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Il libro di Don Chisciotte

Chapter 34: II.
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About This Book

L'autore assume la maschera di un cavaliere errante per condurre una serie di saggi e prose polemiche sulla condizione della letteratura contemporanea, denunciando l'imitazione servile e proponendo il rinnovamento culturale. Contesta l'eccessiva dipendenza da modelli stranieri, difende la necessità di conoscere la storia letteraria e sostiene un canone più ampio ispirato a idee di Weltliteratur. Riporta episodi di derisione subita e descrive la scelta di attaccare opere e drammi singolarmente, impegnandosi in una critica militante ma disciplinata. Il tono alterna ironia, appello pedagogico e dichiarazione di battaglia per un'arte più consapevole.

VI.
LA REPUBBLICA LETTERARIA.

Il signor Parlagreco e il deputato Cavallotti — La genesi della gloria cavallottèa — L'evoluzione drammatica del deputato Cavallotti nello spazio e nel tempo — Le passeggiate liriche e i salti mortali metrici e grammaticali del deputato Cavallotti — La critica, le prefazioni, le note, la polemica e le cartoline postali del deputato Cavallotti — Contro la democrazia.

I.

Un feroce uomo, il signor Parlagreco, scrive nell'Arcadia, giornale boscareccio fondato in Napoli per combattere o per abbattere la baracca bisantina: «Non voglio richiamare gli sproloqui dello Scarfoglio contro Felice Cavallotti; sono morti prima di nascere, e il popolo italiano, o repubblicano, o moderato, o codino, va sempre entusiasta per applaudire il Cantico dei cantici, la Sposa di Menecle, e aspetta con ansia il Povero Piero, il Nicarete, la Lea, ecc.» Non io certo vorrò ricercare se la sintassi e l'ortografia di questo bollente signore abbiano le carte in regola per viaggiare attraverso le terre della repubblica letteraria: di questo egli darà conto agli dèi grammaticali. E nè meno io mi curerò di appurare se il signor Parlagreco abbia il diritto e il dovere di parlare in nome del popolo d'Italia. Veramente, poichè il popolo italiano non parla greco, non parrebbe; ma forse questo signore è della famiglia dei greci cavallottici procedenti dall'Alcibiade, e allora s'intende ch'egli reputi in piena fede di parlare italiano. Ma ciò non mi preme: veggano il signor Parlagreco e il deputato Cavallotti di regolare i loro conti glottologici col popolo italiano; io non ci entro. Solamente a una cosa non mi so rassegnare, ad essere accusato d'avanti alla nazione italica d'un peccato che non ho ancora commesso. Quali sono gli sproloqui contro il deputato Cavallotti che il signor Parlagreco non vuol richiamare? Io sono tuttavia innocente, e con piena purità di coscienza mi accingo ora a peccare. Col deputato Cavallotti io ho spezzato il panettone dell'amicizia e bevuto il Chianti della fraternità repubblicana una sera che nel palazzetto Sciarra l'associazione dei diritti dell'uomo celebrava il suo trasmutamento di sede; di poi niun altro contatto o contrasto ho avuto con lui, se non quello significato dai documenti che ristampo dalla Cronaca Bizantina del 1º settembre 1883. Eccoli:

«Pregati dal nostro amico E. Scarfoglio, riproduciamo qui sotto, dal Fascio della Democrazia, due lettere che lo riguardano, e in pari tempo una sua risposta, che il Fascio, non si sa perchè, si è ricusato di inserire.

Appagando il desiderio del nostro amico Scarfoglio, crediamo non inutile avvertire che la Bizantina intende rimanere assolutamente estranea a questa polemica.

La Direzione.»

«Un infelice qualunque, affetto da grafomanìa, certo Scarfoglio, affligge i lettori della Domenica Letteraria con una brodosa e sgrammaticata tiritera, per raccontar loro la storia decennale del giornalismo di Roma dal 1870-1880. L'argomento sarebbe, in sè, non privo d'interesse e meriterebbe, certo, di meglio che un Tucidide così male in gambe. Al qual Tucidide io sono tanto mortificato di non essere nelle buone grazie, ma non so che farci e non posso disperarmene: anzi son molto contento che egli trovi i miei versi sbagliati, perchè così almeno tornano, e che la mia Luna di miele non piaccia a lui, perchè così almeno piace a me e ai pubblici, che val meglio. Per contentar lui, l'avrei dovuta scrivere probabilmente com'egli scrive i suoi articoli: e allora — poveretto me! — i pubblici invece di applaudirmela m'avrebbero tirato le panche sulla scena, e invece di smaltirne quattro edizioni in pochi dì, me l'avrebbero lasciata a disposizione dei topi in magazzino, come una pappolata di uno Scarfoglio qualsiasi.

Ma se gli autorevoli giudizi estetici di un critico così illustre mi fanno buon sangue, mi sorprende invece che Ferdinando Martini, il quale ad essere gentiluomo ci tiene e m'ha assistito in questione d'onore — che Luigi Lodi il quale di questioni simili anche lui ne ha avute meco — lascino stampare in un giornale loro — al mio indirizzo — allusioni a questioni d'onore — d'un buon gusto e d'una delicatezza da offendere le più elementari regole della creanza cavalleresca.

E sì gli amici Martini e Lodi, i quali mi conoscono di vista, dovrebbero sapere, non foss'altro in linea di fatto, che la mia fronte sinora non è segnata da nessuno: il resto della mia pelle non dico, ma nessuno me l'ha mai chiesta per farne pelle di tamburo. E si avrebbero (sic) anche potuto risparmiare l'incomodo di esibire ai loro lettori in trofeo la suddetta mia fronte segnata (sic) dalla sciabola di Arbib.

Non foss'altro per non mettere in ridicolo il signor Arbib, sorpreso di vedersi tramutato in eroe marchiatore di democratici, e per non lasciar mettere in imbarazzo con una frase ineducata i padrini di quel duello, colleghi miei e dell'onorevole Martini. I quali avrebbero potuto spiegare a lui più in disteso ciò che venne a mia domanda sommariamente inserito nel verbale stesso di quella vertenza; cioè come e qualmente il signor Arbib, rompendo sempre indietro sin che fu stretto e investito a mezza sciabola da me, mi venne, allora, quasi letteralmente, levato di mano dai padrini, mentre io mi trovavo a vari passi più in là del posto ov'egli era al principiare dello scontro. Pantomima che il verbale con eufemismi morbidi ma chiari così narra: «L'onorevole Cavallotti avanzandosi e così essendosi trovati gli avversari a mezza sciabola, i padrini ordinarono la cessazione dello scontro per presunta ferita dell'onorevole Arbib.» Pantomima che poi l'onorevole Pullè, del signor Arbib padrino, e regolatore del duello, traduceva in moneta spicciola, quando, alle vive lagnanze del sottoscritto perchè si fosse arrestato in quel momento lo scontro, rispondeva testualmente di averlo fatto per riguardi di umanità, perchè vedeva il signor Arbib perduto. — E i padrini colleghi assentivano.

