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Il fallo d'una donna onesta cover

Il fallo d'una donna onesta

Chapter 10: VII.
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About This Book

A solitary, respectable woman receives a long letter from a friend entrusting her with the care of a young naval officer who is still troubled by a past liaison and soon to sail on a long voyage. The narrative follows the household moments around his arrival, the woman's inward struggle between composure and susceptibility, and the social whisperings that measure female behavior. Episodes alternate intimate reflection and domestic encounter, examining loneliness, duty, reputation, and the subtle pressures that test personal resolve within a constrained social milieu.

VII.

—L'ha avuta ora questa malattia di gola, il signor di Reana?—domandò lo zio alla nipote con una punta d'ironia.

—No, perchè?

—Perchè l'ultima volta che lo vidi da te fumava.

—Sarà, non rammento… In generale non fuma.

—Poteva però trovare un altro pretesto per non accettar la mia sigaretta.—Venostì si strinse nelle spalle e soggiunse:—Già non me ne importa affatto… Ed ora che siamo soli ti prego d'un piacere.

—Se posso… Scusa, prendi un tè o un marsala?

—Piuttosto un marsala.

Ella gli versò un bicchierino, gli offerse dei biscotti e gli si piantò dinanzi chiedendogli:—Dimmi ora quel che desideri.

—Mi permetti di presentarti domani il conte di Schaumburg?

Ella non lo lasciò finire.—Domani? non ci sono.

—Come?

—Ti ripeto che non ci sono. Ho tutta la mia giornata presa.

—Anche la sera?

—Anche.

—Per domani non ti domandavo che un quarto d'ora… Se poi usavi al mio raccomandato la cortesia d'invitarlo a desinare per doman l'altro, te ne sarei stato riconoscentissimo.

—Mi dispiace, ma per tutta questa settimana è impossibile… Se quel signore si trattiene qui un pezzo…

—Non si trattiene, non si trattiene… E io che gli avevo tanto parlato di te, della tua coltura, del tuo spirito!.. Egli va pazzo per le signore côlte… ha la passione della musica… legge moltissimo… M'ero mezzo impegnato di condurlo qui.

—Prima di consultarmi?… Hai fatto male… A ogni modo, gli puoi dire che sono ammalata…

—Capirà ch'è una scusa.

—Forse; ma s'è un uomo educato, fingerà di credere.

Il barone commendatore si grattava la nuca.—Santo Iddio!… Se fosse un qualunque non ci baderei. Ma un parente dei Radzivill, una famiglia principesca che è nell'almanacco di Gotha

—Questa è un qualità, caro zio, che non mi fa nè caldo nè freddo.

—Già, tu ti atteggi a democratica, a giacobina… Fai buon mercato perfino della nobiltà di tuo marito… non ti fai neppur chiamare contessa.

—Se non sono contessa!

—O credi che sian tali la metà di quelle a cui si dà il titolo?

—Ognuno si regola a modo suo… Lasciamo stare questo discorso.

—Sì, son digressioni inutili… Torniamo al mio forestiero… Via
Teresa, non puoi scioglierti da' tuoi impegni… per riguardo mio?…
È il tuo parente più stretto che te ne prega; è tuo zio che, mi pare,
ha sempre mostrato di volerti bene…

Annoiata di questa insistenza, la Valdengo ripigliò in tuono fermo:—Perdonami, zio, dal momento che ti ho detto: non posso.

—Non posso!… Non posso!… Si può sempre quando si vuole sul serio… E se almeno si sapessero le ragioni per le quali non puoi?…

—Tu dimentichi che sono fuori di minorità.

—Pur troppo… Se non fosse così, t'avrei probabilmente impedito di commettere degli spropositi.

—Tu?—esclamò la Teresa, con accento di sincera meraviglia. Non era quello il pulpito da cui ell'era disposta di sentir la predica.

—Io, sì… So il viver del mondo, io… e so quanto facilmente una donna sola possa compromettere la sua riputazione.

La Teresa cercò d'interromperlo, ma egli voleva andar sino alla fine.

—Ed è proprio una gran pena per me che il nome di mia nipote corra sulle bocche della gente… Anche iersera dalla Marvesi…

—Di nuovo la Marvesi… la casta Penelope…

—Quella è una dama che non si è mai sbilanciata oltre un certo segno.

—Se le si sono attribuiti persine tre amanti in una volta!

—Cattiverie!… In ogni modo, una donna che ha il marito vivo…

La Teresa battè ironicamente le mani.—Bravo!… E quella dama mi fa l'onore di occuparsi di me… Si può saper quel che diceva?

—Niente di positivo… È troppo ben educata… Ma faceva qualche allusione alla tua intimità con di Reana.

—Ah!…

—E si mostrava dolente che tu dessi appiglio a supposizioni le quali, trattandosi d'una signora rispettabile come tu sei, non potevano essere che menzogne… Non avresti avuto una condotta austera, irreprensibile fino adesso per cedere poi a un ragazzo… In complesso ti difendeva.

—Amabilissima… E da chi mi difendeva?

—Mah!… Da nessuno e da tutti… In quel momento parlava con me…

—Tu già hai preso le mie parti.

—S'intende… Ma qui a quattr'occhi devo confessarti che le apparenze ti condannano… Diamine! Hai quel sottotenentino di vascello sempre fra i piedi… e le apparenze, cara mia, sono il più… Quello che non si vede è come se non esistesse.

—La conosco la tua bella massima!—replicò in tuono sarcastico la Teresa. Poscia, ergendo il capo con alterezza, soggiunse:—Senti, zio, quando ci ritorni dalla tua contessa Marvesi, dille pure che di ciò ch'ella e le sue pari pensano di me non m'importa affatto, che se alla mia età, dopo trentott'anni di condotta irreprensibile, ho ceduto a un ragazzo, il danno e la vergogna son miei, e il mio giudice più severo è la mia coscienza… Chi ha una coscienza non ha tempo di sentire le voci del mondo. E dille anche, alla tua contessa, che le sventure e gli errori possono servire a qualche cosa; e a me serviranno a gettar per sempre lontano da me quella palla di piombo delle convenienze sociali che mi trascinavo al piede mio malgrado…

—Ts… ts… ts…—faceva il commendatore spaventato da questa filippica della nipote.

Ma ella tirava via senza badargli.—Auff! Che liberazione!… Non profanerò con la mia presenza, io donnicciuola colpevole, i loro santuari immacolati, non invocherò il perdono di quelle mogli fedeli, di quelle vedove inconsolabili…

—Ecco le solite esagerazioni, la solita enfasi—esclamò lo zio nella sua qualità di uomo savio e posato.—Chi ti respinge? Chi ti esclude dalla società?… Il mondo è molto migliore di quello che tu supponi… Ci saranno dei maligni a cui non parrà vero di affibbiarti un amante, ma scommetto che i più non credono che a innocenti galanterie, e non crederebbero ad altro nemmeno se tu tenessi davanti a loro il discorso imprudente che hai tenuto a me… E poi, grazie al cielo, il tuo bellimbusto s'imbarca posdomani, e allora, checchè sia accaduto, chi se ne ricorda?… Spero bene che non farai nascere un pettegolezzo con la Marvesi per quelle parole che ti ho riferite e ch'erano dettate da una sincera benevolenza…

—Oh, non aver paura!—disse la nipote.

—Benedetto cervellino che sei!—seguitò paternamente il barone.—T'accendi come un fiammifero… E sì che tutti ti vogliono bene, tutti ti accolgono a braccia aperte… Anch'io, mi pare, t'ho sempre dimostrato la massima deferenza, e se di tratto in tratto ti disturbo per qualche presentazione, questa è la miglior prova che ti reputo una dama di garbo che qualunque alto personaggio può desiderar di conoscere.

—Troppo onore—biascicò la Teresa facendo un inchino.

Senza rilevar la canzonatura, il barone arrivò per un'altra strada al punto che gli stava più a cuore.

