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Il mistero del poeta

Chapter 23: XVIII.
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About This Book

A man writes a private, posthumous confession to a trusted female friend, unburdening a long-hidden passion that has shaped his memories, dreams, and creative life. He recounts prophetic nocturnal visions of a distant, sweet voice, explains his fear of scandal, and instructs the friend when and how to make the secret public if necessary. The narrative moves between intimate present impressions and recollected episodes, examining yearning, regret, artistic sensitivity, and the conflict between inner truth and social reputation. The account reads as a layered testimonial that probes the nature of love, memory, and the enigmatic source of poetic inspiration.

La signora Treuberg gridò a suo marito di andar a vedere se miss Yves si sentisse male. Il signor Treuberg, che s'era fermato a soffiare e a farsi vento col fazzoletto, prese un'aria malinconica e discese.

—Adesso non sarà buono a risalire—mi susurrò il dottor Topler.—Io La prego di non prendere quest'ottimo signor Treuberg per un esemplare della nazione tedesca!

Dibattè le mani in aria, scotendo via, a capo chino, un frettoloso riso muto.

—Prenda me, piuttosto—diss'egli poi—prenda mio fratello, benchè noi siamo molto diversi!

Guardò in giù. Non si vedeva ancora nessuno.

—I Tedeschi sono spesso buoni e pazienti—soggiunse—come cammelli; e spesso s'innamorano come non so quale altra bestia più romantica. Questi due lati del carattere tedesco li ha mio fratello. Voi lo vedete, pare pieno di birra ed è pieno di chiaro di luna. Quanto a pazienza, vedrete che adesso verrà su con miss Yves in un braccio e il signor Treuberg nell'altro. Io sono molto diverso, molto diverso.

Intanto la signorina Luise e sua sorella litigavano poco lontano per alcuni fiori che la prima aveva colti e che l'altra diceva non esser vero Waldmeister. Adesso la vocine della biondina parevano piccoli colpi di becco. Rideva, ma credo che avrebbe pianto volentieri. Chiamarono il dottor Topler, e poichè con lui riuscirono solo a litigare in tre, chiamarono poi anche suo fratello e il signor Treuberg, appena sopraggiunti. Così rimasi solo, per un momento, con miss Yves.

Ella pallidissima, si diede subito a chiamare la signora Treuberg con la sua voce soave che moriva a due passi.

—Violet—diss'io. Non aggiunsi altro, ma forse non avrei potuto dir niente di più appassionato e umile. Ella mi guardò, malgrado sè stessa, un istante. Pareva uno sguardo severo, ma v'era bene in fondo l'amore. Gli occhi miei ne dovettero brillare, perchè si affrettò a dirmi:

—Quello che fa, Le pare leale?

Una luce mi balenò in mente e risposi con impeto:

—Lo dirò.

—Dio, no!—diss'ella.

Non fu possibile parlare, ma io ero felice della mia e della sua risposta. Era un'acuta dolcezza di sentirsi supplicar da lei con tanta angoscia, di sentir che non si teneva sicura del suo proposito, dell'avvenire.

Ci raccogliemmo per la colazione a pochi passi dal viottolo, presso una tonda macchia di sole che brillava sull'erba tra la corona dei faggi e degli abeti, sotto un occhio di cielo azzurro. Qualche tronco mozzo vi nereggiava nel mezzo.

Il signor Treuberg sturò due bottiglie di Rüdesheimer e le signorine v'introdussero capovolti due mazzolini del bianco Waldmeister, che doveva morire così, cedendo al vino il suo dolce profumo selvaggio. Mentre gli altri vi erano attenti come ad un rito sacro, potei guardare Violet. Gli occhi suoi ebbero ancora quell'angoscioso no; i miei dovettero rispondere di . Era seduta sull'erba e teneva fra le mani l'ombrellino chiuso. Chinò il capo, le congiunse in atto supplichevole. Io mi misi a parlare del Maiwein con la signorina Luise.

—Il vino ed il fiore—disse il dottor Topler—sono diverse espressioni del suolo tedesco e noi ne facciamo una sola poesia.

Non solo nel Maiwein ma in tutta la silvestre scena vi era una poesia che il segreto dramma mi impediva allora di gustare, ma che ritorna ora serena nella mia mente. Si stava aspettando che l'odore del Waldmeister passasse nel vino, e io parlavo con la signora Treuberg dei nostri amici comuni. Ella ricordava lontani giorni passati con loro nella piccola città silenziosa, allegre partite in quello stesso bosco, mi descriveva fanciulli che io avevo poi conosciuti uomini, mi raccontava cose intime della famiglia, piaceri e dolori cui ella aveva preso parte come amica. Si ricordavano le idee, i sentimenti di queste persone lontane. Alla signora parerà impossibile trovarsi lì senza di loro, saperli dispersi nel mondo, non intendeva come i boschi potessero essere ancora così gai, verdi e odorosi, come i fringuelli cantassero ancora tanto allegramente quanto in quel tempo della sua giovinezza. Intanto il fidanzato di miss Yves e il signor Treuberg toglievano le provvigioni dalla cesta, e il dottor Topler parlava con Violet. Violet gli faceva delle domande che non intendevo. Mi parve udirgli rispondere qualche cosa sul Museo germanico e sul quadro di Kaulbach. Gli aveva ella chiesto come mi conoscesse? Voleva forse parlare prima di me?

Ecco la signorina Luise venir saltando in punta di piedi con un dito alle labbra, portarsi via, a gesti, i Topler e i Treuberg per far loro vedere qualche cosa. Rimasi ancora solo con miss Yves.

—Non dica niente—susurrò in fretta—prima di avere parlato con me. Spero che avrò la forza!—Oh mio Dio!—diss'ella coprendosi il viso colle mani. Poi riprese: Discorriamo un poco insieme adesso. Così Lei mi verrà a trovare in casa Treuberg. Non sono sleale, faccio questo perchè credo che quando saprà non vorrà più…

Non potè proseguire e passò qualche momento prima che gli altri tornassero. Intanto tacemmo ambedue. Sapevo che niente mi avrebbe diviso da lei, ma il cenno al suo misterioso passato mi empiva d'un inesprimibile sgomento amaro. In pari tempo l'idea di avermi presto a trovar solo con lei, l'idea che forse dopo questo ultimo sforzo ella cederebbe, mi faceva battere il cuore a precipizio.

—Oh Violet!—gridò la signorina Luise venendo verso di noi.—Se tu avessi veduto! due scoiattoli così carini! Correvano su e giù per un albero con le loro codine ritte, si fermavano a guardarci con quei cari musini, con quei cari occhietti!

Era ben carina anche lei, la signorina Luise. La sua snella personcina aveva una grazia deliziosa di movenze pronte in cui l'ultima gaiezza infantile si mesceva alle prime mollezze, al riserbo della maturità, e il vero vergissmeinnicht tedesco fioriva nei suoi occhi cerulei. Sedette accanto a miss Yves, si mise ad accarezzarla, a parlarle sottovoce. Le ero tanto grato di questa tenerezza, essendo vietato a me un solo sguardo d'amore; pure le sue carezze, per la stessa cagione, mi facevan soffrire. Violet le strinse la mano, la baciò sui capelli.

