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Il fallo d'una donna onesta cover

Il fallo d'una donna onesta

Chapter 22: XIX.
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About This Book

A solitary, respectable woman receives a long letter from a friend entrusting her with the care of a young naval officer who is still troubled by a past liaison and soon to sail on a long voyage. The narrative follows the household moments around his arrival, the woman's inward struggle between composure and susceptibility, and the social whisperings that measure female behavior. Episodes alternate intimate reflection and domestic encounter, examining loneliness, duty, reputation, and the subtle pressures that test personal resolve within a constrained social milieu.

XVIII.

Erano circa le dieci del mattino. La Teresa, in veste da camera, nel suo salottino verde, sfogliava le lettere e i giornali che la posta aveva portati durante la sua breve assenza e a cui ell'aveva appena data un'occhiata la sera precedente. Già aveva visto subito che fra quelle lettere non ce n'era nè di Mario Vergalli nè di Guido di Reana. Il silenzio di Vergalli la stupiva: circa a Guido ella pensava con amarezza:—Quello lì ha bell'e dimenticato.—Era ingiusta, perchè il Colombo non toccava terra prima di Porto Said e una lettera scritta di là non poteva ancora esser giunta.

Curva dinanzi alla stufa, la cameriera attizzava silenziosamente il fuoco.

—Non arde?—domandò la signora.

—Ora sì—rispose la Luisa. E alzandosi in piedi, soggiunse:—Comanda altro?

—Nulla… Sì… a proposito… Non occorre dire alla gente della mia gita a Milano… Torno dalla campagna, ecco.

La cameriera chinò il capo:—Come la signora vuole.

In quella si udì una scampanellata alla porta di strada e la Luisa corse a veder chi fosse.

Rientrò di lì a un momento rossa in viso, trafelata:—Signora, signora, c'è il conte Mario.

La Teresa sentì rimescolarsi il sangue. Non se lo aspettava così, senza una riga che lo annunziasse. Nell'eccitamento de' suoi nervi, le parve indiscreto quell'arrivo improvviso, le parve che Vergalli avesse l'aria di voler sorprenderla, di voler togliere il merito della spontaneità alla confessione dolorosa ch'ella si proponeva di fargli.

E il suo cuore si rinchiuse in sè stesso, e quand'egli si precipitò nella stanza, le sue labbra non trovarono che un freddo saluto, le sue mani, le ceree mani dimagrite, ricambiarono mollemente la stretta vigorosa dell'amico, reduce dopo circa tre mesi di lontananza.

—Teresa, che cos'avete?—egli le domandò turbato, più che dalla strana accoglienza, dall'aspetto mutato e sofferente di lei.—Non istate bene?

—Non è niente—ella rispose invitandolo a sedere e abbozzando un languido sorriso.—Mi avete fatto paura.

—Io?

—Siete piombato qui come un fulmine.

Anche a lui si stese una nuvola sulla fronte, ed egli balbettò:—Ma… se vi disturbo…

—Via… che discorsi?—ella riprese trattenendolo con un gesto.—Ditemi piuttosto quando siete arrivato…

—Stanotte… anzi stamattina, alle cinque, da Milano…

—Da Milano?—ella esclamò, pensando che forse egli era in quella città contemporaneamente a lei e che si sarebbero potuti incontrare.

—Sì… Non mi son fermato che tra una corsa e l'altra. Arrivavo dalla via del Gottardo… Vengo dall'Olanda tutto d'un fiato… E vi credevo a Mogliano… L'ultima vostra lettera mi avvisava della vostra partenza per la villa… Tardi partivate quest'anno… Ero deciso di farvi una visita in campagna oggi stesso… Però volli passar prima da casa vostra per sentire se mai foste tornata.

—Sì… sono tornata—ella ripetè, guardando da un'altra parte. Le doleva il nascondergli la sua gita a Milano; ma più la sgomentava il pensiero delle spiegazioni ch'egli le avrebbe chieste. Preferì interrogarlo.—Perchè non mandare una riga?

—Non so…. Fu una risoluzione presa lì per lì.

—In fatti, secondo le vostre lettere dall'Aja, non dovevate essere a
Venezia che al 20 del mese.

—Ho anticipato, è vero… Mi s'era cacciata addosso una di quelle impazienze che non si possono frenare. Già ero stato assente più del solito.

—Avete visto molte cose… molti paesi nuovi.

—Di nuovo non ho visto che l'Olanda… Ma nei luoghi che conoscevo ho trovato tanti cambiamenti!… Tutto cambia, tutto si trasforma.

—Tutto!—ella sospirò.—Mi discorrerete del vostro viaggio.

—Abbiamo tempo… Ma voi Teresa—riprese Vergalli cercando la mano dell'amica—ma voi, siate sincera, che cos'avete?

—Che cosa debbo avere?—ella ribattè un po' infastidita.—Non è amabile, sapete, il far capire a una signora ch'ella è malandata.

—O che c'entra l'amabilità?… Ci possono esser cerimonie fra noi due?… Anche un cieco s'accorgerebbe che non istate bene.

—Ho avuto un'indisposizione di nessun conto. Adesso sono guarita.

—Sarà—soggiunse il conte Mario tentennando il capo.—Tuttavia…

—Tuttavia—ella disse, fingendo di prender la cosa in celia—non ho l'apparenza fiorente… Eh, caro Vergalli, gli uomini devono essere preparati a queste sorprese sgradevoli dalle donne della mia età… Le lasciano giovani e di lì a un mese le trovano vecchie.

—Vecchia, voi?

—Ho trentott'anni sonati.

Egli si strinse nelle spalle.—Se siete vecchia voi a trent'otto anni, io sarò addirittura decrepito… Gli è che siete pallida, che avete gli occhi pesti, che sembrate stanca, affranta….

—Oh insomma, corvo dalle male nuove, volete finirla?—ella interruppe alzandosi dalla sedia e avvicinandosi alla finestra.

Egli pure si alzò e la seguì, le cinse amorevolmente con un braccio la vita, e poich'ella tentava ritrarsi—Non abbiate paura—le disse.—Dovreste esser persuasa che la mia affezione per voi è altrettanto disinteressata quanto profonda.

La Teresa assentì con un cenno del capo.

—Ebbene, in nome di quest'affezione, io non vi domando oggi che una cosa sola: curate la vostra salute. Dopo la morte del dottor Pozzi, voi siete rimasta senza medico… credo almeno…

—La gran disgrazia!

Vergalli continuò:

—Sceglietene uno di vostra fiducia… Cerchiamo insieme…

—No, no, no—ella rispose reagendo contro la commozione che la vinceva al suono di quella voce così dolce nella sua gravità triste e solenne. Ed ella sentiva che qualunque altra cosa egli le avesse chiesto in quel momento ella gliel'avrebbe accordata. Ma questa no. Non avrebbe chiamato un medico, non avrebbe subito un nuovo interrogatorio umiliante.—Non insistete, Vergalli, non voglio saperne di medici.

E allontanandosi da lui si rimise a sedere.

—Siete strana, Teresa, molto strana… Non vi conoscevo così.

—Non si conosce a fondo nessuno. Non si conosce neanche sè stessi—ella borbottò fra i denti.

—Mi fate tanto male—egli soggiunse.—Torno da un lungo viaggio, corro a questa casa ch'era il mio rifugio, il nido della mia anima, corro dall'amica per la quale avrei dato fin l'ultima stilla del mio sangue, e m'accorgo subito che non ho più nido, che non ho più amica.

La Teresa lo guardò con infinita malinconia.

—Perchè dite questo?

Seduto presso al tavolino, con la faccia nascosta fra le mani, egli, come se le parole di lei non gli fossero giunte all'orecchio, riprese quasi parlando a sè medesimo:

—Oh, non è un colpo improvviso… Già le vostre lettere erano un avvertimento…

—Le mie lettere?… Che vi scrivevo?—ella esclamò sgomentata.

—Non erano le vostre lettere d'una volta—egli replicò—le vostre lettere belle, serene, trasparenti come l'anima vostra, come la vostra fisonomia… Nell'aprirle tremavo… Sentivo che qualcheduno s'era posto fra noi… sentivo che non mi dicevate tutto… Era meglio non dirmi nulla… o dirmi tutto… Già, anche lontano, le indiscrezioni arrivano…

—Quali indiscrezioni?—ella balbettò con un filo di voce. Capiva che la sua domanda era sciocca, ipocrita quasi, capiva che la confessione schietta, sincera, era la sola degna di lei… e pur nell'istante decisivo gliene mancava il coraggio.

—Oh!—fec'egli, alzando lentamente gli occhi in cui tremolava una lacrima—gli amici zelanti non mancano mai… nemmeno a chi vive solo e sdegnoso.

