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Il fallo d'una donna onesta cover

Il fallo d'una donna onesta

Chapter 17: XIV.
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About This Book

A solitary, respectable woman receives a long letter from a friend entrusting her with the care of a young naval officer who is still troubled by a past liaison and soon to sail on a long voyage. The narrative follows the household moments around his arrival, the woman's inward struggle between composure and susceptibility, and the social whisperings that measure female behavior. Episodes alternate intimate reflection and domestic encounter, examining loneliness, duty, reputation, and the subtle pressures that test personal resolve within a constrained social milieu.

XIII.

Infatti il dì appresso brillava il sole, tanto più gradito inquantochè ricorreva la festa d'Ognissanti e molta gente era arrivata dalla città. Alle undici c'era folla alla stazione per aspettarvi la corsa; alle undici e un quarto un gran movimento nel piazzale davanti alla chiesa. Era l'ora della messa dei signori, e le famiglie dei villeggianti andavano a far le loro divozioni in pompa magna, portate dagli equipaggi di lusso, coi cavalli riccamente bardati, il cocchiere in livrea, e sullo sportello della carrozza una corona nobiliare o un monogramma dorato che visto da lontano poteva parere uno stemma.

La Teresa Valdengo non comparve nè alla stazione, nè in chiesa; ma ci guadagnò poco, perchè i curiosi sentirono il dovere di venir di persona a porgerle i loro omaggi, e si riversarono nella villa. Erano sedicenti amici, erano semplici conoscenti, erano estranei che i conoscenti si tiravano dietro, affidati dalla gentilezza della signora e dalla libertà campestre. Così, agli altri gusti, si aggiungeva quello di subir la presentazione d'uomini e donne che non si sarebbero forse incontrati più e con cui non si sapeva di che cosa discorrere. Soltanto alle cinque i cancelli della villa si chiusero dietro gli ultimi visitatori, e la Teresa esausta, sfinita, potè ritirarsi nella sua camera, ordinando alla servitù di dir quella sera ch'ell'era indisposta e che non riceveva nessuno… Ah, proprio aveva fatto una grande sciocchezza a muoversi da Venezia… Era proprio caduta in bocca al lupo. Figuriamoci se quella gente stupida non era capitata da lei con un secondo fine, come si va spesso a scrutare il viso e a contare i sospiri e le lacrime d'uno che abbia avuto una gran disgrazia. Era, per gli uni, il bisogno di vedere s'ella conservasse, anche dopo lo scappuccio, la sua aria sicura e disinvolta di donna onesta non mai insozzata dalla calunnia; era, per gli altri, quelli che non la conoscevano prima, il desiderio d'esaminare davvicino questa matura bellezza che aveva innamorato di sè un giovine di ventidue anni. E fra gli uomini ce n'erano senza dubbio di quelli che avevano la segreta speranza di raccoglier l'eredità del giovinetto e di consolar la bellezza matura.

Con la solita lucidità della sua mente, la Teresa Valdengo leggeva in quelle anime volgari, ne penetrava le curiosità basse e indiscrete, ne indovinava i calcoli abbietti. E le saliva una nausea a pensarvi. Senonchè, per un fenomeno singolare, quella che sarebbe dovuta esser soltanto una nausea morale, una ripugnanza dell'animo, assunse in lei, la sera medesima, i caratteri d'un malessere fisico. A tavola potè prendere appena qualche cucchiaiata di minestra; e fu costretta ad alzarsi per lo schifo ch'ella provava alla vista delle vivande, pei fortissimi crampi di stomaco ond'era assalita.

—Se vedesse com'è pallida—disse la Luisa, la cameriera.

—Oh, passerà.

—Desidera che si mandi a chiamare il dottore?

Ella protestò.

—Sei pazza? È cosa da nulla… Oggi ho avuto tutta quella gente, mi son stancata a discorrere, m'è venuto il mal di capo, e il mal di capo porta con sè i disturbi di stomaco.

Prese alcune goccie di laudano e si coricò presto. Nella notte non ebbe sofferenze gravi; pur non si sentiva bene; aveva la bocca cattiva, la salivazione abbondante, a due riprese si destò in sussulto dall'assopimento prodotto dall'oppio, e si mise a sedere sul letto per liberarsi dall'acqua che le montava alla gola. Ma che cos'aveva, Dio buono? che cos'aveva? Sul far del giorno le parve di star meglio e sperò di cedere a un sonno riparatore. Ma non dormiva da un quarto d'ora che già nella sua fisonomia stravolta apparivano i segni d'uno spasimo interno e tutta la sua persona rivelava lo sforzo di chi tenta scuoter di dosso un incubo affannoso.

—No, non è vero—ella diceva agitando le braccia—non è possibile.
No… no.

Alla fine aperse gli occhi, si rizzò con mezza la persona puntellandosi sui gomiti, e si guardò attorno, bianca in viso più del suo lenzuolo, con un sudor freddo che le gocciolava giù per la fronte. Era nella camera, sola, nessun medico era accanto a lei, nessuna voce aveva pronunziato la sentenza ch'ell'aveva creduto d'udire… Ell'aveva sognato… Ma l'impressione del sogno non svaniva per questo… se di tutti i particolari, di tutte le circostanze esteriori che i sensi allucinati avevano finto a sè stessi non restava più nulla, restava il fatto persistente della sua inquietudine fisica di cui la Teresa non sapeva trovare una spiegazione plausibile… poichè non voleva accettar quella che il sogno le aveva suggerita.—No, no—ella ripeteva fra sè in preda a uno spavento senza nome—non è, non dev'essere.—Il suo labbro non osava dire:—Non può essere.—Pur troppo poteva essere… E se fosse?… Le si drizzavano i capelli in testa a pensarvi… Se fosse?… Sarebbe stata la sua condanna di morte, perch'ella non avrebbe sopravvissuto all'onta, allo scandalo.

Quando le parve di poter fermarsi senza terrore all'idea della morte (ella non s'indugiava a considerare nè il come nè il quando) la Teresa ebbe un po' di requie. Si alzò, rivide i conti della cuoca, uscì in giardino, diede da mangiare alle sue galline, si chinò a carezzar Moro venuto a stropicciarsele intorno al vestito, rispose amichevolmente ai saluti di Piero, di Andrea e del cocchiere, che in ozio tutti e tre, se la contavano al sole.

I sui dipendenti l'adoravano, ma non convien pretendere una gran discrezione dalla servitù, e prima ancora che la Teresa fosse a Mogliano il giardiniere, ch'era in buoni termini con la Luisa, aveva saputo che la padrona perdeva la testa dietro un ufficialetto di marina e ne aveva discorso alla villa. Non era dunque un argomento nuovo quello di cui s'intrattenevano adesso i tre oziosi.

—È stata poco bene iersera.

—Si vede.

—È molto patita.

—Il primo giorno pareva tutt'altra, ma da ieri in poi ha fatto un tal cambiamento!…

—È la passione… Si capisce, poverina!

—Chi se lo sarebbe immaginato? Lei ch'era la casta Susanna?

—Eh, vien l'ora topica per tutte quante:—notò il cocchiere da uomo d'esperienza.

—Sì, ma poteva sceglier meglio.

—Oh, per questo, è un gran bel pezzo di ragazzo.

—Uno che non tornerà più e che quando tornasse avrebbe ben altro pel capo…

—Si sa che non può sposarla… Ma neanche lei vuol saperne del matrimonio!… Se avesse voluto!

—C'è il conte Vergalli che sospira da tanti anni…

—Quello è un vecchio, e con un vecchio c'è poco gusto.

