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Il fallo d'una donna onesta cover

Il fallo d'una donna onesta

Chapter 32: XXIX.
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About This Book

A solitary, respectable woman receives a long letter from a friend entrusting her with the care of a young naval officer who is still troubled by a past liaison and soon to sail on a long voyage. The narrative follows the household moments around his arrival, the woman's inward struggle between composure and susceptibility, and the social whisperings that measure female behavior. Episodes alternate intimate reflection and domestic encounter, examining loneliness, duty, reputation, and the subtle pressures that test personal resolve within a constrained social milieu.

XXV.

Quella sera la Teresa s'accorse che la bottiglia ov'ella versava il cloralio, ormai, ristringendosi verso il collo, s'empiva rapidamente. Una o due dosi ancora, e sarebbe stata colma fino all'orlo…. Ma era poi indispensabile ch'essa fosse colma fino all'orlo?… La quantità raccolta non poteva bastare?… Perchè attendere uno o due giorni di più?… Perchè prolungar l'atroce agonia?

Un brivido corse per le vene della Teresa Valdengo. Era dunque giunto l'istante supremo? Era quella la sua ultima sera?

Con mano tremante ell'aperse la sua scrivania, rilesse e firmò il suo testamento. La distribuzione ch'ell'aveva fatta della sua fortuna le pareva equa; le pareva, ne' suoi legati, di non aver dimenticato nessuno; nè gli amici, nè la gente di servizio, nè i suoi beneficati ordinari. Ad altre carità in cui ella usava metter la sua borsa in comune con quella di Vergalli ella provvedeva appunto per mezzo del conte.

Gli occhi della Teresa si fermarono più a lungo su quel passo che si riferiva a Vergalli.

«Al mio fedele e impareggiabile amico conte Mario Vergalli—ell'aveva scritto—lascio tutti i miei libri, tanta parte dei quali mi fu regalata da lui; lascio il mio album d'autografi, il piccolo quadro con la Vergine e il putto ch'è appeso sul mio letto e che i pittori Angelo Alessandri e Marius de Maria giudicarono della scuola di Giambellino, le due incisioni di Calamatta, lo schizzo di Giacomo Favretto e il bronzo di Francesco Jerace che si trovano nel mio salotto.

«Gli lascio poi una volta tanto ventimila lire italiane perchè egli voglia continuar quell'opere buone a cui egli mi aveva associata e che non devono patire per la mia morte nè imporre a lui un maggior sacrifizio. Che se la somma fosse esuberante non dubito che egli saprà, con quello che avanza, venir in soccorso ad altre miserie. Ce ne son tante nel mondo!

«In fine nomino lui, conte Mario Vergalli, mio esecutore testamentario. Confido ch'egli non rifiuterà l'ufficio, che vorrà dar quest'ultima prova di devozione a una donna che porta nella tomba il ricordo del suo affetto alto, nobile, disinteressato, e gli chiede perdono d'averlo fatto soffrire».

E ora, se veramente ella non voleva veder l'alba novella, ora le conveniva scrivere al Vergalli la lettera a cui il suo testamento accennava. Triste lettera che avrebbe rivelato a lui solo la causa della sua risoluzione disperata!

Ma dopo aver tracciata l'intestazione con pugno malfermo, la Teresa non riusciva a mettere insieme una riga. La penna le restava sospesa fra le dita paralizzate, una nebbia offuscava le sue pupille; di tratto in tratto un sudor freddo le gocciolava giù dalla fronte…. Avrebb'ella presunto troppo delle sue forze? Avrebbe avuto paura?

No, non era, non doveva essere questo; nondimeno sul punto di dir per sempre addio ad ogni cosa, la Teresa sentiva una ribellione di tutte le sue intime fibre, e suo malgrado era tratta a ripiegarsi su sè medesima, a considerare se non vi fosse altra uscita da quella in fuori ch'ell'aveva scelta. E pensava alle donne che s'eran trovate nel caso suo; alle fanciulle divenute madri senza esser mogli e abbandonate dagli amanti nella miseria e nel disonore. Alcune, sì, avevano creduto sfuggire all'infamia col suicidio o col delitto: ma quante più, eroine oscure e modeste, avevano portato mansuetamente la loro croce, affinandosi nella lotta quotidiana, riabilitandosi con l'abnegazione e col sacrifizio! Perchè non s'inspirerebbe all'esempio di queste, ella a cui gli agi della vita rendevano pur tanto meno difficile il combattere e il vincere?

E come nel bagliore improvviso d'un lampo la Teresa vide aprirsi dinanzi a sè una via lunga, irta di triboli, ma illuminata dal sole, ma conducente a una meta eccelsa. Non a Mario Vergalli; a Guido di Reana, al complice del suo dolce peccato, avrebb'ella scritto per comunicargli ciò ch'egli aveva l'obbligo e il diritto di sapere; nulla implorando, nulla chiedendo da lui, ma deliberata a nulla rispingere avventatamente di ciò ch'egli fosse per offrirle, a non inspirarsi nelle proprie risoluzioni che al sentimento del dovere e al desiderio del bene. Che se il dovere ella rimaneva sola a compierlo, e sola lo avrebbe compiuto…. Un giorno forse, chi sa, presso al termine della via faticosa, un braccio amorevole l'avrebbe sorretta, una voce soave le avrebbe susurrato:—Alza la fronte, mamma!

Ahimè, per adottar questo partito era necessaria una dose di energia che la Teresa Valdengo, esausta dall'emozioni e dalle sofferenze degli ultimi giorni, non possedeva. Le restava appena coraggio bastante per morire, non gliene restava per vivere.

E quando la visione si fu dileguata e gli occhi di lei caddero di nuovo sul foglio bianco, ove non si leggevano che due parole, Amico mio, ella abbandonò il capo sul tavolino e sentì che mai, mai avrebbe spezzato il cerchio di ferro che la stringeva.

Ma la notte era già molto inoltrata, la candela era quasi interamente consunta; non c'era tempo di finir la lettera prima che sorgesse il mattino. Pazienza! La Teresa sarebbe vissuta un giorno di più.

Si coricò, spense il lume ch'erano circa le tre.

Verso le otto sonò il campanello.—Fa bel tempo, non è vero?—ella chiese alla cameriera.

—Bellissimo—rispose la Luisa, aprendo le imposte. Il sole irruppe trionfalmente nella stanza, e infrangendosi sulla spera dell'armadio mandò un fascio di raggi sul letto.

—Abbassa le tende—disse la signora, mentre si faceva schermo con la mano. E soggiunse:—Mi porterai il vestito grigio di lana e la mantellina solita….

—Esce?

—Sì, per le nove voglio esser pronta. Passerà la contessa Orfei a prendermi. Le risparmierò le scale.

S'era decisa lì per lì, nell'inquietudine di quella notte insonne.

—Le farà bene a uscire—notò la Luisa.

La Teresa ebbe una scrollatina di spalle.

—Sì, creda pure—insistè la cameriera—ha bisogno di moto…. anche per dormir meglio…. perchè non dorme, questo si vede.

—Eh no, non dormo—assentì la Teresa costretta ad ammettere una cosa tanto manifesta.

—Quel famoso cloralio doveva essere un tocca e sana.

—Ma!

—Cambi rimedio.

—Lo cambierò.

—Pur che si decida a chiamare un medico—ripigliò la Luisa incoraggiata dalla tolleranza della sua padrona.

—Chiamerò il medico quando mi piacerà—rispose questa seccamente.—E ora fine alle chiacchiere…. Se no, non sarò pronta per le nove…. Va, va…. Che cos'hai da guardarmi in quel modo?

Nulla l'irritava tanto come il vedersi piantati gli occhi addosso. Le pareva che volessero strapparle il suo segreto. E forse la Luisa già sospettava….

XXVI.

—Che bella sorpresa!—esclamò la Giulia Orfei, scambiando un bacio con l'amica.—Dopo le tue parole di ieri temevo proprio di far fiasco.

—Ho mutato idea, non so nemmen io perchè.

—Ma diamine! Non devi mica restar sempre tappata in casa…. E se vuoi rifar un po' di colore….