Vergalli raccolse tutte le sue forze per un'interrogazione suprema.

—Dite la verità, Teresa, quell'ufficiale l'avete amato?

Dio, Dio, che momento terribile per la Teresa!… E che poteva ella rispondere, ella che, prima e dopo della partenza di Guido di Reana, aveva invano rivolto un'identica domanda a sè stessa? Era amore quello che l'aveva spinta in braccio di Guido?… E se non erano amore quei baci, quelle carezze ricambiate, che cos'erano mai? Come scusare se non con l'amore quell'assoluto abbandono di sè?

Ella taceva.

—Oh!—proseguì Vergalli nell'angoscia di quel silenzio rivelatore.—Io dicevo: Il mondo è tanto cattivo… è così pronto a giudicar dalle apparenze… Li avranno visti insieme;… egli, come accade sempre alla sua età, le avrà fatto la corte; ella, trattandosi d'un ragazzo, avrà preso la cosa in ischerzo, e la gente, che trova una voluttà perversa a straziar le migliori riputazioni, si sarà affrettata a concludere: Ah finalmente, anche lei, la irreprensibile, la purissima, anche lei ha un'amante… Questo io mi dicevo…. E dicevo anche: Ne rideremo insieme…

—Per carità, Vergali!, basta così—ella supplicò. Troppo soffriva, troppo soffrivano tutti e due.

—No che non basta—egli ribattè, cedendo a quella tendenza fatale che hanno gli uomini di tormentar le proprie ferite. E sia che volesse vuotare il calice sino alla feccia, sia che gli balenasse ancora un pallido raggio di speranza, soggiunse insidiosamente:—Del resto non sarà stato che un romanzetto sentimentale. Giudiziosa come siete, non avrete dato il vostro cuore a un fanciullo in modo da non poterlo riprendere.

Un sorriso amaro le sfiorò le labbra.

—Oh, il mio cuore!—ella mormorò.—So molto io dov'è il mio cuore!…
C'è poi il cuore?

—Oh Teresa, Teresa, che linguaggio tenete?… C'è dunque di peggio?… Siete stata… sua?

Prima ch'egli potesse meravigliarsi seco medesimo d'aver tanto osato, ella, a voce bassa ma ferma, aveva risposto:—Sì.

La brutalità dell'inchiesta non l'aveva offesa. Quasi avrebbe ringraziato Vergalli d'aver trovato la formula che consentiva a lei di liberarsi con un monosillabo solo dal peso intollerabile che l'opprimeva.

Egli represse un gemito e dovette tenersi forte al piano della seggiola. Era come se avesse ricevuto una mazzata sul capo.

Due volte si provò a parlare e non gli venne fatto di articolare una sillaba. Due volte cercò i cari occhi fissi ostinatamente al suolo. Alla fine si alzò lento lento, prese il cappello che aveva deposto sopra un mobile e barcollando si avviò verso l'uscio.

—Ve ne andate?—ella susurrò ansiosamente.

Egli accennò di sì.

—E tornerete… Quando?

—Non so… Probabilmente riparto.

—Ripartite?

—Che devo fare?

—Non senz'avermi risalutata, spero… Arrivederci, Mario.

—Addio.

Ella fu a un punto di balzar dalla sedia, di corrergli dietro, di richiamarlo; ma le forze la tradirono. Non potè che esclamare:—Dio mio, Dio mio!

Vergalli era ormai fuori della stanza, scendeva come un ebbro la scala, non poteva udirla.

XIX.

Aveva disceso come un ebbro la scala, come un ebbro aveva percorso la strada fino a casa sua; s'era chiuso nel suo studio dicendo al servitore:

—Badate che non ci sono per nessuno.

Ah quel , quel della Teresa gli sonava dentro come un rintocco d'agonia, agitava nel suo animo un tumulto di sensazioni affannose che lo straziavano a gara. Vi sono malattie che portano lo sfacelo del corpo; così vi sono dolori che portano lo sfacelo dell'anima; non c'è parte che non ne resti ferita. Il conte Mario era colpito nel suo amore, nella sua fede, nel suo culto, nella sua vanità, nel suo orgoglio; tutto ciò che gli era più caro e più sacro, tutto quel breve monosillabo aveva scosso dalle fondamenta. Quella donna egli l'aveva adorata dal dì che l'aveva vista; l'aveva rispettata prima come moglie d'un amico, poi, quand'era rimasta vedova, le aveva offerto il suo nome e la sua fortuna; e poich'ella, aliena dal riprender marito, non aveva accolto le sue proposte, egli, povero sciocco, s'era contentato di ciò ch'ella gli dava, un'affezione calma, tranquilla, un'affezione che non ricambia ma permette l'amore. Mai egli aveva tentato di rompere il loro tacito accordo; un giorno solo, singolare atto d'audacia, aveva osato sfiorarle con le labbra i capelli, e dopo averne arrossito come un bambino, ne aveva chiesto perdono come un colpevole. Non doveva bastargli di aspirar la fragranza di quel fiore gentile? Non doveva bastargli di esser l'intimo fra gli amici, poichè a nessuno era concesso di più? Non doveva consolarlo quel pensiero che il Petrarca esprime in versi soavissimi:

    Presso era 'l tempo dov'amor si scontra
      Con castitate, ed agli amanti è dato
      Sedersi insieme e dir che loro incontra?

Ahi, troppo presto il suo desiderio l'aveva invecchiata! Ecco, il fiore gentile s'era lasciato cogliere! Un ignoto era giunto, un adolescente quasi un fanciullo, e aveva trionfato di quell'austera virtù. Nè ella celava, nè attenuava il suo fallo. Aveva appartenuto a quell'adolescente, a quel fanciullo. Vergalli si dibatteva nelle smanie della gelosia, una folla d'immagini impure gli passava rapidamente dinanzi. La vedeva, l'amica irreprensibile, immacolata, la vedeva in braccio del seduttore; le labbra pudiche, che a lui si erano negate sempre, vibravano sotto i baci del giovinetto, gli occhi dolci, ov'egli non aveva mai sorpreso una fiamma meno che onesta nuotavano nella voluttà, tutta l'armonia della bella persona era turbata da quel delirio dei sensi che ci par così ignobile quando non siamo noi a destarlo… E pensieri anche peggiori torturavano Mario Vergalli. Era quello il primo amante della Valdengo? O non ne aveva avuti degli altri?… Che altri l'avessero insidiata, quest'era certo, ed egli si ricordava di qualcheduno che le aveva fatto una corte assidua, insistente… Ma se gli erano sorti dei dubbi, la Teresa li aveva dissipati così presto! Ed era tanta la fiducia ch'ella riusciva a inspirargli ch'egli non tardava a pentirsi de' suoi sospetti oltraggiosi… E dire che fors'ella mentiva, che forse co' suoi cicisbei si prendeva giuoco di lui, credulo e ingenuo! Vergalli rievocava i nomi e le figure di coloro la cui presenza in casa della Teresa gli aveva dato più ombra. Un tempo era stato Venosti Flavi, lo zio, col suo ghiribizzo di sposarla. Ella ne aveva riso con Mario.—Non isposo voi che mi siete caro e che stimo; vorreste che sposassi mio zio, col quale siamo agli antipodi in tutto?—Dopo s'era atteggiato a pretendente un forestiero, un tedesco, di modi eletti, di rara cultura; a questo era successo un comandante di marina, capitano di fregata, un bell'uomo, parlatore facondo, noto per una giovinezza avventurosa; e anche questo, scapolo impenitente, aveva dichiarato d'esser pronto a convertirsi al matrimonio per amore della simpatica vedovella. Ed ella aveva respinto lui, aveva respinto il tedesco, aveva respinto un pittore di grido, ripetendo sempre a Vergalli:—Non abbiate paura; se mi rimaritassi, sareste voi il prescelto.—E infatti tutti si dileguavano; egli solo le restava vicino come un cane fedele… E adesso un'idea orribile gli si affacciava alla mente sconvolta. Quei galanti, quei vagheggini s'erano dileguati per scoraggiamento o per sazietà? Ella che non li aveva voluti per mariti, aveva accondisceso ad averli per amanti?… Ma a questo punto l'eccesso dell'ingiuria provocò in lui un principio di reazione. O come mai la donna ideale poteva, nella sua fantasia insozzata, trasformarsi in una volgare Messalina? Ella, che oggi era così pronta alla confessione d'un fallo, avrebbe per anni ed anni coperto le sue sregolatezze con la maschera dell'ipocrisia? Ella che oggi portava in viso i segni della vergogna e del rimorso avrebbe saputo in passato serbarsi imperterrita, serena, ridente, come chi non ha neppur peccati di desiderio? E nessuno avrebbe scoperto nulla, nessuno dei felici avrebbe parlato, nessuno fra i tanti ricercatori di scandali avrebbe colto un indizio, slanciato un'accusa?… No, no, il sospetto era turpe ed assurdo. Prima che la cieca fatalità spingesse sulla sua via quell'ufficialetto, quel Guido di Reana, la Teresa non aveva fallito mai; ell'era veramente la creatura nobile ed alta che Mario Vergalli aveva posta in cima de' suoi pensieri, e per amor della quale egli aveva rinunciato alle attrattive della società, alle distrazioni della galanteria, alle gioie della famiglia, a tutto tranne al suo viaggio annuale… Oh se avesse rinunciato anche a quello!… Se l'estate scorsa, anzichè girar per l'Europa, fosse rimasto a Venezia, a consigliarla, a difenderla!… Guido di Reana avrebbe probabilmente avuto la sorte degli altri corteggiatori, ed egli, Vergalli, non avrebbe perduta, irremissibilmente perduta, la sua impareggiabile amica.