—E forse—egli osservò con l'aria d'un uomo che esamina la questione dal lato obbiettivo—forse, in questo momento, con le chiacchiere che vi sono in giro, il fatto ch'io conducessi da te il conte di Schaumburg gioverebbe…

—A che cosa?—interruppe fieramente la Valdengo.—Alla mia riputazione?… Ma, a quella, presso la Marvesi e le sue amiche, gioverebbe anche di più ch'io divenissi l'amante del conte di Schaumburg… Uno ch'è nel Gotha, un parente dei Radzivill non può non innalzar sul piedistallo una donna…

—Dio, Dio, che maniera di ragionare!—grugnì Venosti levando le braccia al cielo.

—Basta, zio; se non vogliamo guastarci, tronchiamo il colloquio… Per tutta questa settimana non ho nè tempo, nè disposizione d'animo da ricever estranei. La settimana ventura, dato che il tuo conte sia ancora qui, vedremo…

—Parte, parte—gemette il commendatore.

—E allora, pazienza—concluse la Teresa. Sorse in piedi e stese la mano allo zio.

—Mi licenzi?—disse questi.

—Perdona… È tardi, e sono così stanca… Non mi sento neanche benissimo… Torno a patire delle mie insonnie e non dormo che a forza di cloralio.

Il barone Venosti Flavi si decise ad andarsene.

Sans rancune—soggiunse la nipote.

Egli tentennò la testa.—Non m'aspettavo questo rifiuto da te.—Ma per mostrarle che sebbene in collera non cessava d'essere uno zio amoroso e sollecito, ripetè a guisa d'ammonizione suprema:—Le apparenze, Teresa mia… ti raccomando di salvare le apparenze.

VIII.

Nella camera quasi buia, ritta davanti allo specchio, la Teresa
Valdengo finiva di ravviarsi i capelli.

Due volte Guido le aveva offerto di alzare un po' la tendina: ella aveva sempre risposto di no.

—Come puoi vederci?

—Ci vedo, ci vedo…

E a lui che le ronzava attorno non sazio ancora di carezze, non atto a persuadersi che potesse mai venire il momento dell'ultimo bacio, diceva supplichevole:—Sta tranquillo, te ne prego… Mettiti a sedere.

Egli si lamentava.—Dio mio!… Sembri già un'altra donna… Sei pentita?

Ella voltò lentamente il capo.—Tardi sarebbe.

—E allora!

—Allora che cosa, tormentatore?

—Perchè sei così fredda?… Perchè mi tieni lontano? Ci sarò lontano, domani, a quest'ora…

Nonostante il divieto, le si riavvicinò pian pianino e le susurrò nell'orecchio:

—Col corpo, non con lo spirito… Nell'ampio mare non vedrò che la tua immagine, non sentirò che la tua voce, non ricorderò che questi giorni di paradiso… Penserai a me?

Le labbra di lei si aprirono faticosamente per lasciar cadere un monosillabo:—Sì.

Nel modo in cui quel era pronunziato c'era come l'affermazione d'una cosa inesorabile e triste. Sì, penserò a te, ma quanto pagherei a poter non pensarci, a poter cancellare dalla memoria questo episodio doloroso della mia vita!

Parve ch'egli le leggesse nell'anima.—In che maniera lo dici!…
Ecco, io lo capisco, io lo sento, tu non mi perdoni… tu mi detesti.

La Teresa trasalì. Aveva anch'egli i suoi istanti di chiaroveggenza, anch'egli intuiva la contraddizione fatale che c'è nell'amore, onde sembra ch'esso lasci dietro di sè un lievito d'odio?

Ma la gentilezza della sua natura equilibrata riprese tosto il disopra, e la vinse di nuovo un senso di compassione, di tenerezza per quel fanciullo a cui la voluttà si mutava in pianto e ch'era sincero oggi nel suo dolore come sarebbe stato sincero domani nel facile oblío.

—Scegli male il momento per dire ch'io ti detesto—ella notò con dolcezza, abbandonandogli la mano ch'egli afferrò e coperse di baci.

—Hai ragione, sempre ragione—egli singhiozzava.—Così sciocco devi trovarmi… così inferiore a te…

—Zitto, Guido, sii buono—ella riprese con quel tuono materno che inconsciamente adottava talvolta parlandogli—aiutami piuttosto a veder se ho dimenticato qualche cosa… No, che fai?

—Se devo guardare, bisogna pure ch'io sollevi alquanto la tenda…
Io… così… non ci vedo.

Ella che aveva già il cappellino in testa si tirò indietro vivamente.

—Ma se dirimpetto non c'è che un muro sgretolato!—disse l'ufficiale mentre perlustrava ogni angolo della stanza.

Era vero; la casa che sorgeva dall'altro lato della calle non aveva, in quella parte, nessuna finestra. Tuttavia, ora che la luce era penetrata nella camera e ne metteva in mostra il disordine rivelatore, la Teresa vi si trovava a disagio.

—Non cercar più oltre… non ci sarà più niente.

—C'è una forcina dorata—disse Guido—questa la tengo io.

—Tienla pure.

—Grazie—egli rispose, riponendo il prezioso oggetto nel portafogli.—Hai tutto?

—Tutto, fuor che l'ombrellino che dev'esser rimasto di là… Ebbene,
Guido, mi apri l'uscio?

—Dove vai?

—A casa mia. Lo sai che son quasi le quattro e mezzo? Lo sai che son qui dalle undici?

—Un lampo.

—Per noi, forse; non per la giornata che volge al suo termine… Alle sette e mezzo ci rivediamo… Sei a pranzo da me.

Egli non si rassegnava a lasciarla.—Aspetta un poco… Oppure…

Congiungendo le palme in atto di suprema preghiera, Guido continuò:

—Oppure… permettimi d'accompagnarti.

—Ma no, Guido… Perchè mi chiedi questo?

—È una grazia che ti domando l'ultimo giorno che resto qui.

—Ma no, ma no…

—O senti invece—ripigliò di Reana.—Tu mi precedi di due minuti percorrendo la calle dei Fabbri, dirigendoti al Molo attraverso la Piazza… Cammini adagio… io ti raggiungo.

—Oh meno che mai!—ella rispose con piglio risoluto. I sotterfugi le ripugnavano.—Piuttosto… tanto fa… usciamo insieme.

L'ufficiale non credeva a sè stesso.

—Dici davvero?

—Sì.

Raggiante di gioia, egli la baciò sopra il velo ch'ell'aveva già calato sul viso.

—Grazie, amore.

Passarono pel salottino ove sulla tavola non ancora sparecchiata c'erano gli avanzi della loro colazione. In mezzo alla tavola, in una coppa piena d'acqua, alcune rose bellissime spargevano intorno una soave fragranza.

Guido ne porse una alla Teresa; un'altra ne prese per sè, e l'infilò nell'occhiello del soprabito. Aperse con cautela l'uscio che metteva nell'andito, cacciò la testa per lo spiraglio.

—Non c'è anima viva.

Giunta sulla soglia, la Teresa si voltò un momento indietro. Mai più ell'avrebbe riviste quelle stanze, ove, nel tramonto della sua giovinezza, ella, la donna austera ed irreprensibile, aveva immolato il suo pudore e il suo orgoglio. Domani il quartierino di Guido di Reana sarebbe occupato da ospiti nuovi. Guido stesso le aveva detto che dovevano venirvi due sottotenenti di vascello, amici suoi… E gli ospiti nuovi vi avrebbero portate le loro belle…. fioraie, sartine, cantanti d'operette… e peggio… Ma non solo dopo di lei altre femmine avrebbero in quel luogo servito al piacere di altri uomini; chi sa quante prima di lei s'erano sedute a quella tavola, s'erano abbandonate in quell'alcova?…

Di Reana, supponendo ch'ella esitasse pel timore d'incontrar gente, le ripetè:

—Non c'è nessuno.

