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Il Lago di Como e il Pian d'Erba: Escursioni autunnali

Chapter 37: I.
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About This Book

L'autore conduce il lettore in una serie di escursioni autunnali lungo le sponde del lago e i colli del Pian d'Erba, mescolando descrizioni paesaggistiche e panorami a note storiche, etimologiche e geologiche sui luoghi visitati. Il testo segnala castelli, ville, chiese e insediamenti, valuta le infrastrutture di trasporto e l'ospitalità locale e propone itinerari pratici e suggerimenti per i villeggianti. La prosa alterna osservazioni aneddotiche e riferimenti culturali a indicazioni utili su strade, alberghi e attività ricreative, offrendo una guida che unisce valore estetico e informativo.

ESCURSIONE DECIMA. LA PLINIANA.

Le vittime del lago. — La villa Matilde dei signori Juva. — Villa Canzi. — La Pliniana. — Plinio il Giovane e il flusso e riflusso. — Spiegazione del fenomeno. — La Breva e il Tivano. — L’assassinio di Pier Luigi Farnese. — Giovanni Anguissola. — La villa e l’attuale proprietaria.

I.

Non erano più i giorni gloriosi della celebre danzatrice, di Maria Taglioni... Il tempo, questo terribile devastatore della bellezza e del valore, aveva già da un pezzo chiuso i battenti de’ più cospicui teatri a quella grande artista che aveva stancato i plausi dei pubblici più difficili d’Europa, ed eletto soggiorno in Parigi, lasciava deserta la sua vaghissima villa di Blevio, la quale si specchia nell’onda del Lario.

Non erano dunque più gli ammiratori e gli amici di quella illustre alunna di Tersicore che animavano di loro presenza nell’agosto 1868 i freschi recessi della suntuosa villeggiatura; ma sì i vispi figliuoli di mia sorella, a cui era stata locata, ed io che, dopo un’arringa al Tribunale di Como, ero venuto ad abbracciarli, io di fianco alla mia buona Emilia, sorridevo alla bravura di Giulio e di Gigi suoi che maneggiavano il remo, come se fossero nati e cresciuti sempre su quelle sponde e facevano volare il canotto, leggiero come un alcione, sulla quieta faccia del lago.

Avevamo già lasciato addietro quelle ville che al piede di Blevio abbiam passato in rassegna; già sussurrato mentalmente un vale alla memoria del povero figlio dell’Inghilterra[12], che assueto al mare, credette far troppo a sicurtà colle onde del Lario, le quali ogni anno reclamano il tributo di vittime umane; passata innanzi alla villa Taverna ed a Torno; già svolto i giardini dei signori Ruspini che fiancheggiano vagamente Torno; rasentata la villa Matilde dei signori Juva, piccola ma elegante, da cui uscivano note dolcissime di canto, come le sa rendere quella esimia dilettante, che a valore potrebbesi dire artista, che è la signara Matilde Branca, la quale ne è la proprietaria; e quindi la villa dell’ingegnere Canzi architettata sul far de’ palagi di Venezia, con finestre e loggie di terra cotta, come ne è la balaustrata: quattro colpi di remo, ed ecco ci trovammo nel pieno ed austero seno della Pliniana.

— La Pliniana! esclamò Emilia.

Infatti ci riconoscemmo in grado di vederne il fabbricato intero. Un grandioso loggiato d’ordine dorico prospetta il lago e serve di vestibolo al palazzo che si addossa al monte con giardino a varii piani, i quali s’innalzano fino ad una specie di romitaggio, in cui la solitudine profonda e l’isolamento assoluto della villa ispirano gravi, melanconiche o appassionate meditazioni. Un torrente che le sta a lato, dall’altezza di novanta metri balza con bell’effetto dalle roccie e rumoreggia transitando per l’atrio, per confondersi da ultimo colle acque del lago.

— Fu Plinio forse qui ad abitare ed a lasciarvi il suo nome? — mi domandò Antonietta, la mia eccellente e affettuosa nipote.

