VII.
I Nuèr del fiume Bianco — Fuochi notturni — Formiche — Zanzare — Cinocèfali, mostri, cannibali — Credenze religiose; indovini (Kogiùr); superstizioni, strani abbigliamenti e caccia dei Nuèr.
La nazione dei Nuèr dopo quella dei Dénka e dei Gnam-Gnàm è la più grande e la più forte di quante si conoscono nel bacino del fiume Bianco. Essa si estende da est ad ovest, dalle rive del fiume Sóbat fino a quelle del Bàhr-el-G¨azàl, e lungo ambedue le rive del fiume Bianco, a sud della tribù dei Gianghè, fin oltre l'8º grado di lat. N. Fra questa paludosa e malsana regione s'aggira il fiume Bianco con un corso lento e tortuoso.
Quand'io la traversai la prima volta, era la stagione asciutta, e scorgevo dalla barca lontane le abitazioni dei Nuèr circondate da zerìbeh, e, coll'aiuto del cannocchiale, campi coltivati di dùrah, di cui essi fanno commercio colle tribù vicine e coi mercanti stranieri. A destra poi e a sinistra del fiume sono qua e là disperse in sul mattino innumerevoli torme di gazzelle e d'altre antilopi, considerevoli mandre di bufali selvatici e truppe di elefanti, che tornano dal fiume, ove la notte vengono a dissetarsi, nell'interno della foresta. E sul far della sera sbuffano dall'acqua gl'ippopotami che pesantemente s'arrampicano sulle rive in cerca di pascoli, e vedi sugli arbusti una sterminata quantità d'ibi, che stancano gli orecchi co' beffardi loro gracchiamenti, e nuvoli d'altri uccelli che si contendono i rami per riposarsi.
Ma nulla di più stupendo dei fuochi notturni fra le secche, folte e altissime erbe di quelle vaste pianure. Le fiamme dapprincipio lontane e sparse qua e là raramente, spinte dal vento, s'avvicinano sempre più maestose e minaccianti, e secondo i tratti d'erba che incontrano, or s'abbassano d'improvviso ed or sollevansi furiose al cielo; e quindi crepitando s'uniscono insieme e illuminano d'una luce purpurea vivissima l'aere d'intorno; e grandi nuvole di fumo s'inalzano con in mezzo un vortice di scintille, e s'allargano rapidamente verso il cielo stellato. — Cresce il vento, e le fiamme abbattute s'incurvano a terra in larghe vampe orizzontali da sembrare tende ondeggianti. — L'incendio non corre, vola; e prima di avvolgere, copre, come un mare di fuoco, e tutto illumina il sottoposto terreno. — A momenti, pare che, scemando un poco il vento, l'incendio rimetta della sua furia; ma subito il vento ricomincia a soffiare con maggior veemenza, e le fiamme, che s'erano appena risollevate, tornano a curvarsi con impeto e a vibrare come frecce le loro punte diritte e implacabili. Ed oh! potessi io ora descrivere il tumulto, gli urli, i barriti, il ruggito, il fischio, il mugghio di tante bestie feroci, e le querule strida d'un'immensità di volatili che tentano in ogni modo di salvare la propria esistenza dal vorace incendio, come dalle insidie e dai colpi di mano inaspettati d'una gran caccia, guidata astutamente da una volontà unica, per cogliere nella rete tutti quegli animali e non lasciare scampo a nessuno! E già essi corrono e saltano qua e là disperatamente, e a tratti si veggono come spettri illuminati da bagliori d'inferno, e tosto spariscono tra le fiamme che si riuniscono e s'incrociano precipitando e spandendosi in laghi di fuoco con una rapidità incredibile.
Io vidi altra volta i fuochi notturni fatti accendere da uno dei grandi Capi dei Bèrta (Uàd-el-G¨àrbi) nella vasta pianura che divide lo Sciangàllah dall'Abissinia[24]; e quei fuochi mi colpirono d'un tale stupore, che per un pezzo non aprii bocca, e le prime parole rivolte al Gran-Capo furono l'esclamazione spontanea: bello! bello assai! Ma i fuochi ch'io vidi dalle rive del fiume Bianco mi stupirono assai più.
