cavalieri con la sola scorta d'un servo uscirono dal castello dei Lascaris e fiancheggiando il vecchio edificio seguirono la strada romana avviandosi verso il campo francese nel dislivello delle colline.

La primavera imperava dal mare ai monti: il cielo sgombro e puro, l'aria chiara, l'orizzonte distanziato a perdita d'occhio. Ma l'allegria della natura si limitava al cielo e al mare: pareva che la terra non partecipasse al gaudio comune. Campi e maggesi per i declivi delle colline apparivano spogli e abbandonati, gli alberi troppo ramati per la mancata potatura, l'erbaccia lussureggiante che allignava dovunque, i termini, le siepi, le barriere sfondate, slabbrati i canali irrigatoi, le cisterne e le peschiere ingombre di rifiuti e di melma, i pagliai spettrali, vuote le rimesse, aperte le stalle; si andava nella desolazione. Parea che la terra madre aprisse le braccia alla crocifissione.

— Ecco l'effetto della guerra! — esclamò Ibleto fermando la cavalcatura sul margine più alto della strada.

Ed accennò in alto e in basso il quadro disastroso.

— Guardate laggiù, nobile signore!

Un aratro spezzato giaceva a mezzo sepolto dalle zolle erbose nel centro d'un campo tutto rosso di fango, di quel rosso vivo che caratterizza le terre di Provenza.

— Laddove il lavoro muore appare il sangue, nobile signore!

L'Altariva rispose:

— Pure la guerra è una necessità.

— Ve l'ammetto: necessità di salasso della umanità rigogliosa troppo. Ma — badate; è un'ipotesi — non potrebbe il salasso diventar periodico e smungere tutti gli inutili?

— Chi chiamate inutile, marchese?

— Difficile domanda. Pure credo che potrò rispondere chiarendo il mio pensiero. Perchè non potrebbe governare un'aristocrazia qual s'intendeva ab antiquo, e cioè una selezione di saggi, la quale distribuisse vite e beni serenamente, estirpando quanto non concorresse con la mente, le braccia, o la bellezza al bene comune?

— Vorreste forse comporre una lunga novella ad imitazione di quelle del signor di Voltaire, marchese?

— Perchè no, mio nobile signore? Dalle fantasie accese spesso è sgorgato più bene che dai cervelli ragionanti.

L'Altariva stava per replicare quando uscì da un avallamento del terreno una voce gioconda:

— Olà! olà! Sero venientibus ossa! Mi dispiace per voi, cittadini cavalieri, ma la zuppa è già discesa fino ai calcagni e non vi possiamo offrire che qualche magro inchino alla maniera d'una volta!

La faccia ridente di Tibullo apparve nello svolto della strada in discesa. L'allegro e spregiudicato sanculotto precedeva un gruppo di compagni che reggevano infilato ad un'antenna il formidabile marmittone del rancio: più indietro altri soldati circondavano una lettiga e quindi seguivano un'amazzone ed un cavaliere appesantito in arcione.

— Buon mattino, amico, — rispose Ibleto. — E, se ti è lecito confidarmelo, chi precedi? O casco in grossolano errore e v'è da incolpar la mia vista vacillante — ahi! dura senectus! — o mi sembra di intravedere laggiù la mia diletta consorte e signora!

— Vedresti una pulce sopra un campanile, cittadino çi-devant, e quella è proprio la tua invidiabile moglie sibarita privilegiato, poichè la rivoluzione non ha tolto il privilegio del monopolio d'una bella donna per un sol uomo!

— O perchè dunque Fiorina è partita senza attendermi com'era convenuto? — chiese a sè stesso il marchese volgendosi però all'Altariva che si strinse nelle spalle.

— O bella, cittadino, — rispose Tibullo — per accompagnar probabilmente la damigella sua amica malata!

Soltanto allora lo Spigno pose mente alla lettiga che avanzava lentamente. Era non più la splendida portantina della vigilia, ma una rozza barella, retta su due travi e portante su tappeti un corpo disteso. La parte superiore a curva della lettiga era priva di tende nei due lati e soltanto chiusa in avanti e nel fondo. Il corpo che vi giaceva si potea dunque soltanto scorgere a mezzo: una mano bianca tuttavia pendeva dall'orlo e un enorme cane da pastore che camminava di conserva, ogni poco alzava le fauci pericolose e lambiva quella mano inerte.

— Nobile signore — disse allora Ibleto a Camillo — sproniamo se non vi dispiace!

— Vi seguo, marchese.

Spronarono e in pochi tratti raggiunsero la lettiga.