Gli occhi di lui si fissavano sopra una fotografia della Valdengo ch'egli teneva sempre sul suo tavolino. Era una fotografia di due anni addietro, e negl'intendimenti della Teresa doveva esser l'ultima ch'ella si sarebbe fatta fare prima d'avere i capelli bianchi… Invece, in ottobre, cedendo alle istanze di Guido, era tornata dal fotografo… ma, questo, Vergalli non lo sapeva. Il ritratto che egli aveva davanti a sè non gli era mai parso così bello… Oh la fronte limpida e onesta! Oh la bocca incantevole e sorridente in cui si maritavano insieme arguzia e bontà!… Dunque d'ora innanzi quella bocca, quella fronte, quello sguardo, egli doveva contentarsi di vederli così, nella fredda effigie fotografica; mai più li avrebbe visti rischiarati dalla luce interiore dell'anima, mai più avrebbe udito la cara voce soave… Se pure gli avvenimenti irreparabili non avessero alzato una barriera fra lui e la Teresa, se pur egli avesse potuto impor silenzio al suo risentimento, al suo orgoglio, alla sua dignità, come osar di comparirle dinanzi dopo averla lasciata in sì brusca maniera, senza attendere, senza chiedere una spiegazione?… S'egli avesse atteso, se avesse chiesto, chi sa che cosa ella gli avrebbe detto?… Perchè ella forse non era che una vittima, vittima di qualche violenza o di qualche insidia, e a lui non toccava di condannarla ma di vendicarla… Vendicarla? E come? Doveva correr sulle traccie di quel don Giovanni minuscolo viaggiante nei mari d'Oriente? O spedirgli fino in China o nel Giappone un cartello di sfida? Follie! Con che titolo si sarebbe fatto paladino della Valdengo?… Ma sapere almeno, sapere i particolari del triste dramma!… Certo sol che avesse voluto sobbillare la servitù gli sarebbe stato facile raccogliere una larga messe d'informazioni… Figuriamoci se una cameriera, se una cuoca non s'accorge delle tresche della padrona!… Ma questo mezzo ripugnava troppo a Vergalli… E con disgusto anche maggiore egli pensava alle allusioni velate dei falsi amici, ai pettegolezzi del club, ai conforti ipocriti che gli sarebbe toccato subire… Ah no! Mille volte meglio lasciar Venezia per sempre, andar lontano… Ma dove?… C'era un posto al mondo ove il suo dolore non l'avrebbe seguito?

Si picchiò all'uscio.

—Chi è?—gridò irosamente Vergalli.—Non ricevo nessuno.

—Ero io—rispose il domestico senza entrare.—Venivo a sentire se vuole il lume, se debbo rifonder legna nella stufa… e se pranza a casa… perchè… non c'è nulla.

Il conte Mario si ricordò allora soltanto che dopo il caffè della mattina non aveva preso neppure un bicchier d'acqua, allora soltanto avvertì che la stanza era quasi buia e quasi fredda.

—Pranzerò fuori—egli disse.—Accendete una candela nella mia camera.

Per solito il primo giorno ch'egli tornava da un viaggio, se la Teresa era a Venezia, egli desinava da lei; oggi egli cercò un restaurant di secondo ordine, e sedette a una tavola in disparte. Non aveva fame, ma era sfinito, e si sforzò di mangiar un boccone e di ingoiare un bicchiere di vino.

Pagato il conto, uscì senza uno scopo, senza una meta, deciso soltanto a evitar le vie frequentate, a non metter piede in piazza San Marco ove si sarebbe imbattuto in qualche conoscente.

Ma la precauzione gli giovò poco, che all'angolo d'una calle sentì mettersi una mano sulla spalla e chiamarsi a nome:

—Vergalli, o Vergalli!

XX.

Era Venosti Flavi. Non erano amici, tutt'altro; non avevano forse un'idea, un'opinione comune; ma si vedevano spesso al club, s'incontravano di tratto in tratto dalla Valdengo, e mantenevano fra loro quelle relazioni di buona società che possono assumere perfino le apparenze d'una cordiale dimestichezza. Convien aggiungere che il barone Amedeo, dopo che gli era passato lo strano ghiribizzo di sposar la nipote, aveva espresso il parere ch'ella dovesse almeno accettar l'offerta di Mario Vergalli. Egli non capiva che gusto ci trovasse la Teresa a tenersi attorno quell'adoratore platonico invece di farsene un marito che le avrebbe dato una posizione nel mondo.

È vero che non capiva nemmeno il gusto che aveva Vergalli a filare il sentimento… alla sua tenera età.

Comunque sia, quella sera il conte Mario dissimulò a fatica la noia che gli recava l'incontro.

L'altro non se ne diede per inteso.

—Bene arrivato—disse.

—Grazie.

—E… da quando?

—Da stamattina all'alba.

—È vero… Da stamattina…

—Lo sapevate?

—Sì.

—Come?

—Vengo da casa di mia nipote—soggiunse il barone.

—Ah!—fece Vergalli imporporandosi in viso.

—È molto deperita—riprese Venosti Flavi.

—Sì… forse…—balbettò il conte.

E si ricordò che al primo momento era parsa tanto deperita anche a lui, si ricordò che l'aveva supplicata di chiamare un medico. Poi non aveva insistito, assorto com'era nelle proprie sofferenze, nel proprio dolore.

Venosti continuò:

—A me non dà retta. Ma io le dissi: Ti persuaderà Vergalli a curarti… Sapete quel che mi ha risposto?… «Oh, Vergalli riparte. Non lo vedrò più…» È possibile?

—Non capisco perchè dica questo—borbottò Mario con manifesto imbarazzo.

—È assurdo, non è vero? Perchè, fra vecchi amici, se pur vi sono dei malintesi…

Mario Vergalli era sulle spine. Il barone parlava per conto proprio, o per incarico della Teresa? E come mai la Teresa si sarebbe confidata a un parente del quale non aveva nessuna stima, avrebbe scelto lui a intermediario d'una riconciliazione col suo amico più caro?… A ogni modo, poichè Venosti Flavi parlava del solo argomento che potesse interessare Vergalli, questi stava tutt'orecchi a sentirlo.

—Quella benedetta donna—proseguì l'amorevole zio—ha qualità eccezionali di cuore e d'ingegno, ma talvolta è aspra, tagliente…

—Non mi sembra—ribattè Mario, già disposto a difenderla.

—Sì, sì, anche contro sè stessa… Abbiate pazienza, Vergalli, io la conosco fin da bambina… Per una bravata, invece di chieder scusa d'un piccolo fallo, era capace di esagerarlo ad arte, era capace perfino d'accusarsi di colpe non commesse… E non si è corretta con gli anni… Ultimamente…

Qui Venosti si guardò intorno, abbassò la voce, e passò il braccio sotto quello del suo interlocutore.

—Ultimamente… non è un segreto per nessuno, nemmeno per voi ch'eravate lontano… mi disse lei che sapete tutto… ultimamente ell'ebbe il torto di lasciarsi far la corte da quell'ufficialetto di marina… quel di Reana… figliuolo di un'antica compagna di collegio, un ragazzo.

—In fin dei conti—insinuò Vergalli con uno sforzo—la signora
Valdengo è padrona di sè… non ha obblighi verso nessuno…

—Sì e no… Verso di voi, per esempio…

—Nè verso di me, nè verso altri—replicò Mario Vergalli in tono reciso.

Il barone si strinse nelle spalle.

—Sarà come vi piace… Voglio dire soltanto che novantanove donne su cento si sarebbero lasciate far la corte quanto lei e più di lei, ma tutte avrebbero avuto certi riguardi, certe cautele… Nessuna avrebbe messo il suo amor proprio a sfidare l'opinione pubblica.