Ella si scosse, e con passo fermo percorse l'andito, scese le scale. Svoltata la calletta deserta, si trovarono su una delle strade che da San Luca conducono in Piazza. Camminavano a fianco in silenzio; ella con un abito di lana allacciato sul davanti da bottoni di velluto cremisi, stretto alla vita da una cintura di cuoio di Russia, con un cappellino nero guarnito anch'esso di velluto del colore dei bottoni dell'abito; egli vestito in borghese con signorile semplicità. Erano due belle persone; egli alto, bruno, agile e forte; ella di statura giusta, di forme nè esuberanti nè scarse, i lucidi capelli castani raccolti dietro la nuca, la piccola testa superbamente eretta sul collo bianco e sottile.

Le strade anguste per cui essi passavano erano quasi nell'ombra, e il sole appena illuminava il sommo delle case più alte; ma quando dall'arcata delle Procuratie sboccarono in Piazza San Marco fu come se un'altra ora del giorno brillasse sul loro capo. Bench'ella avesse sempre abitato a Venezia ed egli vi fosse già da oltre un mese, s'arrestarono tutti e due maravigliati, rapiti. Il cielo aveva il color della perla, l'aria era luce e tepore. Ma la cattedrale bisantina, palpitante sotto i baci del sole, ardeva dai marmi, scintillava dalle vetrate, dai mosaici, dai bronzi, dagli ori, con le mille vibrazioni d'un corpo che vive, che sente, che ama.

Senza parlarsi, i due s'avviarono lentamente verso la Piazzetta. Seduti sui gradini d'uno degli stendardi alcuni forestieri davano da mangiare ai colombi; altri ritti davanti alla chiesa ammiravano.

Guido di Reana toccò il braccio alla Teresa, e le susurrò:

—Non è tuo zio quello, là presso il campanile?

Era lui appunto, con un giovine, certo il conte di Schaumburg.

—Desideri tornare indietro?

—No.

Ella non tentò nascondersi; anzi con una mossa altera sollevò il velo.

Il barone Venosti Flavi vide la coppia che gli passava accanto, ma finse di non conoscerla.

—Sciocco!—borbottò fra i denti la Teresa. Poi affascinata dallo spettacolo che si offriva ai suoi occhi, disse all'amante:—Non ci badare… Guarda, piuttosto, che magnificenza!

Di mano in mano che procedevano verso la Piazzetta tra il Palazzo dei Dogi e la Biblioteca Sansoviniana, la scena si svolgeva più ampia, più varia. Di fronte, di là dal bacino di San Marco, l'isola di San Giorgio sfolgoreggiava anch'essa nel sole con la sua chiesa palladiana dalla bianca facciata, con lo svelto campanile rosso, con l'antico cenobio benedettino oggi mutato in caserma. A destra la punta della Dogana e la mole imponente della salute, e il sole, sempre il sole che, sfavillante, si calava dietro la cupola eccelsa. In fondo, e visibile soltanto in parte, la lunga striscia della Giudecca, vigilata, protetta dalla chiesa del Redentore. A sinistra, come un braccio che mollemente s'incurva, tutta la Riva degli Schiavoni arcuata da sud-est a sud-ovest, e la gran macchia verde dei Giardini pubblici, e, in una lontananza più grande, il Lido. Da quel lato l'azzurro del cielo moriva in un tenue colore di viola. Ma sulla spalletta dei Giardini, sui fabbricati di Santa Elisabetta del Lido, sulle ultime case della Riva prospettanti verso occidente, il sole, ormai basso, dardeggiava i suoi raggi, mandava bagliori d'incendio. Immobili sullo specchio dell'acqua tranquilla sorgevano qua e là bastimenti a vela e piroscafi; un vapore austriaco, un vapore inglese, un yacht americano, una corvetta greca giunta in porto quella mattina. Il Colombo, nella sua tinta bianca, aveva il solito aspetto di fantasma. Guido e la Teresa ne ritorsero istintivamente lo sguardo.

Erano fermi l'uno presso all'altra, fra le due colonne di Marco e Todero, con gli occhi rivolti dalla parte della Salute. Sembravano una coppia di sposi, una delle tante coppie che vengono qui a passar la luna di miele.

Dal Molo i barcaiuoli gridavano:—Gondola, gondola?… La gondole!

IX.

—Vuoi?—disse Guido all'amica.

L'orologio della Torre suonò le cinque.

La Teresa accennò di sì col capo.—Per un'ora… Non più. Alle sei o sei e un quarto vorrei essere a casa.

—Comandano due remi?—chiese uno dei barcaiuoli, aiutandoli a montare.

L'ufficiale stava per rispondere affermativamente, ma la Teresa che, veneziana, intendeva meglio la voluttà della gondola, fu pronta a dire:—No, un remo solo.—E ordinò:—Nel canale della Giudecca.

—Brava!—esclamò Guido.—Così non vediamo il Colombo.

—E poi—ella soggiunse con un sorriso fuggevole—accompagniamo il sole.

L'accompagnarono per poco. Per poco la Teresa dovette con l'ombrellino difendersi dai raggi che venivano a batterle in viso; poi il disco luminoso si nascose dietro la linea dell'orizzonte, lasciando dietro di sè un rosso più intenso che digradava via via nel roseo, nell'arancio, nel bianco, nel verdognolo, nel violetto. L'acqua, piena di fosforescenze, beveva avidamente il gran chiarore diffuso; spinta da un braccio invisibile la gondola sembrava cullarsi in un mondo di sogni. Era uno di quei momenti in cui meglio si svela l'armonia del creato, in cui ogni luce ed ogni ombra, ogni suono ed ogni silenzio paiono cospirare ad un fine. E l'uomo sente i vincoli segreti che l'uniscono a tutte le cose, alle più umili come alle più superbe, alle inanimate come a quelle ove più visibilmente palpita e freme la vita.

Con la testa arrovesciata sulla spalliera del sedile di cuoio, con gli occhi socchiusi, la Teresa aspirava da tutti i pori la dolcezza ineffabile di quell'ora.

Guido le prese la mano.—Se si potesse addormentarsi e morire così!

Ella diede un sussulto. Mai egli non l'aveva indovinata come oggi. A questo appunto ella pensava: Se si potesse morire così!

—Tu hai l'avvenire dinanzi a te—ella disse.—Io, vedi, se potessi morire oggi…

—Cattiva!… E di me che sarebbe?

—Oh!—fec'ella. E soggiunse:—Non è lo stesso?

—Non lo dire.

E rinnovò la promessa di esserle fedele anche lontano, di esserle fedele sempre.

Ella tentennò il capo.—No, Guido… Voglio essere un soave ricordo per te, non una pesante catena.

—Ma io…

—Zitto… Non rompere l'incanto.

Quando furono davanti al Cotonificio, un vaporino che veniva da Fusina passò a breve distanza davanti a loro fischiando e sollevando un po' di maretta.

—Ecco, l'incanto è rotto—sospirò la Teresa. E girandosi con mezza la persona verso il gondoliere, disse:—Voltiamo.

—Che fretta hai?—chiese Guido.

—È tardi—ella rispose.

In fatti scendeva il crepuscolo smorzando le tinte, raddolcendo le linee. All'Oriente, rossa ancora degli ultimi riflessi del sole, appariva la luna. Per diminuir la forza della corrente contraria, il barcaiuolo piegò alquanto verso sinistra, avvicinandosi di più alle Zattere. La gondola rasentava i legni ancorati lungo la banchina, piccoli legni per la massima parte di bandiera austriaca, provenienti dalla Dalmazia e dall'Istria. Qua e là un cane, correndo lungo la coperta del bastimento e sporgendosi dalla murata, abbaiava ringhioso, qua e là s'issava sull'antenna il fanale, e il lumicino appena visibile in quell'ora dubbia tra il giorno e la sera, alzandosi in silenzio lungo il canape, dava l'idea di una di quelle fiammelle con cui l'arte ingenua del medio evo raffigurava le anime del Purgatorio.

Una foglia si staccò dalla rosa che la Teresa teneva sul petto e venne a posarsele sul dorso della mano.

