CAPITOLO XV.
Era una notte sullo scorcio di novembre, una notte stupendamente serena, e rallegrata dal mite chiarore della luna crescente. L'amica dei notturni viandanti, spuntando dietro al castello di Torrespina, facea risaltare nel limpido cielo le opache sue cime, a guisa d'un nero merletto su d'una veste bianca, e mandava uno sprazzo di luce sul sentieruolo, che, costeggiando il fosso, saliva fino in capo all'erta dov'era l'antico mastio della rocca.
Per quel sentieruolo andavano di buon passo salendo due uomini, chiusi nelle loro cappe di pannolano, imperocchè l'aria notturna incominciava a pungere, sugli Appennini.
Andavano, ho detto, di buon passo, ma non di buona voglia ambedue; chè l'uno pareva trascinar l'altro quasi riluttante, o almeno infastidito di quella briga ch'ei si era tolto di seguire il compagno. Come furono giunti a mezza l'erta, il primo si fermò, e additando il muro del castello dov'era aperto un verone illuminato, disse al vicino:
— È là! Madonna s'è ridotta nelle sue stanze. Qui possiamo saltare nel fosso, che andando più oltre potremmo essere scorti da qualcheduno. —
[pg!155] L'altro, come non avesse inteso lo invito, stava fermo a guardare il verone.
— Coraggio, figliuol mio! qui si parrà la tua fortezza d'animo. Molto io t'ho detto, e più ancora ti resta a vedere.
— Ma come? — disse l'altro, senza muoversi tuttavia. — Egli ardirebbe?....
— Oh bella, e perchè non vuoi tu che egli ardisca, se madonna acconsente? Messer Corrado è da sei giorni alla corte d'Ivrea; ella è rimasta a Torrespina, a cagione di una infermità che non saprei dirti. Nel viluppo delle malattie femminili non ci trova il bandolo nemmanco il demonio. Basta, eccola laggiù, l'inferma! La sua ombra si fa scorgere nel vano della finestra. —
Infatti, era lei; Giovanna si avanzava sul verone, a respirare la fresca aria della notte. Avvicinatasi alla balaustrata, si assise, appoggiò il mento nella palma della mano, e rimase atteggiata per modo che il suo bel volto apparve intieramente rischiarato da un raggio di luna. Su quel raggio per fermo venìa difilato un genio notturno, a baciare quel viso divino, e forse era lo stesso Oberone, che per lei dimenticava Titania e le caste gioie del talamo.
— Come è bella! come è bella! — esclamò uno dei due, tendendo a quella volta le palme.
— Zitto! ecco l'altro che viene. Suvvia! non ti lasciar stregare, e scendiamo nel fosso. —
Così dicendo, il Mèntore, pigliato per un braccio l'amico, lo trasse con sè fino all'orlo del fosso, ove calarono prestamente ambidue, andando a nascondersi dietro uno svolto di muro. Gli era tempo, imperocchè un cavaliere, dalla persona snella e dal [pg!156] pronto passo, giungeva sul ciglio, appunto in quella che i due si appiattavano, e, dopo aver agitata una sciarpa di zendado, spiccava un salto al basso, e correva sotto ii verone.
Uscito appena dalla penombra in cui era nascosta una parte del fosso, i contorni del suo volto apparvero distinti allo sguardo scrutatore de' due primi venuti. La luna rischiarava i biondi capelli inanellati, sui quali posava una picciola berretta piumata, le apollinee forme del petto, piuttosto messo in mostra che coverto da una leggiera saracina, la spigliata e graziosa andatura delle gambe, chiuse in molli calze divisate di seta, e le mani impedite dalla spada e da un liuto, arnesi che aveva dovuto sollevare dal fianco, innanzi di spiccare il suo volo.
