V.
Facciamo ora un pasticcio. Prendiamo alcuni novellatori vari di sesso, di intendimenti e di ingegno; e mescoliamoli.
E cominciamo da un commendatore.
Io sono uno dei più antichi lettori del Barrili. Ho letto l'Olmo e l'Edera molti anni addietro, in un giornale illustrato di Milano, in collegio. Poi, nel collegio medesimo, comprai una volta le Confessioni di fra Gualberto, e furono causa di scandali e di penitenze non poche; poi lessi, via via, Val d'olivi, Capitan Dodero e un altro romanzo, del quale non rammento più il titolo; ma rammento benissimo tutta quanta la tela, e ci era tra le altre cose un diavolo, di cui ritrovai il nome più tardi nella logica aristotelica, ed era Aporema, il sillogismo della contradizione: parlava mezzo in prosa e mezzo in rima. Più tardi, ho seguìto il Barrili da Semiramide all'Undecimo comandamento, e sebbene da queste letture non sia escito tutto ardente di entusiasmo, pure non ho mai ritrovato in quei libri tracce galliche o pappagalliche, come negli altri. Così, nemmeno negli ultimi due romanzi, pubblicati ad un tempo in Milano e in Roma, queste tracce appaiono.
In questi due libri ci è tutto quanto il Barrili, ci è tutto quanto il romantico aperto e schietto, sebbene lievemente corretto dalla pratica della vita borghese; il romantico che, incapace o aborrente dalla intuizione immediata della vita, ripara tra le penombre della storia o tra la nebbia rosata del sentimento. Di più ci è il Barrili dei tempi migliori, il Barrili di dieci e di venti anni addietro. Non più quel pervertimento delle facoltà fantastiche che lo trasse alle stranezze del Merlo Bianco, non più quella posa academica e catedratica che lo condusse alla monotonia fastidiosa del Biancospino. Nell'Anello di Salomone si ritrova quel caldo e simpatico soffio di fantasia storica che alita per le pagine di Semiramide e di Tizio Caio Sempronio. Nella Sirena son rifiorite tutte quelle gentilezze, tutte quelle eleganze, tutte quelle finezze del sentimento che fanno di Val d'olivi un piccolo capolavoro romantico.
L'Anello di Salomone, come appare dal titolo, volge tutto intorno al regno e agli amori del re sapiente, ed è il romanzo del Barrili che si legge più volentieri dopo Come un sogno, sebbene la materia sia per grandissima parte nota, sebbene la favola non sia nè molto artifiziosa nè molto ingegnosa, sebbene tutta quella gente che si move per le pagine del racconto sia circonfusa da un velo di nebbia poetica. Questo romanzo non è propriamente un racconto storico, nel significato romantico della parola: rassomiglia più tosto ai racconti egiziani di Giorgio Ebers. Tuttavia in una cosa ne differisce: l'Ebers è, più che altro, un archeologo e un filologo, che approfitta delle felici disposizioni della sua fantasia per diffondere tra il popolo gli usi e la vita dell'antico Egitto: il Barrili invece è un organismo incompiuto di novelliere e di poeta, che non contento e dispettoso della vita reale, si butta, coll'aiuto dell'archeologia e della filologia, in piena leggenda biblica, tra l'opera gloriosa dell'edifizio del Tempio, tra i caldi amori di Salomone per Abisag Sunamite. Però, io preferisco i romanzi di Ebers, poichè le facoltà imaginative servono assai meglio questo archeologo, che l'archeologia e la filologia e l'esegesi biblica non servano il nostro romanziere. Nell'Anello di Salomone, il Delitzsch o il Justi o il Vigouroux o qualunque altro esegeta moderno molte cose troverebbe a ridire: per esempio, se il Barrili, invece del testo comune, avesse preso un moderno testo critico della poesia biblica, il Cantico dei cantici, quale veramente è, spoglio di ogni affezione afrodisiaca, gli avrebbe senza dubbio consigliato un tipo salomonico più vicino all'umanità e all'animalità. Ma se ci impantaniamo in questa discussione, e in altre dispute esegetiche, non ne caveremo più i piedi: lasciamo dunque in pace l'esegesi, l'archeologia, la filologia; e passiamo oltre senza osservare che il re Salomone del Barrili, quando non è mosso dall'attività d'amore, rassomiglia un poco al re Carlone dei poemi di cavalleria e al re Alboino di Bertoldo, seduto eternamente sopra un trono d'oro che non deve essergli molto soffice, sempre sguainante al sole il cencio dell'autorità e della dignità regia, ma buon diavolaccio in fondo, amico delle belle donne e della buona tavola. Del resto non è una cosa strana, nè il Barrili è il primo che abbia scritto un romanzo intorno alla vita di Salomone. Salomone, come ha colpito ora la fantasia del Barrili, colpì la mente del popolo nel medio evo, e in quel singolare arruffìo di tutte le nozioni umane restò stampato nella memoria universale, e con Virgilio, con Boezio, con alcuni imperatori romani, con alcuni capitani e filosofi greci visse d'una vita nuova ed entrò come fattore principalissimo nella mitologia medievale. La sua vita, i suoi giudizi, la sua sapienza, i suoi amori diventarono materia fantastica e poetica, e informarono molta arte di prosa e di poesia: vi è tutto un poema tedesco intitolato Salaman und Markolf; e da questo, e da altri che intorno a questo e dopo di questo furono composti e si propagarono da per tutto, nacque la favola di Bertoldo, si fermò il tipo di re Alboino, e forse anche quello di re Carlone ne ebbe a sopportare l'influenza.