Fu lei che mi parlò per la prima. Mi domandò se conoscessi la Riviera. Si scoperse che aveva passato alcuni giorni a Bordighera mentre io era a Ospedaletti. Avrei potuto vederla nelle mie passeggiate vespertine, seduta sugli scogli del Capo di S. Ampelio a contemplare, verso la Francia, il tramonto. Fui per dirle che una sera, ebbro di quel mare e di quel cielo congiunti in un fuoco immenso, avevo inciso nel macigno la parola Love. Era vero, ma mi trattenni. Ella pure non mi disse di avere inciso un nome, non il mio nome, sopra l'ultimo dei piccoli pini che ombreggiano la via dove, uscendo da un bosco di palme, sale verso Bordighera vecchia a scoprir la marina; e che le aveva fatto una profonda impressione di ritrovare quel pino, due giorni dopo, troncato dalla tempesta. Avevamo passeggiato ambedue fra Ospedaletti e Bordighera nel cuor di gennaio all'aurora, avevam veduta la luna pendere smorta a ponente sugli alti uliveti delle colline, e, attraversando l'altra boscaglia d'ulivi a mezza via avevamo veduto giù tra le frondi ondular in mare la lunga riga d'oro del sole nascente. Io parlavo con un turbamento profondo. Violet mi intendeva, la sua voce diventava sempre più sommessa, qualche volta tremava. Gli altri pendevano dalle nostre labbra. Quando si tacque la signorina Luise sospirò, annunciò che aveva un gran desiderio di vedere l'Italia, incominciò a dire i versi di Mignon e s'interruppe a mezzo.

—Dahin, dahin—esclamò il dottor Topler, brandendo le due bottiglie di Rüdesheimer:

Möcht ich mit dir, o mein Geliebter, ziehn*.

* Colà, colà vorrei, o mio diletto, andar con te.

Si rise. Gli occhi di miss Yves s'incontrarono un momento coi miei. Ah non parlavano prudenti come avean parlato le labbra! Li volse subito altrove, ma io ne avevo già la dolcezza elettrica nelle ossa.

—Come sarebbe bello di vivere là—disse a mezza voce la biondina.

—Sì—rispose Violet nello stesso tòno—ma vorrei morire qui.

—E non vivere?—le disse il suo fidanzato timidamente, cercando di prenderle una mano. Violet la ritirò in fretta.—Sì, sì—rispose frettolosa, come per correggere la ripulsa—anche vivere.

Il signor Treuberg prese finalmente parte alla conversazione, esprimendo il parere che il Maiwein fosse pronto.

Il limpido Rüdesheimer così odorato di bosco e di primavera era mite, acquoso al palato, ma mi correva come fuoco nel petto, vi divampava in gioia. Ero ebbro di quell'ultimo sguardo e della speranza di stringermi un giorno Violet fra le braccia, mia sposa, mio corpo, anima mia per sempre. Degli altri il solo Treuberg e il dottor Topler bevevano. La signorina Luise compativa il vino in grazia del Waldmeister e si accontentò di libarlo. Lo mesceva invece a noi molto generosamente. Quando ne versò a me ed io la ebbi ringraziata, il dottor Topler mi disse che in nessun paese come in Italia aveva trovato tanta gente pronta a far su due piedi una fila di brindisi in versi; e che avrei dovuto improvvisarne uno per la signorina von Dobra. Accettai e mi ritirai un poco in disparte. Subito dopo udii acclamare gli sposi.—Tocchi dunque!—diceva quindi con voce concitata il dottor Topler:—beva dunque!—Non potevo vedere a chi parlasse; ma non era difficile immaginarlo. Dio, come Violet doveva soffrire, com'era doloroso e dolce per me di sentirlo!

Scrissi presto i versi cui nessuno poteva intendere tranne lei. Si volle ad ogni modo che io li recitassi; si era curiosi della loro musica. Fui ascoltato religiosamente dalla brigata grave e composta, come dai faggi e dagli abeti. Solo il signor Treuberg approfittò dell'occasione per mangiarsi l'ultimo Würstchen. Tutti gli altri, tranne miss Yves, mi guardavano a recitare.

    A te, bionda fanciulla, io bevo il vino biondo,
    Il riso del tuo sole, de' colli tuoi l'odor.
    Bevo e mi veggo sorgere dentro al pensier profondo
    Il Reno sacro, i clivi, torri, vigneti e fior.

    Bevo ed il vin divampami nell'estro suo straniero,
    Mi batte ed arde un novo cor di poeta in sen.
    Bevo e mi bacia un alito, un'anima, un mistero
    Che dal più dolce fiore de la foresta vien.

Violet fu richiesta di tradurre a voce le due strofe, e le tradusse speditamente, facendomi ripetere ciascun verso. Solo gli ultimi due la fecero esitare. Tradusse mi bacia con ich fühle (io sento), e provai in questa infedeltà la squisita dolcezza di essere inteso.

Ammirai quindi la sua perfetta disinvoltura nella parte che si era imposta di parlarmi o farmi parlare con lei. Tanta forza di volontà e di intelligenza era una rivelazione per me, che n'ebbi uno slancio d'orgogliosa gioia e compresi forse per la prima volta quanto sarebbe stata potente la unione delle nostre anime. Solo una volta smarrì, voluttuosamente per me, la signoria di sè stessa. Si parlava di letteratura. Mi avevano fatto confessare ch'era la mia occupazione, e il professor Topler, il fidanzato, mi disse, alludendo al brindisi, che d'allora in poi mi avrebbe ispirato la musa tedesca.

—Oh no!—esclamò Violet.

Tatti la guardarono sorpresi ed ella arrossì forte. Cara, non voleva ch'io rinnegassi l'arte della mia patria. La ringraziai cogli occhi, le dissi col pensiero che poteva star tranquilla; e risposi al fidanzato che, viaggiando in Germania, il Rüdesheimer, il Waldmeister, i ricordi di grandi e amati poeti potevano bene ispirarmi un momento, ma che mai non mi sarei legato ad alcuna musa straniera; nemmanco, aggiunsi con intenzione, alla musa inglese che pure aveva un vero fascino per me.

Topler seniore andava facendo da un pezzo segni d'impazienza e proruppe a esclamar che suo fratello non capiva niente, che portare il patriottismo nell'arte non era degno di un tedesco nè, con mio rispetto, d'un poeta.—Tutta la poesia—diss'egli—ch'è buona solo per voi italiani o solo per noi tedeschi, eccola!—e buttò a calci una bottiglia vuota giù per la china del bosco. Il professore cercò di giustificarsi, ma non aveva affatto inteso la questione. Suo fratello crollava a furia il capo e le spalle e si volse a me senza dargli più retta.—Geklingel—diss'egli—und nichts weiter*.

* Suono e niente altro.

—No, no—disse Violet sorridendo.—Lei è stato troppo cattivo, credo, con quella povera bottiglia. Credo che vi sarà stato dentro ancora qualche profumo del Reno e di Waldmeister.

Ella parlò quindi con graziosa semplicità della poesia puramente nazionale, della poesia popolare così ricca di fragranze naturali. La sua voce pareva anche più melodiosa del solito. Si dolse lievemente di non poter cantare alcun Lied, e sorrideva dicendolo; ma le si vedeva la tristezza amara negli occhi. Forse neppure lei aveva perfettamente intesa la questione, ma pure fummo tutti d'accordo contro il dott. Topler che per l'inno alla Campana di Schiller avrebbe dato tutto il Wunderhorn. La signorina Luise batteva i piedi dal dispetto: Dir male dei suoi cari Lieder! Così graziosi, so nett! Non aveva dunque affatto cuore il dott. Topler?

Topler juniore la pregò di cantarne uno.—Sì signore—disse ella—perchè Lei è stato buono—e cantò con un fil di voce ma con grazia incomparabile, queste strofette in dialetto ch'ebbi più tardi da lei stessa, manoscritte. Non ne intesi, allora, una sola parola.

    Und a gschnippigi gschnappigi
    Dalketi dappigi
    Na das is aus
    Muasst es hab'n im Haus.

    Aber a willigi billigi
    Rührigi, gfürigi
    Das is a Leb'n
    Ko koan lustigers geben.