La Valdengo abbassò il velo. Alla luce fulgidissima del sole che inondava la Riva degli Schiavoni apparivano assai meglio che nella penombra delle stanze il pallore della sua tinta e i solchi delle sue gote.

Ella domandò:—Dove andiamo?… Ai giardini?

—Ho paura che sia troppo umido. È cascata la brina stanotte. Sarebbe meglio dirigersi verso il Molo.

—Come vuoi.

Dopo pochi passi, accanto al monumento di Vittorio Emanuele, incontrarono il postino, che si toccò il berretto.

—Ha salutato te?—chiese la Giulia.

—Sì.

La Teresa lo seguì con lo sguardo e soggiunse:—Ecco, si ferma alla porta di casa mia.

—Vedrai la tua corrispondenza al ritorno—disse la contessa.

—Già….

—Aspetti lettere sue?—riprese la Orfei.

—Di chi?

—Via… dell'ufficiale.

—Perchè questa domanda?

—Oh Dio…. È una domanda così semplice.

—Non so…. Scriverà forse…. per creanza.

E accompagnò la parola con un sorriso amaro.

—Ci pensi ancora—esclamò la Giulia.—Credi a me, è meglio non pensarci.

—È meglio anche non parlarne.

—Hai ragione. Parliamo di quell'altro.

—Ti prego, non parliamo di nessuno dei due.

Erano già sul Molo, quasi deserto.

—Gondola, gondola!—gridavano i barcaiuoli, come nel pomeriggio in cui di Reana aveva indotto la Teresa a fare una corsa in laguna. Dopo quel giorno ella non era più uscita di casa che per andare alla stazione. Solo adesso ella rivedeva il Molo, rivedeva la Piazzetta e il Palazzo ducale, tanto diversamente illuminati in quell'ora tanto diversa.

—Hai l'aria incantata d'una forestiera—notò la Orfei con tenue ironia.

La Valdengo rispose:—Come li invidio i forestieri che arrivano per la prima volta a Venezia! Come si capisce che debbano andare in visibilio!

—Loro?… È naturale. Per noi è un altro affare. Toujours perdrix, toujours perdrix!

—Oh, quando la pernice è così prelibata!

Giunsero fino al caffè del Giardinetto Reale, ch'era chiuso.

—Non c'è proprio anima viva—disse la contessa.—T'assicuro che potresti senza paura dare una capatina in piazza San Marco.

—Aspetta…. Restiamo un poco sul Molo.

Tornarono sui loro passi, col sole in faccia. Aprendo l'ombrellino la
Giulia domandò:—Tu non l'hai preso?

—Ho il velo e mi basta…. Sole di novembre.

—Però negli occhi dà noia…. Ecco, con questo tempo la campagna è ancora piacevole…. Ma son giornate a prestito. E non intendo quelli che prolungano la villeggiatura fino a Natale…. È la moda…. Almeno la Marvesi è andata a San Remo.

—Davvero?

—Sì, col marito…. Dopo le nozze d'argento, il viaggio di nozze…. A proposito, m'immagino che tuo zio Venosti Flavi t'avrà descritto per filo e per segno quelle nozze d'argento.

—Mio zio? L'ho visto la sera che ci andava…. Dopo non l'ho visto più.

—Peccato!… Perchè egli era…. come si dice?… uno dei protagonisti—riprese la Orfei.—È stato uno dei mille.

—Andiamo, Giulia.

—Uno dei mille è un'iperbole, lo so…. Ma la frase non è mia. A ogni modo, è noto urbi et orbe che tra Venosti Flavi e la Marvesi ci fu del tenero.

—Sarà…. Per me….

—E il barone—continuò la loquace contessa—ha fatto anch'egli il suo bravo regalo…. un cofano d'ebano con intarsi d'avorio…. bellino tanto…. Tutti i…. soci hanno regalato qualche cosa. Viani un lampadario di Murano, Terenzi un servizio da tè di porcellana di Sèvres, Faroglio un paravento giapponese, di Frasca una cartella con l'occorrente da scrivere, rilegata in pelle di bulgaro con borchie d'argento, Castellini….

—S'è morto?

—Non conta…. S'è fatto rappresentare da sua moglie…. È un comble…. La vedova Castellini ha creduto d'interpretare il desiderio del suo indimenticabile defunto mandando una lettera patetica e dei fiori…. molti fiori. Figurati i commenti!

—E non c'erano altri regali?

—Sì, sì…. una quantità…. Il marito, i figliuoli, gli amici…. E poi una poesia dell'abate Visiani…. degna di lui…. E tanto basta.

—Quella Marvesi è nata sotto una buona stella—notò la Valdengo.

—È un fatto…. Per lei c'è indulgenza plenaria…. Io non ho sulla coscienza la metà di quello che ha lei, e nondimeno ho un'assai peggiore riputazione…. Non dico di mio marito ch'è un angelo….

La Orfei inviò con la mano un bacio all'indirizzo dell'angelo e proseguì:—Non dico di mio marito, ma mia suocera, fin ch'è vissuta, e le mie cognate e tante mie carissime amiche mi han tagliato i panni addosso senza misericordia…. Perchè questa ingiustizia?… E anche tu, povera santa, per un'unica leggerezza, rischi di trovar dei giudici arcigni…. Ma coraggio, sai…. Io ti difenderò sempre.

—Grazie—mormorò la Teresa. Ma era stanca di questi discorsi, e propose alla Giulia di tornare a casa traversando la Piazza e voltando poi dalla parte della Canonica.

Neanche in piazza la Valdengo era più stata dopo quel giorno con di Reana. Si ricordava la basilica fiammeggiante nel tramonto; ora il tempio era avvolto da una luce discreta; il sole batteva invece sulle Procuratie vecchie, facendone spiccare il fine trapunto marmoreo, lambiva la facciata bianca, ahi troppo bianca, di quel lato della piazza che gli architetti del primo Regno d'Italia rifabbricarono, male imitando le linee della vicina fabbrica di Vincenzo Scamozzi. Il campanile gettava attraverso la piazza come una gran fascia d'ombra.

Le porte della chiesa erano spalancate.—Entriamo un momento—disse la
Orfei.

—Perchè no?

In chiesa la Valdengo andava di rado e la sua intimità con Mario Vergalli ch'era in voce di libero pensatore l'aveva allontanata ancor più dalle pratiche esteriori del culto; tuttavia San Marco non poteva non esercitare un fascino sulla sua anima meditativa e poetica, e le accadeva talora di entrarvi con religioso raccoglimento, di soffermarsi qualche minuto davanti a un altare, non biascicando orazioni imparate a memoria, ma sollevando lo spirito in alto, compresa del mistero dell'infinito.

—C'è una messa alla cappella del Sacramento—disse piano la Orfei. E precedendo l'amica s'inginocchiò in prima fila. La Teresa rimase indietro. Due popolane si ristrinsero per farle posto su una delle ultime panche; una signora di mezza età, che aveva l'aria di un pinzochera, disturbata da quel movimento, le lanciò uno sguardo ostile; una vecchia dall'aspetto ignobile si chinò per susurrare qualche parola all'orecchio della vicina. Quelle donne allineate richiamarono alla mente della Valdengo un bel quadro di Cesare Laurenti, ammirato all'Esposizione artistica del 1887, Frons animi interpres, ed ella tremò all'idea che si potesse leggerle in fronte ciò che le passava nell'anima. Sedeva col viso nascosto fra le mani, le piccole mani di cui un raggio di sole, scendente dal finestrone circolare che illumina la crociera, faceva risaltar la purezza e il candore. Di quando in quando ella udiva come in un sogno la cadenza dei versetti latini recitati dal prete con voce nasale, udiva il borbottio monotono della pinzochera, e il fruscio dei foglietti voltati dei libri di divozione. Intanto a lei saliva dal cuore un'altra preghiera: «O Signore che tutti invocano, che tutti cercano per vie diverse, vi vedrò io dunque fra poco? Vi vedrò corrucciato o benigno? E comparendovi innanzi così, avrò io veramente infranto i vostri decreti, mi sarò meritata i vostri castighi? O Signore, Signore, se a Voi nulla sfugge, se d'ogni creatura umana Voi conoscete gli atti e i pensieri, sarò io per Voi una tal peccatrice che non mi possa arridere la vostra clemenza? Io non mi son prosternata spesso, lo so, ai piedi dei vostri altari, ma ho sempre procurato di seguire la vostra legge d'amore e di carità; ho sempre procurato di fare il bene, di accostarmi agl'infelici ed agli umili; ho compatito agli errori, ho perdonato alle offese; deh, perdonatemi Voi!… Se ho errato credendomi superiore alla fragilità del mio sesso ne fui crudelmente punita. Sono caduta, ho perduto il diritto alla stima di me stessa e all'altrui. Ma avrei sopportato coraggiosamente l'umiliazione; ciò che mi spinge al passo estremo Voi non lo ignorate, o Signore. Io non mi sento la forza di gettare nel mondo un innocente che mi chiamerebbe responsabile de' suoi dolori…. La vita è triste per tutti, o Signore; che sarà per quelli che portano seco una debolezza di più?… Perdonatemi, Signore, perdonatemi».