Ma lasciamo questa materia, perchè il romanzo del Barrili non va considerato con criteri mitologici, o storici, o filologici; il romanzo del Barrili va preso qual è, come una fortunata intuizione fantastica del tipo e della vita ebraica nel tempo dello splendore più grande, come una calda e viva imaginazione orientale, ove si sentono qua e là scaturire con un'abbondanza singolare i fiotti della poesia biblica e balenare i lampi del dramma. È un romanzo che cinquant'anni a dietro avrebbe fatto la fortuna d'uno scrittore; ora, poichè i tempi sono mutati e l'orbita del racconto non è più quella di una volta, esso ha il difetto di tutte le cose nate troppo tardi.
E ora, una femmina. —
La marchesa Colombi non ha la maschilità nervosa di Emma, nè la foga della Serao; è la più tranquilla e la più casalinga di quante donne scrissero e scrivono in prosa. Di solito nella donna la professione dello scrivere turba l'equilibrio della vita; nella marchesa Colombi, no. Per lei l'arte deve essere come un lavoro di ricamo, un passatempo, o uno sfogo di certi tenui ribollimenti dello spirito; poichè in fondo alla sua prosa appare sempre la madre di famiglia amica dell'ordine, amica dell'economia, amica del buon pranzo e del buon fuoco nel caminetto. M'inganno, marchesa, o le cose stanno proprio così come io dico? Una volta in Italia si fece un gran vocìo d'ammirazione intorno a un racconto della marchesa che voleva parere socialista e naturalista, e che s'intitolava In risaia; ma non valeva più degli altri, e la cosa migliore di quel libro era l'intenzione. Dopo, passato quel fortunatissimo quarto d'ora, ella si mise a fabbricar racconti per gli editori di provincia e prosa pei giornali di provincia. La marchesa Colombi rassomiglia in piccolo a Giulio Claretie, il più fecondo costruttore di prosa che sia ora in Francia; anche la marchesa, come il Claretie, per qualunque giornale glie ne chiegga, ha sempre in pronto della copie: non dice di no a nessuno, non si esaurisce mai, non cade mai tanto giù da non farsi leggere volentieri. Io credo che se ella vivesse cento anni, come io le auguro, tra romanzi e articoli di giornale metterebbe insieme la materia di cinquecento volumi; e sarebbero tutti per valore eguali, nè tanto belli da strappar le grida dell'ammirazione, nè tanto brutti da meritarsi troppo acerbe censure dai critici gunaicofagi. Sarebbero tutti come quegli uomini i quali vestono correttamente, ossia non hanno addosso nulla che dia nell'occhio, nè una cravatta troppo vistosa, nè una macchia d'olio sulla falda del vestito. Anche il Tramonto d'un ideale è un libro del quale non si può dir male, quantunque neppure se ne possa dir bene: è una storiella semplice, ove la marchesa ha voluto accostarsi alle temerità sperimentali non senza rammentarsi delle sane e prudenti consuetudini degli ultimi manzoniani; ha voluto ogni tanto toccare in fretta i fianchi gladiatorii dello Zola, senza però dimenticare che Salvatore Farina le tien gli occhi addosso. Così, essendosi forse proposto in principio di fare uno studio serio e analitico della vita campestre, ha finito col rimpastare una delle solite storielle che paiono un paesaggio della Brianza dipinto sopra un piatto di porcellana. Però, le ragazze potranno leggerlo, nelle vacanze, senza danno; e forse anche lo leggeranno volentieri, perchè, come tutti gli altri della marchesa, è correct.
Non tanto, bensì, che qualche sbrendolo rosso non appaia qua e là e che qua e là lo stile non sia macchiato d'olio. Ecco, per esempio, alcune macchie delle prime pagine: «E si finiva a stappare una bottiglia» (pag. 5); «quel nodino (della cravatta) ballonzolava allegramente, come se fosse una parte di lui, vivamente interessata alla sua ilarità» (pag. 6); «vestitura, per vestito, due volte» (pag. 6 e 40); «la vedovanza sarebbe un valore» (pag. 7); «le serve continuavano a mutarsi» (pag. 11); «cucinature» (pag. 16); «e sfibbiando il vestito che mise a nudo il suo petto» (pag. 19); «ed andò a coricarsi col suo male» (pag. 20); «ferito nel suo cuore di padre al riconoscere che Giovanni pareva mortificato» (pag. 40); «dopo averla veduta lei muoversi» (pag. 49); «una bella collaretta, bianca increspata» (pag. 51). Ma tutte queste macchioline sono inezie, in confronto di questa. Sentite che cosa pensi la marchesa del Manzoni e del purismo:
«Avviò colla sua vicina un discorso sulla letteratura; ed essendo classico, purista e puritano, sparlò dei novatori, e fece un lungo elogio dei Promessi Sposi.»
Il Manzoni classico, il Manzoni autore dell'Adelchi? Il Manzoni purista, il Manzoni che scrisse i Promessi Sposi? Il Manzoni puritano, il Manzoni degl'Inni sacri e della Morale cattolica? Ah! questi poi sono... Come si potrebbe dire, per serbarsi cortesi con una marchesa?
Ultimo, un orso. Udite:
«Darò qualche esempio, che dimostri, come le parentesi aggravano il matrimonio, in quel modo, appunto, che rendon pesante lo stile. Fra mille, ch'io ne so, scelgo le avventure di due sorelle Napolitane: l'Almerinda e la Berenice Scielzo. Nel MDCCCLXV, la seconda era moglie, da poco più di due anni. La prima, invece, si avvicinava alla trentina; aveva, da un pezzo, per marito, il commendatore don Liborio Ruglia, consigliere di cassazione; e, da diciotto mesi, per amante, il cavalier Maurizio della Morte, capitano di cavalleria nel Regio Esercito.»