— Ve' come si è fatto aitante della persona e di bella guisa! — susurrò il Mèntore nell'orecchio all'amico. — Cinque anni son presto passati, e il fanciullo è diventato uomo, proprio come quell'Anselmuccio, che oggi, la tua mercè, si godrà in pace il retaggio di Roccamàla. Un bel cavaliero, in fede mia, e non mi fa stupore che madonna se ne sia avveduta. L'uomo è fatto per la donna e tuttedue per mettere il diavolo alla prova. Ma ecco, egli dà di piglio all'istrumento; or vediamo s'egli abbia progredito nell'arte di poetare; chè invero quella sua ballata di cinque anni or sono, la non valeva un frullo, ed io gliel'ho lodata da fratello in Apolline, vo' dire per misericordia. —
La voce di Fiordaliso, chè era egli infatti, interruppe le chiacchiere con cui Aporèma andava trafiggendo lo spirito d'Ugo, di quel conte Ugo che dovea passare alla posterità con l'appellativo di felice. Ed [pg!157] ecco che cosa cantò, salendo soave al verone dove era assisa Giovanna, la voce del biondo Fiordaliso:
— Un giorno mi piacqueDi gaie canzoniIl folle concertoTra' colmi bicchier;O, lente le redini,E fermo in arcioni,Spronare all'apertoL'ardente corsier.Or vinta dal tedioÈ l'anima mia;Di strano languoreMorendo sen va.Ah, contro l'effluvioD'arcana malía,Il povero coreDifesa non ha! —
— Povero cuoricino! e' mi strappa le lagrime! — borbottò fra i denti Aporèma.
Ugo non disse verbo; ma ciò che dentro sentisse chiarì ad Aporèma la sua mano, che convulsivamente gli strinse il braccio, accennandogli di non interrompere il canto.
Fiordaliso, che non sapeva di avere così numeroso ed attento uditorio, ma che non pensava a rallegrare altri orecchi fuor quelli dalla divina Giovanna, così proseguì la ballata:
— Smeraldo vivissimoD'angelici lumiIo vedo tra i centoDoppieri brillar;Galoppo e nell'ariaI noti profumiD'un crine mi sentoSul viso spirar.[pg!158]Gioite, è vostr'opera,Gentile mia fata;Ma sensi più umaniVi parlino al cor!Vi prega d'un farmacoLa mente turbata....Amore risaniIl male d'amor. —
— Ah! ah! — soggiunse ghignando Aporèma. — Un'inferma lassù e un infermo quaggiù. Togli lo spazio che li divide e saranno due sani. Madonna, se Iddio vi aiuti, usategli misericordia e mandategli il dittamo per le sue piaghe. Bene, del resto, bene! ei mi s'è fatto poeta daddovero e voglio congratularmene seco lui.... Ah, eccolo finalmente, il farmaco aspettato! E' scende pietoso, con la velocità d'una carta legata ad un sassolino. —
Così dicendo, Aporèma uscì carponi dal suo nascondiglio.
Frattanto un involto di piccola mole era caduto dall'alto del verone a' piedi di Fiordaliso, e cinque dita raccolte alle labbra della divina ascoltatrice dei suoi versi gli mandavano un bacio. Il cantore era rimasto estatico a raccogliere il bacio; donde avvenne che non si chinasse subito a raccogliere il messaggio, e quando, sparita la dama dal verone, si volse per farlo, una mano traditora già l'avesse ghermito.
Come si rimanesse Fiordaliso al non trovar più l'involto, che pure avea veduto cadersi a' piedi, lascio che vel pensiate voi, o lettori. La luna s'era poco dianzi nascosta dietro un querceto, e l'oscurità non gli dava modo di veder molto lunge; tuttavia, guardando istintivamente dintorno a sè, gli parve di [pg!159] scorgere un'ombra che sgattaiolasse verso lo svolto del muro.
Animoso qual era, trasse incontanente il pugnale e si avventò da quella banda. L'ombra nera gli si fece ritta dinanzi; ei s'avvinghiò rabbiosamente a quel corpo, e giù colpi alla disperata. Ma nulla! la punta del suo pugnale si rintuzzava su quel petto, e migliaia di scintille sprizzavano dagli inutili colpi.
— Chi sei tu? — gridò egli allora, balzando indietro esterrefatto.