—Per me—disse il giardiniere che aveva una morale di manica larga—se fossi stato nei panni della signora, intanto sposavo il vecchio che ha un bel nome, ch'è ricco, ch'è innamorato cotto, e poi, se mi saltava l'estro, mi divertivo coi giovani.

Gli altri si misero a ridere.

La Teresa aveva percorso il viale dei tigli ove le foglie secche scricchiolavano sotto i suoi piedi, e prendendo un sentiero coperto di ghiaia minuta s'era spinta fino al piccolo lago ingrossato dalla pioggia recente. Voltò a destra, salì una viottola serpeggiante intorno a una collinetta, ridiscese dal lato opposto, e giunse ad un punto ove le due sponde del laghetto si restringevano e l'acqua frenata da una doppia fila di sassi si frangeva rumorosamente e rimbalzava dall'altra parte fuggendo via in sottile rigagnolo e lambendo i rami di un gruppo di salici. Lì presso, in un'insenatura della riva, a due o tre metri sul livello dell'acqua era un rustico sedile di legno, e dietro al sedile, sopra un piedestallo, una statuina di Diana alla quale da tempo immemorabile mancava un braccio.

Quante volte la Teresa aveva cercato questo tranquillo recesso! Quante volte, a metà del giro del giardino, vi aveva fatto una breve sosta in compagnia dei suoi ospiti! Anche oggi il romito asilo le piacque. Ella sedette e pensò. Pensò alla sua vita onesta di cui tanta parte s'era svolta in quei luoghi. Da bambina veniva ogni autunno con la madre a passare un mesetto nella villa non sua ma dei genitori di colui che doveva diventar suo marito e che allora, maggiore di lei di ben quindic'anni, le badava appena. Ella faceva il chiasso con altri fanciulli della sua età, ormai dispersi pel mondo, saliva sull'altalena, s'arrampicava sugli alberi, ruzzolava giù per le collinette, scendeva nel canotto e tragittava il lago minuscolo. Più tardi, uscita d'infanzia, appassionata della lettura e dello studio ella preferiva la solitudine, e a passi taciti e quasi furtivi s'avviava alla statuina di Diana, portando seco qualche suo libro favorito. Però, accadeva assai di rado che non la disturbassero. E il disturbatore perenne era Tullio Valdengo, un uomo maturo al paragone di lei, che da un po' di tempo non si sapeva che gusto potesse trovare a discorrere con una ragazzina. Eppure egli ne trovava tanto che un bel giorno, proprio sotto gli occhi di Diana, egli le domandò a bruciapelo se voleva esser sua moglie.

—Le nostre due famiglie—egli le disse—sarebbero così contente di questo matrimonio!—Côlta alla sprovveduta, ella si sbigottì e fuggì via senza rispondere, correndo in traccia della sua mamma. E la sua mamma e il suo babbo, che si era recato apposta a Mogliano, e il babbo e la mamma di Tullio Valdengo l'assediarono con tante sollecitazioni, le magnificarono con sì vivi colori la felicità che l'aspettava, ch'ella, sebbene non innamorata di Tullio, si lasciò strappare il sì desiderato. E del resto, perchè avrebbe detto di no? Se non era innamorata di Tullio, non era innamorata di nessun altro. Nessuno fra i giovani ch'ella aveva visto, neanche tra quelli che le avevano dati segni manifesti di simpatia, era riuscito a guadagnarsi il suo cuore. Tullio Valdengo almeno ella lo conosceva (le famiglie erano legate da una lontana parentela e da una strettissima intimità), lo sapeva buono, intelligente, leale, e s'egli aveva trentaquattr'anni quand'ella non ne aveva che diciannove, l'era forza convenire che non era lecito chiamarlo un vecchio. Le ragioni economiche che avevano avuto tanta parte nell'assenso entusiastico dei suoi genitori, avevano minor valore per lei. Tuttavia, cresciuta fra gli agi, benchè non avesse che una piccolissima dote, ella capiva che, senza un grande amore, non si sarebbe acconciata volentieri a nozze troppo modeste. Sposò dunque Tullio Valdengo e gli fu moglie savia e fedele, com'egli le fu affettuoso e fedele marito. Con lui ella ignorò l'ebbrezze della passione, ignorò le gioie soavissime dell'assoluto consentimento di due anime; troppo gli era superiore per forza d'ingegno, per vivacità di fantasia, per raffinatezza di gusti. Pur non era e non si credeva infelice. Era convinta che ad altre donne la vita desse di più di quel che non dava a lei, ma le pareva che, tranne forse per poche privilegiate dalla fortuna, quel di più dovesse portar seco il rischio di amari disinganni e di crudeli inquietudini. Difesa dal rispetto di sè, dal rispetto del nome di suo marito, ell'era passata vincitrice attraverso alle insidie. Nè si vantava di aver superato grandi pericoli. Ell'aveva ben compreso che appena una volta su mille le dichiarazioni galanti esprimono un sentimento vero e profondo, e provava un disprezzo incommensurabile pei libertini, pei seduttori di professione. Ella fulminava con la sua ironia tutti questi don Giovanni proteiformi; gli audaci e i timidi, i piagnucolosi e i gioviali; li fulminava e se li levava d'attorno in un batter d'occhio, con grande meraviglia di qualche conoscente sua altrettanto virtuosa ma meno risoluta, che non riusciva a liberarsi dagl'importuni. In un solo caso, e non si trattava d'un don Giovanni, la Teresa s'accorse d'aver destato in un uomo un affetto degno di lei; nel caso del conte Mario Vergalli. Ah, quello sì che le voleva bene; quello sì che meritava d'essere amato. Ma era anche più innanzi negli anni di Tullio Valdengo; gli mancava il fascino, l'impeto della gioventù, e a lei non fu difficile di moderarne i trasporti, pur conservandoselo amico. Solo alle donne illibatamente oneste è dato operar il miracolo di trasformare in amicizia l'amore che inspirano. E un'amicizia nata in tal modo ha una poesia, una fragranza che le solite amicizie non hanno. Certo si è che quella di Mario Vergalli aveva finito di riconciliare la Teresa Valdengo con la propria sorte; l'intimità con un cuore così nobile, con uno spirito così elevato la compensava a dovizia della scarsa idealità del marito… E talora ella diceva a sè stessa che se il cielo le avesse accordato le dolcezze della maternità ella non avrebbe avuto più nulla a desiderare… Invece ell'era rimasta vedova, giovine ancora… e non era passata a seconde nozze. Perchè? Era un mistero anche per lei. Sebbene ell'avesse assistito con mirabile abnegazione il suo fedele compagno di oltre quindici anni, ell'era troppo schietta da dire che Tullio Valdengo, morendo, aveva aperto nel suo cuore una di quelle ferite che non si rimarginano. O perchè dunque non aveva ella voluto ricominciar la vita con l'uomo che, nell'intimo suo, ella preferiva a ogni altro, perchè non aveva voluto premiare un così raro disinteresse, una costanza sì rara? Era lì, nel giardino, era presso al lago ch'egli l'aveva pregata di accettare il suo nome; era lì che, stendendogli la destra, ella gli aveva risposto:—Perdonatemi, amico mio, non intendo rimaritarmi. Ove mutassi idea, sarei orgogliosa d'appartenervi… Ma ricordatevi che non dovete incatenare la vostra libertà, sacrificare il vostro avvenire a me… che lo merito così poco… Se un'altra…

Egli l'aveva interrotta.—Non parlatemi d'un'altra… Qualunque cosa vi piaccia essere, sposa od amica—(amante non disse perchè troppo la rispettava)—ci siete voi sola per me.

