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Il mistero del poeta

Chapter 18: XIII.
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About This Book

A man writes a private, posthumous confession to a trusted female friend, unburdening a long-hidden passion that has shaped his memories, dreams, and creative life. He recounts prophetic nocturnal visions of a distant, sweet voice, explains his fear of scandal, and instructs the friend when and how to make the secret public if necessary. The narrative moves between intimate present impressions and recollected episodes, examining yearning, regret, artistic sensitivity, and the conflict between inner truth and social reputation. The account reads as a layered testimonial that probes the nature of love, memory, and the enigmatic source of poetic inspiration.

«Ella aspetta ch'io finisca e devo pure affrettarmi perchè è tempo di tornare da mio zio. Il Suo sentimento mi onora e mi commove tanto ch'io devo essere interamente sincera con Lei.

«Mi sono fidanzata liberamente ad un uomo che stimo, ma vi hanno difficoltà più grandi di questa perchè io consenta al mio cuore di amare uno straniero. Passate vicende mi tolgono di esser felice per questa vita, come di render felice altrui. Perchè non lo direi? Ella sa indovinare tanto! Ho amato ancora, ho amato troppo. A venticinque anni è come se ne avessi cinquanta; debbo considerare ogni nuovo movimento del mio cuore come una debolezza spregevole, una follia.

«Addio. Ho considerato un momento se potevo soggiungere «amico mio» se potevo corrispondere almeno con questa innocente parola allo slancio della Sua fantasia. Ho giudicato contro la parola innocente, mi son detta ch'è più prudente accontentarsi di quanto abbiamo avuto, un'ora di contatto spirituale e di simpatia. Una relazione d'amicizia, una corrispondenza potrebbe forse nel futuro non esser buona, renderci più penoso il nostro stato. Noi conserveremo così più intatto e poetico il ricordo di quest'ora.

«Io parto posdomani e forse anche domani, se sarà possibile. Addio ancora. Mi perdoni e non cerchi, La supplico, rendermi difficile ciò che la mia ragione e la mia volontà riconoscono necessario. La ringrazio dei versi, che non mi lascieranno più. Dio La benedica in tutto che opera, in tutto che ama.

«VIOLET YVES.»

VIII.

Le sue parole «forgive me! Be kind to me!» mi avevano messo in cuore un gelo di spavento. Alle prime righe avevo esultato, e poi letto rapidamente, divorato ogni frase amara con avidità, volendo conoscere il peggio. Quand'ebbi finito mi turbinava dentro una passione tale, una tal febbre di prepotente vita che mi pareva troppa per il mio petto angusto. Era libera, mi amava, mi aveva sognato anche lei. L'unica volta in vita mia mi scoppiarono dal cuore dei versi belli e fatti, il primo dei quali pare insensato e l'ultimo ha un'elissi spaventosa; ma non si cambiano!

    Ecco, superbo ascende il fior de l'agave,
    Arde nel cielo splendido il mio sol;
    Ebbra di fuoco, ebbra di luce l'anima
    Spande l'ali e in tempesta agita il vol

    Se lunghe, amare furono le tenebre,
    Degna è quest'ora tutto di soffrir.
    . . . . . . . . . . . . . .

No, cuore mio, sta tranquillo, non si cambiano; il tuo primo getto della gioia infinita, eterna, non si tocca più.

Era fidanzata, aveva perduta la fede nell'amore, negli uomini, in sè stessa, forse. Tali difficoltà mi accendevano e non mi atterrivano. Ah questo sì era uno spasimo, che avesse amato tanto, che non si potesse assalire il passato!

Stetti sepolto, non so per quanto tempo, nella poltrona dove si era seduta miss Yves; poi l'aspettai andando da una sala all'altra, vagando intorno all'albergo. Non so cosa si sarà detto di me, poichè mi sorprendevo io stesso a guardar fiso la gente, a parlar da solo. Passavano ore ed ore, miss Yves non veniva mai. Avrei voluto scriverle, ma tremavo che intanto scendesse, che mi sfuggisse. Verso l'ora del pranzo mi risolsi a preparar due righe nella sala di lettura.

Scrissi:

«Non voglio morire, no, se mi ama; se è libera non voglio il sepolcro sulla montagna, nè il sepolcro nella valle, voglio te che sei la speranza e la fede, la vita e la luce. Voglio portarti sul mio petto, forte con te, forte per te, attraverso le cose e gli uomini, amici o nemici, fino all'altra sponda, fino a Dio. Non mi parli di sponsali, non mi parli di vicende che furono, io l'amerò tanto che Lei crederà nell'Ideale come io vi credo, e noi saremo uniti quanto i due nella leggenda sublime del Diletto, Essa è islamita, suona così:

«Un'anima pellegrina giunge dalla terra alla dimora del Diletto, batte alla porta. Una voce dall'interno chiede: chi sei? L'anima gli risponde: son io.—Non vi ha posto—suona la voce—non vi ha qui posto per te e per me.—La porta rimane chiusa.

«Allora l'anima ridiscende sulla terra, passa un anno nel deserto a pregare, piangere e far penitenza. Poi risale alla porta, vi batte ancora. Ecco la voce che dice: chi sei? Ella risponde tremando IO SONO TU. La porta si apre.

Che dolcezza immensa! Io sono tu. Possa Ella sentire più fortemente qui una tale parola scritta da me palpitando, che non l'abbia sentita presso al cuore silenzioso di Shelley e le rose funebri dove Dio gliela fece trovare la prima volta! Ho la ferma fede che le nostre labbra se la potranno dire un giorno. Lei non sa la mia storia, Lei non sa il mio sogno, Lei non sa il destino, non il destino, l'Amore infinito che ha pietà di noi due; e dice che parte, che non vuole amicizia nè corrispondenza alcuna con me! Oh come non sa, come non intende e qual errore di dire che ha amato troppo! Dovunque lei vada io pure andrò; Ella non ha amato abbastanza.»

Il Leopardi di miss Yves era in sala di lettura. Vi misi dentro la mia lettera. Il libro aveva un leggero profumo, il profumo delle sue mani, della sua persona, mi metteva le vertigini.

Ella discese qualche minuto dopo suonato il pranzo, in una elegante toelette nera, con lunghi pendenti di turchesi che le stavano assai bene fra i crespi capelli biondi e il collo bianco, delicato. Era con Mrs. B., ma forse non avrei avuto un altro momento opportuno; le porsi il libro. Appunto perchè il momento non era opportuno, m'intese. La vidi esitare un attimo.

—Non lo posso portare a pranzo—diss'ella con un lieve sorriso.

—No—risposi—ma credo v'abbia dimenticato qualche cosa di
Suo.—Violet esitò ancora, poi prese il libro e ne tolse la lettera.

—Andiamo—disse l'altra.

Durante il pranzo gli occhi di miss Yves non si volsero a me che una volta. Ella si alzò da tavola prima della frutta e scomparve. Era impazienza di leggere la mia lettera? O proposito di evitarmi? La seguii col pensiero. Stava leggendo, aveva letto, combatteva con le ombre del suo cuore. Penoso momento! Vinceva lei? Vincevano i fantasmi nemici? Era duro di non saper nulla, di non poter aver un segno. Però aveva presa la lettera. Mi dissi che avevo torto di dubitare e di temere, che Dio non mi avrebbe deriso, non mi avrebbe mandati quei sogni e lei per togliermi poi tutto così.

Seduto in faccia allo scoglio sovrano, condussi mentalmente a fine la poesia sgorgatami dal cuore alla mattina:

      Se lunghe, amare furono le tenebre,
    Degna è quest'ora tutto di soffrir;
    Di rifiorente giovinezza irrompermi
    Sento nel petto gl'impeti e gli ardir.

      Sublime Iddio che mi darai la morte,
    Ed or mi doni un più potente amor,
    Sia benedetta la mia dolce sorte!
    Qual onda al cielo, a te si slancia il cor.

Sentivo che avrei amato, felice o no, sino alla morte, ed anche in questa consapevolezza era un'acuta felicità. Il pensiero della morte mi brilla sempre davanti ne' miei più forti ardori di spirito, però in forma diversa; nelle commozioni che mi ha dato il sentimento intenso della natura, specialmente se misto ad occulte amarezze, ho sospirato di sciogliermi nelle cose; nelle commozioni dell'amore ho desiderato un mondo più alto, il mondo della luce e della vita che mi sentivo in cuore, tanto diverse da ogni luce e vita terrena, tanto superiori.

Quella sera miss Yves non discese più.

IX.

All'alba dell'indomani udii due carrozze fermarsi davanti all'albergo. Mi balenò un sospetto, balzai alla finestra. Vidi una carrozzella e una carrettina; presso quest'ultima una catasta di bagagli che i facchini stavano già caricando.

Quand'ebbero finito, un signore ed una signora uscirono dall'albergo, seguiti dall'albergatore e dai camerieri. Riconobbi subito miss Yves.

Rimasi alla finestra, istupidito, guardando come se fosse una partenza ordinaria, del tutto indifferente a me. Non credo però che avrei potuto muovermi, nè parlare. Miss Yves fece salire in carrozza suo zio, l'avviluppò bene in iscialli e mantelli, poi scomparve un momento fra gli ippocastani. Tornando alla carrozza, alzò il viso verso la mia finestra; quindi salì accanto a suo zio. Tutti salutarono e la carrozzella partì.