Mi par di vederlo ancora quell'elemento divoratore, che in poche ore tutte distrugge le secche erbe e le foglie delle piante che sono disperse in quelle vaste pianure, le quali assumono poi l'aspetto d'immense carbonaie. — Solo alcuni arbusti continuano a bruciare. — Passata la notte, al primo riapparir della luce del giorno, ecco spiegarsi agli sguardi una nuova scena di viva sorpresa. Una miriade di colonne di fumo vermiglio, sulfureo, bianco, nero, fuggono rapidissimamente e s'allungano a perdita d'occhi, ottenebrando e tingendo di colori sinistri il vasto orizzonte. Larghissimi tratti scorgonsi coperti d'uno strato di cenere bianchissima, come se fosse nevicato. Invece che ai tropici, lo spettatore, per un momento, può credersi trasportato nella zona glaciale. Qua e là monticelli anneriti lacerano il bianco lenzuolo, come nel disgelo le prominenze erbose d'un padule spuntano fuori dal manto di neve; e il fumo ancor serpeggiante dappertutto sparge su questo quadro imponente come un velo di nebbia; e gli alberi colle loro braccia spoglie e stese verso il cielo completano il paesaggio d'inverno.
Fattosi chiaro giorno, Negri, uomini e donne, errano nella vasta pianura arrestandosi davanti a corpi morti o feriti di bestie feroci, di serpenti e di grossi uccelli; e gli anneriti cumuli, opera delle formiche nella stagione piovosa, alti da un metro e mezzo a due metri, s'ergono qua e là, vecchie tombe, come tosto vedremo, di estinti animali.
Havvi nel Sudàn, ma specialmente in questi luoghi bassi e paludosi, gran numero di formiche, di varie specie, e io procurai di studiarne un poco i costumi.
C'è una formica rossastra e piccola, la quale s'occupa unicamente a raccoglier sementi di cui fa anche conserva; essa vive in compagnia, soggiorna sotterra e non esce che nella stagione piovosa a procacciarsi il vitto. Questa formica dai Dénka è chiamata a-gñièg o a-ñġièg (sapiente).
Un'altra formica piccola e nera, di cui la puntura è assai dolorosa, trovasi da per tutto, in qualunque stagione, e dicesi Aciùk.
Osservai pure una formica grossa e nera, alla quale i Dénka danno il nome di agingìn o agiìn, e si ciba solo di altre formiche.
Havvi poi una formica che non si pasce che di ciò che è dolce, ed è nominata areròu.
Ma la formica, che può recar gravi danni agli indigeni ed ai viaggiatori inesperti, è la formica bianca che gli Arabi appellano àrda (dalla parola ard — terra), e i Dénka vdièi. Questo insetto è della grossezza delle nostre formiche comuni, e si nutre principalmente di legno; del resto egli divora ciò che gli si presenta, il cuoio, la carne, il cartone, la carta sopratutto; e torna assai difficile il preservare da suoi attacchi i libri e gli abiti di qualsiasi specie. D'un mio giornale, che mi tenevo conservato con tanta cura, fu rosicchiato quasi tutto il cartone da queste maledette formiche, nello spazio d'una sola notte, e fu un mero accidente ch'io l'abbia potuto salvare, nel mattino, dalla totale distruzione. Dovetti tirarlo fuori da un vecchio baule di pelle per consultarlo, e m'accorsi del pericolo ch'aveva corso. Le formiche, di fatto, erano penetrate per di sotto, dal fondo del baule, sebbene fosse un po' sollevato da terra per mezzo di due liste di legno poste alle estremità; e nulla esteriormente faceva sospettare la loro presenza. D'allora in poi, carte, cartoni, scatole, astucci, biancheria, vestiti, tutto insomma solevo tener sospeso con delle corde al tetto della mia abitazione. Così gli indigeni riescono a conservare intatte le loro provvisioni giornaliere. Quanto ai loro grani, essi li depongono in grandi e profonde fosse, la cui parte inferiore e le pareti sono coperte d'una cert'erba, dalla quale questi insetti si tengono lontani. Essi cominciano il lavoro di sotto terra, ed allorquando sono arrivati alla superficie del suolo non l'intralasciano, ma per mezzo d'una secrezione viscosa, che è loro propria, uniscono le particelle più minute della polvere che li circonda, e formano una specie di smalto, costruendone piccole gallerie, che aumentano sempre più e si sviluppano pel continuo e nascosto lavorìo di questi insetti, che camminano sempre al coperto. Il lavoro dura per quasi tutta la stagione piovosa, e l'edificio che ne risulta ora racchiude un corpo di bestia morto, disseccato dal sole, ora un oggetto di cuoio od uno straccio qualunque abbandonati nella pianura, o il tronco di un albero, il più delle volte d'acacia, e presenta alla sua base un raggio di tre o quattro piedi. Esso s'inalza qualche volta all'altezza di due metri, e non è abbandonato dalle formiche che allorquando non rimane più traccia dell'oggetto che viene assediato.