Uno stropiccio di piedi, un concerto di gole raschiate e di nasi soffiati con forza avvertì la Teresa che la messa era terminata. Le sue vicine uscirono dall'altra parte della panca. Ritta presso a lei, la Giulia Orfei le toccò leggermente la spalla.—Non vieni?

La Valdengo si scosse.—Hai fretta?

—Che vuoi restare?

—No vengo…. or ora.

—Ebbene resta fin tanto ch'io saluto Wolff, il pittore tedesco. Torno subito a prenderti.

E s'avvicinò a un artista che addossato a uno dei pilastri dell'intercolunnio centrale copiava l'ambone e la Vergine col bambino che lo sormonta.

La Teresa Valdengo non pregava più. Con le mani intrecciate sulle ginocchia ella guardava intorno a sè, di sotto il velo abbassato. Dinanzi all'altare da cui il prete era sceso ardeva qualche candelabro, qualche fiammella solitaria tremolava nelle lampade massiccie d'argento pendenti dal sommo degli archetti. Gruppi di forestieri giravano qua e là levando gli occhi verso i mosaici delle cupole, procedendo guardinghi sul pavimento liscio e ondulato. Bella come un'apparizione, una coppia di sposi dal tipo anglosassone saliva i cinque gradini del presbiterio; egli spirante dalla fisonomia la calma leonina dei forti, ella appoggiata al braccio di lui, stretta alla vigorosa persona come l'edera al tronco; saliva lenta la fulgida coppia sui gradini marmorei e pareva lasciar dietro a sè un solco d'amore e di giovinezza…. Dalla parte opposta della crociera un'altra messa cominciava; le panche si empivano di fedeli; per l'aria tiepida e grave errava un profumo d'incenso; dalla nicchia d'un confessionale spuntava il lembo d'un vestito di seta. Di quali colpe s'accusava quella donna sconosciuta? A quali pene cercava un conforto?…

—Eccomi—disse la Giulia Orfei che s'era congedata dal pittore.

La Teresa sorse in piedi e si mise a fianco della sua compagna. Questa, presso alla porta, bagnò le dita nella pila dell'acqua santa e si fece il segno della croce; indi ripigliò:—Io, vedi, quasi ogni mattina la mia messa l'ascolto. Se ne faccio a meno sento che mi manca qualcosa.

—Parli della messa come parleresti del caffè che si prende appena alzate—osservò la Valdengo.

—Non scherzare, Teresa…. Mi conosci da bambina. Ho sempre avuto religione, io.

L'altra sospirò.—E credi che io non ne abbia?

—Oh, lo so…. La vostra religione fumosa, vaporosa…. Tant'è non averne.

—Ti pare?

—Ma sì…. Che cos'è la religione senza preti, senza chiese, senza cerimonie?… Però oggi hai rotto il ghiaccio, e ci verremo ancora insieme a San Marco…. Ah se tu mi permettessi di presentarti un sacerdote di mia conoscenza…. un teologo….

—Per amor del cielo! Ieri il medico, oggi il prete. Mi consideri bell'e spacciata.

—Dio me ne guardi…. T'ho consigliato anche un marito…. Dunque….

—Troppa roba in una volta—rispose la Teresa, sforzandosi di celiare. E soggiunse:—Grazie a ogni modo, cara Giulia, delle tue premure, grazie dell'amicizia che mi dimostri.

Erano uscite dalla basilica, avevano svoltato per la piazzetta dei
Leoncini, prendendo poi la strada del ponte di Canonica e di San
Filippo Giacomo.

—Uno di questi giorni potremo fare una passeggiata più lunga—propose la Orfei.—Domattina aspetto la sarta…. ma doman l'altro….

Poichè la Valdengo non rispondeva, l'amica la urtò col gomito.—Oh, sei nelle nuvole?

—Scusa, non ho sentito.

La Orfei rinnovò la sua proposta.

—Doman l'altro?—ripetè macchinalmente la Teresa.—Che serve impegnarsi per doman l'altro? Tante cose possono succedere….

—Mi fai ridere…. Che vuoi che succeda? Tutt'al più può cambiare il tempo.

—Appunto.

—E allora, festa…. O preferisci ch'io salga da te domani a qualche ora per combinare?

—Domani!—pensò la Valdengo.—Ma domani io sarò morta!

Alla Giulia disse però:—Fa come ti piace… Ma smemorata ch'io sono!… Perchè ti lascio venir fin qui?….Tu ti svii.

—Oh, importa molto!—esclamò la Orfei.

E insistè per accompagnar la Teresa sino alla porta di casa.

XXVII.

—È stato il conte—disse la cameriera dal pianerottolo.

—Quando?

—Mezz'ora fa, e si mostrò molto dispiacente di non averla trovata.

—Ha lasciato detto nulla?

—Che tornerà verso il tocco.

—Bene. Badate che, tranne il conte, non ricevo altri in tutta la giornata.

—Nemmeno suo zio, se venisse…?

—Nemmeno. Parlo chiaro. Nessuno…. E che non accada come ieri.

—La contessa Orfei volle a tutti i costi….

—Non avrebbe già sforzato la porta…. Del resto, è inutile tornar sulle cose vecchie…. C'è posta?

—Un giornale e una lettera…. di là, sulla scrivania.

Quantunque i vestiti le dessero noia ed ella non vedesse l'ora di mettersi un po' in libertà, la Teresa entrò nel suo salottino senza neanche levarsi il cappello. La lettera era lì, sopra il giornale. Portava il bollo di Porto Said.

—Ha bisogno di me?—chiese la Luisa che aveva seguito la sua padrona.

—No, chiamerò.

Quella lettera doveva arrivare. Pur non confessandolo, la Teresa l'aspettava; non per mutare o raffermare la sua determinazione ch'era ormai incrollabile, ma perchè il silenzio di Guido di Reana, dopo i rapporti esistiti tra loro, le sarebbe parso tale un oltraggio da avvelenarle gli ultimi istanti.

Quella lettera doveva arrivare, e la Teresa l'aspettava. Tuttavia nel vederla sul suo tavolino, il sangue le dette un tuffo. Sentì come una voce che le dicesse:—Se ciò che attendevi è giunto, quali ragioni d'indugio avrai più?

Ella ruppe la busta civettuola chiusa da un elegante monogramma, spiegò il foglio profumato di muschio. E s'accinse a leggere, turbata sì, ma non tanto che non le riuscisse di analizzare il suo turbamento, e di non trovarvi, meravigliata, neanche un briciolo d'amore. C'era la vergogna del fallo commesso, c'era la pietà del proprio destino, c'era l'indulgenza, il perdono per chi l'aveva tratta a rovina; amore non ce n'era. Non un palpito del cuore, non una vibrazione dei sensi; nulla. Così lontano le pareva quel tempo e non erano trascorse che poche settimane!

Nè la lettura di ciò che di Reana le scriveva sprigionò una favilla dalle ceneri spente.

