IL DELITTO DI LORD ARTURO SAVILE
I.
Era l'ultimo ricevimento che lady Windermere dava avanti che s'iniziasse la primavera.
Bentinck House, più del solito, appariva piena di una folla di visitatori, fra cui spiccavano sei membri del gabinetto, venuti direttamente dall'udienza dello speaker, in abito di gala e decorazioni.
Le belle signore indossavano costumi elegantissimi, e, all'estremità della galleria dei quadri, la principessa Sofia di Carlrsühe, una grossa dama dal tipo tartaro, con dei piccoli occhi neri e meravigliosamente vellutati, parlava, con voce acuta, un cattivo francese, ridendo sonoramente.
C'era in quelle sale uno strano miscuglio di società: delle orgogliose paresse cicalavano cortesemente con dei violenti radicali; dei demagoghi popolari si strisciavano a degli scettici famosi; una brigata di vescovi seguiva una grande prima donna di salone in salone; sulla scala, un gruppo di membri dell'Accademia reale discuteva animatamente, e nella sala da pranzo i geni si spingevano fra loro.
Era quella insomma una delle più belle serate di lady Windermere e la principessa vi si trattenne sino alle undici e mezzo passate.
Subito dopo la sua partenza, lady Windermere tornò nella galleria dei quadri, dove un famoso economista stava esponendo, ad una virtuosa ungherese, con aria solenne, la teoria scientifica nella musica.
Ella si mise a conversare con la duchessa di Paisley.
Era meravigliosamente bella, coll'opulento seno di un bianco avorio, ed i grandi occhi azzurri, color miosotys, ed i pesanti fermagli in brillanti de' suoi capelli d'oro; capelli d'oro puro, non di quella tinta paglia pallida che usurpa oggi il bel nome dell'oro; capelli di un oro che pareva tessuto coi raggi del sole, capelli che circondavano il suo volto come d'un nembo di santa, con quel fascino che è proprio della peccatrice.
Strano soggetto psicologico!
Di buon'ora, nella vita, ella aveva scoperto questa importante verità, che, cioè, niente rassomiglia tanto all'innocenza quanto un'imprudenza e, dopo una serie di avventure, — la metà delle quali avute innocentemente, — era riuscita a conquistarsi tutti i privilegi di una personalità.
Essa aveva più volte cambiato marito. Infatti, contava nel suo bilancio tre matrimoni; ma siccome non aveva mai mutato amante, il mondo aveva dopo qualche tempo smesso di sparlare sul suo conto.
Ora aveva quarant'anni, niente figli, ed in complesso una passione sfrenata del piacere, passione che è il segreto di quelli che restano sempre giovani.
Ad un tratto girò curiosamente lo sguardo per la sala e con la sua limpida voce di contralto disse:
— Dov'è il mio chiromante?
— Il vostro?... esclamò la duchessa, trasalendo involontariamente.
— Il mio chiromante, duchessa. Io ora non posso vivere senza di lui.
— Cara Gladys, voi siete molto originale! — mormorò la duchessa, cercando ricordarsi ciò che veramente era un chiromante e sperando non fosse la stessa cosa che un chiropodista.
— Viene regolarmente a vedere la mia mano due volte la settimana, — proseguì lady Windermere, — e vi pone molto interesse.
— Dio del cielo! deve essere certo qualche manicure. Ecco ciò che è veramente terribile! Spero per lo meno che sia straniero: così riuscirà un po' meno gradito.
— Certo, è quì. Io non posso dare un ricevimento senza di lui. Egli mi dice sempre che ho una mano veramente psichica e che se il mio pollice fosse stato appena un poco più corto, sarei stata una pessimista convinta e mi sarei rinchiusa in monastero....
— Oh! comprendo... — disse la duchessa che si sentiva molto più sollevata. — Egli dice la buona ventura, non è così?...
— E la cattiva, e molte altre cose di questo genere.
L'anno venturo, per esempio, io correrò un grande pericolo, in terra, o in mare. Bisognerà dunque che io viva in pallone e ogni sera faccia salire in un cestino il pranzo. Tutto questo è scritto qui, sul mio dito mignolo, o sul palmo della mano, non so più precisamente.
— Ma cara duchessa, coi tempi che corrono, la Provvidenza può senza dubbio resistere alle tentazioni. Io penso che ciascuno, una volta al mese per lo meno, dovrebbe far leggere nella sua mano, per sapere ciò che non deve più fare. Se nessuno non ha la bontà di andare a cercarmi Podgers, andrò io stessa....
— Lasciate fare a me, lady Windermere, — interloquì un giovane piccolo, grazioso, che stava vicino ed aveva seguito la conversazione con un sorriso gioviale. — Se è così singolare come voi dite, lady Windermere, io riuscirò a riconoscerlo: ditemi solo come è ed io ve lo condurrò subito.
— Sia. Non ha nulla del chiromante; voglio dire, che non ha nulla di misterioso, di estatico e che neppure ha una figura romantica. È un uomo piccolo, grasso, con una testa comicamente calva e dei grandi occhiali d'oro; è un tipo che sta fra il medico di famiglia ed il pastore di villaggio. Io ne sono desolata, ma la colpa non è mia. Le persone sono così noiose!... Le mie pianiste hanno tutte l'aria di pianiste, e tutti i miei poeti, l'aria di poeti.
Io mi ricordo, che, nella stagione scorsa, avevo invitato a pranzo un terribile cospiratore, un uomo che aveva versato il sangue di un'infinità di persone e che portava sempre una cotta di maglia in acciaio e teneva un pugnale celato nella manica della camicia. Ebbene! Quando lo vidi, la sua figura mi sembrò quella di un vecchio e buon pastore. In tutta la serata non fece che lanciare motti di spirito, e se ciò mi divertì, mi deluse anche fortemente. Quando l'interrogai sulla sua cotta di acciaio, si contentò di sorridere e mi disse che era troppo fredda per poterla portare in Inghilterra.... Ah! ecco Podgers. Ebbene, sig. Podgers, desidererei che leggeste nella mano della duchessa di Paisley.... Duchessa, volete voi togliervi il guanto.... non quello della mano destra.... l'altro.
— Mia cara Gladys, veramente io non credo che ciò sia conveniente, — disse la duchessa, sbottonando a malincuore il guanto.
— Tutto ciò che interessa è sempre conveniente, rispose lady Windermere: — on a fait le monde ainsi. Ma bisogna che io vi presenti, duchessa... Ecco il signor Podgers, il mio chiromante; il signor Podgers, la duchessa di Paisley... e se voi direte che essa ha un monte della luna più sviluppato del mio, io non vi presterò più fede.
— Sono sicura, Gladys, che non v'è niente di ciò sulla mia mano, — pronunziò con tono grave la duchessa.
— Vostra grazia ha infatti ragione, — replicò Podgers gettando uno sguardo sulla piccola mano grassoccia, dai diti corti e tozzi. — La montagna della luna non v'è sviluppata: però la linea della vita è ottima. Volete avere la bontà di spiegare la giuntura della mano... vi ringrazio... Tre linee distinte sopra la palma... voi vivrete sino a tarda età, duchessa, e sarete grandemente felice... Ambizione moderatissima, linea dell'intelligenza non esagerata, linea del cuore...
— Suvvia, siate discreto, signor Podgers! — esclamò lady Windermere.
— Niente mi potrebbe esser più caro, — rispose Podgers inchinandosi, — se la duchessa me ne avesse dato motivo; ma io sono dolente di dover dire che nella mano leggo una grande costanza di affetti insieme ad un sentimento fortissimo del dovere.
— Volete continuare, signor Podgers? — disse la duchessa con uno sguardo di soddisfazione.
— L'economia non è la minore delle virtù di vostra grazia...
Lady diede in una forte risata.
— L'economia è un'ottima cosa, — osservò con una certa compiacenza la duchessa. — Quando sposai Paisley, egli aveva undici castelli e non una casa che fosse abitabile.
— Mentre ora, — terminò lady Windermere, — egli ha dodici case e neppure un castello!
— Eh!, mia cara, io amo...
— Le comodità, — rispose Podgers, — tutte le comodità dei nostri tempi ed i caloriferi in tutte le stanze... Vostra grazia infatti ha ragione: le comodità sono ancora la sola cosa che la civiltà può darci.
