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Il Libro Nero

Chapter 12: CAPITOLO XI.
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About This Book

A linked sequence of tales set around a coastal fortress and its environs presents episodes of fear, rivalry, love, and the uncanny. Nobles, poets, clerics, and common folk recur across chapters that range from comic misadventure to grave moral reckoning, including jousts, poetic contests, secret bargains, and domestic reckonings. The narrative voice moves between ironic observation and lyrical description, sketching ceremonies, local custom, and supernatural rumor to assemble a portrait of a community governed by honor, desire, reputation, and superstition.

CAPITOLO XI.

Qui si conta di un cavaliere che ebbe il premio innanzi alla giostra.

Dirvi come si rimanesse Giovanna di Torrespina a que' concitati discorsi, mi sarebbe troppo malagevole ufficio. Una penna così mal destra, come la mia, non verrebbe certamente a capo di ritrarvi quella delicatezza di pensieri e di sentimenti onde fu agitato l'animo della leggiadra castellana, fino al momento che ella, inavvertita quasi, si ritrasse dalla sala del banchetto, accompagnata dalle sue damigelle.

Pochi istanti dopo la sua dipartita, si fece innanzi un paggio, per dire a messer Corrado e agli ospiti suoi, come madonna Giovanna, sentendosi alquanto stanca, si fosse ridotta nel suo appartamento; l'avessero per iscusata, se quella sera non sarebbe venuta a godere di così gentil compagnia.

Intesero tutti la scusa, e Ansaldo di Leuca ed Enrico Corradengo furono i primi ad uscire dalla sala, togliendo anzi commiato da Torrespina pel giorno vegnente.

Strana condizione di quattro cavalieri, i quali avevano stanza nel medesimo castello, ospiti di un medesimo signore, e che dovevano la mattina appresso uscire dalla medesima porta per combattere ad oltranza gli uni cogli altri!

Ma in que' tempi non si badava più che tanto a simili cose, chè le consuetudini sociali non avevano [pg!118] ancora, come di presente, tante sottigliezze e lisciature, e come le parole erano pronte alle labbra, così le mani erano pronte alle spade, e il sangue si spandeva allegramente per cose da nulla. Le dame assistevano di lieto animo alle tenzoni, e in loro onore solea farsi l'ultimo colpo e il più pericoloso d'ogni torneo, che dicevasi «correr la lancia delle dame.»

Questo di Morello con Ansaldo era uno scontro all'antica maniera de' Paladini, e non dovea farsi in campo chiuso, ove potessero andar spettatrici e giudichesse le dame. Esso tuttavia non usciva punto dalle costumanze cavalleresche, come non era insolito che due cavalieri seduti alla medesima mensa si disfidassero a combattimento per loro private ragioni, od anche semplicemente per qualche sconsiderata parola; imperocchè la misuratezza del dire, e la rispettosa cortesia delle frasi, non si riserbavano che per parlare alle dame, ed era notato d'infamia chiunque ad una donna rivolgesse un manco riverente discorso.

Era migliore la costumanza d'allora, o la nostra odierna? Io, per me, m'attengo all'antica. Abbiamo ora mille vincoli di galateo così per gli uomini come per le donne, e non è chiaro se siamo più riguardosi per osservanza della legge comune, o per vero sentimento di cavalleresca devozione al bel sesso. V'ha poi di peggio nel secolo nostro. Il giovanotto che può vantare un maggior numero di conquiste amorose e che ha lasciato più Olimpie sullo scoglio, è più invidiato che biasimato dall'universale, e v'ha anzi chi lo pregia di più. Ma a' tempi antichi, Bireno era notato di slealtà; chiunque avesse mancato alla [pg!119] fede verso la sua donna, n'aveva il biasimo universale, ed ella non era punto fatta argomento di riso, come oggi si suole; chè anzi, ogni dama ed ogni cavaliero parteggiava per lei, e il disleale amatore non poteva più assidersi a mensa, nè entrare in giostra con gentiluomini, fino a tanto la dama sua, commossa dal suo pentimento, non l'avesse in mercè, e non gli perdonasse il suo fallo.