Fu per questo motivo che non ritenendo esaurita una partita passata in tal modo, rifiutai di stringere, dopo lo scontro, la mano dell'avversario, verso il quale, del resto, nessun astio mi muove. E mi duole che la goffaggine ineducata di un ragazzo ignaro del galateo di queste questioni m'abbia — e proprio in un giornale di F. Martini e L. Lodi — costretto a ritornare su quello spiacevole incidente, e ad uscir dal silenzio che per ragioni di cortesia — verso di me non usata — mi ero imposto fin qui.

Milano, 20 agosto.

Felice Cavallotti

Preg. sig. e Collega,

«Ho letto la dichiarazione che il signor Felice Cavallotti, deputato al Parlamento, ha pubblicato nel numero 16 del suo reputato giornale. Ella, signor Direttore, intenderà di leggeri le ragioni per le quali a me non si addice di intavolare una discussione su ciò che il signor Cavallotti narra; ma confido che nella sua imparzialità e rettitudine non troverà indiscreto che io la preghi di pubblicare nel suo giornale l'acclusa copia del verbale dello scontro ch'io ebbi coll'on. deputato Cavallotti. La prego di gradire i sensi della mia maggior osservanza.

Roma, 13 febbraio 1884

Dev.mo
Edoardo Arbib

PROCESSO VERBALE.

«In seguito ad un articolo del signor Edoardo Arbib nel giornale La Libertà del 12 febbraio corrente contro alcuni deputati di estrema sinistra intervenuti al Comizio dei Comizi, il signor Felice Cavallotti avendo ieri, 12 febbraio, rivolte al signor Edoardo Arbib parole ingiuriose, questi gliene domandò soddisfazione per mezzo degli onorevoli deputati Leopoldo Pullè e G. B. Tenani.

Il signor Felice Cavallotti nominò suoi rappresentanti nella vertenza gli onorevoli deputati Benedetto Capponi Giuli e Alessandro Fortis.

Convenuti insieme i rappresentanti delle due parti, stabilirono che i signori Cavallotti ed Arbib si sarebbero battuti in duello alla sciabola senza riserva di colpi, coi bracciali di sala d'armi e fino a che uno dei due duellanti fosse, per dichiarazione medica, nella impossibilità di proseguire.

Lo scontro ha avuto luogo quest'oggi alle ore 4½ pom. in una villa fuori Porta del Popolo.

Al primo assalto, investendo il signor Felice Cavallotti e trovandosi gli avversari quasi a corpo a corpo o come dicesi più che a mezza, sciabola, fu ordinato dai padrini delle due parti l'alt, anche per presunta ferita del signor Arbib.

Al secondo assalto, il signor Felice Cavallotti essendo rimasto ferito alla regione temporo-frontale destra (ferita lacero-contusa) ed avendo i medici presenti dichiarato essere impossibile continuare il duello in causa del sangue che, sgorgando in copia dalla ferita, avrebbe certamente offuscata la vista, lo scontro ebbe termine, osservate scrupolosamente da ambo le parti tutte le leggi della cavalleria.

(firmati) G. B. Tenani. B. Capponi.
L. Pullè. A. Fortis.»

Onorevole signor Direttore,

Nel Fascio della Democrazia del 23 agosto pervenutomi oggi, leggo un articolo dell'onorevole deputato Cavallotti, che mi richiama alla mente il cardinale Richelieu. Il cardinale di Richelieu, si sa, fu un grande uomo di Stato; e fu anche uno scellerato costruttore di tragedie. E, come spesso accade, tutta la vanità sua si posava su quelle tragedie. Così l'onorevole deputato Cavallotti. Egli, che pure ha tanti meriti patriottici e tanto zelo d'irrequietudine politica, offusca la sua bella gloria di deputato radicale con ogni sorta di peccati in versi e in prosa; e, che è il peggio, qua la sensibilità del suo amor proprio è più delicata. Guai a toccargli la piaga della vanità letteraria! Si drizza tutto armato di punte e digrignando i denti.

Or io nel mio paragrafo di cronaca bizantina sul giornalismo, pubblicato dalla Domenica Letteraria del 19 agosto, posi il dito su quella piaga; e sapevo che l'onorevole Cavallotti mi avrebbe mostrato i denti. Per ciò le insolenze ch'egli mi regala nel sullodato articolo sono minori assai della mia aspettazione; poichè due cose, un biasimo e una lode, hanno una virtù singolare di muovere all'ira l'onorevole Cavallotti: e sono di far versi sbagliati, e di scrivere bellissimi epigrammi latini.

Tuttavia quelle insolenze sono più che sufficienti ad indurre un uomo anche meno focoso di me a una questione personale. Ma io, prima di cedere al desiderio grandissimo di fare un assalto di sciabola con l'onorevole di Piacenza, faccio una riflessione. L'onorevole Cavallotti ha la singolare abitudine di ridurre al silenzio i suoi critici per forza d'armi. Ora io non voglio che l'onorevole Cavallotti se la cavi così a buon mercato. Da qualche anno io vado scrivendo nei giornali certe mie considerazioni intorno alla vita letteraria dell'Italia costituzionale; e queste mie considerazioni saltuarie si collegano e si raccolgono organicamente in un libro, che è quasi finito. Ne manca una parte, la letteratura democratica così per gl'intendimenti sociali o politici come per il catoniano disdegno d'ogni politezza d'arte e di grammatica; e di questa letteratura il portabandiera è appunto l'onorevole Cavallotti.

Ora debbo io, per l'impazienza giovenile di una questione d'onore col Tirteo dell'Italia di Umberto I, privare me stesso del diletto di questo studio, e diminuire il mio libro di un centinaio di pagine curiose e necessarie all'armonia dell'insieme? Se ciò che si differisce si togliesse via per sempre, non esiterei un istante a gittare al diavolo tutto quanto il libro. Ma ci è un proverbio latino — l'onorevole Cavallotti ne può far tesoro per un prossimo epigramma — che ci ammonisce del contrario. Io dunque aspetterò di avere scritto intorno all'onorevole Cavallotti tutto ciò che ho nella mente; e poi mi metterò a disposizione dell'onorevole medesimo con la duplice grandissima gioia di avere scaricata la mia coscienza critica da un peso non lieve, e di trovarmi a fronte d'un cattivo scrittore con altra cosa in mano che non una penna.