Benchè non fosse tale da abbandonarsi alla curiosità Camillo Altariva nel passare accanto al gruppo si chinò a pena. E scorse abbandonata, come se fosse morta, sui tappeti scomposti Chiarina Grimaldi. Non vide che la massa dei serici capegli schiacciati sul cuscino e un viso arrossato, un viso in fiamme, ardente nella congestione più negli zigomi e sulle tempia, e tumefatte le labbra semiaperte e inchiodati i denti. Parea morta. Le braccia pesavano tanto sui tappeti, che vi segnavano un solco.

— È molto malata quella giovane dama — disse Camillo Altariva senza poter distogliere gli occhi della lettiga.

E non udì nemmeno la presentazione che di lui faceva il marchese Ibleto di Spigno alla sopraggiunta coppia di cavalieri.

— È molto malata infatti — ripetè Fiorina.

— Se la stagione mite m'autorizzasse — osservò Ibleto — direi che può essere stato un colpo di sole.

— Ma se ieri di tarda sera s'intrattenne con me piacevolmente e scherzò e costrusse progetti fino all'ora di separarci! — replicò la marchesa.

E aggiunse:

— Fu soltanto questa mattina che Gilda la trovò così come ora la vedete!

Uno scoppio di pianto risuonò dall'altro lato della lettiga, donde la vispa camerista apparve disfatta dalla commozione.

— Oh! Signore Iddio..... la ho creduta morta.... faceva paura — singhiozzò.

E poi timidamente:

— Che l'abbia punta il vampiro notturno?

Soltanto allora Ibleto e Camillo alzarono quasi di comune accordo gli occhi sul cavaliere ch'era rimasto indietro, muto, a capo chino. Videro un volto più terreo e più sfatto che quello d'un cadavere.

— Vi faccio auguri di gran cuore, Betto Grimaldi — pronunciò a mezza voce lo Spigno.

E s'ebbe in risposta un saluto abbozzato.

Soldati, lettiga e cavaliere proseguirono, passarono. Rimase indietro la marchesa. Esclamò corrugando le sopracciglia:

— Non vi stupisce una cosa, Ibleto?

— Quale, Fiorina?

— Un'assenza?

— Un'assenza? E chi, se vi piace?

— Ma come? La povera Chiarina è così malata che fa l'impressione di vederla passare di momento in momento, ed il suo fidanzato non è qui con noi, presso di lei?

Camillo Altariva intervenne:

— Permettete: non è la nobile damigella Grimaldi promessa sposa del marchese Filippo Balbi?

— È quella stessa: v'apponete. E non è qui con lei!

— Forse — le osservò lo Spigno — è trattenuto dal suo servizio, chè, se non erro, è capitano della Serenissima.

— È colonnello, da oggi, colonnello comandante una mezza brigata e francese per giunta.

— Poffarbacco! Fa carriera le jeune homme!

— Forse lo trattiene il dovere al campo — notò l'Altariva.

— Dovere? Ma quando vi facciamo l'onore d'amarvi, signori uomini, il vostro dovere è di restar presso di noi, a nostra volontà!

E la piccola marchesa spronando il cavallo si allontanò al galoppo.

XXXVII.

— Sarebbe un dovere che si assolverebbe di gran cuore — concluse Ibleto di Spigno rivolto al compagno. — Ma guadagnamo il tempo che si è perduto: il generale ci attende.

Giunsero al campo francese in brev'ora e lo trovarono in piena effervescenza, che si levavano le tende: e benchè spiccia fosse la bisogna per i succinti eserciti della giovane repubblica, pure del tempo ne occorreva anche per gli stracci e le povere suppellettili. Passarono quindi quasi inosservati, se non urtati nell'infuriar delle faccende e quindi, accolti e preceduti poi da Murat, aiutante di servizio, giunsero dinanzi alla porta dietro la quale si celavano i destini d'Italia.

Murat bussò: s'ebbe in risposta un breve:

— Avanti! — Ed entrò. Riuscì subito e fece passare Ibleto. Anche quest'ultimo si fermò pochi momenti: riapparve sulla soglia, tenne socchiusa la porta e cennò al compagno.

Il generale Napoleone Bonaparte ed il nobile Camillo Altariva si trovarono di fronte.

Più giovane, più impetuoso, meno padrone di se stesso, il primo annodò le mani dietro la schiena e fissò l'antagonista che aveva di fronte battendo la punta del piede sinistro sull'impiantito e gonfiando il petto, e stirandosi per assumere, forse incoscientemente, dinanzi all'ignoto, il contegno adeguato alla propria importanza, ciò che fu sempre una delle preoccupazioni sia del generale che del primo console e dell'imperatore, poichè Napoleone Bonaparte ebbe sempre il torto di vergognarsi della propria fisica persona.

