WeRead Powered by ReaderPub
Il Lago di Como e il Pian d'Erba: Escursioni autunnali cover

Il Lago di Como e il Pian d'Erba: Escursioni autunnali

Chapter 22: I.
Open in WeRead

Explore more books like this:

About This Book

L'autore conduce il lettore in una serie di escursioni autunnali lungo le sponde del lago e i colli del Pian d'Erba, mescolando descrizioni paesaggistiche e panorami a note storiche, etimologiche e geologiche sui luoghi visitati. Il testo segnala castelli, ville, chiese e insediamenti, valuta le infrastrutture di trasporto e l'ospitalità locale e propone itinerari pratici e suggerimenti per i villeggianti. La prosa alterna osservazioni aneddotiche e riferimenti culturali a indicazioni utili su strade, alberghi e attività ricreative, offrendo una guida che unisce valore estetico e informativo.

ESCURSIONE SESTA. LA VILLA D’ESTE.

Cernobbio. — Debitori e Monache. — Villa Bolognini. — Villa Lejnati. — Villa Belinzaghi. — Garrovo. — Il general Pino. — La villa d’Este. — Giorgio IV d’Inghilterra. — La principessa di Galles. — Suo processo. — Sua morte. — Sue opere alla villa d’Este. — L’Albergo della Regina d’Inghilterra. — L’acqua della Coletta.

I.

Un giorno m’accadde di dire che un libro ben curioso sarebbe quello che s’avesse a fare Dei misteri del lago di Como. Già il lettore che mi ha seguíto ne ha per avventura intraveduto taluno; ma siccome questo volume è destinato a tutt’altro fine, non mi farò a rivelarli adesso, limitandomi però a riassumere quelli che sono già caduti nel dominio della storia, e che per conseguenza non ponno più esser misteri.

D’altronde, so che il titolo di Misteri del lago di Como piacque ad altro scrittore e li ha dettati; non li ho letti, — come si può giungere a tutto? — ma suppongo che saranno indubbiamente una storia immaginosa, sul tenore delle altre congeneri, — e allora non era quella la mia intenzione[11].

Io voleva con quel pensiero alludere alle cento misteriose scene cui furono teatro le varie ville che si stendono dall’una e dall’altra sponda del lago; scene d’amore, scene di crimini, di romanzo e di assisie, burlevoli e più che serie, che a raccorle ed ammannirle vi vorrebbe la penna di Sue o di Dumas, di Ponson du Terrail — poichè v’ha anche il terribile — o di Gaborieau, i romanzieri alla moda in Francia.

Ora in questa mia escursione non chiamerò il lettore ad assistere a scene misteriose, ma ad uno storico avvenimento; quantunque il processo cui fece luogo fu ben lungi dallo squarciare interamente il velo di tutto quanto si compì fra le pareti della villa d’Este.

II.

E prima di tutto non lasciamoci passare queste altre che ci conducono alla nostra meta; esse hanno tutto l’interesse al nostro sguardo: eleganti, graziose ne accivettano a far omaggio anzitutto alla bellezza, poi a monsignor Milione.

La prima è rappresentata nella villa Bolognini, dalla più leggiadra e graziosa creatura, cui stia a maraviglia sulla bellissima testa la corona ducale; la madre sua, divenuta principessa, ebbe la dedica d’un magnifico romanzo di Balzac, in cui le è dato tributo altresì di spirito, e quel messere in fatto di spirito poteva ben essere giudice competente.

Ma qui ci troviamo in Cernobbio: una parola del paese.

Il nome di esso lo si fa derivare da cœnobium, cenobio, da un monastero che v’era di cluniacensi, e credo che sia una delle migliori e incontrovertibili etimologie. Ai cluniacensi succedettero le monache; ma sembra che l’aria del lago e queste naturali maraviglie delle sue rive rendano infiammabili gli animi, ardenti i cuori, e che le povere recluse fossero facilmente spinte a voluttà e gusti poco ascetici, se non soltanto qui, ma anche altrove, come vedremo, l’autorità regia, o l’ecclesiastica, se ne dovette ingerire e mandarle a menare quella vita altrove. Le monachelle di Cernobbio furono cacciate dal loro ridente soggiorno da quel nemico di cocolle e di veli che fu Giuseppe II.