La cara fanciulla cantava appoggiata al tronco d'un faggio. Bionda, elegante, col suo bel visetto lucente di gaiezza e di malizia, pareva bene una piccola fata scherzosa della selva tedesca. Intanto sua sorella andava silenziosamente cogliendo fiori, la signora Treuberg, alquanto rossa in viso, guardava spesso i due fidanzati con una curiosità per me incomprensibile, Violet guardava alla sua volta, sorridendo, il vecchio Topler che seguiva attentamente la canzonetta con una mimica strana della fisonomia. Quanto allo sposo, poichè la signorina Luise cantava per lui, egli compieva con ogni scrupolo il suo dovere di tenerle gli occhi addosso. Non aveva una fisonomia mobile ed espressiva come quella di suo fratello; mi parve tuttavia vedervi un'ombra di turbamento. Pure il signor Treuberg gli faceva, ridendo, dei gesti, malgrado le occhiate di sua moglie, come per dirgli che la canzonetta pareva fatta apposta per lui. Avrei voluto poter godere a cuore tranquillo della graziosa scena che pareva tolta da una vecchia vignetta tedesca. Gli abeti sparsi tra i faggi improntavano di tristezza nordica la poesia del verde, dei fiori, delle macchiette; quanto al costume non mi era difficile immaginare un codino dietro all'arguto viso imberbe del vecchio Topler e molta cipria sulla testa bionda della signorina Luise. Ma col cuore che avevo, l'idea mi venne e mi passò ad un punto.

Quando la piccola fata ebbe finito il suo Lied, solo miss Yves le disse—brava.—Tutti gli altri mi parvero imbarazzati, meno il dottor Topler che taceva e durava a guardare la giovinetta col suo sorriso acuto. Ero incerto se domandare o no il significato delle strofette misteriose, quando la signora Treuberg propose di partire, e tutti si alzarono con un'aria di contentezza. Mi proponevo d'interrogare il mio amico Topler, ma Violet lo rimproverò dolcemente di averla abbandonata nel primo tratto di via e lo pregò di non ricadere in fallo. Soggiunse che avrebbe forse avuto bisogno di un secondo cavaliere. Mi accompagnai alla signora Treuberg e mi arrischiai a parlarle della canzonetta.—Non era a posto, non era a posto,—mi rispose.—Erano lodi di una sposina molto allegra e molto svelta. La nostra povera amica non può essere così.—Vidi che la biondina aveva intesa la propria storditaggine: per meglio dire, sua sorella gliela aveva fatta intendere. Prima n'era rimasta tutta mortificata; poi si era messa attorno a Violet, con mille carezze, con mille premure.—Povera amica!—susurrò la mia compagna.—Oggi cammina peggio del solito.

Si uscì, dopo brevi passi, all'aperto, sul dorso quasi piano della collina, dove un viale volge a sinistra verso Eichstätt invisibile nell'altra valle, e a destra corre via lungo e diritto l'orlo del bosco. Ricordo il liquido canto, davanti a noi, d'un'allodola perduta nella immensità serena. Violet si fermò come per ascoltarla. Gli altri discussero intanto se scendere direttamente ad Eichstätt o prendere a destra e scendere per il Parkhaus e le Anlagen.

—Temo—disse Violet—di dovermi riposare un poco al Parkhaus. Sono molto stanca.

Vidi tosto che non si trattava di sola stanchezza. Il suo fidanzato, mezzo tramortito, guardava lei, guardava suo fratello, non sapeva che si fare, aveva manifestamente paura di riuscire importuno per troppo zelo, mentre io subivo il crudele tormento di dovermi mostrare presso che indifferente. Violet desiderò sedere un poco e poi si ripose in cammino appoggiandosi alle sorelle von Dobra. Non diceva cosa si sentisse, ma aveva bisogno di fermarsi a ogni due passi. La signora Treuberg disse piano al vecchio Topler che sarebbe stato bene far salire un medico al Parkhaus. Topler alzò gli occhi al cielo.

—Scenderà con lei—mi diss'egli.—Adesso li accompagniamo sin presso al Parkhaus e poi noi due prendiamo le Anlagen.

Nel congedarmi dalla comitiva, dissi a Violet che sarei forse rimasto qualche tempo ad Eichstätt, e che speravo rivederla e in buona salute. Mi rispose ch'era ospite della signora Treuberg. Questa mi aveva già invitato a casa sua.

Appena fummo soli, Topler cominciò a brontolarsi, camminando via curvo con gli occhi a terra:—Oh che bestia! Oh che bestia! Oh che povera stupida bestia!

Non pensavo a domandargli di chi parlasse; ero nella massima angustia e pensavo solo al modo di procacciarmi presto notizie. Intanto gli chiesi coll'accento più indifferente che seppi, se la signorina fosse cagionevole di salute.

—Ma non vede?—mi rispose incollerito come se l'avessi offeso.—Non s'è accorto? Non ha osservato? Non capisce che non può camminare? E mio fratello la vuole sposare per forza! Non gli dice stupido?

—Oh no!—esclamai.

—Come, no?—gridò Topler.—Come, no, se lei sposerebbe me più volentieri di lui?

Non potei a meno di sorridere.

—È sicuro—riprese l'altro.—Per lui ha stima, s'intende; non vi sono in tutta la Baviera due caratteri d'oro come mio fratello; ma per me ha simpatia.

Non mi piaceva entrare in questo argomento. Ero fermo nel proposito, espresso a Violet, di manifestare le mie intenzioni, ma non era giunto il tempo: e intanto non stimavo leale giovarmi dell'ignoranza di Topler per ottenere da lui informazioni di carattere intimo. Lasciai quindi cadere il discorso e discendemmo in silenzio.

Uscendo da una fitta selvetta di giovani faggi e scoprendo la quieta valle dell'Altmühl, le prime case di Eichstätt, mi vennero in mente le parole dettemi da Violet, al Belvedere, sulla piccola città tedesca, dove la chiamava il destino. Non l'avrei creduta così divisa dal mondo e dalle sue vie, così mascherata di alture deserte. Quando vidi sotto il brullo monte opposto la sua cinta turrita, e giù ai miei piedi le torri della cattedrale, quand'ebbi percorsa quasi tutta la discesa senza incontrar mai anima viva, senza udire un suono di ruote nè di opere, l'idea di un triste e solenne destino congiunto a quel luogo risorse in me.

Toccando il fondo della valle, dove colossali pioppi congiunti da una folta siepe fiancheggiano le chiare acque del fiume, passando lo stretto ponticello che le cavalca, la solitaria cittadetta mi parve meno triste, e pensai che vi si potrebbe nasconder bene, secondo il precetto antico, una vita felice. Mi congedai dal mio compagno sulla porta dell'Aquila Nera, dove mi aspettava il mio bagaglio. Erano circa le due e Topler mi promise che mi avrebbe fatto sapere qualche cosa di miss Yves la sera stessa.

XVII.

Attribuivo il malessere di miss Yves alla sua emozione e allo sforzo di reprimerla! per cui le mie angustie non erano senza molta speranza che ella si rimettesse prontamente. Soletto in una camera d'albergo, andavo pensando alla mia situazione. Quando potrei veder Violet? Quando sarebbe bene di parlare al dottor Topler? Perchè intendevo fare la mia confessione a lui; ciò che gli avevo udito dire del matrimonio di suo fratello m'inanimava. Pensai pure a casa mia dove non avevo ancora scritto, alle meraviglie che farebbe mio fratello vedendosi arrivare una lettera da Eichstätt; pensai agli uffici pubblici che tenevo nella mia città e che avrei dovuto trascurare se l'attuale incertezza fosse durata lungamente. Me ne doleva, ma mi dissi che in quel tempo, più o meno breve, si sarebbe deciso che la mia vita avvenire avesse a salir molto in potenza o ardore di opere buone, o molto a discendere. Così tranquillai la mia coscienza, com'è sempre il primo studio di ciascuno che la sente inquieta; e quantunque il modo che tenni fosse dei più volgari e fallaci, posso affermare di avervi portato una fede profonda.

Il bisogno di parlare a Violet e ch'ella sapesse un giorno quali fossero stati, dopo il nostro incontro, i miei pensieri e il mio cuore, mi fece scrivere in certo quaderno, mio fedele compagno, quel che segue:

«Eichstätt, albergo dell'Aquila Nera, 11 maggio 1872.

