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Il Libro Nero

Chapter 8: CAPITOLO VII.
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About This Book

A linked sequence of tales set around a coastal fortress and its environs presents episodes of fear, rivalry, love, and the uncanny. Nobles, poets, clerics, and common folk recur across chapters that range from comic misadventure to grave moral reckoning, including jousts, poetic contests, secret bargains, and domestic reckonings. The narrative voice moves between ironic observation and lyrical description, sketching ceremonies, local custom, and supernatural rumor to assemble a portrait of a community governed by honor, desire, reputation, and superstition.

CAPITOLO VII.

Dove si legge del patto che il vescovo Gualberto aveva fermato col diavolo.

Così dicendo, Aporèma si accostò allo stipo, da cui era già disceso, innanzi la minaccia di andarsene via dal castello, e toccata leggermente una delle cento borchie ond'era fregiata l'esterna fasciatura dell'armadio, fe' scattare una molla. A quel colpo, una sbarra orizzontale, che parea semplice ornamento dello stipo, si mosse, e per la fessura che lasciò scoverta, Aporèma ficcò destramente le dita, facendone balzar fuori un libro grande e sottile, dalle carte di cuoio lavorato a rilievo.

— Ah! — sclamò conte Ugo. — Il libro nero non era dunque una favola?

— No; la leggenda diceva il vero; — rispose Aporèma — eccolo, il libro che i tuoi maggiori hanno sempre vanamente cercato. Apri il fermaglio di ottone; vedi la pergamena, com'è intatta e pulita! —

Ugo afferrò il libro, e corse al lume della lucerna per leggere. Sulle prime gli occhi abbacinati non distinsero nulla in quella fitta scrittura, le cui parole erano la più parte abbreviate, giusta il costume del tempo; ma a poco a poco, chetandosi lo spirito confuso, e avvezzandosi gli occhi allo scritto, incominciò a cogliere il senso di quello scarabocchio. Ora ecco ciò che egli lesse:

[pg!73]

In nomine Domini, amen.

In hac die novembris XXIX, anno a nativitate Domini MCLXIII, ego Gualbertus episcopus veni ad hanc turrim quae dicitur nigromantis in Arce mala et diabolum adjuravi qui eam inhabitat. Et mihi respondit ille, se dæmonem, famulunque comitis Hugonis de Arce mala fuisse, et sibi nomen Aporèma. Addidit se nunquam castrum hoc deserere voluisse, juramenti caussa, quod fecerat prædicto comiti Hugoni, dum ille vivebat, se sobolem ejus assidue protecturum. Et iterum adjurans eum efficacibus scripturae verbis, mihi etiam respondit se libenter discessurum esse et hoc sine perfidia facere posse, dummodo redire posset quotiescumque aliquis praedicti Hugonis nepos felix aut aliter in re sua beatus haberetur; nam sibi nomen antea Lucifer, ideo lucem ferendi officium sibi, cui numquam deesse poterit per tempora. Quid lateat sub hac conditione haud mihi clarum est, et hoc tantum obtinui et huic foederi accedere debeam. Deus mihi adsit et comitibus de Arce mala, ne quid detrimenti ex hoc nobis adveniat.

Gualbertus
Aporèma.  

— Intendi tu dunque? — disse Aporèma, facendosi cortesemente a volgarizzargli il latino del vescovo Gualberto. — «Al nome di Dio, amen! In questo dì 29 novembre dell'anno 1163 dalla fruttifera incarnazione, io Gualberto vescovo son venuto nella torre che è detta del negromante, in Roccamàla, ed ho scongiurato il demonio che l'abita. Egli mi [pg!74] ha risposto essere stato lo spirito familiare del conte Ugo di Roccamàla e aver nome Aporèma, aggiungendo non aver mai voluto lasciare il castello a cagione di sacramento fatto al predetto conte Ugo, in suo vivente, che mai sempre avrebbe protetta la sua stirpe. E da capo scongiuratolo, con le efficaci parole della Scrittura, mi ha risposto eziandio non aver egli difficoltà a partirsene, e poter anzi ciò fare senza mancamento alla data fede, purchè potesse tornarvi quantunque volte fosse un discendente del conte Ugo che nella comune estimazione si tenesse felice, od altrimenti nelle sue faccende beato; imperocchè il suo primo nome era Lucifero, epperò l'ufficio suo era di portar luce, e a cotesto suo debito e' non avrebbe mai potuto fallire. Che cosa si nasconda sotto questa condizione m'è oscuro, ma ciò solo ho ottenuto, e dovrò contentarmene. Iddio protegga me e i conti di Roccamàla, che non ce n'abbia a derivare alcun danno.» Tu vedi, c'è il nome del vescovo accompagnato dalla croce e scritto d'inchiostro nero, e c'è quest'altro sgorbio che vuol dire Aporèma, fatto con inchiostro rosso, giusta la mia consuetudine.