— Voi avete mirabilmente decritto il carattere della duchessa, signor Podgers; volete dire quello di lady Flora?
E, rispondendo ad un cenno di testa della padrona di casa, una piccola fanciulla, da capelli rossi di scozzese e dalle spalle altissime, si alzò sgarbatamente da un divano e presentò una lunga mano ossuta.
— Ah! una pianista suppongo... anzi una eccellente pianista, non è vero? Chi sa, forse una musicista di prim'ordine. Riservatissima, onesta e dotata di un vivo amore per gli animali... È giusto?
— Perfettamente! — esclamò la duchessa, volgendosi a lady Windermere. — Assolutamente esatto.
Flora alleva infatti due dozzine di gatti a Maclosckie e sarebbe capace di riempire la nostra casa di città di un vero serraglio di bestie se suo padre glielo permettesse.
— Bene! ma è appunto ciò che io faccio ogni giovedì sera in casa mia! — rispose ridendo lady Windermere. Solamente io preferisco i leoni ai gatti.
— È questo il vostro solo errore, lady Windermere, — pronunziò Podgers con un saluto cerimonioso.
— Se una donna non può rendere incantevoli i suoi errori, non è che una femmina qualunque... — rispose essa, — Podgers, esaminate ancora qualche mano... Venite sir Thomas, mostrate la vostra al signor Podgers.
Un vecchio signore, dal portamento distinto, si avanzò e tese al chiromante una mano grassa e tozza, con un lunghissimo dito medio.
— Natura avventurosa; nel passato quattro lunghi viaggi ed uno nell'avvenire... Naufragato tre volte... No, due soltanto, una in pericolo di naufragare nel prossimo viaggio. Conservatore furibondo; puntuale; appassionato per le collezioni di curiosità... Una malattia pericolosa fra i sedici e diciotto anni... Erede di una grossa fortuna verso i parenti... Grande avversione per i gatti ed i radicali.
— Straordinario! — esclamò sir Thomas. — Dovreste leggere la mano di mia moglie.
— Della seconda moglie? — chiese tranquillamente Podgers, che teneva ancora la mano del vecchio fra le sue.
Ma lady Marvel, donna di aspetto malinconico, con capelli neri e ciglia sentimentali, rifiutò recisamente di lasciarsi rivelare il suo passato e il suo avvenire.
Gli sforzi di lady Windermere non valsero neppure a far togliere i guanti al signor di Koloff, ambasciatore russo.
Veramente molte persone esitavano ad affrontare quello strano piccolo uomo, dal sorriso stereotipato, dagli occhiali d'oro e gli occhi che brillavano come rubini; e quando egli ebbe detto alla povera lady Fermor, ad alta voce e dinanzi a tutti, che ella s'intendeva molto poco di musica, ma che in compenso prendeva delle folli passioni per i musicisti, divenne opinione generale che la chiromanzia era una scienza e che bisognava incoraggiarla, ma a tête-à-tête.
Lord Arturo Savile, che non sapeva niente della disgraziata storia di lady Fermor, e che aveva seguito Podgers con grande interesse, provò una viva curiosità di far leggere nella sua mano. Siccome, però, sentiva un po' di timidezza a farsi avanti, si avvicinò a lady Windermere e, tutto rosso in viso, le disse se Podgers avrebbe voluto occuparsi di lui.
— Ma certo, egli si occuperà di voi, mio buon amico... Appunto per questo egli è qui. Tutti i miei leoni, lord Arturo, sono dei leoni che prendono parte alla rappresentazione. Tutti saltano attraverso i cerchi, quando io comando loro... Ma devo prevenirvi che dirò tutto a Sibilla... Ella verrà domani da me a prendere il the, e se il signor Podgers troverà che avete un cattivo carattere, o qualche tendenza alla gotta, o un'amante a Bayswater, io non glielo nasconderò.
Lord Arturo sorrise e scosse la testa.
— Io non ho paura; Sibilla ed io ci conosciamo così bene!
— A dire il vero sono un po' contrariata di sentirvi dir questo... La migliore divisa del matrimonio è uno scambievole malinteso... no, io sono completamente unica. Ho solo dell'esperienza, il che, frattanto, è quasi la stessa cosa... Signor Podgers, lord Arturo Savile muore d'impazienza che voi gli leggiate nella mano. Non gli dite, però, che è fidanzato ad una delle più belle fanciulle di Londra; è già un mese che il Morning Post ne ha dato l'annunzio...
— Cara lady Windermere, — esclamò la marchesa di Jedburgh, — abbiate la bontà di lasciarmi trattenere ancora un minuto il signor Podgers; egli sta dicendomi che monterò sulle tavole del palcoscenico, e ciò m'interessa assai.
— Se vi ha detto ciò, lady Jedburgh, io non esito a togliervelo... Venite qua subito, signor Podgers e leggete nella mano di lord Arturo.
Bene! — esclamò la marchesa facendo una piccola mossa ed alzandosi dal divano — se non mi è permesso di montare sulle tavole del palcoscenico, mi sarà lecito almeno di assistere allo spettacolo, spero...
— Naturalmente. Assistiamo tutti alla sentenza soggiunse lady Windermere.
— Ed ora, signor Podgers, diteci qualche cosa di bello, perchè lord Arturo è uno dei miei più cari amici.
Podgers prese la mano del giovane, la osservò, divenne stranamente pallido e non fece parola. Un brivido sembrò passare per il suo corpo. Le sue grandi e folte sopracciglia furono assalite da un tremito convulso, da un tic bizzarro, irritante. Delle grosse goccie di sudore imperlarono la sua fronte e le sue dita grassoccie divennero fredde ed umide.
A lord Arturo non sfuggirono questi strani segni di agitazione e per la prima volta in vita sua ebbe paura. Il suo istinto naturale fu il fuggire dalla sala, ma si contenne. Era meglio conoscere il pericolo, qualunque fosse, che restare in quella angosciosa incertezza.
— Attendo, signor Podgers.
— Attendiamo tutti, — soggiunse lady Windermere, con il suo tono vivace, impaziente.
Il chiromante non rispose.
— Io credo che lord Arturo debba montare sulle tavole del palcoscenico — esclamò lady Jedburgh — e che dopo la vostra sortita il signor Podgers abbia paura di dirglielo.
Ad un tratto l'ometto lasciò andare la mano destra del giovane, afferrò vivacemente la sinistra e si curvò tanto su questa, che la montatura in oro dei suoi occhiali sfiorò quasi la pelle.
Rapidamente il suo volto divenne bianco d'orrore; ma egli riuscì a ricuperare il suo sangue freddo e rivolgendosi a lady Windermere, le disse con un sorriso forzato:
— È la mano di un bel giovane.
— Certo, ma sarà egli un buon marito? Ecco quello che bisogna sapere.
— Io credo che un marito non debba essere troppo seducente — mormorò lady Jedburgh, con aria grave. — È così pericoloso....
— Mia cara fanciulla, non sono mai troppo seducenti gli uomini — ribattè lady Windermere. — Ma ciò che mi occorre sono i particolari: non vi sono che i particolari che interessano. Che deve dunque accadere a lord Arturo?
— Ebbene, fra qualche giorno lord Arturo dovrà fare un viaggio.
— Sì, quello di nozze, naturalmente.
— E perderà un parente.
— Non sua sorella, spero, — disse lady Jedburgh, con tono ipocrita.
— No, certo, non sua sorella: un semplice, lontano parente.
— Ah!... Sono crudelmente delusa, — disse lady Windermere. Non ho assolutamente nulla da raccontare domani a Sibilla. Chi si preoccupa ormai dei parenti lontani? Ora non è più moda. Però io credo che essa farà bene a comperare un abito di seta nera: serve sempre per la chiesa... Ed ora andiamo a cena. Forse non resterà più nulla: speriamo almeno di trovare ancora del brodo caldo. Francesco una volta faceva del brodo eccellente, ma ora egli è sempre occupato dalla politica e non sono mai più sicura di nulla con lui. Vorrei proprio che il generale Boulanger rimanesse un po' tranquillo... Duchessa, voi sarete stanca...