— Sempre poeta! — rispose l'altro, ridendo. — Voi già vedete una stregoneria dove non c'è che un giaco di assai buona tempera. Io porto sempre quest'arnese sotto il farsetto, per custodirmi dalle furie dei poeti come voi. La è questa una consuetudine che io vi consiglio del pari, imperocchè adesso potrei rendervi pan per focaccia, e voi lasciar qui la vita come un cane, dopo aver cantata come un cigno la vostra ultima canzone. Una leggiadra ballata, in verità, e se voi mi uccidevate, non avrei potuto darvene quella lode che vi si addice. Bene, per Dio, giovinotto; se tu segui la tua stella (ve lo dirò con un poeta che non l'ha scritto ancora) non puoi fallire a glorïoso porto. —
Fiordaliso tremava a verghe; quella voce stridula e quel piglio beffardo non gli erano ignoti. Ancora non sapeva raccapezzarsi, ma un arcano terrore gli serpeggiava per tutte le vene.
— Messere, — si provò egli a dire finalmente, — voi avete posto mano su d'un involto che non era per voi.
— Nè per voi, messer Fiordaliso, e certo sta meglio nelle mie mani che nelle vostre. Sareste voi per [pg!160] avventura uno di que' giullari da dozzina, i quali vanno attorno, di corte in corte, di monte in piano, a rallegrar le brigate con le loro coble e sirventesi, per farsi pagare di poi?
— Che volete voi dire?
— Che quella borsa, gittatavi da Madonna Giovanna di Torrespina, non è fatta per voi, trovatore di alto grido, vincitore di giostre alla corte di Napoli e armato cavaliero da Ataulfo imperator di Lamagna. Madonna ha fatto gramo giudizio di voi, pagandovi per tal modo un'ora di sollazzo. Voi, nobil cantore, spregiate l'oro e lasciate che ne goda un povero menestrello. Non lo credete? Sono anch'io, ve lo giuro pel re David, nostro santo patrono, un cultore della gaia scienza.... Non del vostro valore, s'intende, non del vostro valore.... Io, a dir vero, non ho ricevuto mai in premio una collana d'oro, come voi, cinque anni or sono, dal vostro signore, dall'amante di quella gentil dama, a cui testè chiedevate un farmaco per il male d'amore.
— Ah! — sclamò Fiordaliso, che avea finalmente riconosciuto Aporèma. — Il pellegrino di Roccamàla! —
E cadde al suolo, tramortito dallo spavento.
— Il bighellone! Mi ha riconosciuto alla perfine; gli era tempo! Ugo, figliuol mio, che fai tu ora? Animo, animo! Non vedi lassù.... da quel verone?....
— Io non vedo nulla. La luna è nascosta....
— Guarda più attentamente; c'è lassù un'ombra bianca. La vedi tu ora? Sta bene; e sai tu che faccia?
— Or via, dillo, che fa?
— Rafferma alla balaustrata una.... Mi duole in [pg!161] verità di avertelo a dire; ma, tanto e tanto, l'avevi a sapere.... Anche questo messaggio può fartene testimonianza....
— Ma dimmi, alla croce di Dio, che fa ella ora?
— Oh, una cosa da nulla! Le sue mani delicate raffermano il capo di una scala di seta, che spenzola nel fosso.
— Ah! per costui? — urlò conte Ugo, mordendosi le mani.
— Per costui! chi lo dice? — soggiunse Aporèma. — Se ti dà l'animo, potrà essere per te.
— Per me? in qual modo! — chiese il giovane trasognato.
— Sì certamente, per te! Suvvia, avventurato Fiordaliso! — disse Aporèma, percuotendolo con dolce dimestichezza sull'omero. — Voi siete nato vestito, e ancora non ve ne siete avveduto!
— Fiordaliso!... che dici tu mai?
— Dico, e puoi sincerartene dal capo alle piante, che tu se' biondo, che porti sulla zàzzera una berretta piumata, che indossi una saracina e le calze divisate di seta, che sei cresciuto di tre pollici, e che hai tra mani un liuto.... ma questo puoi lasciarlo in basso, che oramai non ti sarebbe d'alcun giovamento lassù, e potrebbe anco tornarti d'impaccio nella tua corsa da scoiattolo.
— Ah! — gridò conte Ugo, a cui balenò negli occhi un lampo di gioia sinistra.
E piantato Aporèma accanto al corpo dello svenuto, s'inoltrò verso il verone, donde infatti spenzolava una tenue scala di seta.
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