«Cara, sono ancora con te. Chiudo gli occhi e costringo l'anima mia ad uno slancio, il più intero e veemente. Forse mi senti, ne hai ristoro. Quanto è debole lo spirito umano! Non posso durare in questo sforzo, sono ripreso dalle sensazioni del presente, e ciò mi rattrista come se dentro a me tante ali cadessero. Dovevo dire: quanto è debole il mio spirito. Ma solo adesso mi avvedo che la vanità egoista ha voluto dire in quell'altro modo.

«Sono debole di mente, sono vano. Il mondo non lo crede, ma che m'importa del mondo? A te, a te lo dico, a te che mi ami. Mi tormenta l'idea che tu non sappia, malgrado le mie lettere, quanto sia povera e inferma l'anima mia. Che dolcezza, che infinito riposo quando ti avrò detto tutto tutto, e m'amerai ancora! Sarà come un'ombra della vita ventura, dopo l'ultimo perdono.

«Dio, non oso quasi dirlo a me stesso! Vedo te che rileggi queste linee dopo lunghi e lunghi anni felici, quando non avrai più di me che la memoria e la speranza. È questo il posto d'una lagrima tua?

    «Palpito, fuoco, amor diventa verso!
    Entra nei dolci occhi di lei, va immerso
    Nel fedele suo cor, sciogliti allora,
    Torna palpito, fuoco, amore ancora.»

Più tardi uscii dall'albergo, non senza la lusinga irragionevole d'incontrar chi venisse dal Parkhaus; non vidi alcuno. Prima di uscire avevo chiesto dove abitasse la famiglia Treuberg. M'indicarono una casa del Rossmarkt, piccola, bassa, graziosa; in fondo alla via si leva sopra i tetti il dorso verde di un colle. Non ci vidi altro segno di vita che le finestre del primo piano aperte. Tornando per la Residenzstrasse, sostai nelle ombre di un giardino ad ascoltar la voce blanda di una fontana, l'unica voce della strada deserta. Era domenica e me n'ero dimenticato. Mi venne allora il pensiero che l'uomo non dovrebbe lasciarsi signoreggiar così dall'amore, e mi sovvennero le parole di un libriccino che dai venticinque anni in poi io porto meco ovunque vado, gli Essays di lord Bacon. Mi dissi però tosto che le parole del Saggio sull'amore non facevano per l'amore mio, destinato a suscitar il fiore dell'agave. Allora tutto era tumulto, tutto era discordia nell'anima mia, tutto era fervore di una trasformazione che altri vi operava, che rendeva attonito me stesso, mentre sentivo in me il germinar oscuro di tante idee, di tanti sentimenti nuovi e persino gli occhi pareva che cominciassero a vedere in un modo diverso.

Verso sera uscii nuovamente e combinai il dottor Topler che veniva appunto ad annunziarmi il felice arrivo di miss Yves, la cui indisposizione era stata di breve durata. Mi domandò se mi trovassi bene all'Aquila Nera e mi propose di accompagnarlo a casa sua.

—Lei mi piace molto, signor poeta—diss'egli ex abrupto.—Cosa diavolo è venuto a fare ad Eichstätt?—Come?—soggiunse, vedendomi esitare.—Lei non domanderebbe questo ad un amico?—Credo—risposi—che Le dirò perchè sono venuto ad Eichstätt, ma non adesso.

Il dottor Topler si piantò, come un quadrupede curioso, su i due piedi, la canna e l'ombrello, torcendo in su il viso a guardarmi senza dir nulla; e riprese la via.

Egli alloggiava con suo fratello, presso al monumento del vescovo S. Villibaldo. Volle che salissi—Mio fratello sarà a casa Treuberg—diss'egli.—Aspettava me pure a prendere il thè, ma non ci vado. Non posso sopportare nè il thè nè il padrone di casa. Ho capito stamattina che Lei ama molto la musica e voglio farle sentire della musica italiana.

Non potrò mai dimenticare la figura del vecchietto curvo che portava il suo lungo naso a destra e a sinistra sopra la tastiera, dietro al moto composto e agile delle mani. Quelle dita scarne, aggrappate come uncini ai tasti, si discorrevan sotto, non parendo quasi muoversi, una musica quieta, legatissima, serena con qualche punta di affetto e di scherzo.

Ogni tanto esclamavo—bello!—ed egli rideva muto, suonando; poi diceva suonando sempre—Sa di chi è? Sa di chi è?—Gli nominavo qualche nostro maestro antico. Rideva, suonava e non rispondeva.

Toplerus—mi disse quand'ebbe finito il pezzo.—Toplerus senior, organista di villaggio.

Credo di avere interamente conquistato il suo cuore quella sera. La sua musica, così bella, non era originale; non riesce difficile a un compositore d'ingegno che abbia dimestichezza con le opere dei nostri primi classici scrivere in quello stile per modo da ingannar un dilettante; ma io, preso così alla sprovveduta, ne rimasi stupefatto. Topler ne era felice e mi fece udire non so quante suonate e toccate. L'ultimo pezzo fu uno scherzo capriccioso intitolato Nonnenschlacht—Battaglia di monache—che Topler mi commentò suonando. Faceva oramai buio. Quando tacquero le ultime note gravi del pezzo che figuravano i rimbrotti rauchi della vecchia badessa e che Topler accompagnava con certi sordi abbaiamenti orribili, osai pregarlo di chiarirmi un dubbio, di dirmi se fosse sacerdote.

—No—rispose molto gravemente—ho voluto diventarlo un giorno e non ne fui degno.

Più di così non mi disse e più di così non potei saper mai, neppure in seguito.

Egli fece portare un lume e il caffè; immaginando di offrirmi uno squisito regalo. Il caffè, per verità, era detestabile, ma non mi pareva vero di legarmi sempre più con Topler, il quale mi confessò alla sua volta ch'era felice di conversare con un italiano.—Con Lei mi accordo—diss'egli—più che con parecchi dei miei compatriotti.

Poco dopo arrivò suo fratello da casa Treuberg. Miss Yves stava oramai bene; tuttavia il fidanzato pareva assai pensieroso e si ritirò quasi subito. Io mi alzai, ma il mio vecchio amico non mi permise di partire. Egli era venuto osservando suo fratello con l'attenzione di un padre e non sapeva nascondere le sue angustie. Mi disse che temeva suo fratello non si sentisse bene, e mi chiese licenza di andargli a parlare un momento. Quando ricomparve aveva una faccia piuttosto dispettosa che triste.

—Qualchecosa di male?—diss'io.

—Oh no no, eine alte Geschichte, storie solite.

Si tacque entrambi un poco, e poi Topler mi lasciò finalmente andare.

Prima di ritornare all'albergo passai sotto le finestre illuminate di casa Treuberg, e guardai lungamente la porta dove avevo oramai deciso di entrare all'indomani.

XVIII.

Erano appena suonate le due pomeridiane quando m'avviai a casa Treuberg. Camminavo a capo basso e ho nette in mente le ombre delle case lungo il marciapiede che seguivo. Fino al momento di uscire dall'albergo avevo molto fantasticato se la vedrei, se non la vedrei, se potrebbe parlarmi o no; postomi in cammino, non fui più in grado di pensare a niente.

Suonai e domandai della signora. La cameriera mi rispose che tutta la famiglia era uscita, che c'era in casa soltanto la signorina Yves.

Mi balzò il cuore. Provai una sensazione di sgomento e di riverenza, di gratitudine violenta verso Dio quasi come quando rifeci il sogno memorabile, come quando, a Belvedere, intesi per la prima volta la dolce voce.

—Allora—risposi—vedrò miss Yves.

La cameriera non domandò il mio nome, mi credette forse uno straniero amico della signorina straniera, e m'introdusse. Attraversammo l'anticamera; la cameriera aperse un uscio e disse:—Un signore cerca di Lei.—Vidi Violet che stava scrivendo.

Non era sola; una bambina leggeva presso a lei, un'altra giuocava con la bambola, silenziosamente. Miss Yves alzò la testa e mi diede il buon giorno con un lieve sorriso, tranquillamente. Non vidi che viso avesse, perchè voltava le spalle alle finestre. Le bambine mi guardavano, attonite.