La cronaca ha serbato memoria d’un solo avvenimento di questa borgata, che pare dovesse essere un tempo più popolosa e forte. Narrasi che nel 1433 alcuni uomini di Cernobbio fossero stati tratti per debiti nelle carceri di Bellagio; che ad altri loro conterranei fosse entrato il ruzzolo di liberarneli, e là recatisi di cheto, ne li avessero cavati a forza. Era duca di Milano allora quel prepotente di Filippo Maria Visconti, il marito della sventuratissima Beatrice di Tenda, che, avuto sentore appena dell’avvenimento, mandò ad istituire il processo, sperando scoprire i colpevoli; ma poichè la sapienza di quegli inquisitori non giunse a darli nelle mani, il Visconti fece sommaria vendetta, desolando tutta la terra di Cernobbio, ch’era assai più industriosa, e consegnando alle forche quanti avevano osato opporgli resistenza.

L’industria maggiore de’ suoi abitanti è in oggi la pesca e i nauli, guidando essi cioè le imbarcazioni de’ molti che affluiscono a bearsi delle delizie del Lario, ed eseguendo i trasporti di pietre, calce e derrate.

Ho dato omaggio alla bellezza: ora alla ricchezza.

Questa è rappresentata in Cernobbio dalle due ville dei banchieri Lejnati e Belinzaghi, che vi raccolsero in esse tutte le opportune comodità della vita.

Più oltre un cancello vi annuncia il parco della Villa d’Este.

Il cardinal Gallio, che si pretende nato in Cernobbio, fabbricò questa villa che è fra le più grandi e sontuose del lago; tanto così che or fan due anni l’imperatrice di tutte le Russie vi trovava comodo albergo. Passò di poi in proprietà ai conti Calderari, onde da Garrovo, che si chiamava dapprima, si nomò poscia da essi, infino al dì che Carolina Amelia Elisabetta di Brunswick, principessa di Galles, venuta in Italia nell’anno 1816, eleggendola a propria stanza, vi impose il nome di Villa d’Este, che le rimane ancora.

Il general Pino, che sposava una donna dei Calderari, riceveva con essa anche la villa; e un bel dì che l’affettuosa sposa attendeva in quegli ozj il marito, fece, sulle alture onde si chiude il recinto della villa e che per felice combinazione rassomigliavano in minori proporzioni a quelle su cui a Tarragona di Spagna si distendevano i fortilizî che il marito aveva coll’armi italiane espugnati, rizzare tanti fortini che imitassero in piccolo que’ maggiori, così preparando al marito la più grata sorpresa. E poichè meglio si ravvivassero in lui quelle grate e gloriose memorie, disponeva che gli alunni del collegio militare di Milano, istituito a San Luca dal generale Teulié, vi venissero a far loro armeggiamenti, attacchi e fuochi con mirabilissimo effetto.

Ma la Villa d’Este fu teatro a scene più importanti di questa, per lo scandalo che ne fu fatto per Europa tutta, e che rivelò il famoso processo che si compì in Londra nel 1820; e siccome da tutti si chiede come, perchè e quando venne dato alla villa il nome che essa ha, come e perchè il nome di Regina d’Inghilterra fu imposto al bellissimo albergo che nel giardino venne edificato dal barone Ciani, che tutta la villa acquistò e vi fabbricò per entro casini, dominato, com’era solito a dir egli, dal mal della pietra; così mette conto che io narri questa storia scandalosa e più scandaloso processo, compendiandola da’ Processi Celebri che la resero ne’ suoi particolari.

III.