— Ma che vuol dir ciò? — chiese Ugo ammirato. — Che fine riposto è egli questo tuo, che il vescovo Gualberto non ha potuto penetrare?

— Ah, si! — disse ridendo Aporèma. — Il sant'uomo non sapeva capacitarsi di quel mio disegno, che egli anzi non si peritò di chiamare stramberia. E' giunse perfino a dirmi che quella condizione tornava tutta a mio danno, dappoichè veramente sulla terra nessuno era avventurato, e la felicità risiedeva soltanto nella città di Dio, nella Gerusalemme celeste, [pg!75] ed altre storielle di quella fatta. Ma, comunque e' rigirasse i periodi, non gli venne fatto cavarmi il segreto di corpo. — Tanto peggio per me, vescovo Gualberto! — gli dissi; — tanto peggio per me se non potrò più tornare; intanto scrivi il patto sulla tua pergamena, e ti basti sapere che io manterrò la promessa.

— E tu mi rispondi ora — soggiunse Ugo — come hai risposto al vescovo Gualberto!...

— No, in fede mia, — rispose Aporèma; — e vo' dirti ogni cosa, sebbene con quella riserbatezza che si addice a così scabroso argomento. Sappi che il tuo antenato era un uomo felice, poichè tale si credea veramente. La sorte aveva arriso alle sue armi: il suo valore lo avea fatto padrone di assai più terra che a te non ne sia rimasta in dominio; Roccamàla era il lieto ritrovo di nobilissimi baroni che a lui facevano corteggio e alla bionda Gerberga, la figliuola del marchese di Monferrato che gli era stata data in isposa. Come avvenisse, non istarò a dirti per filo e per segno; ma un giorno il conte Ugo dubitò della sua felicità. Giù in fondo al burrone su cui pende questa torre, taluno andò a sfracellarsi la cervice; ma nulla parve mutato nelle consuetudini del castello. Soltanto, fu detto di un barone Anselmo di Leuca, che egli fosse andato pellegrino in Terra Santa, e di questo barone Anselmo più non si ebbe novella, e nessun ciglio parve aggrottarsi, nessun volto soave arrossire, quando il nome di lui era pronunziato in Roccamàla. Un volto soave incominciò bensì a scolorarsi lentamente, fino a tanto nol racchiuse la tomba qualche anno di poi, e ci fu un magnifico funerale, e i frati del convento vicino venerarono una santa di più. Un'altra [pg!76] fronte andò a mano a mano rannuvolandosi, e non ci fu più verso di spianarne le rughe. Fu in quel torno che Aporèma, il maestro della scienza che non inganna, pose dimora in questa torre; fu egli che chiuse le ciglia all'amico, con la promessa che le avrebbe aperte a qualunque dei suoi discendenti avesse amato di tenerle chiuse alla luce faticosa, ma utile, della verità.

— Anselmo di Leuca!... — sclamò il giovine signore di Roccamàla. — Io dunque....

— No, non temere per la bontà del tuo sangue! — interruppe Aporèma. — I signori di Leuca sono di nobil legnaggio, e Ansaldo, l'amico tuo fedelissimo, può andarne superbo; ma tu sei un Roccamàla davvero, e nelle vene del secondo Ugo scorre qualche goccia di sangue del primo.

— E dov'è egli ora, il mio nobile antenato? — chiese Ugo.