Ma gli è tempo oramai di tornare al racconto. Uscito Ansaldo di Leuca col Corradengo, anche Morello e Rambaldo chiesero licenza di andarsene nelle loro stanze, per prepararsi (diceva Rambaldo) cristianamente alla pugna del dimani.

Morello era chiuso in sè stesso e non diceva parola; solo l'aggrottar delle ciglia faceva fede di non soavi pensieri.

— Morello, amico mio! — gli disse Rambaldo, scuotendolo, — non ti dar pensiero oggi di quello che farai domani. La rabbia accieca, ma non so di verun caso in cui essa abbia fatto calare più forte un colpo di mazza, o di spada. E poi, che cosa vuol dire questo centellarti fin d'ora il piacere che berrai a larghi sorsi domattina, correndo il saracino contro il tuo tenero amico, il tuo Eurialo diletto?

— Oh, bene hai detto, il saracino! — esclamò il giovine Morello. — Ma io ferirò, te lo giuro, nel bel mezzo della quintana.

— E per questo, — prosegui Rambaldo, — ti bisogna non aver le traveggole. Ma, a proposito di vedere, hai tu veduto gli occhi della castellana?

— No, io non guardavo che lui!

— Male! Io l'ho guardata a mio bell'agio. La s'era sbiancata in viso come la sua veste di lana bianca. [pg!120] Seguì con molta attenzione il tuo dialogo coll'amico prediletto di conte Ugo, e quanto tu dicesti: «orbene, messere, vedremo se gli atti risponderanno alle parole» si alzò a stento da sedere e fe' per andarsene, ma certo sarebbe stramazzata sul pavimento, se le sue damigelle non erano pronte a sostenerla.

— E che argomenti da ciò? — disse Morello, pensieroso.

— Nulla, in fede mia! Gli è naturale che una gentildonna non possa reggere ad una giostra di parole minacciose, come quella che tu hai regalato a così nobile udienza.

— Potevo io operare diverso? Dovevo io contenermi?

— No, per.... l'anima mia! Amo la pugna, io; sebbene, mentre tu, già salito in arcioni, mediti i fendenti, i manrovesci e le stoccate, io, più modesto, vagheggio gli sberleffi e le piattonate sulle spalle di quel tristanzuolo del Corradengo. Ah! ah! Egli ci ha chiamati astori del Monferrato, come se credesse di dirci villania. Li vedrà lui, gli astori del Monferrato, questo barbagianni delle Langhe! — E Rambaldo di Verrùa, sostenendo coscienziosamente la parte del personaggio che rappresentava, proseguì allegramente di questa conformità, fino a tanto che giunsero al loro appartamento e, congedati i donzelli, ognuno di essi si chiuse nella sua camera.

Esacerbato ancora dalle parole del suo avversario, e con l'animo travolto in una grande tempesta di feroci pensieri, Morello non fece altro che slacciar la cintura e deporre il pugnale: indi si diede a passeggiar concitato per la stanza. Ma egli non aveva ancor rifatto cinque volte il suo breve cammino, che [pg!121] un lieve picchiar di nocche sull'uscio di quercia venne a distoglierlo dalla sua occupazione.

Egli andò all'uscio, lo aperse, e gli comparve dinanzi un grazioso paggetto, il quale con aria misteriosa gli susurrò queste parole:

— Cavaliere, una gentil damigella di Torrespina che ha in gran pregio il vostro valore, vi prega a muovervi per amor suo e lasciarvi guidare da me, fin dove ella m'ha comandato che io vi conduca. —

Quella misteriosa imbasciata fe' strabiliare Morello.