—Lei scriveva?—dissi, in tono di scusa.

Violet mi rispose sotto voce, in inglese, qualche cosa che non intesi bene.

—Per me?—domandai.

—Sì—diss'ella.

—È subito finito—soggiunse.—Non posso dirle questo a voce.

Aspettai, accarezzando la piccola lettrice. L'altra piccina avea posata la sua bambola ed era venuta a porre il capo in grembo a miss Yves. Questa mi porse il foglio e si mise pure a baciare ed accarezzare la testolina bionda. Lessi stando in piedi presso al tavolino.

Violet non aveva cuore di dir ciò che scrisse, e io non ho cuore di riferirlo qui nella soave, squisita forma in cui lo conservo. Mi perdoni, amica mia, non lo darei a leggere nemmanco a Lei. Miss Yves si doleva, con parole accorate, ch'io non l'avessi obbedita, e diceva di aver consentito a parlarmi ancora, solo per la fiducia che dopo il suo racconto mi allontanerei da lei per sempre. Mi pregava quindi di usarle pietà, di non dirle parole dure, di congedarmi da lei con clemenza.

Io ero commosso sino al fondo dell'anima, mi mancava il respiro; Violet pure ansava, con una faccia smarrita. Stesi le mani come a prendere le sue. Ella accennò rapidamente alle bambine, onde compresi che, sola, me le avrebbe concesse.

—Lo prometto—le dissi in italiano, con voce soffocata.—Mi crede, non è vero?

Violet rispose, pure in italiano:—Sì.

E si alzò.

—Crede—diss'io—di potermi parlare subito?

Ella rispose ancora:

—Sì.

Penava a reggersi in piedi e si appoggiò alla parete fra le finestre.
Le venni vicino; ero tra lei e le bambine.

—E se—le susurrai—dopo il Suo racconto La pregassi di essere mia moglie?

Ella teneva ora il capo chino sul petto, e lo scosse un poco senz'alzarlo.

—No?—chiesi angosciosamente—No?

—Non mi pregherà—rispose. La voce soave non s'udiva quasi più.

Restammo alquanto senza parlare.

—Allora…—diss'ella.

Si accostò alla bambine e parve ritrovare l'usata grazia serena. Diede loro un libro illustrato, le pregò di star tranquille e poi mi offerse di mostrarmi un albo di fotografie inglesi.

Sedemmo ad un altro tavolino nell'angolo più scuro della stanza. Nell'aprire l'albo Violet urtò leggermente un vaso di porcellana che portava delle rose sciolte. Una piccola rosetta incarnatina cadde sulle fotografie.

Miss Yves cominciò il suo racconto sottovoce, con gli occhi fermi alla rosetta. Parlando e parlando prese il fiore nelle mani, che si aprivano e si chiudevano con lenti moti convulsi, e non lo lasciò più.

Mai non vorrei raccontar per disteso la sua storia dolorosa e forse non lo potrei neppure. Molte cose non intesi, ed ella soffriva tanto nel dirle che non osavo pregarla di ripeterle. Io stesso soffrivo e preferivo cento volte non intender tutto.

Fino ai diciannove anni ell'aveva pensato che la sua imperfezione le togliesse di esser amata. Uscita di questo errore si era sulle prime alquanto difesa, poi aveva risposto alla passione con tale fuoco ed impeto che non si credeva capace di amare così mai più.

La udii raccontar le vicende angosciose di questo amore dicendo tutto, fermandosi quando la parola era dura a metter fuori, non togliendo mai nè le mani nè gli occhi vitrei dalla rosetta. La sua voce diventava sempre più rotta, sommessa e torbida; quanto a me, la gelosia, la pietà, il dolore, l'ammirazione e l'amore mi facevano in mente una sola tempesta. Era la storia del più appassionato e cieco fra i cuori, dell'anima la più fiera, e insieme la più equa verso chi l'avea fatta soffrire, la più grande persino negli errori suoi, nello sdegno, forse talora ingiusto, di ciò che la comune opinione pronuncia. Il suo amore era stato distrutto d'un colpo, non dirò come; ella s'era trovata quasi senza cuore fino al giorno in cui avea letto il mio libro.

Non versò, parlando, una lagrima sola, ma tutta la povera rosa perì, e sulla fine, le convulse mani che l'avevano unita si stringevano a vuoto come in delirio. Io le raccolsi, le chiusi nelle mie, le serrai sul mio petto, dissi piano qualche parola di conforto. Mi parve che la cara persona si elettrizzasse tutta, che piegasse a me, che gli occhi avessero un lampo di sereno. Le bambine la chiamarono in quel momento: miss! miss! Ella ritirò le mani e accennò che tacessero; non ci fu verso, dovette alzarsi, trascinarsi a stento fino a loro. Mi alzai pure. L'avevo confortata, ma col petto oppresso da un dolor mortale. Mi posi a camminar lentamente su e giù per la stanza, e feci alquanti giri prima d'accorgermi che miss Yves era ancora là al tavolino, col viso tra le mani. Me le accostai, le domandai:

—E questo matrimonio?

Ella scostò le mani dal viso ma non alzò gli occhi a me.

—Per i miei parenti—rispose.—Lo hanno tanto desiderato. Sono povera, sono un peso per essi. No, mi vogliono bene, ma non sono una figlia. Mio padre e mia madre sono morti.

Che pietà udirla parlare così sconsolata, con quella infinita dolcezza di voce, vederla tanto pallida e affranta, pensare che coraggio magnanimo e che tormento era stato il suo di raccontarmi tutto così! Avrei voluto stringermi la sua testa sul cuore, ma forse anche senza la presenza delle bambine non l'avrei potuto. No, non l'avrei potuto contro il dolore e l'orgoglio. Non sapevo che mi facessi nè che mi dicessi. Mormorai:

—Grazie, Dio La consoli, Dio La benedica.

Ella scosse ancora il capo in silenzio come per soffocar le lagrime e si mise a brancicar i petali sparsi della rosetta. Sapevo bene che la mia dolorosa pietà, il mio turbamento dovevano essere terribili per lei, quantunque preparata. Era uno strazio per me di saperlo, ma pure non potevo ancor dirle la parola che sentivo lottare e lottare in fondo all'anima mia. Violet fece atto di gittar da sè le foglie di rosa. Allora finalmente posai la mia sulla sua mano e le dissi con dolcezza:

—No.

Trassi una vecchia lettera, vi raccolsi ad uno ad uno i poveri petali dispersi. Ella mi guardava la mano senza dir niente e solo dopo alcuni momenti mormorò:

—Cosa fa?

Non potei rispondere, continuai a raccoglier le spoglie della rosetta ed ella non mi interrogò più. Una fogliolina era caduta sul pavimento. Violet si chinò a raccoglierla e me la porse.

—Povera rosa!—diss'ella.

Le presi la mano, gliela strinsi forte, ripetei:—povera rosa!—Subito gli occhi suoi s'empirono di lagrime.

—Starà con me—dissi—sempre con me. Nessuna rosa mi sarà più cara di questa che ha sofferto tanto.

Miss Yves non parve intendere ciò che volevo dire.

—Ho ucciso qualche cosa—diss'ella a voce bassissima—anche nell'anima Sua, non è vero?

—Credo di sì—risposi—ma vi è anche nata qualche altra cosa.

Era vero; mi pareva di esser passato per un gran fuoco e che i momenti fossero stati anni, e che il mio amore e il mio cuore si fossero trasformati interamente.

—Adesso—ripigliai—Ella mi è cara in un modo più profondo, in un modo più sacro; è tanto più unita a me di prima.

Miss Yves ansava, ansava e non rispondeva.

Le sedetti accanto, le susurrai all'orecchio:

—Violet, vuol essere unita a me interamente, davanti a Dio, davanti a tutti?