Dicono che sia piacevole di ricordarsi, nel tempo felice, della miseria; nelle ore più felici mi ha sempre fatto male di ripensare a quella. Il pensiero vi corre ancora, qualche volta; subito un fremito mi prende al petto, mi sento un piombo sul cuore e dico a me stesso: «No, no!» Non è la sola voce mia che dice così nel mio interno; non l'ascolterei, forse; è pure la voce della Diletta. Mi pare che la dolcissima voce abbia lagrime. Cara, io so quanto ti affanni il ricordo di tutto ciò che soffersi, amando te, per la tua resistenza, e ascolterò anche adesso il tuo «no, no» come quando me lo dicevi stringendoti a me in un abbraccio angoscioso; non descriverò quei momenti.

Ell'aveva lasciato una lettera per me. Se, smarrito nelle ombre della notte più nera, vedessi balzar su dall'orizzonte il sole, non mi farebbe un effetto diverso da quello che mi fecero i noti caratteri. Devo anche dire come mi batteva il cuore e che le mie mani tremanti non riuscivano ad aprir la busta?

Violet scriveva:

«Lei non mi ha ascoltata, ha voluto farmi soffrire molto. Ora vede ch'è stato inutile; ora tocca a me di far soffrire Lei, benchè Iddio sa che non vorrei far soffrire mai alcuna creatura vivente, è in ciò non mi piace distinguere chi mi vuol male da chi mi vuol bene. Quando leggerà queste righe sarò lontana.

«Se mi ama non mi segua. Perderebbe la mia simpatia e la mia stima. Ah, non so come esprimere questa mia intensa volontà! Posso immaginarmi che siamo ancora insieme e Le domando la Sua parola. Se io la domando con affetto nella voce e con lagrime negli occhi, vorrà Lei negarmela? No, sento di stringere la Sua mano mentre Lei risponde: sì, prometto.

«Non so la Sua storia, dice Lei, il Suo sogno, il destino! Ah ma e Lei, dunque? Sa Lei la storia mia, il destino mio? Dice che mi farebbe credere all'Ideale. Io vi credo già, ma esso non esiste su questa terra, esso è altrove, è un errore terribile di cercarlo qui. Ella si figura ch'io sia l'ideale Suo e che sarebbe felice con me. Io sono talmente convinta che s'inganna! Ha sognato, sì, lo credo, e sogna ancora. Mi ha Ella solamente veduta bene? So che ciò non potrebbe adesso raffreddare il Suo sentimento, ma dica: ha Ella solamente veduta la mia infermità? Lei è poeta, mi risponde di sì, e che anzi mi vuol più bene per questo. Ma sarebbe sempre così? Non è mica per la infermità, del resto, o almeno non è principalmente per essa che combatto il mio cuore.

«È poeta. Altrimenti, come avrebbe potuto amarmi in così breve tempo? Io La conosco da tanto più. Forse la mia voce per Lei (oso dire così!), forse la Sua poesia per me sono come una musica che fa provare vera gioia o vera tristezza ma senza soggetto, e quando tace, tacciono anche questi sentimenti vani.

«La sublime leggenda del Diletto non è per noi. Si consoli se questo può consolarla! Non è per alcun'altra coppia umana, se non in qualche fugace momento che dopo si espia, il Diletto, l'Essere a cui si dice «io sono tu» è nella casa misteriosa, non si vede, non si è veduto mai. Solo in un freddo amaro senso gli uomini posson dirsi l'un l'altro «io sono tu.» Significa: ecco, sono debole, ignoro, amo, erro e soffro come te.

«Mi chiesi e mi consentii di lasciarle in ricordo il Leopardi. Lo troverà nella sala di lettura. Il mio ricordo di questi giorni sarà, oltre a' Suoi versi, di non avere e di non leggere più quel libro come Lei ha desiderato. Veramente io ho una grande simpatia con la tristezza di Leopardi, perchè ha lo stesso colore della mia, non perchè abbia la stessa sostanza. Sono più credente di lui in quello ch'è fuori del nostro mondo e meno credente di lui in ciò ch'è umano, in me stessa.

«Scriva, combatta per quanto Le pare buono e vero. La voce a Lei cara non sarà con quelle della fama, con le dolcezze terrene che bisogna deporre, pregando e digiunando, nel deserto, prima di battere all'uscio arcano. Vorrei ch'Ella potesse trovare la mia voce dentro la casa del Diletto.

«VIOLET YVES.»

Passai tutto quel giorno sulle alture del Pian d'Orano ascoltando il vento, come uno stupido, e guardando le nuvole. Non pranzai a table d'hôte perchè, malgrado me stesso, gli occhi mi si empivano di lagrime ogni momento. Risolsi di procacciarmi nell'albergo ogni notizia possibile di miss Yves e poi di partire. Non per seguirla! Sentivo che non lo potevo, che non lo dovevo.

Alla sera, affacciandomi alla porta dove avevo udita la prima volta la sua voce, sentii il noto profumo di rose. Dovetti ritrarmi, con tanto impeto venivano i ricordi di quel momento felice e dell'ultima passeggiata. Mrs. B. s'avvide di me e mi domandò colla sua vocina petulante perchè fuggissi.

Mi parlò di Violet. Lì faceva scuro, per fortuna; ella non poteva vedermi in viso. Mi fece grandi elogi di miss Yves che chiamava sua amica, e si burlò di me, che l'avevo creduta maritata. L'anello pareva nuziale, ma non era del tutto liscio. Ella era solamente fidanzata e non pareva affatto innamorata del suo fidanzato; suo padre era inglese, sua madre italiana; ella stessa era nata in Italia. Aveva perduti i genitori nell'infanzia e ora viveva con tre zii paterni, stabiliti in Baviera, a Norimberga, per ragioni di commercio.

Questo era il capo della famiglia e viaggiava per salute. Avrebbero passato il resto dell'estate e l'autunno sui laghi, l'inverno a Roma o a Napoli, il matrimonio non potendo aver luogo, per certe ragioni ignorate da Mrs. B., prima di un anno. Una visita del fidanzato era attesa per la metà di agosto. La leggera imperfezione fisica di lei l'aveva colpita nella fanciullezza, in seguito ad una febbre violenta. Più di così la B. non mi seppe dire; nè come si chiamasse il fidanzato, nè se miss Yves avesse altre affezioni. Era però già molto per me di sapere dove abitava, benchè l'appellativo di «piccola città» non mi paresse convenire a Norimberga; ed era molto, sopratutto, di sapere che sarebbe rimasta libera per un anno ancora.

La sera stessa scrissi a quella tale signora che le sue raccomandazioni erano savie e giuste; che le chiedevo perdono di averle meritate; che per un grande mutamento avvenuto in me avevo preso la risoluzione di non venire a Ginevra; che di questo mutamento io non avevo merito alcuno, ma che confidavo essere per la nostra pace, per il nostro bene comune. Soggiunsi che sarei partito da Lanzo per un viaggio, e che, non sapendo ancor bene dove andrei, non potevo fornirle indirizzo alcuno.

Il mattino dopo mi recai a S. Nazaro per dire addio al prato, all'acqua cadente e alla chiesetta longobarda disegnata da lei; andai pure a salutare il vecchio castagno al cui piede ci eravamo seduti. Finalmente dissi addio al mio scoglio, e partii. Mi ricordo che durante il viaggio tenni sempre il Leopardi tra mano, che una volta, aprendolo, vi lessi:

    Perì l'inganno estremo,
    Or poserai per sempre
    Stanco, mio cor…

e che allora baciai il libro. Mi pareva quasi che il poeta unisse nella sua desolazione mortale le anime nostre. Però il sottile profumo che diceva dal libro l'alta gentilezza e anche la tristezza di lei, diceva altresì una dolce parola di fiori, incomprensibile ma consolatrice.

X.

L'idea di viaggiare m'era venuta in fatto, ma l'abbandonai subito. Mi ritirai in campagna. Mio fratello e una cognata erano ai bagni, e Lei sa che non abbiamo vicini; mi trovai dunque affatto solo; era il mio desiderio.

La sera stessa del mio arrivo le scrissi, Non sapevo ancor bene, incominciando la lettera, dove l'avrei diretta, e non sapevo neppure se fosse opportuno scrivere così presto. Le stelle e una voce interna mi dicevano «scrivi, scrivi!» Appena prendevo la penna in mano mi assalivano i dubbi, la pesavo ancora. Finalmente le tempeste del sì e del no presero insieme un solo furioso corso. La penna non poteva correr tanto. Raccontai questi miei dubbi, queste paure, la voce delle stelle che vedevano in quei momenti lei e me, la prepotente voce interna. Dissi che avevo potuto compiere il sacrificio di non seguirla, solo per la mia ardente fede che Dio ci avrebbe uniti. Ora lo confesso, la mia fede soffriva spaventose eclissi! Cercai dirle quale cammino avesse fatto l'amore in me dopo la nostra separazione, come avesse oscurato ogni altro sentimento tranne il sentimento della Divinità, col quale si confondeva, perchè lei, Violet, era una parola di Dio, susurratami nell'ombra. Finalmente le dicevo che, come il mio presente e il mio avvenire le appartenevano, pure doveva appartenerle il passato, e che volevo raccontarglielo tutto.

Così feci in più lettere. Scrivevo ogni giorno, e sempre le impressioni del presente erano miste alla storia del passato. Non spedivo lo scritto che una volta per settimana e dirigevo le lettere a Norimberga. Non conoscevo Norimberga, ma avevo degli amici a Monaco e mi venne in mente di pregarli ad informarsi se dimorassero colà tre fratelli Yves, industriali. Seppi così che vi dimoravano veramente e non dubitai che le mie lettere non capitassero, girando per lassù, a miss Yves.