Siffatte avventure, a dir vero, non erano strane nè rare a quei tempi, in cui il bel sesso, con assai più voce in capitolo, aveva eziandio più arditezza di spirito e più prontezza di partiti, che non di presente; ma per intender quella, bisognava a Morello avere almeno dato uno sguardo alle damigelle di Torrespina, imperocchè non gli pareva naturale che, senza pure aver fatto omaggio degli occhi alla loro leggiadria, dovesse venirgli un invito di quella fatta. Ora questo sguardo fuggevole non si ricordava egli aver dato, nè questo tacito omaggio aver fatto a Peretta di Montezemolo, o ad Agnese de' Ferreri, che così si chiamavano le damigelle di Torrespina.

In questi pensieri, Morello era già per rispondere al paggio com'egli non potesse tenere lo invito. Ma la gentilezza cavalleresca, non lasciandogli trovare una scusa dicevole al rifiuto, gli porse un migliore consiglio, e senza risponder verbo, si fece a seguitare l'adolescente, che per un gran giro di sale lo condusse dalla parte opposta del castello, fino agli appartamenti delle donne.

Il cuore gli batteva forte allo entrare nella camera [pg!122] dove il paggio gli disse di fermarsi e di attendere; ma ben più forte ebbe ad essere la sua commozione, allorquando, invece di Peretta o di Agnese, e' vide venirgli incontro quella che il cuor suo desiderava, ma che mai avrebbe ardito sperare, la stessa Giovanna, la divina Giovanna.

La vista della donna amata ha in sè (chi lo ignora?) alcun che di così forte, di così acuto, che a prima giunta non torna neppure a diletto. Siccome avviene di certi fiori più odorosi, che la loro fragranza va diritta al cervello, quell'«incognito indistinto» di splendori e di fragranze che si sprigiona dal volto e da tutta la persona di lei, t'investe il cuore per guisa, che il sangue bolle e sollecito rifluisce alle tempie, lo sguardo si offusca, e pare che la forza di reggerti in piedi sia per fuggire da te.

— Messere, — disse Giovanna con voce tremante, — non vi fate meraviglia del mio ardimento....

— Oh, che dite voi, madonna? Vedervi è ventura che il cielo non saprebbe mandar la migliore, e non lascia luogo ad altri pensieri. Io, poi, bene intendo come tutto ciò che oggi è avvenuto....

— Sì, per l'appunto di ciò volevo parlarvi.

— Vi ascolto, madonna! — disse Morello, sedendosi sull'orlo della scranna che la bella castellana gli aveva additata, nell'atto di sedersi ella stessa daccanto a lui.

Non era quello il tempo di pigliar la strada più lunga, e Giovanna di Torrespina, guardando fiso in volto il giovine Morello, gli volse questa dimanda:

— Conoscevate voi Ugo di Roccamàla?

— No, madonna; — rispose il giovine, — di lui seppi, soltanto l'altro dì, che mi era congiunto di sangue.

[pg!123] — E allora.... — disse ella, con una sospensione che pareva compendiar tutto l'accaduto della giornata.

— Madonna, — fu pronto a soggiungere Morello, con una di quelle frasi improvvise, rapide ed efficaci come il lampo, — io odio Ansaldo di Leuca!

— Ah! e perchè?

— Perchè egli vi ama; — proruppe Morello.

Giovanna non soggiunse parola; stette a lungo muta, ed egli del pari, ambidue cogli occhi bassi.

Quando ella finalmente li alzò, fu per dirgli soavemente:

— Messere, quello che voi avete scoverto, io medesima non ho saputo mai, fino all'altro dì, che mi parve accorgermi di qualche cosa e ancora non ne avevo certezza.

— Ed ora che v'è noto, madonna, — disse Morello incalzando, — ora vi duole di ciò che avverrà domattina....