Ella trasalì, mi afferrò una mano, la strinse con lo spasimo nervoso di prima e mi disse piano, tenendo sempre il viso chino e gli occhi bassi:

—Non può essere! Non lo dica! Non lo dica!

L'uscio dell'anticamera si aperse; Violet ebbe appena il tempo di ritirare la mano, ed il signor Treuberg entrò. Sua moglie era presso un'amica malata e faceva avvertire miss Yves che non avrebbe potuto rientrare prima di notte. Promisi al signor Treuberg di ritornare presto per riverire madama, e mi congedai portando meco l'ultimo sguardo di Violet, uno sguardo appassionato e triste in cui mi si abbandonava tutta per un lampo e mi ripeteva insieme: Non può essere, non può essere!

XIX.

Vissi fino all'indomani mattina come un malato di terzana ardente che lavora con la torbida fantasia e non sa bene se goda o se soffra. Mi domandavo se il fiore dell'agave fosse veramente sbocciato a Belvedere di Lanzo, o se solo adesso incominciasse con tormento e con ebbrezza a lacerarmi l'anima per uscirne. Il mio amore per Violet si era fatto più intenso; la sua confessione ci aveva più avvicinati e stretti che nè lei nè io potessimo prevedere. E potevo io immaginare certe stranezze della mia natura? Avevo a difendermi, nel mio accoramento geloso, da un acre istinto che mi faceva desiderare Violet più impetuosamente perchè era stata tanto amata e aveva tanto amato ella stessa.

Alla sera mi recai da Topler. Non c'era; c'era invece suo fratello. Lo avrei evitato volentieri, ma non mi fu possibile, perchè mi aperse egli stesso; parve felice di vedermi e mi fece le più vive istanze perchè entrassi. Non sapevo spiegarmi, sulle prime, tale inopportuna cordialità; poi intesi che avrebbe voluto parlarmi di qualche cosa e non sapeva venirne a capo. Finalmente, dopo non so quante cerimonie, mi confessò arrossendo che sperava molto nel mio aiuto per scegliere alcuni libri italiani cui aveva divisato di offrire in dono alla sua fidanzata. Gli risposi che non ero in grado di accontentarlo. Rimase, naturalmente, sorpreso o mortificato, e si scusò col solito ossequio. Egli aveva un'aria così modesta e buona nella sua timidezza! Lo sentivo migliore di me che stavo per togliergli il suo tesoro, la sua speranza, la sua felicità. Fu quasi una consolazione per me di pensare che Violet mi aveva detto «non può essere» che non ci eravamo accordati contro di lui a sua insaputa.

Volli dirgli che avevo necessità, per motivi urgenti, di parlare a suo fratello. Più tardi egli ricorderebbe queste parole e il mio accento commosso, intenderebbe quanto mi fosse stato a cuore di non essere nè parer disleale. Il mattino seguente ricevetti questa lettera di miss Yves:

«Mi credo in dovere, benchè spossata a morte, di soggiungere qualche cosa circa il mio matrimonio, avendone parlato non bene nella commozione di poco fa.

«Ho dato liberamente una parola non inconsiderata. Conosco da un pezzo il prof. Topler, l'ho sempre stimato profondamente onesto e buono. Non potendo ricambiare il suo sentimento, lo pregai che si allontanasse da me. Egli obbedì, umile; continuò ad amarmi o ad aspettare nell'ombra. I miei parenti mi disapprovarono e me lo dissero. Dopo qualche tempo T. mi fece chiedere il permesso di vedermi ancora. Esitai lungamente, considerai la mia situazione di fronte a' miei parenti per la cui pietà vivo, considerai che la mia salute mi toglie di provvedere da me alla mia esistenza. Malgrado la mia grande stima e la mia gratitudine per T., l'idea del matrimonio m'ispirava un invincibile orrore; mi domandai se il suo amore, veramente alto e nobile, non potesse accontentarsi di una convivenza fraterna e del nome di sposo, se non gli potrei proporre una tale unione. Così feci, e la mia offerta fu accettata con gioia. Rimasi mortificata di pensare che forse quest'uomo semplice era più nobile di me, malgrado i miei raffinamenti di sentimento e d'intelletto. Questo fu per me il principio d'un nuovo scetticismo, il più amaro; divenni scettica verso me stessa. Una persona pia mi disse che ciò era buono per il mio orgoglio, che mi avvicinavo a Dio; non lo so.

«Veda se posso mancare alla mia promessa! Pur troppo temo avervi già in parte mancato, pur troppo fui già debole o forse malaccorta verso di Lei. Sento che non avevo neanche più intero il diritto di confidarmi a Lei. Fu la sua minaccia di parlare a T., che mi spinse.

«Ignoro se Le sarà di conforto il sapere che qui in terra una cosa amara mi dovrebbe in ogni caso dividere da Lei per sempre, che dovrei essere per lei soltanto un'amica fedele.

«Le ho detto cosa pensassi, fino ai diciannove anni, della mia imperfezione fisica. Mai non avrei creduto poter essere amata. Dopo i ventidue ho pensato invece che potevo ispirare un capriccio, anche una passione, ma che nessuno mi sposerebbe; e quand'anche uno potesse acciecarsi tanto, il giudizio de' suoi parenti e de' suoi amici, e, passata la prima ebbrezza, il suo stesso giudizio lo farebbero pentire in breve tempo. Ciò non rispondeva al mio ideale dell'amore, ma non ho accusato gli uomini di essere troppo bassi, mi son detta che non ne avevano colpa. Accettando l'offerta di T. ero sicura che anch'egli si pentirebbe, un giorno; ma lo conoscevo tanto buono, tanto umile, sapevo che mi conserverebbe rispetto e amicizia: non desideravo amore.

«Più tardi ho conosciuto il Suo libro, ho conosciuto Lei. Fin da Belvedere di Lanzo mi venne l'idea che forse potrei essere amata durevolmente. Sa cosa mi dissi allora? Tuo padre morì di paralisi a trentasei anni, hai perduto una zia e uno zio nello stesso modo, tu sei già tocca dal destino, non potresti esser sua, saresti colpevole. Dio mio, saremmo colpevoli!

«E ora, ne la scongiuro, non parli ai T., non faccia soffrire alcuno inutilmente, parta. Grazie della tenera pietà per la rosetta. Addio, l'ultimo addio!

«VIOLET YVES.»

Lessi, piansi, rilessi, baciai e ribaciai lo scritto, come se fossero le sue mani, i suoi capelli, i suoi occhi, le sue labbra, singhiozzando: no, no, non è l'ultimo addio, no! Non potevo a meno di dirle ad alta voce: non parto, ti amo, sarai mia, non è una colpa. Uscii subito e andai diritto a casa Topler per dir tutto al mio vecchio amico. Come lo avrei detto, come avrei giustificato un atto simile, cosa avrei chiesto e che ne sarebbe uscito, io non sapevo affatto. Non ne avevo la menoma idea.

A casa Topler non trovai nessuno. Seppi dalla domestica che il professore e suo fratello erano partiti colla famiglia Treuberg. La donna supponeva che fossero andati a Obereichstätt a vedere una fonderia e che avrebbero pranzato fuori, forse a Marienstein. Lasciai un biglietto per avvertire l'amico mio che avevo grande necessità di trovarmi con lui solo e che sarei venuto nella sera.

Chiesi dove fosse Marienstein e andai a passeggiare da un'altra parte, verso il Parkhaus, col desiderio di tornar nel bosco che avevo attraversato insieme a miss Yves, di star con lei come potevo. Il cielo era grigio, l'aria quieta e tepida. Sedetti sopra un banco delle Anlagen, trassi, palpitando, dal portafogli la busta dov'erano i petali della rosetta e immaginai alcuni versi da offrire a Violet. Finivano così:

    Or nel mio amore v'ha un profumo santo,
    Una dolcezza tenera e nascosa;
    In quella sera ch'ella soffrì tanto
    L'hai perso tu, mia poveretta rosa.