Giudichino i lettori della saviezza e dell'opportunità di questa mia determinazione. Prima di tutto, io conquisterò così ai critici più timidi il diritto di dir male dell'onorevole Cavallotti; in secondo luogo, darò all'onorevole Cavallotti il modo di vendicarsi con una sciabolata collettiva delle più aspre censure onde siano stati mai proseguiti i suoi scritti, e di mostrare ancora una volta alla faccia del mondo che la sua mano è più atta alla sciabola che non alla penna.

L'onorevole Cavallotti poi coglie pretesto dallo aver detto io che Edoardo Arbib lo ferì sulla fronte, anzi che nella faccia, per rinnovare una sua vecchia questione col medesimo signor Arbib; ma io in ciò non voglio entrare. L'onorevole Cavallotti ha in qualche parte del suo volto una cicatrice, della quale l'opinione pubblica dà il merito o la colpa al signor Arbib. Se il signor Arbib è innocente, il colpevole sarà un altro: per me, che volevo fare solo un'osservazione estetica, è tutt'uno.

In fine, l'onorevole Cavallotti si richiama a Ferdinando Martini e a Luigi Lodi, ch'egli crede direttori della Domenica Letteraria e responsabili di quanto vi si stampa; ma egli deve sapere che, avendo l'onorevole Martini declinata ogni responsabilità della redazione di quel giornale, e non avendola assunta nè Luigi Lodi nè altri, i soli responsabili sono gli autori degli scritti pubblicati e firmati.

Così stando le cose, io dichiaro formalmente che di tutte le ulteriori pappolate che l'onorevole Cavallotti potrà scrivere in proposito non terrò conto, se non come di documenti critici per la polemica spadaccina dell'onorevole summentovato; finchè non abbia potuto esaminare con piena serenità di animo e di giudizio tutto il materiale di prosa e di poesia che questo deputato amico delle docce e degli epigrammi latini ha messo insieme pei sorci dell'Italia futura.

Con sincera stima, ecc.

Catanzaro, 25 agosto 1883.

Edoardo Scarfoglio.

E ora, naturalmente, io non aggiungerò commenti; nè andrò a ricercare chi, tra il deputato Cavallotti che comincia a incanutire, e me, che non ho ancor trovato nella mia capelliera il primo pelo bianco, abbia dato in questa burrascosa questione più sicuro segno di calma, di serietà, di dignità; chi, tra il deputato Cavallotti, che asserisce con tanta jattanza il contrario di ciò che è sancito dal processo verbale del duello, e me, che ricordai spensieratamente una ferita non dubitata incresciosa a un così frequente duellatore, siasi mostrato più goffamente ineducato e più ignaro del galateo delle questioni d'onore. I documenti sono chiaramente dimostrativi. Solo, io ho voluto determinare nettamente la posizione mia a fronte del nemico, perchè non mi s'abbia a prendere per qualche povero diavolo d'un Renzo Tramaglino sopraffatto da un don Rodriguccio della letteratura e della democrazia. Il deputato Cavallotti ha voluto atterrirmi con suoi strillacci e con suoi braveggiamenti. Diavolo! e non sapevate, o terribile nemico della prosodia italiana, che don Quijote si diletta mirabilmente delle avventure pericolose? Voi vi appellate ai pubblici che applaudono le vostre comedie e vi chiamano al proscenio prima che sull'atto primo s'alzi la tela, come una ballerina di cospicui polpacci prediletta dalla moltitudine? E in conspetto di questi pubblici io vi voglio svergognare, o sciagurato verseggiatore che recate attorno in vituperio pei palchi scenici del felice regno d'Italia il fantasma della democrazia italiana. Voi siete più vanitoso d'una femminella? E io vi voglio ferire nella vanità. E a proposito della vostra vanità poetica e delle femmine, rammentate, onorevole strimpellatore di troppe chitarre, una vostra avventura genovese? Eravate andato a Genova per la recita di non so quale vostra comedia, e dovevate partire la sera. Nel pomeriggio vi condusse un amico da una bella donna, a cui e voi e l'amico faceste a gara la corte. La bella vi richiese di recitarle dei vostri versi recenti; e, alla domanda lusingatrice, voi, subitamente acceso di una grande tenerezza di voi medesimo e dimenticata la donna bella e l'amore, correste a scavezzacollo all'albergo a tòrre il manoscritto de' vostri versi. L'amico, rimasto solo ad assalire, raddoppiò l'impeto, e, se la cronaca galante non mente, giunse a dar la scalata; sì che quando voi sopraggiungeste col manoscritto, erano ancora e l'uno e l'altra caldi e purpurei per la battaglia. Ben vi stette allora, e ben vi stia ogni volta che una mano audace vi sfrondi il frascame del vostro matto orgoglio poetico.

Su dunque, onorevole Pirgopolinice: in guardia!

II.

Ed ora è tempo, sembrami, che cominciamo a parlar d'arte. Però l'onorevole Cavallotti e l'arte son due termini tanto contradittorii, che non giungo a metterli insieme; poichè, se l'arte è la tecnica del pensiero umano, non aspettatevi la perfezione da un manovale. L'onorevole Cavallotti è nè più nè meno di un manovale, cui niuna più alta e degna cura travaglia, che una furia smaniosa di recar pietre e mattoni e calce all'edifizio barocco della sua vanità poetica. A torto o a ragione — molti credono a ragione, noi mostreremo che a torto — egli si è nutrita per vent'anni nell'animo la persuasione d'avere una singolare energia lirica e drammatica; e su questa base di buona fede ha eretto una sua baracchella fatta di furberia e d'imprevidenza, di spacconeria e di bambineria miste d'un tantino di ciarlataneria. La baracchella è sorretta da una travatura di logica e assodata col cemento d'una certa esperienza delle cose. Il deputato Cavallotti, prima ancora che la riforma della legge elettorale ne sancisse l'importanza, intese che la rappresentanza delle minoranze è una cosa seria; e poichè dopo il '60 in Italia non ci era minor minoranza della democrazia, si mise con le mani e coi piedi a voler diventare il poeta della democrazia italiana. Conferiva al proposito la singolarità della sua natura tra di pazzarellone e di retore, che lo trae a sgrammaticare con lieta spavalderia, e a sofisticare intorno a quisquilie oziose con dottoresca pedanteria. Conferiva anche l'indole della democrazia italiana, la quale non altro essendo che una vera e misera academia ha bisogno d'un suo poetaccio da lanciar contro il nemico come un ronzinante da corse di villaggio: un poetaccio qualunque sciancato e pieno di guidaleschi che sbatacchi le campane della lirica in tono con gli sbatacchiatori del campanone oratorio e dei campanelli elettrici del giornalismo. Così la poesia del deputato Cavallotti è opportunista, come fu opportunista la politica del deputato Gambetta. Accade questo: che gli avversari, per poter vituperare la politica cavallottèa, ne lodano la poesia, e gli amici acclamano in coro alla poesia e alla politica insieme. Niuno scrittore dunque in Italia fu proseguito di più concorde favore, e più gloriosamente levato in sugli scudi. Aggiungasi: il Cavallotti è, alla sua maniera, un pocolin don Chisciotte. Dilettasi stranamente di levar la voce in tono di minaccia, e volentieri sfodera la durlindana. Ei fa guardia alla porta della baracca della sua vanità, e guai allo sconsigliato che s'attenti di valicarne la soglia! Il traditor di Tirteo non soffre la critica, se bene ha rotto santamente i co...rbezzoli ai veristi ed a' barbari. E bisogna vedere con che feroce passione e con che miracolo di pazienza raccolga egli da' più oscuri fogliettucoli di provincia le sentenze diverse intorno all'opera sua, e le ristampi allineate a due a due sì che ciascuna dia all'altra un calcio, per potere da quella discordia concludere alla sua eccellenza lirica e drammatica. E quando la penna non basti, s'apprende a più ferrei argomenti.