Scrivevo, di solito, a tarda notte. Con quale indicibile desiderio, con quale impeto le aprivo il mio cuore, che voluttà era di dire a lei antiche colpe, antiche miserie di cui prima non avevo quasi osato parlare a me stesso! Ospiti amari della mia coscienza si levavano uno dopo l'altro ed uscivano. Qualcuno vi dormiva in fondo, dimenticato. Si svegliava a un tratto, tocco da questo fuoco nuovo dell'animo, si rizzava, mi batteva. Un lampo di dolore, un impeto di lotta, una vampa vincitrice; era scritto, era fuori di me per sempre. Che ristoro! E dicevo anche il poco bene che mi pareva aver fatto in qualche occasione; lo dicevo colla gioia d'un bambino che dopo aver confessato un grosso fallo si affretta a dire, tutto palpitante, tutto sorridente di speranza, le piccole opere buone che pure ha. Talvolta, finita la lettera, mi correva su dal petto al volto un riso come d'infermo che rapidamente risana, mi si bagnavano gli occhi. Poi giungevo le mani, mi dicevo «crederà, crederà» andavo a guardar le stelle, a ripeter loro «crederà, guarirà con me.»

La mia vita esterna si dice in due parole, ma la mia vita interna è un fortunoso dramma, che mi occupò molte lettere. Miss Yves non mi rispondeva e non la richiedevo nemmeno di rispondermi. Volevo solo preparare un futuro momento, poichè non sapevo dove, non sapevo quando, ma certo un giorno sarei andato a tentar l'ultima prova, a chiederle, con la mia voce, di esser mia.

Quand'ebbi detto tutto della mia vita sino all'incontro con lei, le mie lettere diventarono anche più gradevoli a scrivere. Ella non poteva specchiarsi nelle acque torbide del mio passato; solo ne avevano qualche luce i due sogni! Ma ora l'immagine sua viveva in me, pensava ne' miei pensieri, amava nel mio cuore, ogni giorno più intensamente, tanto che ne stupivo io stesso, dubitavo talvolta di amare una miss Yves ideale, distinta dalla vera, e provavo il bisogno, per sincerarmene, d'immaginar la cara persona, l'amor felice, perdendone quasi il lume degli occhi e il respiro. Oramai parlarle di me era come parlarle di lei stessa.

A mezzo l'autunno mi venne in mente di comporre un romanzo. All'idillio non pensavo più, tra per l'essermi stato suggerito dall'altra signora, tra perchè trovandomi la testa piena di motivi non solamente patetici ma anche comici, il verso m'avrebbe fatto impedimento. Ne scrissi subito a Violet; le scrissi, mano a mano, le prime idee confuse che mi vennero e tutti i pentimenti per cui passarono, le ritrassi le figure vere da cui volevo prendere i miei personaggi. Oggi pensavo un modo di aggruppare e di sciogliere i nodi della azione, domani ne pensavo un altro. Le scrivevo tutto. Sapevo di guastare così l'effetto futuro del libro sopra di lei, ed ero appunto felice di sacrificare una soddisfazione perchè ella sapesse tutto tutto dell'anima mia, i miei tentennamenti, le aridità della fantasia, la parte del caso nelle mie trovate artistiche. Volevo essere amato senza fine, ma l'idea di farmi ammirare da Violet più che non meritassi, mi metteva orrore come un inganno.

Dopo un mese d'incessante lavoro fantastico il mio manchevole ingegno non era ancor giunto a concepire un intero piano di romanzo che mi soddisfacesse. Non ne avevo in mente ben chiari che i primi tre o quattro capitoli. Intesi che ostinandomi a immaginare tutto il romanzo di primo getto, avrei finito con darmi per disperato, e mi buttai addirittura a scrivere, nella fiducia che, piantata bene l'azione, si sarebbe poi svolta, anche più naturalmente, da sè. Trascrivevo regolarmente il mio lavoro per Violet e glielo mandavo ogni settimana. Alla fine del quarto capitolo ebbi un assalto di malinconia nera. Incominciò col dubbio di non saper continuare; il dubbio diventò terrore; poi anche i capitoli scritti mi parevano assurdi, gelidi, pessimi; poi mi figurai di perdere l'ingegno, di non sapere, di non poter più niente. Mi persuasi che se Violet non si era risolta di mandarmi una sola parola, era per questa indegnità dell'opera mia. Le scrissi come soffrivo e caddi al fondo dell'abbattimento. Per due settimane tralasciai ogni corrispondenza.

Il 12 dicembre mi arrivò da Napoli una lettera con l'indirizzo di pugno di miss Yves. Conteneva la vetta d'una foglia di palma e una violetta bianca; nient'altro. Mi sentii mancare di gioia, appena ebbi forza di baciar la lettera, il fiore, l'aria odorosa.

    Ebbra di fuoco, ebbra di luce l'anima
    Spande l'ali e in tempesta agita il vol.

Era ancora così. Tutto era ritornato in un lampo, la fede in me stesso e la potenza. I miei capitoli mi ridiventarono vivi e belli, e quando pensavo al futuro cammino del romanzo, non lo vedevo ancora tutto, no, ma un lampeggiar continuo mi mostrava tante scene, tante fila d'intreccio. Ripresi tosto il lavoro, e so che non ebbi mai una vena altrettanto copiosa. Non parlo della risposta che feci a Violet sull'istante. Bastava veder quei caratteri per intender la furia della mia gioia.

A mezzo dicembre ritornai in città. Che inverno fu quello! Studiavo accanitamente di tutto. Non era la prima volta, per verità, che spaventandomi di larghe, vergognose lacune del mio sapere, non certo sospettate dal mondo, m'infuriavo a studiare. Divorai in pochi mesi la Storia del Papato di Ranke, tutto Alfieri, tutto Mickievicz, non so quanti volumi di poesie popolari italiane, buona parte del Wilhelm Meister di Goethe, i Principles of Sociology di Herbert Spencer e le commedie di Plauto. In pari tempo m'era imposto un canto di Dante, cento versi di Virgilio e cinquanta versi dell'Odissea al giorno. Faticavo immensamente, non trovando ristoro che nelle lettere a Violet, nel romanzo e in Omero. Benchè sapessi pochissimo di greco, Omero mi riposava come un bagno in una grande acqua pura e limpida. Andavo pure in società e facevo delle apparizioni in teatro. Lei ricorderà che non mancavo mai ai Suoi mercoledì. Visitavo qualche volta, per le apparenze, la mia antica fiamma. Credo che avesse nell'oscuro miscuglio del suo cuore e della sua coscienza un caritatevole odio per me; ma non me ne curai, benchè sentissi un'ostilità sorda in lei come nelle persone cui era più legata; e indovinassi che sparlavano dei miei libri e di me. Ho sdegnato sempre, e allora più che mai, occuparmi di cose simili. Forse avevano ragione, ma se Violet mi amava e mi mandava una palma, cosa era questa gente per me? Se mai ho pensato ad essi ed alle loro accuse fu con una specie di gratitudine, essendo salutare all'uomo, e sopratutto a noi poeti, razza vanitosa, di sapere che tutta la diretta lode umana di cui c'inebbriamo, è mista di menzogna, perchè, comunemente, lodando in faccia uno scrittore o si mente del tutto o si mente in parte. Sono io stesso affatto senza colpa? Omnis homo mendax, ne sono convinto, e quando ne ho la riprova nelle acerbe censure che mi si fanno alle spalle da chi m'ha lodato in faccia, godo di confermarmi nel vero, godo di costringere il mio orgoglio a considerar le ragioni dei detrattori, prendo il buono, disprezzo il resto e poi sento la terra più salda sotto i miei piedi, l'ingegno più libero, il cuore più forte.

La gente mi trovava cambiato. Si facevano commenti sulla mia rottura con la signora, non si poteva credere che non avessi un'altra amante, si arrischiavano supposizioni, si scoprivano false. Qualche signora civettava un pochino con me e smetteva presto, giudicandomi di ghiaccio. Mio fratello e mia cognata non erano meno sorpresi de' miei modi, del mio umore, del mio aspetto istesso. Dapprima mi fecero qualche interrogazione, poi vedendo che non le gradivo o che rispondevo sulle generali, non parlarono più. Credo che mia cognata—glielo perdono—abbia persino osservato la calligrafia delle lettere che mi pervenivano, onde vedere se qualche mano ignota mi scrivesse spesso.

In principio d'aprile riseppi da' miei amici di Baviera che il signor Yves era atteso a Norimberga verso la metà di maggio. Giudicai venuto il momento di vedere Violet. Le scrivevo sempre, le scrivevo tutto; era leale di tacerle il mio proposito per riuscire più facilmente nell'intento, per evitare un rifiuto e sorprenderla? Non era leale; scrissi che partivo.

Non partii subito. Aspettai per otto giorni una lettera di miss Yves, che non venne. Il 15 aprile ero a Napoli.

Non ci voleva una fede meno salda della mia per mettermi in Napoli a quella ricerca, senza un aiuto al mondo. Dopo otto giorni di corse inutili, di speranze e di angoscie, trovai una traccia, inaspettatamente, al Museo Nazionale. Vedutevi alcune signore intente a copiare quadri, mi venne in mente di domandare se miss Yves ne avesse pure chiesto il permesso.

Così potei scoprire che una miss Violet Yves aveva infatti frequentato il Museo dal dicembre al marzo. Uno dei custodi finì con ricordarsi di lei e mi assicurò che da oltre un mese non si vedeva più. Supposi allora che fosse a Roma presso i suoi parenti, e partii tosto per Roma.