— Affatto, mia cara Glady, — rispose la duchessa avviandosi verso la porta — io mi sono molto divertita ed il vostro chiromante è stato piacevolissimo.
II.
Dieci minuti dopo, col volto bianco di terrore, gli occhi pieni di tristezza, lord Arturo Savile si precipitava fuori di Beusinck House.
Si fece largo attraverso i valletti impellicciati, che attendevano i loro padroni sotto la tettoia. Sembrava non vedesse e non sentisse più nulla.
La notte era rigida ed i becchi del gas, lungo il viale, scintillavano ed oscillavano sotto le folate di vento; ma le sue mani avevano il calore della febbre e le sue tempie parevano infuocate. Egli andava qua e là, a caso, come un ebbro. Un agente di polizia lo guardò curiosamente mentre gli passava accanto, ed un mendicante, che si era staccato da una porta per chiedergli l'elemosina, indietreggiò spaventato nel vedere un volto che appariva più sventurato del suo.
Una volta lord Arturo si arrestò sotto un lampione e guardò le sue mani: credette vedervi traccie di sangue ed un debole grido uscì dalle sue labbra tremanti.
— Assassino! Questo aveva letto il chiromante nel palmo della sua mano.
— Assassino! La notte stessa pareva lo sapesse ed il vento ripeteva alle sue orecchie il grido orribile. Ogni angolo nero era pieno di questa parola.
Egli la vedeva ghignare perfino dai tetti delle case.
Entrò nel Parco, il cui bosco pareva affascinarlo: s'appoggiò ad una ringhiera, esausto di forze, e calmò l'ardore delle sue tempie sul ferro umido, rimanendo assorto nel silenzio misterioso delle piante.
— Assassino! Assassino! — gridò come se ripetendo l'accusa il significato della parola fosse scemato.
Il suono della sua voce lo fece rabbrividire e tuttavia desiderò quasi che l'eco lo sentisse e svegliasse da' suoi sogni la città addormentata. Avrebbe voluto fermare il primo passante per raccontargli tutto.
Poi errò per Oxford-Street, in vie strette e brutte; due donne, dal volto dipinto, passando, lo schernirono.
Da un tetro palazzo arrivò a lui uno strepito di bestemmie e di schiaffi, seguito da acute grida; e confusamente, sotto una porta umida e fredda vide delle schiene piegate, dei corpi rifiniti dalla miseria e dalla vecchiaia.
Una strana pietà s'impadronì di lui.
Quei figli del peccato e della miseria erano essi predestinati alla loro sorte, come egli alla sua? Non erano forse, essi pure, marionette di un mostruoso burattinaio?
Ma non fu il mistero, ma la commedia della sofferenza che lo colpì, la sua assoluta inutilità, la sua grottesca mancanza di senso comune. Tutto gli parve incoerente, privo d'armonia. Egli si sentiva stupito dalla discordanza esistente fra l'ottimismo superficiale del nostro tempo e la realtà dell'esistenza.
Poco dopo si trovò di fronte a Marylebone Church. L'argine silenzioso sembrava un lungo nastro d'argento pallido, macchiate qua e là da mobili ombre.
Tutto intorno si stendeva la linea dei becchi di gas, vacillanti, e dinanzi ad una piccola casa, circondata da un muro, stava una vettura solitaria, di cui il cocchiere dormiva saporitamente a cassetta.
Lord Arturo si avviò a passo rapido verso Portland-Place, volgendosi ad ogni momento, come se temesse d'essere seguito.
In cima a Rich-Street due uomini erano intenti a leggere un piccolo avviso su di una palizzata. Uno strano sentimento di curiosità lo punse, ed egli attraversò la strada in quella direzione. Avvicinandosi, la parola assassino, scritta in lettere nere lo colpì.
Si arrestò ed una vampa di fuoco gli salì al volto.
Era un avviso ufficiale, che offriva una ricompensa a chi avesse fornito delle informazioni per l'arresto di un uomo di mezza taglia, sui trenta o quaranta anni, portante un cappello a cencio con gli orli rialzati, un abito nero e dei pantaloni in tela, di cotone rigato. Quest'uomo aveva una cicatrice sulla gota destra.
Lord Arturo lesse l'avviso, poi lo rilesse ancora. Si chiese se l'uomo sarebbe stato arrestato e come avesse riportato quella cicatrice. Forse un giorno, anche il suo nome sarebbe stato sulle mura di Londra. Un giorno, forse anche la sua testa, sarebbe stata messa a prezzo.... Questo pensiero lo riempì d'orrore.
Tornò sui suoi passi e fuggì nella notte.
Appena sapeva dove si trovasse. Aveva un vago ricordo d'avere errato in un laberinto di sordide case, d'essersi smarrito in un dedalo gigantesco di nere vie, e l'aurora cominciava a spuntare quando finalmente si accorse di essere nel Picadilly-Circus.
Siccome seguiva Belgrave-Square, s'imbattè sui grandi carri da spedizione che si avviavano verso Covent-Garden.
I carrettieri, nei loro bianchi grembiali, col volto abbronzato dal sole, i capelli incolti, camminavano a lunghi passi, facendo schioccare di tanto in tanto la frusta e scambiandosi gli uni con gli altri qualche parola.
Sopra un enorme cavallo grigio, il primo di un tiro a sei, stava un giovane paffuto, con un mazzo di fiori infilato sul cappello. Attaccato fortemente alla criniera della sua cavalcatura, rideva clamorosamente.
Nella luce mattinale, le grandi ceste di legumi si staccano come dei blocchi di diaspro verde sui petali pallidi di alcune rose meravigliose.
Lord Arturo provò un sentimento di viva curiosità, senza sapere perchè. V'era qualcosa su quella delicata gaiezza dell'alba che gli sembrava fonte di un'inesprimibile commozione: ed egli pensò a tutti quei giorni che incominciano belli, ridenti e terminano cupi, tempestosi.
Quegli esseri rozzi, con la loro rude voce, il loro spirito triviale, il loro andamento trascurato, quale strana Londra essi vedevano! Una Londra liberata dai delitti della notte e dal fumo del giorno, una città pallida, fantastica, paurosa, una città cosparsa di tombe.
Si domandò quello che essi ne pensavano e se sapevano qualche cosa dei suoi splendori e delle sue vergogne, dei suoi superbi piaceri e della sua orribile fame, di tuttociò che vi fermenta e che vi ruina dalla mattina alla sera.
Probabilmente non rappresentava per essi che una mèta di commercio, un mercato dove recavano i loro prodotti per venderli e dove non rimanevano che qualche ora, lasciando forse alla loro partenza le strade ancora silenziose e le case sempre addormentate.
Provò uno strano godimento a vederli passare. Per quanto volgari fossero, con le loro grosse scarpe a chiodi, avevano in essi qualcosa di arcadico. Lord Arturo sentì che quelli erano i veri figli della natura e che questa aveva loro insegnato la pace: ed invidiò tutta la loro ignoranza.
Quando lasciò Belgrave-Square, il cielo aveva preso la tinta di un turchino evanescente e gli uccelli cominciavano a cinguettare nei giardini.
III.
Quando lord Arturo si ridestò, era già mezzodì ed il sole filtrava attraverso la serica cortina color d'avorio. Si levò dal letto e andò a guardare dalla finestra. Una vaga nebbia era sospesa sulla città, ed i tetti delle case sembravano d'argento appannato. Nel verde tremulo del viale alcuni fanciulli s'inseguivano, simiglianti a farfalle bianche, e i marciapiedi erano ingombri di gente diretta verso il Parco.
Mai gli era sembrata così bella la vita; e mai il male gli parve così lontano. Entrò un domestico, recando un vassoio con il cioccolato.
Egli bevve il cioccolato, quindi, sollevata una pesante portiera, passò nella stanza da bagno.
La luce scendeva dolcemente attraverso sottili lastre di onice trasparente, e l'acqua, nella vasca di marmo, aveva lo splendore della luna.
Lord Arturo s'immerse fino al collo, poi cacciò bruscamente la testa nell'acqua, come per purificarsi di qualche vergognoso ricordo.