Ella si ricordava di alcune parole di lui.—Ti scriverò un fascicolo da Porto Said.—Non erano invece che quattro paginette d'una intonazione sbagliata da cima a fondo. Qua e là una frase inopportuna, un'allusione sguaiata, e, in mezzo all'espressioni sentimentali, romantiche, qualche spiritosità di cattiva lega, qualche motto francese riportato con ortografia malsicura. Non aveva saputo, Guido di Reana, trasfondere nella sua epistola artificiosa nulla della grazia spontanea e dell'ardor giovanile a cui egli era andato debitore dell'insperato trionfo. Anche il tu confidenziale ch'egli doveva pur credersi in diritto d'usare, anche quel tu offendeva la Teresa. Ella pensava alle lettere ch'era avvezza a ricevere da Mario Vergalli, tenere e rispettose ad un tempo, rivelanti un'anima alta e leale, un cuore pieno di gentilezza, un ingegno robusto, nudrito di studi, atto a intender tutte le manifestazioni del bello. Che confronto, Dio buono, che confronto!

Del resto, Guido adduceva due scuse del non scriver più a lungo: le esigenze del servizio che gli avevano impedito di prender la penna in mano durante tutto il viaggio e il desiderio di punir la mammina cattiva che a Porto Said non gli aveva fatto trovar nemmeno una riga. Ora la mammina (due volte Guido ripeteva la parola malaugurata) doveva affrettarsi a inviargli sue notizie a Massaua, ove il Colombo si sarebbe trattenuto circa un mese. Da Massaua naturalmente avrebbe riscritto anch'egli per dir la sua impressione sulla nostra colonia e sulle donne abissine per le quali i suoi compagni mostravano una curiosità indiscreta ed incomprensibile. In quanto a lui aveva troppo impresse nella memoria certe donne bianche per sentir la tentazione delle negre. Di Reana finiva ringraziando la Teresa d'avergli dato una felicità di cui egli non era degno e che non avrebbe dimenticato giammai, e rievocando le memorie dell'ultimo giorno passato insieme. Egli sentiva che, avesse pur vissuto cent'anni, non si sarebbe più rinnovato per lui un giorno simile a quello.

La Teresa ripose silenziosamente la lettera nella busta. L'idea che, nel corso di quella notte, aveva un istante attraversato il suo spirito la faceva sorridere d'un sorriso amaro. Bene in verità ella si sarebbe rivolta a questo ragazzo leggero, sensuale, avido di piaceri, per dirgli:—Bada, caro, la nostra relazione ha avuto conseguenze che tu non t'immaginavi; prendine anche tu la tua parte.—Bene si sarebbe rivolta; bene avrebbe provvisto all'avvenire della creatura che portava in grembo!

Ah no, nemmeno gli avrebbe scritto. Nel suo cassetto, insieme con gli altri ricordi ch'ella lasciava a conoscenti ed amici ce n'era uno per lui, un anello di zaffiro ch'egli aveva ammirato. Era in una piccola scatola suggellata, con l'indirizzo di pugno della Teresa: «Al signor conte Guido di Reana, sottotenente di vascello, a bordo del Cristoforo Colombo.» Mario Vergalli avrebbe avuto la bontà di recapitarlo. Tanti sacrifizi ella aveva chiesto a Mario che osava chiedergliene uno di più.

E ora, infilata ch'ebbe la sua vestaglia e fatto il suo simulacro di colazione, ella stette ad aspettarlo con un'ansietà maggiore dell'usato. Perchè aveva egli quella mattina anticipata la visita quotidiana? Che aveva saputo? Che aveva supposto?

XXVIII.

Mario Vergalli giunse un po' prima dell'una, pallido, stravolto.

—Mi duole che non m'abbiate trovata in casa questa mattina—ella disse.—La Giulia Orfei ha voluto a tutti i costi trascinarmi a far quattro passi… Ma che avete?… Siete turbato!… Via, accomodatevi, parlate.

—Oh sì, molto turbato—egli rispose afferrandole la mano.—Teresa,
Teresa, perchè tanti sotterfugi con me?

Ella impallidì.

—Quali sotterfugi?

—Voi foste a Milano—riprese Vergalli.—C'eravate nel giorno che ci fui io di passaggio… Vi hanno vista in un fiacre. E poichè quella sera la stessa persona deve aver visto me, si è creduto che fossimo insieme… Voi sapete pure che non eravamo insieme… Con chi eravate?

L'insinuazione contenuta in questa domanda fece salire una fiamma al viso della Valdengo. Pur si frenò. Non erano più i tempi in cui ella poteva fulminare col suo disprezzo chi dubitava di lei.

—Hanno ardito sostenere ch'io ero con qualcheduno?—ella chiese.

—No… almeno non credo… Ma è vero dunque che voi foste a Milano?

—È vero.

—E perchè tacerlo?

—Non si presentò l'occasione di discorrerne.

—Come? La mattina che venni da voi vi avevo detto che arrivavo da Milano, appunto allora. Voi eravate giunta con una corsa prima, e non vi pare che fosse naturale il discorrerne?

—Dovreste ricordarvelo, amico mio—replicò la Teresa—il nostro colloquio di quella mattina. C'era qualche cosa di più importante e più grave che la combinazione d'essere stati tutti e due a Milano con poche ore d'intervallo.

—Non lo nego… ma…

La Teresa continuò:

—E non fui schietta, non fui leale con voi quella mattina? Confessandovi le mie debolezze, rivelandovi, a costo di farvi tanto soffrire, ciò che una donna è così restia a rivelare, non vi ho dato la miglior prova della mia sincerità?

—Ebbene… in tal caso dev'esservi facile spiegarmi quella vostra gita.

Bisognava mentire, e la Teresa ripetè a Vergalli la storia della sarta.

—Per questo siete andata a Milano?—proruppe il conte Mario.

—Sì, qual meraviglia? Non lo sapevate che una parte de' miei vestiti li ordino a Milano?… Per solito la sarta vien lei un paio di volte all'anno a Venezia; quest'autunno non poteva venire; sono andata io…. Ecco, anche per la toilette sono come le altre donne.

Vergalli tentennò la testa con aria scettica.

—Vi siete messa in viaggio sola, senza nemmeno la vostra cameriera… mentre stavate già poco bene?… No, no, Teresa, dite ch'io non ho il diritto d'interrogarvi, dite che siete padrona assoluta di voi stessa, ch'io non sono nè vostro marito, nè vostro padre, nè vostro fratello, nè vostro amante; ma non mi trattate come un bambino al quale si dà a credere quello che piace.

Egli chinò la testa sul petto, schiacciato sotto un peso intollerabile.

—In nome del cielo—esclamò la Valdengo—che supponete? Ch'io fossi a Milano con un uomo, con un amante… un secondo amante… perchè il primo era ormai…?

Fece con la mano quel gesto che si fa per accennare a cosa molto lontana. E seguitò con amarezza:—A qualche giorno di distanza sarei passata dalle braccia dell'uno alle braccia dell'altro?….

Vergalli le troncò le parole a mezzo.—No, Teresa, non mi attribuite questo pensiero… Mai, mai esso mi è balenato nella mente.

—E allora?

—Allora… non so… che volete?… Sono un pazzo, sono un visionario… Perdonatemi, Teresa, perdonatemi… Era proprio partito, colui?

—S'era partito? Ne dubitate? Non è ufficiale del Cristoforo Colombo? Non deve seguire il suo bastimento?… Procuratevi i giornali, confrontate le date, e vedrete crollare il vostro castello di carte.

—Però di Reana poteva aver ottenuto il permesso di raggiungere la nave più tardi…

—Ed essere intanto a Milano con me?…. O perchè non sarebbe rimasto a Venezia?

Vergalli trasse un profondo sospiro dal petto.—Sì, sì, avete ragione… Ma in ogni caso, se pur i miei dubbi fossero fondati, di che avrei a lagnarmi? Che ci sarebbe di peggio di quello che è stato?

Benchè la Teresa dovess'esser contenta che i sospetti di lui si sviassero dietro una falsa traccia, ella non potè trattenersi dal protestare energicamente.