— Nol so, — disse Aporèma; — o, per dirla col vescovo Gualberto, haud mihi clarum est; ma egli ben potrebbe essere qui presso di noi, per vedere com'io gli abbia tenuta la fede. —

Un improvviso bagliore rischiarò in quel punto la camera, facendo impallidire il lume della lucerna, e tosto gli tenne dietro l'orribile frastuono della folgore.

— To' vedi! — soggiunse Aporèma. — Sembra ch'ei ci abbia uditi a parlare di lui e che ti conforti ad essere un uomo della sua tempra.

— L'anello, Aporèma; porgi l'anello!

— Eccolo! —

Ugo prese l'anello dalle mani di Aporèma e si diede a considerarne minutamente il castone, facendo [pg!77] girare il diamante sulla cerniera. Poche gocce di liquore color di fuoco gli apparvero nella piccola cavità che era rimasta scoverta, ed egli, poichè l'ebbe guardate, cadde in una profonda meditazione.

— A che pensi tu ora? — gli chiese Aporèma.

— A lei! — disse Ugo. — O non le fo oltraggio, forse, tentando una simile prova?

— Non ti mettere a questa impresa, se ciò temi; — soggiunse Aporèma. — Io già te l'ho detto: non vo' nulla per violenza da te. Inoltre, odimi bene, Ugo di Roccamàla! Io non ti pongo alcun patto; l'esperimento durerà quanto ti aggradi, e tornerai Ugo ogni qual volta ti piaccia. Non ti chiedo l'anima tua; non ti pungerò una vena perchè tu abbia a sottoscrivere una carta; Aporèma è cavaliero e non un giudeo che presti ad usura.

— Oh, egli non è di ciò che m'importa! — gridò conte Ugo. — Se tu di' il vero, se nulla resiste o sopravvive alla morte, nè la vita di questo mondo, nè la ignota che ci promettono, francano la spesa di essere vissute. Orbene, eccoti contento, ho bevuto! —

E così dicendo, pose le labbra intorno al castone dell'anello, e avidamente succhiò il rosso liquore.

— Ah! che mi hai tu dato? — sclamò egli, a mala pena ebbe finito.

— Guarda! — gli disse Aporèma, accennandogli col dito a' suoi piedi.

Ugo guardò e mise un grido di spavento. Un corpo morto giaceva a terra, disposto per modo che i piedi del cadavere toccavano i suoi.

— Guardalo, — prosegui Aporèma, — guardalo, il tuo sozio fedele, il tuo unico amico verace, quantunque un tal po' prepotente; quello che non ti ha mai [pg!78] abbandonato un istante, dacchè hai aperto gli occhi alla luce; quegli che ha sempre sorriso e pianto, goduto e patito con te; guardalo ed usagli la cortesia di qualche carezza; stringi fra le tue braccia quel petto rilevato e robusto, appariscente sotto una maglia aggiustata d'acciaio, come sotto un giustacuore di seta di Bagdad; metti le mani su quelle chiome nere e lucenti che svolazzavano in aria con superba leggiadria quando serravi Aquilante tra le vigorose ginocchia e lo spingevi a galoppo; bacia quella fronte bianca, ahi troppo immemore d'altri baci e pur mo' desiosa di nuovi; tanto è vero che l'uomo desidera ciò che egli non ha avuto ancora, e ciò ch'egli ebbe facilmente dimentica. —

In quella che Aporèma così parlava tra grave e beffardo, secondo il costume, Ugo si era curvato su quel corpo morto e l'avea riconosciuto per la sua spoglia mortale. Lo contemplò un tratto e non senza mestizia; quindi, come percosso da un pensiero improvviso, si alzò per guardarsi la persona.

— Ed io... io... chi sono io mai, se il mio corpo è costì?

— Va, quello è uno specchio; — disse Aporèma. — Conte Ugo corse difilato ad una larga spera di terso metallo, che era sospesa alla parete daccanto alla finestra; il demone taumaturgo prese la lucerna e l'alzò fino presso il volto del giovine.

Ugo vide allora l'immagine sua, che era quella d'un bel cavaliero, dagli occhi azzurri, dalla florida carnagione a cui dava più risalto una fina capigliatura bionda, dalla svelta statura, e sfarzosamente vestito. Si contemplò ammirato, mosse gli occhi, il capo, il petto e le braccia; quindi si volse a cercare [pg!79] l'antica spoglia: ma essa non era più nella camera.