Ricorderò sempre quanto palpitai alla stazione di Albano, vedendo alle spalle una giovane signora, alta, bionda, che camminava come lei. Non era lei. Salì nel mio coupè e vidi che somigliava un poco a Violet anche in viso. Non so come la guardai; certo il mio sguardo ebbe qualche cosa di singolare, perchè ella arrossì e si mise tosto a discorrere co' suoi compagni. Era tedesca, bellina, aveva una voce piuttosto aggradevole e trovava che il lago di Nemi era märchenhaft. Io trovavo in lei un'ombra di Violet. Gentile straniera, avete indovinato perchè vi guardavo? Ella rispondeva talvolta al mio sguardo senza civetteria, con una limpida meraviglia. Quando non guardavo lei, guardavo col cuore oppresso il solenne deserto e le rovine spettrali della Campagna. Mi si affacciava, mi tornava sempre, malgrado me stesso, l'idea della morte di miss Yves, di una lunga vita deserta e gelata.

Corsi al cimitero dei protestanti. Non dubitavo che miss Yves l'avesse visitato. Interrogai il custode, ma non ne potei spremer niente. Gliela descrissi, lo pregai di fare attenzione ai visitatori, caso che la signorina ci capitasse. Mi pareva probabile che volesse rivedere la pietra di Shelley prima di partire per la Germania. A Roma non avevo che questo fioco lume, non sapendo il nome dei parenti di lei, e andavo ogni giorno a Porta San Paolo, trovavo ogni giorno la stessa risposta sconfortante. Frequentavo il Pincio, la chiesa anglicana, tutti i luoghi ove potevo sperare d'imbattermi in lei. Era un vivere tormentoso, un continuo crucciarmi di non poter essere contemporaneamente dappertutto, di perdere forse la mia fortuna per un minuto di ritardo o d'anticipazione. Correvo sempre, la sera mi sentivo morire di stanchezza e l'implacabile cuore mi martellava ancora: «va, va!»

Intanto era venuta la fine di aprile. Forse miss Yves aveva affrettato la sua partenza dall'Italia e io non potevo durare a quella febbrile fatica; fermai di cessare dalle mie vane ricerche e di partire per Norimberga. In questo tempo avevo scritto a Violet due volte; la prima da Napoli, la seconda da Roma. La scongiuravo, s'era vicina a me, di rivelarsi. Nella seconda le indicavo pure la pietra di Shelley per luogo di convegno. Per designare il giorno avevo calcolato largamente il tempo necessario alle lettere per andare a Norimberga e tornare. Stetti nel Camposanto quattr'ore ad ascoltare il silenzio mortale, a vedere ondeggiare nel vento le rose banksiane sulla torre in rovina dietro Shelley, a leggere e rileggere:

    Nothing of him that doth fade
    But doth suffer a sea-change
    Into something rich and strange.

Immaginai che i versi arcani incisi sulla tomba del poeta parlassero del mio amore. Fiorirebbero solo, chi sa con quale splendore strano, nel mondo promesso cui occhio mortale non vide. Come non mi bastava una così lontana, incerta speranza, con che disperata passione abbracciavo in mente la donna mia, la sposa mia viva, palpitante di questa vita che muore, la difendevo, stringendola sul mio petto, contro l'ignoto, chiedevo a Dio, per pietà, un giorno, un'ora sola!

Ella non venne. Partii col treno della notte per l'Alta Italia, e pochi giorni dopo, il sette maggio, correvo sulla via del Brenner.

XI.

Chiedevo invano ai boscosi poggi, ai pendii fioriti, all'Eisack sonoro se avessero veduto Violet. Che inesprimibile senso d'incertezza e di angoscia mi possedeva, come mi accresceva trepidazione il corso violento e sicuro della locomotiva! Se miss Yves, pensavo, non fosse ritornata, se mi allontanassi da lei! Era la prima volta che passavo il Brenner e ancor più mi pareva solenne quell'uscire dalla patria, quel novo aspetto delle cose, quel sentire al di là di tante gelose montagne enormi il mistero ormai vicino di un grande paese non conosciuto se non per le nuvole che me ne portavan fantasmi, per i venti che me ne portavano suoni di poesia malinconica e di musica strana. Le acque deserte del Brennersee, vive come un occhio profondo, mi parvero, quanto il lago di Nemi alla signorina tedesca, märchenhaft: e poco dopo, alla stazione di Innsbrük, passeggiando lungo il treno, in un vento furioso, tra il viavai della gente straniera, credevo veramente sognare, aver varcata la soglia di un mondo fantastico.

Ero, durante il viaggio, in questo singolare stato d'animo, che più mi avvicinavo alla meta lontana, a Norimberga, più avrei voluto differire il momento di giungervi, differire i giorni in cui, se trovavo Violet, avrei conosciuta la sorte mia. Il mattino dopo il mio arrivo a Monaco passeggiavo per tempo le verdi solitudini dell'Englischer Garten, tutte placido sole e sfondi nebbiosi, tutte vive d'ali per le ombre e di trilli. Sostai in riva al lago torbido e immobile, contemplando quella pace di natura che tanto riposa dopo un lungo viaggio. La sensazione che avevo provato ad Innsbrük tra i rumori delle locomotive, della gente e del vento mi riprese più forte. Il sogno era stavolta così dolce e torbido, so süss, so trüb! Ero nel paese dove aveva vissuto miss Yves, respiravo quasi, nell'aria, i pensieri di lei, e l'acqua opaca, i vapori in cui sfumava ogni cosa lontana mi circondavano del mistero che circonda i sogni.

XII.

Partii per Norimberga con un treno del pomeriggio. Quando uscimmo dalla blanda valle erbosa dell'Altmühl per correre, fra sterminati orizzonti, diritto al nord, non era lontano il tramonto. Assorto in una sola idea, scosso ad ogni momento da vampe di accese immaginazioni, non avevo quasi mai avuto coscienza del paese così diverso dall'Italia che veniva continuamente mutando sugli occhi miei; ma pure la mobile visione si mescolava al mio pensiero, lo colorava, in qualche modo, di sè. Guardando, nello splendore del sole cadente, la quieta Altmühl così azzurra tra l'erbe dorate, riposavo un poco, mi venivano immagini di un avvenire sereno. Quando non la vidi più, il mio cuore riprese a palpitar forte. Sapevo che Norimberga non era lontana, il sole infuocava un rossastro paesaggio solenne di alte pinete e di sabbie immense, l'aria soffiava fredda, e se porgevo il capo a guardar dove ci portasse la locomotiva, non vedevo all'orizzonte che nebbie; sentivo il nord, mi pareva che quello fosse il vero cielo, il vero paese di un'anima come Violet. Là mi aspettavo di trovarla ancor più grave e triste, ancor più chiusa nel cupo fuoco del suo cuore. Ma la troverei, la troverei?

Verso le otto mi affacciavo dai tozzi baluardi medioevali, dai passaggi bui del Frauenthor a un largo di lastricati tra due scomposte fughe di case aguzze, a torri che salivano giganti, sul fondo, nei misti chiarori del crepuscolo e della luna. Norimberga, l'enigma, era davanti a me.

All'albergo domandai della famiglia Yves. I camerieri non la conoscevano, il padrone nemmeno. Questi ne chiese a due signori che stavano cenando. Uno di costoro sapeva soltanto che vi era una fonderia Yves nella Burgschmiedstrasse. Non posso dire l'impressione che mi fece il nome Yves pronunciato con indifferenza in quella sala d'albergo.

    The very music of the name has gone
    Into my being.

«Persin la musica del suo nome è infusa nell'esser mio.» Il mio orecchio coglie nella voce che lo pronuncia ogni intimo disaccordo con la musica eterna che suona dentro a me; e più è grande, più ne soffro.

Uscii la sera stessa, girovagai a caso, pensando che l'indomani mattina andrei nella Burgschmiedstrasse, trovando intanto una voluttà profonda nel mescolarmi quanto più potevo, fra le ombre della notte, a questa sognata Norimberga, nel pensare che l'una o l'altra casa potrebbe forse esser la casa degli Yves e qual cuore avrebbe Violet se sapesse ch'io passavo sotto le sue finestre. Questo era un mondo ben più fantastico che la valle dell'Inn e l'Englischer Garten. Entrai nell'ombra della nera Lorenzkirche, dietro alle cui torri enormi si alzava la luna, discesi e risalii per ineguali andirivieni di vie, ora scure ora sfolgorate nel mezzo da una lampada elettrica, sospesa in alto. Intorno al fulgor d'argento nereggiavano le case vecchione, con i lor grandi cappelli aguzzi, tutti scolpiti, aggruppate per diritto e per isghembo, ciascuna secondo il proprio talento. Passai pei vicoli tenebrosi da un bagliore all'altro, e so d'essermi fermato gran tempo sur un crocicchio pendente al fiume, con la sua lampada nel mezzo, fra cinque o sei bocche di vie inclinate per ogni verso. Ombre silenziose andavano e venivano nella intensa luce bianca. Mi ero fitto in mente che mi fosse più probabile di abbattermi in miss Yves sull'incontro di tante vie; e mi tenevo sicuro di riconoscerla da lontano, almeno all'andatura. Ma il tempo passava, le ombre dei viandanti si facevano più rade, la mia speranza veniva meno. Finalmente, adagio adagio, me ne partii.

Venivo su per la Königsgasse, che lì è stretta e scura, verso il mio punto d'orientazione in quel mondo sconosciuto, le torri della Lorenzkirche presso alla quale alloggiavo. Un landau scoperto, senza fanali, che mi precedeva al passo, si fermò quasi dirimpetto al caffè Sonne.

Un piccolo signore ne discese, chiuse lo sportello e vi appoggiò i gomiti parlando vivacemente ad alta voce. Subito dopo udii un riso e un'altra voce che mi pietrificarono.

Sie Böser! Cattivo!

Era Violet.

