— Vediamo, — disse il fantasma molto cortesemente, — come potevo io fare? È difficile al giorno d'oggi procurarsi del vero sangue, e poichè vostro fratello adoperava lo smacchiatore incomparabile, non vedo perchè non avrei dovuto impiegare i vostri colori per resistere a quello. Quanto alla tinta, è questione di gusto: così i Canterville, per esempio, sono del sangue più turchino che vi sia in Inghilterra.... Ma so che voialtri americani non tenete conto di queste cose....
— Che ne sapete voi? quello che potete fare di meglio ormai è di emigrare: ciò vi formerà lo spirito.
Mio padre sarà ben contento di farvi dare un biglietto gratuito e, benchè vi siano dei diritti di dazio molto alti per tutti gli spiriti, non vi saranno fatte difficoltà alla dogana; tutti gli impiegati sono democratici. Giunto a New York, voi potreste avere un grande successo: conosco molta gente che darebbe centomila dollari per avere un avo e che darebbe assai di più per avere un fantasma in famiglia.
— Io, invece, sono persuaso, che non mi troverei bene in America.
— Forse perchè non abbiamo delle rovine, delle cose strane? — chiese ironicamente Virginia.
— Non avete rovine! Non cose strane! Ma avete bene la vostra marina e i vostri modi.
— Buona sera, vado a chiedere a mio padre di accordare una settimana di più di vacanze ai miei due fratelli gemelli.
— Vi prego, miss Virginia, non ve ne andate, sono così solo, così infelice.... non so più come tirare avanti; vorrei andare a coricarmi e non lo posso.
— E perchè no? Non avete che a mettervi a letto e spegnere il lume. Spesso è difficile restare svegli, specialmente in chiesa; ma non è difficile affatto dormire.
— Sono trecento anni che non posso dormire!
Questa triste esclamazione fece sgranare i begli occhi celesti di Virginia.
— Sono trecento anni che non dormo e mi sento tanto, tanto stanco! — ripetè il fantasma. Virginia divenne grave e le sue labbra fini si agitarono come petali di rosa. Si avvicinò, s'inginocchiò accanto a lui e ne contemplò la figura vecchia e grinzosa.
— Povero, povero fantasma, — mormorò; — non vi è dunque un posto dove possiate dormire?
— Sì, ma lontano, al di là del bosco di pini, rispose egli con un fil di voce, come in sogno. Vi è un piccolo giardino, dove l'erba cresce alta e rigogliosa; colà si vedono le grandi stelle bianche della cicuta; là l'usignolo canta tutta la notte; tutta la notte canta, e la luna di cristallo opaco guarda, e il salcio stende le sue gigantesche braccia sopra i dormienti.
Gli occhi di Virginia si velarono di lacrime; dovè nascondere la faccia nelle mani.
— Voi intendete parlare del Giardino della Morte, — mormorò essa.
— Sì, della Morte. Deve essere così bello riposare nella molle scura terra, mentre le erbe ondeggiano sulla propria testa e ascoltare il silenzio! Non aver più nè ieri, nè domani; scordare il tempo e la vita; esistere nella pace eterna! Voi potreste aiutarmi, potreste aprirmi, spalancarmi le porte della morte, perchè l'amore vi accompagna sempre; l'amore è più forte della morte.
Virginia tremò; un fremito ghiacciato percorse il suo corpo; per qualche istante regnò nella stanza un profondo silenzio. Le sembrò di fare un terribile sogno.
Allora il fantasma riprese la parola, con una voce che sembrava il sospiro del vento:
— Avete mai letta la vecchia profezia scritta sui vetri della biblioteca?
— Oh! spesso. La conosco a memoria; essa è dipinta con lettere strane, dorate, difficili a leggersi; non sono che sei versi:
«Quando una bionda giovinetta saprà richiamare sulle labbra del peccatore la preghiera; quando il mandorlo sterile fiorirà e un fanciulla piangerà, allora in tutta la casa ritornerà la calma, e la pace rientrerà in Canterville...».