Combattè una volta tre giorni consecutivi in Bologna contro tre diversi avversari, per essere state le sue poesie escluse dal patrimonio di non so qual biblioteca popolare o circolante; e assai altre volte con dimostrazioni di sciabola ridusse i contraddittori all'ammirazione. Di più, questo bellicoso fantaccino della sgrammaticatura attende con meravigliosa sollecitudine all'edifizio della sua popolarità: ben miserabile dev'essere quel borgo ove, recitandosi qualche sua comedia, egli non vada a confortare e ad accertare con la esibizione della sua persona il trionfo, apparecchiatogli dagli amici politici del luogo come una festa della democrazia. Ed è prodigo di sè con tanta facilità di espansione comunistica, e con sì bella grazia d'orso repubblicano, ch'è di molta letizia a vedere. Non già che sia nel discorso affabile e di modi e di gesti e di voce gratamente gentile, che anzi poco parla, e quel poco con scatti e troncamenti e riprese di suono simili ad urli canini e con gran furia di mani e di sguardi; ma si compiace egli d'incanagliarsi e di apparire più democratico di tutti i più democratici. Predilige le trattorie umili e la compagnia dei repubblicani di modesto ingegno, e va con un cappello piombante sull'occhio sinistro e con la persona atteggiata a un tal qual burbanzoso disdegno dell'aristocrazia delle forme esteriori. Nè ci è un più frequente banchettatore: nel suo nome e col suo intervento la democrazia italiana divora innumerabili costolette di manzo e vuota un infinito numero di fiaschi di Chianti. Alle frutta, naturalmente, scattano i brindisi in onore della repubblica e del poeta. Qual è in Italia il rimatore infelice che non abbia bevuto in versi all'alcibiadeo? Io ricordo, fra tutti, l'inno allo assenzio che Giacinto Stiavelli recitò alle frutta d'un pranzo cavallottesco. Così l'onorevole Cavallotti coltiva la sua fama con passione d'orticoltore diligente, e corre l'Italia da capo a fondo, qua piantando il cavolo d'una discorsa politica, là inaffiando le barbabietole d'una comedia, urlando, battendosi, pranzando. E tutto gli giova: nel Povero Piero, speranza del buon Parlagreco, si applaude l'interrogazione pei fatti di Baronissi, nel Cantico de' cantici si saluta la riforma elettorale, e la Sposa di Menecle si rileva dalla morte dopo le elezioni generali per protesta contro il Depretis. La democrazia italiana trae da' drammi cavallottei argomento e pretesto di gridare in gloria o di urlar per la rabbia, e sopra il fermento delle piccole passioni repubblicane innalza la bicocca dell'arte ciabattina.

III.

Rammentate l'aneddoto di Ercole al bivio? Lo avrete certo tradotto dieci volte in latino dagli esercizi dello Schultz. Ercole dunque una notte dormiva; e dormendo, gli apparvero due strade, una erta sassosa polverosa, l'altra piana dolce assiepata; e d'avanti a ognuna si teneva una donna. Presero queste a parlare, ciascuna invitando con quanti più allettamenti poteva. Erano la Virtù e la Voluttà, e la prima accennava in cima all'erta il tempio della Gloria alberato di lauri, e l'altra con gli occhi dolci mostrava la via piana conducente all'amore. Ercole molto stette in dubbio, pesando nell'animo le promesse; in fine si drizzò dal sonno, e s'avviò all'erta. Il deputato Cavallotti non è Ercole, certo; e pure, parandoglisi innanzi la via del dramma storico imbottita di borra e quella scoscesa della lirica, in un selvaggio impeto d'ambizione cesarea ha voluto percorrerle tutte due; e, un piede in quella e l'altro in questa, ha fatto dieci passi; poi, crescendo l'angolo del bivio, s'è dovuto fermare. Ed è rimasto a cavalcioni de' due muriccioli divisorii, dimenandosi forsennatamente come uno spauracchio d'uccelli, e gittando i sassi della lirica negli orti del dramma.

Non mette certo il conto di giudicare come cose serie gli atti e le voci d'un energumeno; ma poichè a quelle mosse e a quegli strilli molta gente s'è voltata a guardare, e la democrazia negli urli di quel matto si glorifica e si sublima, e qualche signor Parlagreco contamina l'innocenza della sua giovinezza con peccati mortali d'ammirazione, facciamo per una volta il medico de' pazzi; e cominciamo dalla malattia drammatica, che è la più grave.

Il deputato Cavallotti ha avuto, e tuttavia ha, una evoluzione drammatica simile in certo modo a quella del Goethe: dal medio evo è giunto alla Grecia antica; poi, con uno slancio shakspeariano, onde il Goethe non fu capace, s'è dalla storia delle guerre messeniche e del secolo di Pericle ributtato indietro, tuffando audacemente le gambe lunghe nel fossatello della vita moderna. Quale rivolgimento estetico e quali ragioni d'arte hanno determinato questa marcia di Leonida del dramma cavallottèo attraverso il tempo e lo spazio, dalla sonorità ventosa de' suoi endecasillabi medievali alla volgarità pettegola della sua prosa greca e alla sciatteria pesante de' suoi martelliani moderni? Quale concetto il deputato Cavallotti ha del dramma? Quali sono i suoi criteri drammatici? Ma non gli facciamo tante domande insieme e a bruciapelo: il fremente Achille della democrazia italiana ci risponderebbe delle insolenze. Ricerchiamo invece ne' suoi drammi e nelle sue prefazioni le risposte.