Il conte Mario s'agitava, cercava interrompere.

—Basta, Venosti…

—Tollera tanto l'opinione pubblica, ma non vuol essere sfidata… E badate che in questo caso io credo in coscienza che non ci sia stato nulla di grave… Senonchè mia nipote, mi par di sentirla, alla minima osservazione avrà preso fuoco e avrà ammesso il peggio.

Come Venosti s'ingannava! Come aveva torto di dire che conosceva sua nipote! Sì, forse con lui, con lo zio, nauseata di quella morale tutta di convenzione, la Teresa poteva aver ceduto ad un impeto subitaneo, aver risposto con l'alterezza di chi crede il suo fallo meno spregevole di certe virtù di parata. Ma non a quel modo aveva risposto a Vergalli; nel che con voce languida, quasi morente, ell'aveva lasciato cader dalle labbra, non c'era il vanto spavaldo di una colpa non commessa; c'era la confessione umile e penosa della caduta profonda e irreparabile.

Pure al conte Mario non era lecito di mostrarsi meno convinto dell'innocenza della Valdengo di quello che se ne mostrasse Venosti.

—Voi fantasticate—egli disse, e ogni parola gli costava una fatica immensa—donna Teresa non aveva niente da ammettere, e… almeno con me… non ha ammesso niente… Del resto, io son convinto al pari di voi ch'ella non abbia da rimproverarsi colpa alcuna.

—Tanto meglio—replicò il barone con aria un po' scettica,—Allora non sarà neanche difficile che facciate la pace.

—Non c'è da far pace quando non c'è stata guerra—osservò Vergalli.

—Meglio, meglio—ripetè Venosti Flavi,—Ma quest'è un'altra prova che mia nipote è un po' squilibrata e ha bisogno più che mai dell'indulgenza de' suoi amici. Se ne avesse perduto uno come voi, sarebbe una gran disgrazia.

Mario Vergalli taceva, smarrito dietro mille congetture. Perchè il barone Amedeo lo adulava in tal maniera? Che pretendeva da lui? Egli, il vero tipo dell'egoista volgare, poteva esser mosso da un affetto sincero verso la Teresa, poteva agire senza secondi fini?

—Non tocca a me a darvi consigli—riprese untuosamente il barone.—Fate quello che il cuore v'inspira… Nessuno ha sull'animo di mia nipote l'ascendente che avete voi… Se, imponendo silenzio anche alle vostre giuste suscettività, tornerete da lei, se le parlerete da amico, se le raccomanderete la calma, farete un'opera buona… Che non commetta pazzie, che non si condanni da sè… che non si isoli come uno che abbia la lebbra addosso. Io l'ho detto sempre che quella non era donna da viver sola… Perchè non s'è rimaritata? Le occasioni non le sarebbero mancate… Che non abbia voluto sposar me, transeat… Non eravamo adattati l'uno per l'altra, e anzi, io devo ringraziarla d'avermi risparmiato un solenne sproposito. Ma perchè non ha sposato voi?

—Son discorsi vani, caro Venosti—interruppe il conte Mario.

—D'accordo… forse oggi non la sposereste più, nemmeno se fosse lei a pregarvene… Credo tuttavia ch'ella non durerebbe fatica a trovare un marito… È ricca, è piacente, ha trentott'anni… figuriamoci se non troverebbe…

—E perchè no il sottotenentino di vascello?—saltò su il Vergalli con amara ironia. L'idea del matrimonio della Teresa gli faceva perdere il lume della ragione.

—Volete scherzare?—ripigliò Venosti.—Il sottotenentino di vascello!… Un fanciullo!… Un bel partito sarebbe!… No, no, a mia nipote conviene un uomo serio, posato, maturo…

—E affidereste a me l'ufficio di cercarlo?

—Nemmen per sogno… Si parla accademicamente, per l'interesse che portiamo tutti e due alla Teresa Valdengo… Dicevo quale sarebbe, secondo me, la linea di condotta ch'ella dovrebbe tenere.

—Donna Teresa non è una bambina—notò il conte Mario.—Sa regolarsi da sè.

—Bene, bene—fece Venosti a modo di conclusione.—Se ve ne lavate le mani voi, tanto più posso lavarmele io. E sarà quel che sarà… Davvero partite?

—È probabilissimo.

—Allora buon viaggio, e grazie d'esser venuto fin qui.

Senza porvi mente Mario Vergalli aveva accompagnato il barone Amedeo alla porta di casa.

—Vado a far toilette—disse questi.—Sono a cena dai Marvesi che festeggiano le loro nozze d'argento… Gran brava donna quella contessa Silvia! Ha saputo conservarsi il marito e gli amanti.

Il barone, ch'era d'umore espansivo, soggiunse, con un sorriso fatuo e misterioso:

—Saremo in cinque stasera, e se non fosse morto il povero Castellini si farebbe la mezza dozzina.

—Compreso il marito?

—Senza.

XXI.

Vergalli continuò a girar solo per strade poco frequentate, in preda a un'agitazione vivissima. Mai egli avrebbe creduto che un colloquio col barone Venosti Flavi potesse turbarlo così. Quell'uomo mediocre, vanitoso, volgare, mondano, che aveva sempre in bocca le sue relazioni titolate, i suoi príncipi forestieri, quell'uomo che per solito Mario non istava nemmeno a sentire, era riuscito oggi con le sue parole a insinuargli nel sangue un veleno sottile che gli bruciava le vene. Aveva destato in lui gli scrupoli della coscienza, aveva inasprito le smanie della gelosia, lo aveva reso più incerto che mai sulla via da seguire. Partire, e lasciar la Teresa malata, affranta d'animo e di corpo; partire perch'ella morisse senza di lui, o, peggio ancora (sì, peggio, giacchè gli amanti sono profondamente egoisti), perchè stringesse nuove amicizie, perchè, accettando il suggerimento dello zio commendatore, si decidesse a prender marito? Non bastava ch'ell'avesse appartenuto a quel di Reana? Ce n'era in serbo un secondo, uno sposo legittimo? Se almeno, allontanandosi, Mario avesse potuto ignorare! Ma la notizia di quelle nozze lo avrebbe raggiunto ovunque egli fosse, gli sarebbe forse venuta dalla Teresa medesima! Restare invece? Ma era concepibile di restare a Venezia e non andar da lei, e non vederla più che a caso, come una estranea, in compagnia d'altri, col rischio, s'ella si maritava, d'incontrarla per via insieme al consorte?… C'era sì un mezzo termine: quello di restare fingendo d'aver tutto perdonato, tutto dimenticato, e intanto vigilarla come una prigioniera, chiudere ogni spiraglio da cui potesse entrare un soffio d'aria nuova nella sua vita! Ma era una cosa ignobile, era una cosa vile, era il vero modo di guadagnarsi l'odio della persona di cui s'era invocato ardentemente l'amore!… Ah no, questo Mario Vergalli non lo avrebbe mai fatto; piuttosto…. Qui, al punto di fermar la mente sopra una soluzione eroica che lo avrebbe ricondotto ai piedi della Teresa, implorante ancora la grazia di farla sua moglie, egli sentì un impeto di rivolta nel sangue…. No, no, non era da pensarci…. tanto più che, chi sa, a questo forse miravano i discorsi tortuosi e avviluppati di Venosti Flavi…. Sua nipote s'era compromessa, sua nipote non era donna da portare con disinvoltura una così piccola disgrazia…. bisognava cercare un pietoso Cireneo, e se il Cireneo tentennava, farlo decidere eccitando la sua gelosia, agitandogli dinanzi lo spettro di altri pretendenti possibili…. L'idea era degna del barone Venosti, che probabilmente non l'aveva nemmeno comunicata alla Teresa troppo orgogliosa da prestarsi ad un giuoco simile…. Troppo orgogliosa? Tale era certo prima del fallo…. Se non fosse più tale ora? Se fiaccata dalla caduta, si piegasse ad artifizi già ripugnanti alla sua natura?… Ebbene, egli non avrebbe messo a repentaglio la sua dignità, egli, dei vari partiti che gli si offrivano, avrebbe adottato quello che, sebbene doloroso, lo difendeva meglio dalle insidie altrui e dalle debolezze proprie, avrebbe, l'indomani, lasciato Venezia.

Con questo proposito ritornò a casa ch'erano quasi le dieci. Avrebbe detto al cameriere di rifargli subito le valigie e di chiamarlo presto la mattina. Voleva prender la corsa delle dieci per Roma e Napoli. A Napoli si sarebbe imbarcato per l'Egitto.