Così Vittorio Imbriani attacca la sua novella Dio ne scampi dagli Orsenigo, pubblicata in questi ultimi giorni, della quale io amerei meglio tacere, per non mi dare della zappa sui piedi. In fatti, in questo libro io ho predicato con tutte le forze de' miei polmoni e ho inveito e ho bestemmiato contro le consuetudini empiriche e contro l'ignoranza dei nostri raccontatori; ho gridato forte più volte, sino alla piena sazietà dei lettori, che la novella nostra ha bisogno di rientrare nel campo della coltura letteraria scientifica e storica disertato dopo il Manzoni e il Guerrazzi; che i romanzieri moderni debbono specchiarsi nei novellatori antichi e attingere alle fonti boccaccesche molta pura e fresca linfa italiana per lavarsi dalla melma francese; che, fino a che i nostri scrittori di prosa narrativa non escano dalla cerchia angusta e soffocante dello stile zoliano e non imparino la lingua italiana, vedranno tutte le opere del loro intelletto morire miseramente per le scrofole e per la tigna.
Ora dovrei io intonare il canto della vittoria e portare in trionfo sopra lo scudo questa novella di Vittorio Imbriani, la quale non contraddice a nessuno de' miei criteri novellistici; ma veramente è una cosa originale ove il sapore e il colore italiano si sentono dalle prime parole, ove ad ogni momento si sente l'artista conscio di sè e padrone di sè, si sente, in nome di Dio, l'uomo che si propone uno scopo, e per virtù dell'ingegno lo consegue. Tuttavia, come dicevo sopra, questo racconto mi dà la zappa sui piedi, poichè, con tutti i suoi meriti grandi, è un cattivo racconto, e non tanto leggendolo si perde la fede nelle facoltà narratorie di Vittorio Imbriani, quanto nel metodo narrativo che a me pare il migliore. Io dunque, leggendo, da prima dubitavo di aver preso un granchio grossolano rimproverando tanta brava gente d'una santa ignoranza; poi, pianamente, ho veduto che il granchio lo ha preso Vittorio Imbriani.
Egli, infatti, sta fuori del movimento narrativo odierno, e questo suo racconto è più una opera subbiettiva scritta a sfogo d'un desiderio egoistico di diletto, che un romanzo moderno, nel significato usurpato da questo vocabolo dopo Balzac; e non è nemmeno una novella scritta solamente per distrazione o per passatempo della gente. È, nè più nè meno, come quasi tutte le cose di Vittorio Imbriani, una storiella scritta per dispetto. Di chi, non saprei dire; forse appunto della sciatteria universale, forse anche del malumore che contro di lui cova in molti luoghi. Certo il dispetto traspare ad ogni pagina, dall'affettazione d'uno stile mezzo popolare mezzo cortigiano, d'una lingua tra di ciompo moderno e di scrittore cinquecentista, d'una ortografia così faticosa che move al singhiozzo; traspare dalla mancanza quasi assoluta e voluta, e voluta mostrare, del dramma; appare, più chiaramente, da quel continuo infischiarsene del pubblico e del racconto, dal principio alla conclusione, che è questa: «Della sorella dell'Almerinda, Berenice, e di quel che le avvenne, osservandissimi lettori e lettrici, narrerò — un'altra volta, con comodo, quandochessia.»
Ora questo peccato di esagerazione, e di affettazione, non è nuovo in Vittorio Imbriani; e tutti sanno a quali stranezze lo abbia tratto la sua irragionevole manìa di opposizione. Irragionevole, intendiamoci, nella misura e nel modo dell'esplosione, perchè il motivo è quasi sempre giusto. Le facoltà mentali di Vittorio Imbriani non sono bene equilibrate, e non si affaticano tutte insieme con una attività concorde e costante a uno scopo unico; ma son come una scolaresca in vacanza, che va galoppando pei cortili del ginnasio senza governo, e si gitta or qua or là, con altissime grida, e con la violenza d'uno stuolo di cani alla caccia. E proprio l'intelletto dell'Imbriani non è mai giunto a maturità, ed ha tutte le ardenze incomposte e tutti gl'impeti inconsiderati e tutte le esuberanze della gioventù: col crescere degli anni, col crescere della coltura, è rimasto sempre il medesimo, senza potere o volere ascendere mai a quella serena e sublime sfera della sofrosune della moderazione, ove lo spirito umano si libera da tutte le affezioni e da tutte le intemperanze. Egli fa come i giovinetti che sentono il primo afflato del dio, e tentano sè stessi; e prima si gittano a corpo perduto nella poesia, poichè oltre di questa non veggono il porto della salute; poi, in un momento, la piantano in asso, e si abbandonano con le braccia aperte alle tempeste del dramma; onde fuggono sfiduciati o nauseati, per provare altra via; e finalmente si ritraggono, dopo molto consumo di fuoco, al luogo primo onde mossero, per vedere dall'alto, diradate le nebbie delle illusioni prime, che cosa sia da fare.
L'Imbriani ha voluto fare della critica d'erudizione, e ci si è messo con una frenesìa ardente e con un maraviglioso impeto di pazienza ricercatrice, e si è perduto in quisquilie di poco momento; ha voluto fare della lirica, e si è buttato alle braccia di Polinnia con tanta foga di passione, che è miracolo se non l'ha strozzata col suo inno al canape; ha voluto novellare, ed è giunto a tali eccessi di contradizione al gusto e alle abitudini moderne, che la lettura del suo racconto, ove l'ingegno per l'ardore soverchio pare sfavilli ad ogni pagina, è appena sopportabile.
VI.
