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Il Libro Nero

Chapter 17: CAPITOLO XVI.
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About This Book

A linked sequence of tales set around a coastal fortress and its environs presents episodes of fear, rivalry, love, and the uncanny. Nobles, poets, clerics, and common folk recur across chapters that range from comic misadventure to grave moral reckoning, including jousts, poetic contests, secret bargains, and domestic reckonings. The narrative voice moves between ironic observation and lyrical description, sketching ceremonies, local custom, and supernatural rumor to assemble a portrait of a community governed by honor, desire, reputation, and superstition.

CAPITOLO XVI.

Qui si conta di un angelo, il quale aveva perdute le ali.

La bella castellana era seduta nella penombra della sua camera, di ricontro al verone, in atto di donna che pensi.

A che pensate, madonna? A nulla, per fermo. Quel momento che precede l'arrivo e il primo bacio dell'uomo amato, non è invero da lunghi pensieri, nè da soliloquii di coscienza, e gran mercè se il passato può scorrere, immagine fuggitiva e sbiadita, dinanzi agli occhi dell'anima. Il pensiero è geloso come un sultano; vuol esser solo a regnare.

Ma pensate voi mai? Vi giova egli alcuna volta raccogliervi da sola a sola con questo interno signore che non patisce rivali, con questo giudice che fa salire alle guance le vampe del rossore non visto, con questo accusatore che parla le tristi e le dure verità, con questo tormentatore che fa dar volta dolorosamente sul più molle de' guanciali, che ronza e morde, molesto, ostinato, come la zanzara, nelle lunghe, interminabili ore di una notte d'estate?

E a cui non avviene di pensare in tal modo, di soggiacere a questo incubo? È la legge comune dei nati dalla creta; e voi pure siete di creta, o angelo di bellezza: voi pure sentite i mali dell'umanità, e i rimorsi del cuore.

[pg!163] Orbene, in quelle ore solitarie, non pensaste voi mai ad Ugo di Roccamàla? La sua pallida figura non vi si offerse mai alla mente, spiccata come un'immagine del sogno, gli occhi atteggiati ad un muto rimprovero?

Ahimè, madonna! Dove n'andò quella virtù severa, virtù più bastionata ancora del vostro castello, virtù che si lasciava ammirare, adorare eziandio, ma sempre fuori del tratto della balestra? Come lungi da quel tempo! E per che, poi, e per chi? Per qual filiera di ravvedimenti, la dea, crudele co' buoni, è giunta a farsi pietosa co' tristi?

Ahi, cuore umano! ahi, cuore della migliore tra le donne!

A lui, schietto e gentile amatore, nulla! Lo amavate, diceva ognuno, e a voi pure pareva. Era bello, possente, dalle donne desiderato, dagli uomini temuto, e vi piacque lasciarvi amare da lui. Certo, se altri avesse chiesto in mercè di poter baciare più oltre della vostra mano regale, i vostri occhi avrebbero mandato lampi di sdegno; laddove a lui, a' suoi preghi, a' suoi confessati dolori, soleva rispondere un angelico riso, il quale non dava e nemmanco toglieva la speranza. Questa era la gran differenza tra lui e il volgo de' vostri corteggiatori; le conseguenze, pari. E lo amavate!

Più assai dell'estinto s'ebbe Morello di Monferrato, falcon pellegrino che vi trascorse un giorno da lato, e strappò, passando, uno spicchio dal vostro cuore.

Più assai d'ambedue dovrà oggi ottenere un nuovo venuto, un traditor dell'antico, quegli che al pari d'Ansaldo di Leuca dovrebbe farvi risovvenire di Ugo?

[pg!164] Ma, ohimè! Noi si dimentica. La nostra fibra non regge alla tensione degli affetti. Soventi volte dissimuliamo sotto il nome di amore una ebbrezza del senso, e quando l'ebbrezza è svaporata, diamo cagione al tempo della morte d'amore. Il tempo! povero tempo! Gli antichi lo accusarono di mangiare i suoi figli; ora i suoi figli lo addentano con ogni maniera di calunnie. Oh almanco la creta vile non cercasse scuse all'oblio! Ma no; ella che ha mestieri di credersi alito di Dio immortale, ella che dimanda superbamente l'eternità dopo la morte, e non sa concederla poi nella vita agli affetti, ella ha scoperta l'assoluzione del più grave tra tutti i peccati, l'oblio, non nella sua propria fragilità, ma nella forza delle cose. Non vedete come tutti fanno? Se dimentica Fiordaliso, perchè non dimenticherebbe Giovanna? Così, reputandoci angioli, e superiori ad ogni altra creatura nel volo, amiamo, quando ci torni, reputarci tutti di una forza e d'una misura nella caduta; così la colpa nostra chiede la scusa ed accetta l'esempio nella colpa d'un altro.