Ma mentre stava per dar gli ordini i suoi occhi si posarono sopra una lettera ch'era sulla scrivania. Non ebbe bisogno di chiedere chi l'avesse mandata; chiese soltanto con emozione repressa:

—Quand'è venuta?

—Un paio d'ore fa—rispose il servo.

—Va bene…. Andate pure.

—Desidera nulla?

Mario restò dubbioso un istante; poi disse guardando l'orologio:—Aspettate di là…. Se prima delle dieci e mezzo non vi chiamo, potete coricarvi.

Appena fu solo, Mario Vergalli ruppe con mano tremante la busta ch'esalava il noto profumo di violetta.

Amico mio—gli scriveva la Teresa,—Probabilmente riparto, mi dicevate oggi nel lasciarmi. Non oso cercar di rimovervi dalla vostra idea, non voglio discuterla. Può darsi che abbiate ragione; può darsi che, dopo quanto è successo, la vostra risoluzione sia la più savia. Ma in nome dell'affetto che mi avete portato e che meritava migliore ricambio, vi supplico, Mario, prima della vostra partenza, di passare un'altra volta, un'ultima volta, da me…. Passate domani a qualunque ora vi piaccia. Sarò sempre in casa e non ci sarò che per voi. Non temete di nulla. Non voglio che vedervi, non voglio che domandarvi perdono d'aver spezzata la vostra esistenza…. Per colpevole ch'io vi sembri, esaudite questa preghiera suprema. V'aspetto, Mario.

TERESA.

Così ella scriveva, e Mario Vergalli, divorando le poche righe di cui la commozione aveva resi incerti e confusi i caratteri, sentiva fondersi la sua collera in una grande tenerezza, in una grande pietà. Povera e buona Teresa, che non sapeva se non accusare sè stessa e chieder perdono agli altri! E quest'era la donna ch'egli insozzava co' suoi sospetti, ch'egli, un momento prima, aveva creduto capace di bassi artifizi, ella che, spontanea, confessava il suo unico fallo, e non aveva una parola acerba pel vile abbandono dell'amico di quasi vent'anni? Ma, in verità, che diritto aveva Vergalli d'essere inesorabile con lei? Che diritto hanno gli uomini d'imporre al sesso più debole un'austerità di costumi ch'essi non si sognano di avere? Egli, Vergalli, il giudice inflessibile, dacchè conosceva la Teresa Valdengo, non aveva nulla a rimproverarsi? Sicuro…. per gli uomini la cosa è diversa;… ciò ch'essi dànno non importa il sacrifizio della loro dignità…. Eppure…. eppure questa disuguaglianza, che la natura ha iniziata, non fu ingigantita artificialmente dalle ipocrisie sociali, quelle ipocrisie medesime che tutto permettono e assolvono tutti, maschi e femmine, sol che si salvino le apparenze? Ah che mondo di tristi e codardi! Ecco, la Teresa Valdengo, libera, padrona delle sue azioni, era umiliata, reietta per un istante di oblio, mentre intorno a lei si pompeggiavano inchinate, invidiate le mogli adultere, le ragazze corrotte, le avventuriere che non furono mai nè ragazze nè mogli…. E a quante non aveva anch'egli in gioventù, schivo e sdegnoso com'era, a quante non aveva baciato la mano; a quante non aveva offerto il braccio per condurle trionfalmente in mezzo alla folla pigiata negli eleganti salotti!… Ah valeva proprio la pena di essersi emancipato a poco a poco dalle menzogne convenzionali, valeva la pena di far professione di filosofia per non trovare in sè che la severità del fariseo nel giorno in cui più sarebbe occorsa la equanimità dello stoico!…

Ohimè, questa equanimità calma e serena Mario Vergalli la invocava senza frutto. Egli amava troppo per poter essere equanime. Nella lunga notte insonne egli fu continuamente palleggiato da pensieri diversi. Ora tornava all'idea di partire, di partir subito, senza veder la Teresa, tutt'al più accommiatandosene con un bigliettino per iscusarsi s'evitava un colloquio che li avrebbe fatti soffrire tutti e due, per dirle ch'egli non le serbava rancore, per assicurarla che dovunque egli andasse l'avrebbe rammentata con dolcezza; ora invece la sua titubanza gli pareva un delitto e affrettava col desiderio il momento di poter essere ai piedi dell'amica; e avrebbe voluto balzar dal letto e correre sotto le finestre di lei e gridare:—Teresa, Teresa, son qui umiliato, contrito, pronto a morire per voi.—E intanto egli, l'uomo forte, egli giunto ormai all'età in cui si quetano le passioni, singhiozzava, gemeva, inzuppava di lacrime il capezzale. Quando la mattina si alzò e si guardò nello specchio, aveva la fisonomia sfatta, scomposta.—Oh, il bel damerino!—egli disse fra sè, contraendo le labbra a un sorriso doloroso. E, involontariamente, il suo pensiero corse all'altro, all'altro che aveva poco più di vent'anni e co' suoi vent'anni aveva trionfato. O giovinezza, giovinezza! Come presumere di gareggiar teco? Tu hai l'ali che volano, hai la luce che splende, hai la fiamma che brucia….

XXII.

La Teresa era sdraiata sull'ottomana. Al suono del noto passo ella si mise a sedere, annodò rapidamente la vestaglia, si ravviò con la mano i capelli, e un rossore fuggevole si dipinse sulle sue guancie smorte.

—Grazie, Vergalli—ella disse… E lo guardò… Era pallido anche lui, aveva le palpebre gonfie dall'insonnia e dal pianto, e il suo aspetto rivelava una sofferenza assidua e profonda.

Ella riprese, fissandolo con occhi dolci e pietosi:—Vi ho dato un gran dolore, non è vero, amico mio?

Mario Vergalli scosse il capo come chi vuol cacciar da sè una cura molesta.—Non parliamo del mio dolore…. Avevate ragione. Non posso partire senza avervi rivista.

—Quando partite?—ella chiese.

—Non so.

—Per dove?

—Non so—egli ripetè con voce sorda.

Ella congiunse palma a palma le mani diafane e sottili, ed esclamò:—Per colpa mia!

—Non lo dite…. Forse non ha colpa nessuno…. È il destino…. Dovevo non volere una cosa impossibile…. Allorchè vi proposi d'essere mia moglie e m'avete risposto di no, dovevo avere il coraggio di fare uno strappo e allontanarmi da voi.

Con le pupille fisse a terra, con le mani intrecciate sulle ginocchia, ella mormorava:—Perchè ho risposto di no?… Perchè?

Mario trasalì. Agitato da affetti contrari, il cuore gli martellava nel petto. Che senso avevano le parole di lei? Si offriva ella adesso, si offriva con le labbra calde del bacio d'un altro? E avrebb'egli accettato l'offerta? Sì, diceva il cuore. No, dicevano l'orgoglio, la vanità, i pregiudizi sociali.

Senza mutare atteggiamento, ella proseguì:—Sciocca che avevo la fisima di non sacrificare la mia libertà! Come se a una donna che non sia una civetta la libertà serva a qualche cosa!… Ho rovinato voi, ho rovinato me irreparabilmente. È vero, per voi sarebbe stato meglio, assai meglio l'allontanarvi. Ma potevo suggerirvelo io, io che del vostro affetto andavo superba, io che nella nostra intimità d'anima e di pensiero provavo la maggior dolcezza della mia vita, io che speravo che potesse durar sempre così?

—Ma non m'amavate—sospirò Vergalli. E soggiunse, cedendo a una suggestione cattiva:—È naturale…. L'amore dev'esser giovine…. almeno da una delle due parti.

Ella sentì la punta, ma non s'offese, ma non protestò. Era rassegnata alle battiture. Sollevando lenta lenta le ciglia, riprese:—L'amore? Ma che cos'è l'amore?… È quella febbre che invade i sensi, che offusca il lume della ragione, che in un attimo accomuna la donna più onesta e più schiva alla più volgar cortigiana, e che lascia dietro di sè la nausa e il disgusto? O è quel sentimento pieno di soavità che ci fa cara e preziosa la compagnia d'una persona, non per un minuto, non per un'ora, ma in ogni ora, ma in ogni minuto; quel sentimento che esalta, che affina, che nobilita?

Poichè Mario tentennava il capo, ella credette ch'egli negasse.—Non è questo dunque? È quell'altro?… Voi mi amavate… in quella ma- niera?

—No, no—egli rispose. Quindi, come pentito della finzione, proruppe con impeto:—Eppure sì… Anche in quella maniera… Qual'è l'uomo che, amando, non desidera? Qual'è la donna che tollererebbe di non esser desiderata?… Ma il mio desiderio era velato da tanto rispetto… Solo in un modo ammettevo che poteste esser mia.