Ci è due motori di ascensione su da la volgarità comune: o il sentimento universale che sospinge all'alto il più forte, o il sentimento proprio, una solitaria necessità di astrazione, che trae l'uomo fuori della folla. Nel primo caso, quasi sempre, si hanno gli onori del trionfo; nel secondo, assai spesso, si è puniti d'infamia. E così nel primo come nel secondo caso non a torto, sebbene e l'uno e l'altro siano due esplicazioni dell'attività umana; poichè gli uomini nello sviluppo e nella perfezione della vita vogliono avere tutti quanti la parte loro, vogliono tutti spiegare una concordia di energie motrici; e repugnano per istinto dagli sforzi singolari, non coerenti e spesso anche non utili al desiderio comune. Ecco perchè il popolo ha deificato Gesù nazareno, e dopo un anno ha dimenticato David Lazzaretti.
Così in tutti i campi ove la lotta della vita affatica le creature umane: così anche nei campi dell'arte, ove la battaglia è più evidente, poichè si combatte sopra un palco in conspetto di tutti; ove il giudizio è immediato, poichè gli spettatori stanno intenti allo spettacolo. Per questo, Gian Giorgio Trissino, uno degli italiani che più sono stati tormentati da smanie innovatrici, vedendo tutta l'opera della sua vita miseramente morire soffocata nel trionfo del romanzo di cavalleria, maledisse a sè medesimo e a quelle smanie sue. Ma forse nella sconfitta del Trissino entrò anche per gran parte una certa stopposità e pesantezza d'ingegno: cerchiamo dunque un esempio più vicino a noi, e più persuasivo.
Carlo Dossi.
È difficile che alcuno del poco numero delle persone che leggono in Italia non abbia udito rammentare con grandissime lodi o con un permaloso e dispettoso arricciamento del naso questo nome; ma più difficile ancora è che abbia letto qualche scritto di Carlo Dossi; e pure il Dossi da quasi dieci anni scrive e scrive, e le cose sue sono stampate e ristampate sino ad oggi, e sempre i fogli, letterari o no, ne dànno notizia al pubblico. Or come accade che tutta l'opera di questo novelliere resti pertinacemente estranea al rimescolamento evolutivo, e, confessiamolo volentieri, progressivo dello spirito italiano? E, sopra tutto, questa tenace astrazione che il popolo italiano fa dall'opera del novellatore, è ingiusta? Sono due questioni che meritano una qualche considerazione accurata, non tanto pe'l fatto particolare, quanto per la categoria di fatti onde son parte. L'organismo della vita spirituale di un popolo, quando l'arte non è più una libera e necessaria emanazione del suo genio ma una produzione artificiale per diletto estetico o per mezzo di educazione, rassomiglia assai a un gran congegno meccanico; e se non si dirugginiscono e non si ungono tutte le ruote, molta parte dell'energia e del lavoro si disperdono vanamente. Vediamo dunque di ungere qualche ruota, poichè il caso di Carlo Dossi non è tanto singolare quanto si può credere a bella prima; ma da molti anni in qua ci è in Italia un grandissimo sperpero di forze, però che il senso dell'opportunità sia per molta parte smarrito.
Innanzi tutto dichiariamo francamente che a Carlo Dossi non mancano nè l'ingegno, nè la coltura, nè le altre facoltà dello spirito che concorrono a constituire un grande scrittore. Pochi, come lui, hanno l'intuizione profonda, sicura, larga, della vita; pochi, come lui, sono abili a battere sull'incudine questo metallo della lingua italiana che, non saprei se per manco o per eccesso di duttilità, pare da qualche tempo così poco malleabile. Pochissimi, come lui, sanno guidare le facoltà naturali della mente e correggere la formazione e la espressione dei fantasmi, secondo l'architettura dell'arte. Quale cosa dunque gli manca, e quale straordinario ostacolo si leva tra lui e il popolo? Perchè tra questo artista, che pure ha tanta forza, e la gente, che pure ha bisogno di accentrarsi come per aiuto intorno a qualche forte, non si apre quella corrente di comunione simpatica che è la più salda leva del lavoro meccanico dello spirito? E, sopra tutto, la colpa è del pubblico, o dell'artista?
A me pare che la colpa sia di Carlo Dossi.
Egli fa parte d'una categoria di uomini e di scrittori, che io direi la categoria dell'umiltà selvatica. Non è un selvaggio violento come Byron, come Shelley, come il Carducci: è timido, è vergognoso quasi della sua selvatichezza; e non gli basta l'animo di levarsi in mezzo alla gente, audacemente, e di chiamare tutta la gente a battaglia. No: egli ha paura quasi di farsi vedere tra la folla; ha paura che quelle sue novità insolite suscitino il riso della moltitudine; ha anche quello spavento inconscio e innato, che è naturale appunto a certi selvaggi di animo mite e ai bambini. Chi sa? Forse il romore lo atterrisce, forse la vista del pubblico lo sgomenta, forse il pensiero della battaglia gli è insopportabile. E se ne sta in disparte, sempre più inselvatichendo, sempre più chiudendosi nel suo guscio, sempre più levando, tra la sua persona e l'opera sua e il pubblico, ostacoli. Non è vero che egli scriva una lingua fantastica, come qualcuno ha gratuitamente asserito: la prosa del Dossi, da qualche idiotismo lombardo e qualche latinismo in fuori, è delle più pure che si siano scritte in Italia dopo il Guerrazzi, e il suo stile, per efficacia nervosa e muscolosa, può competere appunto con lo stile del Guerrazzi; nè l'ortografia sua, che fa paura a tanta gente, è una cosa strana, poichè non è il primo lui che abbia scritto l'italiano accentuando le sdrucciole; nè il contenuto de' suoi racconti è pazzo, come molti credono, poichè il Dossi, l'ho già detto, è un acuto e profondo intuitore. No: non sono queste bazzecole che proibiscono a Carlo Dossi le porte di quel tempio della fama che sono spalancate a tanti minori di lui. La causa sta tutta in quella sua naturale e indomabile timidezza selvatica.