La vita di disordine e di dissipazione, cui, dopo d’essere uscito nel 1781 dalla minorità, s’era interamente abbandonato quel Giorgio Augusto Federico, principe di Galles, erede presuntivo della corona d’Inghilterra e che fu poi Giorgio IV, rimase così notoria, che di poco aggiunse a popolarizzarla il bel romanzo di Gozlan.

I suoi banchetti ricordavano le cene dell’impero di Roma: Fox, Sheridan, Brummel, Erskine, Grey e Russel ne erano i compiacenti compagni nelle orgie, negli stravizzi, nelle vergogne, come erano i più eleganti che costituivano la fashion inglese. Superbi equipaggi, amanti di gran prezzo, dispendî pazzi in giardini e palazzi, e perfino giunterie di giuoco si alternavano co’ stravizzi nelle più ignobili taverne: non una tradizione in lui di quella moralità e austerità, nella quale era stato nella fanciullezza cresciuto in corte. Carlton-House fu il teatro di tanto scialacquo e dissolutezza.

Non bastavano a sì grandi follie nè la rendita fattagli di cinquantamila lire sterline, nè i redditi del ducato di Lancaster. A capo di tre anni di sua maggiorità egli aveva già inoltre creato a sè un debito di mezzo milione di sterline, vale a dire dodici milioni e cinquecentomila franchi. Insorsero i creditori, il re Giorgio III si ricusava di pagare, lo scandalo crebbe, e la Camera dei Comuni, dopo un dibáttito scandaloso, finì col votare una somma di 161,000 sterline (4,025,000 fr.) per pagarne i debiti.

Incappato dipoi nelle reti di una signora Fitz-Hubert, cattolica irlandese, costei giunse a farsi segretamente sposare, sebbene un tal matrimonio fosse colpito di nullità, contrario essendo alle leggi del regno, queste non permettendo a’ principi della famiglia reale di contrarlo prima de’ venticinque anni; oltre che il matrimonio del principe ereditario con una cattolica lo escludeva dalla successione al trono.

Aumentati inoltre i suoi debiti, dai quali punto non aveva ristato, fino alla ingente somma di 642,890 sterline, a meglio cioè di sedici milioni di franchi, parve al governo non esservi altro riparo che un matrimonio legale.

A vincere gli aperti rifiuti opposti dal principe, fu adoperato James Harvis, più tardi conte di Malmesbury, esperto negoziatore durante le guerre della repubblica e dell’impero francese, le cui Memorie, lasciate dopo morte, forniscono i più curiosi particolari circa il modo da lui usato per condurlo ad accogliere l’offertogli partito.

I creditori, all’uopo sollecitati e divenuti a lui insopportabili, determinarono finalmente l’adesione del principe al matrimonio, ch’egli chiamava il proprio suicidio.

Gli venne fidanzata Carolina Amelia Elisabetta di Brunswick, figlia di quel duca di Brunswick che nel 1792 forzò audacemente le frontiere di Francia.

Mirabeau aveva attestato di lei esser amabilissima, spiritosa, bella e assai vivace; ma il signor di Malmesbury nel 1794, quando fu conchiuso il matrimonio (2 dicembre), la trovò, oltre che già di più di ventisei anni, se abbastanza bella e con due stelle di occhi, anche un cotal po’ triviale, con denti mezzo guasti e spalle impertinenti.

La cronaca del paese mormorava di lei, come di donna leggiera, avida di piaceri, e la faceva eroina d’una romanzesca fuga con un giovine uffiziale della corte del padre.

Ne completeranno il breve schizzo che ne ho fatto queste bizzarre particolarità che si leggono nel giornale dello stesso conte di Malmesbury.