Nelle paludi trovansi due altre specie di formiche; la formica rossa, mormuòr, e la formica volante, agnièl. Quest'ultima formica fabbrica pure monticelli di terra simili a quelli dell'àrda, e cessata la stagion delle piogge n'esce coll'ali.
Fu allora ch'io vidi molte di queste formiche abbandonare le loro gallerie e rimanersi per qualche tempo immobili e come istupidite, e molte invece darsi a movimenti disordinati, ed agitar l'ali con una impazienza e con un'ebbrezza al tutto singolare; mentre altre, che non erano alate, si mostravano affaccendate ed occupatissime nell'assistere le loro compagne.
«Ecco, io dissi, come anche in questa società di formiche si trovano i maschi, le femmine ed i neutri, che sono le femmine abortive, nelle quali, come nelle api operaie, gli organi del sesso, per procurata scarsezza o per qualità d'alimento, ristettero dallo svilupparsi. I maschi e le femmine hanno l'ali, e i neutri ne son privi, e ad essi incombono tutte le cure, che si riferiscono alla conservazione e all'ordine interno della società. Son essi che scavano sotterra il formicaio e costruiscono poi sopra l'edificio, di cui ho detto. Son essi, che senza posa battono la campagna, quando in colonna e quando alla spicciolata, in cerca di alimenti; son essi che assistono, invigilano e nutrono i maschi, le femmine e le nuove generazioni imboccandole come fanno le madri coi loro uccellini. Quindi, da operai fattisi soldati, son essi che, in casi non infrequenti di aggressione, difendono la città, o che, toccando una sconfitta, migrano a nuove sedi portando tra le mandibule i più preziosi loro averi, cioè i maschi, le femmine, le uova, la carne, e le ninfe. Or questi operai, che sono tanto gelosi custodi de' loro maschi e delle loro femmine, e che ostinatamente si oppongono perchè non escano dai loro alloggiamenti, son poi essi medesimi che, arrivato il dì e l'ora delle nozze, gli spingono ad uscirne, e lasciano che spieghino il volo per compiere negli spazi dell'atmosfera l'ultimo voto della natura, la propagazione della specie.»
Io visitai pure la paludosa regione dei Nuèr nella stagion delle piogge, e le impressioni che n'ebbi allora le trovo registrate sur un mio giornale di viaggio e compendiate, sotto date diverse, nelle parole « — che curiosa levata di sole! — qual magnifico quadro! — che bizzarro tramonto! — che notte orrenda! maledette zanzare!»
Più d'una volta, in sul mattino, io vidi il cielo tutto coperto di nuvole, da una parte infocate dal sole nascente e rotte in vari punti da raggi vivissimi, e dalla parte opposta nere e rigate da striscie oblique di pioggia. Da questo cielo inquieto scendeva una luce strana, che pareva passata a traverso una volta di vetro giallastro, e dava alla vastissima pianura tutta coperta di verdeggianti erbe e d'arbusti una tinta arrabbiata.... che non saprei dire di qual colore; e da per tutto stormi di grossi uccelli che andavano e venivano dall'una all'altra riva del fiume; e qua e là qualche scimmia, che faceva capolino fra l'erbe dalla punta de' formicai. E vidi in sulla sera tramontare il sole sotto un padiglione immenso di nuvole color d'oro e di bragia, e, lanciando rasente la pianura i suoi ultimi raggi sanguigni, calare dietro a un velo di vapori color di piombo come un enorme disco rovente, che si sprofondi nelle viscere della terra.
E la notte?.. la notte era impossibile di poter dormire. — Nessuno può immaginarsi, se non l'ha provato, il tormento, l'irritazione, ch'arrecano le zanzare in questo paese basso e acquitrinoso. — Non appena è tramontato il sole, ch'esse s'annunziano con un acuto ronzìo, e a miriadi ti perseguitano da per tutto, assetate di sangue, e ti trafiggono la pelle iniettandovi il loro fluido velenoso, che ti cagiona tosto un prudore insopportabile. Io era costretto a balzar fuori dal casotto della mia barca, non so quante volte, come un disperato che non può più difendersi da mille nemici, che tentano di ammazzarlo a poco a poco a forza di punture.