La prima cosa ch'egli pubblicò credo fosse quella Colonia felice, che è pur sempre rimasta la miglior sua cosa. È, come l'autore confessa dal frontespizio appunto del suo libro, una utopia lirica. Una utopia alla Rousseau, che è in contraddizione aperta coi resultamenti e coi postulati ultimi della scienza.
L'utopia appare nel primo principio, ove un principe filantropico e filosofico, un Marco Aurelio platonizzato e imbevuto delle dottrine enciclopediche, manda una trentina di deportati d'ambo i sessi a vivere in libertà assoluta in un'isola deserta. Il primo atto di questa nuova vita è la guerra: per la partizione della proprietà, e per la supremazia. Un uomo forte e un uomo furbo si contendono il comando; e, ognuno co' suoi seguaci, si battono. Prevale la volpe, e il leone con quelli che gli restano fedeli si rifugia nel bosco. Ivi, da una sua baldracca, gli nasce una figlia; e quindi, il primo bisogno umano, la casa e la famiglia, lo sospinge per desiderio di pace verso il nemico. Lo trova oppresso da discordie intestine; e desideroso di tregua. Si accordano dunque, e si constituisce una comunità retta dal leone e dalla volpe, aggruppata in famiglia, corretta da un embrione di codice penale. Così, col crescere delle famiglie, la necessità del lavoro e la consuetudine del lavoro sviluppano a grado a grado i sentimenti e le consuetudini e gl'istinti umani, e vanno con un progresso evidente cancellando le macchie da quelle conscienze. Così, dopo la famiglia, la religione; finalmente, la patria.
Questa è la matassa della Colonia felice, non nuova, come ognun vede, poichè se ne ritrovano gli elementi in moltissime opere d'arte di ogni altezza e di ogni specie, dalla Tempesta di Shakspeare al Robinson Crusoè di Daniele de Foe; ma tale in ogni modo da promettere in chi sapeva sgomitolarla a vent'anni un fortissimo romanziere all'Italia. Certo, i difetti son molti e gravi: e, prima di tutto, la tesi romantica e derivata nella sua essenza morale dalle dottrine di Rousseau è contradetta, come osserva l'autore ristampandola per la quarta volta, dalle più sicure ricerche della psichiatria; poi, essa è tutta penetrata e ulcerata di romanticismo, e quei deportati che vi si movono per entro, se bene modellati con tratti sovente scultorii, hanno tutti quanti del sangue di Emilio e di Eloisa nelle vene; e negli atti, e nelle parole, e persino nei nomi sono fuori d'ogni apparenza di verità. Ancora: la lingua, l'ho detto, a malgrado di certi meneghinismi e certi latinismi e certe stramberie subbiettive, è, contro ogni consuetudine lombarda, schiettamente italiana; e lo stile spesso d'un'efficacia grandissima, per lo spoglio di tutte le frasche inutili. Ma è la lingua quella, ma è quello lo stile più confacente al racconto? Ma il latinismo nella prosa narrativa non è un elemento repugnante peggio della sgrammaticatura; e quella concisione tra tacitiana e spartana come si piega essa alle necessità della novella, che nacque tra gli avvolgimenti voluttuosi e l'ampio drappeggiamento della prosa boccaccesca? Poteva esser questo, come l'autore confessa nella diffida preliminare, un eccesso giovanile; ma furono appunto questi eccessi e questi errori, che fecero considerare la Colonia felice, non come un risultamento positivo di molte buone forze intellettive, ma solamente come una certa promessa.
Or come fu tenuta la promessa?
Ecco. Nel Dossi, subito dopo quella prima prova, la salvatichezza naturale prevalse. E non si lanciò egli arditamente in mezzo ai nemici che in Milano segnatamente non gli mancarono, sforzandosi d'imporre certi suoi criteri e la superiorità della sua mente, concedendo qualcosa per guadagnar molto. Egli si rinserrò nel suo timido egoismo e nell'amicizia di pochissimi entusiasti; e invece di erompere all'aperto, ove le forze dell'intelletto si maturano e si sviluppano, si ritrasse in sè medesimo, o per paura, o per dispetto. A lui mancò dunque quella violenta evoluzione fuori del proprio io, che dopo le prime prove sospinge l'artista sulla via della maturità piena. Dopo aver filato con molta maestria il suo bozzolo, non potè o non volle forarlo, e vi restò dentro prigione. La sua mente si cristallizzò in certi piccoli criteri, in certe utopie scolastiche, che diventavano monomanie. La questione dell'accento, questione bizantina nella quale, dal Trissino in poi, molti italiani dettero vanamente del capo, e alla quale Carlo Cattaneo non potè addurre altro pretesto se non la comodità degli stranieri, diventò per lui una legge inflessibile; certe strutture o dure o artificiose del periodo e la libidine dell'imagine per causa di brevità propagataglisi dagli scrittori della latinità decadente, crebbero in malattie constituzionali e incurabili. Finalmente, il romanticismo gli restò abbarbicato nella midolla. Così le opere sue, dopo quella Colonia felice, non vanno considerate se non come sfogo d'un intelletto fortissimo, se non come appagamento d'un desiderio egoistico e solitario di arte. Non ci è, se non forse in embrione nella Desinenza in a, quella larghezza di concepimento con cui fu pensata la Colonia felice; non ci è una sola via di comunione con lo spirito e col sentimento del popolo. Sono esercitazioni di composizione e di stile che a qualche lettore di gusto squisito e non pauroso di quel fuoco d'artifizio d'accenti possono qualche volta parere anche meravigliose, ma che il popolo a ragione respinge da sè tenacemente, non ostante le molte edizioni che di questi libri seguitano a fare.