“— Il principe, madama, — le disse questo abile negoziatore un giorno — è assai delicato per ciò che riguarda la nettezza. — Il giorno dopo la principessa comparve assai bene lavata dalla testa ai piedi.„

“Ho avuto, scrive lo stesso Malmesbury, due colloquî colla principessa Carolina, uno sulla pulizia e sulla decenza, ed un altro sul riserbo nel parlare. Ho procurato, per quanto può farlo un uomo, di convincerla della necessità di porre molta attenzione in tutte le parti del suo abbigliamento, sia in quello che si vedeva, sia in quello che rimaneva ascoso... Sapevo che portava delle sottane grossolane, delle camicie ruvide e delle calze di filo, e non fossero neppure ben pulite e cambiate abbastanza di frequente!... È singolare come su questo punto sia stata trascurata la sua educazione e come sua madre, benchè inglese (Augusta, sorella di re Giorgio III), vi abbia fatto poca attenzione. L’altro nostro colloquio versò sul modo leggiero con cui parlava della duchessa (sua madre), burlandosi sempre di lei e dinanzi a lei... Ella capisce tutto ciò, ma lo dimentica...„

Questi erano gli sposi: vediamo i frutti di tal connubio.

IV.

Il principe di Galles mandava a Greenwich, a ricevere la sua sposa, lady Jersey sua recente amante, ciò che stabiliva fin dai primi momenti in costei una acerrima nemica di Carolina, perchè non le aveva dissimulato frizzi pungenti che non si perdonano.

Trovo scritto che la prima notte di matrimonio fu degna di questi sponsali. Dopo alcune ore, il principe abbandonava il letto nuziale, senza dissimulare il suo turbamento, la sua collera e il suo disgusto. Che pensare dei misteri di questa notte? Si parlò d’ubbriachezza, di trasporti lubrici, di scoperte umilianti.... Checchè ne sia, è certo che il principe, ubbriaco come un facchino, passò la maggior parte della notte sdraiato, non nel letto nuziale, ma su d’un tappeto.

Dopo tutto, il 7 febbrajo 1796, nove mesi successivi a quella notte, Carolina dava alla luce la principessa Carolina Carlotta Augusta di Galles.

Ma non fu codesto un anello di ricongiunzione fra i due sposi. Il principe di Galles continuò a vivere separato dalla moglie; anzi, dopo due lettere scambiatesi fra essi, come a specie di convenzione d’una separazione di fatto, la principessa di Galles si ritrasse a Black-Heat nel Devonshire, da cui di rado si toglieva per comparire a corte; intenta, del resto, alle cure della propria bambina.

Nel 1804 cominciò la maldicenza, incitata da lady Jersey, a esercitarsi a di lei danno. Disse di scandalosi amori suoi con lord Eardley, e si pretese che William Billy Austin, fanciulletto da lei caritatevolmente ricoverato e amato, fosse il frutto di adulteri amori.

La delicata investigazione che si istituì l’assolse completamente, e si trovò che il fanciullo era invece dello spedale di Brownlow-Street, ed erano suoi genitori Sofia Austin e un falegname di Deptfort, conchiudendosi che i di lei accusatori avrebbero meritato di essere processati con tutta la severità delle leggi.

Ma ciò non avendo giovato a ritornarle tutta la reverenza dovuta al suo grado, molto più che l’investigazione e i suoi risultamenti erano stati tenuti segreti, ella ne reclamò al re suo suocero, invocando la pubblicità di tutto. The Book, che ne fu la raccolta degli atti, comparve; ma giunto al potere Perceval, che era stato consigliero alla principessa di quella pubblicazione, ne scongiurò lo scandalo e soppresse il libro, e diè egualmente soddisfazione a Carolina, operando in guisa che Giorgio III e i due fratelli del principe di Galles le facessero solenni visite, e che una decisione del consiglio di Stato ne confermasse l’innocenza.

Ma gli odî del marito crebbero a dismisura, ed ei le tolse la figlia. Ricorse ella, ebbe nuova riconferma d’incolpabilità, ma non riebbe la figliuola.

Le fu interdetto allora ricomparire a corte, non potendo il principe, divenuto reggente per la demenza del padre, incontrarsi con lei. Ne chiese ragione a lui medesimo, ma non n’ebbe risposta tampoco.