Entrando nel medio evo — prego mi si creda in parola che io, seguendo il costume dei librettisti e dei poeti drammatici, chiamo medio evo non pure il tempo delle corazze ma e quello dei tocchi piumati e dei farsetti di seta — il Cavallottino giovinetto portava scritta in fronte la sentenza drammatica di Victor Hugo: «Il faut se garder de chercher de l'histoire pure dans le drame, fût-il historique. Il écrit des légendes et non des fastes. Il est chronique et non chronologique.» Così nell'anno di grazia 1871, regnanti già e imperanti sopra le cose drammatiche Dumas, Sardou, Augier, un repubblicano, ossia un propugnatore necessario del progresso in politica e in arte, bandiva dalle scene autunnali del teatro Re di Milano la formula drammatica del Cromwell. Non c'è che dire: i democratici in Italia camminano a grandi passi verso le speranze dell'avvenire.

Il Cavallotti dunque nacque, al mondo del teatro, vittorughiano: dramma storico, ma storico solo e tanto da dar l'effetto ottico sufficiente a coonestare la selezione della poesia contro la prosa; ciò è, dramma intimo con scenario storico. Ora si noti, in onta del dramma storico in genere e del Cavallotti in particolar modo: il dramma storico fu concepito nel primo abbracciamento di Efraimo Gotofredo Lessing col romanticismo dalla contemplazione complessiva e comparativa della tragedia greca e del dramma di Shakspeare. La tragedia greca fu la forma che una determinata parte del mondo fantastico ellenico trovò naturalmente passando dal campo della leggenda fluttuante in quello stabile dell'arte; il dramma di Shakspeare fu l'espressione più viva, più nobile, più complessa che la rappresentazione dell'uomo interiore trovò passando dal dominio della speculazione a quello dell'arte. Il dramma romantico tedesco ritrasse dell'uno e dell'altra, e nel medio evo, ricercando le fonti drammatiche della vita germanica, animò le rigide fattezze della leggenda d'una calda immortalità di passione umana: così esso dall'Emilia Gallotti, ove si sente la durezza della composizione meccanica, andò ascendendo sino al Guglielmo Tell, ch'è la più fresca espressione della sua gioventù, e al Götz von Berlichingen, ch'è la più rozza espansione della sua forza. Dopo, divenne retorico e academico nè più nè meno della tragedia classica in mano di Racine; poichè i romantici francesi, dimentichi o inconsci delle cause storiche e critiche onde nacque il dramma tedesco, e considerandolo, non già come una forma accidentale transitoria empirica, ma come una universale rivoluzione scenica e una perenne formula d'arte, se l'adattarono al proprio genio e a' bisogni propri; e nell'àmbito del dramma tedesco inscrissero il cerchio del dramma francese. Così l'accoppiamento del grottesco col serio, la fusione del drammetto satirico con la grande tragedia passionata secondo l'esempio shakspeariano, potè sembrare qualche grandissima innovazione, e non era in fondo nella generale evoluzione del dramma che un accidente di poco momento; così la base storica parve necessaria alla espressione drammatica dell'anima umana, e non è. Ecco in qual modo certe modalità occasionali del romanticismo tedesco s'irrigidirono nel dogmatismo francese; e, deviando dalla loro ragione storica, conferirono alla constituzione d'un'academia drammatica, la quale per peccato d'Hernani, di Ruy Blas, dei Burgraves e del Cromwell, si popolò di addetti e popolò il mondo scenico di vittime. Una delle quali, e non delle meno infelici, fu il deputato Cavallotti.

Costui, senza pur pensare che in Italia, meglio assai che in Francia, la rivoluzione drammatica tedesca era stata intesa e ritentata dal Manzoni, si lasciò attrarre dagli allettamenti vittorughiani, e dal '71 al '72 scrisse tre drammi intimi incorniciati di storia patria e straniera, i Pezzenti, il Guido, l'Agnese. Così posta la questione, le disquisizioni oziose che si sogliono e più solevansi in addietro fare intorno alla maggiore o minore opportunità del dramma storico mi paion superflue. Io quindi nè moverò rimprovero al Cavallotti d'aver scombussolata la storia di mezza l'umanità, nè andrò a ricercare se ne' suoi drammi la verità storica sia poco o molto violata, nè entrerò ne' suoi accapigliamenti e scapigliamenti co' critici per quanto nel dramma abbia ad entrare di materia storica e quanto di elemento umano. Io tengo solo a porre una premessa di fatto, contro la quale nessuno può fare opposizione, poichè il Cavallotti l'ammette spontaneamente: il traditore di Tirteo ha nell'anno 1871 spiegato le vele sul mar burrascoso del teatro drizzando la bussola al faro vittorughiano. Ora, data questa premessa, la conseguenza necessaria è: che il traditor di Tirteo, quando prese a sgambettare sul palcoscenico, non aveva nessun sano criterio drammatico, non sapeva, in somma, quale fosse l'essenza, quale la storia del dramma. Il dramma gli apparve come una rappresentazione scenica di affetti umani con apparato storico, per maggior agio di prospettiva poetica: ne ebbe, in fine, un concetto academico, bisantino, empirico. Non era nato pel dramma. A me rammenta un academico della tragedia e dell'epopea con cui ho qualche famigliarità, se bene è seccante di molto, il Trissino: tra la Sofonisba e i Pezzenti scelgo cento volte la Sofonisba, se non altro per la purezza della lingua e la classica solennità dello stile.

I drammi del Cavallotti dunque non sono opere d'arte, sono raffazzonature sceniche, intorno a cui non altra critica è possibile, che empirica: la critica del marchese d'Arcais e di tutti, in genere, i cronisti teatrali: se le situazioni siano con tanta felicità combinate, da scotere il pubblico sonnecchiante e moverlo all'applauso; se i caratteri sian costruiti con sufficiente somiglianza del vero, sì da non parer proprio precipitati dalle nuvole; se i versi abbiano la sonorità voluta per toccar forte qualunque più duro timpano; se il meccanismo, in fine, sia ben congegnato. Da queste questioni che, sole, può la critica fare intorno al medio evo drammatico del Tirteo d'Italia, appare un fatto singolare: che il dramma cavallottèo, come tutti i drammi seguìti alle tragedie manzoniane, non è in fondo che una comedia dell'arte in versi, e scritta. Non ha la vivacità briosa, nè l'agile vita e la festevolezza che l'improvvisamento conferiva alla comedia dell'arte; ne ha per altro il difetto d'ogni intendimento morale e d'ogni ragione d'arte, poichè come quella non trascende i confini della scena, e oltre il momentaneo diletto degli spettatori non ha scopo. Vediamo dunque se la drammatica cavallottèa abbia in sè qualche argomento di diletto, e onde lo deduca.