E infatti: nello sviluppo complessivo di tutte le forme dell'arte narrativa, quale posto spetta ai racconti di Carlo Dossi? Sono, per gran parte, cose romantiche, ma non proseguono nessuna delle varie ultime evoluzioni della novella romantica: più tosto si ricongiungono a quel periodo del romanticismo che io chiamerei proto-romantico, al romanticismo di Rousseau, senza la larghezza filosofica del ginevrino, e a quello del Richter, senza la profondità umoristica del figlio del Pastore-organista di Wonsiedel, con qualche incrostazione di romanticismo socialista.
È naturale quindi, ed è giusto, che intorno al Dossi sia sempre eretta una barriera che lo separa dal pubblico. Il pubblico del secolo decimonono ha una grande necessità di romanzi, e una grande predilezione al romanzo, e una grande massa di materia romanzabile. Questo buon pubblico, che si è regalato l'immenso capriccio del romanticismo e ha voluto veder risuscitato per la virtù magica dell'arte il medio evo e si è ubriacato del liquore anodino della sentimentalità effervescente pe'l pimento della fantasia, è stato in fine preso da una voglia brutale. Esso vuol vedere ora sè stesso riflesso con tutti i palpiti e tutti i movimenti della vita come in un grande specchio. Questo matto pubblico si è appassionato per l'anatomia; e volentieri si distende sul marmo, perchè il romanziere incida, poi cacci le mani nella spaccatura, e apra; e mostri le viscere, e mostri la tessitura dei muscoli, e scopra i nervi; e faccia vedere a tutta la gente l'artifizio della macchina umana, come un bamboletto che squarti un fantoccio di cartapesta. E il romanziere non può starsene in disparte, e costruire faticosamente piccole teoriche d'arte e di stile. Egli deve aggirarsi per entro alla folla, e compenetrarsi del sentimento che la move, e accumulare da essa il materiale.
Se no, si rassegni alla mala fortuna. Nè la pena è ingiusta; e io stesso, che ho una grandissima ammirazione per l'ingegno e per la coltura di Carlo Dossi, che lo propongo come esempio di serietà di propositi e di fanatico amore per l'arte ai molti faccendieri della moderna novellistica italiana, io stesso, se si proponesse per lui l'ostracismo dalla presente attività del romanzo, voterei per l'ostracismo.
Gli è che i romiti e gli stiliti e tutti, in genere, i mistici solitari, fanno un sacrifizio sterile così nella religione come nell'arte.
VII.
L'ottavo capitolo del Karma Çataca, un poema indiano poco letto dai romanzatori occidentali, è intitolato Padma, il loto; poichè il protagonista è appunto un loto. Comincia così:
«Era a Cràvastî, sotto il regno di Prasenajit. Un giorno egli venne per vedere Bhagavat e, dopo un'offerta di parasoli di polveri di profumi e di fiori, s'assise di rimpetto a lui per udire la legge.
«In questo tempo un loto nacque fuori stagione nello stagno dei loti di un campo coltivato da un giardiniere, il quale fece questo pensiero: — Un giorno il re Prasenajit ha, per tre volte, offerto al Çramana Gautama dei parasoli delle polveri dei profumi dei fiori, per onoranza; io gli debbo offrire questo loto. —
«Fatta questa riflessione, prese il loto e si avviò a Cràvastî. In questa un fedele di Nârâyana era intento a fare offerte a tutti gli esseri soprannaturali. Vide venire quest'uomo portante un loto così bello, nato fuori stagione, e gli disse:
— Ehi! cedimi questo loto: lo voglio offrire al buon Nârâyana: te ne do cinquecento kârsâpanas.
«Nello stesso tempo passava il maestro di casa Anâthapindada che andava con una compagnia di cinquecento servi a veder Bhagavat. Il maestro di casa udì il romore delle parole di quell'uomo, che gli fecero fare questo pensiero: — Ecco un uomo che segue un falso insegnamento, e offre un sì gran prezzo per un dono a Nârâyana! Perchè non offrirei io un prezzo abbastanza cospicuo da comperare (il loto) e farne un dono a Bhagavat? — Disse dunque al giardiniere:
— Ti do mille kârsâpanas: dammi il loto.
«Queste parole aizzarono l'amor proprio del fedele di Nârâyana, che promise di darne duemila; e, così, questi due uomini giunsero a profferire, rincarando, la somma di centomila kârsâpanas. Allora disse fra sè il giardiniere:
— Un maestro di casa come Anâthapindada è giunto, in causa d'un sol uomo, a centomila kârsâpanas: questo Bixu Gautama dev'essere un gran personaggio di certo. Perchè non andrò ad offrire io stesso (il loto) a Bhagavat?
«Fatte queste riflessioni, il giardiniere disse al maestro di casa Anâthapindada:
— Maestro di casa, io non so che farmi di tante ricchezze; vado io stesso a far la offerta a questo Bhagavat. —
«E, preso il loto, andò a Jetavana.
«Il giardiniere scorse di lontano il felice Buddha ornato di trentadue segni, ecc....; questo spettacolo gli suscitò una letizia violenta. Pieno di gaudio, andò al luogo ov'era Bhagavat, adorò col capo i piedi di Bhagavat, e gittò (il loto) sopra di lui in segno di offerta. Per la potenza di Bhagavat questo loto si transmutò in ruota di carro che camminava quando Bhagavat camminava, si fermava quando Bhagavat si fermava.
«Alla vista di questo miracolo anche più s'allegrò, in causa di Bhagavat; e fece un voto per la Bodhi perfetta e intiera, sopra la quale non è nulla:
— Oh! disse — Per questa radice di virtù possa io diventare in questo mondo cieco, senza guida e senza maestro, un Tathâgata, Arhat, un perfetto e intiero Buddha, dotato di scienza e di guida, conoscente il mondo, buon cocchiere, dottore degli Dei e degli uomini, un felice Buddha. —
«Bhagavat rispose al giardiniere:
— Amico, sta bene, sta bene! Nell'avvenire tu sarai in mezzo al mondo cieco, senza guida e senza maestro, un Tathâgata, Arhat, ecc..., il felice Buddha Padmottama. —
«Tale fu la sua dichiarazione.»