La Teresa sentiva ancora negli orecchi il suono di quelle dolci parole, aveva ancora davanti agli occhi l'atto cavalleresco con cui il conte Mario le accompagnava, chinandosi alquanto verso di lei e baciandole rispettosamente la mano.

Ah sciocca, sciocca, che avrebbe potuto posar la fronte su quel petto leale e trovare un asilo sicuro fra quelle braccia di soldato e di gentiluomo!

Non più ora, non più… Quand'anche egli le avesse perdonato il suo fallo, ella non sarebbe stata mai la contessa Vergalli… Un momento d'oblio aveva distrutto tutta l'opera laboriosa del suo passato, aveva distrutto ogni speranza dell'avvenire.

Nè in questo completo naufragio della sua vita la Teresa pensava che un soccorso qualsiasi potesse venirle da Guido di Reana. In nessun caso sarebbe ricorsa a lui, in nessuno… nemmeno se l'orribile dubbio che l'angosciava si fosse tramutato in realtà. Aveva creduto d'amarlo; glielo aveva detto, glielo aveva provato con quel dono di sè che gli uomini, a torto o a ragione, reputano la sola valida prova d'amore; e adesso, tre giorni dopo ch'egli era partito, adesso, col terrore d'una catastrofe ond'egli sarebbe stato la causa, adesso il suo cuore era già insensibile e muto per lui. Non lo amava e non l'odiava. Solo non era spento nel suo animo quel senso di pietà femminile, quasi materna, ch'egli aveva inspirato sin dal primo vederlo. Lo considerava come un fanciullo cieco ed irresponsabile al quale non si può domandar conto del male che ha fatto.

XIV.

—Disturbo?

Era Sauri, il dottore, che s'era fermato, col cappello in mano, a pochi passi dalla Teresa.

Ella dissimulò a fatica la sua noia. Pur troppo ell'avrebbe dovuto interrogare un medico. Non avrebbe però interrogato nè Sauri, nè altri ch'ella conoscesse… Sauri, a ogni modo, meno di tutti.

—Avanti pure—ella rispose.—E si copra, chè non fa mica caldo.

—Ho sentito—ripigliò il dottore—ch'ell'era in giardino e mi son immaginato che sarebbe stata qui nel suo posto prediletto… Ma badi ch'è un posto umido, e se non istà perfettamente…

—O perchè vuole ch'io non stia perfettamente?—replicò la Teresa colorandosi in viso.

—Non so… Or ora era pallida… E qualche parola della cameriera…

—Pettegola!… O dica la verità… È stata lei a farlo venire?

—No, da galantuomo… Era una visita che le facevo io spontaneamente… E dal momento che son qui…

La Teresa capì che non sarebbe stato opportuno il voler nasconder tutto, e soggiunse:—Ho avuto iersera un disturbo di stomaco… Questa è la gran malattia.

—Mi vuol mostrar la lingua?

—Non ho più nulla!

—Via—insistè Sauri,—lasci vedere.

—Oh che noioso… Ecco la lingua… È contento?

—È bianca… sporca…

—Tornerà pulita.

—Non c'è dubbio… Ma prenda due polverine di Seidlitz.

—Domani… se ne avrò bisogno… le prenderò.

—E il polso?… Mi dia il polso.

—O Sauri… non la finiamo?

—Il polso poi… Che cos'è un medico che non tasta il polso?

La Teresa dovette rassegnarsi.

—Un po' frequente… un po' agitato—disse Sauri,—Ma non c'è febbre… Credo che una purgatina basterà… Però io la consiglierei di aversi qualche riguardo… O che bisogno ha di venir qui in riva al lago?

—Non son mica le paludi pontine… E se crede ch'io sia disposta a rimaner tappata in casa…

—No… Ma per un paio di giorni potrebbe contentarsi di star sul davanti ove c'è più sole…

—Ce n'è anche qui del sole…

—Ce n'è meno… E poi c'è l'acqua e ci son troppi alberi… Non convien dimenticarsi che siamo al 2 di novembre.

—Il giorno dei morti.

—Già, quest'anno è caduto di domenica.

—È vero, è domenica… Essendo stata festa ieri mi confondevo… credevo fosse lunedì.

Il dottore parlò alquanto delle corse di Treviso, dello spettacolo d'opera al Teatro Sociale. Ella non ci andava?

—Se sono un'invalida!—disse la Teresa sorridendo.

—Oh per sabato prossimo che c'è la corsa grande sarà perfettamente guarita… Intanto, badi a me, venga via di qua…

E per darle il buon esempio si alzò.

La Teresa si strinse nelle spalle. Tuttavia ella consentì ad avviarsi verso casa in compagnia del dottore, chiacchierando di cose indifferenti.

—Passerò domattina—disse Sauri accommiatandosi.

Ella si chinò su un cespo di rose.—Arrivederci.

Oh come gli sarebbe stata riconoscente s'egli le avesse scoperto il principio d'una grave infermità; d'una buona tifoidea, d'una polmonite doppia, d'una congestione cerebrale o di qualche cosa di simile! Come si sarebbe messa a letto docile e rassegnata, rassegnata a morire se la Provvidenza voleva così, rassegnata a guarire se, guarendo, ella non avesse più sentito la spina acutissima che ora le trafiggeva le carni. Per un istante ell'ebbe l'idea di tornarsene laggiù, appunto perchè Sauri le aveva detto che non era senza pericolo il rimanervi. Sì, ma era poi certa di pigliarsi una malattia mortale? E che ci avrebbe guadagnato a esser côlta da una febbre che la tenesse prigioniera in camera per due o tre settimane? Forse che il nuovo germe morboso da lei assorbito avrebbe distrutto la causa preesistente del suo malessere? O non l'avrebbe invece svelata più presto? Ma intanto come saper la verità, temuta e pur necessaria? Sicuro; aspettando ella l'avrebbe saputa… nello stesso tempo degli altri… e questo no, ella non voleva a niun patto, decisa com'era a portar nella tomba l'umiliante segreto.

Fu per qualche ora inquieta, irascibile; sgridò la cameriera ostinandosi a credere che fosse stata lei ad avvertire il dottore Sauri e a farla passar per malata, e dicendo che non permetteva alla sua servitù di tenerla sotto tutela. Era lei la padrona di casa, se lo ricordassero bene. E per cominciare, rinnovava, nel modo più categorico, l'ordine di non ricever nessuno.

Poi, sola nel suo salotto terreno, sprofondata in una poltrona, ella cadde in un assopimento doloroso. Si scosse ch'era già vicina la notte, balzò in piedi, sonò il campanello. La Luisa le portò il lume, le portò due o tre carte da visita ch'eran state lasciate per lei e un paio di giornali giunti per la posta.

—Comanda altro?

—Sì… allontana quelle rose. Mandano un odore troppo acuto.

—Devo riaccendere il foco in salotto da pranzo?

—Riaccendi… Non fa freddo, ma è umido…

La Luisa s'indugiava; pareva aver un'interrogazione sulla punta della lingua.

—Va, va—le disse la signora.

—Le rose le metto in sala?—chiese la cameriera.

—Sì, sì, dove vuoi—replicò la Teresa,—Spicciati.

Ella amava tanto le rose una volta. Perchè le ripugnavano adesso? Era un sintomo anche questo?

Guardò appena le carte da visita. Che le importava de' suoi visitatori? Che le importava di alcuna cosa al mondo, se ciò ch'ella temeva era vero?

Dei due giornali che la posta le aveva recati ella ne aperse distrattamente uno a cui era abbuonata da un pezzo, il Corriere della Sera di Milano. Lo spiegò, e scorrendone la terza pagina, l'occhio le cadde sopra un annunzio che certo doveva esservi comparso altre volte, ma che l'era sempre sfuggito o sul quale ella non aveva fermato mai l'attenzione. L'annunzio, stampato in caratteri piccoli, era il seguente: Il dottore Ermete Boni, chirurgo ostetrico, riceve ogni giorno dall'una alle tre. Piazza Beccaria, n. 5.