Ma non so che significhi....
— Significa che voi dovete piangere con me sopra i miei peccati, perchè io non ho lacrime; che dovete pregare con me per la mia anima, perchè io non ho fede; e allora, se sarete stata sempre dolce, buona e amorevole, l'angelo della Morte avrà pietà di me.
Voi vedrete esseri terribili nelle tenebre e voci funeste mormoreranno alle vostre orecchie, ma non potranno farvi nessun male, perchè contro la purezza di una fanciulla le potenze dell'inferno nulla possono.
Virginia non rispose e il fantasma si torse le mani nella violenza della sua disperazione, guardando la bionda testa che si inchinava.
Ad un tratto, essa si riaddrizzò, pallidissima e con uno strano luccicchio negli occhi:
— Non ho paura, — disse con voce ferma, — e domanderò all'angelo di aver pietà di voi.
Il fantasma si levò dal suo sedile, mandando un grido di gioia, prese la testa bionda fra le sue mani, con una grazia che ricordava i tempi passati, e la baciò. Le sue dita erano fredde come il ghiaccio e le sue labbra bruciavano come il fuoco; ma Virginia restò forte ed egli le fece traversare la camera scura.
Sulla tappezzeria, di un verde sbiadito, erano ricamati piccoli cacciatori che soffiavano nei loro corni ornati di frangie e con le loro piccole mani le facevano segno di retrocedere.
— Ritorna sui tuoi passi, piccola Virginia. Vattene! vattene! vattene! — gridavano essi.
Ma il fantasma le serrava più forte la mano ed essa chiuse gli occhi per non vederli.
Degli orribili animali, con la coda di lucertola, con gli occhi grossi e sporgenti, ammiccavano dagli angoli del camino e le dicevano a voce bassa:
— Fa attenzione, piccola Virginia! Guardati! Potremmo anche non più rivederti....
Ma il fantasma affrettò il passo e Virginia non diede ascolto.
Quando furono in fondo alla stanza, egli si arrestò e mormorò qualche parola che la fanciulla non comprese.
Riaprì gli occhi e vide il muro svanire lentamente, come nebbia, e aprirsi davanti a lei una nera caverna. Un forte vento ghiacciato l'avvolse ed ella sentì che le tiravano la veste.
— Presto! presto! gridò il fantasma, — o sarà troppo tardi.
Allo stesso tempo, il muro si richiuse dietro di loro e la camera della tappezzeria restò vuota.
VI.
Trascorsi appena due minuti, la campana suonò per il thè e Virginia non comparve. La signora Otis mandò un domestico a cercarla e questi non tardò a tornare dicendo che non aveva potuto trovare in nessuno posto miss Virginia.
La signora Otis, sapendo che la figlia aveva l'abitudine di andare tutte le sere in giardino a cogliere i fiori per il pranzo, non ne fu inquieta; ma quando suonarono le sei e Virginia non comparve, cominciò ad allarmarsi ed inviò i ragazzi a ricercarla, mentre essa e il marito visitarono tutte le camere del castello.
Alle sei e mezzo i gemelli tornarono dicendo che non avevano trovata traccia della loro sorella. A tale notizia tutti divennero inquieti; pensavano al da farsi, quando il signor Otis si ricordò ad un tratto che pochi giorni prima egli aveva dato il permesso ad una banda di zingari di accampare nel parco del castello.
Partì subito per Blackfell-Holln, accompagnato dal suo primogenito e da due contadini. Il duca di Cheshire, pazzo per l'agitazione, chiese con insistenza di unirsi a lui, ma il signor Otis rifiutò temendo una zuffa. Quando però giunse al posto dell'accampamento, vide che gli zingari erano partiti precipitosamente: il fuoco ardeva ancora e sull'erba restavano delle scodelle.
Dopo aver mandato Washington e i due uomini a frugare la campagna circostante, il signor Otis si affrettò a far ritorno alla villa per spedire telegrammi a tutti gli ispettori di polizia della contea, pregandoli di ricercare una giovinetta che era stata rapita da vagabondi o da zingari.