— No — rispos’io. — Plinio il Giovane lasciò nelle opere sue la descrizione della fontana intermittente, che avrai veduta nella villa e di cui anzi fa cenno la lapide latina che vi avrai scorta, ma non capita, e che qui chiama la curiosità del forastiero; ma la villa non appartenne mai a quell’illustre.

— Ah sì, la fontana che ha il flusso e riflusso come il mare e che è inesauribile.

— Essa ha infatti un’intermittenza; or cresce a ricolmare un bacino, ed ora, ad occhio veggente, scema; ma questo flusso e riflusso non è regolare come quello del mare, nè poi è tutta vera la credenza ch’essa sia inesauribile. Vuolsi inoltre ch’essa abbia relazione col Buco del piombo, che si vede all’opposto versante della montagna che sogguarda il Piano d’Erba, ma non sono che supposizioni codeste.

Ora udite quale spiegazione ne dia il detto Plinio, non già per dirvi che l’abbia azzeccata giusta; ma per darvi un saggio della scienza fisica d’allora: la traduzione dal latino è del Paravia:

“C. Plinio a Licinio.

„Io ti ho recato dalla mia patria il regaluccio di una quistione, la quale è degnissima della profondità del tuo ingegno. Scaturisce da un monte una sorgente, scorre fra sassi, si raccoglie in un loghicciuolo fabbricato per cenarvi; quivi dimorata un tantino, va a perdersi nel lago di Como (in Larium lacum decidit). Mirabile è la sua natura; tre volte al giorno con invariabili aumenti e diminuzioni si alza ed abbassa. Ciò si vede apertamente, nè può vedersi senza un grande diletto. Colà presso tu siedi e mangi, e bevi anche a quella medesima fonte, da che è freschissima; ed essa intanto a certi e misurati intervalli o cala o cresce. Poni all’asciutto un anello o chechessia, l’acqua a poco a poco lo bagna, e tutto finalmente il ricopre, e si scopre di nuovo e bel bello rimane all’asciutto. Se ti fermi ad osservar questo giuoco, il vedrai rinnovarsi e due e tre volte. È forse un qualche occulto vento, che la bocca e le fauci della sorgente or apre, or chiude, secondo che entra cacciando l’acqua, o esce cacciato da questa? Il che noi veggiamo avvenir nei fiaschi e in tutti i vasi di questo genere, i quali non hanno una libera e súbita uscita. Poichè ancor questi, benchè capovolti e inchinati, rattenuti da non so qual vento contrario, ritardano il liquore, il qual non esce in certa guisa che a frequenti singhiozzi! Forse le leggi dell’oceano son le medesime che quelle del fonte? E per la stessa cagione che quello ora s’innalza, or s’abbassa, eziandio questa fonticella con alterna vicenda ora sporge, or s’arresta? O forse come i fiumi, che scaricandosi in mare, sono dagli avversi venti e dall’impeto dell’onda risospinti, evvi qualcosa che ritarda per qualche istante il corso di questo fonte? O hanno gli interni canali un’assegnata misura, per cui, mentre si rimettono le perdute acque, il rivo si fa più scarso e lento, e rimesse che siano, corre più spedito e copioso? Od evvi, non so quale, interno ed occulto recipiente, che quando è vuoto desta e sospinge la fonte, quando è pieno la ritarda e la soffoca? Or tu che il puoi, fa d’investigar le cagioni che producono questo fenomeno. Per me è anche troppo, se ti ho a sufficienza dimostrato com’esso avvenga. Addio[13].„