Strana combinazione! Il nome di questo dottor Boni, menzionato nella lettera recente della sua sarta con l'appellativo di celebre ostetrico, le ricompariva dinanzi a così breve intervallo e proprio nel momento in cui ella aveva il bisogno di consultare un medico, uno specialista che dimorasse in altra città e che non la conoscesse. La Teresa Valdengo non era superstiziosa, non credeva agli avvertimenti soprannaturali; pur quella coincidenza non poteva a meno di colpirla, di suggerirle un'idea molto semplice ed ovvia. O perchè non sarebbe andata a Milano, perchè non avrebbe consultato il dottor Boni? Ora, dai fondi oscuri della memoria, sorgeva in lei la vaga reminiscenza di un discorso udito tempo addietro in un crocchio di signore, non ricordava bene nè il dove, nè il quando, un discorso nel quale alcuno aveva accennato a questo dottor Boni, milanese, come a un ginecologo insigne, uno dei migliori d'Italia. Forse non era, forse si trattava di un altro. Ma invero, nel caso di lei, non occorreva affatto un medico insigne. Bastava uno al quale ella potesse aprirsi con minore vergogna.

Quando l'animo è agitato dalle tempeste, ogni risoluzione, anche d'indole secondaria, dà pur qualche istante di calma. Così la Teresa Valdengo, di mano in mano ch'ella si raffermava nel proponimento di ricorrere al dottor Boni, si sentiva più tranquilla, più forte, più padrona di sè. E nel resto di quel giorno e nei due dì successivi ella seppe adattarsi al viso la maschera dell'impassibilità, seppe celar ai familiari e agli estranei la cura assidua, affannosa ond'ella studiava sè stessa, intenta a cogliere ogni segno, ogni indizio che avvalorasse o affievolisse i suoi crudeli sospetti. Al medico ella dichiarò ch'era perfettamente guarita.

—Guarita senza bisogno delle due polveri di Seidlitz—ella disse. E poich'egli stentava a persuadersene e la trovava giù di cera,—Oh, la cera—ella ribattè—non significa nulla. Non sono stata mai color di rosa, e adesso sarò in un cattivo momento. S'invecchia, caro Sauri, e le donne che hanno resistito più a lungo danno un crollo più rapido… Convien rassegnarsi.

XV.

Ma la sera del terzo giorno, sentendosi più inquieta del solito, la Teresa decise di romper gl'indugi e disse alla Luisa:—Preparerai subito la mia sacca da viaggio, quella piccola, mettendovi lo stretto necessario per un'assenza brevissima.

La cameriera la guardò attonita.

—Parte?

—Sì, domattina presto… Verrai a chiamarmi alle sei e mezzo… E che per le otto ci sia il brougham.

—Va a Venezia?

—No, faccio una corsa a Milano… Voglio intendermi con la mia sarta che non può venir lei… Sarò di ritorno per la fine della settimana.

—E… parte sola?

La domanda, fatta senz'ombra di malizia, parve indiscreta alla Teresa che aggrottò le ciglia e disse brevemente:

—Sì. Perchè?

—Perchè… non essendo stata bene…

—Sto bene ora… Dunque, bada d'esser esatta… Alle sei e mezzo. E la sacchetta, mi raccomando.

La Luisa chinò il capo e non soggiunse altro.

Alle sette della mattina la Teresa era già nel salotto terreno ad attender la carrozza.

—È poi abbastanza coperta?—chiese la cameriera mentre le infilava l'impermeabile.

—Sì, sì, oltre al bisogno… Non vado mica in Siberia…

—È un aria umida, fredda…

—Siamo ai cinque di novembre, ragazza mia—notò la Teresa accostandosi alla portiera e guardando in alto.

Il cielo era grigio; pareva quasi notte. Infatti sulla tavola del salotto ardeva ancora una candela.

Incoraggiata dai modi affabili della signora, la Luisa disse:

—Come l'avrei accompagnata volentieri a Milano!

—Grazie. Sarà per la prossima volta.

Il brougham venne a fermarsi davanti alla scalinata. La cuoca e l'ortolano erano lì a salutar la padrona. Andrea, il giardiniere, salì a cassetta.

—Buon viaggio, buon viaggio.

—Scriverò o telegraferò per avvertir dell'ora del mio ritorno—disse la Teresa ricambiando i saluti.

Il treno giunse alla stazione in orario. Ella entrò in uno scompartimento di prima classe ove non c'era che un signore vecchio, sonnecchiante in un angolo.

A Mestre salì sul diretto Venezia-Milano. Ella tremava all'idea di trovar qualche conoscente che percorresse la medesima linea e la importunasse con la sua conversazione o con le sue offerte di servigi; per fortuna non ebbe a compagni dal principio alla fine che due Inglesi, marito e moglie, immersi nel loro Baedeker: Northern Italy. Solo una volta, verso Peschiera, la signora si rivolse dalla parte della Valdengo e mostrando col dito una striscia azzurra di là dal finestrino disse in tuono interrogativo:—Garda?

La Teresa accennò di sì col capo. Parlava correntemente l'inglese, ma non era in vena di attaccar dialogo nè in quella lingua, nè in altra, e preferì lasciar credere ch'ella non sapesse neanche dir yes. E non si mosse mai dal suo posto, non lesse un libro; stette per lo più col velo calato, con gli occhi socchiusi, cercando di dormire, lottando col malessere che la riprendeva di quando in quando e che aveva sempre gli stessi caratteri.

A Brescia sentì il giornalaio che gridava: La Perseveranza, Il
Secolo, Il Corriere
. Affacciatasi al finestrino, si fece dar Il
Corriere
, lo aperse, guardò nelle inserzioni a pagamento. L'avviso in
terza pagina, che da due giorni mancava, oggi c'era: Il dottore
Ermete Boni, chirurgo ostetrico, riceve
, ecc.

La Teresa Valdengo scese a Milano in un albergo ch'ella sapeva goder buona riputazione, La bella Venezia. Richiesta del nome, trasalì, e poichè, contro ogni sua abitudine, ella era entrata nella via delle finzioni scrisse sul libro, anzichè il proprio, il nome di una zia materna, vedova di un Francese, morta anni addietro senza lasciar discendenti, madame Gilbert. Si fece portar in camera una tazza di brodo ristretto con un rosso d'ovo e dicendosi lievemente indisposta non uscì in tutto il restante della giornata e si coricò prestissimo. Dormì forse un paio d'ore di un sonno agitato, e svegliatasi in sussulto credendo che fosse quasi il mattino accese il lume e con sgomento si accorse che non era ancor mezzanotte. Tentò di riaddormentarsi e fu vano; aperse un libro e non le venne fatto di leggere due righe di seguito. Rimase lì immobile, supina, con gli occhi sbarrati, con la mente fissa in un pensiero. Nell'andito, nelle stanze vicine si udivano suoni e bisbigli; stropiccio di piedi e fruscio di vesti; voci sommesse di forestieri discreti e voci tonanti di forestieri maleducati che senza riguardo dell'ora chiamavano dall'alto al basso della scala; usci che si aprivano e si chiudevano; campanelli elettrici che tintinnavano. O era finito allora qualche teatro, o era arrivata una corsa. Alla lunga i romori cessarono; solo ogni tanto il silenzio era rotto dallo strepito di un veicolo che traversava piazza San Fedele o dai rintocchi di un orologio. La Teresa contò successivamente l'una, le due, le tre. Oh la tristezza d'una notte insonne d'albergo ove l'orecchio non coglie un romore domestico nè l'occhio si riposa sopra un oggetto familiare; oh il senso di solitudine, d'abbandono, d'angoscia all'idea che tutto quanto ne circonda ci è estraneo e che noi siamo estranei a tutto; alla camera che ci accoglie, al letto su cui giacciamo, alla gente che divisa da una sottile parete, russa accanto a noi, e che è venuta oggi non si sa di dove e andrà domani non si sa dove! Oh il desiderio affannoso del sole, del sole mite e benefico, che dissipa l'ombre, che calma i terrori, che mette un po' di pace nei nervi agitati!