— Sì, mi duole; — rispose Giovanna, senza badare allo intendimento riposto delle parole di Morello, — mi duole per voi, che mettete a tal repentaglio la vostra utile vita; mi duole, poichè voi lo diceste pur mo', che io mi sia la cagione di questo combattimento; ma ho speranza che Iddio v'aiuti, messere, perchè la buona causa è quella che voi sostenete.

— Ahimè, madonna, a che mi approderà il vincere? — disse Morello, chinando mestamente il capo sul petto.

— Che dite voi ora, messere?

— Che voi non mi amate, — gridò egli, tendendo le palme verso di lei, — e che, non amato da voi, mi sarà forse miglior sorte il morire. —

[pg!124] Queste di Morello erano parole che volevano una pensata risposta, imperocchè da essa dipendeva, non pure il dialogo di quella sera, ma la sorte sua presso di lei.

Madonna lo guardò, ma senza sdegno; chinò i grandi occhi di smeraldo; tornò a volgerli su lui; quindi con piglio solenne, stendendo la mano in atto di far giuramento, gli disse:

— Morello di Monferrato, se uomo al mondo potessi amare tuttavia, voi sareste quel desso. —

Egli cadde ginocchioni, afferrò quella mano, e la cosperse di baci e di lagrime, senza che ella pensasse a ritrarla.

— Ma voi non morrete, — proseguì ella, — voi non morrete, cavaliero gentile, nato alle grandi imprese, per cui va giustamente famoso il vostro legnaggio. Il mondo ha dovizia di donne, più di me a gran pezza leggiadre, ed ognuna di esse sarà superba dell'amor vostro. Che potrei darvi io, in quella vece? Il mio cuore, divorato da una profonda amarezza, non ha più luogo per l'affetto. —

L'anima di Ugo di Roccamàla suggeva avidamente quelle meste parole; ma il cuor di Morello era triste; e Morello ed Ugo, la carne nuova e lo spirito antico, furono ad una per dire a Giovanna:

— Oh, io non amerò mai altra donna che voi!

— Mai! — ripetè Giovanna, sorridendo malinconicamente. — La è una grave parola. Chi ardisce dir «mai» quando non è alcuna fidanza del futuro, e nulla è durevol quaggiù?

— Voi stessa, — rispose prontamente Morello, — voi stessa che dite nel vostro cuore non essere più luogo all'affetto, come se la carne inferma non potesse risanare, come se....

[pg!125] — Tacete, messer Morello, tacete! E per ricordarvi di me, togliete questa sciarpa di verde zendado, che cingerete, se pur l'avete in qualche pregio, intorno al vostro giaco di maglia, e che io desidero abbia a portarvi ventura. —

Il giovine non trovò parole da rispondere; strinse la sciarpa sul seno, e rimase ginocchioni, estatico a guardar lei, che, con un leggiadro gesto di commiato, si era mossa per andarsene. I suoi occhi la seguirono fino all'uscio interno per dove era venuta dapprima; colà, innanzi di sparire, ella mandò al cavaliero un altro saluto amorevole.

Quando tornò nel suo appartamento, Morello fu meravigliato di scorgere il lume acceso nella camera di Rambaldo.

— Che fai tu? — chiese egli, affacciandosi sul limitare.

— Non vedi, Morello? Forbisco e metto in assetto i pezzi delle nostre armature.

— Fatica rubata agli scudieri! — disse Morello.

— No, — rispose Rambaldo, — io penso che in questi negozi assai meglio vedano gli occhi del cavaliero. Egli ha da indossare le armi, egli ha da esser sicuro del fatto suo, segnatamente allorquando, com'io ora, egli non ha certe guarentigie...

— Che vuoi tu dire?

— Che io non ho, — soggiunse Rambaldo ghignando, — favori di dame da sospendermi al collo, nè cuori innamorati a palpitare per me. —

Morello non rispose nulla ai motti di Rambaldo; voltò le spalle, e andò nella sua camera a coricarsi sul letto.

[pg!126]