L’Amoretti invece, nel suo Viaggio da Milano ai tre laghi, dopo aver notato come i movimenti dell’acqua abbiano un’esatta relazione con lo spirare del vento, sì che incominciando su que’ monti a spirare il ponente verso la nona ora del mattino, che quei del lago chiamano la Breva, a quell’ora eziandio incomincia a crescer l’acqua nella fonte; dice questo crescimento potersi generalmente calcolare di tre in quattro ore. Infatti ad un’ora, al Tivano del mattino succede il vento che procede da Como e si denomina la Breva[14]. Simile interviene alla sera. Più cresce il vento, più si alza la fonte; l’aria è affatto placida, e la fonte punto non s’altera. Or come fa egli il vento a produrvi sì fatte cose? L’Amoretti, premesso che in vetta a’ monti soprastanti alla fonte Pliniana v’ha delle caverne o pozzi naturali, che penetrano nel seno del monte e vi mantengono degli interni serbatoi d’acqua, spiega il fenomeno in questo modo: “Siavi in seno del monte uno o più recipienti d’acqua, corrispondenti alle bocche superiori, i quali all’orlo abbiano delle uscite che portano alla Pliniana. Soffiando il vento perpendicolarmente, comprime l’acqua e la spinge all’orlo in maggior copia, e quindi più copiosi sono i canaletti pei quali portasi alla fonte. Quando il vento cessa, l’acqua si rimette a livello, e l’interno laghetto, a cui il monte ne somministra cogli incessanti stillicidi, torna a ricolmarsi d’acqua, che il seguente vento torna a respinger fuori. Ma quando un forte vento ha soffiato lungamente, più d’un giorno sta la fonte senz’alterazione, perchè l’interno recipiente di tropp’acqua è stato privato, e il consueto spazio di tempo non basta a riempirlo nuovamente. Se questa spiegazione non soddisfa pienamente, quella mi sembra almeno che soffra minori difficoltà[15].„

— Ma allora chi fabbricò la Pliniana, se il luogo non fu di Plinio? — chiesero in coro i miei nipoti.

— La è tutta una storia — risposi io.

— Contala, zio; contala.

Giulio e Gigi macchinalmente appena muovevano il loro remo; noi lentamente intanto approssimandoci ognor più al silenzioso palazzo e di pochi tratti discosti dallo scalo della Riviera, sospeso ogni altro movimento, il canotto sostò, ed io m’accinsi a dire la storia che mi veniva domandata.

II.

— Mi bisogna far viaggiare la vostra mente da queste rive a Piacenza, e farvi dar addietro, meglio certo di tre secoli, all’anno 1547.

Pier Luigi Farnese, da non molto creato duca di Piacenza e di Parma da papa Paolo III, teneva stanza in quella città ed era da essa che esercitava la sua tirannica signoria. Se egli avesse virtù alcuna, hanno gli storici taciuto; all’incontro il Varchi ne lasciò orribile pittura de’ suoi difetti, che del resto erano anche proprî del tempo, e il Segni poi, altro storico fiorentino, non so con qual fondamento di verità, ce lo descrisse storpio di mani e di piedi, sicchè bisognava aiutarlo fino al mangiare; e tuttavia rotto a tutti i vizî.

Proprio a que’ giorni Spagna e Francia tenevan l’occhio sul paese nostro, e Carlo V imperatore l’aveva a morte col Farnese, e perchè lo stimava, se non promotore, complice almeno dell’attentato di Gian Luigi del Fiesco contro Genova, e perchè, ciò che più gli cuoceva, scorgesse in lui propensione maggiore per Francia, tanto più che il Pontefice aveva ottenuto a Orazio Farnese per moglie Diana, figlia naturale del re di Francia Enrico II. Riuscì facile pertanto all’imperatore di soffiar dentro gli odî de’ nobili Piacentini, che lamentavano la passata libertà, e la tirannide attuale mal sapevano comportare, e si tramò allora una congiura ch’ebbe a capi Girolamo e Camillo Pallavicino, Agostino Landi, Giovanni Anguissola e Gian Luigi Confalonieri. Si pretese poi da chi si piace di stranezze e di bisticci che i nomi loro fossero già preconizzati nella parola Plac (Placentia), che abbreviata si leggeva impressa nella moneta del Duca.

Ai dieci di settembre di quell’anno 1547, que’ congiurati, con alcuni loro aderenti, in numero di trentasette persone, portanti soppanni armi coperte, côlta l’ora che il Duca avesse pranzato e i suoi ministri fossero pure a tavola, entrarono alla spicciolata nella cittadella, ove dimorava Pier Luigi, nullamente impediti dagli svizzeri che vi stavano a custodia e che di nulla certo erano in sospetto.