Ma quando, a giorno fatto, la povera donna si alzò, non brillava il sole. Dal cielo grigio di novembre scendeva un'acquerugiola fina, di quelle che minacciano di durar per un pezzo. Dalla finestra che dava sulla piazza di San Fedele la Teresa vedeva i fiacres gocciolanti immobili sotto la pioggia, coi cocchieri avviluppati nell'impermeabile e i cavalli coperti il dorso da una tela cerata. In mezzo alla piazza la statua in bronzo di Alessandro Manzoni acquistava in quell'umidità una lucentezza insolita; i pedoni passavano silenziosi sotto gli ombrelli, evitando le larghe pozze sparse qua e là.

La Valdengo ordinò la colazione in stanza per le undici e mezzo e un fiacre per l'una in punto.

—Devo aspettare a far la camera allora?—chiese la donna dell'albergo.

—No, no—rispose la Teresa.—Fate come s'io non ci fossi… O piuttosto sbrigate ciò ch'è più necessario, e finirete quando non ci sarò.

Alla richiesta se si tratteneva la notte ella ebbe un momento di esitazione; poi rispose di sì. L'era duro il passare un'altra notte all'albergo, ma non sarebbe potuta partire che alle undici di sera, e a quell'ora, così sola, non le piaceva.

La fantesca andava, veniva, portava gli asciugamani puliti, rifaceva il letto, spolverava i mobili, guardando di sottecchi quella signora dall'aspetto sofferente che sedeva nell'angolo del canapè, tutta imbacuccata nello scialle per ripararsi dall'aria umida che entrava per la finestra aperta. Aveva voluto lei che si spalancassero i vetri, per ventilare la camera, e anzichè scendere nella sala di lettura era rimasta lì a prendersi il freddo. E sì ch'era una dama. Lo si capiva dalla fisonomia, dal vestito, dai modi, dal portamento; era una dama e non doveva essere avvezza ai disagi. Ed era maritata; aveva l'anello al dito. O perchè non aveva portato seco la cameriera? Perchè schivava la gente? Aspettava qualcheduno? O doveva lei andare a cercar qualcheduno con quel fiacre che aveva ordinato pel tocco? Non c'era verso d'attaccar discorso. La Teresa pareva una statua. Non che fosse superba o sprezzante; che anzi se diceva qualche parola, la diceva con una voce dolce, con un tono affabile, come di persona che si raccomanda: ma era chiaro che aveva di gran pensieri pel capo e che desiderava esser lasciata tranquilla.

Alla fine la donna richiuse la finestra e piantandosi dinanzi alla
Teresa:—Ha bisogno d'altro?—le domandò.

—No, grazie—rispose l'interrogata.

Appena fu sola, la prese una delle sue nausee violente, ed ella dovè portarsi il fazzoletto alla bocca… Ahimè, quei sintomi che si ripetevano ostinatamente, uniti ad altri indizi non dubbi, quasi rendevano superfluo il consulto. Che male poteva essere il suo, se non era il male che tante spose invocano come pegno di gioie soavi e ineffabili?

Comunque sia, se il suo non era che un sospetto, ella voleva mutarlo in certezza; s'era già una certezza, ella voleva avere una certezza più grande. L'orologio segnava le dieci e un quarto. Ancora tre ore, ancora tre ore e mezzo prima di poter recarsi dal dottor Boni. E s'egli non fosse in città? Se impegni precedenti gli avessero impedito di riceverla? Che avrebbe ella fatto? A chi si sarebbe rivolta, ella che non conosceva nessuno?

Pur l'animo della Teresa Valdengo era così pieno d'angoscia che non le restava posto da accoglier questa nuova ragione d'ansietà, ed ella cacciò da sè il dubbio che il dottor Boni non si trovasse in paese o fosse impedito. E intanto, ritta dietro i vetri, ella assisteva distratta allo sfilar delle carrozze che a tre, a quattro, a cinque, sboccando da Santa Radegonda, da piazza della Scala, da via dell'Agnello, portavano al municipio i corteggi nuziali, e si fermavano sotto la pioggia, davanti al palazzo Marino, di fronte all'albergo. Scendeva dal primo legno la sposa, per lo più con un mazzo di fiori in mano; scendeva protetta dall'ombrello del compare, vigilata teneramente dai parenti; poi con passo ora tardo e vacillante, ora svelto e sicuro, saliva la piccola scalinata, ed entrava nel portone del palazzo di cui gli uscieri municipali tenevano aperti i battenti. Seguiva la seconda vettura con lo sposo e altri congiunti più stretti, fratelli, sorelle, testimoni; quindi, nei legni successivi, venivano gli amici e i semplici conoscenti. Le carrozze, deposto il loro carico, lasciavano il posto ad un altro corteggio e andavano a schierarsi in un angolo della piazza, o intorno alla statua del Manzoni, il vecchio arguto e immortale, che dal suo piedistallo di marmo pareva sorridere all'amore e alle nozze. Di tratto in tratto, dal portone del Palazzo civico, un usciere faceva un segno. E un gruppo di vetture si muoveva, tornava a fermarsi davanti alla scalinata, ove, dopo il irrevocabile, s'affacciavano sposi quelli ch'erano saliti fidanzati. Gli sportelli si aprivano e si richiudevano, i cocchieri toccavano le redini o agitavano la frusta, e via tra il fango e la pioggia… Che destino attendeva le nuove famiglie?… Che gioie, che dolori, che disinganni?

XVI.

—Piazza Beccaria, numero cinque—disse la Teresa al fiaccheraio, mettendo il piede sul predellino. Ell'era bianca in viso come una morta, ma risoluta.

Il cameriere dell'albergo, salutando, chiuse lo sportello; la vettura partì.

Lungo la strada, la Teresa Valdengo pensò a ciò che avrebbe detto al dottore, a ciò che il dottore le avrebbe chiesto. Il suo nome, nè il vero nè il finto, ella non aveva bisogno di dirglielo; ma la natura de' suoi disturbi, ma i suoi dubbi, quelli certo non poteva nasconderglieli… se andava da lui appunto per questo. E c'erano tanti particolari ch'egli avrebbe voluto sapere, ch'egli avrebbe avuto il diritto di sapere. Ella non era obbligata a confessar ch'era vedova, ma d'altra parte una donna che vive in condizioni normali non s'avvolge nel mistero per chiarire un fatto così semplice, e se pur crede di dover sentire l'opinione d'un medico, non va in persona a casa di lui… lo chiama a casa sua, e se non è del paese, lo fa venire all'albergo. Onde, senza ch'ella glielo dicesse, egli avrebbe indovinato ch'ella aveva le sue ragioni per agire così… Pazienza!… A ogni modo, egli l'avrebbe creduta una forestiera, una francese, perch'ell'era deliberata di parlargli francese, e confidava che la sua pronuncia perfetta l'avrebbe tratto in inganno. Ma com'era doloroso per lei, per lei franca, schietta, leale, questa necessità di ricorrere a continui sotterfugi!