—Ah!—diss'ella tirando indietro la mano con un moto istintivo.—Credevo fosse un insetto.

E soffiò via il petalo disperso.

—Anche la mia rosa si sfoglia—notò tristamente Guido.

Chinando il capo ella mormorò:—È così la vita.

Tacquero entrambi.

Di Reana ruppe primo il silenzio.—Dunque ti decidi ad andar dalla mia mamma a Napoli?

Ella fece segno di no.

—Perchè?

—Ho bisogno di quiete, amico mio. Passerò qualche giorno nella mia villa. Il giardiniere mi scrive che i lavori sono quasi terminati.

—Mi sarebbe così caro saperti ospite nostra—riprese Guido.—Ti farebbero tanta festa… non solo la mamma, che ti vuol bene da un pezzo, ma le mie sorelle, i miei fratelli che non ti conoscono…

Ecco, adesso, senza volerlo, egli feriva i suoi sentimenti più intimi. Come non capiva che, dopo quanto era avvenuto, la Teresa si sarebbe trovata a disagio nella casa di lui? Che se avesse tradito il suo segreto sarebbe stata un'impudente, se l'avesse dissimulato sarebbe stata un'ipocrita?

—Scriverò io alla tua mamma, domani o dopo domani—ella soggiunse. E mutò discorso.

La gondola era sboccata nel bacino di San Marco.

—Al Molo—ordinò la Teresa.

E discesero al Molo, dalla parte del ponte della Paglia.

Di Reana, smontato pel primo, pagò il barcaiuolo e offerse la mano alla Valdengo, che sfiorandola appena con la punta delle dita saltò a terra con una mossa svelta ed elegante.

—A fra poco—diss'ella tendendogli la destra.

Egli fece un gesto di meraviglia.—Come? Non vengo da te?

—Verrai—ella rispose—di qui a un'ora, di qui a tre quarti d'ora… Ho da dar parecchi ordini, anche pel nostro pranzo… Non vedendo capitar più la padrona chi sa la mia cuoca quel che avrà fatto?… Anche tu dovrai sbrigare qualche faccenda… Arrivederci, alle sette o sette un quarto al più tardi.

E si diresse verso il ponte della Paglia.

Evidentemente ella non voleva essere accompagnata ed egli dovette ubbidire. Del resto, la Teresa aveva ragione; anch'egli aveva qualche coserella da sbrigare. S'avviò quindi dalla parte opposta con l'idea di traversar la Piazza e salire un momento al suo alloggio. All'angolo del Palazzo ducale si pentì. Perchè la Teresa aveva voluto rimaner sola?… Con un impeto irriflessivo ritornò sui suoi passi, corse fino al ponte. Senonchè, sul punto di mettere il piede sul primo scalino, ebbe vergogna di sè… Come? Quella donna aveva immolato a lui la sua riputazione, la sua dignità, la sua pace, ed egli, egli che partiva domani, egli che l'avrebbe dimenticata (poichè adesso sentiva che l'avrebbe dimenticata), osava insozzarla de' suoi sospetti, osava spiarla?… Oh, miserabile!

Rifece in fretta il cammino, andò effettivamente a casa sua, ove Gaetano, il fido marinaio, aveva finito allora di rimettere in ordine le stanze. La roba dell'ufficiale era stata portata a bordo sin dalla mattina; le stoviglie, il cristallame, le posate che avevano servito alla colazione erano state riconsegnate alla padrona con cui di Reana aveva liquidato anticipatamente i suoi conti. Tuttavia la padrona, la signora Felicita, che abitava al secondo piano, scese col lume per prendere le chiavi e dare un altro saluto al suo inquilino.

—Buon viaggio, signor tenente… E se torna a Venezia si ricordi di questa casa…

—Grazie… Non dubiti.

Nel richiuder per l'ultima volta la porta di strada, Guido di Reana si stupì di non provar un'emozione più forte. E lungo la via che pure per l'ultima volta lo conduceva dalla Teresa Valdengo, egli non poteva a meno di chiedere a sè stesso se fosse veramente quello di poco fa. Aveva i sensi tranquilli, lo spirito calmo; non avvertiva i segni precursori di nessuna tempesta all'idea della separazione imminente. Alla Teresa pensava con benevolenza affettuosa, con gratitudine anche; ma nulla più. Non lo turbava il rimorso; perchè doveva averne? Aveva forse sedotto una fanciulla inesperta? E di fronte al dolore ch'egli recava oggi a quella donna partendo non le aveva forse dato qualche dolcezza? Non l'aveva inebbriata di voluttà? Non aveva fatto rifiorire per poco la sua gioventù?… E poi, ell'era tanta ragionevole. Non s'era mai illusa sulla durata della loro relazione, nemmeno quando s'illudeva lui… Che differenza dall'altra! L'altra era una mala femmina, non paragonabile a questa; ma che affar serio era stato per lui lo staccarsene! Quante minacce, quante preghiere, quante lacrime! È vero che poi s'era quetata…. a forza di danaro; ma Guido di Reana rammentava i gran brutti momenti passati sotto l'incubo di uno sproposito, di una disgrazia… Ed egli stesso doveva convenire che l'addio supremo gli era costato molto più di quello che non fosse per costargli l'addio di questa sera.

X.

La Teresa s'era mutata vestito. Allorchè Guido entrò nel suo salottino ella indossava un abito color avana ch'egli non le aveva ancora visto.

—Fa fresco stasera—ella disse.

—Ti pare?

—Fors'è un'impressione mia… O forse avrò preso freddo in gondola.

—Ti senti poco bene?—egli domandò con sollecitudine.

—No… Ho tirato fuori la roba più pesante, ecco tutto…. Siamo alla fine d'ottobre.

La cameriera venne ad annunziare che la minestra era scodellata.

—Andiamo—disse la Teresa. E prese il braccio del suo commensale.

Guido di Reana aveva desinato altre volte in casa Valdengo; una volta in compagnia del barone Venosti e del pittore Massimi; un'altra volta con un tenente di vascello, poi imbarcato sopra una torpediniera, e con la moglie di questi, una milanese che la Teresa aveva conosciuta ai bagni.

Tranne quella mattina a colazione, soli soletti a tavola non erano stati mai. Ora l'intimità era tolta dalla presenza della servitù, e la Teresa e Guido parlavano di cose indifferenti, dandosi del lei. Egli però, col suo appetito di ventidue anni, faceva grande onore al pranzo squisito; ella mangiava pochissimo guardando di tratto in tratto con una gravità malinconica il bello e fatale giovinetto ch'era passato come un turbine nella sua quieta esistenza… Ecco, egli era venuto e partiva; il dramma era giunto all'ultima scena. No, nemmeno potendo, ella non avrebbe voluto ritardar la catastrofe. Ch'egli partisse, ch'egli partisse! Forse, partito lui, ella avrebbe trovato la cara sua pace… Non l'amava dunque più? Poche ore addietro l'aveva tenuto fra le sue braccia, e adesso non l'amava più, e le pareva che lo avrebbe lasciato andar via senza lacrime…. Era possibile?… Con desiderio ardente, con tenerezza profonda il suo pensiero correva all'amico lontano, al vero amico suo, al conte Mario Vergalli, al quale ella avrebbe confessato il suo fallo, supplicandolo di perdonarle, di non privarla della sua stima. Ed egli le avrebbe perdonato, egli l'avrebbe compatita, avrebbe seguitato a volerle bene… ella n'era sicura; ma nello stesso tempo era sicura che s'egli l'avesse di nuovo richiesta della sua mano, ella, adesso più che mai, avrebbe risposto di no…

Passarono nel salottino verde a prendere il caffè. Appena la cameriera fu uscita riportando il vassoio, Guido di Reana s'avvicinò:—Ebbene, Teresa?

Con un sorriso triste ella ripetè a mezza voce:—Ebbene, Guido?

—Quando ci rivedremo?—egli riprese.

—Chi legge nell'avvenire?—ella disse.

Il giovine le si accostò fino a toccarla; ne' suoi occhi guizzò il lampo d'un desiderio.

Ella si alzò, rigida, e aperse la finestra.

—Perchè apri?

—È una così bella notte.

—Non dicevi prima che fa fresco?

—Non tanto… E poi son coperta… Tu a ogni modo non dovresti aver paura… Farà ben altro fresco sulla coperta dei vostri bastimenti.

Il cielo era limpidissimo, la luna brillava su San Giorgio, segnava d'una tremula striscia d'argento la superficie dell'acqua. Di fronte alla Veneta Marina si profilava con netti contorni il Colombo. La caminiera fumava. Il lume acceso da poppa aveva sembianza d'una stella bassa e solitaria.

—A che ora devi essere a bordo?

—Un po' prima di mezzanotte. Fino alle undici e mezzo c'è la lancia che aspetta nel Rio dell'Arsenale.

—Alle undici te ne andrai.

—Oh, basta alle undici e un quarto.

—No, non devi rischiare di far tardi.

Dopo aver richiuso la finestra senza però abbassar la tendina, ella tirò il discorso sui luoghi ch'egli avrebbe visitati, sulle cognizioni che avrebbe acquistate senza fatica, col veder paesi e uomini nuovi, sulla sua promozione che questo lungo viaggio avrebbe affrettata, sulla gioia che la sua mamma avrebbe avuta di lì a due anni e mezzo o tre anni ritrovandolo più forte, più bello e con un gallone di più… Povera mamma!

E continuò:—Che brava e savia donna dev'essere!… Perchè quando è rimasta vedova qualcheduno dei figliuoli era proprio bambino, non è vero?

—Eh sì—disse Guido.—La Matilde era appena svezzata, e Cecchino portava ancora le gonnelle.

—Ed ella—ripigliò la Teresa—non s'è sgomentata della responsabilità che le cascava addosso… Ha preso coraggiosamente le redini della casa, ha educato i ragazzi… Brava, brava!

Indi ella volle che l'ufficiale le parlasse dei suoi due fratelli e delle sorelle; tutti minori di lui…. Che temperamento avevano? Che inclinazioni? Gli somigliavano? I maschi erano studiosi? Che scuole frequentavano?

—Se accettavi l'invito, facevi ampia conoscenza con l'intera famiglia—osservò di Reana.

—No, no, non mi movo dal Veneto per quest'anno.

—La mamma avrebbe avuto tanto piacere di vederti…

—Anch'io di veder lei. Ma sarà per un'altra volta… E chi sa ch'ella stessa non abbia occasione di venir nell'Alta Italia.

—Ah, non è probabile… Troppi doveri la tengono laggiù… E poi è invecchiata… Mostra più della sua età.

La Teresa, sospirando, rifletteva che fors'era meglio così. Meglio la vecchiaia precoce che la gioventù prolungata oltre il tempo… Quella almeno ci difende delle tentazioni… E i figli, che àncora di salvezza!

Guardando, di là dai vetri, la luna che discendeva sull'orizzonte, la Teresa pensava che anch'ella avrebbe potuto avere un figliuolo di poco minore di Guido di Reana… avviato forse nella stessa carriera, imbarcato forse sullo stesso legno col grado di guardia marina. Ah se quel figliuolo ci fosse stato, come diversamente sarebbero andate le cose!

—Teresa!—susurrò Guido interpretando male quel turbamento dell'amica. E le sfiorò con le labbra la nuca.

Ella si ritrasse vivamente, aggrottando le ciglia. E gli additò la sedia.—Sta tranquillo, torna al tuo posto.

Guido non osò contraddirla, non osò tentar più nessuna carezza. La sentiva, benchè a due passi da lui, tanto, tanto lontana.

Alle dieci e mezzo ella gli chiese:—Desideri una tazza di tè prima di partire?

—No—egli rispose.—Abbiamo bevuto il caffè così tardi.

—Un bicchierino di marsala?

—Neppure.

—Una chartreuse allora?

—Venga la chartreuse.

Prendendo la bottiglia dal portaliquori ch'era sulla mensola, ella gli mescette un bicchierino.

—E tu?

—No… Lo sai che non amo i liquori.

—Almeno posa la bocca sul mio bicchierino.

Per compiacerlo ella accostò il bicchierino alle labbra e glielo restituì subito.

—Lo hai appena lambito—egli susurrò vuotandolo d'un tratto. E soggiunse:—Come sei fredda! Come sei indifferente!

Ella lo guardò attonita.

L'ufficiale proseguì: Mancano pochi minuti a una separazione che potrebb'essere eterna, e tu sei lì calma, composta… I tuoi occhi sono asciutti, la tua mano è sicura, la tua voce non trema… Oh, se ti pesasse di perdermi!…

—Che dovrei fare, mio Dio?—ella esclamò, punta dall'ingiustizia del rimprovero, ferita dall'egoismo che si rivelava in quest'ultima frase… Dunque egli non capiva che chi aveva sacrificato di più era lei, ch'era lei che avrebbe sofferto di più?… E pretendeva ch'ella ostentasse rumorosamente il proprio dolore, che desse questo nuovo pascolo alla sua vanità!

Tuttavia ella non manifestò alcun risentimento, e ripetè con dolcezza:—Che dovrei fare? Dovrei turbarti con lo spettacolo della mia disperazione?

Diceva così, pur sapendo che lo spettacolo della sua disperazione l'avrebbe lusingato assai più che turbato; diceva così per un bisogno irresistibile di esprimer sempre il pensiero più indulgente con la forma più mite.

E continuava:—Non è meglio lasciarci senza spasimi, come due che piegano il capo dinanzi al destino?… Addio, Guido, sii felice…

—Mi congedi… già?

Ella gli mostrò l'orologio che segnava le undici. E infatti dai campanili di San Marco, di San Zaccaria, di San Giorgio gli undici rintocchi vibravano, si rispondevano nel silenzio della sera.

—Oh Teresa mia!—proruppe Guido, vinto da un'emozione sincera. E se la strinse al petto.

La Teresa appoggiò un istante la testa sulla spalla di lui; quindi svincolandosi si passò la mano sugli occhi e mormorò con un mesto sorriso:—Vedi che i miei occhi non sono asciutti.

—E i miei?—egli disse, reprimendo un singhiozzo.

Tentò nuovamente di attirarla a sè; ella lo tenne lontano.—Addio…
Ricordati…

—Sempre, sempre… Ti scriverò…

Con un movimento subitaneo ella corse al campanello e premette il bottone.

—Perchè chiami?

—Perchè ti facciano lume… A che ora parte domani il Colombo?

—Alle sei… Sarai alla finestra?

Ella sospirò:—A quoi bon?

—Io guarderò da questa parte—egli disse.

La Luisa, la cameriera, comparve sulla soglia.

Guido dovette contentarsi d'afferrare la mano della Teresa e di coprirla di baci.

—Buon viaggio!—ella balbettò.

Ritta in mezzo alla stanza, lo risalutò con un cenno, mentre egli dall'uscio si voltava ancora verso di lei. Poi si portò la destra al cuore e si lasciò cader sopra una poltrona.

XI.

Ella non dormì quella notte; giacque immobile sul suo letto, con gli occhi aperti, con le membra infrante, oppressa da un incubo penoso. Quando la luce dell'alba penetrò nella sua camera—Ecco—ella disse fra sè—è l'ora della partenza del Colombo… Forse egli guarderà verso la mia casa, forse mi cercherà alla finestra…—Pur non tentò nemmeno di alzarsi; le pareva che le sarebbe stato impossibile di far qualsiasi movimento… Nè, come usava, sonò il campanello alle otto… Venne la cameriera, alquanto più tardi, venne spontanea, in punta di piedi, a veder se la signora dormiva.

—Che ore sono?—chiese la Teresa.

—Quasi le nove.

—Oh, diamine!… Apri, apri… Lascia entrar il sole.

—Non c'è sole questa mattina.

—Non c'è sole—ripetè macchinalmente la Teresa.

—Vuole il caffè?

—No, no, lo beverò subito alzata.

E con uno sforzo si levò a sedere sul letto.

—È arrivata la posta… Desidera che le porti, le lettere e i giornali?

—Sì, e porta anche i vestiti spolverati…. Dopo mi vestirò da me.

La posta era più ricca del solito. C'erano quattro lettere, tra cui una del suo giardiniere, un'altra, col bollo dell'Aia, di Mario Vergalli. Questa la Teresa, arrossendo, la mise da parte. Un profumo acuto, particolare, le rivelò la mittente della terza lettera che le capitò fra le dita.—Che cosa può volere la Giulia Orfei?—ella pensò aprendo la busta con una stecca sottile d'avorio.

La Giulia Orfei non voleva nulla; anzi, per esser sinceri, non diceva nulla di concludente. Otto paginette d'una calligrafia lunga, fine, aristocratica, erano consacrate per metà alla stagione estiva di Aix-les-Bains, ove la Giulia aveva passato un mese, e per metà ai piccoli pettegolezzi che in quell'autunno rompevano la monotonia delle villeggiature sui colli Berici: amori, fidanzamenti, rotture, paci; il tutto raccontato con una festività priva di cattiveria, perchè la Orfei non era cattiva, e appunto per la bontà del suo animo si faceva perdonare dalla Teresa Valdengo la leggerezza della sua condotta. Ciò non toglie che quella lettera avesse il suo poscrittino con una punta di malizia. «E dei casi tuoi che mi narri? O quanto aspetti ad andar in campagna quest'anno? Dicono che hai la villa in ristauro, ma dicono anche… se tu sapessi quello che dicono gli sfaccendati!… Del resto, sei libera come l'aria e avresti un gran torto a non approfittarne…. Mandami una riga, bella misteriosa!»

Stringendosi nelle spalle, la Teresa ripose il foglietto profumato nella busta.

E prese l'epistola del suo giardiniere. Vi si parlava della casa ch'era ormai in ordine, tranne due stanze non ancora perfettamente asciutte; del giardino che, favorito dalla mitezza della stagione, era tutto in fiore. Voleva ella ch'egli le spedisse l'ultime rose, o non sarebbe venuta piuttosto a spiccarle con le sue mani? Si poteva giurare che il bel tempo sarebbe durato per tutta questa luna, fin dopo San Martino.

—Sì, andrò in campagna fino alla metà di novembre—borbottò fra sè la
Teresa.—È il meglio che mi rimanga da fare.

Indi, proseguendo nello spoglio della sua corrispondenza, aperse con curiosità una lettera che veniva da Milano e di cui ella non aveva riconosciuto la calligrafia.

Era della sua sarta, madama Vollini, che due volte all'anno faceva un giro nel Veneto per raccogliere le commissioni delle sue clienti, ma che quest'autunno doveva rinunziare al suo viaggio per cagione di salute. Un parto precoce l'aveva ridotta in fin di vita, e il suo dottore, il celebre ostetrico Boni, che l'aveva salvata per miracolo, le imponeva per qualche mese ancora i maggiori riguardi. Siccome però non l'era proibito d'occuparsi del suo laboratorio, ella si raccomandava alle signore le quali l'onoravano del loro patrocinio, affinchè volessero farle avere a Milano i loro ordini ch'ell'avrebbe eseguiti con puntualità ed esattezza. Annunziava l'invio di un pacco di campioni coi prezzi ristretti, e con gli ultimi figurini di Parigi.

—Vedremo—disse la Valdengo con indifferenza.

E si decise a leggere la lettera del conte Mario. Chi sa! Forse qualche indiscrezione l'aveva raggiunto laggiù; forse egli era già informato di tutto.

No, non era così, o almeno non appariva così, benchè la lettera avesse un'intonazione più grave, più malinconica del solito. Era in Olanda adesso, il conte Mario, e prolungava di poco la sua assenza per visitare un paese che non conosceva ancora. Ma chi gli spiegava la strana contraddizione? Non aveva provato mai come questa volta il senso doloroso della nostalgia, e mai come questa volta s'era indugiato lungo il cammino. Il cuore lo richiamava indietro e una incomprensibile forza d'inerzia lo spingeva avanti. Era il presentimento che fosse quello l'ultimo viaggio di qualche importanza ch'egli avrebbe fatto? Era la sciocca, singolare pretesa di ricever dall'amica un biglietto, un dispaccio che gli dicesse:—«Affrettate il vostro ritorno. Ho bisogno di voi»?—E perchè doveva ella aver bisogno di lui, ella che sapeva così bene regolarsi da sè? A ogni modo, circa al 20 di novembre egli sarebbe stato in Italia, e l'avrebbe vista a Venezia o nella sua villa di Mogliano. Non erano ancora terminati i ristauri della villa? E il suo raccomandato non era ancora partito?… Vergalli concludeva, secondo il suo costume:—«Ricordatevi che sono sempre a vostra disposizione, sempre alla portata di un telegramma».

—Povero amico!—sospirò la Teresa ripiegando il foglio e posandolo sul comodino.

Si alzò, si vestì, si pettinò da sola. Avvicinandosi alla finestra, sollevò alquanto la tenda, e guardò nel bacino della laguna, a sinistra, dalla parte dov'era ancorato il Colombo. Un vapore mercantile inglese ne aveva preso il posto. Uno sciame di gabbiani, segno di cattivo tempo, svolazzava, stridendo, sull'acqua.

—Eran proprio l'ultime belle giornate d'autunno—pensò la Teresa. E soggiunse, pure fra sè:—Com'eran gli ultimi lampi della mia giovinezza.

Sonò pel caffè.

—Domani si va a Mogliano—ella disse.

—Anche se piove?—chiese la cameriera.

—Sì… Staremo poco… Basterà il baule piccolo… Manda tu una cartolina al giardiniere per avvisarlo, e falla impostare prima delle undici… Così la riceverà oggi stesso.

—E con che corsa partiamo?

—Con quella delle 10.15.

Ella non partiva già per un desiderio intenso che avesse di goder la campagna; nè quella era più la stagione propizia, nè le condizioni dell'animo suo erano tali da goderne; non partiva neanche con l'idea d'avere una maggiore libertà; chè anzi, in quel periodo dell'anno, coi villeggianti che c'erano tuttora, le sarebbe stato difficile esimersi dal veder qualcheduno; partiva per mutar luoghi e abitudini, per mettere un intervallo di pochi giorni fra la sua vita turbinosa delle ultime settimane e la vita quieta, onesta, raccolta ch'ella sperava ricominciare più tardi. Ora, nemmeno volendo, avrebbe potuto. La sua disgraziata intimità con Guido di Reana, pur non togliendole mai la netta visione dell'abisso in cui ella precipitava, l'aveva assorbita tutta quanta, e il suo tempo era stato diviso fra il desiderare o temere il suo amante, il maledire al destino che lo aveva posto sulla sua via, e il meravigliarsi dolorosamente della propria debolezza. E adesso, prima ancora di provarvisi, ella sentiva che avrebbe fatto opera vana a tentar di riprender le sue letture, la sua musica, i suoi ricami al punto in cui li aveva interrotti. Meglio occuparsi de' suoi fiori, delle sue galline, de' pesci d'oro che guizzavano nel laghetto della sua villa… Sì, sì, meglio recarsi a Mogliano, anche a costo di dover ricevere e ricambiare una mezza dozzina di visite uggiose.