—Sarà verissimo; quel viaggio galante non avrebbe reso nè più grave, nè più lieve il mio fallo… Ma non fu così.

—Poichè lo assicurate voi…—fece Mario con piglio rassegnato.

—Dubitate sempre, lo vedo—diss'ella—dubitate che Guido di Reana sia rimasto in Italia, ch'egli abbia chiesto un congedo, che la nostra tresca non sia interrotta che momentaneamente.

—No, no.

La lettera di Porto Said che la Teresa aveva collocata sotto un calcafogli esalava il suo profumo di muschio.

—Vi occorre una prova autentica, irrecusabile—ripigliò la Valdengo.

—Quale prova?

—Eccola.

La Teresa mostrò la lettera a Vergalli.

Egli comprese.—È di lui?

—Da Porto Said… È arrivata questa mattina… Verificate il bollo postale.

—Vi ha scritto?—balbettò il conte.

—Vi mostrerò anche la data, anche la firma, se sarà necessario—insistè la Valdengo.

—Perchè mi torturate così? Perchè?

—Dio mio! Siete voi che mi tirate per i capelli.

—Vi ha scritto!—ripetè Vergalli con voce sorda.—Naturalmente gli scriverete anche voi.

Senza rispondere, ella lo pregò di dar un'occhiata alla stufa.

Vergalli esitava, non intendendo a che cosa ella mirasse.

La Teresa rinnovò la preghiera:—Usatemi la cortesia di guardare se c'è foco.

Egli si chinò e aperse lo sportello.—C'è un po' di brace.

—Allora prendete questa lettera e bruciatela voi.

—Io?

—Sì… voi… Prendete… L'odore mi fa male.

—Che significa ciò?

—Significa che fra me e di Reana è finito tutto… M'avete pur creduta quando vi confessai il mio fallo; credetemi anche adesso… Coraggio, prendete questa lettera e bruciatela.

Vergalli si decise finalmente a ubbidire. Strinse fra le dita tremanti la busta lucida, profumata, e dopo aver consultato ancora una volta con lo sguardo la Teresa, la gettò nella stufa. La carta s'arricciò, si contorse, s'ingiallì, si carbonizzò a poco a poco senza dar fiamma.

—Oh—disse la Teresa—non è già ch'io presuma distruggere il passato.
Le lettere si possono distruggere, non i fatti.

Il conte Mario, che s'era rimesso a sedere, con gli occhi ostinatamente fissi al suolo, alzò il viso trasfigurato. Aveva l'aspetto dell'uomo che ha fermato la mente in un'eroica risoluzione.

—È vero, Teresa, i fatti non si distruggono. Ma a quelli che ci addolorano e ci avviliscono altri se ne possono sovrapporre che scancellino le impressioni dei primi.

Ella accennava di no col capo.

—Sì, amica mia, da noi dipende… Pur di non irrigidirci nel nostro orgoglio, pur di non respinger sdegnosamente l'aiuto che ci si offre… L'orgoglio, ecco l'avversario implacabile… Anch'io ho lottato con esso, ma ora, grazie al cielo, ho vinto.

La Teresa sentì gelarsi il sangue. Che voleva egli dire con queste parole?

—Nella vostra vita bella, nobile, pura—egli proseguì—vi fu un giorno di debolezza e d'oblio… Può quel giorno annullar tutto il resto? Può rendervi men degna dell'affetto, della stima dei buoni, della stima di voi stessa?… Vile chi l'ha pensato!… E se l'ho pensato io, mille volte più vile degli altri!… Ma io non l'ho pensato, io ho ceduto ad un impeto di gelosia, perchè vi amavo, perchè vi amo.

—Per carità!—interruppe la Teresa.—Non parlate d'amore.

—Del mio amore ho diritto di parlarvi… Non vi domando il vostro… Ma se in quest'ora di supremo sconforto voi provate il bisogno d'un braccio che vi difenda, d'un petto su cui riposarvi, se una dolorosa esperienza vi avvertì dei danni, dei pericoli della solitudine, accettate, Teresa, accettate quello ch'io v'offro… la mia mano, il mio nome.

Ella fece un gesto per trattenerlo.

Mario non le diede retta, trascinato dall'onda della passione.

—Se vorrete, non sarò vostro marito che in faccia alla legge, che in faccia al mondo… Sarò per voi un amico come prima… Studieremo insieme… viaggeremo insieme… Ma io vi avrò presso di me… sempre… sempre… perchè, vedete, a tante cose posso rassegnarmi… non a esser diviso da voi…

Egli era caduto a' suoi piedi, cercava le sue mani, baciava l'orlo della sua veste.

Che strazio, che supplizio per lei, e com'ella avrebbe voluto esser già morta e sepolta!… È vero, sarebbe morta domani, poteva finger oggi d'acconsentire… Ma no, nelle condizioni in cui ella si trovava, anche il finger l'assenso le pareva codardo.

—Alzatevi, Mario—ella supplicò. E per dargli l'esempio si alzò ella stessa, svincolandosi dolcemente.—Voi siete nobile e buono, Mario.

Egli pestò il piede con impazienza.—Non voglio lodi.

—Meritereste d'essere, non che amato, adorato in ginocchio—continuò la Teresa.

—Non vi chiedo nè adorazione, nè amore—ribattè Mario Vergalli.—Vi chiedo d'esser la compagna della mia vita… Ho fede in voi… A occhi chiusi vi darei da custodire il mio onore. Nulla vi domanderei del passato, di quel breve passato che fu come una nube improvvisa e fuggevole in un cielo sereno… E vi cingerei di tante cure, che, se non l'amore, l'affetto vostro saprei conquistarmelo.

—Non si conquista quello che si ha—ella rispose.—Voi l'avete da anni il mio affetto. Ma in nome di questo affetto, vi scongiuro, Mario, abbandonate la vostra idea.

—No, dunque? Voi dite no?

La voce del conte s'era fatta dura e cupa; la sua fisonomia esprimeva una sofferenza atroce.

La Teresa gli posò una mano sulla spalla.—Mario…

Egli la respinse.—Non perifrasi… Sì o no?

—Ascoltatemi, Mario—ella cominciò con dolcezza. Ma che poteva dire? Che le restavano poche ore da vivere e che tutto era vano? O doveva spogliarsi dei suoi ultimi pudori, rivelargli il suo stato?… O, infine, doveva, per guadagnar tempo, accatastar nuove menzogne?

—Lo vedete—egli proruppe—il vostro labbro non riesce a trovar scuse all'incomprensibile rifiuto… O se vi sono motivi seri, son tali che non osate manifestarli.

Ella taceva.

Vergalli l'afferrò per un braccio.—Ma parlate, per Dio… Dite una ragione… una ragione che abbia almeno un'apparenza di fondamento, e vi prometto che vi lascerò in pace oggi e per sempre… che partirò stasera…

—No… non stasera.

—Ch'io non parta?… Badate, Teresa, s'io rimango non sarà che per scoprire ciò che vi ostinate a nascondermi… E lo scoprirò, ve lo giuro.

—Un inquisitore, voi?… Non vi riconosco più, Mario—ella disse con mite rimprovero.

—Di chi la colpa?… Siete tanto mutata voi… E come non capite che il vostro silenzio autorizza qualunque sospetto?

Le dita di Mario Vergalli stringevano l'esile polso di lei come in una morsa d'acciaio.

Ella cercò di liberarsi.—Mi fate male, Mario.

Senza lasciarla, egli allentò alquanto la stretta,—Parlate. Perchè avete respinta la mia offerta, perchè?… È forse l'idea del matrimonio che vi ripugna così?

—Ecco—ella rispose aggrappandosi a questa tavola di salvamento.—Può darsi che abbiate indovinato. Vi basta adesso?

Ma la fronte di Vergalli non si rischiarò e e le sue labbra si atteggiarono a un amaro sarcasmo.