Mi fermai, palpitante, a due passi dalla carrozza. L'uomo voltò il capo verso di me. Allora girai dietro la carrozza, mi fermai in mezzo alla via, fingendo di guardare il tetto e i pinnacoli della casa Nassau che spuntavano nel chiaro di luna. Violet e colui continuarono a parlare, lei in tono affettuoso, egli in tono gaio. La voce sconosciuta non era giovanile. Pareva che disputassero sul vedersi o non vedersi all'indomani.—E così?—disse finalmente miss Yves.—A posdomani mattina?—A posdomani—rispose l'altro.—Alla stazione alle sei e mezzo.

Si salutarono. L'uomo entrò nel caffè e Violet si chinò avanti per parlare al cocchiere. Allora io dissi abbastanza forte i due primi versi della poesia tanto a lei cara:

    Ah no, se tu m'ami, vorrei
    Posar nel più fondo vallon.

Ella si voltò di slancio a me ch'ero già allo sportello. Le presi ambo le mani; per alcuni istanti non fummo in grado di proferir parola, nè lei, nè io. Faceva scuro, ma eravamo così vicini ch'io potei vederle negli occhi e sulla fronte la stessa improvvisa passione cupa di quel felice momento in cui, letti per la prima volta i versi dell'amore e della morte, mi aveva guardato in silenzio. Ella gittò quindi un'occhiata al cocchiere, ritirò le mani rapidamente,

—Qui?—mormorò in italiano—Come è qui?

—Lo domanda?—risposi.—Come mai lo può domandare? Vengo da Napoli.

—Oh viene da Napoli!—esclamò in tedesco.—Bravo! Si ferma? Oh!—soggiunse, stavolta, in italiano e nel tono di prima.—Non doveva venire! Dio mio, perchè è venuto?

Tacque un istante e poi mi chiamò sottovoce, deliziosamente, per nome; ebbe ancora come un sussulto, uno slancio represso di tutta la persona verso di me.

—Addio!—riprese.—Non posso più restar qui e non La posso rivedere.
Hanno anche avuto sospetti, per le lettere.

—Non mi può rivedere?

La mia voce dovette suonare molto accorata!

—Mio Dio!—rispose miss Yves.—Egli sa se voglio farle del male.
Forse non dovrei far questo, ma senta; dov'è alloggiato?

—All'albergo Zum rothen Hahn, qui vicino.

—Domani avrà una mia lettera. Addio! Il Signore La guardi. E grazie di tutto! Non sono mica un'ingrata, sa.—Addio,—riprese in tedesco,—se non ho il piacere di rivederla, si diverta e buon viaggio. Mi saluti Napoli e lo scoglio.

Si era intanto venuta levando un guanto e mi stese la mano, che afferrai con ambe le mie e baciai.

—Mi dica dove sta—susurrai.—Non verrò, ma me lo dica!

—La prego!—rispose, atterrita, disperata, come se si difendesse a un punto da me e da sè stessa.—Le scriverò. Addio!

—Mi dica—replicai—se quegli che parlava con Lei…

—No no!—diss'ella, e sorrise. Solo quando sorrise le vidi lagrime negli occhi.

Mi balenò un sospetto; che fosse già sposa. Glielo dissi; non lo era ancora.

—Non importa—diss'ella.—Lo sarò.

—Lei mi ama,—risposi,—non cedo. Lo sappia bene!

Furono le ultime parole. Violet ritirò la sua mano e disse qualchecosa al cocchiere. La carrozza partì, andò a voltarsi nella vicina piazzetta e mi tornò incontro al trotto. Passarono i cavalli, passò miss Yves salutando col capo, passò tutto, rumore e visione, giù nella discesa ombrosa della Königsgasse.

Andai all'albergo e mi chiusi nella mia camera a palpitar senza pensiero nella dolcezza intensa del momento appena trascorso. La idea che là, ond'eran venuti i sogni profetici, veniva pure quest'ultimo incontro, questa offerta suprema, era per me di un'evidenza fulminea. Avevo trovata miss Yves, sapevo che mi amava e ch'era tuttavia libera; adesso toccava a me non perdere un solo momento.

All'indomani riceverei la sua lettera. Mi apprenderebbe qualche cosa su queste nozze certo imminenti, sulle ragioni che ve la costringevano? Forse; ma intanto dovevo informarmi per mio conto. Cercai subito, sulla pianta di Norimberga, la Burgschmiedstrasse, dov'era la fonderia Yves. Se gli Yves non abitavano colà, mi vi farei almeno indicare la loro dimora. L'incognito e Violet si erano dati appuntamento alla stazione per le sei e mezzo del mattino; trovai nell'orario che fra le sei e le sette partiva un treno per Monaco.

Prima di coricarmi apersi la finestra, guardai la selva di tetti acuti e le torri della Lorenzkirche, oltrepassate oramai dalla luna, che ne inargentava gli alti trafori gotici. Contemplai lungamente la città dove aveva vissuto miss Yves, dov'ella, chi sa in qual parte, stava allora pensando a me. Provai l'ebbrezza spirituale del viaggiatore che giunto in un paese d'antica fama vede tutto insolito e grande intorno a sè, e discopre, non senza commozione, che fra questo ignoto paese e il proprio sentimento vi è qualche affinità misteriosa; che anche quest'altra parte della terra è un poco, non sa come, la patria sua.

XIII.

L'indomani mattina uscii di casa alle cinque e mezzo. Piovigginava, la nebbia velava, in fondo alla contrada, il torrione rotondo del Frauenthor. M'incamminai verso il posto dove avevo incontrato Violet. Non si vedeva anima viva, il caffè Sonne era tuttavia chiuso, si udiva solo la quieta voce della vicina fontana di bronzo. Per andare nella Burgschmiedstrasse dovetti attraversare la città grigia di nebbia, deserta, fantastica nella sua venerabile vetustà; vidi fra ponti potenti un fiume scarso, avvallato entro due argini di casupole nere, coronati di torri e di pinnacoli persi nei vapori; vidi squisiti monumenti intatti di un genio morto; vidi santi, frati, guerrieri di quel tempo antico, pietrificati sugli spigoli delle case, infissi sopra le porte, sui parapetti delle logge, sugli esagoni balconi ogivali sporgenti dalle facciate. Pareva che le generazioni umane fossero spente e il sole oscurato da lungo tempo, che quelle vie fossero una visione magica del passato, ed io un'ombra.

Trovai la fonderia Yves poco fuori del Thiergärtnerthor. Un tale, fra l'operaio e il soprastante, mi disse che gli Yves abitavano nella Theresienstrasse, e m'indicò pure il numero della casa. Gli domandai se il padrone sarebbe venuto, più tardi, alla fonderia.—Quale?—mi rispose.—Sono tre fratelli.—Allora parlai di quello ch'era stato in Italia e seppi ch'era tornato con la signorina da venti giorni, che non stava troppo bene, che veniva poco alla fonderia, ma che all'indomani vi sarebbe venuto certo. Chiesi se all'indomani non intendesse invece partire per Monaco. Quegli affermò che era impossibile. Prima di partire mi arrischiai a domandargli se gli operai non preparassero un regalo alla signorina per le sue nozze; mi disse di non saperne niente.—Sapete almeno—soggiunsi—quando si fa il matrimonio?—No,—rispose con indifferenza—questo non mi riguarda.

In dieci minuti fui nella Theresienstrasse, passando accanto ai viali ombrosi della Burg, dove forse Violet soleva passeggiare, e trovai, presso una fontana, la casa indicatami. Era elegante, nello stile del Rinascimento tedesco, con i balconi sporgenti e i pinnacoli dal cappello chinese sugli angoli del tetto. Due finestre vicine, al primo piano, avevano fiori. Erano quelle di Violet? Stava ella forse scrivendo a me? Chiesi a una donna, che attingeva acqua alla fontana nella sua gerla di metallo, se quella fosse la casa Yves. Non lo sapeva. La pioggia cadeva ora più fitta e tutte le finestre restavano chiuse. Passai e ripassai davanti alla casa, non sapendo se fosse bene o male di farmi vedere da Violet, non potendo staccarmi dal posto. Finalmente vidi un friseur aprire il suo gabinetto, ed entrai, sperando cavar qualche cosa da costui; un giovinotto in abito nero ed occhiali, che pareva uno studente di metafisica. Anche nel salutarmi al mio entrare aveva l'aria di affacciarsi con pena e stupore dall'origine delle idee a questo basso mondo, male rischiarato con poco chiaror di nuvole e una sottile fiammella di gas. Ne estrassi a stento che la casa vicina apparteneva ai fratelli Yves; che gli Yves erano celibi e tenevano presso di sè una nipote, la quale doveva sposarsi presto ad un tale professore Topler; che il professore Topler aveva vissuto parecchi anni a Norimberga ed insegnava attualmente nel ginnasio di Eichstätt. Appresi altresì che il Topler toccava la quarantina, ch'era piccolo e grosso e portava i baffi. Gli stessi occhiali del flemmatico parrucchiere mi parevano stupefatti; certo non gli era mai toccato discendere dalla metafisica per un avventore altrettanto curioso.

Eichstätt? Il nome non mi era nuovo; mi sembrava averlo letto il giorno prima sulla fronte di una stazione solitaria fra colli e boschi, e fors'anche udito dai miei amici di Monaco. Uscii nella strada assai soddisfatto di questo primo raggio di luce. Pioveva ancora, nessuna finestra della casa Yves si era aperta. Pensai di ritornare all'albergo e di cercare Eichstätt nel mio Baedeker.