Uscito dal bagno si sentiva quasi calmo. Dopo colazione, si distese sopra un divano ed accese una sigaretta.
Sopra il caminetto, coperto da un bellissimo broccato antico, stava un grande ritratto di Sibilla Merton, com'egli l'aveva veduta la prima volta al ballo di lady Noël.
La graziosa testa era leggermente piegata a sinistra, come se il collo, sottile e fragile, durasse fatica a sopportare tanta bellezza. Le labbra, leggermente dischiuse, sembravano bozzate per una musica assai dolce, e dai suoi occhi, immersi nel sogno, traluceva la più tenera purezza verginale.
Modellata nel morbido abito di crespo di Cina, col grande ventaglio di piume nella mano, si sarebbe detto ch'ella fosse una di quelle delicate figurine, quali se ne vedono nei boschi di ulivi, presso Tanagra, e nella sua attitudine aveva qualcosa della grazia greca.
Nondimeno ella non era piccola. Era perfettamente proporzionata, cosa rarissima in un'età in cui la maggior parte delle donne sono generalmente più grandi del naturale oppure insignificanti. Contemplandola, in quell'istante, lord Arturo si sentì invaso da quella terribile pietà che nasce dall'amore. Sentì che sposandola col fatum di morte che gravava su lui, sarebbe stato un tradimento simile a quello di Giuda, un delitto peggiore di tutti quelli che immaginarono i Borgia.
Quale felicità avrebbe potuto essere fra loro quando, ad un tratto, egli poteva essere chiamato a compiere la spaventosa profezia scritta nella sua mano? Quale esistenza avrebbe egli potuto condurre, giacchè il destino portava una tale sventura nella sua bilancia? Necessitava ritardare a qualunque costo le nozze. Egli vi era risoluto. Sebbene amasse ardentemente quella fanciulla e il solo contatto delle dita di lei bastasse a farlo trasalire in un godimento squisito, egli riconobbe chiaramente quale era il suo dovere e vide che non aveva il diritto di unirla a sè prima di avere commesso il delitto.
Soltanto dopo commesso il delitto egli avrebbe potuto recarsi all'altare con Sibilla Merton, e riporre la sua vita nelle mani della donna amata, senza timore di agire malamente. Solo allora egli avrebbe potuto stringerla fra le braccia, senza ch'ella dovesse mai curvare la fronte sotto la sua onta. Prima occorreva compiere questo e, per il bene di entrambi, nel più breve tempo possibile.
Molti altri, al suo posto, avrebbero preferito il sentiero infiorato del piacere alle ascese del dovere; ma lord Arturo era troppo coscienzioso per anteporre il piacere ai principî.
Per un poco egli provò una naturale ripugnanza per l'opera ch'era destinato a compiere; ma poi si convinse che non era un delitto, ma un sacrificio: e la sua ragione gli rammentò che nessun'altra via gli era possibile. Bisognava scegliere fra il vivere per sè e il vivere per gli altri, e, per quanto il suo compito fosse terribile, egli sapeva di non dover lasciar trionfare l'egoismo su l'amore, perchè, presto o tardi, ciascuno di noi è chiamato a risolvere lo stesso problema. A lord Arturo esso veniva presentato assai presto nella vita, prima che il cinismo avesse corroso il suo cuore e l'egoismo intaccato il suo carattere; per cui egli non esitò a fare il suo dovere.
Fortunatamente egli non era un sognatore, nè uno sfacendato dilettante. Se fosse stato tale, egli avrebbe, come Amleto, esitato lasciando con la sua esitazione rovinare il piano. Egli era invece essenzialmente pratico; la vita, per lui, era azione più che pensiero. Egli possedeva il più raro dei doni, il senso comune.
I crudeli sentimenti della sera innanzi si erano completamente dileguati, ed egli provava quasi vergogna ripensando alla pazza fuga per le vie della città ed alla terribile agonia della notte. Egli si domandava ora come avesse potuto esser così dissennato da dare in escandescenza contro l'inevitabile.
L'unica questione che ancora lo turbava era come avrebbe egli potuto compiere la sua missione, poichè l'omicidio, come i riti del paganesimo, esige una vittima ed un sacerdote.
Non essendo un genio, non aveva nemici, nè era il caso di soddisfare qualche personale rancore; la sua missione conteneva una grave solennità.
Fece una lista dei nomi dei suoi amici e parenti sopra un foglietto del taccuino, e dopo un rigoroso esame, si decise per lady Clementina Beauchamp, una cara vecchia che abitava in Curzon-Street, sua cugina in secondo grado, per parte di madre.
Lord Arturo aveva sempre amato lady Clem — così la chiamavano tutti, — e siccome egli era ricco, in seguito all'eredità lasciatagli da lord Rugby, nessun avrebbe potuto vedere in quella morte un fine pecuniario.
Veramente, più egli rifletteva e più lady Clem gli pareva la persona da scegliersi e, persuaso che ogni indugio era una cattiva azione verso Sibilla, dicise di occuparsi subito dei preparativi. La prima cosa da farsi era, indubbiamente, regolare il conto del chiromante.
Si sedette dunque al tavolo e riempì uno chèque di cento ghinee, pagabile all'ordine del signor Septimus Podgers. Quindi telefonò al suo cocchiere di attaccare la vettura e si vestì per uscire.
Nel lasciare la stanza, gettò uno sguardo sul ritratto di Sibilla Merton e giurò che qualunque cosa accadesse, le avrebbe sempre lasciato ignorare ciò ch'egli compiva per amor suo e che avrebbe sempre conservato il segreto del suo sacrificio nel più profondo del cuore.
Recandosi al club Buckingham, si fermò da una fioraia ed inviò a Sibilla una bella cesta di narcisi, dai petali bianchi e dai pistilli simili agli occhi del fagiano.
Giunto al club, si recò direttamente alla biblioteca, ordinò al cameriere un bicchiere di citrato di soda, e chiese un libro di tossicologia.
Per la sua triste opera, il veleno era il mezzo migliore, assolutamente migliore. Nulla gli ripugnava più della violenza, e del resto era ben costretto a trovare, per uccidere lady Clem, un mezzo che non attirasse l'attenzione pubblica, poichè gli faceva orrore l'idea di diventare la curiosità del giorno in casa di lady Windermere, o di vedere il suo nome sui giornali, in pasto al pubblico.
Egli doveva, inoltre tener conto del padre e della madre di Sibilla, i quali, appartenendo ad un secolo puritano avrebbero potuto opporsi al matrimonio, in caso di scandalo; — per quanto egli fosse persuaso che se avesse fatto loro conoscere le causa della cosa, sarebbero stati i primi ad apprezzare la sua condotta.
Aveva dunque tutte le ragioni per decidersi in favore del veleno, sicuro negli effetti e scevro di rumore. Il veleno avrebbe agito senza bisogno di ricorrere ad atti brutali, per i quali, come la maggior parte degli inglesi, provava una profonda avversione.
Però non conosceva nulla della scienza dei veleni, e siccome il cameriere non sembrava capace di trovare nella biblioteca altro che la Guida di Ruff ed il Baily's Magazine, cercò egli stesso negli scaffali e finì per scoprire un'edizione della Farmacopea ed un esemplare della Toxicologia di Erskine, edita da Mathew Reid, presidente del Collegio reale dei medici ed uno dei più antichi membri del club Buckingham, dove era stato eletto per sbaglio, confuso con un altro candidato.
Lord Arturo rimase molto sconcertato dai termini tecnici impiegati nei due libri, e si pentì di non aver fatto maggiore attenzione alle lezioni di Oxford; ma finalmente nel secondo volume di Erskine, trovò una narrazione interessantissima e completa delle proprietà dell'acconito, scritta in modo semplice e chiaro.
Questo era proprio il veleno che gli abbisognava. I suoi effetti, diceva il libro, sono quasi immediati; non dà spasimi, e preso sotto forma di un globulo di gelatina, secondo il modo raccomandato da sir Matkew, non ha nulla di sgradevole.
Lord Arturo prese nota sul suo taccuino della dose necessaria per produrre la morte, ripose il volume nello scaffale, e risalì la via di S. Giacomo fino a Pestle e Humbey, la grande farmacia di Londra.