I Nuèr sono ben fatti della persona, e la loro corporatura è robusta e fatticcia. Essi posseggono molto bestiame e sono dati all'agricoltura, specialmente alla coltivazione del dùrah.
Gli schiavi, ch'essi ritraggono dalle tribù vicine, son quelli che eseguiscono i lavori più faticosi della campagna.
I Nuèr sono spesso in guerra coi Negri di altre tribù, e i pascoli principalmente sono il motivo delle loro querele.
Essi, come tutti i Negri del Sudàn, non oltrepassano i confini della loro tribù che per combattere, e mai da soli, nè allo scopo di stringere relazioni di commercio. — Quindi assoluta mancanza di comunicazioni. — Una tribù non conosce i costumi dell'altra, massime se un po' lontana e parli una lingua diversa. Per la qual cosa il Negro di una tribù, credulo e timido per natura, immagina prodigi e favole sul conto dei Negri d'un'altra tribù ov'egli non abbia ancor posto il piede.
Tutti gli storici dell'antichità sono pieni di simili testimonianze; essi veggono ovunque cinocèfali e mostri; e se noi ne vediam meno, è perchè siamo più istruiti, più osservatori e meno creduli.
Ctesias, nell'epitome della sua storia dell'India datoci da Photius, entra nei più minuti dettagli intorno ai cinocèfali.
«Nelle sue montagne (dell'India), egli dice, havvi degli uomini con testa di cane, i quali vestono pelli di bestie feroci. Essi non fanno uso, come noi, del linguaggio; abbaiano come i cani, e s'intendono scambievolmente. I loro denti sono più lunghi di quelli dei cani, e le unghie rassomigliano a quelle di questi animali, ma sono più lunghe e più rotonde.»
Non si crederebbe qui forse che Ctesias ne avesse veduto un gran numero?
Nè meno esplicito è Erodoto. «In questa parte occidentale della Libia si trovano serpenti d'una grandezza straordinaria, leoni, elefanti, orsi, aspidi, asini cornuti, cinocèfali ed acefali, i quali hanno, se dobbiamo prestar fede a quei di Libia, gli occhi al petto. Veggonsi pure uomini e donne selvaggi ed altre bestie feroci.»
Quante volte io stesso ho avuto l'occasione di udire simili racconti! Ne potrei comporre un grosso volume se volessi riferire solo i principali fra quelli che mi fecero impressione. E non è necessario di internarsi nell'Africa per raccoglierne molti; in tutte le città dell'Egitto stanziano genî e mostri; e non può essere che gente incredula, come noi, che passi loro vicino senza vederli.
Quindi è che gli Africani contano antropofagi assai più che non esistano realmente. I Negri idolatri del Sudàn considerano noi stessi come cannibali; e ciò mi pare che basti per metterci in guardia ad accettare con riserva quanto essi ci dicono di altri popoli. Allorquando i Negri ci parlano di antropofagi stabiliti al sud della loro tribù, altro non esprimono se non che non gli hanno veduti, e che temerebbero d'abbattersi con que' mostri feroci assetati del loro sangue. Noi siamo per essi il tipo della bruttezza e della crudeltà — non dimentichiamolo.
Quanto poi agli incettatori di schiavi, questo cannibalismo, di cui essi accusano le loro vittime, è un pretesto a giustificare la loro condotta. Impadronendosi di questi infelici, dicono: noi non facciamo che compiere un atto meritorio, liberandoli dal dente divoratore.
Davvero! che se questi cacciatori d'uomini fossero in Europa, si qualificherebbero per filantropi e pretenderebbero d'essere paragonati a S. Vincenzo di Paola.
Allorquando in Africa si vuol saccheggiare e ridurre a schiavitù una popolazione, basta accusarla di cannibalismo.
Così in ogni paese, il forte non manca mai di sottili pretesti per opprimere il debole; e non è che la critica sana e spregiudicata, la quale sappia smascherare la male giustificata ipocrisia dei forti.
Le capanne dei Nuèr, come quelle dei Scìluk, sono fatte di paglia; hanno per lo più forma conica e sono grandi assai; alcune di esse sono costruite appositamente per accogliervi i forestieri. Le abitazioni di una famiglia sono lontane da quelle di un'altra dai cinquanta ai trecento passi.