Vi trovai ch'è una piccola città molto antica, a cinque chilometri dalla sua stazione sulla linea Norimberga-Monaco. Certo miss Yves sarebbe andata ad Eichstätt, l'indomani; certo vi sarei andato anch'io. Mentre stavo pensando come spiegherei, occorrendo, la mia andata colà, bussarono all'uscio e un cameriere venne ad avvertirmi che nella sala da pranzo c'era persona dalla quale potrei avere le informazioni chieste inutilmente la sera prima. Discesi e trovai un signore dall'aria franca e cordiale, che stava mangiando e conversando col padrone. Mi rivolse subito la parola per dirmi che conosceva perfettamente gli Yves, padroni di una fonderia, onestissime persone; non facevano buoni affari come una volta perchè la costruzione delle macchine, der Maschinenbau, era in decadenza, a Norimberga; ma si reputavano tuttavia solidi. Capii che m'aveva preso per un viaggiatore di commercio. Egli stesso si avvide tosto che desideravo altro, e mi prevenne chiedendomi se volessi informazioni personali. Risposi con la maggior disinvoltura possibile di non tenerci gran fatto. Avevo conosciuto uno dei fratelli Yves in Italia, e passando da Norimberga m'era venuta la curiosità di saperne qualcosa. Il signore me ne fece allora molti elogi stando sulle generali e soggiunse che il viaggio d'Italia non aveva rinfrancata la sua salute. Quando seppe che restavo poco a Norimberga, e che non avevo intenzione di visitare gli Yves, ne parlò più liberamente. Il discorso arrivò subito a Violet. Il mio interlocutore non le aveva parlato che due o tre volte, ma n'era entusiasta e capii bene che la teneva di gran lunga superiore per ingegno, coltura e sentimento, agli zii, e che, secondo lui, ella non poteva avere, in casa Yves, una buona respirazione morale. Gli zii erano galantuomini, ma troppo nel Maschinenbau; alquanto bisbetici, per giunta, e d'idee anguste. Il padre di Violet aveva fatto il pittore, si era accasato in Italia, ed era morto in Inghilterra poco dopo la sua giovane sposa romana, lasciando non ricca l'unica bambina. Gli zii l'avevano raccolta.

Ora miss Yves era sui venticinque anni. Si era detto che, parte per la sua infermità, parte per una certa storia di anni addietro, avesse rinunciato al matrimonio; poi un bel giorno fu annunciato che sposava il signor Topler. Questo signor Topler era un professore molto stimato, molto rispettabile, ma non troppo adatto, pareva, ad una giovine signora di gusti squisiti come miss Violet. Insegnava nel ginnasio di Eichstätt. Il matrimonio, stato differito più volte, doveva celebrarsi alla fine di luglio, immediatamente dopo la chiusura delle lezioni.

Tutto ciò mi fu raccontato a riprese dall'incognito signore col quale avevo finito per fare colazione, onde agevolare il dialogo. Quando disse una certa storia di anni addietro, mi sentii male al cuore. L'avevo inteso subito che la tristezza di Violet era il guasto lasciato da una gran tempesta di passione; lei stessa, parlando meco e scrivendomi, aveva alluso a un simile passato; pure soffersi come se prima vi fosse stata in me una irragionevole speranza che Violet non avesse detto il vero. Non osai chiedere una spiegazione lì per lì. Si parlò d'altro, dell'arte a Norimberga, di Veit Stoss e Krafft, del Museo germanico. Il mio interlocutore mi disse che se volevo avere un'idea del professor Topler guardassi, recandomi al Museo germanico, l'antico frate di pietra ritto sul canto della Karthaüsergasse. Allora avventurai in tono indifferente una domanda sulle vicende passate di miss Yves.—Cose vecchie,—rispose colui,—cose tristi. Troppa fede negli uomini!

Egli aveva finita la sua colazione, e con queste parole si alzò, lasciandomi l'animo ancora più amaro e turbato di peggiori pene, di peggiori sospetti. La fantasia non mi dava pace, mi mostrava continuamente immagini che non poteva nè spengere, nè sopportare. Dovetti soffrire molto, stancarmi il cuore prima di trovare quasi rinnovata di freschezza, di dolcezza, di ristoro, almeno per qualche tempo, l'idea che adesso Violet amava me.

XIV.

Con la prima distribuzione non ebbi alcuna lettera. Risolsi di passare al Museo germanico le tre ore che mancavano alla seconda. Mi aggiravo da un'ora per quel laberinto di alte sale, di scale marmoree, di chiostri gotici, dove zampilli mormorano nella penombra e una fioca luce cade dai cristalli dipinti, colora sculture sepolcrali. Sostavo talora a guardare da una porticina aperta il vivo verde di un cortile, a respirar l'aria chiara e pura, e guardavo appunto il colossale Orlando di Brema nel cortile, non so se ventesimo o decimonono, quando udii dietro a me una voce che mi parve riconoscere. Mi voltai; un vecchio signore dall'aspetto ecclesiastico parlava adirato con un custode che lo ascoltava sorridendo. Conoscevo una voce simile, sì; ma l'uomo non l'avevo mai veduto. Egli inveiva contro l'asineria di chi aveva levato non so qual San Giorgio di pietra da una casa di Norimberga, per collocarlo nel Museo. Poi lasciò il custode e mi passò davanti tutto fremente per uscire nel cortile a vedere d'appresso l'Orlando. Nel passare mi piantò in viso gli occhi furibondi come per dirmi «e Lei non mi dà ragione?» Vestiva tutto di nero, era piccolo e alquanto curvo; al fuoco degli occhi contraddiceva l'apparenza senile della persona. Fece rapidamente il giro dell'Orlando e ripassandomi davanti mi borbottò con una spallata «Cement!» Mi domandai ancora dove diamine avessi udita quella voce.

Lo ritrovai in una cappella della chiesa che ha le collezioni di arte ecclesiastica. Era seduto davanti al quadro di Kaulbach, dove il giovane Ottone III, dopo un banchetto in Aquisgrana, irrompe con i suoi compagni d'orgia, per un capriccio di ebbro, nella tomba del grande imperatore Carlo, e ne scopre al chiaror delle fiaccole il cadavere in trono, maestoso e terribile. Lo sconosciuto sfogava la sua ammirazione da solo, ripetendo «bello! bellissimo!» Si alzava dal suo sgabello, correva a fiutare, quasi, col suo lungo naso aguzzo, le figure, e tornava frettoloso a sedere. Mi vide e mi disse, tutto ancora scintillante in viso, ma di piacere:

—Questa è una consolazione.—La mia memoria ebbe un lampo; era la voce dell'uomo che aveva conversato con Violet la sera prima, davanti al caffè Sonne. Mi affrettai a parlare, a consentire con lui, ma solo in parte, per pungerlo e trattenerlo. Ammirai la composizione del quadro e feci qualche appunto al colore, torbido e languido. Non so come glielo dicessi, perchè parlo un tedesco assai stentato e scorretto. Credetti che mi volesse mangiare.—Wie! Wie! Wie! Es ist ja eine Gruft! Est ist ja eine Leiche!—Come? Come? Siamo in una fossa! Vi è un cadavere!—Mantenni la mia opinione. Le ombre del quadro sono scure, ma non hanno profondità, la luce delle fiaccole sul cadavere è gialla ma non viva, il rilievo delle figure è scarso. Discutendo, lo sconosciuto diventava più mansueto.—Finalmente—disse egli—io non posso discorrere molto sul colore, io vado all'idea; l'idea è la linea che in natura non esiste, che esiste nella mente. La mia mente vede in quella del grande poeta che ha dipinto qui. Una grande idea! Una grande visione del passato! Cosa m'importa che sia languida o torbida? Mi fa più impressione così. Lei è francese, signore? Quando udì ch'ero italiano, mostrò una vivissima e lieta sorpresa. Mi afferrò le braccia.

Aus Rom, mein Herr? Aus Rom?—Intesi che la mia risposta gli riuscì una delusione. Sperava che fossi di Roma o almeno di Venezia, o di Firenze; ma si rassegnò subito alla mia modesta patria lombarda.

—Oh Italia, Italia!—diss'egli—Ille terrarum mihi præter omnes angulus ridet! Lei capisce?

Ubi non Hymetto—risposi—mella decedunt….

Credo che mi avrebbe abbracciato; oramai eravamo amici.

Si visitò assieme le collezioni ecclesiastiche. Lo sconosciuto discorreva molto e piacevolmente. Non era la prima volta che visitava il Museo; non ne voleva vedere se non due o tre sale per volta. Infatti i custodi lo conoscevano. Ne udii uno che lo additava ad un collega, e diceva ridendo: der Schwabe! Intanto era venuta l'ora della seconda distribuzione postale e mi congedai dal mio compagno, che volle ci scambiassimo le nostre carte di visita. Trasalii leggendo sulla sua: Dr. STEPHAN TOPLER. Non ero sicuro se fosse un prete o no; ma che fosse il fidanzato non era possibile!

XV.

La lettera di miss Yves mi aspettava all'albergo. È la sola che non ho conservata. La bruciai dopo averla letta o riletta infinite volte, in un impeto d'orgoglio, di gelosia, non potendo sopportare presso a me certe parole che mi dovevano guarire col ferro e col fuoco e solo mi mettevano una febbre amara, che conoscevo, che avevo prevista, che tanto più m'irritava quanto più ero sicuro di vincerla. Non ricordo l'esordio troppo bene. Miss Yves cominciava, mi pare, con attribuire in gran parte alla sorpresa il suo turbamento della sera precedente, e parlava poscia con gratitudine delle lettere in cui le avevo aperto l'animo mio: prometteva serbarne affettuosa memoria. Non dimenticai una sola delle parole che seguivano

«Vi hanno per me invincibili ragioni di non andare più oltre. Se lo facessi, mi risospingerebbero indietro i rimproveri del mio passato, l'impero del presente, le minaccie dell'avvenire.