Pestle, che serviva sempre personalmente i suoi clienti dell'aristocrazia, rimase sorpreso alla richiesta del giovane, e molto deferentemente gli mormorò qualche parola sulla necessità di una ricetta medica. Ma appena lord Arturo gli ebbe spiegato che il veleno doveva servire per un grosso cane di Norvegia, del quale era costretto disfarsi, perchè mostrava sintomi d'idrofobia, parve pienamente soddisfatto e si congratulò col suo cliente della meravigliosa conoscenza ch'egli aveva della tossicologia.
Lord Arturo, avuta la capsula, la mise in una bella bomboniera d'argento, veduta e comprata in una oreficeria in Bond-Street, e quindi si avviò verso la dimora di lady Clementina.
— Ebbene! cattivo ragazzo, — esclamò la vecchia dama vedendolo entrare nel suo salotto, — perchè non sei più venuto a trovarmi da tanto tempo?
— Cara lady Clem, — rispose sorridendo lord Arturo, — non ho mai un momento libero....
— Vuoi dire che trascorri tutto il giorno con miss Sibilla Merton a comprare trine e a dire sciocchezze.... Io non so comprendere perchè la gente si affanni tanto per sposarsi. Ai miei tempi non si sarebbe neppure sognato di far tanti preparativi, in pubblico e in privato, per una cosa simile!
— Vi assicuro che non ho veduto Sibilla da più di ventiquattro ore, lady Clem.
A quel che so, ella appartiene ora tutta alle sue sarte.
— Ah bene! Ed è questa l'unica ragione che ti conduce presso una vecchia brutta e noiosa come me? Io mi stupisco che voi uomini non sappiate congedarvi dalle donne quando hanno raggiunto la mia età. E dire che si son commesse della pazzie per me, ed eccomi ora un povero essere reumatizzato, con una parrucca ed una salute pessima! Se non fosse quella cara lady Gansen, che m'invia i peggiori romanzi francesi che si pubblichino, io non saprei veramente come passare le giornate. I medici non servono più che a prender danari ai clienti.... Non riescono neppure a guarirmi lo stomaco....
— Vi ho portato io un rimedio per questo, — interruppe gravemente lord Arturo. — È una cosa sorprendente, scoperta da un americano....
— Io non amo le invenzioni americane. Ho letto qualche tempo fa alcuni romanzi di quei paesi e li ho trovati pieni di stupida vanità.
— Non è tutto così lady Clem. Vi assicuro che questo è un rimedio radicale. Dovete promettermi di provarlo.
E lord Arturo trasse dalla tasca la piccola bomboneria e la porse a lady Clementina.
— Questa bomboniera è un delizioso gioiello, Arturo. È veramente gentile da parte tua.... E questo è il portentoso rimedio?.... Ha l'aria di un dolce. Voglio prenderlo subito.
— Dio del cielo, lady Clem! — esclamò lord Arturo, trattenendole il braccio. — Non lo fate. È una medicina omeopatica: se voi la prendete senza aver male allo stomaco, non vi farà nulla. Aspettate di avere una crisi ed allora ingoiatela: rimarrete sorpresa del risultato.
— Avrei voluto prenderla subito, — disse lady Clementina, guardando contro luce la piccola capsula trasparente. — Sono certa che è deliziosa.... Ti confesso ch'io detesto i medici, ma adoro le medicine.... Tuttavia ti prometto di conservarla fino alla mia prossima crisi.
— E quando sopravverrà questa crisi? Molto presto?
— Spero non prima di una settimana. Ieri ho passato una cattivissima giornata.
— Siete dunque sicura di avere una crisi avanti la fine del mese, lady Clem?
— Lo temo; ma come sei premuroso con me, Arturo! L'influenza di Sibilla ha veramente un effetto benefico. Ed ora bisogna salutarci. Io ho a pranzo delle persone avvizzite, persone che non sono gaie, e sento che se non faccio una dormitina adesso, mi sarà impossibile tenere gli occhi aperti durante il pranzo. Addio Arturo. Dì a Sibilla che le voglio molto bene; e mille grazie a te per il prodigioso rimedio americano.
— Non dimenticherete di prenderlo, non è vero?
— Sta sicuro, non lo dimenticherò, birbantello.... Ti scriverò per dirti se mi abbisognano altri globuli.
Lord Arturo lasciò la casa di lady Clementina più sollevato.
La sera ebbe un colloquio con Sibilla e le disse di trovarsi in una posizione terribilmente difficile e che il suo onore e il suo dovere gli imponevano di procrastinare le nozze. La supplicò di aver fiducia in lui e di non dubitare dell'avvenire.
La scena ebbe luogo nella serra del palazzo Merton, dove lord Arturo aveva pranzato, come di consueto.
Sibilla non gli era mai apparsa più felice, ed egli per un momento era stato tentato di agire vilmente, di scrivere a lady Clem che non prendesse il rimedio e di lasciare che le nozze si compissero, come se al mondo non esistesse un Podgers. Ma il suo carattere vinse e anche quando Sibilla si lasciò cadere nelle sue braccia, piangendo, egli non perdette la sua calma.
La bellezza che faceva vibrare i suoi nervi, aveva anche toccato la sua coscienza. Egli sentì che per far naufragare una vita così bella, per solo qualche mese di piacere, sarebbe stata veramente una volgarità, e più che mai si fece ferma la sua risoluzione.
Rimase con Sibilla fin quasi a mezzanotte, cercando di confortarla, e, confortato egli stesso, l'indomani mattina partì per Venezia, dopo aver scritto al signor Merton una lettera seria ed esplicita sulla necessità di aggiornare le nozze.
IV.
A Venezia lord Arturo trovò suo fratello, lord Surbiton, reduce col suo Yacht da Corfù.
I due giovani trascorsero insieme una quindicina di giorni deliziosi. Di mattina passeggiavano sul Lido, oppure vagavano quà e là per i verdi canali, nella loro lunga gondola nera. Nel pomeriggio usavano ricevere sullo Yacht delle visite e la sera cenavano al Florian e fumavano un infinito numero di sigarette.
Malgrado ciò, lord Arturo non era felice. Ogni giorno percorreva attentamente nel Times la «colonna dei decessi», in attesa di vedervi la notizia della morte di lady Clementina; ma ad ogni giorno aveva una delusione.
Cominciò a temere che qualche incidente fosse intervenuto e maledì più volte il momento in cui le aveva impedito di prendere l'aconito lo stesso giorno in cui ella si era mostrata così desiderosa di provarne gli effetti.
Le lettere di Sibilla, sebbene piene di passione e di fede, erano talvolta profondamente tristi, talmente che egli pensava che fra loro tutto fosse finito.
Dopo una quindicina di giorni, lord Surbiton si sentì stanco di Venezia e decise di percorrere la costa fino a Ravenna, avendo sentito dire che vi era una grande caccia nella famosa pineta.
Lord Arturo voleva assolutamente rifiutarsi di accompagnarlo, ma Surbiton, ch'egli amava molto, lo persuase, affermandogli che ove avesse continuato a rimanere all'albergo Danieli, sarebbe morto di noia. Per cui, il quindicesimo giorno, essi fecero vela con un forte vento nord-est ed un mare agitatissimo.
La traversata fu piacevole. La vita all'aria libera colorì nuovamente le gote di lord Arturo ma dopo il ventiduesimo giorno egli fu di nuovo assalito dal pensiero di lady Clem e, malgrado le rimostranze di Surbiton, prese il treno per Venezia.
Quando fu sbarcato dalla gondola all'ingresso dell'albergo, il proprietario gli consegnò, con un inchino, alcuni telegrammi. Egli li aprì bruscamente.
Tutto era riuscito: lady Clementina era morta improvvisamente, di notte, cinque giorni innanzi.
Il primo pensiero di lord Arturo fu per Sibilla: le inviò un telegramma, annunziandole il suo immediato ritorno a Londra. Quindi ordinò al cameriere di preparargli i bauli per poter prendere il direttissimo della sera, pagò cinque volte più dello stabilito i suoi gondolieri e con passo leggiero e l'animo allegro salì nella sua stanza.
Tre lettere lo attendevano. Una di Sibilla, piena di affetto e condoglianza; le altre due di sua madre e dell'avvocato di lady Clementina.