Il fiacre si fermò, il cocchiere saltò da cassetta.

—Piazza Beccaria?—chiese macchinalmente la Teresa.

—Sissignora, numero cinque—replicò il fiaccheraio. E l'aiutò a scendere.—Aspetto qui?

Ella fece un segno affermativo col capo ed entrò in un portone che aveva due grandi cariatidi ai lati.

Passando per la portineria ella domandò:

—Il dottor Boni?

—Seconda scala, a destra, primo piano—rispose dal fondo dei suo bugigattolo una voce irrugginita.

La scala, in quella giornata buia, era illuminata da una lampada elettrica. Un tappeto, alquanto logoro, ne copriva gli scalini. Dopo la prima branca, sul pianerottolo, c'era un sedile di velluto cremisi. Al sommo della seconda scala una porta s'aperse, forse per un segnale dato dal basso, e un servitore in livrea accolse rispettosamente la visitatrice e la introdusse in un'anticamera ove alcune donne aspettavano sedute. Nessuna si alzò, ma tutte fissarono con curiosità la nuova arrivata, dal vestito così elegante, dal portamento così signorile. Anch'ella sedette nell'angolo d'un divano e guardò le sue compagne di dolore. Erano quattro in tutte; due parevano popolane, giovani ancora, ma d'una giovinezza sfiorita dalle fatiche e dalle privazioni; d'una terza, incappucciata dalla testa ai piedi, non si avrebbe potuto indovinare nè l'età, nè la condizione; la quarta, all'aspetto, doveva appartenere alla piccola borghesia; mostrava una trentina d'anni, aveva la fisonomia dolce e malinconica di persona avvezza e rassegnata a soffrire; vestiva dimessa, ma non senza un certo decoro.

Si udì, dal di fuori, un rintocco di campanello, e gli occhi di quelle donne aspettanti si volsero tutti verso un uscio laterale, dissimulato da una pesante portiera di stoffa.

Di lì a pochi secondi il cameriere in livrea sollevò la portiera, e tenendosi immobile sulla soglia accennò alla Valdengo. Ella, ch'era l'ultima arrivata, girò gli occhi intorno dubbiosa; le altre mormorarono ostili. Ma il cameriere rinnovò il segno, ed ella si fece innanzi.

—Avanti, avanti—disse l'uomo, senza curarsi delle proteste.

—Perch'è una signora—borbottò stizzosamente la femmina incappucciata.

—S'intende… ungerà la ruota—soggiunsero le due popolane.

Solo la modesta borghese non aperse bocca, ma una lacrima silenziosa le inumidì la pupilla.

La portiera si riabbassò; la Teresa, sempre preceduta dal servo, percorse un andito breve, una delle cui pareti era fatta di cristalli appannati; un altro uscio si aperse ed ella si trovò al cospetto del dottor Boni in persona che la invitò cortesemente a sedere.

Ella lo aveva creduto vecchio e non era; poteva avere tutt'al più cinquant'anni. Aveva statura giusta, fronte spaziosa, barba e capelli appena brizzolati, occhi da miope, grigi, intelligentissimi… Ah quegli occhi quante cose dovevano aver visto, quanti segreti dovevano aver penetrato!

Ritto dinanzi alla sua cliente, egli la interrogava con lo sguardo. Ella, turbatissima in quell'ora decisiva della sua vita, aveva come paralizzata la lingua.

—Si ricomponga, signora—egli disse, sedendole accanto.—Desidera prender qualche cosa? Dell'acqua? Del marsala?

Ella fece segno che non aveva bisogno di nulla. E gli chiese:

Vous parlez français?

Il dottore rispose di sì, pur dubitando, nonostante il correttissimo accento, ch'ella si servisse d'una lingua non sua.

La Teresa intanto, sempre in francese, cominciò a descrivere i disturbi di cui soffriva da alcuni giorni.

Il dottor Boni l'ascoltava con attenzione benevola. Non lo imbarazzava la diagnosi del male di cui gli si esponevano i sintomi. Più difficile gli riusciva invece di farsi un'idea esatta della signora che ricorreva al suo consiglio. Non un'avventuriera, egli sarebbe stato pronto a giurarlo; anzi, secondo tutte le apparenze, una signora molto per bene che aveva qualche forte ragione per nascondere il vero esser suo; perch'ella non era francese, il dottor Boni avrebbe giurato anche questo; era italiana come lui, sebbene non certo milanese, non lombarda… Del resto, con un po' di furberia, gli sarebbe riuscito di scavar terreno. Ma egli era troppo pratico dell'arte sua da non sapere che la discrezione è uno dei requisiti più necessari del medico.

E le prime parole ch'egli le indirizzò quand'ella ebbe finito parvero più ch'altro intese a schermirsi dall'obbligo di pronunziare un responso assoluto.

—Niente di grave, niente che debba impensierirla… Fenomeni transitorî… naturali… Ma, scusi, lei resta assente per un pezzo da casa sua?

—Nossignore.

—Ebbene… quest'assenza io le consiglierei d'abbreviarla ancora…
La quiete sarebbe il migliore dei rimedi… La quiete ed il tempo…
Il suo medico, che certo la conosce a fondo…

—Mi perdoni—interruppe la Teresa Valdengo, e ormai la sua voce era ferma—io sono venuta da lei per sapere positivamente la causa del malessere che mi turba… Vorrei ch'ella me lo dicesse senza frasi ambigue.

Il dottor Boni chinò il capo rassegnato.

—Allora, mi permetta qualche interrogazione.

—Sono a' suoi ordini.

Chiariti alcuni punti d'indole tecnica, il medico domandò:

—La signora ha già avuto bambini?

Ella ormai sentiva quale sarebbe stato il verdetto, sentiva che tutto quanto era perduto; nondimeno, irrigiditasi in uno sforzo supremo, rispose:

—No… ebbi uno sconcerto pochi mesi, dopo sposata… sedici o diciassett'anni fa…

—Sposata da più di diciassett'anni!—esclamò Boni con sincera meraviglia. Ma capì che il momento non era propizio alla galanteria, e soggiunse:—E… da quel tempo in poi… nulla?

—Nulla.

—Dunque c'era un marito—pensò fra sè il dottore.—Sta a vedere se c'è più.

Indi continuò a voce alta:—In ogni modo son casi che succedono… anche con intervalli più lunghi.

—Sicch'ella è d'opinione?…—riprese la Teresa dopo un breve silenzio.

—Per me non c'è il minimo dubbio—replicò il dottore—a meno ch'ella non mi assicurasse che non può essere.

Ella ebbe un gesto che significava: Può essere.

—Non ha consultato nessuno prima di me?—chiese il dottor Boni proseguendo il suo interrogatorio.

—Nessuno.

—Certo i sintomi l'hanno sorpresa durante il viaggio?

—Appunto.

—Ebbene, quand'ella sarà rimpatriata, il suo medico le ripeterà quello che le ho detto io… Son mali che guariscono da sè… Non c'è che da aspettare… E, almeno in principio, convien evitare ogni movimento eccessivo, evitar le emozioni… Ella mi assicurò che la sua assenza non durerà molto…

—No.

—Nè il ritorno sarà troppo lungo, troppo faticoso?

—No.

Egli non insistette. Disse solamente:

—Se vuole, le ordino un calmante.

—E per quelle insonnie, quelle insonnie terribili?

—Ci va soggetta, mi pare?—chiese il dottore tenendo la penna sospesa fra le dita.

—Da un pezzo… Prendevo il cloralio.

—Posso ordinarle anche quello… in piccola dose… Io non ho simpatia per questi veleni.