«Mi sono convinta, dopo una notte di riflessioni non piacevoli, che devo essere ancora più dura di così. Fin da quando c'incontrammo la prima volta con simpatia ebbi lo stesso concetto della mia situazione che ne ho in questo momento. Io fui debole quando Le inviai quel fiore da Napoli e fui debole anche iersera. Devo impedirmi simili debolezze per l'avvenire, devo pregarla di considerare cessata ogni relazione fra noi, meno che nella memoria. Se Ella non accetta e cerca vedermi ancora dovrò mostrare d'aver perduta anche la memoria di Lei.

«Non è vero ch'Ella non m'infliggerà un simile dolore? Ciò che Le ho scritto è la mia inflessibile volontà. Se questo può temperare la sua passione, sappia che io ho amato anni sono come non potrò amare mai più e mi sarebbe vergogna se lo potessi. Ella non saprebbe rendermi nè felice, nè infelice quanto un altro mi ha resa.»

La mia mano vibrava di commozione tenendo questa lettera in fiamme. Erano parole false che s'incenerivano, era un'artificiosa freddezza che ardeva; tutte queste inutili menzogne sparivano fra lei e me. E se hai amato, le dicevo abbracciandola in mente con passione e con ira, se hai amato altri prima di me, cosa m'importa? Puoi tu sapere, tu che mi ami, quanto ti renderò felice? E qual è, in nome di Dio, il passato, qual è il presente, qual è l'avvenire che può toglierti a me?

Risposi sull'atto, così:

«Ho bruciata la Sua lettera. Un giorno, quando Iddio ne avrà uniti, Le potrebbe dolere ch'io la avessi serbata.»

Recato questo biglietto, di mia mano, alla posta, mi sentii sufficientemente tranquillo e andai a vedere la città.

Per verità pensavo molto più al momento in cui miss Yves mi avrebbe veduto alla stazione, al momento in cui mi avrebbe udito nominare Eichstätt, che ad ammirare la vecchia Streusandbüchse des deutschen Reiches, come i tedeschi chiamano Norimberga. Perchè mi proponevo far sapere a Violet il più presto possibile che andavo a Eichstätt, che conoscevo la meta del suo viaggio. Non cercai vederla; appena nel salire da S. Sebaldo alla Burg guardai un momento, dalla bocca della Theresienstrasse i balconi eleganti di casa Yves. Più tardi, andando al vecchio cimitero di S. Giovanni, dove dorme Alberto Dürer, passai dalla porta della fonderia senza nemmanco guardarvi dentro.

Pensavo più all'amore che all'arte. Confesso tuttavia che qualchevolta l'energia e la grazia di un antico artista mi esaltavano, mi traevano a sè, non sopra l'amore, ma sopra le cure e le incertezze presenti. Davanti al Schönen Brunnen, al tabernacolo di Adamo Krafft nella Lorenzkirche, alle porte insigni della Sebalduskirche mi assaliva la gioia della bellezza, mi gloriavo d'essere io puro artista, pensavo felice che l'amore di Violet avrebbe saputo trarre anche da me un fuoco d'idee e di opere. L'altra signora si diceva gelosa della Musa; ma Violet! Negli amori e nell'anima mia Violet vedrebbe sè, sempre sè, dappertutto sè, come il sole potrebbe veder sè in ogni cosa vivente. Quell'altra povera donna parlava di gelosia perchè non sapeva come si ama.

Mi ricordo che quando salii sul Vestner Thurm pioveva, folate fredde di vento e pioggia entravano per le finestre senza vetri in quella stamberga a tetto, dove il custode della torre indicava placidamente, con la pipa, le altre torri, le chiese, i monumenti della città, poi le nebbie lontane, nominando con gran sicurezza paesi invisibili. Gli domandai da qual parte fosse Eichstätt. Quegli ripetè sorpreso—Eichstätt? Lei dice Eichstätt?—e, steso il braccio da una finestra, si diede a menar di taglio la mano verso il Sud, come chi dice un lungo, lungo cammino. Rimasi lì trasognato a guardare senza veder niente, senz'accorgermi del vento e della pioggia che mi battevano in viso.

XVI.

L'indomani mattina brillava il sole. Fui alla stazione un'ora prima del tempo. Solo allora, passeggiando su e giù per il piazzale deserto fra la Stazione e la Posta, mi venne in monte che Violet poteva aver mutato piano, che qualche impedimento poteva essere sopraggiunto. Torturato dalla fantasia mi rimproverai di non essere corso prima nella Theresienstrasse a vedere se i balconi dessero qualche segno di una levata mattutina della famiglia. Avrei voluto corrervi allora, ma tremavo di non essere in tempo, ed esitai tanto che la cosa divenne impossibile. Cominciarono ad arrivare le carrozze, e, per fortuna le mie angustie non furono lunghe, il landau di Violet comparve dal Frauenthor alle sei e mezzo.

Tre signore ed un cavaliere accompagnavano miss Yves. Ella era così pallida! Sorrideva però. La vidi scendere faticosamente di carrozza. Appena discesa si guardò attorno come per cercare qualcheduno; essendo miope non si accorse di me, che m'ero tenuto alquanto discosto. Poi la vidi entrare colle altre signore nella sala di 2^a classe. Pochi minuti dopo vi entrai io pure. Le compagne di Violet ridevano discorrendo col loro cavaliere, un uomo maturo, di qualcheduno che si faceva aspettare. A un tratto si affrettarono tutte, meno Violet, verso l'entrata. In quel momento io che camminavo su e giù per la sala le passai vicino e fui veduto da lei.

Non feci atto di salutarla, ma la guardai con volontà che lo sguardo parlasse. Ella trasalì tutta, mi parve che chiudesse gli occhi, girò subito il capo. Nello stesso tempo entrò alquanto rumorosamente con l'ombrello nella sinistra e una grossa mazza nella destra, colui ch'era atteso, il mio amico del Museo germanico.

Egli non mostrò curarsi molto delle altre signore che lo festeggiavano e andò diritto a stringere la mano di miss Yves. Violet era accesa in viso; i suoi dolci occhi non potean dirsi scintillanti, ma pur lucevano d'inusata luce. Il dott. Topler le sedette accanto e una bionda giovinetta della compagnia esclamò, battendo le mani, con una vocina brillante di riso:—Oh prego, prego, bitte, bitte, guardate Violet!—Vidi miss Yves arrossire ancor più e fare un atto d'impazienza, di rimprovero; udii il Topler prendersi beatamente, scherzando, tutto il merito di quei rossori, Violet disse certo alla sua giovane amica una parola acerba che non intesi, perchè la biondina fece un visetto mortificato e tutti tacquero. Io continuavo a camminare con un tal bollimento interno! Il dott. Topler alzò gli occhi, mi riconobbe e venne a me salutandomi in latino a braccia distese, come un vecchio amico. Diedi un'occhiata a Violet; ci fissava, pallida per la sorpresa. Gli altri pure ci guardavano curiosamente. Topler mi domandò se andassi a Monaco. Risposi ben chiaro e forte che non andavo a Monaco ma ad Eichstätt. Esclamazioni del signor Topler,—Allora viaggiamo insieme!—diss'egli.—Misere cupis abire! Dobbiamo viaggiare insieme!—E mi raccontò che andava ad Eichstätt anche lui con altri amici. Poi mi voltò le spalle e corse tentennando sulla sua mazza e il suo ombrello a edificar gli amici sul conto mio. Il giorno prima non avevo mancato di sfoggiar quanto latino e quanta letteratura tedesca avevo in testa e m'ero fatto di lui un ammiratore; adesso intesi da' suoi gesti che stava raccontando a miss Yves grandi cose di me. Miss Yves avea fatto un viso gelido, pareva ascoltarlo appena. Al momento della partenza l'altro signore le offerse il braccio, le tre dame o damigelle si avviarono insieme e Topler volle venire con me. Mi disse che dovevo assolutamente stare con lui, che aveva tante cose a domandarmi sull'Italia dove intendeva recarsi, per la terza volta, fra poco. Insomma mi trovai, senza la menoma indiscrezione da parte mia, in una stessa carrozza con miss Yves che era turbata quanto me, non volgeva mai il viso dalla mia parte. Pigliammo posto il più lontano possibile l'uno dall'altro. Le due amiche si guardavano sorridendo e poi guardavano me, come scusandosi per gli eccentrici modi del loro Schwabe. Mi dicevano con gli occhi: che ne penserà Lei? Topler non se ne dava per inteso, mi tempestava di domande sulle novità edilizie di Roma e di Firenze, sui restauri di Venezia e sulla musica italiana moderna. Rispondevo come potevo, e allora era un veloce fuoco di commenti vivacissimi; ora la gioia, ora la collera gli scintillavano dagli occhi e persin dai capelli. Notai però che se parlando di Roma gli toccavo del Papa e degli ordini nuovi, diventava muto, mi sfuggiva subito di mano. In musica era un antiwagnerista furibondo, un focoso ammiratore dei vecchi maestri italiani, specialmente di Clementi. Dapprima si parlava soli, lui e io; ma poi egli si posò a gittar motti a destra e a sinistra come uncini, strappando qua un sorriso, lì una parola e gli riuscì di cucire un dialogo generale. Solo non venne a capo del silenzio di Violet.