Così, tradotto con più di fedeltà che di eleganza, il testo indiano. Ora domando io: perchè non è concesso ai paria del nostro insegnamento quel che si concedeva ai paria dell'India antica? Perchè non possono anche quelli, come potevano questi, presentarsi candidati alla Bodhi perfetta e intiera d'un posto in ginnasio? Perchè non possono questi miseri insegnanti, quando per miracolo un loto, o un lampo di intelligenza, nasce nello stagno della loro mente, offrirlo al felice Buddha che governa l'instruzione pubblica? Il giardiniere del poema indiano potè resistere alle tentazioni, e conquistarsi col suo loto la felicità della Bodhi. Ma quando in Italia un maestro elementare ha la sventura di non essere pienamente e placidamente un asino e un cretino, e scrive un libro, chi gli consente di offerirlo a Bhagavat? Chi gli concede di accostarsi al ministro? I maestri di casa e i fedeli di Nârâyana stanno appostati in folla nella piazza della Minerva, e proibiscono l'ingresso al Ministero. Per questo da Cerignola un maestro elementare mi stende con ambe le mani un suo libro di novelle, supplicando di leggerlo, invocando aiuto per ascendere alla sublime sfera della Bodhi ginnasiale. Or che gli posso fare io? Io non sono nè il maestro di casa Anâthapindada, nè il fedele di Nârâyana; e sono io stesso tanto lontano dalla Bodhi, quanto il maestro di Cerignola. Una cosa sola io posso fare: sfogliare il loto di questo giardiniere dell'infanzia in conspetto del mondo, e citare dinanzi al giudizio degli uomini i numi della Minerva, che si scolpino dall'accusa di non voler prendere in esame e in considerazione i libri dei maestri elementari.
Il maestro di Cerignola si chiama Michele Siniscalchi, e i suoi raccontini portano il titolo complessivo di Tentativi; e — dice l'autore e veramente è così — non per falsa modestia. Sono in fatti proprio dei tentativi, dai quali appare chiaramente una grandissima attitudine a novellare, congiunta con molta vivacità e facilità d'ingegno, con una sicura cognizione della lingua italiana, con una acuta intuizione della vita campestre. La vita cittadina il povero maestro di Cerignola non la può sapere: egli l'ha vista da lontano e fuggevolmente facendo il soldato, e più con la fantasia che con gli occhi: così la descrizione d'una cantante nel suo camerino ch'egli timidamente tenta è senza dubbio una di quelle fantasticherie che popolano lo spirito di alcuni soldati meno bestiali in certe ore di riposo, quando nello sciogliersi del corpo dalla stanchezza nascono o rinascono i desidèri. E tutte, in genere, le storielle cittadine del signor Siniscalchi sono così: hanno l'aria di quelle frottole che gli studenti raccontano dopo l'esame nella farmacia del villaggio nativo. Però non tutte. Una a pagina 47, intitolata Monte Calvario, è un piccolo capolavoro di verità semplice ed evidente: è un'inezia, un ricordo d'una mezz'ora di vita militare, a Messina, di rimpetto al carcere femminile, e non si può leggere senza pena. Ma i tentativi più felici sono i bozzetti pugliesi. Il maestro di Cerignola partecipa anche lui al gran movimento campagnolo che si va manifestando nella nostra produzione novellistica; e, per la felicità di certe pitture, per l'efficacia di certe osservazioni, per la vitalità di certe pagine, io non esito a collocarlo tra i capi della Land-league italiana. Giudicate:
«In quella comparve il padrone, un giovane di trent'anni, grosso, obeso, panciuto, di un'apparenza ignobile e ributtante, col viso imberbe, rosso e butterato. Gaetano, appena lo vide, divenne livido in volto e mandò scintille dagli occhi.
— Canaglia — gridò il signorotto bestemmiando — non fate altro che dormire, che vi pigli un accidente! E questo marmocchio cos'ha che strilla in tal modo? Non avete da mangiare e siete sempre ammorbati di piscialetti, siete sempre dietro alle vostre donnacce. Portatele a noi le vostre donne...
«A queste parole, Gaetano, che già si frenava a stento, strinse nervosamente la falce, e fece l'atto di slanciarsi contro di lui; ma il compagno che capì la sua intenzione gli afferrò il polso in una stretta di ferro, susurrandogli:
« — Non è tempo ora!
«Il padrone intanto si allontanava tranquillamente, dimenando le anche da bue, senza pensare che c'era mancato un pelo perchè la sua testa rotolasse per terra.»
E ditemi se molti dei novellieri italiani che vanno per la maggiore non avrebbero da imparare da questo maestro elementare. Il quale partecipa anche a molti vizi comuni. Egli non si è potuto liberare in tutto dalle reminiscenza dell'Arcadia; e per lui, come per parecchi altri raccontatori di vita rurale, ancora l'ecloga di Titiro fluisce tra gli ondeggiamenti dei salici, ancora i pastorelli del Sannazaro ballano vestiti di velluto chermisino tenendosi per mano in tondo e cantando una cantilena polita, ancora l'abatino sotto le vesti di pastore arcadico aspetta con una fistola di cartone dorato alla fontana dell'acqua marcia la nipote di Monsignore acconciata da ciociaretta, con un vincastro piccolino in mano, e gli occhiettini di malachite ridenti malignamente di lascivia agreste e verginale.