La figlia Carlotta veniva destinata dal reggente al principe d’Orange, erede presuntivo del trono de’ Paesi Bassi; dovendo mal suo grado obbedirvi, in capo lista delle persone che dovevano invitarsi al matrimonio la giovinetta scrisse il nome della madre. Giorgio gliela ritornò radiandone il nome; ma Carlotta alla sua volta cancellò un nome: era quello del futuro sposo, e rinviò al padre la lista. Ella andava sposa poco dopo al duca di Sassonia Coburgo.

La principessa di Galles risolse allora di abbandonar l’Inghilterra.

Il Parlamento le fissava l’appannaggio d’annue lire cinquantamila sterline; essa non ne accettò che trentacinquemila, e partiva il 9 aprile 1814, assumendo il nome di contessa di Wolfenbüttel.

Si diresse dapprima al suo paese natio; quindi partì per la Svizzera, visitò l’Italia, la Grecia, la Turchia, la Palestina, Tunisi; poi si stabiliva a Pesaro, e da ultimo a questa villa Calderari sul lago di Como, che ricevette da lei, come già sa il lettore, il nome di Villa d’Este.

V.

Quale fosse la vita della principessa di Galles all’estero, e principalmente su queste rive del lago, non ne è spenta la memoria fra noi. V’hanno di molti ancora che rammentano averla veduta, che si trovarono ai licenziosi balli cui ella assisteva alla Barona presso Milano, che la riconobbero ai veglioni della Scala con travestimenti impossibili o toalette sconvenienti; come moltissimi ne levano a cielo ancora gli atti infiniti di una inesauribile generosità e carità.

Queste sponde del Lario echeggiano tuttavia degli inni riconoscenti alle sue splendide beneficenze. Ella allargò e compì la via che da Como metteva alla sua residenza e spese assai denaro in altre opere vantaggiose a quel paese.

Se non che l’odio del marito e l’ira de’ nemici da lei lasciati in Inghilterra non s’erano tenuti paghi di sua partenza: essi la seguivano nelle sue peregrinazioni, nel suo volontario esilio. Neppur si volle informarla della morte della figliuola, neppur di quella del suocero Giorgio III, avvenuta il 29 gennajo 1820, da lei sapute entrambe soltanto a caso.

S’inasprì ancor più la persecuzione contro di lei coll’avvenimento di suo marito Giorgio IV al trono. Il suo nome fu tolto dalle preghiere della liturgia britannica, e le fu messa, per così dire, a’ fianchi una commissione segreta che ne spiasse la vita.

E questa nella sua permanente inchiesta, stabilita fra persone influenti in Milano, raccoglieva fatti, circostanze, nomi e testimonianze terribili contro di lei.

Carolina, reclamando contro le misure summentovate prese in Inghilterra contro di lei, minacciava recarsi a Londra a reclamare i suoi privilegi di regina; ve la aizzavano i whigs che avrebbero voluto suscitar con ciò gravi imbarazzi al nuovo regno; sconsigliavanla i tories collo spauracchio d’uno scandaloso processo. Nulla temendo Carolina, sullo scorcio del maggio 1821, arrivò in Francia, deliberata d’incarnare il proprio progetto.

Lord Hutchinson le venne incontro, e da parte di lord Liverpool, ministro di Giorgio IV, le offriva aumentarle l’appannaggio fino a 50,000 lire sterline all’anno, purchè restasse fuor d’Inghilterra, non assumesse titolo di regina, nè altro spettante alla famiglia reale d’Inghilterra.

Ella rispose a questa proferta, imbarcandosi sul pachebotto inglese Principe Leopoldo per Londra.