Per Fiordaliso adunque, per questo tornitore di versi leggiadri, oscurato il raggio della severa virtù, la domestica quiete turbata, accolte con grand'animo le ansie, i terrori della colpa! Qual nuovo pregio lo facea degno di un tanto olocausto? Una simigliante voluttà di acri profumi, che Ugo avrebbe volentieri pagata col sagrifizio della vita presente e delle speranze future, Fiordaliso la otterrà dunque per nulla?

O donne, a cui date troppo spesso il cuor vostro! O migliore delle donne, come vi siete fatta pari alla moltitudine delle figlie d'Eva! O angelo, come avete perdute le ali!

Ma infine, povera donna! E perchè Ugo non seppe [pg!165] aspettare? Ella era sull'alba degli affetti; il cuor suo era tocco, ma le voci arcane che comandano di amare non avevano ancora parlato. Perchè morì egli? perchè non attese?

Morello venne, e turbò, non il suo cuore, l'anima sua; la turbò perchè era un nobile garzone; la turbò dolcemente perchè aveva difeso la memoria d'un caro estinto contro le villanie d'un uomo dappoco.

Ella per fermo non aveva mai amato Ansaldo di Leuca, nè altri, nè altri! Che si domanda di più ad una donna? Che abbia a morire, perchè un uomo è morto? Di simiglianti tragedie si sono già viste; ma la scienza dirà che l'aneurisma e la tisi presuppongono il male preparatore, di guisa che una testimonianza di più fine sensibilità non sarebbe altro che l'effetto di un guasto dell'organismo.

Suvvia, che volete di più? Chiedete la continuazione dell'amore dopo la morte? Vorreste venire la notte, vampiri, a riposarvi sul cuore della superstite e suggerle il sangue? Non vi basta ch'ella si condanni alla solitudine?

E la solitudine, vedete, è traditrice; abbiate dunque misericordia. Egli è nella solitudine che l'anima va trascinata in balìa dei sogni fallaci. Una donna, fatta segno all'amore di taluno, è sempre alle difese; combatte, perchè il pericolo è presente, armato di tutte le sue lusinghe, di tutti i suoi incantesimi. Ma lasciatela sola, lungamente sola. Il sapere che nimici non incalzano al vallo, rallenta la vigilanza del presidio. Si spalancano le porte, giova uscire all'aperto, vedere i deserti accampamenti. Qui fummo stretti! qui potevamo cedere! E allora venga pure, ci sopraggiunga il pericolo; il cavallo di legno fa [pg!166] quello che non aveva fatto Achille, nato di Dea, nè il Tidide, nè il Telamonio; l'occasione afferra e carpisce quello che un affetto ardente, verace, profondo, non aveva potuto ottenere.

Così cade la donna; così cadeva Giovanna, la miglior delle donne.

Angioli del domestico lare, celatevi il volto! Il verone è superato; un'ombra nera scende dalla balaustrata; l'aspettato è giunto.

Fu scritto che un gran dolore è muto; e un grande amore io credo sia muto del pari. Il giovine innamorato cadde alle ginocchia di lei, e rimase a lungo in quella postura, estatico a contemplarla. Dalle prime angosce di un colloquio, da que' naturali ritegni del pudore che è l'ultimo ad abbandonare la donna, la sciolse un nembo di baci, o più veramente un bacio solo, ma lungo, errabondo, che volea dirle: perdonate a me, perdonate a voi stessa. L'adorazione vince la vergogna della caduta. La donna non è più angelo; ma che importa, se, in cambio d'angelo, è dea?