— Dov'è andato il mio corpo? — chiese allora ad Aporèma.

— O che? pensi tu forse ch'io non sappia fare le cose a dovere? Esso è già nella tua camera, disteso nel tuo letto e porta i segni di una morte avvenuta per riflusso di sangue al cervello. Tra due o tre ore entrerà il biondo Fiordaliso a svegliarti. Immagina le grida del trovatore adolescente! Tosto il castello sarà a soqquadro; gli amici e i famigli che correranno di qua e di là all'impazzata; mastro Benedicite che griderà di aver tutto presagito, e che, se a lui si fosse aggiustato fede, non si sarebbe lasciato entrare il romèo. Allora si penserà a venire nella torre del negromante; ma un certo odore di zolfo che a taluno parrà di sentire, li manderà tutti indietro sbigottiti, e non si avrà coraggio di mettervi il piede, se non dietro all'orme di frate Alberto, monaco tenuto in concetto di santità, il quale starà qui lunga pezza in preghiera. Poscia, spruzzato non so bene quante volte d'acqua santa, avrai esequie degne del tuo alto stato, e sarai sepolto fra le tombe de' tuoi maggiori. Amen!

— E lei.... — chiese Ugo peritoso — e lei che dirà?

— Questo non vo' raccontarti fin d'ora, ma non andrà molto che tu ne saprai quanto io, imperocchè la vedrai coi tuoi occhi medesimi.... vo' dire con quelli che hai tolti a prestanza da me.

— E quando la vedrò?

— Non oggi, nè domani per fermo, imperocchè tu vai cavalcando con grossa e nobil masnada verso il [pg!80] suo castello, dal quale sei ancora cinque giornate lontano.

— Ma dimmi, chi sono io ora, qual personaggio rappresento?

— Non lo senti? Sei Morello, il secondogenito del marchese di Monferrato, e ti rechi a Genova per chiedere le galere che dovranno condurre a Costantinopoli la tua bellissima sorella, disposata all'imperatore Andronico, al figlio di Michele Paleologo.

— Ah, sì, comincio a ricordarmene; ho la mia gente che m'aspetta a Falconara.... E tu, chi sei?

— Non mi riconosci più? Sono il tuo giovine amico, il trovatore Rambaldo di Verrùa.

— Sì, sì, lo rammento. Iersera, alla nostra fermata presso il castellano del Bormio, tu m'hai cantata una leggiadra servantese intorno alle bellezze più riputate dell'oriente e dell'occidente.

— Sulle quali porta la palma la genovese Elena Ascheria, la figlia di Orlando Aschero, uno de' più valenti capitani della repubblica; Elena che tu vedrai ed amerai, se pure ti piacerà di proseguire il viaggio fino al mare.

— No, no, io non porrò piede sul territorio della repubblica genovese — gridò Ugo, a cui Aporèma andava ispirando grado a grado la memoria e i concetti del suo nuovo stato. — Giungerà colà lo ambasciator di mio padre; io mi fermerò in qualche luogo ad aspettar l'esito dell'ambasceria.

— A Torrespina, non è egli vero?... — chiese ghignando Aporèma.

— A Torrespina, perchè no? Cortese è il castellano, e il figlio del marchese di Monferrato è così [pg!81] orrevole personaggio, che ognuno abbia a tenersi d'avergli potuto dare ospitalità.

— Oh, se ne terrà, non dubitare, e se ne terrà eziandio non poco la castellana. —

A queste parole del demonio, che gli entrarono come la punta di un verrettone nel petto, Ugo di Roccamàla sobbalzò, scagliando al compagno un'occhiata sdegnosa.

— Suvvia! Vedremo tutti alla prova, e chi avrà il torto sarà tanto buon cavaliero da confessarlo. Vieni dunque; la tempesta s'è racchetata di fuori; tra poco a Falconara si sveglierà il campo, e se i tuoi cavalieri non ti vedono, penseranno un subisso di male venture. —

Così disse Aporèma, e preso per mano il conte Ugo, si dileguò con esso lui ne' vapori del nascente mattino.

[pg!82]