Io non parlavo che per lei. Si finì con discorrere un po' di tutto, d'arte, di natura, d'Italia e di Germania. Era per Violet che dipingevo Venezia alla giovinetta bionda, curiosa del mare, delle gondole e dei colombi. Ell'aveva l'aria di non conoscere l'amore, di non pensarvi mai; e io dissi che il silenzio molle, lo strano aspetto, l'aria obliosa di Venezia erano per le anime ferite, bisognose di amare dimenticando.—Allora Venezia non è per me—diss'ella volgendo a Violet il suo visetto sfavillante di riso, mentre una fiamma correva le guance di questa.

—Silenzio e oblio si trovano anche ad Eichstätt—osservò il dottor Topler—e adesso vi si trova pure un orribile ponte di ferro, forse come quelli che avete fatto a Venezia. Non ci sono più Alpi con questa civiltà. Barbari noi, barbari voi, barbari tutti.—Il signore viene ad Eichstätt—soggiunse parlando agli altri.—È un italiano molto più ardito di Cristoforo Colombo. Viene a scoprire Eichstätt.

Tutti si sorpresero che uno straniero desiderasse vedere Eichstätt, un paese, secondo il Topler, tanto deserto e triste che persino l'Altmühl, il fiume, ci veniva a malincuore e il più lentamente possibile. Forse lo disse per pungere le signore, che infatti protestarono vivacemente. M'accadde di nominare que' miei conoscenti di Monaco dai quali avevo appresa l'esistenza di Eichstätt. Le signore esclamarono, la biondina battè le mani. Erano, mi dissero, loro intimi, carissimi amici. Topler fece—ah, ah, ah!—tutto contento. La biondina non capiva come Violet non trovasse strana l'avventura. Mentre le altre mi chiedevano di una di quelle persone che allora si trovava in Italia, ella si mise a interrogare sotto voce miss Yves e poi ad accarezzarla, a susurrarle non so che all'orecchio, probabilmente delle dolcezze. Violet un po' negava del capo, un po' sorrideva, un po' pareva seccata, ma non parlò. Fu il dottor Topler che la vinse.

Egli le lanciava ogni tanto delle occhiate inquiete, e, poi che vide la biondina parlarle, borbottò a quest'ultima una domanda cui ella rispose sottovoce—no, dice che non ha niente.—Egli non parve tuttavia contento.

Correvamo oramai lungo l'Altmühl fra i poggi boscosi e i prati che ridevano al sole nel mattino vaporoso. Topler mi disse:

—Tutta questa poesia è ben tedesca.

Ciò ne condusse a parlar di letteratura e di lingua. Io tirai subito in campo l'inglese. Parlandone non guardavo Violet, temendo tradirmi, destare almeno un sospetto. Dissi che l'amavo molto, che su certe labbra mi suonava più soave di ogni altra, che talvolta era tanto rapida, limpida e delicata da somigliare, quanto è possibile, al pensiero.

—Sente, sente, sente?—disse, interrompendomi, il mio amico Topler a miss Yves,—È contenta?

Violet mormorò qualche parola che non s'intese.

—La signorina è inglese, capisce?—mi disse Topler.—Io sono un vecchio gufo selvaggio della Selva Nera che adesso vuole diventare un pappagallo della buona società e farà le presentazioni in regola.

Tutti risero, meno Violet ed io. Topler si pose a frugare nel suo portafogli.

—Credo di dover principiare da questo signore che non parla—diss'egli accennando del capo al suo compagno, una faccia buona e insipida che in fatto non aveva aperto la bocca due volte.—Prima però devo ricuperare la carta di visita del signore italiano, perchè il suo nome è bellissimo, ma molto più facile a conservare nel mio taccuino che nella mia memoria.—Il signor Treuberg—ripresa dopo aver trovata la mia carta—il signor*** Devo fare esercizio di pronunciare questo nome. Il signor***, la signora Treuberg, la signorina Tecla von Dobra e la signorina Luise sua sorella.

Restava Violet. Un lampo sincero degli occhi suoi mi disse: evitate questa commedia! Ma era troppo tardi.

—Il signor***—ripetè Topler coscienziosamente—miss Yves.

Io salutai e Violet non potè a meno di piegare un poco il capo. Per fortuna il treno entrava allora in una lunga galleria ch'è tra Pappenheim e Dollnstein; nessuno badò più a noi. Topler era ansioso di guardare il paesaggio, mi faceva vedere, con grandi esclamazioni, gli scogli bianchi sparsi per il verde delle praterie. Poi un gran sasso con poche rovine in testa e poche casupole ai piede, cinto di mura medioevali, lo trasse fuori di sè.

—Presto siamo ad Eichstätt—osservò la biondina, la signorina Luise. Allora Topler parve tornare dal cielo in terra.—Le bottiglie?—diss'egli.—Avete le bottiglie?—Il signore taciturno lo rassicurò; le bottiglie c'erano. La signora Treuberg, che pareva la più legata con i miei amici di Monaco, disse una parolina all'orecchio di Topler. Questi si volse a me tutto esultante:

—Queste signore le fanno un invito—diss'egli.—Lei sa cos'è il nostro Maiwein?

Confessai che non lo sapevo.

—Lo saprà oggi. Queste signore le offrono di far colazione con noi nel bosco.

La signora Treuberg confermava sorridendo. Ella mi spiegò che la città di Eichstätt è lontana dalla stazione e che un sentiero vi conduce attraverso il bosco, dove si farebbe colazione. Se andavo con loro avrei potuto raccontare ai comuni amici di aver veduto il Bahnhofswald ch'essi avevano molto caro.

L'anima mia era tanto presa da un solo pensiero, era tanto attenta ai menomi casi di ogni momento, che se non l'avessi riveduto più tardi non ricorderei il quieto verde grembo del Giura di Franconia, dove la solitaria stazioncina di Eichstätt si affaccia alle rotaie fra colli selvosi e deserti. Un signore, salutato allegramente da' miei compagni di viaggio, venne allo sportello ed aiutò Violet a scendere, mentre il dottor Topler agitandogli incontro le braccia, vociferava non so che cosa a tutta velocità.—Il mio signor fratello!—mi disse fra una schiamazzata e l'altra:—Toplerus junior!—Egli ed io scendemmo gli ultimi. Intanto il fidanzato di miss Yves parlava colle signore stando a fianco di Violet, pallida come una morta. Se ne scostò un momento per porger la mano a suo fratello e aiutarlo a discendere. Questi mi presentò; ci scambiammo un cenno di saluto senza stringerci la mano. Il signor Topler juniore parve non aver capito molto di questa presentazione e mi guardò tra l'ossequioso e lo sbalordito, fino a che suo fratello lo spinse via a due mani brontolando e additandogli Violet, che s'era incamminata verso la stazione senza attendere il suo braccio.

Egli era piccolo e tozzo di statura, mostrava circa quarantacinque anni. Aveva i capelli bruni, i baffi biondi, corti, una fisionomia poco intelligente, una simpatica guardatura, piena di timidezza e di bontà; aveva nell'insieme l'aria dell'uomo più felice e più impacciato di questo mondo. N'ebbi una impressione inesplicabilmente penosa. Non mi sentii geloso di lui; lo giudicai alla prima occhiata di coloro che noi uomini volentieri vantiamo alle donne come degni di essere amati, sapendo che non li ameranno. Ciò che io provavo somigliava al rimorso, alla improvvisa coscienza d'una slealtà. Non avrei dovuto io dirgli ch'ero per lui un nemico mortale? La limpida sincerità del suo sguardo mi strinse il cuore.

Mentre Topler seniore mi guidava a consegnar il mio bagaglio all'omnibus, udii la dolce voce, ancora più fioca del solito, dire qualche cosa che suscitava proteste e lamenti, specialmente della signorina Luise. Pareva che miss Yves proponesse di rinunciare alla colazione nel bosco, che temesse del tempo o che fosse stanca. La biondina aveva quasi le lagrime agli occhi e offriva le braccia dei fratelli Topler per portare l'amica sua; il fidanzato, che aveva certo apparecchiate grandi cose per la refezione, non osava insistere e guardava mogio mogio ora noi, ora miss Yves, ora le sue provvigioni; queste ispiravano al flemmatico signor Treuberg una repentina eloquenza contro la proposta. Topler seniore intervenne con l'usato impeto e annunciò poi a me, che mi tenevo un poco in disparte, come il maiwein si sarebbe fatto e bevuto nel bosco. Infatti vidi scintillare il visino della signorina Luise, che cinse con un braccio la vita di Violet, le baciò una spalla, corse avanti saltellando, trillando, battendo le mani e poi si voltò per dirle in faccia, con uno slancio d'effusione, due versi di cui non avrei mai capito il primo senza l'aiuto del dottor Stephan:

    Du, mei flachshaarets Deandl,
    I hab di so gern.

Avevamo a fronte le ripide salite ombrose del Bahnhofswald. Mi parve che miss Yves faticasse molto. Il suo fidanzato le parlava e le parlava, tutto premuroso e umile; si capiva che ringraziava, si scusava, che sospirava una parola affettuosa.

Ho davanti a me, in questo momento, alcune foglioline secche, alcuni anneriti fiori di Waldmeister del bosco di Eichstätt. È solo nell'immortale pensiero umano che la bellezza e la giovinezza della natura diventano pure immortali. Se chiudo gli occhi vedo vivo in me il fiorellino bianco quale Topler seniore e il signor Treuberg me lo fecero osservare nelle prime frescure dei faggi. Sento il suo mite odore nell'odor forte e vitale del bosco, odo il cicalìo dei fringuelli e dei tordi, le voci e le risate delle signorine sparse davanti a noi, nel profondo verde, in cerca di Waldmeister. Solo non odo nè vedo Violet, che ci segue col suo fidanzato. Le signore ora compaiono, ora scompaiono sui dorsi e dentro i seni della costa, si gettano strilli di gioia ad ogni conquista, ci domandano degli sposi.