Il Cavallotti accampa a sua difesa contro i critici urlanti alla verità storica violata l'assioma vittorughiano, che l'elemento storico nel dramma non debba entrare se non per bellezza scenografica e per produrre l'effetto prospettico necessario alla poesia; di più il Cavallotti medesimo, giudicando il dramma in prosa troppo maggiore delle forze d'un principiante, qual egli era nel '71, dichiara d'averlo scritto in versi per non restar senza il soccorso della Musa, statagli sempre, secondo una sua inconcepibile illusione, fedelmente amica. Lasciamo dunque da parte la questione, che sarebbe fuor di luogo discorrendo d'un saggio di coreografia teatrale, se il dramma sia necessariamente una forma poetica d'arte o se possa, senza deviare dalla sua natura, vestir l'umili penne della prosa, e accettiamo le dichiarazioni del deputato Cavallotti. Concediamogli tutto, senza far notare a lui e agli ammiratori e agl'indifferenti che il suo leggero animo in una cosa di tanto momento è un segno della sua assoluta inettitudine drammatica e della sua mancanza d'ogni criterio d'arte. Solo, ci sia lecito movere una domanda: la forma poetica onde furon vestiti questi drammi è almeno sopportabile? Risponda il Cavallotti. Apro a caso il volume I delle Opere, e trascrivo dai Pezzenti (Atto secondo, scena terza, pag. 99):

..... ed altro

Nome non ho, nè aver voglio. E tu, prode,

Che me chiami codardo, or, perchè, cinto

Qui d'armi, innanzi ad un codardo tremi?

Solo, io così, ti fo paura? oh, guarda

Se la paura è qui. Ma di codesti

Pezzenti i cenci, oh, non di tanto spregio

Copriste il dì, che a San Quintin, di sangue

Tinti, al re vostro composero il manto!

Perchè ingrassati da le spoglie nostre

In voi tanta superbia! E a morte infame

Me consacrar tu speri? Ah, questo solo,

Questo sol tu non puoi! dal dì che il sangue

De' nostri eroi vi rosseggiò, la gloria

Stette sui palchi e li converse in are.

Altri brandi ha la Frisia: ed altri il mio

Sangue sorger farà: di piombo o scure

Si versi, oh, non temer, fecondi ovunque

Son gli amori del sangue e della gleba!

Ma impallidir lassù non mi vedrai

Come a me innanzi impallidir t'ho visto!

Bel finale d'atto, eh? Tronfio, sonoro, rotondeggiante. Pare la predica contegnosamente solenne d'uno zio canonico a un nipote scapestrato. Vi figurate l'attore giovine con questa predica in bocca? Le braccia incrociate sul petto con mossa sdegnosa, le gambe tese e il capo fieramente inarcato sul collo, predica.

Anche mi ricorda qualche escandescenza di Buovo d'Antona contro il Maganzese in una tragedia di burattini. Versoni pesanti e boriosi, imbottiti di borra e gonfi di vento, che potrebbero parer degni del Frugoni se avessero la fluidità frugoniana; ma il rimbombante arcade non commise mai peccati melodici simili a questo:

Nome non ho, nè aver voglio. E tu prode.

Anche Innocenzo Frugoni non fu mai tanto colpevole contro la sintassi della lingua italiana, quanto è il Cavallotti in questi venti versi. Non certo egli avrebbe scritto:

Perchè ingrassati da le spoglie nostre

In voi tanta superbia.

E nè pure:

di piombo o scure

Si versi, oh, non temer, fecondi ovunque

Son gli amori del sangue e della gleba!

Seguitiamo a pescare:

... Vigliacco,

Vanne col marchio dovuto a' tuoi pari!...

Si rea dunque son io, perchè qui tutti

Mi calpestino ormai?! Cancella il tempo

Giuramenti di sposo, amor, costanza,

Fede: ogni affetto uman copre d'oblio:

E di un'ora il fallir non basterebbe

A cancellarlo di una vita il pianto?!

Oh, ma il mio sposo rivedrò... Vo' aprirgli

Tutto l'animo mio... Qual di noi due

Più colpevole? Il solo egli è che dritto

Di gettarmi non ha la colpa in viso...

Che non ha dritto di niegar perdono...

Pregarlo voglio...

Ahi misera! ma questa

Vampa d'amor che nessun pianto spegne,

Che implacabile m'arde e mi persegue,

Come cacciarla dal cuor mio?! Rodolfo!

Rodolfo mio!

Ecco: il momento drammatico è diverso dal primo; ma la pedanteria declamatoria, e la boria, e la fragorosità vacua son pari così nella scena dell'ira generosa come in quella della disperazione amorosa. Carlo Innocenzo Frugoni, il buon arcade, ne sarebbe contento: scommetto per altro tutte le Opere del deputato Cavallotti contro una copia sola del Bertoldino, ch'egli non sarebbe stato nè contento nè capace d'uno sproposito di grammatica grosso come questo:

E di un'ora il fallir non basterebbe

A cancellarlo di una vita il pianto;

e che, non pur lui, ma tutti quanti i becchi di Arcadia raccolti in coro urlerebbero di spasimo a una trasposizione bestiale come questa:

Il solo egli è che dritto

Di gettarmi non ha la colpa in viso...

Ma tutti quanti gli Arcadi del mondo, con a capo il Frugoni, il Zappi, il Lemene e quanti altri illustri in rimeria espressero dal piffero, dalla fistola, dalla zampogna la quintessenza dell'imbecillità umana, andrebbero in brodo di giuggiole al vaghissimo spettacolo di tanta pompa d'interpunzione interrogativa ammirativa e sospensiva, che dà con molta evidenza la sembianza della vivacità drammatica e della duttilità metrica onde quella tirata avrebbe potuto esser consolata. Bastano questi esempi, o ancora ne volete? Io non ne reco altri: ai già persuasi, bastano; i cocciuti nell'incredulità paghino con alquante lire le spese della cocciutaggine loro, e aprano il volume comperato, senza pure sfogliarlo, a caso, così come Robinson Crusoè apriva la Bibbia. Non ci è tenacità d'ammirazione che regga a questa prova.