Fatto questo, si fece preparare il cavallo e, dopo aver insistito perchè sua moglie e i suoi tre figli si mettessero a tavola, partì col palafreniere per la strada di Ascot. Aveva fatto appena due miglia che sentì galoppare dietro di sè; si voltò e vide il piccolo duca che giungeva sopra un poney, tutto rosso in volto e col capo scoperto.
— Ne sono proprio dolente, — disse il giovane con voce ansante, — ma mi è impossibile di mangiare finchè non si sia ritrovata Virginia. Vi prego di non adirarvi con me. Se ci aveste permesso l'anno scorso di sposarci, questo fatto non sarebbe avvenuto. Non mi rimandate indietro, ve ne prego, perchè non lo potrei, nè lo vorrei.
Il ministro non potè trattenersi dall'indirizzare un sorriso a quel giovanotto bello e sventato. Come non rimanere commosso per la devozione che egli dimostrava a Virginia! Si curvò quindi sul cavallo, posò una mano sulla spalla del duca, affettuosamente, e disse:
— Ebbene, Cecilio, dal momento che ci tenete tanto, bisognerà bene che vi consenta di seguirmi; ma sarà necessario che vi trovi appena giunto ad Ascot un cappello....
— Al diavolo il cappello! È Virginia che io voglio trovare! — esclamò il piccolo duca ridendo.
Si rimisero al galoppo e presto ebbero raggiunto la stazione ferroviaria, dove chiesero al capo se era stata vista sulla banchina della partenza una fanciulla che rispondesse ai connotati di Virginia; ma invano. Il capostazione inviò subito telegrammi a tutte le stazioni lungo la linea e promise di esercitare una sorveglianza rigorosa.
Dopo ciò, comprato un cappello per il piccolo duca da un mercante di novità che stava per chiudere la sua bottega, il ministro Otis proseguì per Bescbey, villaggio posto quattro miglia più distante, che gli era stato detto essere frequentato dagli zingari. Fatta levare dal letto la guardia campestre, questa non potè dare nessun schiarimento e così, dopo aver traversato la piazza del villaggio, i due cavalieri ripresero la strada di corsa e arrivarono a Canterville alle 11, col corpo spezzato dalla fatica e il cuore dall'inquietudine.
Giunti, trovarono Washington e i gemelli che li aspettavano al cancello con delle lanterne, il viale essendo scurissimo.
Nessuno aveva trovato traccia di Virginia. Gli zingari erano stati raggiunti nei prati di Brockley, ma la fanciulla non era con loro. Essi avevano spiegato la ragione della loro partenza precipitata dicendo che si erano sbagliati sulla data della fiera di Charton e che la paura di non giungere in tempo li aveva obbligati ad affrettarsi. Inoltre si erano mostrati desolatissimi della scomparsa della figlia del ministro, il quale aveva loro accordato di accampare nel suo parco.
Purtroppo Virginia era perduta, almeno per quella notte, e fu con profondo accasciamento che il padre e i giovani rientrarono in casa, seguiti dal palafreniere che conduceva a mano il cavallo e il poney. Nel vestibolo trovarono riuniti tutti i domestici spaventati.
La povera signora era stesa su un divano, nella biblioteca, quasi pazza dal dolore, e la vecchia governante le inumidiva la fronte, con acqua di Colonia.
Il ministro volle che essa mangiasse qualche cosa e fece servire la cena per tutti: ma tutti erano muti e i gemelli stessi, sempre vivaci, erano tristi e taciturni per la scomparsa dell'adorata sorellina.
Finita la cena, nonostante le preghiere del piccolo duca, il signor Otis volle che tutti andassero a coricarsi, affermando che non c'era nulla da fare per quella notte, e che il mattino dopo avrebbe telegrafato a Scotland-jard perchè fosse subito posto a loro disposizione qualche bravo agente.