Lady Clementina, diceva la lettera, aveva cenato con la duchessa la sera precedente alla sua morte. Aveva anzi entusiasmato tutti i parenti con il suo spirito; ma poi si era ritirata nelle sue stanze molto presto, lamentando dei dolori allo stomaco.
La mattina seguente era stata trovata morta nel proprio letto: il suo volto non mostrava nessun segno di sofferenza. Sir Mathew Reid, chiamato d'urgenza, non aveva potuto far nulla ed il cadavere era stato seppellito a Beauchamp Chalest. Pochi giorni prima la vecchia dama aveva fatto il suo testamento, lasciando a lord Arturo la sua piccola casa di Curzon-Street, tutto il mobilio, i suo effetti personali e la sua galleria di quadri, eccettuata la collezione di miniature ch'ella donava a sua sorella, lady Margaret Rufford, e il suo braccialetto di ametiste, che lasciava in dono a Sibilla Merton.
Gl'immobili non avevano alcun valore, ma l'avvocato Mansfield desiderava che lord Arturo tornasse al più presto possibile perchè vi erano molti conti da saldare, non avendo lady Clementina tenuto mai conti in regola.
Lord Arturo rimase commosso del buon ricordo di lady Clementina e pensò che Podgers aveva veramente una grande responsabilità in quella faccenda.
Il suo amore per Sibilla dominava però ogni altro sentimento e la coscienza di aver fatto il proprio dovere gli procurava pace e conforto.
Giunto a Charing-Cross, si sentì completamente felice.
I Merton l'accolsero con grande effusione: Sibilla gli disse che non poteva sopportare altri ostacoli fra di loro, — e le nozze furono stabilite per il sette giugno.
La vita gli si presentava ancor bella e seducente.
Un giorno, egli stava facendo l'inventario della sua nuova casa di Curzon-Street insieme all'avvocato di lady Clementina e a Sibilla, e bruciava dei pacchetti di lettere giovanili, quando la fanciulla emise ad un tratto un piccolo grido di gioia.
— Cosa avete trovato, Sibilla? chiese lord Arturo, levando la testa dal suo lavoro, e sorridendo.
— Questa graziosissima bomboniera d'argento. È un lavoro molto delicato, certamente olandese.... Volete darmela? Le ametiste non mi staranno bene fin quando non avrò quarant'anni, ne son certa.
E la fanciulla mostrò la bomboniera che aveva contenuto l'aconito.
Lord Arturo trasalì e un vivo rossore gl'imporporò il volto.
Egli aveva quasi dimenticato, e gli sembrò una coincidenza ben strana che Sibilla, per l'amore della quale egli aveva attraversato tante angoscie, fosse la prima a rammentarglielo.
— Certamente, Sibilla, prendetela.
— Grazie, Arturo, grazie. Ed avrò anche il bonbon?.... Io non sapevo che lady Clementina fosse amante dei dolci.... la credevo molto più intellettuale.
Lord Arturo divenne terribilmente pallido e un'orribile idea gli attraversò la mente.
— Un bonbon, Sibilla! Che volete dire? — chiese con voce rauca e bassa.
— Ne contiene uno solo. Sembra vecchio e sporco, ed io non ho alcun desiderio di mangiarlo.... Ma cosa vi accade, Arturo?.... Come siete pallido!
Lord Arturo fece un salto attraverso la sala ed afferrò la bomboniera.
In essa era contenuta la capsula color ambra con entro il liquido velenoso.
Lady Clem era dunque spirata di morte naturale!
Lord Arturo sentì quasi mancarsi le forze; gettò la capsula nel fuoco e si lasciò cadere sul divano, con un grido disperato.
V.
Il signor Merton rimase ben addolorato quando lord Arturo gli annunziò che le nozze dovevano essere rimandate una seconda volta, e lady Giulia, che già aveva ordinato il corredo, fece di tutto per indurre Sibilla ad una rottura.
Però, per quanto Sibilla amasse teneramente sua madre, ella aveva fatto dono di tutta la sua vita al giovane fidanzato, e le parole della madre non valsero a farla mancare alla sua fede.
Quanto a lord Arturo, trascorsero parecchi giorni prima ch'egli avesse potuto riaversi dalla crudele delusione.
Ma il suo buon senso trionfò di nuovo e la sua mente sana e pratica non gli permise di esitare più a lungo sulla condotta da tenere.
Poichè il veleno aveva fallito, ciò che conveniva ormai usare era la dinamite o qualsiasi altro esplosivo. Passò quindi di nuovo in rassegna i nomi degli amici e parenti e, dopo serie riflessioni, si decise a far saltare in aria suo zio, il pastore di Chichester.
Il pastore, uomo di savia cultura, aveva una passione straordinaria per gli orologi. Ne possedeva una splendida collezione, che andava dal secolo XV ai nostri giorni. Parve a lord Arturo che questa mania del buon pastore fornisse una ottima occasione alla realizzazione dei suoi piani.
Un grave problema però era quello di procurarsi una macchina esplosiva.
Il London Directory non gli forniva nessuna notizia su ciò, ed egli pensò che non gli sarebbe stato di grande utilità recarsi all'ufficio di polizia di Scotland Yard, giacchè ivi non si era informati delle gesta dei dinamitardi se non quando un'esplosione era già avvenuta. Ad un tratto si ricordò del suo amico Rouvaloff, un giovane russo dalle tendenze rivoluzionarie, conosciuto l'anno precedente in casa di lady Windermere.
Il conte Rouvaloff passava per scrittore, e si diceva ch'egli attendesse alla storia di Pietro il Grande e fosse anzi venuto in Inghilterra appunto per studiare i documenti relativi al soggiorno dello Czar in questo paese. Ma era poi voce generale che fosse un agente nichilista, e non bene visto dall'ambasciata russa a Londra.
Lord Arturo pensò che quello era proprio l'uomo che gli abbisognava, ed un mattino si recò al suo appartamento a Bloomsbury.
— Volete dunque occuparvi seriamente di politica? — chiese il conte Rouvaloff, quando lord Arturo gli ebbe esposto lo scopo della sua visita.
Ma lord Arturo odiava qualsiasi menzogna, e si credette in dovere di spiegargli che le questioni sociali non l'interessavano affatto, che aveva bisogno di un esplosivo famigliare, il quale non riguardava che lui soltanto.
Il conte Rouvaloff lo fissò per qualche istante con sorpresa.
Poi, vedendo che egli aveva parlato seriamente scrisse sopra un biglietto di carta un indirizzo, lo firmò con le sue iniziali e lo porse a lord Arturo a traverso il tavolo.
— A Scotland Yard darebbero chi sa che cosa per conoscere questo indirizzo, caro amico.
— Ma non lo avranno! — esclamò lord Arturo ridendo.
E dopo aver calorosamente stretta la mano al giovane russo, scese precipitoso le scale, guardò di nuovo il foglietto e ordinò al suo cocchiere di condurlo a Soho-Square. Là, lo congedò e seguì a piedi la via Greek fino a piazza Bayle. Passò sotto il viadotto e si trovò in un curioso vicolo cieco, occupato da una lavanderia francese. Da un muro all'altro si stendevano numerose corde con appese delle tele bianche ondeggianti sotto l'aria mattutina.
Lord Arturo attraversò la corte e picchiò alla porta di una piccola casa verde.
Dopo qualche minuto, la porta si aprì ed apparve sulla soglia uno straniero, dall'aspetto rozzo, che gli chiese in un cattivo inglese cosa desiderasse.
Lord Arturo gli tese il biglietto del conte Rouvanoff.
Appena lo ebbe scorso l'uomo si inchinò ed invitò il giovane ad entrare in una piccola stanza.
Pochi momenti dopo, Herr Wincnel-Kopp, come veniva chiamato in Inghilterra, entrò nella stanza, con una salvietta, macchiata di vino, intorno al collo ed una forchetta in mano.
— Il conte Rouvanoff, — disse lord Arturo inchinandosi, — si è offerto di presentarmi a voi, ed io spero che vorrete concedermi un colloquio per una questione di affari. Io mi chiamo Smith... Roberto Smith, ed ho bisogno di un orologio esplosivo.