Intanto, noi possiamo concludere con piena e serena coscienza della verità, che troppo l'onorevole Cavallotti fece a fidanza con l'amicizia della Musa. Povera Musa cavallottèa! Ell'era una ciana, avvezza a trascinar le ciabatte sopra una strada faticosa accidentata da' triboli della sgrammaticatura e dai ciottoli della mala prosodia. Ell'era zoppa, poveraccia!, e sempre con affanno doloroso avea posato in terra i piedi, onde l'uno era troppo breve e l'altro troppo lungo. Che soccorso poteva dare a un deputato teatrale in imbarazzo? Il soccorso di Pisa? Neppur quello. Soccorso di spropositi, e di retorica. Infatti dalla veste poetica ritrae il dramma medievale cavallottesco un peso academico e una sciatteria piazzaiola, una fredda burbanza predicatoria e una trivialità ciarlatanesca. Per chi proponevasi il dramma della passione e la tragedia dell'anima umana non era prudente mettersi alla gran prova con un tal bagaglio di cenci. Ad ogni modo, ricerchiamo tra' cenci gli afflati della passione.

E, in parola d'onore, mettendomi a questa ricerca, mi par d'essere Diogene girante con la lanterna in mano alla scoperta dell'uomo. Io veggo salire da tutta questa ciurmaglia di versacci una sciaurata nebbia che mi fascia di tenebre la vista; stringo le mani, e prendo un vapor vischioso che subito sfugge. È questa la passione cavallottèa? In verità, questo mestier di Diogene mi va male a sangue. Ad ogni modo rassegnamoci, e per non restare con le mosche in mano procediamo con rigor logico. Qualcosa troveremo, se Aristotele ci aiuti. Ed ecco, ho trovato due cose, in fondo all'immondezzaio del dramma cavallottèo: due cose informi che si movono in quella vacuità infronzolata di ciarpe, le quali potrebbero essere due bacherozzoli, o anche due passioni. Poniamo che siano passioni, e definiamole: le chiamerò amor sessuale, e amor di patria. Quello ha più luogo nell'Agnese, questa ne' Pezzenti, se bene nel primo e nell'ultimo dramma del cavallottèo ciclo medievale s'avvicendino e s'abbraccino fraternamente. Nei Pezzenti dunque prevale l'amor di patria: è il dramma dei Gueux lottanti brigantescamente e generosamente contro la prepotenza spagnola nei Paesi Bassi. Sono i Masnadieri di Schiller nobilitati dalla volgarità d'una tesi patriottica, un fenomeno d'acclimazione simile a quello del Werther nella prosa del Foscolo. Ma te fortunato, o Werther! Tu, mutando paese e mutando prosa, poco perdesti, poichè feceti il Foscolo amare e morire al gran sole d'Italia con tanta nobiltà di passione e tanta bellezza d'arte, che non avesti a rimpiangere le nebbie della patria. I poveri Masnadieri furono troppo atrocemente puniti de' loro misfatti, e scontarono nelle latomie della poesia cavallottèa il peccato dell'emigrazione. Mancava l'aria in quel chiuso tenebroso, e i briganti schilleriani, perduta la freschezza della loro gioventù romantica, si trasmutarono in un branco di pupazzi meccanici, e presero a declamare faticosamente uno stupido gergo misto di durezze alfieriane mal digerite, di pomposità niccoliniana male rispampanata, di stramberie vittorughiane male intese, di svenevolezze arcadiche e di ampollosità catedratica. Poveri Masnadieri! Si travestirono con un giustacuore verde e una fascia scarlatta, e passeggiarono furiosamente sul palcoscenico, quarantotteggiando con una buffa posa di filodrammatici educati ai tragedioni del Giacometti e ai drammissimi di Teobaldo Ciconi. Il loro peccato giovenile fu grave, poichè sbucarono essi tumultuariamente con impeto di furia e d'assalto dalla fantasia di Federigo e s'appiattarono nella gran selva del romanticismo a insidiar la vita e le sostanze altrui; ma non meritavano di finire nelle feroci mani cavallottesche. I democratici, quando ci si mettono con caldo animo, smarriscono ogni senso d'umanità. Poi, non dovevano essi passare sotto la gogna d'un romanzaccio di Fernandez y Gonzales. E, qui, non voglio io rinnovare l'accusa mossa al Cavallotti da Eugenio Torelli-Viollier, e portata davanti al tribunale. Sono anzi d'accordo coi giudici che assolsero il deputato Cavallotti dall'imputazione di plagio; ma ciò non mi vieterà di dire che da quel processo il traditor di Tirteo uscì laureato d'infamia davanti alla divinità dell'arte. Un artista di qualche pudore si sarebbe lasciato ghigliottinare in piazza, checchè potesse seguirne alle sorti della democrazia, anzi che confessare di aver tolto inspirazione dai romanzi d'un appendicista di quel conio. E qui non mi mangi il deputato Cavallotti, nè mi citi in sua difesa l'esempio di Shakspeare: tra il Bandello e Gonzales corre, su per giù, la distanza medesima che tra Shakspeare e il deputato Cavallotti.

Tutti i grandi maestri dell'arte presero il materiale ovunque lo trovarono; e poichè anzi la formazione dell'arte non è individuale, ma rassomiglia in qualche modo alla genesi dei polipai, che nascono dalle secrezioni complessive di miliardi e miliardi d'infusorii, il maggior segno di forza sta nella facoltà di animare e rimpastare a nuove fogge di vita le primitive elaborazioni tuttavia rozze e in istato, direi, inorganico. Se non che, questo assorgere dell'arte dalla materia bruta non accade senza una legge; ed è la legge dell'evoluzione. La materia dell'arte si va a grado a grado organizzando e sviluppando da forme inferiori a forme più perfette, e salda anello ad anello di quella gran catena della bellezza che tanto conferisce a tenere avvinti gli uomini alla vita, ed è un elemento di tanta importanza nella evoluzione progressiva della specie umana. Ciò accade naturalmente, come il fatto della fruttificazione dall'albero. La fantasia popolare gitta i semi, e i semi germogliano; poi spuntano le prime gemme, e comincia lo sviluppo delle foglie; e la vita della pianta, circolando piena e libera per tutte le fibre, si espande con una viva emanazione d'amore, e fiorisce. Ed ecco, l'albero gentilmente piumato di verde e di roseo attinge dal sole l'energia e la letizia dell'essere, e levandosi vagamente superbo sopra i minori virgulti, passa in trionfo dalla giovinezza del fiore alla maturità del frutto. Così la vita si svolge con graduale ascensione dalle più umili alle più perfette forme; e la povera leggenda, seminata tra i colloquii notturni d'un campo di pastori orientali, leva le cime orgogliose nel dramma di Shakspeare, nel poema dell'Ariosto, nella novella del Boccacci, in tutti i più gloriosi documenti della grandezza umana. Ma le frutta fracide, che cadono dall'albero, non concorrono alla general vita della pianta: esse restano abbandonate in terra, sin che qualche porco non se ne nutra. I romanzi di Fernandez y Gonzales, e de' pari suoi, son frutta fracide, son come le materie eterogenee ed immonde che nel bollore del vino salgono a galla con la schiuma. Nati dall'imputridire di una parte dell'organismo dell'arte, non possono rientrare nella metempsicosi della vita dell'arte se non in forma di concime: son buoni solo pei porci. Di più, se il dramma del Cavallotti trasse dal romanzo di Gonzales l'inspirazione esteriore e occasionale, esso derivò dai Masnadieri di Schiller la sua essenza vitale. È dunque anche una profanazione. E se bene da un democratico della sotto-specie cavallottèa bisogna aspettarsi qualunque eccesso, questo Schiller non meritava. Povero Federigo! se ti vedesse Tecla così imbrodolato con la zozza d'un romanzaccio da portinai per le immonde mani d'un deputato sgrammaticante.