Al momento in cui tutti uscivano dalla stanza da pranzo, l'orologio della torre suonò mezzanotte e appena le vibrazioni dell'ultimo tocco si spensero, fu inteso un rumore seguito da un grido acuto. Un tremendo colpo di tuono scosse la casa; una musica celeste risuonò nell'aria; un pezzo di muro si staccò rumorosamente in cima alle scale, e sul pianerottolo apparve Virginia, pallida, quasi bianca, con una piccola scatola in mano. Tutti si precipitarono verso di lei; la madre se la strinse appassionatamente al cuore; il piccolo duca la soffocò sotto i suoi baci e i gemelli eseguirono un selvaggio ballo di guerra intorno al gruppo.
— Gran Dio! figlia mia dove sei stata? — chiese il padre con aria burbera, persuaso che essa avesse voluto fare un brutto scherzo. — Cecilio ed io abbiamo percorso tutta la campagna a cavallo per cercarti e tua madre ha corso pericolo di morire di spavento. Non bisognerà far mai più di tali scherzi!
— Meno che col fantasma! — gridarono i gemelli, continuando le loro capriole.
— Mia cara, grazia a Dio, eccoti ritrovata; non devi lasciarmi mai più! — mormorava la madre abbracciando la fanciulla, che tremava, e lisciando i suoi capelli d'oro sparsi sulle spalle.
— Papà, disse dolcemente Virginia, — sono stata col fantasma; egli è morto.... Vai a vederlo. È stato molto cattivo, ma si è sinceramente pentito di tutto il male che ha fatto e, prima di morire, mi ha dato questa scatola di gioielli.
Tutta la famiglia gettò su lei uno sguardo silenzioso e spaventato; ma essa aveva il volto grave e serio. Muta si volse e li precedette attraverso l'apertura fattasi nel muro, e li fece discendere per un corridoio segreto. Washington seguiva con un candeliere acceso.
Giunti ad una gran porta di quercia ferrata con grossi chiodi, Virginia la toccò, e quella girò sui grossi cardini. Apparve una stanza stretta e bassa, col soffitto a volta e con uno spiraglio per finestra. Un grande anello di ferro era attaccato nel muro e a questo anello era incatenato un grande scheletro, steso tutto lungo sul pavimento e che sembrava allungasse le sue scarne dita per arrivare ad un piatto e una brocca di forma antica, posti in modo che egli non li potesse toccare. La brocca doveva essere stata un tempo piena d'acqua, perchè l'interiore era tutto verde di muffa e sul piano non rimaneva che della polvere.
Virginia s'inginocchiò presso lo scheletro e giungendo le sue piccole mani si mise pregare in silenzio, mentre la famiglia guardava con stupore la scena terribile.
— Oh! Oh! — esclamò ad un tratto uno dei gemelli, che aveva gettato uno sguardo alla finestra per cercare di capire in che parte della casa era posta quella stanza. — Oh! il vecchio mandorlo che era seccato è tutto fiorito. Vedo benissimo i fiori al chiaro della luna....
— Dio gli ha perdonato! — disse gravemente Virginia alzandosi e la sua fisonomia parve rischiarata da un vivo splendore.
— Voi siete un angelo — esclamò il duca, cingendola col braccio al collo e baciandola.
VII.
Quattro giorni dopo questi strani avvenimenti, verso le undici di sera un funebre corteggio usciva dal castello di Canterville.
Il carro era tirato da otto cavalli neri con la testa ornata di un grosso pennacchio di penne di struzzo che ondeggiavano mollemente. La bara di piombo era coperta da un ricco drappo scarlatto, sul quale spiccavano, ricamate in oro, le armi dei Canterville. Ai lati del carro camminavano a piedi i domestici, portando torcie accese. Tutta questa processione era grandiosa e produceva profonda impressione. Lord Canterville dirigeva le esequie; egli era venuto appositamente dal paese di Galles per assistere alla sepoltura, e occupava la prima vettura con la piccola Virginia; poi veniva il ministro degli Stati Uniti e sua moglie; quindi Washington e i due ragazzi, nell'ultima vettura stava la vecchia Umney.