— Sono molto lieto di servirvi, lord Arturo, — replicò maliziosamente il piccolo tedesco dando in una risata. — Non mi guardate con aria così spaventata... È mio dovere di conoscere tutti: Mi rammento di avervi incontrato una sera nella casa di lady Windermere. Spero che Vostra grazia stia bene... Volete venire a sedervi vicino a me, finchè non abbia terminato di cenare?
Ho un eccellente pasticcio ed i miei amici, che sono buoni conoscitori, affermano che il mio vino del Reno è migliore di quello che si può bere all'Ambasciata di Germania.
E, prima che lord Arturo avesse avuto il tempo di riaversi dalla sorpresa, si trovò seduto in un'altra saletta, dinanzi a del delizioso Marcobrünner in una coppa di cristallo ornata col monogramma imperiale.
— Gli orologi esplosivi, — disse Herr Winckelkopp, — non sono un buon articolo di esportazione per l'estero, anche se si riesce a farli passare in dogana. Il servizio dei treni è così irregolare che, abitualmente, gli orologi finiscono con l'esplodere prima d'essere giunta a destinazione. Se però vi è necessario uno di questi congegni, posso offrirvi un articolo eccellente e vi garantisco che rimarrete soddisfatto del risultato. Posso chiedervi a quale uso lo destinate? Se è per la polizia, mi spiace di non poter far nulla per voi. I poliziotti inglesi sono davvero i nostri migliori amici. Io ho sempre constatato che, tenendo conto della loro stupidità, si può fare assolutamente tutto ciò che si vuole; non vorrei dunque torcere neppure un capello ad uno di essi.
— Vi assicuro che non ho niente che fare con la polizia. Per dirvi il vero, l'orologio è destinato al pastore di Chichester.
— Per Bacco!... Non vi supponevo talmente nemico della religione, lord Arturo. I giovani di oggi non si occupano in genere di simili cose.
— Credo che voi mi stimiate più di quello che io meriti, Herr Winckelkopp, — soggiunse lord Arturo arrossendo. — Io sono completamente ignorante in teologia.
— Allora si tratta di un affare personale?
— Appunto.
Herr Winckelkopp alzò le spalle ed uscì dalla saletta. Cinque minuti dopo riapparve con un piccolo rotolo di dinamite ed un orologio francese, sormontato da una figurina della Libertà che calpesta l'idra del dispotismo.
Il volto di lord Arturo s'illuminò.
— Ecco ciò che mi occorre. Ed ora ditemi come esplode.
— Ah! questo è il mio segreto, — rispose Herr Winckelkopp, contemplando con orgoglio la sua invenzione. — Ditemi solo quando vi occorre che esploda ed io regolerò il meccanismo per l'ora indicata.
— Sta bene! Oggi è martedì e potete prepararmelo subito....
— Impossibile. Ho molto lavoro, un lavoro urgentissimo per alcuni amici di Mosca.
— Sarete sempre in tempo, rimettendo questo lavoro a domani sera o a giovedì mattina.... Quanto al momento dell'esplosivo, sia per venerdì a mezzogiorno. A quell'ora il pastore è sempre in casa.
— Venerdì, a mezzogiorno, — ripetè il tedesco, e l'annotò sopra un grande registro aperto su di una scrivania.
— Ed ora ditemi quanto vi debbo, — chiese lord Arturo alzandosi.
— Poca cosa, lord Arturo. La dinamite costa sette scellini e mezzo; il movimento d'orologeria tredici scellini e la cassa cinque scellini.
Sono troppo felice di poter servire un amico del conte Rouvaloff....
— Ma il vostro incomodo, Herr Winckel-Kopf?
— Oh! nulla. È un piacere per me. Io non lavoro per il danaro: vivo interamente per la mia arte.
Lord Arturo pose il danaro sul tavolo, ringraziò il piccolo tedesco della sua cortesia e lasciò in fretta la casa.
Per due giorni lord Arturo rimase in preda ad una grande eccitazione.
Il venerdì, a mezzogiorno, si recò al club Buckingham per attendere notizie.
Per tutto il pomeriggio lo stupido servitore recò telegrammi da ogni parte dello stato, col resoconto delle corse di cavalli, i verdetti delle cause di divorzio, il resoconto della seduta notturna alla Camera dei Comuni e del piccolo panico scoppiato in borsa a Londra.
Alle quattro, finalmente, comparvero i giornali della sera e lord Arturo si rifugiò nella sala di lettura con il Pall Mall Gazzette con la James's Gazzette, col Globe e l'Echo, lasciando indignato il colonnello Goodchild, che desiderava ardentemente leggere il resoconto di un discorso da lui pronunziato la mattina in casa del Lord-Maire sopra le missioni sud-africane e sulla convenienza di avere in ogni provincia vescovi negri.
Scorse impaziente i vari giornali, ma neppure in uno trovò il nome di Chichester: l'attentato non era dunque riuscito! Rimase per qualche istante completamente affranto.
Il signor Winckelkopf, ch'egli andò a trovare l'indomani, si sprofondò in grandi scuse e si offrì di dargli gratuitamente un altro orologio o una cassa di bombe di nitro-glicerina, a prezzo di costo; ma lord Arturo, che aveva ormai perduto ogni fiducia negli esplosivi del piccolo tedesco, dovette persuadersi che a questo mondo tutto è falsificato e che era assurdo attendersi qualche cosa dalla dinamite germanica.
Herr Winckelkopf, pur ammettendo che il movimento di orologeria fosse in qualche punto difettoso, lo assicurò che l'orologio poteva esplodere ancora e citò, ad esempio della sua tesi, il caso di un barometro ch'egli aveva inviato una volta al governatore militare di Odessa, barometro che doveva esplodere il decimo giorno.
Per tre anni questo barometro era invece rimasto intatto, ma un bel giorno aveva esploso, facendo in tanti pezzi solo la serva del governatore, perchè questi aveva lasciata la città sei settimane prima. Se l'effetto non era stato proprio quello voluto, ciò provava però che la dinamite, come forza distruttrice, sotto l'impero di un movimento di orologeria, era un mezzo possente, anche se inesatto.
Lord Arturo rimase alquanto sollevato da queste informazioni: ma doveva aver presto un nuovo disinganno.
Due giorni dopo, mentre saliva le scale, la duchessa lo chiamò nel suo salottino e gli fece vedere una lettera ricevuta in quel punto.
— Giovanna mi scrive lettere graziosissime: leggi quest'ultima; è interessante come i romanzi che ci manda Maudie.
Lord Arturo prese vivamente la lettera e lesse:
27 maggio.
Carissima zia,
Ti ringrazio tanto per la flanella che mi hai mandato per la società Dorcas, e anche per le trine.
Hai ragione quando dici assurdo il bisogno di portare delle cose graziose; ma oggi sono tutti così radicali, così irreligiosi che è difficile far loro capire che non devono avere i gusti e l'eleganza delle classi elevate.
Non so davvero dove finiremo! Come dice papà nei suoi sermoni, noi viviamo in un secolo d'incredulità. Noi abbiamo avuto un bel caso per un piccolo orologio a pendolo, inviato da un ammiratore ignoto a papà, giovedì scorso. Ci è arrivato da Londra, porto franco, in una cassettina di legno e papà crede che gli sia stato mandato da qualche lettore del suo sermone «La licenza e la libertà», essendo l'orologio sormontato da una figura di donna, con un berretto frigio in testa.
Partier spacchettò l'oggetto e papà lo mise sul caminetto della biblioteca.
Eravamo venerdì mattina tutti seduti in questa stanza, quando, al momento in cui l'orologio a pendolo suonava mezzogiorno, udimmo come uno sbattere d'ali; un buffo di fumo uscì dal piedistallo della Dea della Libertà e questa cadde e si ruppe il naso sul parafuoco.
Maria ebbe un po' di paura, ma la cosa era così ridicola che Giacomo ed io ne ridemmo sonoramente ed anche papà ci fece coro.