L'Altariva ne sostenne lo sguardo, ma senza mostrar turbamento, nè assumere pose teatrali, nè cercar di parlare. Attese. Non molto.

— Voi siete il capo degli insorti? — gli domandò a bruciapelo il giovane generale.

— Insorti? Ch'io sappia s'insorge contro un'autorità legittima o costituita, che non vedo in voi.

— Poche parole: siete il capo di coloro che si oppongono a me.

— Come voi siete il capo di coloro, che invadono e saccheggiano le mie terre.

Invece di provar sorpresa o sdegno il Bonaparte sorrise:

— Diritto di conquista, signore.

— Diritto di difesa, generale.

— Bene, mi piace: siete un çi-devant che ragiona, voi.

— Non sono il solo.

— Me ne compiaccio: faciliteremo le risoluzioni.

— Non domando di meglio.

E tacquero. Poi:

— Sedetevi, signore.

— Grazie, generale.

E sedettero.

L'ombrosa suscettibilità dell'ombroso condottiero repubblicano, il quale vedeva in tutti ed in tutto, sempre, un assalto o un dispregio alla propria autorità, pareva placata. Forse vedevasi di fronte ad un pericolo reale, e dinanzi al pericolo colui che fu Napoleone, si ritrovava, dominava i propri nervi, comandava alla propria diffidenza: acquistava insomma la piena disponibilità delle proprie risorse.

Parlò quasi pianamente:

— Dunque, signore, voi vi opponete a me.

— Ieri, forse, generale: oggi è un'altra cosa.

— Ah? E perchè?

— Perchè bisogna essere pazzi per contrastare con quattrocento uomini il passaggio d'un esercito. Odio gli eroismi inutili e del resto m'accorgo che non è vostra intenzione depredare il paese.

— Da che cosa ve ne accorgete?

— Dal ritorno delle donne e delle autorità in Ventimiglia. Alla città che si vuol mettere a sacco non si rimandano gli abitanti.

— Bene. E allora?

— E allora noi non vi contrastiamo.....

— Vi ritirate?

— Ci ritiriamo.

Spuntò un'unghia del leone.

— Se ve lo permetterò.

Senza perdere la sua funebre calma l'Altariva replicò:

— Credete di poterlo impedire?

— E perchè no? Voi stesso avete osservato che ho un esercito contro un pugno d'uomini.

— Altra cosa è sgominare i lupi discesi dai monti ed altra catturarli.

— Può darsi, ma il mio preciso dovere è di catturarli, perchè le leggi militari della repubblica francese impongono d'accrescere l'esercito di tutte le popolazioni conquistate.

— E allora catturate.

— Cominciando da voi?

Si guardarono fissamente.

— Potrei dirvi che sono un parlamentare.

— E così ritiro la parola cattura e la sostituisco con un'altra.

— Quale?

— Vi invito.

— Vi ringrazio.....

Senza un gesto continuò:

— .... ma non accetto.

— Comprendo. Vi trattiene un giuramento.

— Vi sbagliate. Non ho giurato fedeltà ad alcuno.

— Pure difendete la causa del vostro re.

— Perchè è la mia.

— La vostra.... forse. Non quella dei vostri vassalli.

— Vi sbagliate ancora: quella dei miei vassalli più che la mia.

Il generale Bonaparte aggrottò le sopracciglia.

— Voi disconoscete dunque le conquiste della rivoluzione?

— Quali, vi prego?

— La libertà, l'eguaglianza, la fraternità.

Per la prima volta un sorriso, leggero e profondo insieme, si disegnò sulle labbra del nobile Altariva. Le sopracciglia del Bonaparte già aggrottate, si contrassero.

— Negate forse che la rivoluzione abbia dato al popolo e libertà ed uguaglianza?

— Vedete che anche voi adesso vi rimangiate la fraternità, e fate bene. Un sentimento non s'impone, nè sovvertendo l'ordine, nè abbassando o alzando uomini. Sulla vostra bandiera c'è dunque già una parola almeno inutile.

— Ma la libertà? Ma l'eguaglianza?

— Quale eguaglianza? Il tu che accomuna tutti? Il dovere di dare spiegazioni anche agli ubbriachi? Il diritto di sospettare, di insultare, di mettere alla gogna, di chiedere umilianti giustificazioni? Quale eguaglianza, ditemelo, esiste fra voi e — non voglio troppo discendere — il generale che vien dopo di voi? Quale eguaglianza fra voi e il vostro governo centrale?

— E le prerogative nobiliari, le corvées, le esazioni, le decime....

— Abusi..... come quelli del resto che farete voi.

— Ah! Voi li condannate?

— Non li voglio nemmeno discutere, chè non debbono esistere.