Vuolsi che il Farnese fosse stato, per avvisi venuti da Milano e da Roma, prevenuto della trama; ma quando incalza il destino, invano vi si vuole porre ostacolo: egli allora non vi pose attenzione.

Mentre adunque taluni de’ congiurati, uccidendo alcuni labardieri svizzeri e tedeschi, si impodestarono delle porte della cittadella e della sala, Giovanni Anguissola con due fidati suoi compagni penetrò in quest’ultima dove stava Pier Luigi in ragionamenti con Cesare Fogliano, e fattoglisi sopra, con poche pugnalate lo freddò, senza provare resistenza; perocchè il Duca, a causa di sua intemperanza, si fosse reso quasi infermo agli atti.

Il popolo e il capitano delle milizie ducali Alessandro da Terni avrebbero voluto accorrere al parapiglia in fortezza; ma i congiurati ne avevano prevenuto il colpo alzando il ponte, e Agostino Landi, rappresentando al popolo il fatto e a lui mostrando il cadavere di Pier Luigi, gridò Libertà, Libertà, Imperio, ed annunziò l’imminente venuta, per S. M. Cattolica, di don Ferrante Gonzaga, governatore di Milano, colle truppe di Cesare, il quale due giorni dopo infatti capitò e prese possesso della città a nome dell’imperatore.

Così si intendeva la libertà allora in Italia, e così poteva dire di noi con ragione alcun tempo dopo il Filicaia:

Per servir sempre o vincitori o vinti.

III.

Poco frutto veramente raccolse del perpetrato assassinio il conte Giovanni Anguissola. Perocchè, se egli venne a rifugiarsi a Milano sotto le tende di Carlo V, il quale malgrado l’aver attizzato la congiura, non era però meno parente suo per la figliuola Margherita data in moglie ad Ottavio figlio di Pier Luigi, e se fu poi nominato al governo di Como; non egli potè tuttavia far tacere il grido della coscienza che l’accusava assassino, comunque le sue mani si fossero insanguinate del sangue di un tiranno.

Papa Paolo III aveva risentito acerbissimo dolore della uccisione del figliuolo, e il re di Francia egualmente; nè si ritenne dal dissimularne i fieri risentimenti, se lo stesso suo ambasciatore in pieno palazzo a Coira ebbe a tirare all’Anguissola una stoccata, che per altro no’l tolse da questo mondo. Anche il sicario che in abito da frate lungo tempo fu veduto aggirarsi nelle circostanze di Como, aspettando luogo e tempo per iscannarlo, ed altri emissarî, con non dissimili propositi, se non vennero a capo del loro truce mandato, mantennero pur sempre nell’Anguissola quella paura continua e quelle agitazioni che gli dovevano turbar l’esistenza.

Fu allora che nel 1570 egli elesse questo luogo, ove è la fonte da Plinio il Giovane descritta, a edificarvi questa villa, e dove, malgrado le naturali bellezze, la cascata e la magnificenza dell’edifizio, pure è impossibile difendere l’animo da un certo senso di malinconia.

Ben poco il conte Giovanni Anguissola potè godere degli ozî non gai che qui egli si era preparato; la villa poscia venne acquistata dal conte Fabio Visconti Borromeo, indi dai Canarisi, sinchè pervenne al principe Emilio Belgiojoso, dove un amor tempestoso gli abbreviò una vita che era dapprima sembrata così sorridente ed elegante, passando per tal modo la proprietà della Pliniana alla figliuola sua che impalmò il milanese marchese Lodovico Trotti.

IV.

La mia storia era finita.

I miei nipoti ripresero taciturni il remo, virarono la barca e si scostarono dall’austero luogo.

Intanto le ombre scendevano giganti sul palazzo e ne’ giardini: al mio povero occhio, non armato in quell’istante dell’occhialino, parve per quella tetraggine e per le liane della cascata veder qualcosa che si agitasse, forse lo sparnazzare di qualche augello notturno, e l’immaginazione, ch’io medesimo avevo eccitata col richiamo di truci fatti antichi, mi raffigurò lo spettro del primo signore di quel luogo, dell’assassino, cioè, di Pier Luigi Farnese.