—Grazie—ella mormorò a fior di labbro, guardandolo in atto pieno di devozione e di riconoscenza. E soggiunse:—Quale di noi due fu più punito?

Egli lasciò cader la domanda. Soffriva acerbe torture. I discorsi della Teresa avevano inasprito la sua gelosia. Quelle febbri dei sensi le facevano orrore, ma ella confessava d'averle provate e le aveva provate con un suo rivale… Vergalli non pensava in quell'istante a ciò che la Teresa aveva dato a lui solo e ch'ella mostrava di pregiar sopra tutto; pensava a ciò ch'ell'aveva dato all'intruso, al giovinetto cinico e audace al quale era bastato presentarsi per vincere e che ora forse ingannava i lunghi ozi del suo bastimento vantandosi della facil vittoria. Perchè, in verità, di che si vantano gli uomini? Non già di un affetto casto e profondo, ma di quelle ch'esse chiamano le loro buone fortune d'un capriccio soddisfatto, d'una insidia riuscita, d'una violenza coronata dal successo.

—A che giova discutere?—egli sospirò.—Piuttosto… come state?
Siete molto pallida ancora.

—È una fissazione la vostra—replicò la Teresa, dominando a fatica l'impazienza che le destava ogni richiesta intorno alla sua salute…—Sto meglio… Ma a forza di volermi ammalata mi farete ammalare davvero.

—Nessuno vi vuole ammalata, Teresa… E non avrete nulla, lo credo… Pur chi vi ha conosciuta fiorente non può non notare una differenza in voi… Anche vostro zio…

—Il barone? L'avete visto?

—Sì, iersera.

—M'aveva onorata della sua visita.

—Ne tornava appunto quando c'incontrammo… E anch'egli dice che dovreste curarvi…

—Oh, l'oracolo!

—Non occorre essere oracoli per aver ragione qualche volta… In ogni modo, se non volete badare a lui, badate a me. Datemi retta, chiamate un medico.

—Ecco il solito ritornello!… Quando vi dico che non ho bisogno di medici… Fui un po' indisposta; adesso sto meglio… Del resto, in campagna vidi il dottor Sauri.

Le parole le bruciavano la lingua… Se Mario venisse a scoprire da altra parte il suo viaggio a Milano?

—Ora siete a Venezia—insistè Vergalli.—Permettetemi di mandarvi il medico mio, Dalla Bruna, un ometto di garbo, colto, attento… Ve lo mando oggi stesso… Va bene?

Ella s'oppose recisamente.—Questo poi no… Diavolo!… Come se fossi una bimba… Chiamerò il vostro Dalla Bruna, ci tenete proprio?… lo chiamerò fra alcuni giorni, se non sarò guarita del tutto…

—Voi non confesserete mai di non esser guarita.

Ella parve raccogliersi alquanto; indi riprese:—Ebbene, facciamo così. Di qui a una settimana, se non avrete mutato idea, verrete voi col dottore… Forse non sarete ancora partito, di qui a una settimana…

—Ma… veramente…

—In tal caso sarà pur necessario che vi fidiate di me.

—No, per una settimana resterò.

—Si capisce che non vi fidate—ella soggiunse con dolce rimprovero.
Ma con lo sguardo lo ringraziava di rimanere.

Chiuse un istante gli occhi, evocando la scena tragica. Di lì a una settimana ella sarebbe morta, ed egli piangerebbe presso al suo cadavere.

—A che pensate?—egli chiese, prendendole delicatamente la mano. Un bottone della vestaglia si slacciò; la manica s'aperse e lasciò vedere il polso esile e il principio del braccio nudo. Mario posò la bocca avida su quella pelle candida e delicata sotto cui appariva il fine intreccio delle vene cerulee.

Si scosse ella dalla funebre visione, con moto rapido tirò indietro il braccio e si riabbottonò la manica.

—Quanto vi pesano le mie carezze!—egli disse. E nell'accento ond'egli pronunziò queste parole c'era un misto di collera, d'ironia, di dolore.

Ella non rispose, ma gli occhi le si gonfiarono di lacrime, nella coscienza dell'irreparabile ch'era sorto fra loro. Mai più, se pur ella fosse vissuta, mai più la loro affezione si sarebbe svolta limpida e calma come l'acqua d'un gran fiume che corre tra due rive fiorite; mai più nelle placide sere, seduti l'uno accanto all'altra, avrebbero discorso tranquillamente d'arte, di letteratura, di musica; mai più ell'avrebbe suonato per lui i pezzi ch'egli preferiva. La battaglia, ch'ella lo aveva aiutato a vincere sopra sè stesso, ricominciava. Poich'egli conosceva il suo fallo, che ragione aveva di rispettarla?

Anche in lui era il vano, angoscioso rimpianto di ciò che non poteva tornare. Egli guardava quella stanza piena dei ricordi del loro affetto, quei libri che avevano sfogliato insieme e tanti dei quali erano stati comperati e offerti da lui, guardava quel cembalo chiuso, quei quaderni di musica di cui egli le aveva voltate le pagine, quelle tappezzerie, quelle stampe, quei mobili, quei gingilli, quei quadri, tutte forme note e care, parlanti al suo cuore un linguaggio domestico. Mai più, esse gli dicevano adesso, mai più.

Ed egli, ribellandosi alla cruda sentenza, era tratto irresistibilmente a pensare all'unico modo per cui il mai più avrebbe potuto mutarsi in sempre. Poichè non c'era altra via: o sposarla o partire.

Pur non ancora osava fare il gran passo. Lo tratteneva l'idea del ridicolo. Che si sarebbe detto di lui? E come avrebbe trionfato Venosti Flavi a vederlo così presto abboccare all'amo!

Per non cedere alla tentazione, Vergalli si accommiatò.

—Quando ci rivedremo?—chiese la Teresa, tendendogli la mano.

—Ma… anche stasera, se credete.

—No… questa sera no… Fin che non mi son rimessa interamente voglio andare a letto presto… Così non vi lagnerete ch'io non mi curi.

—E se venissi col medico?—ripigliò il conte Mario.

—Caro amico, osserviamo i patti… Col medico non vi voglio che di qui a una settimana.

—Come siete ostinata!… Dunque, stasera, niente?…

—No, domani… a qualunque ora… e venite con buone disposizioni.

—Cioè?

Ella si sforzò di celiare.—Intanto venite con una faccia meno scura… E poichè il peggio ce lo siamo detto, venite a parlarmi d'altro… del vostro viaggio, per esempio… Nulla mi avete raccontato del vostro viaggio…

—Oh il mio viaggio!… Io lo abbomino il mio viaggio. Darei dieci anni della mia vita, se me ne restassero tanti, per non averlo fatto.

Ella chinò il capo in silenzio.

XXIII.

Tutte le sere, dopo il suo ritorno a Venezia, la Teresa Valdengo fingeva, anche con la servitù, di andare a letto presto, e prima delle nove si chiudeva nella sua camera. In realtà ella occupava un paio d'ore a riordinar le sue carte, a far la scelta delle lettere da distruggere, a rivedere accuratamente i suoi conti, a redigere il suo testamento. Aveva un'amministrazione semplicissima, che teneva, si può dire, da sè; solo per le riscossioni ed i pagamenti ricorrendo all'opera d'un vecchio ragioniere che passava da lei una volta alla settimana. Del resto, la sostanza non poteva esser più liquida. Un venticinquemila lire di rendita in titoli dello Stato, depositati presso una Banca; altre cinque o sei mila lire all'anno fruttavano due o tre case possedute in città, oltre a quella ch'ella abitava; una passività era la villa di Mogliano che le assorbiva su per giù il prodotto degli stabili di Venezia. Sola, di gusti eleganti, ma aliena da ogni sfarzo, ella sarebbe stata una donna agiata in qualunque parte del mondo; per Venezia era ricca, e poteva concedersi la soddisfazione di far del bene. E ne faceva in palese e in segreto, mai così contenta come quando le riusciva di scoprire e alleviare qualcheduna di quelle miserie che si nascondono. Onde, a lato delle carità fatte una volta tanto, ce n'erano di ricorrenti e periodiche: quella Marcella a cui ella forniva i mezzi di perfezionarsi nella musica; quel Massimo Scilla ch'ella, insieme con Vergalli, manteneva all'Università; quell'antica condiscepola che abitava in Polesine e alla quale ella mandava un centinaio di lire a ogni cambiar di stagione perchè provvedesse al vestito suo e dei figliuoli; e una vecchia cameriera inferma e impotente, e un gondoliere che l'aveva servita in passato e che adesso era condannato all'ozio metà dell'anno da una sciatica, ed altri ancora che s'erano rivolti a lei e avevano trovato aperta la sua borsa e il suo cuore. Nessuno di questi beneficati doveva soffrire della sua morte. Anche a quelli che, per uno scrupolo di delicatezza, ella non voleva nominare nel suo testamento, anche a quelli ella avrebbe provvisto, legando fiduciariamente una certa somma a Mario Vergalli affinchè, ne disponesse secondo le istruzioni particolari ch'ella gli avrebbe lasciate. Coll'associarlo a questa sua carità d'oltretomba ella gli dava la miglior prova d'affetto e di stima che fosse in suo potere di dargli: e l'era dolce il pensiero che la loro intimità sopravvivesse nella sua parte più nobile e pura. Così dolce, che sentiva empirsene il cuore di tenerezza e gli occhi di lacrime.