— Ma esistono.... o almeno ci furono.

— E i vassalli si ribellarono, come la corda tesa a lungo si spezza. Anche questo è nell'ordine naturale delle cose. Non legge, ma consuetudine, consacrò gli abusi. Quando avvenne il tacito patto fra l'uomo d'arme ed il contadino: tu mi difendi ed io ti mantengo, abusi non esistevano: l'abuso cominciò dal diritto inumano d'ereditarietà, non dei beni acquistati, ma di quelli tramandati....

— L'ammettete?

— Certamente. Ma credete voi che ne sarete immuni? Mio generale, l'uomo è accentratore, è conservatore, è rapace, è avido, e vuole vivere anche oltre la morte, almeno nelle cose sue. L'idea di patria è supplementare a quella di proprietà. Chi non possiede non ha patria. Chi non obbedisce non ama l'ordine e l'ordine è tutto: è quello che regge il mondo, è quello che fa vivere, è quello che dà la fiducia. Voi siete l'ordine, ed è per questo che siete anche il primo nemico della vostra rivoluzione.

Il volto del generale Bonaparte s'era totalmente ricomposto, muscoli rilassati, rughe e ciglia appianate. Pareva una statua: soltanto — e forse involontariamente — l'occhio scintillava.

— Credete, generale, che l'uomo aborre dai reggimenti democratici. L'uomo è nato per avere un padrone, per farsi difendere e lavorare e produrre in pace all'ombra della protezione altrui. La libertà non è che una parola astratta: nulla c'è di libero al mondo, tutto è legato, poi che tutto è costretto nell'ordine infinito e incommensurabile. La libertà è una figura politica, è il nutrimento a buon prezzo che si dà al povero volgo in cambio delle braccia e del sangue. Ah! meglio assai la franchezza dei padroni veri che davano il pane! E del resto che cosa fece la vostra rivoluzione se non imporre dei nuovi padroni? Volete, generale, che vi dica la risposta d'un mio avo al quale, per metterlo in guardia contro un intendente ladro, si susurrava che possedesse ricchezze esorbitanti? Rispose: «Colui è già ricco: se lo cambio, il nuovo vorrà diventarlo». Voi siete i nuovi padroni ed il popolo..... non fu sagace come l'avo mio.

Il volto marmoreo del Bonaparte non espresse alcun sentimento.

— Non c'è dunque mai sotto il sole una lotta di principii, ma soltanto di uomini. Soltanto i sognatori, i martiri, i crocefissi agitarono delle idee: gli altri non isventolarono che dei contratti.

Questa volta il generale sorrise.

— Gian Giacomo sottoscriverebbe la vostra teoria?

— È forse errata?

— E lo chiedete a me?

— Non lo chiedo: la credo giusta, e me lo auguro e lo spero. Voi che uscite da una tutela ne subite un'altra peggiore oggi. E badate, non difendo i miei pari, chè non ne ho: difendo la verità, poichè riduco tutto alla sua ragion vera d'essere! Il popolo è fanciullo: ama cambiar di trastulli, ama rompere i trastulli con i quali si è divertito, o che ha ammirato: il popolo non ama la libertà, ma la sicurezza, il pane ed i giochi del circo. La libertà? Ma si può morire per una donna o per una memoria, o per una bella frase, ma sempre alla condizione d'essere ebbri.

S'era acceso parlando. Parve, non pentirsi delle sue parole, ma crederle superflue, chè mosse un passo verso il generale repubblicano e gli chiese a bruciapelo:

— Siete voi come io vi penso? Siete un padrone?

— Che intendete?

— Intendo questo: se è vostra intenzione, se è scopo vostro chiudere nella vostra mano le fedi tarlate e i cervelli codardi e asservirli a voi per il bene di tutti. Io che vi parlo, e che sono fra gli uomini più intelligenti e sicuro di me in apparenza, io sono, come tutti sono, dall'umil servo della gleba alla testa coronata: cerco un padrone che pensi per me, che risolva per me, che giochi anche per me. Tenetevi la vostra vana libertà, brandello di cencio, e datemi invece un padrone!

— Un padrone?!

S'era lanciato ma si riprese:

— Datemi la mano, signor d'Altariva. Forse un giorno verrà ch'io vi ricordi le vostre parole.

Spinse d'un colpo la porta, quasi per sottrarsi ad un pericolo o ad una paura:

— Murat!

L'aiutante apparve.

— Il signor d'Altariva sia munito di salvacondotto, per sè e per coloro di cui darà i nomi.

Una stretta di mano ed una parola tanto a bassa voce, pronunciata, che non si sarebbe potuto dire chi l'aveva emessa:

— Grazie.