Sbarcata sul suolo inglese, vi fu accolta colle dimostrazioni più onorifiche dovute a regina e con entusiasmi che l’accompagnarono fino alla capitale, dove passando innanzi alla residenza reale, la folla emise all’indirizzo di Giorgio IV formidabili grugniti, modo col quale quegli eccentrici isolani esprimono disapprovazione; ma questa marcia trionfale veniva arrestata dal ministero in cui sedeva lord Liverpool, il quale la sera del sei giugno presentava alla Camera dei Lord un messaggio reale, mentre lord Castelreagh faceva altrettanto alla Camera dei Comuni, quivi depositando un sacco verde contenente i documenti d’accusa contro la regina, che nel messaggio e nelle parole de’ ministri veniva tuttavia chiamata la principessa di Galles. L’accusa era di adulterio.

L’impressione prodotta fu grave, poichè si temesse non fosse per riuscire a rinnovare i tempi d’Anna Bolena e Giovanna Grey; ma lord Liverpool temperavala, dicendo che il fatto d’un adulterio commesso all’estero con uno straniero non costituisse che un’ingiuria in linea civile; e voleva con ciò rassicurare i nobili lord che non si sarebbe trattato di pena di morte.

Carolina intanto aveva preso alloggio in Brandenburg-House.

Ecco il bill delle pene e delle penalità (Bill of pains and penalties), che lord Liverpool lesse nel Parlamento:

“Atteso che nell’anno 1814 S. M. Carolina Maria Elisabetta, allora principessa di Galles, ed ora regina sposa d’Inghilterra, residente allora a Milano, prese al suo servizio il nominato Bartolomeo Bergami o Pergami, straniero, di bassa condizione, essendo stato domestico; atteso che dopo d’essere il detto Bergami entrato al servizio di S. A. R. vi fu tra di loro un’intimità sconveniente e ributtante, e che non solo S. A. R. lo innalzò ad un posto eminente nella sua casa e lo ammise a rapporti confidenziali colla propria persona, ma gli conferì anche gli attestati più straordinarii di favore e di distinzione, ottenendo per lui ordini cavallereschi e titoli onorifici, conferendogli un preteso ordine di cavalleria, che S. A. R. erasi arbitrata di istituire, senza averne nè il diritto, nè la facoltà; atteso che la detta A. R., dimenticando sempre più l’elevatezza del suo rango ed i suoi doveri verso V. M., non avendo più alcun riguardo al suo onore ed al suo carattere, si è condotta col detto Bergami in altre occasioni, tanto in pubblico che in privato, con una famigliarità indecente ed una singolare libertà nei diversi paesi visitati da S. A. R., e che finalmente ha avuto rapporti licenziosi, umilianti ed adulteri col detto Bergami, che durarono per lungo lasso di tempo, durante il soggiorno di S. A. R. all’estero, con grande scandalo e disonore della famiglia reale e di questo regno;

„Volendo, per tali motivi, manifestare la nostra intima convinzione che con questa condotta scandalosa, disonorante e viziosa, S. M. la regina ha violati i suoi doveri verso V. M. e si è resa indegna dell’alto rango di regina sposa di questo regno; volendo attestare un giusto rispetto alla dignità della corona ed all’onore della nazione; noi umilissimi e fedelissimi sudditi di V. M., lordi spirituali e temporali, e così pure i deputati della Camera dei Comuni, raccolti in Parlamento, supplichiamo V. M. di ordinare quanto segue:

„Che sia ordinato dalla Eccellentissima Maestà del re, coll’avviso e il consenso dei lordi spirituali e temporali e dei deputati della Camera dei Comuni, riuniti nel Parlamento al presente convocato, e per la loro autorità, che la detta Maestà Carolina Amalia Elisabetta, quando sia passato questo atto, abbia ad essere spogliata del titolo di regina e di tutti i diritti, privilegi, prerogative ed esenzioni che le appartengono come regina sposa di questo regno; che sia dichiarata incapace ad esercitare alcuno di questi diritti, a godere alcuna di queste prerogative, e di più che il matrimonio fra S. M. il re e la detta Carolina Amalia Elisabetta, sia coll’atto presente sciolto per sempre, totalmente annullato e reso vano sotto tutti i rapporti ed in tutte le conseguenze.„

VI.