—Una volta poteva bastarmi—egli disse.—Quando credevo che a nessun altro deste più di quello che davate a me, allora poteva bastarmi… Oggi no… È troppo crudele il torto che mi avete fatto, il torto che mi fate… Come?… Avete consentito d'esser l'amante d'un libertino qualunque e ricusate d'esser mia moglie?… E vi amo da anni, e voi da anni accettate questo culto come una Madonna inaccessibile nel suo tabernacolo… Ora l'altare è vuoto… Voi ne siete discesa… Non avete più il diritto di esigere un'adorazione mistica… Io, io ho il diritto di dirvi: Che idea vi fate di me? Perchè ho la barba e i capelli grigi, perchè la mia giovinezza è tramontata da un pezzo, voi mi credete decrepito addirittura, voi credete che tutti i miei sensi sian morti, anche quello della mia dignità? V'ingannate, Teresa… Non sono nè così vecchio nè così santo da aver cessato d'essere un uomo…

Di nuovo ella sentì stringersi il polso; sentì ch'egli tentava di attirarla a sè, gli vide una strana fiamma nella pupilla, e n'ebbe terrore. Le tornò alla mente il ricordo d'un'altra violenza patita, e quell'altra violenza le parve meno ignobile di questa che l'era minacciata: men vile le parve il giovinetto lontano, cagione d'ogni sua sventura, men vile dell'amico rivelantesi d'improvviso tanto diverso dal solito. Colui soccombeva a una forza cieca della natura; in Mario c'era un'eccitazione artificiale premeditata, alimentata dalla fantasia e dal ragionamento.

Ella si svincolò con uno strappo, e ritta, addossata al tavolino, con un'espressione di ribrezzo, di sdegno, di dolore nello sguardo, con le labbra livide, esangui, balbettò:—Voi, Mario… voi mi costringereste a chiamare la mia cameriera?

Simile a un ubbriaco sul cui capo si rovescia una secchia d'acqua gelata, Vergalli si ridestò alla coscienza della brutalità commessa. Un rossore intenso gli salì al viso; le braccia gli ricaddero inerti lungo i fianchi.—Perdonate—egli bisbigliò in un soffio.

Alzò lento lento gli occhi verso di lei… Oh com'ell'era pallida, come ansava!—Teresa—egli soggiunse con voce affannosa—ma voi soffrite…

—Un poco.

Egli si voltò verso l'uscio.

—No—ella disse vivamente, lasciandosi ricader sulla sedia—non voglio nessuno… non ho bisogno di nulla… Ossia… datemi un gocciolo di cognac… il servizio dei liquori è lì sulla mensola… Una volta non ne bevevo mai… vi ricordate?… Appena di quando in quando un dito di curaçao.

Celiava, mossa a pietà di lui, desiderosa di cancellar l'impressione delle parole dettegli pur dianzi.

Beato di servirla, egli le mescette il cognac e glielo porse. La sua mano tremava.

Ella accostò il bicchierino alla bocca, ma non potè trangugiar che poche stille. Socchiuse gli occhi, arrovesciò la testa sulla spalliera della seggiola.

—Teresa! Teresa!—gridò Vergalli raccogliendo il bicchierino che le scivolava tra le dita, mentre il liquore le si spargeva sulla vestaglia.

Indi corse alla finestra e l'aprì, corse al campanello elettrico e ne premette con forza e ripetutamente il bottone.

Vennero in due, la cameriera e la cuoca, attratte dalla violenza della scampanellata.

—Presto, presto—disse il conte—la signora è caduta in deliquio.

E quasi volesse giustificarsi, soggiunse:—L'è capitato così da un punto all'altro… mentre si discorreva… Aveva desiderato lei una goccia di cognac.

—Eh, non istà bene la mia signora—sospirò la Luisa.

—Ma che cos'ha, in nome del cielo?

La Luisa si limitò a tentennare il capo; poi si rivolse alla cuoca.—Senta, Edvige, la regga lei un momento finch'io vado di là a prendere una boccetta di sali.

Entrò nella camera da letto e ne uscì tosto con la boccetta che fece fiutare alla sua padrona. Questa ritorse il viso con una smorfia.

—Ecco… rinviene…

—Pare… sì…

La Teresa mosse le braccia, sollevò alquanto le palpebre e girò intorno le pupille incantate.

—Potrei andar per un medico—disse piano Vergalli.

La cuoca, che fino allora non aveva aperto bocca, fece una spallucciata, e non badando agli occhiacci della Luisa, borbottò con un pronunciato accento tedesco:—Importa molto il medico per questi mali!

—Insomma, che mali sono? Che mistero c'è?—esclamò il conte Mario. E mentre formulava la domanda, rapida come il tuono che succede al lampo, gli s'affacciava un'idea terribile, dolorosa, umiliante, e pur naturale… così naturale che lo stupiva il non averci pensato prima.

—Roba da nulla…. nervi….—rispose la Luisa.—Signora, signora, come sta?

—Meglio—susurrò la Teresa con un filo di voce.—Perchè siete qui voialtre?… Chi vi ha chiamate?… Non c'era il conte?

—Ci ha chiamate lui—replicò la cameriera. E si voltò per cercarlo.
Ma il conte s'era dileguato.

XXIX.

Erano le nove di sera. Nonostante le prove fisiche e morali della giornata, nonostante l'imminenza della catastrofe, la Teresa era calma, padrona di sè. Della tempesta, che aveva agitato così fieramente la sua anima nella notte scorsa, non rimaneva la minima traccia; gli ultimi tenui fili che la univano alla vita s'erano spezzati dopo la scena dolorosa con Mario. Non ch'ella gli serbasse rancore; ma nella passione senile di lui ella trovava una ragione di più per morire. Adesso, già da un'ora, ella stava scrivendogli, e vinte le difficoltà dell'esordio la sua penna correva sicura sopra la carta. Quell'esordio diceva così:

«Avrei voluto che solo da questa lettera voi apprendeste ciò che non ho ardito confessarvi a voce; avrei voluto che foste l'unico depositario di questa parte del mio segreto; vedo pur troppo che il mio desiderio fu vano; sento che avete indovinato tutto. Me lo dice la vostra improvvisa scomparsa dopo il mio breve malessere d'oggi (e vi ringrazio d'aver mandato a prendere mie notizie); me lo dice il linguaggio pieno di reticenze delle mie donne; le quali, ormai ne son certa, avevano indovinato prima di voi. Ebbene, amico mio, se sapete tutto, avrete già compreso e perdonato il rifiuto che opposi alla vostra offerta. Potevo forse accettare?»

Dopo questa introduzione, la Teresa veniva a spiegare i punti della sua condotta che, per forza di cose, erano dovuti rimanere oscuri, e si diffondeva a parlare della sua gita a Milano che prima ell'aveva cercato di nascondere e di cui poi aveva dissimulato il motivo reale. Ah sì, aveva accumulato artifizi e bugie ripugnanti all'indole sua, e ora, in procinto di abbandonar per sempre la terra, la sua anima cedeva a un bisogno prepotente di verità e di sincerità. Nè si contentava di chiarire i fatti, ma scendeva con spietata analisi dentro sè stessa, studiando le deficienze del suo organismo morale ch'ella aveva avuto il torto di creder sano ed equilibrato. Sana ed equilibrata lei, ch'era caduta quasi senza lotta, nè dopo la dedizione repentina e umiliante aveva trovato l'energia di rialzarsi! Sana ed equilibrata lei che, per quanto avesse scrutato nel proprio cuore, non vi aveva mai scoperto quella fiamma divoratrice che avrebbe potuto attenuar la sua colpa; che oggi, pensando al suo seduttore, non provava nè amore, nè odio, nessuno di quei sentimenti che nelle nature logiche e vigorose sopravvivono alle grandi passioni? Ah, se il caso fosse toccato ad un'altra, quanto volentieri ne avrebbe parlato con lui, col suo sereno filosofo!… Ma ora ella capiva la vanità dei nostri giudizi. Come giudicare senza conoscere, e come pretendere di conoscer gli altri, se ognuno di noi riserba a sè medesimo così strane sorprese? Ecco, anche oggi, guardandosi intorno, le pareva di vedere una corruzione molto maggior della sua, le pareva ingiustizia suprema l'essere schiacciata sotto il peso d'un unico fallo, mentre il vizio cinico e impudente correva le piazze e trionfava nei salotti eleganti. Pur la fiera protesta le si spegneva sul labbro nell'incertezza delle leggi che regolano le azioni umane e del grado di responsabilità che incombe a ciascuno. Solo una cosa ella credeva di aver imparato, oimè troppo tardi. La donna scelga la sua via. Se ha scelto quella dell'onestà, sappia che deve percorrerla sino in fondo, senza un'esitazione, senza una titubanza. Al suo primo scappuccio non s'aspetti misericordia. È lei, la donna onesta, che sarà chiamata a pagare anche per quelle che non sono tali.