Mi par rivedere, scrivendo, quel banco delle Anlagen sopra una svolta della costa e del sentiero, la mite collina con i suoi alberi pensosi, l'Altmühl chiara giù nella valle. Sulla spalliera del sedile si legge forse anche adesso «V. Y.» Dalla mia adolescenza in poi non ero più stato tanto fanciullo! Mentre incidevo le due lettere sopraggiunsero dall'alto le sorelle von Dobra con un ragazzo e un gran bottino di fiori del bosco.

La signorina Luise parve tutta contenta di vedermi e andò subito a mettere il suo nasino sulle lettere.

—Queste non sono le Sue iniziali!—diss'ella, candidamente. Non le venne in mente che potessero esser quelle della sua amica. Sapeva della gita e mi fece una graziosa pittura di Obereichstätt, della chiesetta antica di Marienstein, e dei bei prati in riva all'Altmühl.

—Peccato—disse—che non ci siamo anche noi! Violet si divertirebbe di più.—Mi pareva che sua sorella disapprovasse tanta famigliarità con me e che volesse andarsene. Io pensavo, vedendola così bellina, così graziosa, che fortuna sarebbe stata se il professore Topler si fosse innamorato di lei.—Vengo, vengo!—esclamò la cara biondina impazientita dei cenni di sua sorella.—Ma prima voglio domandarle una cosa. Non è un orrore che Violet sposi quel brutto uomo? Lo dica, lo dica, lo dica!

Ella batteva il suo piedino e io non lo dicevo ancora, non lo potei dire. Invece il fratellino delle signorine, un monello di undici anni, esclamò senza altro:—È zoppa! Nessuno dovrebbe sposarla!—La biondina, inviperita, lo voleva battere. Il ragazzo scappò gridando che lo aveva detto papà, le sorelle lo inseguirono, udii la signorina Luise gittarmi un «adieu!» e non vidi più alcuno.

«Nessuno dovrebbe sposarla.» Ecco la dura prudenza umana, la prudenza dei savi, dei buoni, dei pii, di tutti. Mio padre e mia madre, con il loro gran cuore, con il loro alto carattere, non avrebbero detto diversamente. Violet stessa lo diceva nella sua lettera; era una colpa. Io avevo gridato nel primo impeto della passione: no, non è colpa; ma potevo proprio credere a me, a me solo contro tutti?…

Mi feci questa domanda e giudicai di slancio contro il mondo e la prudenza umana. Sia, mi dissi; soffriranno coloro che verranno da noi e noi soffriremo in essi; ma se adesso che non sono ancora, potessero scegliere, come non accetterebbero una vita terrena tribolata e breve, pure di uscir dal niente, pur d'intendere, pur di amare, pur di salire a una forma superiore ed eterna, dove queste miserie della polvere non seguono l'uomo? Nessuno dovrebbe sposarla. Almeno dicessero: nessuno dovrebbe amarla! E allora perchè è lei più dolce che non possa essere acerba qualunque pena, perchè ha un cuore fatto di passione, perchè sento io che sono in lei, solo per lei è la gloria e la potenza della mia vita, è la pace in cui sempre mi riposerò di qualunque dolore?

Palpito ancora, nello scrivere, d'amore e di collera; forse anche contro di Lei, buona amica, cui dedico queste memorie! Perchè mi figuro che anche Lei pensi come gli altri, e più avversari mi trovo a fronte, più sale il mio sdegno. Non è una colpa, mi ripetevo io allora in mente, e mi pareva di serrarmi Violet sul cuore, di convincerla con i miei baci, di dirle ch'era la mia sposa, il mio corpo, l'anima mia, il mio piacere, il mio desiderio per sempre; e che di ciò non daremmo conto agli uomini, ma solo a Dio.

XX.

Verso le sei pomeridiane di quello stesso giorno, quando stavo per uscire dall'albergo, il dottor Topler entrò da me.

—Eccomi—diss'egli.

Non lo attendevo e non avevo ancora pensato bene il modo d'incominciare la mia confessione. Vedendomi perplesso, Topler aggrottò le ciglia, prese quell'aria grave che molti prendono in ciascuna parta del mondo, quando temono si chieda loro del denaro. M'affrettai a dirgli ch'era venuto il momento di fargli sapere perchè fossi ad Eichstätt.

La sua fronte si spianò. Come si celasse nell'anima sua calda e franca una segreta punta di avarizia, non lo so, ma vi era; e certe tracce del sole e della terra sul suo abito nero non erano, lo seppi di poi, interamente effetto di trascuratezza artistica o filosofica. La sua fronte si spianò e i suoi occhi curiosi brillarono.

—È un debito di lealtà da parte mia—soggiunsi.—Forse quando Lei saprà perchè sono venuto ad Eichstätt…

—Ebbene?—fece Topler.

—Non saremo più amici.

Egli trasalì, si rizzò sulla persona, mi guardò a sopracciglia levate.
A me premeva oramai d'arrivare in fondo, e ripresi:

—Ieri non era la prima volta che vedevo miss Yves. L'ho veduta in
Italia. Sono venuto in Germania per lei.

Topler mi guardava petrificato.

—L'altra sera—continuai—a Norimberga, ho udito il loro dialogo davanti al caffè Sonne e ho saputo a che ora dovevo trovarmi alla stazione per viaggiar con Loro.

—Lei non sapeva—esclamò Topler—che miss Yves è fidanzata?

—Sì signore, lo sapevo. Lo sapevo da lei stessa,

—Ah! Miss Yves La conosce?

—Sì signore.

—Oh!

In questo lungo oh! come sul viso improvvisamente severo del vecchio vi era meraviglia e biasimo.

—Miss Yves—esclamai—mi respinge. Ha fatto il possibile, prima perchè non venissi in Germania, poi perchè partissi subito. Lei ha potuto osservare che durante tutto il tragitto da Norimberga ad Eichstätt non mi ha rivolto una sola parola, mentre tutti gli altri hanno invece conversato con me.

—Ma allora Lei…—scattò su Topler, e s'interruppe. Dopo un lungo mugolio sordo, come chi esita davanti a una parola, riprese a voce bassa guardando qua e là per la camera:

—Avrei quasi detto che Lei…

—Che sono pazzo? Non lo credo.

—Questo lo capisco—replicò Topler bruscamente.

—Devo pure dirle—soggiunsi—che malgrado la volontà di miss Yves resterò qui e farò il possibile per vincere questa volontà.

—E cosa dovrò dunque dir io?—proruppe Topler.

—Che non ho voluto tacere ed approfittare dell'amicizia Sua per giungere copertamente a' miei fini.

—Questo lo ha già fatto! E adesso quale azione è la Sua di perseguitare una signorina che non è più libera e che La respinge?

—Signor Topler—risposi—non mi giudichi, non…

—Io La giudico!—-esclamò Topler furiosamente.—Giudico Lei e le Sue azioni come mi pare e piace! E le proibisco di restare ad Eichstätt! Le proibisco di molestare la fidanzata di mio fratello!

—Scusi—replicai tranquillamente.—Miss Violet Yves mi ama.

Stavolta Topler mi appuntò al viso l'indice della mano destra, mi guardò a bocca aperta e non disse verbo. Parve che la sua collera si sciogliesse in stupore.

Dopo un minuto di contemplazione attonita i suoi occhi si ravvivarono improvvisamente, il suo viso si colorò. Trasse di tasca un grande fazzoletto giallo e rosso, vi guardò dentro, brontolò: è matto; poi si soffiò fragorosamente il naso, e, fatto un nero cipiglio, raggomitolandosi in furia il fazzoletto fra le mani, vi borbottò su a precipizio:

—È matto è matto è matto è matto.

—No, caro signor Topler—diss'io con un certo freddo sdegno nella voce—non lo creda.

—Ma cosa mi ha detto poco fa?—ribattè iracondo.—Non mi ha detto che miss Yves La respinge? E adesso vien fuori che L'ama?