Di questa sua tarda andata in campagna, la Teresa avvisò il giorno stesso Vergalli, senza però dirgliene le ragioni intime. Avrebbe passato alla villa un paio di settimane al massimo; sarebbe arrivata in città probabilmente prima di lui. E si faceva una festa all'idea di rivederlo e di sentirsi raccontare il suo viaggio. Dell'intonazione malinconica che c'era nella lettera dell'amico ella finse di non accorgersi; circa a di Reana, dopo aver molto studiato la frase, si limitò a dire ch'era partito. Risoluta ad un'ampia confessione quando Vergalli fosse a Venezia, aveva una ripugnanza invincibile a fermarsi per iscritto sullo scabroso argomento. Ond'ella, per solito così piena d'abbandono nella sua corrispondenza col conte Mario, fu questa volta breve e guardinga, e n'ebbe dispetto per sè e dolore per lui. Ma non c'era modo di fare altrimenti.

La giornata le trascorse più rapida ch'ella non avesse creduto. Prima di pranzo venne a trovarla, in compagnia con la madre, una ragazza di ristrette fortune a cui ella pagava le lezioni di pianoforte di un professore di grido affinchè potesse svolgere le sue rare attitudini musicali.

Sempre cortese, specie con gli umili, ella accolse benissimo le due donne.

—Quanto tempo che non vi vedo!

—Ma…—rispose un po' impacciata la madre—veramente… eravamo state ancora… Lei non c'era… Non glielo hanno riferito?

—Sì, sì… mi ricordo… Potevate ripassare.

—Si temeva di disturbare—soggiunse l'altra. E si morse il labbro, pentita d'aver detto troppo.

La Teresa arrossì lievemente e si rivolse alla ragazza:—Dunque,
Marcella, come va questa musica?

—Così… Il professore non è scontento..

La mamma, loquace, inframmettente, giudicò eccessiva la modestia della figliuola.

—Eh via, con la signora alla quale si deve tanto non c'è ragione di nasconder la verità… Arcicontento è il professore…

—Davvero?… Ma brava!

—Sicuro… E spera che la Marcella possa prodursi quest'inverno in uno dei concerti del Liceo.

—Verremo a batterti le mani—esclamò la Valdengo.

—Oh… signora…—balbettò la Marcella colorandosi in viso.—Non so mica se avrò il coraggio di espormi al pubblico.

—Bisogna provare—insistè la madre.

—Già—soggiunse la Teresa.—E cosa studi adesso, cara?

—Bach, Beethoven…

—Brava!… Quando sarò tornata dalla campagna… vado in campagna domani per pochi giorni… verrai qui qualche sera, mi farai sentire i tuoi progressi.

—Grazie—disse la giovinetta i cui occhi luccicavano per la contentezza.

—Eh, se non c'era lei!—riprese la madre profondendosi in espressioni di riconoscenza.

—Zitta, zitta—interruppe la Teresa.—È stato un gran piacere per me il secondar le inclinazioni della Marcella, e poichè ella riesce così bene io son compensata ad usura del poco che ho fatto.

Un'altra visita ricevette la Teresa quella sera mentr'era ancora a tavola, la visita di un altro beneficato suo, un giovine studente di matematica, poverissimo, ch'ella e Vergalli mantenevano all'Università. Egli veniva a salutarla prima d'andare a Padova e le portava in dono una sua memoria di geometria superiore sugli spazi a quattro dimensioni, pubblicata negli Atti dell'Istituto Veneto.

La Valdengo sorrise.

—È arabo per me… E c'è anche la dedica?

—È il primo lavoro che stampo… Dovevo offrirglielo… Lo accetta?

—Ma figurati… Lo accetto con gratitudine e con quella deferenza umile che si ha per le cose che non si capiscono… Ma perchè stai ritto?… Accomodati, via.

Massimo Scilla (era il nome del giovine) sedette timidamente sull'orlo di un divano, nell'ombra, in fondo alla stanza.

—Non laggiù… ti vedo appena… Qui, accanto alla tavola, su quella sedia.

Massimo ubbidì. Era goffo, impacciato, di persona esile, di lineamenti irregolari; solo gli occhi piccoli e neri brillavano a tratti d'una luce intensa.

La Teresa lo inanimiva a parlare.

—E a casa tua… che novità?

—Nessuna… Il babbo sempre infermo… la mamma lavora… lavora…

—E le tue sorelline?

—La grande è in pratica presso una sarta; la mezzana farà gli esami di telegrafista; le due piccole frequentano la scuola…

—E tu studi giorno e notte, senza una distrazione al mondo?

—Oh lo studio mi diverte… Do anche delle ripetizioni… Guai se non aiutassi la famiglia…

—Sei così giovine!

—Non tanto… Si ricorderà forse che da ragazzo ero malato ogni momento… Ho perduto del tempo per questo… Oh ce ne sono di assai più giovani di me nella mia classe.

—Ma quanti anni hai?

—Ventidue.

—E ti manca molto a finire?

—Prenderò la laurea nell'autunno prossimo.

—Vedi che non hai rimorsi… E poi concorrerai a una cattedra…

—Il meglio sarebbe avere un posto d'assistente all'Università… Riesce allora più facile di entrar nell'insegnamento superiore… Ma… bisognerà invece contentarsi d'insegnare in un ginnasio o in una scuola tecnica… chi sa dove… Se fosse in una grande città, pazienza; lì ci sono i mezzi da studiare…

Discorrendo di studi, Massimo Scilla si riscaldava, diventava eloquente…

—Ha ventidue anni—pensava la Teresa—l'età di Guido di Reana. E sembra quasi un fanciullo, e lo tratto come un fanciullo, e gli do del tu, ed egli mi parla come parlerebbe a sua madre, e non gli vien neanche l'idea di poter parlarmi altrimenti… Che sorriso beffardo avrebbe Guido sul labbro se fosse qui adesso, se vedesse Scilla seduto al posto ch'egli occupava iersera; con che aria di superiorità guarderebbe lo studentino povero, brutto, inelegante, condannato a lottare per vivere; egli per cui la vita è una festa, egli bello, e nobile, e ricco! Eppure, chi dei due vale di più? Chi ha maggior probabilità che il suo nome sia rammentato un giorno con riverenza e con simpatia?

Massimo Scilla si alzò per accommiatarsi. Ma prima chiese alla Teresa l'indirizzo del conte Mario.

—Per una settimana all'Aia, ferma in posta—ella rispose.—Vuoi spedirgli la tua memoria?

—Appunto.

—Gli farai un piacere… Egli s'interessa a te…

—È così buono.

—Molto buono… E lui la capisce la matematica?

—Altro che capirla!… Capisce tutto.

—Non c'è dubbio, è un brav'uomo—soggiunse la Valdengo.—Addio dunque, Massimo. E arrivederci… Non far così il prezioso… torna presto… Fra qualche settimana sarà a Venezia anche il conte… Spesso è da me la sera… Tu già non sei mica a Padova sempre…

—La festa son qui… per la mamma.

—E poi ci son tante vacanze!… Siamo intesi allora. Arrivederci…

Gli stese la mano ch'egli baciò.

Rimasta sola, ell'accarezzò per un istante la speranza di obliare e di far obliare il suo fallo circondandosi di creature semplici e buone che accettassero i suoi benefizi.

XII.

Pioveva fitto, ciò ch'ebbe almeno il vantaggio che alla stazione di Mogliano, quando la Teresa Valdengo arrivò, non vi fossero i soliti oziosi i quali in autunno assistono al passaggio dei treni. Solo il capo stazione, aiutandola a scendere, le manifestò il dispiacere ch'ella giungesse con un tempo simile. Era stato sino allora un ottobre splendido, una primavera.

Se lo ricordava la Teresa lo splendore di quelle giornate che avevano sorriso alla sua follia. E mentre l'acqua flagellava il finestrino della carrozza che la conduceva alla villa ella pensava che non erano trascorse quarantott'ore da quando sotto un cielo luminoso ella solcava in gondola la laguna insieme a Guido… Anch'egli adesso, perduto nel mare immenso, avrebbe visto il cielo grigio e sentito la pioggia fredda ed uggiosa; anch'egli sarebbe tornato indietro col pensiero… Oh, egli viaggiava verso il mezzodì, viaggiava verso il sole… E poi… egli saliva l'arco della vita… Per lei, per lei non ci sarebbe stato più sole.