Quando esaminammo l'orologio, ci avvedemmo che, mettendo la lancetta sopra una data ora, dopo aver posto della polvere e una capsula fulminante sotto un piccolo martello, si poteva produrre a piacere lo scoppio. Papà disse che era una pendola troppo rumorosa per la biblioteca. Credi tu che Arturo gradirebbe un dono di nozze come questo? Io suppongo che a Londra debba esser di moda. Papà dice anzi che questi orologi sono atti a far del bene, perchè fanno vedere che la libertà non è duratura e che il suo regno deve finire con una caduta. Papà dice pure che la Libertà è stata inventata al tempo della rivoluzione francese.
Vado subito dai Docars e leggerò loro la tua lettera così istruttiva. Quanto hai ragione, zia mia, dicendo che, malgrado la loro condizione, essi non hanno altro desiderio se non quello di portare ciò che loro non conviene. Tale eccesiva preoccupazione del vestire è assurda; mentre ben più gravi preoccupazioni dovrebbero avere in questo mondo e nell'altro!
Sono contenta che la tua stoffa di lana a fiori vada bene e la tua trina non sia lacerata. Mercoledì porterò al Vescovo la seta gialla che mi hai regalata e credo che farà grande effetto.
Hai dei nastri? Giannina dice che oggi tutti ne portano.
L'orologio donatoci ha ancora esploso e papà ha ordinato di portarlo in scuderia. Non credo che gli piaccia come quando lo ricevette, sebbene sia contento di un regalo così grazioso e ingegnoso: Ciò prova che si leggono i suoi sermoni e se ne trae profitto. Papà ti saluta, e Giacomo, Reggie e Maria si uniscono a lui sperando che la gotta dello zio Cecilio vada meglio.
Credimi, cara zia, tua nipote affezionata
Giovanna Percy».
«P. S. — Rispondimi circa i nastri. Giannina sostiene che sono di moda».
Lord Arturo guardò la lettera con una ciera così seria e così infelice, che la duchessa scoppiò a ridere:
— Arturo mio, non ti farò più vedere una lettera di una fanciulla, se fai un viso simile!... Ma cosa pensi di quella pendola? Mi sembra un'invenzione veramente curiosa e vorrei averne una anch'io.
— Non ho molta fiducia in simili orologi, — rispose lord Arturo con un sorriso malinconico, ed abbracciò sua madre.
Salite le scale, si gettò su di una poltrona, e gli occhi gli si empirono di lagrime.
Aveva fatto quanto poteva per compiere un delitto, e per due volte i suoi tentativi avevano fallito, e non per colpa sua. Aveva cercato di fare il suo dovere, ma sembrava che il destino lo tradisse...
Si sentiva ormai accasciato dal sentimento della sterilità delle sue buone intenzioni, dall'inutilità dei suoi sforzi per una bella azione. Era forse meglio compiere il matrimonio. Sibilla ne avrebbe sofferto, è vero; ma il dolore non avrebbe guastato un carattere nobile come il suo.
In quanto a lui, egli sarebbe partito! Vi sono sempre delle guerre dove un uomo può farsi uccidere, esiste sempre qualche causa cui un uomo può fare olocausto della propria vita; e giacchè la vita non aveva gioie per lui, la morte non lo spaventava. Seguisse il destino il fatale suo cammino! Egli non avrebbe fatto nulla per arrestarlo.
Alle sette e mezzo passate si vestì e si recò al circolo.
Surbiton vi era con un gruppo di giovani eleganti, e lord Arturo fu costretto a cenare insieme ad essi. La loro conversazione banale, i loro scherzi oziosi non l'interessavano, e appena servito il caffè se ne andò, sotto il pretesto di un convegno.
Mentre usciva dal circolo, il portiere gli consegnò una lettera. Era del signor Wickelkop che l'invitava per la sera dopo a vedere un ombrello esplosivo; era l'ultima invenzione: veniva da Ginevra.
Lord Arturo stracciò la lettera in mille pezzi. Era deciso a non ricorrere più a nuovi tentativi.
Errò lungo il Tamigi, e per delle ore rimase seduto presso il fiume. La luna apparve attraverso un velo di nubi fulve, come l'occhio di un leone dietro una criniera, e innumerevoli stelle smaltarono l'abisso dei cieli, come polvere d'oro seminata sopra una cupola rossa.
Sul fiume torbido passava, di quando in quando, un battello che seguiva la strada dondolandosi a seconda della corrente. I segnali della ferrovia, da verdi si fecero rossi, e i treni traversarono il ponte fischiando acutamente.
Dopo mezzanotte risuonò un rumore sordo sulla piccola torre di Westminster e ad ogni colpo della campana sembrava che la notte tremasse.
Poi, i lumi della ferrovia si spensero, e solo una lampada solitaria seguitò a brillare come un grosso rubino sull'albero gigantesco di una barca; ed ogni rumore della città cessò.
Alle due, lord Arturo si alzò avviandosi dalla parte di Blackfriars. Come ogni cosa sembrava fantastica, simile ad un strano sogno!
Dall'altra parte del fiume le case erano avvolte nelle tenebre; si sarebbe detto che l'argento e l'ombra avessero modellato un mondo tutto nuovo.
L'enorme cupola di S. Paolo si disegnava come un globo attraverso la nerastra atmosfera. Avvicinandosi alla colonna di Cleopatra, lord Arturo scorse un uomo appoggiato al parapetto, ed alla luce del lampione lo riconobbe: era Podgers.
Lord Arturo, vedendo il volto grasso e floscio, gli occhiali d'oro, il sorriso malato, la bocca sensuale del chiromante, si fermò.
Un'idea gli era balenata nella mente. Scivolò leggermente presso Podgers e in un attimo lo afferrò per le gambe e lo precipitò nel Tamigi. Un'imprecazione, un gorgoglio d'acqua, e nulla più. Lord Arturo guardò ansiosamente la superficie del fiume; non vide che un piccolo cappello che girava in un gorgo d'acqua argentata dal chiaro di luna. Dopo qualche minuto anche il cappello scomparve.
Per un momento, egli credette di vedere una grande ombra informe che si slanciava per la scaletta del ponte, e temette di non essere riuscito. Presto però si avvide che questa immagine era un riflesso, e, quando la luna brillò nuovamente fuori dalle nuvole, anche il riflesso si dileguò.
I decreti del destino si erano dunque realizzati! Egli emise un profondo sospiro di sollievo e il nome di Sibilla salì alle sue labbra.
— Vi è caduto qualcosa nell'acqua? — chiese ad un tratto una voce dietro di lui.
Si voltò bruscamente e vide una guardia che teneva in mano una lanterna cieca.
— Oh! niente che valga la pena di occuparsene, — rispose egli sorridendo. E, chiamata una carrozza che passava, vi saltò dentro e disse al cocchiere di condurlo in via Belgrave.
I giorni che seguirono, lord Arturo fu ora allegro, ora inquieto. Vi erano dei momenti in cui si aspettava quasi di vedere entrare Podgers nella sua camera e altre volte pensava che la fortuna non poteva essere ingiusta verso di lui.
Due volte si recò sino alla casa del chiromante in via West Moon, ma non osò suonare. Era ansioso e temeva di aver la certezza. Alla fine questa venne.
Stava seduto nella sala da fumare del circolo prendendo il Thè e ascoltando annoiato Surbiton, che gli dava il resoconto dell'ultima operetta alla Gaité, quando il servo portò i giornali della sera.
Prese la Gazzetta di Saint James e ne sfogliò le pagine distrattamente, allorchè i suoi occhi furono colpiti da questo strano titolo:
«Suicidio di un chiromante»
Divenne pallido dall'emozione e lesse il brano.
«Ieri mattina alle 7 il corpo di Settimio R. Podgers, il celebre chiromante, è stato rigettato sulla sponda a Greenwich, innanzi allo Ship-Hotel.
«Il disgraziato era scomparso da qualche giorno e i circoli chiromanti erano molto inquieti per lui: si suppone che siasi suicidato per una momentanea alterazione delle sue facoltà mentali, causate forse dal troppo lavoro, e così il giudice ha oggi concluso. Podgers aveva terminato appena un trattato completo sulla mano umana. Quest'opera sarà pubblicata quanto prima, ed ecciterà indubbiamente molta curiosità. Il suicida aveva 65 anni: sembra che non lasci parenti».