Dunque, colorito drammatico schilleriano nella concezione romantica del brigantaggio bello e generoso, materia tolta da un romanzone d'appendice, resta di vera e piena proprietà cavallottesca la tesi patriottica: ciò è, il deputato Cavallotti ha messo di suo ne' Pezzenti una passione d'amore soverchiante ogni altra opposizione d'affetto, e ricongiugnente nella morte due divisi dalla rivolta nazionale contro l'invasione straniera. Tutto ciò, si noti, nel '71, quando una tal tesi, dalla Giulietta e Romeo all'Imelda Lambertazzi di don Baldassarre Odescalchi, era stata fritta e rifritta in almeno cinquecento tragedie, e dalle sublimi altezze del dramma scendendo all'umiltà della prosa, era stata, da Walter Scott in giù, trascinata nelle bassure di tutti i romanzi storici dei due mondi. Di più, la tesi patriottica può solamente essere assolta dalla santità dello scopo a cui tende, e accettata in pochi determinati momenti della vita nazionale d'un popolo, quando l'arte restringendo i suoi confini appresta anch'essa armi alla guerra e diventa agente di rivoluzione: la rivoluzione compiuta, l'arte rivoluzionaria deve morire, se non si acconcia ad essere academica. L'amor patrio dei drammi cavallottei è dunque academico e retorico; e que' disgraziati Pezzenti meriterebbero una larga limosina di calci nel sedere, tanto son seccanti.

Quanto all'amor sessuale drammatizzato cavallottescamente, fa ridere i polli. Dove mai il deputato Cavallotti ha imparato a far l'amore, e dove a rappresentarlo scenicamente? Il dramma dell'amore cavallottino è l'Agnese, il cui nòcciolo, si sa, è questo: Agnese Gonzaga, nauseata del marito che la tratta male, si fa cogliere a chiacchierare con Rodolfo Scandiano da una sua donna, la quale riporta ogni cosa. Di qui la catastrofe. Ora, delle due una: o l'amore di questi due fu coerente alla evoluzione fatale dell'amore dal desiderio all'atto, e allora il dramma è stupido; o si fermò a quella chiacchierata, e allora è inutile. A ogni modo, ci troviamo davanti a una Parisina rifatta bestialmente da un deputato progressista, a cui mancò l'animo di far amare due dietro le quinte a quel modo che i cani s'amano e Diogene avrebbe voluto amare in piazza. O forse il Gonzaga cercava un qualunque pretesto per levarsi la mogliera da torno, e bastò quel colloquio innocente? Allora il dramma non esiste più, perchè in questa coreografia cavallottesca la politica entra indirettamente, e solo per corollario e per cornice dell'amore. Resta per tanto questo substrato drammatico: un desiderio vago, impalpabile, incerto, che trova unico nutrimento e unico sfogo in quattro chiacchiere sconclusionate. Per tanto poco ammazzar due persone? E ammazzare anche tutti gl'infelici che, per uno stupido scrupolo d'onestà critica, vorranno leggere quella mastodontèa congerie di versacci? Questi repubblicani sono proprio bestiali.

Quei poveri diavoli si adorano dunque alla lontana, e passeggiano a vicenda sul palcoscenico, offrendo agli spettatori un perfetto esempio del cretinismo amoroso cui giunse nell'ultimo suo rimbambimento il romanticismo europeo. Ella — infelicissima! — soffre la pena ineffabile e incredibile onde son sopraffatte le grandi anime romantiche alle prime percosse d'amore: vorrebbe, e non può; potrebbe, e non vuole; e gira e rigira, salamandra della retorica idealistica, nel fuoco fantastico della propria passione, sbracciandosi a declamare, svociandosi a predicare, e offendendo qua e là, nella sua nobile ignoranza di gran dama e nella inconsapevolezza dell'affetto trasmodante, la metrica e la grammatica. Egli — poveraccio! — fa all'amore come può, e come deve un eroe romantico. A lui non son concessi i facili e volgari diletti dell'accoppiamento: egli deve, per non macchiare la nobiltà del suo sangue romantico, moversi sulla scena con la faccia atteggiata a una fatale angoscia e con le braccia incrociate sul petto, poi ogni tanto scrociar queste braccia, e con la mano sinistra afferrare l'elsa della spada, con la destra prendersi la fronte piegante pe'l peso d'un dolor disperato. E deve ogni tanto dire qualcosa, tanto per non parer muto. Ecco l'amore cavallottesco. Ma aspettate, scordavo il meglio: scordavo i versi. Gli amanti del deputato Cavallotti rimano tutti. Ecco pertanto le strofe, con le quali Vincenzo o Antonio (nel dramma si trasmuta con bella metamorfosi aleardiana in un Rodolfo) Scandiano conquistò il cuore della bella Agnese. È una mesta serventese, dice lo Scandiano, il quale, se bene si piacque di far brutti versi, non sapeva che il serventese fu di genere mascolino, che non fu mai mesto, che non fu mai nè canzoncina amorosa nè arcadicheria piagnolosa, ma sempre canto politico o satirico, e che nel 1390, dopo Dante il Petrarca e il Boccacci, non se ne scriveva più nè in Italia nè in Linguadoca nè in Papuasia. Comunque, ecco la serventese scandianesca, che reca per titolo: La canzone dell'orfano: