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Il Lago di Como e il Pian d'Erba: Escursioni autunnali

Chapter 47: V.
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About This Book

L'autore conduce il lettore in una serie di escursioni autunnali lungo le sponde del lago e i colli del Pian d'Erba, mescolando descrizioni paesaggistiche e panorami a note storiche, etimologiche e geologiche sui luoghi visitati. Il testo segnala castelli, ville, chiese e insediamenti, valuta le infrastrutture di trasporto e l'ospitalità locale e propone itinerari pratici e suggerimenti per i villeggianti. La prosa alterna osservazioni aneddotiche e riferimenti culturali a indicazioni utili su strade, alberghi e attività ricreative, offrendo una guida che unisce valore estetico e informativo.

ESCURSIONE DUODECIMA. IL BUCO DELL’ORSO.

Il dottor Casella di Laglio. — La brigatella. — La vista. — Il cammino. — Il Buco dell’Orso. — Sua scoperta. — Descrizione. — Visite di dotti. — Le scarpe di S. Pietro. — Questioni geologiche. — Paleontologia. — Gallerie o pozzi scoperti dopo. — La discesa.

I.

Per l’escursione attuale mi risparmio la fatica d’intrattenervi del Buco dell’Orso con nuovo scritto: parmi ne dirà meglio quello che ne dettai nell’anno 1864, quando, come già feci sapere, essendo ospite ad Urio, consegnai nel seguente articolo le impressioni in me prodotte e le analoghe osservazioni. Doveano essere allora sì pochi i giorni che m’eran dati ai riposi autunnali, che neppure avevo fatto conto di procacciarmi questi nuovi e studiosi ricreamenti, a’ quali or chiamo a parte il lettore.

Dopo le fatiche autunnali, qui venuto a ragion solo di riposo, a me sarebbe bastato il solo aspetto di questo tranquillo lago, sospinto nelle ore mattutine verso Como dall’immanchevole soffio del Tivano e nelle ore pomeridiane di colà respinto dalla Breva, quasi a giovamento delle cento vele che riconducono a’ paeselli delle riviere chi è corso per la mercanzia alla città; sarebbe bastata la voluttà di scivolarne la piana superficie sul burchio o sul canotto, mollemente adagiato in traccia della curiosa emozione che vi dà l’onda agitata, come la lasciano i piroscafi percorrenti la lunghezza del lago; sarebbe bastato in una parola il dolce far niente che ha sì recondite dolcezze per chi tutto l’anno si trova nel mare magnum della città, perchè potessi dire ottimamente impiegati i pochi giorni concessi; ma pure distrazione novella, impreveduta mi attendeva. Lascerò ora i simpatici ritrovi di parecchie ville che mi si dischiusero amicamente e che valsero tanto a ingannare deliziosamente le ore della sera, lunghe, interminabili alla campagna; lascerò le danze e le musiche da cui eran bandite le ricercate toalette, e piuttosto vi dirò di quella spedizione che feci in allegra compagnia al Buco dell’Orso, spedizione che interessa tanto il profano, quanto chi si piace di geologiche novità.

II.

A noi fu guida in questa alpestre escursione il bravo dottor Giuseppe Casella, medico condotto di Laglio e d’altre terre vicine.

Chi sa quanti nell’udire tal nome si rammenteranno di giorni amenamente passati sul Lario! Perocchè il dottore Casella, colto e socievole quant’altri mai, è una vera fortuna per quanti passano i bei giorni di ottobre ne’ paesi di questo incantevole bacino: egli direbbesi il tratto d’unione fra l’una famiglia e l’altra, l’autore de’ progetti di gite e di comitive; senza lui non seguirebbero le ilari carovane che pellegrinano al Piano del Tivano; senza lui infine non avremmo compiuta l’ascesa al Buco dell’Orso.

Egli aveva data la posta alle varie famiglie villeggianti ad Urio, Carate e Laglio per la mattina del 5 d’ottobre al paese di Torrigia: si diceva che le leggiadre signore, che avrebbero fatto parte della brigata, sarebbero venute in abito d’amazzone, perocchè i greppi su cui avevasi a inerpicare, le boscaglie che si dovevano transitare avrebbero dilaniato crinolini e gonne, e di ciò pure ci ripromettevamo spettacolo sollazzevole; ma di questo fummo compiutamente delusi: al mattino ci trovammo al convegno in una ventina soltanto, le amazzoni brillarono per la loro assenza: una sola non era mancata, ma il suo costume,... di vestiario... ah! il suo costume non era quello che avevamo vagheggiato.

Il dottor Casella diè il segno della partenza e ci precedette, e noi ci difilammo dietro a lui. Difilammo è la parola sola che conviene, perocchè non appena usciti di Torrigia fosse mestieri mettersi per l’angusto sentiero de’ monti. Presto una viuzza di ciottoli e di pietruzze acuminate provò il nostro coraggio, perchè difficilmente vi si potesse reggere; ma vinte le prime scabrosità, si ascese liberamente per le mille anfrattuosità di quella montagna. E qui notiamo, poichè ne viene il destro, come sia questa di roccia calcarea bigia azzurrognola, continuazione più o meno eguale di quella che incomincia appena fuor di Cernobbio e si prolunga fino all’insù del lago, costituita di tante sovrapposizioni o grosse lastre dello spessore talvolta d’oltre il mezzo metro, che valgono assai opportunamente alle costruzioni, sostituendo la materia laterizia con moltissimo vantaggio di resistenza e di spesa[17]. L’ombra e la frescura vi è procurata dai frequenti castani isolati o da macchioni, che vedevamo da montanine e garzonetti flagellati per farne cadere i già maturi frutti. Fuor di costoro non eran rotti que’ solenni silenzi che dalla lontana campanella delle capre che scorazzavano per i più alti dirupi, o dalla monotona cantilena delle fanciulle che pascolavano su qualche altipiano le loro magre giovenche. A tratti noi sostavamo a ripigliar lena, ad attendere i più tardi e ad ammirare i maravigliosi punti prospettici che ci si venivano mano mano presentando. Di fronte vedevamo il villaggio di Careno, più su quello di Zelbio, a destra Lemna, Molina e l’orrido suo, a manca Nesso e la punta di Cavagnola, e quando, voltandosi alquanto a manca la montuosa via, noi riguardavamo in basso, scorgevamo Brienno e più in là Argegno, il capoluogo della Valle Intelvi, e quei paeselli eziandio che dal greco nome accusano quali colonie vi stanziassero un giorno.

Una colonna di denso fumo dal mezzo del lago svolgevasi lungamente per l’aere e pareva come una nuvola leggiera adagiarsi sulla costiera che ne stava dirimpetto, e noi seguendola coll’occhio potemmo appena distinguere ch’essa liberavasi da uno dei battelli a vapore che in quell’ora drizzava la prua verso la punta di Torrigia, perocchè noi dovessimo essere in quell’istante a seicento metri sopra il livello del lago.

Il mattino si faceva alto, e noi, chiedendo consiglio alla voce imperiosa dello stomaco nostro, ci credevamo vicini alla meta, ma questa pareva discostarsi ognor più: essa ci era come il fatale miraggio del deserto.

Poi si giunse dove il monte s’addentra e si forma come un letto torrenziale: colà la via si faceva più scabra e il nostro attento duce ne faceva avvertiti che non dovessimo riguardar in basso se temevamo delle vertigini, perchè paresse che a noi di sotto la valle si sprofondasse quasi a picco. Fuvvi un tratto di strada che era tutta pietra brulla e alquanto declive: a noi fu però mestieri d’addoppiare le precauzioni; una voce sola era sorta a segnale di scoraggiamento, ma la parola e l’esempio d’altri vinsero quelle paure, e dieci minuti dopo, per un sentiero apertoci fra virgulti ed arbusti, ci trovammo innanzi al Buco dell’Orso. Il viaggio aveva durato un’ora e mezzo. Italiam! Italiam! gridammo noi pure, che ci vedevamo giunti allo scopo del nostro pellegrinaggio, e in quest’inno di gioia c’entravan certo di molto gli acuti stimoli della fame. All’essere poetico preferisco l’essere veritiero.

Ci sedemmo allora sui massi che sono sparsi avanti l’ingresso della caverna, e tratte le nostre copiose provvigioni, ci diemmo ad asciolvere con un appetito che meglio s’accostava alla voracità, mescendoci del buon vino e dell’acqua limpida e fresca che ci forniva una polla della caverna stessa.

III.

Poichè fummo tutti rifocillati, ci disponemmo ad entrare nella profonda cavità, e tutti allora accendemmo il moccolo, di che ognun di noi doveva esser munito a rompere le tenebre e godere delle bellezze naturali della natura, e dello spettacolo di che noi eravamo materia a noi stessi.

A noi aveva il Casella saviamente consigliato di servirci di questi moccoli anzi che di torcie a vento o di legni resinosi, e perchè meno incommodi a portarsi fra quelle sassose latebre, e perchè ci avrebbero risparmiato d’ingoiarci l’esecrabile fumo che le altre fiaccole avrebbero mandato per quelle volte. Perdevamo così del pittoresco, ma innanzi tutto curar ne piacque il più conveniente, e pur di questo vogliamo essere riconoscenti all’esperto mentore nostro.

Il Casella e don Baldassare Bernasconi, buon prete di Laglio della più eccellente pasta, che aveva voluto unirsi alla brigata, ci andavano innanzi rischiarando ed additando le traccie che avevamo a seguire, perocchè e i frequenti massi colà trascinati in antico dalle correnti o là sfranati dalla vôlta superiore, tutti investiti d’un’argilla umida e sdrucciolevole, e le filtrazioni dell’acqua che formavano rigagnoli, e le stalattiti della vôlta rendessero lento e pericoloso il passo. Dapprima avevamo trovato il suolo piano, poi s’era venuto abbassando con inclinazione sensibile, che ci obbligava a passare carpone per un angusto varco o pertugio, onde poter progredire.

Come fummo giunti per entro una certa galleria più vasta, ci compiacemmo volgere addietro lo sguardo e riguardarci scambievolmente, e in verità tutti que’ venti giovani, quale in piedi, quale assiso su d’enorme sasso, tutti il moccolo acceso alla mano, presentavano una scena curiosa, strana, suscitatrice di un mondo di idee.

Fu qui che il dottor Casella, a renderci più importante la gita, a farci comprendere tutto l’interesse che aveva preso la scienza alla scoperta di quella grotta che a lui primo era dovuta, ad incoraggiarci a percorrerla interamente, ce ne venne raccontando per filo e per segno quella storia, che noi procaccerem modo di riassumere sotto brevità.

Era la state del 1841, quando ad esso dottor Casella, che aveva udito parlare della esistenza d’una grotta superiormente a Torrigia, cui la tradizione popolare, che la credeva antica tana di orsi, aveva imposto il nome di Buco dell’Orso, prese vaghezza di rintracciarla. Associatosi alcuni amici, percorse la montagna, sinchè appunto sul versante del monte che sovrasta a Brienno, a due terzi di esso, rivolta a N. N. E., la discopriva. Si presentava quella caverna quasi un ampio crepaccio apertosi nella roccia, alto metri 2,7, largo quattordici e profondo dieci, e pareva a prima giunta non dovesse aprire l’adito ad un lungo cammino. Sgominate le tenebre che vi regnavan perpetue col mezzo di faci ch’egli aveva seco recate, percorso quel tratto testè da me ricordato, parevagli avesse qui il suo termine l’antro che decoravasi di belle stalattiti e corrispondenti stalagmiti, come veggonsi frequenti nelle varie grotte che s’aprono nelle montagne che costeggiano questo lago. Se non che, piegando a destra alquanto, trovava quel pertugio che rivelavagli prolungarsi ulteriormente la caverna, e cacciatovisi animosamente dentro, si era veduto in quella più ampia galleria che sì pittorescamente a noi offeriva lo spettacolo di una processione che ritraeva del misterioso e dell’infernale, siccome a me rammentava il facile descensus Averni di Virgilio. Le cristallizzazioni or bianche, or grigie, or giallognole, bizzarre e spesso trasparenti, venivano riflesse da quella luce con bell’effetto; ma nulla di più interessante erasi offerto fin là, se si eccettui un cupo rumorío che richiamò pur la nostra attenzione, prodotto dallo scorrere di una fiumana dietro le non grosse pareti a destra dell’antro e che in verità sgomenta, poichè sembra che agevolmente possa dischiudersi un varco e irrompere ad allagar lo speco. Questa recondita corrente viene a gittarsi in un lago, che vietò la prima volta al Casella, ed a’ suoi compagni, come lo contese anche a noi, di andar più oltre. Dalla bocca dell’antro a questo speco la lunghezza è di passi 370 o metri duecento.

IV.

Da quel dì il Buco dell’Orso fu scopo a frequenti pellegrinaggi del dott. Casella, e quando nel settembre 1850 vi ritornò con don Vincenzo Barelli, proposto allora di Laglio, e con altri suoi amici, il caso lo favorì, poichè, avendo messo allo scoperto un frammento di costola uscente da quell’intonaco argilloso, lui e il Barelli consigliava a tentare altre escavazioni, che procacciarono infatti alcuni denti smisurati ed altre ossa gigantesche, che si ravvisarono come appartenenti ad animali, la cui specie ora più non esiste. Qualche tempo dopo il Casella vi scopriva un immane cranio, e questo, come le ossa già scoperte, veniva riconosciuto essere stato di orso, che Blumenbach e i naturalisti designano col nome di Ursus Spæleus. Queste spoglie petrefatte vennero dal Casella donate al civico Museo di Milano, dove, per la rarità di esse, il cranio venne formato in gesso ed inviato ad altri gabinetti di scienze naturali: tutte poi coordinate valsero alla ricomposizione d’uno scheletro che è di un grande interesse per la paleontologia.

La curiosità nel Casella e nel prete Barelli di ulteriori indagini crebbe allora ognor più, e trasportatevi due navicelle, o scarpe di S. Pietro, come si chiamano quelle imbarcazioni da quei del lago[18], poterono navigare tre laghetti, l’ultimo de’ quali, lungo circa cinquanta braccia, non fu possibile percorrerlo tutto quanto, perchè la vôlta vien così declinandosi al pelo dell’acqua che l’imbarcazione non vi può passare. La lunghezza quindi accessibile si valuta a trecento metri.

Dopo Casella e Barelli la curiosità dei dotti fu vivamente eccitata, e da allora trassero a visitar il Buco dell’Orso e il dottor Emilio Cornalia, che ne lasciò un’accurata descrizione già per noi citata, e l’abate Antonio Stoppani, che vi consacrò pure una parte nella sua Paleontologia Lombarda, a cui rimandiamo il lettore per le più proprie informazioni della scienza, e il dott. Giovanni Omboni, e il prof. F. De Filippi, e il professor L. Patellani, e i fratelli Villa. A complemento anzi di questo scritto, io verrò spiccando alle memorie del Cornalia quel tanto che giovi a somministrare più esatte quelle notizie che hanno più stretta attinenza colla scienza, e così io pure avrò agevolato il cómpito che mi sono proposto, e il lettore vi avrà di certo guadagnato, più che con una semplice e inconcludente narrazione. Riferirò ciò che riguarda alle condizioni del suolo ed alle cause che produssero l’agglomeramento delle ossa fossili discoperte: le sole indagini, credo io, che interessi di istituire in argomento.

V.

“Giunti al punto di maggior declivio, scrive adunque il dottor Cornalia, il suolo comincia a rialzarsi tutto coperto di massi accatastati l’uno sull’altro. È tra questi giganteschi, ma ancor mal fermi macigni, che bisogna avanzarsi. Qui pure cominciano i depositi di argilla alternantisi con croste stalattitiche e strati di sabbie e ghiaie; le quali stratificazioni solo nelle parti più interne si mostrano con ordine disposte, lasciando là prendere precisa idea de’ loro rapporti. Altrove o l’uno o l’altro degli strati manca, il fossilifero rimanendo il più costante. Le pareti dello speco e i massi più voluminosi che ne ingombrano il suolo mostrano le striature che le correnti rovinose e trascinanti ciottoli sogliono imprimere alla superficie delle roccie che ne sopportano e frenano gli urti. Al di sopra di questi massi, e lungo tutti i fianchi della grotta, una crosta stalattitica vela agli occhi dell’osservatore la natura del terreno; la qual crosta in alcuni luoghi arriva alla grossezza di 0.08 e più. Spaccata, mostra una serie di zone o strati d’un bell’alabastro cristallizzato a varî colori, traccie delle successive deposizioni.

„Più s’interna il torrente, di cui prima s’udiva solo il fragore tra i sassi profondo, e più comparisce alla superficie aggirandosi per un piano leggermente declive. — Di là poco un lago di qualche estensione occupa tutto il fondo che solo con un istrumento adattato alle angustie del luogo si può traghettare. A nuoto non vi si regge: l’acqua non ha più di 7 gr. R.[19].

„.... Fra la prima raccolta d’acqua e la seconda esistono, come io prevedeva, altre argille che bisognerà smuovere con regolari scavi... È nelle vicinanze del primo lago, ove non è necessaria una istraordinaria innondazione affinchè il livello delle acque s’elevi molto e v’abbandonino i loro depositi, che si osserva il maggiore numero di strati.

„Superiore a tutti si ha uno strato di ghiaia, mista a sabbia nereggiante. I ciottoli sono in parte della calcarea che forma il monte, in parte di roccie d’altra natura. Questa sabbia si vede solo in siti limitati. È dovuta certamente alle ultime innondazioni che saranno state le più parziali. — Al di sotto delle ghiaie (ed ove queste non esistono, direttamente allo scoperto) si trova la prima crosta stalagmitica che s’estende quasi uniformemente da per tutto. Dopo il deposito calcareo havvi uno strato considerevole di un’argilla cinericcia d’una purezza e d’una finezza straordinaria. È compenetrata da molta umidità, sicchè lasciasi facilmente tagliare con una lamina da coltello e si spoglia in straterelli orizzontali esilissimi e paralleli. È si tenace da parere elastica, e non contiene nè sabbie, nè ciottoli, nè avanzi organici; questo deposito arriva anche a un metro di potenza, e lui oltrepassato si trova un’altra argilla di color bruno. Questo strato è piccolo (0m 1) e di poca importanza mancando in più luoghi. L’un deposito però è sempre assai distinto dall’altro. Ove l’argilla cinerea manca, la bruna è coperta direttamente dalla crosta calcarea. Lo strato che più di tutto deve attirare la nostra attenzione è il sottoposto fossilifero. Consta di un’argilla tutta distinta, grossolana, mista a del tritume calcareo; il suo colore è il gialliccio per ossido ferrico; la sua durezza varia, in alcune parti già compatta passando ad una marna in attualità di formazione. Questo strato contiene dei ciottoli, taluni anche voluminosi, arrotondati, per lo più ellittici e deposti col loro piano massimo orizzontale. Questi noduli non appartengono tutti al calcare bituminoso della montagna, ma altresì a roccia di diversa natura, e vanno misti a frammenti di stalattiti. L’argilla gialla costituisce uno strato di circa 0m 4 di spessore, ed è in essa che si rinviene la massima parte delle ossa. Continuando gli scavi, dopo questo strato si trova un’altra crosta stalagmitica simile per natura e potenza alla prima, sotto la quale si ripete un’argilla eguale alla fossilifera e che del pari contiene ossa sebbene in minore abbondanza. È però più compatta, come più anteriore; ed i fossili sono maggiormente petrificati. La potenza di questo strato non la conosco; poggiando direttamente sul masso, varierà secondo i luoghi. Nuovi siti tentati potranno in avvenire fornire differenti cifre per la potenza di questi strati; dipendendo questi dagli accidenti del suolo.

„La natura e i rapporti di questi strati ci chiariscono sufficientemente del modo con cui si depositarono e delle cause che li produssero. Una corrente alquanto forte, e quale appunto sarà stata la più antica, fu quella che depose l’argilla ocracea. Lo provano la sua estensione, i ciottoli che contiene, le grosse ossa cilindriche che travolse. Gli altri strati indicano correnti più miti, che durarono però più tempo; infatti sono più limitati in estensione e composti di finissimo limo esenti di ciottoli e di ghiaie.

„Questi depositi poi occuparono lungo spazio di tempo a formarsi e furono separati da lunghi intervalli, come ne sono prova i ripetuti e grossi strati stalagmitici interposti. La corrente attuale è del certo un tenue avanzo di quelli, cui gli strati descritti devono la loro esistenza, e che altre volte avrà sempre o assai di frequente occupato tutto il lume della caverna. Che se anche attualmente le acque venissero a crescere a dismisura e la crepa già esistente non bastasse ad inghiottire quelle che a metà della caverna si inabissano, esse, occupato tutto il primo basso fondo, si alzerebbero a segno di livello da uscire dall’apertura attuale della grotta.

„Nel vedere questa successione di strati tanto simili a quelle descritte per le caverne ossifere di Francia, di Germania, di Ungheria, ecc. ecc., ricorre subito alla mente la possibilità della presenza di ossa fossili. Queste che io rinvenni, e delle quali sotto il rapporto paleontologico parlerò poi, hanno nel Buco dell’Orso due modi distinti di giacitura, che però accennano ad una medesima causa: le correnti.

„L’uno di essi già indicai per incidenza: la giacitura cioè nel deposito dell’argilla giallastra inferiore alle prime due. È sulla fine di questo strato che esse si depositarono, ed anzi molte giacciono alla sua superficie tra l’argilla gialla e la bruna. Alcune anzi trovansi già in quest’ultima, e il colore bigio che assunsero indica la loro giacitura.

„Anche la seconda argilla, quella che giace al di sotto della più antica crosta stalattitica, contiene questo avanzo organico, ma in minor copia: una sola mezza mascella inferiore e qualche osso della gamba (genere Ursus) io vi trovai in tutto fino ad ora. Questi pezzi sono più che gli altri alterati.

„Le ossa robuste e solide sono le più numerose; le più fragili andarono quasi tutte perdute. Sebbene anche delle prime alcune siano abbondantissime, altre invece rare assai. Così, per esempio, mentre che raccolsi molte ossa del carpo e del tarso, e falangi (persin le unghiali), e piccoli molari, trovai appena una vertebra caudale e qualche incisivo. Forse perchè queste parti assai facili a staccarsi dal restante scheletro vennero dalle prime correnti in altre direzioni trascinate e altrove deposte. Una prova che queste ossa debbono la loro attuale giacitura alle correnti, la trovo in ciò che la maggior parte si ricetta nei piccoli seni che formano le rientranti e sporgenti pareti della grotta, e che rimangono per opera de’ massi difesi dall’impetuosa corrente. Ivi l’acqua, perdendo di sua forza e diffondendosi più tranquilla, potè deporre le ossa fin là travolte. Un altro modo di trovarsi le ossa nel Buco dell’Orso merita attenzione, giacchè spiega l’origine d’una natura particolare di roccie: impasto di ossami, di frantumi calcari e di marne da tempo celebri lungo le rive del Mediterraneo, intendo dire delle breccie ossifere. Su quei grossi macigni che dissi occupare per lungo tratto e molto spessore il suolo della caverna, l’acqua attualmente non scorre o scorrerà solo nelle epoche di massima innondazione, mentre che in tempi più remoti facilmente avrà raggiunto quel livello e vi avrà sopra trascinate le sostanze che travolgeva. Ma le ossa, e le voluminose di preferenza, e i grossi tritumi di roccia, percorsi alcuni dei meati esistenti tra i massi, vi si impegnarono e valsero anzi ad arrestare alla lor volta le sorvegnenti materie che tenevano la medesima via. Il limo, le sabbie sottili, ecc. passaron oltre per quella specie di filtro. Queste ossa così non restarono circondate dall’argilla che invase le altre. Che se però andarono prive d’una materia meccanicamente deposta, valsero ad attirare e trattenere chimicamente le particelle di carbonato calcare che le acque del torrente o stillanti contenevano, e di esse se ne fecero involucro e cemento. Io stesso, non senza fatica, introducendo delle picche tra gli interstizi dei macigni, riuscii a staccare molte ossa disordinatamente aggruppate e cementate da un calcare grossolano e cavernoso. Così ha origine una breccia, alla cui formazione noi siamo contemporanei e presenti, simile alle descritte da Cuvier[20] e da altri. — Così anche questo modo di trovarsi delle ossa è spiegato dalle correnti. Le quali sono provate altresì dalla mancanza di coproliti, dalla mancanza di quello strato di terra nera, bituminosa, comune in altre grotte e che s’attribuisce allo sfasciamento delle parti molli dell’animale; finalmente dalla mancanza delle ossa di animali che avrebbero potuto servire di cibo a quei primi feroci abitatori della caverna[21].„

VI.

Il dottor Casella portò diversa opinione da quella del Cornalia circa alla causa di queste ossa riunite, ritrovate da quest’ultimo nelle correnti, e noi, riferendola, pensiamo poter egli alla sua volta avere ragioni forse maggiori di probabilità. Crede egli adunque che queste ossa possano aver appartenuto ad animali antidiluviani, giacchè per la loro mostruosa grandezza appartengono a specie ora affatto perduta. Su di che io penso non esservi controversia, ed anzi nell’opera di Figuier La Terre avant le déluge, parlando appunto dell’Ursus Spæleus, reca la descrizione e il disegno del cranio di tal animale scoperto dal Casella, regalato al Museo Civico di Milano, e da questo, come già avvertimmo, distribuito in esemplari di gesso a varî gabinetti di scienze naturali, come lo riprodusse istessamente nella sua Paleontologia l’abate Antonio Stoppani. A quell’epoca tali animali avranno per molte generazioni trovato rifugio in questa caverna, e successivamente in essa terminata la loro esistenza o per vecchiaia, o per alluvione, o per qualunque altra causa dipendente dai grandi sconvolgimenti geologici. Queste congetture non torrebbero egualmente che le correnti, introdottesi poscia nella caverna, abbiano ravvolte quelle ossa di que’ sedimenti che valsero o alla loro fossilizzazione, od a determinare quelle condizioni nelle quali si rinvennero a’ dì nostri. E mi pare ancor più probabile una tale supposizione in quanto mi sembri assai arduo l’immaginare che le correnti intime del monte possano avere trascinate le ossa intatte e giganti, quali si videro alcune di esse. L’ipotesi del dottor Cornalia ci obbligherebbe inoltre a premettere l’esistenza di un’altra località, da dove le correnti abbian potuto impodestarsi di quelle ossa per poi qui trascinarle; mentre la capacità di questa tana porge maggior argomento a credere che servisse prima a ricovero di orsi, come gli abitatori di questi monti per tradizione ne ebbero sempre credenza, se l’appellarono il Buco dell’Orso, assai prima che il dottor Casella discoprisse le ossa e queste si riconoscessero della specie Ursus, anzi da tempo immemoriale. Il qual argomento della tradizione deve essere di importantissima significazione in questa tesi.

VII.

Il medesimo dottor Cornalia, in questo lodato suo studio intorno ad Alcune caverne ossifere dei monti del lago di Como, ne dedusse le seguenti conclusioni, che è prezzo dell’opera il trascrivere, perchè speciali nella massima parte al Buco dell’Orso di cui parliamo.

1.º Anche in Lombardia esistono caverne ossifere identiche a quelle di Germania, Francia, Inghilterra. Anche fra noi è la calcarea giurese che le offre.

2.º Le grotte di questi monti, appendici ad una catena delle nostre Prealpi (catena Ceresia), riconoscono forse una sola epoca e una sola causa: l’emersione delle roccie che rialzarono e sconvolsero il calcare bigio.

3.º Gli strati che si depositarono nelle caverne spettano o all’epoca quadernaria, o all’epoca attuale.

4.º I fossili del Buco dell’Orso (quadernari) vi furono strascinati dalle correnti. Lo strato dei fossili, il sito profondo assai ove si rinvengono (continuamente umido e tenebroso), la mancanza di molte circostanze fanno preferire quest’opinione all’altra che ammette aver quegli animali vissuto là entro; — opinione che si adatta assai più ai depositi moderni delle altre grotte.

5.º I varî depositi richiesero molto tempo a formarsi. La loro potenza, l’alternanza colle croste stalagmitiche, lo stato vario di fossilizzazione delle ossa in rapporto colla profondità lo provano.

6.º Le ossa trovate spettano quali a specie ancora viventi tra noi, quali a specie perdute, e quali finalmente ad animali che ora vivono solo in paese più meridionale.

VIII.

In quanto a me, pellegrino recente al Buco dell’Orso, pago degli studî per altri fatti, mi bastava di constatarli, ma arrestandomi però sulla sponda del primo lago, perchè non avevo avvertito dapprima tampoco alla probabilità di tragittare quelle acque interne, e però non avevo provveduto le opportune imbarcazioni. Quivi nella parete friabile incidemmo io e i miei compagni i nostri nomi, espressione di quella contentezza che ci aveva dato la longanimità di avventurarci per quelle cavità tenebrose ed aspre. Seduti poscia su questi umidi massi ad asciugarci il sudore della fronte che ci gocciava, prodotto dal trascinarci a fatica collo stomaco pieno, e rimasti colà alquanto, ripigliammo poscia la processione del ritorno. Qualche moccolo veniva già meno, sollecitammo quindi i passi rifacendo il cammino percorso.

E fu nel ritorno, a distanza di forse sessanta a settanta metri dell’uscita, che il buon prete Bernasconi mi faceva accorto della esistenza di un pozzo od apertura, per la quale si poteva calare in una galleria, sottoposta a quella che percorrevamo e dentro cui mostravasi pronto a calare, quando noi ne avessimo esternato il desiderio, siccome quegli che già vi fosse altre volte disceso, ciò che per altro non volemmo, accontentandoci di quegli schiarimenti ch’egli e il Casella ci fornirono. Io mi intratterrò alcun poco di questo pozzo, da che le precedenti relazioni del Buco dell’Orso non ne abbiano fatto ancora parola e da che potrebbe valere d’argomento ad altre indagini e discussioni geologiche. La discesa adunque è di circa quindici metri, e la galleria alla quale si riesce ne percorre circa quaranta, sempre nel senso stesso della lunghezza della galleria superiore verso N. N. E., e sempre a massi e piano ineguali, come è superiormente. Quasi in corrispondenza a questo pozzo se ne vede un altro nella galleria sottoposta, per il quale si cala ad una terza galleria, scendendovi per circa altri venti metri. In questa non è calato ancora alcuno, perchè presenta per avventura pericolo di franamento, nè sarebbe prudente l’esporsi a vedersi chiusa l’uscita e impossibilitato il ritorno. Converrebbe all’occorrenza prendere le maggiori precauzioni ed essere assistiti da più. Tuttavia nel fondo della terza inferiore galleria sentesi il mugghio delle correnti ancor più forte che non nella prima o superiore. Forse è la corrente stessa della galleria superiore che viene a scaricarsi e che forse esce da quelle latébre pel versante del monte e alimenta l’acqua o fonte detta il Vermocane, che serve a mettere in movimento il mulino che è di poco sopra Brienno.

Nella galleria intermedia si trovarono e vi sono pure altre ossa della stessa specie che nella superiore, con questo solo divario che quelle della galleria superiore sonosi trovate intatte, perchè ravvolte nelle stratificazioni argillose che le hanno preservate dal contatto dell’aria, e quelle invece della galleria intermedia si veggono parte in istato di decomposizione, o tarlate, perchè non vennero ricoperte da veruno strato. Io ho avuto nelle mani ed esaminate e le une e le altre, come si conservano dal dottor Casella, e credetti nella predetta mia osservazione di ravvisare un’induzione di più che avvalora l’ipotesi del Casella, anzi che quella del Cornalia; perocchè se il rinvenirsi di tali ossa fosse l’effetto esclusivo delle correnti, tutte indistintamente le ossa sarebbersi ritrovate involute dai sedimenti argillosi: mentre invece è lecito di inferire che i petrefatti della galleria superiore saranno stati ricoperti da tali strati per i depositi che vi avranno fatto le correnti, e quelli della galleria intermedia, immuni dal passaggio di esse, saranno rimasti nello stato primitivo, dove cioè saranno morti gli orsi che in quella caverna debbono necessariamente un tempo aver avuto ricovero.

Come poi queste gallerie inferiori siensi formate, io credo di spiegare dicendo, che tutte le probabilità conducono a ritenere che prima non fosse che una sola ed ampia caverna, che poi per la caduta di massi dalla vôlta siansi venute facendo; perocchè percorrerebbero esse nell’egual senso della galleria superiore quasi la medesima lunghezza.

Siccome recentissima sia la scoperta di questi altri due pozzi, così chiamar io reputo su di essi l’attenzione dei nostri geologi e massime del Cornalia, dello Stoppani e dell’Omboni, i quali forse da una novella loro visita al Buco dell’Orso potrebbero trarre materia a nuovi studî non infecondi di buoni risultamenti per la geologia.

IX.

Finalmente, dopo un’ora che eravamo rimasti nell’antro, lieti, ma inzaccherati e molli degli stillicidi che non avevamo potuto evitare e de’ rigagnoli nei quali il piede non aveva fatto a meno di scivolare, via gettando la stearica che tuttavia ardeva,

Uscimmo quindi a riveder le stelle....

come direbbe Dante, o a meglio esser precisi, a riveder il più limpido sole, il quale era ormai giunto al meriggio.

Allora riconoscemmo qualche disertore della nostra brigatella che, dati pochi passi appena nella oscurità della caverna, era tosto ritornato addietro; scambiata qualche celia e riposatici ancora alquanto, ripigliammo il primitivo sentiero.

La discesa a Torrigia fu naturalmente più presta che non era stata la faticosa salita, e consolata alla pendice del monte dalla apparizione della leggiadra fanciulla del dottor Casella che ne veniva incontro a scusare la non involontaria mancanza alla gita.

Se rivolgendo indietro lo sguardo alla asperità della via, ai disagi del camminare fra i dirupati meandri della caverna dell’Orso, io posso essere indotto a dire che non vi tornerei una seconda volta, per l’adipe che un cotal poco mi si è messa intorno ad accusare l’età che avanza a gran passi, è altresì indubitabile che io, che tutti che mi furono compagni in quella gita, conchiudemmo sinceramente assicurando d’essere lietissimi d’averla fatta.

Ma prima di chiudere la presente escursione, mi sento in debito di porgere le mie scuse a quelle cortesi leggitrici che ho per avventura fatto sbadigliare, loro tenendo un linguaggio arido e tutto di scienza, esse che si attendevano amenità di racconto. Ma che farci? Il libro è fatto per tutti i lettori, massime se il libro è del genere del mio; epperò molteplici e svariatissimi i gusti, e nell’olla potrida degli argomenti non doveva dimenticare i palati dei geologi e dei naturalisti. D’altronde fra le molte caverne che ho già avvertito su questi monti, mi verrà perdonato se almeno scientificamente trattando di una, avrò chiarito la natura, assai somigliante, delle altre.