Completò la ricetta e gliela porse.

—Grazie—ella disse ripiegando la carta e riponendola in un elegante portamonete. Nello stesso tempo tolse di tasca una busta già preparata e la consegnò al dottor Boni.

Fece per rialzarsi, ma le forze la tradirono, e ricadde sulla sedia.
Era livida.

Il medico le fece aspirare una boccetta di sali, la indusse a bevere alcune goccie d'un tonico.

—Non è niente—disse la Teresa passandosi la mano sulla fronte e levandosi in piedi. Le gambe le tremavano; pur si reggeva da sè. E soggiunse:—Sono disturbi inerenti al mio stato, non è vero?

Egli accennò di sì.

A lei errava un sorriso enigmatico sulle labbra esangui.

L'altro capiva che non erano soltanto disturbi fisici; che, a ogni modo, i disturbi fisici erano inaspriti da una grande angoscia morale. Capiva che la dichiarazione strappatagli da quella povera donna aveva esercitato sopra di lei un'influenza sinistra, sentiva inevitabile un dramma di cui forse egli non avrebbe conosciuto mai i particolari, ma di cui credeva di poter indovinare a un dipresso i personaggi e la tela: due coniugi separati di fatto; un marito pronto a valersi di ogni arma contro la compagna infedele; una moglie impreparata all'onta che le pendeva sul capo; un amante atterrito dalla nuova responsabilità che lo minacciava e impaziente di scuotere un giogo che diveniva troppo pesante; dei figli forse, dei figli legittimi che non avrebbero mai perdonato il fallo materno… Povera, povera donna!… Del resto, che colpa ne aveva lui, il medico? Un suo responso diverso avrebbe mutato la condizione delle cose? Avrebbe impedito alla verità di venire in luce? E, infine, non aveva quella signora voluto saper tutto a ogni costo?

—Ha la carrozza?—egli chiese con sollecitudine.

—Sì, grazie.

—Perchè… posso farla accompagnare—soggiunse il dottore mentre suonava il campanello.

—Oh no, no—disse pronta la Teresa, agganciandosi un guanto. Abbassò la veletta e s'accommiatò con un inchino.

Tenendo sollevata la portiera, il dottor Boni fece un cenno al domestico. Questi mostrò d'avere inteso e precedette la signora lungo il corridoio e fin giù per le scale.

—Se non c'ero io—susurrò lo strisciante lacchè—la signora contessa aspetterebbe ancora nell'anticamera.—Il titolo era buttato lì a caso, in omaggio alla massima: Melius abundare quam deficere.

La Valdengo, turbata com'era, sulle prime non capiva.

L'altro si decise a mettere i punti sugl'i.

—Il dottore vuole che si rispetti il turno… La signora contessa era l'ultima arrivata.

—È vero—balbettò la Teresa, e ormai parlava in italiano.—Non era giusto ch'io passassi avanti.

E pensò a quelle donne che avevano diritto di esser ricevute prima di lei e il cui tempo era più prezioso del suo; perchè la loro mancanza dalla casa voleva dire il disordine nella famiglia, la loro mancanza dall'officina voleva dire una giornata di salario perduta. Sempre, sempre le disuguaglianze sociali; persino nella malattia, nella morte, nella vergogna!

—Ma bisogna saper distinguere le persone—riprese il servo con un'aria da cui traspariva la serena coscienza dei propri meriti.

E poich'erano sotto il portone che dava sulla strada, soggiunse:—La signora contessa ha ordinato al suo cocchiere d'attenderla qui? Non vedo nessun legno.

—Ma sì… Dev'essere quel fiacre, dall'altra parte.

—Ah… è un fiacre?—disse l'uomo alquanto sconcertato dalla rivelazione. Egli s'aspettava di veder almeno una carrozza di rimessa.

Intanto il vetturino, ravvisata la Teresa, aveva scosso le briglie sul collo al cavallo.

Fermo che fu davanti al portone, scese di cassetta con l'ombrello aperto.

Il servo del dottore rinnovò i suoi salamelecchi, che divennero più umili e più ossequiosi quando la Valdengo, senza nemmeno guardarlo in faccia, gli ebbe messo in mano un biglietto da cinque lire.

—All'albergo?—domandò il fiaccheraio.

—No, prima al telegrafo.

Parlava come trasognata, con una voce che non le pareva la sua; agiva come un automa serbando la chiara coscienza di due cose sole, avendo chiare nella mente due sole idee: ch'ella era perduta e che doveva morire col suo segreto.

L'ufficio telegrafico era pieno di gente, ed ella fu costretta ad aspettar qualche minuto per scrivere e consegnare un dispaccio diretto alla sua cameriera, con l'annuncio che domani sarebbe arrivata a Venezia verso le sette pomeridiane e con l'ordine a lei e alla cuoca di precederla in città e di farle trovare il desinare pronto e la stufa accesa.

Risalì in vettura e ne discese ancora una volta, davanti a una farmacia. Voleva consegnar ella stessa la ricetta del dottor Boni.

—Se ci dà il suo indirizzo?—le dissero.

—Ci sarebbe da attendere un pezzo?

—Oh no… ci si spiccia in un momento.

—Attendo.

Il garzone di farmacia le additò una sedia. Un medico giovine la fissò con l'occhialino.

Entrarono tre o quattro persone: una donna con un bambino che soffriva d'occhi, un servo gallonato con una chiamata d'urgenza per un dottore, un artigiano che voleva un pezzo di cerotto per un taglio… Tutti guardavano curiosamente quella signora velata.

—Ecco—disse il farmacista porgendole due boccette, involte in due pezzi di carta. E soggiunse:—La ricetta desidera tenerla lei?

—Sì—ella rispose; intascò ogni cosa, pagò, uscì. L'esodo era finito.

Di lì a poco ella si trovava sola nella sua triste camera d'albergo. E pioveva, pioveva sempre.

XVII.

Non c'era rimedio; ella doveva morire. Ma come? ma quando? Non in quella triste camera d'albergo, non fuori della sua città, non fuori della sua casa, non senza aver disposto prima di ciò che possedeva. Eredi necessari ella non ne aveva; fra i suoi parenti ce ne erano di ricchi e di meno agiati; non era giusto che la sua successione andasse distribuita fra tutti in egual misura. E oltre ai parenti non aveva ella qualche persona amica da ricordare, qualche persona amica da beneficare? La bontà, ch'era il fondo del suo carattere, le faceva, nello stato angoscioso del suo animo, trovare un conforto al pensiero di coloro che per effetto della sua morte avrebbero migliorato alquanto le proprie condizioni. Questi almeno avrebbero detto:—Povera Teresa!

E per lui, per l'uomo al quale, in una incomprensibile sorpresa dei sensi, ell'aveva sacrificato il suo pudore e il suo orgoglio, per lui non avrebbe lasciato una memoria, un saluto, un rimprovero? La notizia che la Teresa Valdengo era morta doveva giungergli laggiù nei mari lontani senza una parola di lei, senz'altre spiegazioni, senz'altri commenti, tranne quelli delle gazzette? Ma, scrivendogli, che avrebbe potuto dirgli?… Gli avrebbe detto tutto?… Anche il segreto ch'ella voleva portar nella tomba?… A che prò? Per avvelenargli l'anima con un rimorso più grande? Non era già espiazione maggiore della colpa ch'egli la credesse morta per cagion sua?… Perchè la colpa di Guido di Reana era lieve, era pari a quella di cento, di mille giovani della sua età che cercano il piacere dove lo trovano. Ella sola non aveva scusa, ella che aveva l'obbligo di sapere e di prevenire.