Ma non eran queste le sole lacrime ch'ella spargesse. Ella piangeva altresì sul proprio destino, e, pur risoluta a morire, piangeva la sua vita infranta, piangeva tutte le cose buone e belle che doveva abbandonare, e il suo concetto della giustizia era offeso dall'idea d'un'espiazione tanto maggior della colpa. Non tentennava però; più che mai convinta che la morte fosse il suo unico scampo.

Per solito verso le undici si decideva a coricarsi… sebbene fosse certa di non chiuder quasi occhio in tutta la notte. Sul comodino presso il letto l'attendeva la boccettina del cloralio che l'avrebbe fatta dormire, ma ogni sera ella ne versava il contenuto in una bottiglia che l'era rimasta in seguito ad una cura. E ogni sera, dopo aver visto il livello del liquido alzarsi, ella riponeva la bottiglia in un piccolo armadio a muro che si trovava nel suo spogliatoio, e di cui custodiva gelosamente la chiave… Quando la bottiglia fosse piena, ella sapeva quel che le restasse da fare.

A letto si sforzava di leggere. Aveva due o tre volumi, mandati dai librai per esame durante la sua assenza, aveva alcuni numeri di Riviste, e sfogliava questi e quelli senza poter fermar la mente sulle cose lette. Solo seguiva con qualche attenzione un romanzo della Revue des deux mondes ch'era giunto alla seconda parte e che aveva un punto d'analogia con la sua storia. Si trattava anche lì di una donna matura che s'era data in braccio a un uomo assai più giovine di lei. Ma l'analogia non andava più oltre; i caratteri, gl'incidenti del racconto erano affatto diversi. Nondimeno il romanzo l'interessava e si doleva di non poter conoscerne la fine. Prima che arrivasse il prossimo fascicolo della Revue ella non sarebbe più a questo mondo… E allora perchè leggeva?… In verità, non questo solo, ma ogni suo atto era vano. Tutto è vano per chi sa che deve morire a una scadenza fissa, vicina… E pur la vita va innanzi, meccanicamente, come un orologio fin che la molla sia esausta. La vita va e si continua a parlar del domani, e a iniziare cose che non si compiranno e a dar ordini che non si vedranno eseguiti.

Appena verso la mattina la Teresa trovava un'ora di riposo. Si svegliava poi in sussulto, con un'inquietudine, con un'ambascia, con un malessere indescrivibile. Pareva che si accumulassero tutti in quell'ora i sintomi del suo stato anormale, che la calma relativa della giornata avrebbe potuto farle dimenticare. Talvolta, nella sua agitazione, nel terrore che il suo segreto venisse scoperto, ella pensava se non fosse meglio per lei di affrettar la catastrofe. Ma in qual modo? Armi non ne possedeva, e pur possedendone, non sarebbe stata capace d'usarne; l'asfissia col carbone esige preparativi che non sarebbero rimasti celati: una cosa forse non le sarebbe stata difficile: uscire inosservata nel cuor della notte e gettarsi nella laguna ch'era a due passi dalla sua porta di casa; ma poichè era buona nuotatrice non era ben sicura che nel momento supremo il naturale istinto della vita non prendesse in lei il disopra condannandola al ridicolo onde son coperti i suicidi che non voglion morire. Cosicchè ella, di necessità, si raffermava nel suo primo proposito; chieder la morte al farmaco che in piccola dose le avrebbe dato il sonno, e chiederla soltanto quando di quel farmaco avesse raccolto una quantità sufficiente da non fallire allo scopo.

Comunque sia, dopo le undici, ricomposta alquanto, ell'era nel suo salottino ad aspettarvi Mario Vergalli che veniva appunto sul mezzogiorno. Lo aspettava con un misto d'impazienza e di paurosa inquietudine. Temeva le sue domande, le sue offerte, i suoi scatti; temeva il suo sguardo acuto, penetrante, ove di tratto in tratto passava l'ombra di un dubbio, il lampo di un desiderio.

Com'era mutato anche lui! Com'era piena di tempeste quella fisonomia un tempo così nobilmente calma e serena! Si vedeva ch'egli era in lotta con sè medesimo; ora soffocando qualche basso impulso, ora frenando qualche slancio donchisciottesco.

—Io lo abbomino il mio viaggio—egli aveva detto un giorno alla Teresa che lo pregava di parlargliene. Tuttavia il giorno appresso la compiacque e gliene parlò. Le descrisse una rappresentazione del Parsifal di Wagner al teatro di Beyreuth; le descrisse alcuni capolavori della galleria di Dresda… Aveva percorso altri paesi, visitato altre città, ma non gli restava che una gran confusione in capo; a Dresda appunto, all'ufficio postale, leggendo una lettera della Teresa, era stato assalito da un triste presentimento che non aveva potuto cacciar da sè. Una voce gli diceva:—Torna a Venezia.—E una voce più forte copriva la prima.—È troppo tardi.—E le due voci l'avevano seguito sempre, da per tutto, in Olanda, in Belgio, davanti alle tele di Rubens e di Rembrandt, nella quiete raccolta della campagna fiamminga, nel moto vorticoso degli opifici ov'è più frequente e febbrile il palpito della vita moderna, sugli epici campi di Waterloo; da per tutto egli aveva portato quella punta confitta in cuore. E non si ricordava di nulla, tranne che di lunghe corse in ferrovia, di polizze d'albergo pagate, di tavole rotonde intorno a cui sedeva una folla indifferente ed ignota…

—E mi dicevate che qualcheduno alimentò i vostri sospetti?—ella balbettò, mossa da una istintiva curiosità femminile.—Chi? Chi?… Una donna?…

Vergalli si schermì dal rispondere.

—Che importa ormai?

Ella assentì sospirando.

—È vero… Non c'è più cosa alcuna che importi.

Così l'argomento voluto evitare penetrava insidioso nei colloqui di quei due infelici. Quand'egli soffriva troppo, quando s'accorgeva di farla troppo soffrire, si alzava con uno sforzo.—A domani.

XXIV.

Uno di quei giorni, poco dopo che Mario Vergalli era uscito, la Teresa si vide comparir dinanzi la sua amica Giulia Orfei, la stessa che un paio di settimane addietro le aveva scritto dai colli Berici. La contessa Giulia entrò come un uragano, gettando le braccia al collo della Valdengo e sprigionando da tutta la persona un acuto profumo d'ireos.

—Lo so, lo so che non vuoi ricever nessuno… Me l'ha detto la tua cameriera… Ma non la strapazzare… Io le ho risposto: Rompo la consegna e assumo io l'intera responsabilità… Se mi scaccierà via, pazienza… Mi scacci?

—No; ma, veramente, potevi avvertirmi con una riga.

—Chè?… Quello non era il modo di riuscire… Avresti trovato una scusa… E io ci tenevo a darti un bacio… Dopo tanto tempo!… Perchè sono quattro mesi, lo sai?

—Eh sicuro… Da quando sei andata a Aix-les-Bains.

—Una stagione brillantissima… Ti racconterò, ti racconterò… Ma dimmi di te adesso… Ho sentito che non istai bene… Infatti hai l'aria sofferente…

—Oh!—interruppe la Teresa—Cominci anche tu?…

—Sfido io!… Sei pallida… Hai certe occhiaie… Ti curerai almeno.
Chi è il tuo medico dopo la morte di Pozzi? Vuoi il mio?

—Ma lasciatemi in pace… Mi curerei se stessi peggio. Invece sono stata poco bene e sto meglio.

—Che male hai avuto?

—Ma niente… ma inezie.

La Orfei sorrise maliziosamente.—Capisco…

—Che cosa capisci?—saltò su la Valdengo, imporporandosi in viso.

—Eh, patèmi d'animo—disse l'altra. E soggiunse carezzevole:—Via, con me non dovresti avere segreti?…. Ne ho mai avuti io per te?