Tutti avevano riconosciuto a lei il diritto di vedere scomparire per sempre quel fantasma che l'aveva perseguitata per ben cinquant'anni. Una profonda fossa era stata scavata in un angolo del cimitero, precisamente in faccia alla siepe, e le ultime preci furono dette nel modo più patetico dal reverendo Augusto Dampier.
Terminata la cerimonia, i domestici uniformandosi a un vecchio costume nella famiglia Canterville spensero le loro torce.
Quando la bara fu calata nella fossa, Virginia si avanzò e vi pose sopra una grande croce, fatta di fiori di mandorlo bianchi e rosei. In quell'istante la luna uscì fuori dalle nuvole e inondò della sua luce silenziosa e argentea il cimitero, mentre da un boschetto vicino veniva il canto di un usignolo. Virginia ricordò allora la descrizione che il fantasma aveva fatto del Giardino della Morte, e i suoi occhi si empirono di lacrime.
L'indomani mattina, prima che lord Canterville partisse per la città, il ministro s'intrattenne con lui a proposito dei gioielli dati dal fantasma a Virginia, gioielli veramente magnifici, sopratutto una collana di rubini, montati in stile veneziano, mirabile capolavoro del sedicesimo secolo. L'insieme dei gioielli aveva un tale valore che il signor Otis provava scrupolo a permettere che sua figlia li ritenesse.
— Mylord, — disse egli, — so che in questo paese il diritto di manomorta vale per i piccoli oggetti come per i terreni, ed è chiaro, chiarissimo per me, che questi gioielli debbano rimanere a voi come proprietà di famiglia. Vi prego quindi di portarli con voi a Londra e di considerarli come parte della vostra eredità, restituitavi sia pure in condizioni eccezionali. Quanto a mia figlia, essa è ancora fanciulla e fino ad ora, sono superbo di dirlo, essa è poco attaccata a questi gingilli di vanità.
Ho anche saputo da mia moglie, che è competente in cose artistiche, avendo avuto la fortuna di passare varî inverni a Boston quando era giovinetta, che queste pietre hanno un grande valore e che vendendole frutterebbero una somma vistosa. Quindi, lord Canterville, voi riconoscerete, ne sono sicuro, che è impossibile che io permetta di lasciarle nelle mani di un membro della mia famiglia; d'altronde, poi, tutti questi gingilli, giuocattoli, così appropriati, così necessari alla aristocrazia britannica, sarebbero assolutamente fuori posto in mezzo a persone allevate con severi principî e, posso proclamarlo, con i principî immortali della semplicità repubblicana.
Oso confessarvi però che Virginia tiene molto allo scrigno contenente i gioielli; le sarebbe caro conservarlo come ricordo degli errori e della sventura del vostro avo.
Questo scrigno essendo antichissimo e per conseguenza molto sciupato, mi sembra non abbia nessun valore.
Vi confesso anzi che sono molto stupito di vedere uno dei miei figli mostrare dell'interessamento ad un oggetto dei tempi passati e non saprei trovare altra spiegazione se non nel fatto che Virginia nacque in uno dei vostri sobborghi di Londra, poco dopo il ritorno di mia moglie da una escursione ad Atene.
Lord Canterville ascoltò senza interrompere, il discorso del degno ministro, tirandosi di quando in quando i baffi grigi per nascondere un involontario sorriso, e quando questi ebbe finito, gli strinse cordialmente la mano e così rispose:
— Mio caro signore, la vostra graziosa fanciulla ha reso all'infelice mio avo un servizio grandissimo.
La mia famiglia ed io le siamo riconoscenti per il meraviglioso ardire ed il sangue freddo di cui ella ha dato prova.