Nonostante il tempo, ella volle, avviluppata nel suo impermeabile, far subito un giro in giardino. Andrea, il giardiniere, l'accompagnava desolato.—Almeno fosse stata qui ieri!—egli le diceva.—Era nuvolo, qualche goccia cadeva di tanto in tanto, ma non s'erano aperte le cateratte; gli alberi avevano tutte le loro foglie; quel gelsomino lì era tutto fiorito, quelle aiole eran piene di rose… Fortuna che sin dall'altro dì si sono messe al coperto le piante di limoni!

—E l'orto?—chiese la signora.

—Oh, l'orto non patisce.

—Andiamo a vedere.

—Non la consiglio, perchè affonderebbe a mezza gamba.

Ma l'ortolano, Piero, che lavorava sotto la pioggia, appena udì la voce della padrona, le corse incontro col berretto in mano e l'invitò ad ammirare i sedani tirolesi ch'erano stati seminati quell'anno e ch'erano riusciti di là dall'aspettazione.

Egli non si lagnava della pioggia. Il suo orto ne aveva bisogno. Da ieri a oggi c'era una differenza! E mostrava con tenerezza i cavoli immensi, lustri sotto l'acqua, e le carote, e i ravanelli, e le radici bianche e rosse che facevano pompa dei loro colori e sfidavano allegramente la bufera.

La Teresa s'avanzava con circospezione.

—Badi, badi—ammoniva il giardiniere.

Piero si stringeva nelle spalle.—O che cosa sarà?

Di sotto un pergolato, sbucò, abbaiando festoso, Moro, il vecchio cane da guardia, che s'era ammansato con gli anni e ormai non si teneva più alla catena.

Con l'ombrello il giardiniere difendeva la signora dalle dimostrazioni troppo calorose di quella bestia fradicia e impillaccherata. Ma Moro, sfidando le busse, tornava all'assalto, fin che la Teresa n'ebbe compassione e disse:—Tanto mi devo mutare da capo a piedi.—Indi lisciò con la mano il pelo del povero animale che dopo quella carezza si tirò indietro da sè, tutto contento.

Venne poi il turno delle faraone, dei fagiani e degli altri bipedi da cortile, che vivevano in un loro speciale recinto, diviso in compartimenti minori e protetto da una rete metallica. C'erano i giovani nati negli ultimi mesi, ma c'erano pure gli anziani, che la Teresa aveva nutriti in primavera e che ora al noto richiamo uscivano dalle loro casette di pietre o di legno e si accostavano alla rete di ferro allungando il collo e girando intorno i tardi occhi incantati.

Benchè diguazzasse nella mota, la Teresa passò in giardino oltre un'ora, e fu l'ora più lieta delle giornata. Ben altra tristezza l'invase nel suo salottino, davanti al caminetto acceso, mentre la luce si faceva sempre più scarsa e di là dalle portiere la pioggia insistente cadeva, rimbalzando; sul selciato del marciapiede…. Due volte prese un libro, due volte lo rinchiuse svogliata sulle ginocchia… E si pentiva di aver lasciato la città… Poichè v'era rimasta tanto, poteva ben rassegnarsi a rimanervi anche per quello scorcio d'autunno. Non doveva a ogni modo mettersi in viaggio con un tempo simile… E come non aveva pensato a invitar qualcheduno che le tenesse compagnia? Mai, dalla morte di suo marito in poi, mai non era stata così sola in villa. Ella passò in rassegna rapidamente le amiche, le parenti a cui avrebbe potuto scrivere… Due figliuole d'una sua cugina di Vicenza s'erano sposate da pochi mesi ed erano andate ad abitare lontano… Un'altra discepola, ch'era caduta in basso stato dopo un matrimonio infelice e vegetava tristamente in un paesetto del Polesine, era cagionevole di salute, e aveva la cattiva abitudine di ammalarsi di bronchite ogni anno ai primi freddi; a chiamarla adesso c'era il pericolo di vederla infermare in casa… Di qualche altra si sapeva che in quella stagione avanzata non sarebbe venuta… E in fine, riflettendoci, dal momento che la Teresa voleva rimaner pochi giorni soltanto, era inutile aver ospiti. A non averne, c'era il vantaggio di poter a proprio talento prendere il treno di ritorno. E così realmente ella decise di fare se il domani era pari all'oggi.

La sera capitarono il medico, il segretario comunale, l'organista, che suonava abbastanza bene il pianoforte e col quale ella ripassava talvolta un po' di musica. Esprimevano tutti il rammarico ch'ell'avesse tardato così a lungo a venire, perdendo un seguito di belle giornate come non se n'erano viste da un pezzo. E mancando lei era mancato molto al paese…. Sì, la sua casa era il luogo di riunione preferito dei villeggianti; vi si era ricevuti con tanta cordialità; si facevano alle volte quattro salti in famiglia… oh, ell'avrebbe sentito domani le querimonie della Gebaldi, della d'Antoni, della Miliotti per non aver potuto ballare in quell'anno in causa dell'assenza della signora contessa…. Come se la prendevano con quei malaugurati ristauri della villa!

Alla Teresa, ch'era naturalmente in sospetto, pareva che nel linguaggio de' suoi interlocutori vi fossero dei sottintesi, delle reticenze: le pareva che le loro labbra si atteggiassero a un sorriso malizioso, quasi a dire:—Lo sappiamo che i ristauri non erano che una scusa, lo sappiamo per quali ragioni vi siete trattenuta a Venezia.

E invero, non era da presumersi che in un centro di villeggianti, ove le disposizioni al pettegolezzo sono alimentate dall'ozio, non si fossero ricamati dei commenti allegri sulla sua intimità con l'ufficialetto di marina… Purtroppo ella non aveva diritto di esigere che la si trattasse meglio delle donne le quali avevano o si supponeva avessero un'avventura galante.

—Del resto, la trovo bene, proprio bene—ripeteva Sauri, il medico, valendosi dei suoi titoli professionali per fissarla con maggiore intensità.—È guarita della sua insonnia?

—No, di quella non guarisco mai!

—Non prende più il cloralio?

—Qualche volta—ella rispose brevemente. E cercò di sviare il discorso, domandando conto dell'esito della fiera di beneficenza che s'era tenuta ai primi d'ottobre, e per la quale, fra parentesi, ell'aveva spedito da Venezia alcuni bellissimi regali.

Il segretario tentennò il capo. Erano anni cattivi. Tutte le borse erano asciutte. A eccezione di lei, che, pur da lontano, aveva trattato da pari sua, nessun altro s'era mostrato generoso. Già bisognava esser giusti. Ogni giorno ce n'era una di nuova. E come se non bastassero le disgrazie nostre, c'eran quelle degli altri. La fame in Sicilia, i terremoti in Calabria, eccetera, eccetera. La gente non ne poteva più.

Indi il segretario assurse a considerazioni d'alta politica; biasimò i metodi di governo, l'accentramento amministrativo, l'espansione coloniale, le spese per l'esercito e per la marina, e dichiarò che dal 1870 in poi s'era sbagliato strada, e che per rimetter le cose in carreggiata ci volevano uomini nuovi. Non lo disse, ma lasciò intendere che uno di quegli uomini nuovi sarebbe stato lui.

La dotta dissertazione fu interrotta dall'arrivo del marsala e dei biscottini, dopodichè i tre visitatori se ne andarono promettendo di tornar quanto prima. Nell'uscire si scambiarono le loro impressioni.

—È distratta.

—Non è più quella d'una volta.

—Non ci ha nemmeno invitati a pranzo.

—E sì ch'essendo così sola!…

Soletta in compagnia de' suoi pensieri!—borbottò il medico che aveva le sue pretensioni letterarie.

E aggiunse una sguaiataggine che fece rider i compagni.

—To', non piove più—osservò l'organista chiudendo l'ombrello e guardando in alto.

—E lassù c'è qualche stella—disse il segretario comunale.—Sta a vedere che torna il bel tempo.