E Mario Vergalli, l'amico leale, il vero, l'unico amico, non lo avrebb'ella aspettato prima di porre ad effetto il suo divisamento? Poichè gli preparava un così acerbo dolore non gli avrebbe dato il conforto di dirgli ch'era pentita di non aver, già da tempo, accolta la sua onesta profferta?… Sì, ma che necessità c'era di dirglielo a voce? Non era meglio scriverglielo insieme alla piena confessione de' suoi traviamenti? Perchè mostrarsi a lui così diversa da quella ch'egli aveva lasciata, così scaduta, almeno le pareva, anche fisicamente, e forse coi segni sul viso di ciò che a lui pure ella voleva nascondere?

Ella rammentò l'ultima lettera di Mario. Egli fissava circa pel 20 del mese la data del suo ritorno. E non era adesso che il 7. Ella non aveva bisogno di decidersi così presto… Già ella non voleva uscir dalla vita come un codardo che fugge, ma come un forte che sente vana la lotta e piega il capo al destino.

Sempre assorta in un pensiero che le si affacciava sotto cento forme diverse, ella badava appena a quello che succedeva intorno a lei. In quella cupa giornata di novembre la notte era discesa precipitosa; poco dopo le cinque la cameriera dell'albergo era entrata ad accendere il lume, a chiuder le imposte, a domandare alla misteriosa forestiera che cosa desiderasse da pranzo e a che ora volesse esser servita. E, senza dubbio, la Teresa aveva detto:—Alle sette—; senza dubbio ell'aveva ordinato una tazza di brodo ristretto, un'ala di pollo, un frutto, un dito di vino; perchè alle sette in punto la cameriera era ricomparsa portando seco sopra un vassoio l'ala di pollo, la frutta, la tazza di brodo, il quinto di vino.

—Non mangia nulla la signora! Sta poco bene?—Queste parole erano state sicuramente dirette alla Valdengo, che non si ricordava se avesse risposto e che avesse risposto…

Alle sette e mezzo della tavola improvvisata non restava traccia alcuna; però qualche cosa la Teresa doveva aver preso; glielo dicevano le nausee rivelatrici, sempre più violente dopo ogni boccone mangiato. Con la testa arrovesciata sul canapè, con gli occhi semichiusi, perchè così aveva l'illusione di soffrir meno, ella cercava d'ingannare il tempo, il tempo che non passava mai, cercava di far arrivare un'ora ragionevole per coricarsi.

In certi momenti le sembrava che tutto dovess'essere un sogno; un sogno il suo viaggio a Milano, un sogno la sua visita al medico, un sogno la sua presenza in quella camera d'albergo. La donna abbandonata lì sul canapè in preda a strazi fisici e morali era un'altra, una dalle tante martoriate del mondo; era un'altra la donna risoluta a morire. Ell'aveva bensì commesso un fallo, ma il suo fallo non aveva conseguenze; con gli anni ell'avrebbe potuto dimenticarlo.

Fugaci allucinazioni dei sensi! Era lei che soffriva, era lei che espiava!

Andò a letto alle nove. La boccetta del cloralio era sul comodino. Ma nell'atto di vuotarla nel bicchiere parve alla Teresa che alcuno le fermasse la mano. Un lampo sinistro aveva attraversato la sua anima. Se il poco liquido chiuso nella piccola ampolla le assicurava il riposo d'una notte, non avrebbero potuto più dosi accumulate darle un ben altro riposo? O come mai l'era sfuggito dalla mente un fatto accaduto anni addietro a Venezia, d'una signora che aveva voluto morire così? S'era addormentata per non svegliarsi. Oh il dolce suicidio, senza spasimi, senza contrazioni, senza dolori!

Fino allora la Teresa aveva detto soltanto:

—Bisogna morire.

Ma restavano i due grandi problemi:—Come? Quando?—Ed ecco che a una delle due interrogazioni ella trovava risposta. Al pari della signora di cui non le risovveniva più il nome, avrebbe accumulate le dosi del cloralio sin da averne raccolto la quantità che sarebbe bastata ad ucciderla.

Passò una notte insonne, non però troppo agitata. Forse le aveva giovato il calmante ordinatole dal dottor Boni e preso sul far della sera; forse della morte, non lontana ma non imminente, ella pregustava la pace senza provarne ancora i terrori. E anche i suoi vicini di camera erano meno inquieti quella notte: quando il tintinnio dei primi campanelli eccheggiò negli anditi era già l'alba.

—Fa bel tempo oggi—disse la cameriera dell'albergo entrando nella stanza.

E aprì la finestra. Dirimpetto, la facciata del Palazzo Marino era illuminata dal sole.

La Teresa si alzò, avvertì che sarebbe partita col diretto dell'una, mandò alla farmacia con la ricetta del cloralio perchè le rinnovassero la pozione, e poich'ebbe avuta la boccettina la ripose gelosamente nella sacca da viaggio insieme all'altra ch'era rimasta intatta. Quella sera stessa, a Venezia, ne avrebbe versato il contenuto in una bottiglia più grande, e così avrebbe fatto nelle sere successive per una, per due settimane… Pur l'angustiava un dubbio… Quante dosi le sarebbero occorse per ottenere l'effetto? Non troppe a ogni modo, se i medici somministravano il rimedio con una tal quale ripugnanza e solo in dosi minuscole.—Io non ho simpatia per questi veleni—s'era lasciato scappar di bocca il dottor Boni, non supponendo di che pensieri quella frase gittata lì a caso avrebbe deposto il germe nella sua ascoltatrice.

E anche oggi, come ieri, dopo le dieci del mattino la piazza di San Fedele cominciò ad animarsi per l'arrivo dei corteggi nuziali che si recavano al Municipio. Ma ieri quegli sposi, quei parenti, quei testimoni che scendevano dalle vetture rattrappiti sotto gli ombrelli e coi piedi nel fango avevano un aspetto grottesco; oggi le nuove maritate, riaffacciandosi dopo il sì irrevocabile al portone del palazzo, entravano baldanzose nel sole.—Per qualcheduno la vita è bella—sospirava la Teresa. Ella doveva morire… Non per il suo fallo (quanti suicidi ci sarebbero al mondo!), non per la vergogna, non per lo scandalo, ch'ell'avrebbe accettati se non avessero colpito che lei; doveva morire per risparmiare il dono fatale dell'esistenza a una creatura innocente a cui gli ipocriti e i vili avrebbero rinfacciato l'irregolarità della nascita e che forse un giorno ne avrebbe chiesto conto a sua madre, che forse, anche amandola, non l'avrebbe stimata, che certo non avrebbe mai potuto perdonare a un'altra persona… se pur ne avesse sempre ignorato il nome… Ed era presumibile che l'ignorasse?… No, no; c'era un'unica uscita; la morte.

Verso mezzogiorno il direttore dell'albergo picchiò all'uscio.

—Desidera approfittar del nostro omnibus, o preferisce che chiamiamo una vettura—egli domandò alla Teresa.

—Chiamino la vettura—ella disse—e la mettano nel conto.

—E il biglietto della ferrovia lo ha?

—No.

—Se vuole, poichè c'è tempo, possiamo mandar subito a prenderglielo in Galleria.

—Grazie.

—Un primo per Venezia, non è vero?

—Sì… Non so quanto costi precisamente.

—Trentatre lire giuste… Ma non si confonda. Mettiamo nel conto anche queste.

—E mi raccomando di non farmi perder la corsa.

—Si figuri!

Alle dodici e mezzo, tra i profondi inchini della servitù a cui era stata larga di mancie, la Teresa Valdengo montava nel fiacre… Addio, Milano!… Ella sapeva bene che non vi sarebbe tornata mai più.