In realtà non ne aveva avuti mai nè per lei, nè per nessuno; non aveva mai nè voluto, nè saputo nascondere le sue avventure galanti. Già suo marito chiudeva gli occhi e le orecchie. Ciò non toglie che la Giulia Orfei, se quello che le si era riferito era vero, giudicasse alquanto imprudente la condotta della sua amica. E non glielo dissimulò. In autunno nella sua villeggiatura di Colle Berico, l'era giunta notizia della simpatia della Teresa pel sottotenentino di vascello, Reana, il figliuolo della Maria Scotti ch'era stata con loro in collegio… Niente di male. Anzi era sempre parso assai strano che una donnina bella come la Valdengo dovess'essere inaccessibile alle debolezze umane, e la sua austerità le aveva fatto più torto che no nella buona società… Ma forse ci voleva un po' più di politica…

La Teresa la lasciava dire, sorridendo d'un suo sorriso triste ed ironico.—Eh, cara mia—soggiunse la contessa Giulia—tu puoi sorridere fin che ti piace, ma in queste cose devi prender lezione da me. Una donna che non ha marito è tenuta ad aver maggiori riguardi di una donna che lo ha… Non ci vuol molto ad intenderlo… Se c'è il marito, è lui la bandiera che copre il contrabbando… Contento lui, contenti tutti… Se non c'è lui, tutti fanno i dottori… E, vedi, uno dei grandi benefizi del marito è questo. Fin che c'è lui non si può mutar di punto in bianco le proprie abitudini… seppellirsi vive, chiuder la porta alle amiche, ecc., ecc… Fossimo pure innamorate come Didone…

—Appunto anche lei era vedova—interruppe la Teresa.

—Per sua disgrazia—ribattè la Giulia Orfei.—Se viveva il marito, non avrebbe fatto la bestialità di gettarsi sul rogo dopo la partenza di Enea… Insomma, se c'è il marito, per quanto spleen si abbia addosso, si fa uno sforzo in riguardo a quel pover'uomo, che ha il diritto di non avere un mortorio in casa… E allora, poichè ogni cosa seguita ad andar co' suoi piedi, la gente smette presto di malignare.

—Tu parli su per giù come mio zio—osservò la Valdengo.

—Il barone Venosti Flavi? Tanto meglio. Ho piacere d'esser d'accordo col tuo più stretto congiunto, un uomo che t'è sinceramente devoto e a cui sta a cuore la tua riputazione.

—Figuriamoci!—esclamò in tono ironico la Teresa.—Non gli era, anni fa, saltato il grillo di sposarmi?

—Mi ricordo. E non sarebbe poi successo un cataclisma se tu avessi accettato.

—Secondo te avrei fatto bene ad accettare?

—Ma sì…. Tu dovevi rimaritarti. Del resto non dico che il prescelto avesse a esser lui…. Dico che ti occorreva un marito…. E non mi son mai potuta capacitare perchè tu abbia fatto languire inutilmente quel povero conte Vergalli.

—Ma, Giulia, non discorrere con leggerezza. Io non ho fatto languire il conte Mario Vergalli. Gli ho detto sempre che non avevo intenzione di passare a seconde nozze…. Egli mi rispettava troppo da chiedermi d'esser la sua amante. Si contentò di quello che gli offrivo… un'amicizia schietta, profonda, un'affezione fraterna…. O che non vi possa essere tra uomo e donna una di queste affezioni?

La Orfei si strinse nelle spalle.—Sarà… È una stranezza, ma sarà…. E nel caso vostro il mondo ci credeva. Sono due originali, si diceva, superiori alle passioni umane…. Sta a vedere quel che si dirà adesso….

La Valdengo non rispose. Forse la Giulia aveva ragione, forse adesso non si crederebbe più alla purezza de' suoi rapporti con Mario Vergalli…. Ma che andava ella almanaccando, ella che fra due o tre giorni sarebbe morta? Il mondo non aveva più nulla da credere o da non credere sul conto suo.

Posandole una mano sulla spalla, la Giulia riprese a bassa voce:—E pure io scommetterei che, se vuoi, il conte Vergalli ti sposa ancora.

—Basta, Giulia, te ne prego.

—Non era lui, non era Vergalli che usciva di qui poco fa?

—Sì. Che importa?

—Ci siamo quasi urtati col gomito a due passi dalla tua porta. Egli non mi ha riconosciuta… Già è miope, ed è un orso. E poi ha ben altro pel capo che salutar le signore… Quello è sempre un uomo innamorato cotto… Gli si legge in viso… e io me ne intendo.

—Ma Giulia…

—Tanto ci tieni a quel di Reana?

La Teresa scattò.—Che c'entra di Reana?… Pensa quel che ti pare delle mie relazioni passate con lui, ma lévati dalla mente che ci sia oggi tra noi nulla di comune.

—In nome del cielo!—esclamò la Orfei.—Così mi piace. Che avresti da sperare da quel ragazzo?… Scusa però… Dal momento che confessi di non aver più nulla di comune con lui, perchè esiti a sposar Vergalli?

Visibilmente infastidita, la Teresa si alzò dalla seggiola.—Ancora una volta, Giulia, ti prego di non tirar in campo l'argomento del matrimonio… Tu hai le migliori intenzioni del mondo, ma mi fai molto male.

—Sei un enigma ambulante—disse la Orfei alzandosi anch'ella.

La Teresa allargò le braccia.—Sono così.

La Giulia Orfei che aveva qualche cos'altro sulla punta della lingua non seppe trattenersi dal soggiungere:—Però la gente se ne inventa di belle.

—Cioè?

—Ecco… ora mi fulmini.

—No… Spiegati.

—Si sono inventati che circa una settimana fa eri a Milano col conte
Mario.

La Valdengo impallidì. Era dunque vana la speranza che il segreto di quel viaggio non fosse divulgato?

—Giurano d'averti vista—riprese la Orfei.

—D'avermi vista con Vergalli?—esclamò la Teresa.—È impossibile.

—Questo non l'ho inteso… Giurano d'aver visto te e lui nel medesimo giorno.

—Ebbene, sì—rispose la Teresa, convinta ormai dell'impossibilità di negar tutto.—Siamo stati a Milano a poche ore d'intervallo, ma senza saper niente l'uno dell'altra. E non solo non ci siamo incontrati ma non potevamo incontrarci, perchè quando il conte Mario arrivò io ero già partita.

—Sai che mi racconti una di quelle storie!…

—Cara mia, è la verità pura e semplice.

—È curiosa… fosti a Milano sola?

—Ti pare ch'io debba aver paura?

—No…. ma tu che non viaggi mai…

—Auff!… Avevo da parlare con la mia sarta… Ti basta?

Quantunque poco persuasa, la Giulia Orfei non insistette più oltre. E, sempre sul punto di congedarsi—Oh—disse—ora che il primo passo è fatto, ci rivedremo.

—Sì, sì, fra tre o quattro giorni.

—Fra tre o quattro giorni?…. È troppo lunga… Permettimi di venir domani.

La Teresa accennò negativamente col capo.—No, domani non posso…

—Dio, che donna occupata! Non puoi?… Perchè?… Ah, un'idea!

E la Giulia Orfei battè l'una contro l'altra le sue manine inguantate.—Di' la verità; dacchè hai fatto quartiere d'inverno non hai neanche messo il piede fuori di casa?

—No certo… Ero indisposta.

—Ora assicuri di star meglio, e l'aria non può che giovarti… E poichè il tempo è bello…

—No, non esco.

—Aspetta un momento… Senti… domattina alle nove suono il tuo campanello, tu scendi, e facciamo due passi sulla Riva al sole…

—Grazie, no.

—Come sei caparbia!… No… sempre no… Ci penserai su… Io sarò qui lo stesso… Se assolutamente non vorrai scendere, se non vorrai ricevermi un minuto, mi farai licenziare dalla Luisa… E intanto addio… È quasi notte e ho ancora da far qualche spesa… Vengo proprio, sai, alle nove…. Oh sono mattiniera, io.

—Bada, Giulia. Sarà una strada gettata.

—Disgrazia piccola… Addio, addio.

Escì com'era entrata, vispa, saltellante, ridente.

—Che creatura felice!…—pensò la Valdengo.—È ricca, è piacente, non s'avvede degli anni che passano, fa una vita allegra, ha un marito filosofo… tutti l'accolgono a braccia aperte… È vero che di cuore è buona, e nonostante la sua leggerezza ha molta facilità ad affezionarsi… A me vuol bene… Forse però è venuta qui per curiosità… Sì, anche per curiosità, ma non soltanto per questo… M'ha mostrato sempre molta simpatia. Ho piacere d'averla vista ancora una volta… Non la vedrò più… Domani le farò dire che non posso… Darò ordini precisi alla cameriera… Non vedrò più nessuno, tranne Vergalli… Già si tratta di poco…