Anch'egli crede al sentimento o al senso dell'amore nei contadini, e ne fa una delle molle della sua arte narrativa. Anch'egli, come tutti gli altri, ha preso questo abbaglio. Ma no, ma no, ma no: nella popolazione agricola il bisogno d'amore non è nè allo stato di sentimento e nè pure a quello di sensualità: nelle campagne il grande ardore solare, e l'immane peso del lavoro, e il perpetuo assillo della fame spengono o attutiscono il senso dell'amore: nelle campagne l'amore ha due forme sole, due stimoli soli, due soli scopi finali, l'istinto sessuale dell'accoppiamento e la necessità della generazione per aiuto al lavoro. Ma poichè questo peccato è comune, perchè rimproverarlo al signor Siniscalchi?
Perchè non dire piuttosto gli altri suoi meriti? Dei quali potrei fare una litania lunga, se avessi anch'io l'anima inzuccherata d'ottimismo come Enrico Nencioni, il quale in un suo recente articolo levava sulle più alte cime della gloria il De Amicis, e lo collocava più su del Manzoni, accanto al Tommasèo, per la proprietà della lingua, senza pensare che molti altri italiani, come il maestro elementare Siniscalchi, scrivono non meno propriamente del De Amicis, senza per questo avere uno stile tutto a piccole proposizioni allineate in fila come una compagnia di bersaglieri, o come salcicce in un budello. Ma io sono pessimista; e non andrò ricercando nei tentativi del signor Siniscalchi gli appigli alla lode. Questi raccontini sono d'altra parte troppo brevi, troppo frammentarii, troppo esigui per poterli considerare altrimenti che come indizi sicuri di una felicissima propensione all'arte del novellare; e non già una propensione iniziale e tuttavia rozza o incerta, ma già matura e già pronta, e già capace di molto maggiori frutti. Si vede in essi l'uomo che è impacciato e avvilito e spaventato dalla sua condizione di maestro elementare, che non osa di avventurare il suo forte ingegno a più alte prove, perchè non sa ancora egli stesso, nè sanno gli altri, se a un maestro elementare sia lecito di scrivere e di stampar novelle.
Non ridano i lettori, poichè pur troppo la condizione dei maestri elementari in Italia è tale, da far rabbrividire chiunque abbia viscere umane. Sono uomini o sono bruti? Chi sa? Ne ho conosciuto uno in Abruzzo, ai confini dello Stato romano, che da tre anni non aveva avuto un soldo dal comune, e campava d'elemosina, dormendo in un canile, mangiando patate, insegnando l'abbicì e gli elementi dell'abaco a un branco di piccole bestie selvagge, mezzo cani e mezzo porci, che gli lanciavano i torsi di cavolo e gli rinfacciavano quelle poche patate. Ci è una mia bella e buona amica che va in visibilio d'ammirazione dinanzi a don Chisciotte, e pensa con un vivo entusiasmo d'amore a quel povero erede dell'ultimo anelito medievale, cavalcante senza pietà e senza speranza tra il crescere della platealità moderna. E via, o mia bella amica! E i maestri elementari, que' primi e più utili seminatori della scienza, costretti tra la più bestiale classe umana, più abietti, più affamati, più disperati dei contadini?
Io non sono una creatura sentimentale, tutt'altro; e ho letto con un acuto senso di piacere le invettive che un novelliere pornografico e infame nella posterità, Restif de la Bretonne, scagliò contro il sentimentalismo rivoluzionario e romantico di Diderot per le caste indiane. Io credo con Restif che le caste siano necessarie all'equilibrio umano, che nella lotta per la vita ci abbiano a essere i vincitori e gli sconfitti, i forti e i deboli, che una parte dell'umanità debba soffrire a benefizio dell'altra, che i contadini siano nel loro diritto sovrapponendosi con la forza del numero e della maggiore agiatezza a questo primo embrione dell'umanità civile che è il maestro elementare. Io credo che questa depressione d'una classe umana giovi a fermentare il lievito dell'attività e inasprisca le necessità del combattimento. Ma, in nome della giustizia, non siamo vigliacchi! non uniamoci tutti quanti contro una classe sola. E quando un maestro elementare ha le forze necessarie alla battaglia, lasciamolo combattere.
Perchè si nega a questi poveretti il modo di ascendere all'insegnamento secondario? Perchè, quando uno di essi ha più ingegno e più coltura degli altri, non si prendono in esame i suoi libri? Perchè non si mette il maestro elementare Siniscalchi a fronte d'uno dei tanti insegnanti ginnasiali, o in tutto inetti o pietosamente mediocri? Egli lo sconfiggerebbe.
Forse perchè i regolamenti e le norme ministeriali non accordano misericordia ai libri di novelle? Anche questa è bella. In tutte le parti del mondo, i romanzieri e i novellatori godono un favore e un culto singolare. In Inghilterra e in Francia è tanto il favore popolare, che essi non hanno bisogno di battere alle porte del Governo; in Germania li fanno professori di storia o di letteratura; in Ispagna li fanno ambasciadori o rettori di Università o ministri. E in Italia il Governo non riconosce i diritti della novella e del romanzo nei dominii dell'arte; e quando alcuno presenti un'opera di prosa narrativa a documento de' suoi studi e del suo ingegno, un qualunque pecorone burocratico lo respinge con una benevolenza pietosa, e con le parole del cardinale d'Este a Lodovico Ariosto! O che bestialità di criterio è mai questa? O qual differenza ci è tra una e un'altra opera d'arte; e perchè un miserabile fascicolo di madrigali deve avere più valore d'un libro di buoni racconti?
Non so. Il fatto è questo; e, con mio grandissimo dispetto, non posso altrimenti protestare contro un tanto stolido governativo disprezzo per l'arte narrativa, che dando, in questo mio esame dell'ultima letteratura italiana, il primo posto al romanzo.