I gioielli le appartengono ed, in fede mia, sono convinto che se avessi così poca riconoscenza da toglierglieli, il vecchio birbante sortirebbe nuovamente dopo quindici giorni dalla sua tomba e mi renderebbe la vita un'inferno. Quanto ad essere essi gioielli di famiglia, lo sarebbero solo se fossero stati descritti come tali in un testamento, in un atto legale, mentre l'esistenza di quei gioielli fu sempre ignorata. Vi assicuro che sono tanto miei come del servo di casa.
Quando madamigella Virginia sarà grande, sarà incantata, oso affermarlo, di essi; inoltre signor Otis, voi dimenticate di aver comprato con la villa, anche il mobilio e il fantasma dietro inventario. Dunque quello che ha appartenuto al fantasma è vostro. Malgrado tutte le prove di attività che sir Simone ha dato di notte nel corridoio, egli è legalmente morto e la vostra compra vi ha reso proprietario di ciò che a lui apparteneva.
Il ministro rimase seccato del rifiuto di lord Canterville e lo pregò a riflettere di nuovo sulla sua decisione, ma l'eccellente Pari tenne fermo e finì per decidere il ministro ad accettare il regalo che il fantasma aveva fatto alla figlia sua.
Quando nella primavera del 1890 la giovane duchessa di Cheshire fu presentata al ricevimento della regina in occasione del suo matrimonio, i gioielli che recava indosso furono oggetto di generale ammirazione.
Gli sposi erano così belli e si amavano tanto che tutti furono incantati del loro matrimonio, eccettuata la vecchia marchesa di Dembleton, che aveva fatto ogni sforzo per accaparrare il duca a fargli sposare una delle sue sette figlie; a tale scopo anzi, aveva dato nientemeno che tre pranzi costosissimi.
Cosa strana, il signor Otis aveva per il piccolo duca una viva simpatia personale, malgrado che in teoria fosse nemico della nobiltà e per esprimersi con le sue stesse parole, avesse ragione di temere che in mezzo alle influenze snervanti di una aristocrazia fatta di piaceri, fossero dimenticati i veri principî della semplicità repubblicana.
Ma non si tenne alcun conto delle sue osservazioni e quando egli si avanzò, dando il braccio alla propria figlia, nella corsia di San Giorgio in Hannover-Square, appariva l'uomo più fiero di tutta l'Inghilterra.
Dopo la luna di miele, il duca e la duchessa tornarono alla villa di Canterville e l'indomani del loro arrivo, nel pomeriggio si recarono a fare una visita nel solitario cimitero presso il bosco di pini.
Da prima furono un poco imbarazzati circa l'epigrafe da porsi sulla pietra del sepolcro dì Sir Simone, ma finirono per decidere che si sarebbero limitati a farvi scolpire le iniziali del vecchio gentiluomo e i versi scritti sulla finestra della biblioteca.
La duchessa aveva portato seco delle magnifiche rose e le cosparse sulla tomba; poi proseguirono verso le rovine del coro della vecchia abbazia; e infine andarono a sedersi sopra una colonna spezzata.
Suo marito, coricato ai suoi piedi, la fissava negli occhi luminosi. Ad un tratto, gettando la sua sigaretta, le prese la mano ed esclamò:
— Virginia; una donna non deve avere segreti per suo marito.
— Cecilio mio, io non ne ho.
— Sì, voi ne avete — rispose egli sorridendo, — non mi avete mai detto ciò che seguì mentre voi eravate rinchiusa col fantasma.
— Non l'ho mai detto a nessuno, replicò gravemente Virginia.
— Lo so, ma a me potreste dirlo.
— Vi prego, Cecilio; non me lo domandate, non posso dirvelo. Povero sir Simone! gli devo molto; sì, Cecilio, non ridete, gli devo veramente molto.... Mi ha mostrato ciò che è la vita; ciò che significa Morte e perchè l'amore è più forte della morte.
Il duca si alzò e abbracciò amorosamente sua moglie.
— Voi potete conservare il vostro segreto, finchè io possederò il vostro amore — egli disse a voce sommessa.
— Voi l'avete sempre avuto, Cecilio.
— E voi lo direte un giorno ai nostri figli, non è vero?
Virginia arrossì.