Il processo fu iniziato e consiglieri della regina furono i signori Brougham, che fu poi illustre ministro, Denman, il dottor Lushington, John Williams, Tindal e Wildas.

Facciamo grazia a’ lettori delle particolarità della procedura e di quanto deposero i testimonî, molti de’ quali chiamati da Milano e dalle sponde del Lario circa gli scandali su di esse compiuti dalla regina Carolina: sono particolarità indecenti che offenderebbero il senso morale loro; ma d’altra parte resta monumento imperituro della ingratitudine di molti, tra i quali di un Teodoro Maiocchi e di una Dumont cameriera, che furono beneficati da quella donna dissoluta ma ad un tempo di generosissimo cuore. Parve si mettessero in sodo gli amori suoi con Bergami, aiutati da una sorella di lui, che figurò col nome di contessa Oldi, dal fratello creato prefetto di palazzo alla villa d’Este e dalla madre che assunse il nome di madama de Livris.

Si parlò del teatro erettosi in questa villa del nostro lago, delle rappresentazioni che vi si diedero, in cui la regina era sempre l’amante di Bergami, e certi giuochi detti del turco Maometto di eccessiva libertà e licenza.

Ciò che per altro fu notato e sorprese, fu il fatto di danari e promesse dati e fatte ai testimonî da parte d’uomini indettati col governo; onde al popolo inglese e ai difensori della regina rimase presa a revocar in dubbio le accuse e proclamarne la innocenza.

“In quanto alla villa d’Este, disse il Solicitor general nella sua requisitoria, le deposizioni si accumulano. Là non provengono soltanto dai domestici della regina. Dagli operai, dagli artigiani, impiegati accidentalmente nella casa o nel giardino, si attestano tali intimità che non lasciano il più piccolo dubbio sul commesso adulterio.„

Si seppe tuttavia che de’ molti testimonî chiamati da Cernobbio a Londra a deporre in processo, la più parte, memore de’ ricevuti beneficî, non le rese ingrata mercede.

In quanto alla generosità, alla carità e alla bontà della principessa, messa dai dibattimenti in piena evidenza, il medesimo Solicitor general fu costretto dire: “Io sono lontano dal voler contestare queste virtù alla regina. Quando rammento di che illustre casa è rampollo, non dubito punto che le possieda in tutta l’estensione mostrata dalla lettera della testimone (la Dumont). Ma gli è andare troppo oltre il dire che la generosità più elevata, la carità più estesa, la sensibilità più squisita, non possano cambiarsi nel cuore di una donna con un attaccamento ignobile e colpevole.„

La difesa degli avvocati della regina, quella di Brougham principalmente, parve splendida; i lordi Erskine, Gray, Rosselyn, Harrowby, King e l’Arcivescovo di Thuam vi aggiunsero nelle discussioni proprî e vigorosi argomenti in favore.

Si trattava finalmente di venire alla definitiva lettura del bill: l’agitazione era immensa, impazientissimo il pubblico di vederne il risultamento, perocchè tutto dipendesse da essa. Lo scrutinio fu aperto: cent’otto membri avevano votato in favore, novantasette contro. Non fu più permesso allora di pensare a mandare alla Camera dei Comuni un atto votato con nove voci di maggioranza; e lord Liverpool si vide forzato a mettere ai voti il rinvio del bill a sei mesi. Era questa la formola consacrata per non parlarsene più e mettere a dormire per sempre il processo.

Questa accorta mozione venne votata il nove settembre alla unanimità.

VII.

La vittoria fu dunque della regina: essa fu salutata dal popolo con frenetica gioia, e le si fecero le più pazze dimostrazioni, con voci di morte ai testi Maiocchi e Dumont.

La plebe, portando queste sue gazzarre ovunque, voleva che tutti vi pigliassero parte, e, ritrovandoli sul suo cammino, obbligò molti aderenti del re ad unirsi ai proprî entusiasmi; ma lord Lauderdale, cui fu arrestata dalla plebe la carrozza, costretto da essa a gridare: Viva Carolina! se ne trasse con molta disinvoltura e spirito, dicendo: Vi auguro a tutti una moglie come la principessa Carolina.