—Scusi—gli risposi dopo un breve indugio—la confessione che per lealtà Le dovevo fare gliel'ho fatta. Solo con un amico vorrei spiegarmi di più, Lei mi dirà che oramai non possiamo essere amici. Capisco. Però io Le conserverò sempre una grande stima e una grandissima simpatia; e se Lei fosse disposto ad ascoltarmi un'ultima volta con amicizia…

Tacqui e tacque lui pure. Passati pochi secondi mi alzai con un gesto di rassegnazione. Anch'egli si alzò, prese il cappello e la mazza.

—La ringrazio a ogni modo—gli dissi tristemente, avviandomi all'uscio—di essere venuto.

Egli mi guardò negli occhi, parve scrutarmi sino in fondo all'anima; poi buttò sulla tavola cappello e mazza, allargò con impeto le braccia, ed esclamò:

—Dica!

Fui, nella mia contentezza, per afferrargli le mani. Egli si restrinse in sè, mi diede un'occhiata diffidente. Finsi di non avvedermene e presi a raccontargli la storia del mio amore, rifacendomi dall'incontro con Violet a Belvedere di Lanzo. Quando toccai de' miei due sogni per dirgli l'effetto primo della voce di lei, Topler approvò ripetutamente del capo, come un medico che oda dall'infermo la descrizione di nuovi sintomi rispondenti alla sua diagnosi del male. Ma poi, mentre venni parlando dello spirito di miss Yves, delle sue idee amare e tristi, del bene che avrei voluto farle ricevendone da lei molto più, il vecchio, che prima se ne stava a capo chino, mi levò gli occhi in viso sì che potei vedervi sorgere un vivo interesse, sparire i sospetti, ritornare la stima.

Tacqui delle lettere direttemi da Violet e delle sue ultime confidenze. Dissi solo che Violet mi amava e che mi respingeva per voler mantenere la parola data liberamente al professor Topler. Soggiunsi che avevo fede, per tanti segni misteriosi, in una volontà superiore propizia a me, in una promessa divina di concedermi ciò che avevo sognato.

Topler mi guardò un tratto in silenzio, poi esclamò:

—E che intende farà?

—Tutto il possibile—risposi.

Egli si prese le tempie fra le mani, ripetendo sottovoce:—Was für eine Geschichte, was für eine Geschichte! Oh che storia, oh che storia!—

—Senta—mi arrischiai a dirgli.—Lei non mi pareva contento, ier l'altro, che suo fratello sposasse miss Yves.

—Lasci stare, lasci stare, non posso aver detto questo—brontolò Topler come stizzito da un ricordo molesto, e stette ancora alquanto con la testa in mano.

—Io sono come un padre per mio fratello—diss'egli con voce commossa.—Io non ho che lui, ed egli, povero ragazzo, lo vede bene, s'immagina di avere Dio sa cosa, ma in fin de' conti non ha che me. Se questo matrimonio è un errore, bene—oramai l'ho accettato, l'ho accettato.

Ripetè fra sè—l'ho accettato—e stette pensieroso, mostrando nella fronte, nelle mobili labbra mute, nella inquietudine di tutta la persona un contrasto interno. Finalmente rialzò il viso ed esclamò con energia per far tacere tante occulte voci contrarie:

—Insomma, l'ho accettato!

E subito si rifece pensoso, inquieto. Le occulte voci non tacevano ancora; le leggevo sulla fronte, nei movimenti muti delle sue labbra. Sarebbe stato lieto che il matrimonio sfumasse, era fieramente tentato di darvi mano egli stesso, ma il dolore di suo fratello gli metteva paura. Quest'ultima angoscia superava ogni altro argomento. Povero vecchio, egli dava di gran rabbuffi a suo fratello, si burlava del suo chiaro di luna, ma lo amava colla tenerezza d'una madre.

—Vede, per esempio—uscì improvvisamente a dirmi—Lei ricorda che ier l'altro, uscendo dalla stanza di mio fratello, esclamai «solite storie!» L'avevo trovato a piangere come un fanciullo perchè miss Violet era stata così fredda. Io allora gli ho detto «e tu lasciala!» Sa cosa mi rispose? Mi domandò se volevo la sua morte. Capisce?…

Molte risposte e proposte mi fremevano in gola non convenienti, per un verso o per l'altro, a dire, qualcuna forse nemmanco a pensare. Quindi tacqui. Anche Topler cercava febbrilmente come coglier quest'occasione di liberar suo fratello senza spezzargli il cuore, non trovava niente, avrebbe pur voluto farsi aiutare da me, sentiva di non poterlo convenientemente fare, e taceva. C'intendevamo, nel nostro silenzio, a vicenda, anche senza guardarci; perchè se io guardavo Topler, egli guardava piuttosto le pareti e il soffitto. Così ci accordammo a trovare, senz'altre parole, che non c'era uscita, e ci alzammo da sedere, pressochè ad un punto.

Nel congedarmi da lui fui per domandargli se ci potevamo vedere ancora, e mi trattenni per non correre il pericolo della risposta peggiore. Mi parve delicatezza non stendergli la mano. Fu lui che per il primo ne fece l'atto e subito si pentì, pensando a suo fratello. Così ci separammo senz'alcun segno d'amicizia; pure nel cuore eravamo più legati di prima.

Scrissi subito a Violet:

«Ho parlato al dottor Topler, in questo momento. Gli ho detto che amo miss Yves, che ella mi ama e mi respinge, che Dio me la concederà.»

Recai immediatamente questo biglietto alla Posta, nella speranza che
Violet lo potesse avere la sera stessa.

XXI.

Due ore dopo mi avviai verso il Rossmarkt, tanto per vedere le sue finestre. Camminavo adagio, evitando il chiaro di luna come se i rari viandanti potessero riconoscermi e leggere ne' miei pensieri. Nella Residenzstrasse udii voci e passi suonar dietro a me nella strada vuota; credetti poi distinguere il riso argentino della signorina Luise. Forse andava a casa Treuberg. Scivolai nelle ombre del Residenzgarten e sedetti presso la Mariensäule, ascoltando i passi e le voci che sopraggiungevano. Non riconobbi quella della Luise. La comitiva passò e si allontanò; in breve non udii più che il susurro delle fontane. La luna risplendeva in faccia a me sopra un lungo tetto erto a quattro piani d'abbaini, posava sull'alta statua di Maria, sulle vette degl'ippocastani fioriti di rosso, che il vento agitava. Pensai ad un lontano avvenire quando avrei ricordato questa notte di passione in Eichstätt, la luna, le fontane e le piante mormoranti, l'aspetto delle case straniere. Entrando nel Rossmarkt udii suonare e cantare. Le finestre di casa Treuberg erano aperte ed i suoni uscivan proprio di là; passai con un gran battito di cuore sotto il fanale vicino e andai ad addossarmi al canto oscuro d'un'altra casa. Tre o quattro persone si erano fermate in mezzo alla via ad ascoltare; in quel momento la musica cessò e i tre o quattro curiosi se n'andarono. La notte era così chiara e placida; speravo che Violet si affacciasse alla finestra. Non vidi mai nessuno. Invece un baritono cantò detestabilmente qualche cosa di wagneriano e poi una fresca voce di giovinetta disse con grazia Haidenröslein di Schubert, che avevo già udita canterellare in un mite pomeriggio di novembre, fra le ultime rose della mia collina italiana. Allora la semplice poesia di Goëthe, la semplice musica di Schubert con quella loro spensieratezza piena di occulta malinconia, mi avevano stretto il cuore; adesso mi mettevano uno spasimo di dolor geloso, adesso mi torcevo le mani perchè la dolce Röslein auf der Haide, la rosetta della landa, si confondeva nel mio segreto con la rosetta mia, con la rosetta della storia amara. «Il fanciullo disse: ti schianto; la rosetta disse: ti pungo.» Dio, povera rosa! Che voglia avevo di baciarla, di stringerla, di farle male e di piangere, rosetta, rosetta, rosetta mia, oh non Röslein roth, rosetta pallida! Non ressi ad ascoltar la fine e me ne venni via.