Quanto alle credenze religiose, essi credono nell'esistenza di Dio; ma a lui non attribuiscono nessun culto. Sentono che gli avvenimenti dipendono da una forza occulta, che bisogna rendersi favorevole. Da ciò ne vengono i sacrifizî, che di quando in quando offrono al Genio malo, onde allontanare i malefizî e gli avversi destini. Professano grande stima ai loro Kogiùr (indovini), i quali avrebbero l'abilità di annunziare la pioggia e le disgrazie, e di rendere la salute ai loro bestiami.
I Kogiùr sono d'una scaltrezza mirabile. Essi sanno così bene condursi nelle molte e varie occorrenze del loro mestiere da cavarsela in ogni modo, fuggendo noie e rimproveri, e avvantaggiando sè stessi. Io credo sieno i più ricchi della tribù, poichè non fanno mai nulla per nulla.
Un buon Kogiùr è ricordato anche dopo morte; tutta la tribù l'accompagna al sepolcro e lo piange; la sua tomba viene poi coperta da una grande capanna, che addiviene luogo sacro e d'invocazione. Nella capanna sta sempre un vaso d'acqua lustrale, e intorno ad essa vengono spesse volte piantati, a mo' di siepe, denti di elefante per onorare il santo.
I Nuèr sono assai superstiziosi, e sovente accendono nella notte dei fuochi per discacciare i mali spiriti. Qualche volta però dànno fuoco a dei fascetti d'erba secca, che tengono in aria colle mani sì che possano essere veduti dai loro vicini, i quali alla lor volta fanno medesimamente, per avvertire i più lontani di qualche pericolo che li minacci.
Questi Negri, meno miserabili di tante altre tribù, sono vivaci, scherzevoli, e trovano il tempo di abbigliarsi nei modi più strani e ridicoli. Alcuni fra gli uomini copronsi il capo con una berretta, fatta in varie fogge, di tela di cotone, adorna di piccole conchiglie del mar rosso, che comprano dai mercanti di Chartùm; ma i più hanno i capelli impiastricciati con cenere ed olio di ricino in maniera da farne apparire acconciature bizzarre e stravaganti. Quasi tutti portano un braccialetto d'avorio sopra il gomito, e sono ignudi. Compagni loro indivisibili sono la lancia e lo scudo, o il bastone e la pipa (tógñ-de-tàb). Entrambi i sessi, usciti appena dall'adolescenza, fumano tabacco da grandi pipe fornite di grosso cannello, a metà del quale è una scorza di zucca piena di stoppa e di pezzetti di legno odorosi, per la quale si espande il fumo, di cui s'impregna la stoppa, mentre esso riceve odore aromatico dai pezzetti di legno, e n'esce più fresco.
Le donne usano di adornare le orecchie di anellini di rame e di ferro; e le più ricche ne hanno uno grandissimo, che pende dall'estremità dell'orecchio destro. Molte poi sopra il labbro superiore attaccano un filo di ferro, lungo quasi una spanna, che sporge dalla faccia orizzontalmente, e che, quando parlano, va su e giù in guisa da farti ridere. Donne e fanciulle non si coprono che quando debbono uscire dalle loro capanne; allora cingono alle reni due pelli di capra, l'una davanti e l'altra di dietro, fregiate di conchiglie e di catenelle di ferro.
I Nuèr sono abilissimi cacciatori di coccodrilli, d'ippopotami e di elefanti.
La caccia che dànno al coccodrillo e all'ippopotamo non differisce da quella dei negri Dénka[25]. Ma per cacciare l'elefante s'uniscono in numero di venti o trenta, e ciascuno alla sua volta lo assale. Il primo che riesce a ferirlo ottiene il più pesante dei due denti del mostruoso animale; il secondo ha diritto all'altro dente; e tutti gli altri se ne dividono le carni.
I Nuèr che, come dissi, sono spesso in guerra coi Negri di altre tribù, intraprendono ogni anno spedizioni, a diverse riprese, verso il sud, e sempre all'incominciare del charìf (della stagion delle piogge). Allorquando gli abitanti del sud scorgono qualche nube comparire all'orizzonte, esclamano ad una voce: prepariamoci alla difesa! I Nuèr sono vicini! E difatto lo stesso giorno, o il giorno dopo, eccoli in numero di quattro o cinque mila, divisi in tre o quattro drappelli, lanciarsi con audacia incredibile sopra paesi interi, e derubarli di tutto quello che viene loro alle mani, e percuotere, ferire, ammazzare senza pietà quelli che loro si oppongono, e condur via schiavi uomini e donne, che non riescano a salvarsi colla fuga.