Proseguendo nella sua lettera, la Teresa esponeva le ragioni che la spingevano a morire. Vergalli non l'avrebbe condannata, egli che tante volte aveva compatito con lei ad altri suicidi, egli che aveva mostrato comprendere come vi possano esser momenti in cui al più coraggioso degli uomini manchi la forza di vivere. Ed ella diceva che sarebbe morta prima, appena inteso il verdetto del medico milanese, se non avesse voluto metter ordine alle sue faccende e riveder l'amico buono e fidato ch'ella aveva offeso e che meritava di ricevere il suo atto supremo di contrizione. Indi, accennando ai loro recenti colloqui, ella ricercava le cause che avevono impedito la pienezza delle sue confidenze. Piccole cause che non avrebbero dovuto farla deviare dal suo cammino; ma basta sì poco a gelar talvolta una parola sul labbro, ad arrestare uno slancio del cuore! Ed ella gliene chiedeva perdono; gli chiedeva perdono dei malintesi che una sua maggiore franchezza avrebbe certo evitati. Tanto le premeva di non offendere, di non ferir Mario Vergalli che quasi accusava sè della scena penosa d'oggi! Nè gli disse, troppo egli ne avrebbe sofferto, che s'egli fosse tornato da lei come amico e non altro, egli forse, egli solo avrebbe potuto salvarla….

Non glielo disse; nell'ultima parte della lettera riassunse, completò, illustrò il suo testamento, specificando quelle disposizioni che ella desiderava rimanessero segrete fra loro due, scusandosi di non averlo esonerato nemmeno dall'incarico, che doveva riuscirgli sì grave, di far pervenire un suo ricordo a Guido di Reana. E la Teresa conchiudeva in questi termini:

«Addio, Mario. Non vi dico di dimenticarmi. Nonostante il male che vi ho fatto, vi dico piuttosto: Ricordatemi senz'amarezza. Pensate a me come a una povera donna a cui è mancato qualche cosa per esser felice e per render felici le persone che amava. E non vi lasciate abbattere nè dalla memoria dei torti patiti, nè dal dolore che vi darà la mia morte. Non siete giovine più, ma le abitudini austere hanno conservato intatta la vigoria del vostro corpo e del vostro spirito; il libro della vita non ha svolto per voi tutte le sue pagine; potete chiederne e sperarne altre consolazioni; dallo studio, dal lavoro…. forse dalla famiglia…. forse da nuovi affetti….

Addio, Mario. Confido, che se pur avete deciso di partire, domattina sarete ancora a Venezia, e la mia lettera potrà esservi recapitata prontamente…. Consacratemi poche ore…. le ultime…. Difendete il mio cadavere dalle curiosità indiscrete…. Procurate ch'io sia sepolta nella veste che ho addosso; cercate di ottenere dai giornali, se non il silenzio circa al mio suicidio, almeno un riserbo pietoso circa ai motivi che lo hanno determinato; cercate (e non vi strappi un sorriso di compassione la mia debolezza) che la mia bara non sia respinta dalla chiesa della mia parrocchia…. Grazie, Mario…. E addio…. e perdonatemi.

TERESA.»

Poich'ebbe riletto il foglio da capo a fondo, lo piegò e lo chiuse entro una busta. Ma mentre stava scrivendone l'indirizzo, la scosse una scampanellata alla porta di strada. Ell'aveva dato ordini precisi, assoluti; non riceveva nessuno: nè lo zio Venosti, nè il conte Vergalli, nè la Giulia Orfei, nessuno insomma; ed era naturale che quegli ordini, dati il giorno, dovessero aver maggiore efficacia la sera; tanto più che alle sette e mezzo, nel congedar la Luisa, ell'aveva soggiunto che sarebbe andata a letto presto, da sola, secondo la sua consuetudine. Checchè le fosse occorso, avrebbe chiamato.

Tuttavia, alla scampanellata, la Teresa nascose rapidamente la lettera nella cartella ove c'era anche il testamento, e riparò nella sua camera come in un rifugio più intimo ed inviolabile. Ivi, posata la candela sul comodino, tese l'orecchio e stette in ascolto.

Certo qualcheduno aveva salito la scala, era di là, in conferenza con la Luisa. Chi poteva essere? Il servitore di Mario che per la terza volta veniva a informarsi della sua salute? O Mario stesso, portato da una forza irresistibile alla casa dell'amica? O era invece un'ambasciata indifferente di cui ell'avrebbe riso domani, se il domani fosse esistito per lei?

In quella sospensione dell'animo, la Teresa provava una specie d'impazienza nervosa contro l'ignoto, chiunque fosse e fosse pur Mario, che turbava la quiete di quegl'istanti solenni.

Senonchè, ad un tratto, i suoni fino allora piuttosto indovinati che percepiti si fecero chiari e distinti; ella sentì veramente dei passi, delle voci rattenute e sommesse, sentì picchiare all'uscio del salottino verde. Con una decisione subitanea ella spense la candela e si gettò sul letto.

Una persona era entrata nel salottino e s'avvicinava guardinga; una mano girò adagio adagio la gruccia nell'uscio. Irrigidita in uno sforzo supremo, la Teresa non gridò, non si mosse, e riuscendo con la volontà a disciplinar perfino i battiti tumultuosi del cuore parve respirar come uno che dorme.

—Dorme—disse in fatti una voce. Era quella della Luisa, e sembrava rivolta ad uno che fosse lì ad attendere risposta. I battenti dell'uscio, come s'erano aperti pian piano, pian piano si riaccostarono. Ma un'altra voce, una voce d'uomo cognita e cara, giunse all'orecchio della Teresa.—Se dorme, lasciatela tranquilla…. Pur che domattina, appena si sveglia, abbia questo biglietto.

—Non dubiti, signor conte—rispondeva la cameriera.—Glielo porterò io stessa.

—Va bene. Lo metto qui sulla scrivania.

I passi, lievi lievi, si allontanarono; gli usci si chiusero; si chiuse, di lì a pochi secondi, la porta di strada. Allorchè tutto fu tornato nel silenzio, la Teresa riaccese il lume e balzò dal letto. Le gambe le tremavano, un sudor freddo le gocciolava giù per la fronte; ella potè nondimeno trascinarsi nel suo salottino. Sotto un calcafogli, sulla cartella ov'ella aveva pur dianzi riposta la sua lettera, c'era il bigliettino di Mario Vergalli. Che voleva egli ancora da lei?

XXX.

«Teresa mia.