Ma durarono poco i popolari saturnali.

La regina s’era ritirata ancora a Brandenburg-House. Volendo ella nel maggio 1821 reclamare di nuovo i diritti di regina sposa, e pretendere d’essere pur ella incoronata, l’Attorney general respinse il reclamo, che nel di lei interesse era stato presentato dal suo avvocato Brougham, sul motivo che nessuna legge accordasse alla regina sposa il diritto agli onori dell’incoronazione; e quando nel dì medesimo della stessa si presentò a ciascuna delle porte dell’abbazia di Westminster, dove veniva celebrata, le si chiese rispettosamente il biglietto d’entrata e le fu ricusato l’ingresso. Ella allora, nell’allontanarsi, attendevasi una dimostrazione popolare; ma non raccolse che urli e fischi sul suo passaggio. Andate a fidarvi dell’aura popolare!

L’umiliazione di Westminster fu per Carolina il colpo mortale. Il 30 luglio successivo cadeva malata, uscendo dal teatro di Drury-Lane. Si vociferò che fosse stata avvelenata in una limonata che vi aveva bevuta, quando moriva il 7 agosto; ma la sua morte fu dichiarato invece, officialmente, che fosse stata in causa di infiammazione intestinale. La malevola insinuazione era la naturale conseguenza degli odî che universalmente si conoscevano nutrirsi dal sovrano contro di lei.

I suoi beni espresse ella medesima il desiderio che passassero alle mani di William Austin, il trovatello, per il quale aveva subíto in addietro i primi strali della calunnia, e che la sua salma venisse trasportata in patria, essendosi preparato il seguente epitaffio:

“Qui giace Carolina Amelia Elisabetta di Brunswick, vilipesa regina d’Inghilterra.„

Sulle sponde del Lario la sua memoria, ho già detto, è congiunta a molte opere di generosità e beneficenza ed alla via che ella aprì da Como fino alla sua villa d’Este che aveva eletta a sede de’ suoi poco regali amori; e pel filosofo rimane oggetto di meditazione per la strana contraddizione ch’ella presentò di grandezza e di bassezza, di carità e di corruzione, di virtù e di colpe.

VIII.

In questi ultimi anni, nel fianco destro del giardino della Villa d’Este, il baron Ciani eresse un magnifico albergo, che dal personaggio che que’ luoghi abitò, assunse il nome di Regina d’Inghilterra, e vi è condotto con tutte quelle commodità onde van lodati gli alberghi della Svizzera. Magnifiche piante formano avanti ad esso una specie di grato e fresco luogo di passeggio e lettura.

Vi si aggiunse uno stabilimento idroterapico, fornito di doccie a soffioni, al quale poteva giovare e l’acqua del torrente Garrovo, che dava prima il nome al luogo, e quella leggiermente magnesiaca, che sul colle sovrastante ha la sua sorgente e si denomina della Coletta; ma forse più che a cura di malattia, vi traggono numerosi gli stranieri a ricercarvi soggiorno ameno e tranquillo.

La facilità di recarsi a Como, a cui muove più volte al giorno un omnibus; quella di aversi pure più volte al giorno corrispondenze e giornali; la strada Regina, abbastanza valevole a percorrerla in carrozza; l’agio di passeggiate montane e di gite sul lago; la non ampiezza del bacino, che permette di solcarlo e traversarlo in pochi minuti, senza tema di pericoli, rendono quest’albergo assai frequentato. Difeso dai venti troppo impetuosi dal promontorio di Pizzo che gli sta a fianco, anche a chi meglio si piace di solitudine e silenzio è conveniente asilo; ed io più d’una volta vi cercai riposo e quiete dalle tumultuose cure dell’avvocare e dai cittadini rumori.