O voluttà, voluttà dell'anima, che precorri e fai più divina, ritardandola, quella dei sensi! In queste ore celesti, la donna è sulla terra quello che la divinità sull'altare. Soventi volte, l'amante è Pigmalione che adora l'opera delle sue mani; altre volte è un felice, che, giunto a sollevare il lembo del velo d'Iside, aspetta animoso la morte, pur d'essersi inebbriato nella contemplazione di ciò che non videro mai gli occhi del volgo profano. Ma, comunque sia, quella donna si vede, si ode, si sente adorata, nella forma e nella sostanza; dea sul piedestallo, scorge un giovine ed amato sacerdote che le si prostra, le inonda [pg!167] il piè divino di baci e di lagrime, e le riflette nella sua l'adorazione di una moltitudine che il suo sguardo trapela fra mezzo una nube d'incenso. I desiderii s'innalzano a lei, soavi odori di mirra eletta, e la inebbriano; ogni sguardo di quegli occhi peritosi ma ardenti, ogni tocco di quelle mani paurose ma dardeggianti elettriche scintille, dice a lei che è la divina delle donne, che nessun'altra al mondo è amata, adorata, venerata al pari di lei. Ardono i ceri tutt'intorno; l'incenso sale in fumanti spire fino alla volta del sacrario; le canne di un organo invisibile sciolgono celesti armonie; come potrebb'ella ravvisarsi angiolo caduto, in quell'oceano di splendori, di fragranze e di suoni?

Nè manco felice, nè manco inebbriato è il sacerdote. Ogni parola che esca dalle labbra della dea, è una musica ineffabile; ogni sguardo che si posi su di lui, è un raggio di luce; l'alito che scende a carezzargli la fronte, è un'aura di paradiso; da tutta quella persona, dai veli che l'adornano, dall'aria stessa che la circonda, si svolge un incognito indistinto di mille odori, una soavità di promesse, una novità di arcane attrazioni, che fanno raggiar gli occhi, precipitare il sangue, sprigionarsi tutte quante le forze dell'esistenza e sciogliersi dintorno a lei in un palpito di solenne agonia.

Ore dolci, ore divine di un colloquio che nulla turba, nè sguardo importuno, nè minaccioso rumore di passi vicini! Ore in cui l'anima, sciolta d'ogni sospetto, si espande rigogliosa e distende i rami flessuosi, all'ombra de' quali due vite confidenti riposano! È sonno o veglia? È vita o visione? E quei nonnulla che labbro mormora a labbro, che l'orecchio [pg!168] non ode e che la bocca respira! E il bacio traditore che improvviso scocca e confonde le due esistenze!...

Angioli del domestico lare, celatevi il volto!...

Giunse l'alba, e con l'alba un gran dolore nell'anima del felice. Sollevandosi per condurre la donna a respirare la fragranza del nascente mattino, vide la faccia sua riflessa nella spera metallica che pendeva dalla parete. E' ricordò per quale inganno fosse penetrato lassù, e qual virtù vendicatrice in lui fosse.

Il volto del felice garzone non era ancora quello di Ugo, ma non era già più quello di Fiordaliso.

E allora gli scese nel cuore una immensa pietà per quella donna, che perduta pendeva dal suo braccio. Sentì quel cuore palpitare di rincontro al suo braccio. Quella bocca, che egli aveva divorata coi suoi baci, sospesa al suo omero, ripeteva ancora sommessamente: ti amo!

— La ucciderò io, discoprendomi a lei? Ugo di Roccamàla, giustiziero di uomini, fulminerà il suo sdegno contro una donna? contro questa creatura così fragile, ma pur così bella? —

E mentalmente chiese una grazia ad Aporèma.

— La mia è anima tua, demonio, ma non uccider costei, ma lasciami ancora un istante il volto di Fiordaliso!

— Fanciullo! — mormorò una voce nell'aria.

Egli crollò le spalle al sarcasmo; si guardò da capo nella spera, e mise un respiro.

Ella alzò gli occhi turbati, e, mettendogli le braccia al collo, gli disse:

— Che hai tu, mio dolce signore?

[pg!169] — Nulla; io penso che tu sei bella, divinamente bella. Vedi, guarda là dentro! —

E le accennava la spera.

Ella rivolse da quel lato la faccia ridente, ma senza toglier le braccia dal collo di lui.

E la spera, illuminata dolcemente dai barlumi dell'alba, riflesse un sorriso, un amplesso ed un bacio.

[pg!170]