Qual giudizio farete di me? Vi ho oltraggiata oggi due volte; prima cercando usarvi violenza, poi abbandonandovi bruscamente quando non eravate ancora ben rinvenuta dal vostro deliquio. E vedete fatalità! Mentre arrossisco e mi vergogno della mia condotta, sono forse in procinto di recarvi un oltraggio nuovo. Sì, Teresa, non ve lo nego; sono fuggito oggi dalla vostra casa perchè ho creduto scoprire il vero motivo del vostro linguaggio ambiguo, del vostro malessere fisico, del vostro rifiuto d'esser mia moglie; sono fuggito sopraffatto da quel senso del ridicolo che soffoca tanti impulsi generosi, che inspira tante vigliaccherie a noi uomini raffinati e moderni. Ora, o Teresa, ho vinto il nemico. Ignoro, badate bene, se le mie supposizioni siano fondate; ma so che il fallo vostro, già così lealmente confessato, non diventa più grave, se, per un'amara ironia della sorte, esso ebbe conseguenze che altri falli simili non hanno; non più colpevole dovete apparir voi agli occhi degli uomini onesti, ma più degna di compianto, di soccorso, d'affetto. E, appunto per questo, l'offerta ch'io vi feci poche ore addietro e che allora eravate forse in obbligo di respingere, ve la rifaccio adesso che so, o che immagino, il peggio. Accettatela, Teresa. Siate mia moglie. Imponetemi le vostre condizioni. Desiderate lasciar Venezia, l'Italia, l'Europa? Ditelo. Ci trapianteremo lontano, ove gli echi del passato non giungano, ove la quiete nella nostra famiglia non tema insidie. Chi saprà nulla? Chi chiederà nulla? Chi sospetterà nulla? E di me non vi fidate, Teresa? Non mi credete capace di riversar sopra una creatura innocente uscita dalle vostre viscere una parte del mio amore immenso per voi?… Rifletteteci, Teresa. Non rispondete con leggerezza; non lasciatevi accecar dall'orgoglio…. Verrò domani a udir la mia sentenza…. Intanto porto questa lettera io stesso, ma non ho speranza di vedervi; è tardi e forse sarete già coricata. A domani dunque.

Vostro per tutta la vita

MARIO VERGALLI.

Quantunque gli occhi della Teresa fossero stanchi, e, leggendo, si velassero tratto tratto di lacrime, ella non durò fatica a decifrare il biglietto di Mario, scritto nella nota calligrafia, minuta, ma nitidissima. E finito che l'ebbe, lo baciò e ribaciò con effusione, paragonandolo, suo malgrado, all'epistola frivola, insignificante che la mattina ell'aveva ricevuta da Guido di Reana. Ma non per questo ebbe un dubbio, un'esitanza su ciò che le restava da fare. Ella non agognava ormai che alla pace, e non c'era pace per lei che nella tomba. Come un corpo piegato sull'orlo del precipizio a poco a poco vi è attratto per lo stesso suo peso, e gli ostacoli, anzichè rallentarne, ne affrettano la caduta, così succedeva alla Teresa Valdengo. S'ell'avesse avuto bisogno d'una spinta, la magnanimità di Vergalli gliel'avrebbe data. In un lampo ell'ebbe la visione del vero; sentì che non poteva nè respingere, nè accettare l'offerta dell'amico suo. Respingendola sarebbe stata ingrata e crudele, accettandola avrebbe preparato all'amico e a sè quelle acerbe delusioni che seguono inevitabilmente i sacrifici troppo superiori alle forze umane.

Ella prese la lettera che aveva già apparecchiata per Mario Vergalli, ne lacerò la sopraccarta e vi aggiunse un poscritto:

«10 e mezzo di sera. Voi avete voluto colmar la misura della vostra indulgenza verso di me. Avete voluto darmi una prova di più del vostro affetto e dell'altezza dell'animo vostro. Grazie, Mario. E perdonatemi se neppure tanta vostra bontà può scuotere la mia risoluzione. In altre condizioni sarei stata orgogliosa di appartenervi; il destino non lo consente. Voi siete un santo e un eroe; ma ricordo d'aver udito dalle vostre labbra che non è lecito chiedere neanche ai santi o agli eroi di esser tali per tutta la vita, e che la natura ha le sue leggi contro cui non val ribellarsi…. No, Mario, credetelo. È meglio per voi, per me, per tutti, che io muoia…. Vi conforti la certezza che il mio ultimo pensiero è per voi…. Ve lo avrei detto or ora, quando ho sentito i vostri passi e la vostra voce nella stanza vicina…. Ma dovevo tacere, dovevo fingermi addormentata… Ve lo dico adesso, e vi mando un bacio di sorella, di sposa, di amante.

TERESA.»

Chiuse la lettera in una nuova busta, vi fece la soprascritta, tolse dalla cartella il testamento già suggellato, e il testamento e la lettera portò con sè nella sua camera e li posò sul piano di marmo del cassettone, in modo che cadessero subito sottocchio a chi entrava.

Macchinalmente, com'ella faceva tutte le sere dopo il suo ritorno in città, la Teresa aperse, l'armadio ch'era nello spogliatoio, e ne prese la bottiglia ov'ell'era andata accumulando le dosi del cloralio, macchinalmente v'aggiunse il contenuto della boccettina che anche oggi stava sul comodino accanto al suo letto. Due dita sole mancavano a riempir la bottiglia; un'altra dose l'avrebbe fatta traboccare. Con un movimento rapido, deciso, la Teresa Valdengo se ne versò un primo bicchiere e lo tracannò tutto d'un fiato; dopo quello un secondo, colmo fino all'orlo, che le costò maggior fatica e le parve ripugnante al palato e allo stomaco.

Ma quand'ella staccò, vuotò, questo secondo bicchiere dal labbro, quando vide dinanzi a sè, vuota, quella bottiglia di cui aveva visto alzarsi lentamente il livello ogni sera, ella sentì correrle un brivido dalla punta dei piedi alla radice dei capelli. Non era pentimento; era una specie di stupore muto, era la coscienza dell'irrevocabile, era il fantasima della morte che si svolgeva fuor delle nebbie onde la lontananza l'aveva cinto. Come sarebbe venuta la morte? Dolce e lieve, simile al sonno, o piena di spaventi e di strazi?

Vestita com'era, la Teresa si buttò sul letto, chiuse gli occhi, intrecciò le braccia sul seno, aspettando…. Ancora non soffriva…. Oh se si fosse potuta addormentare, addormentare per non svegliarsi!… Ma in breve l'assalse un'inquietudine, una smania febbrile che la costrinse prima a mettersi a sedere, poi a scender dal letto. Aveva la testa in fiamme, il respiro difficile; aveva vertigini, e nausee e sforzi di vomito, contro i quali reagiva vigorosamente, sentendo che il vomito avrebbe distrutta o attenuata l'azione del veleno. Le sue pupille offuscate avevano perduto la netta visione degli oggetti; il pavimento, la vólta, le suppellettili le giravano intorno in ridda fantastica, la fiamma della candela si sminuzzava in cento punti luminosi vagolanti per la stanza. Non poteva giacere e non poteva reggersi in piedi senz'appoggi; errava qua e là abbrancandosi ai mobili, ora cadendo spossata sopra una poltrona, sopra un canapè, ora rizzandosi d'improvviso, come per virtù d'una molla. L'ambascia le strappava rotti lamenti, e insieme coi lamenti le uscivano dalla bocca frasi sconnesse, disordinate, confuse, quali sogliono uscire dalla bocca d'un ebbro. Ma in quello sfacelo dell'organismo, della memoria, della ragione, della volontà, una cosa restava presente al suo spirito: ch'ella doveva morire, che non doveva a nessun costo invocar soccorso. E frenava i suoi gemiti, e frenava gli scatti della sua voce, e si studiava di smorzare ogni remore cha potesse tradirla. A poco a poco una sensazione prevalse in lei alle altre, quella d'un'immensa stanchezza. Indi, vinta dalla paura di stramazzar sul pavimento e di esser trovata colà freddo cadavere la mattina, ella raccolse le sue forze, si trascinò di nuovo al letto, che per fortuna era basso, e vi si abbandonò sopra spossata, ingegnandosi di compor la persona in un'attitudine decente. Correvano ancora delle vibrazioni dolorose attraverso al suo corpo, ancora nel bisogno istintivo d'aria la sua testa si agitava affannosamente sul guanciale ed ella inarcava il collo per sollevarsi; ma un peso enorme, come d'una massa di piombo, la teneva incatenata al suo posto, le inchiodava le braccia, le irrigidiva le gambe. E sempre più densa, più scura si faceva la nube che le ingombrava gli occhi e la mente. Ella si sentiva sprofondar nel letargo; brandelli d'idee sornuotavano appena nel gran naufragio; immagini vaghe, fuggevoli apparivano, si dissolvevano dinanzi alla moribonda;… un uomo dai capelli grigi, chinato su lei, chiamava disperatamente: «Teresa, Teresa!…»; nella notte luminosa una nave passava in silenzio sotto gli astri del Tropico; ritto sul castello di prua un giovine ufficiale pensava a novelli amori….